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giovedì 26 febbraio 2015

La nuova frontiera radicale del capitalismo sostenibile

Quasi contestualmente a questa lunga riflessione, in cui il neoministro greco Varoufakis spiega le ragioni della sua adesione e della sua critica al marxismo generalmente inteso, qualche giorno fa usciva un contributo di Slavoj Zizek su Repubblica, teso ad inquadrare politicamente il problema ISIS nello scenario globale. Due spunti profondamente diversi, ma che convergono verso un’identica ipotesi interpretativa della realtà ed un’unica soluzione politica per l’avvenire. Una casualità eccessivamente casuale per non destare interpretazioni – e preoccupazioni – politiche. Sebbene da punti di vista differenti, il ministro descamisado e il filosofo lacaniano confluiscono verso l’idea che il capitalismo vada salvato dalla barbarie, cioè da tutto ciò che si pone fuori dal perimetro liberale. Capitalismo o barbarie, termina la lunga riflessione del ministro greco; allo stesso modo, sebbene non così esplicito, Zizek converge spiegando che solo una tensione stimolante della sinistra radicale può salvare il capitalismo dai suoi eccessi liberisti, riaffermare il liberalismo come metodo politico progressista così da impedire sul nascere degenerazioni alla ISIS. Poco male, la solita fuffa buonista di una certa sinistra salottiera, potremmo liquidarla. Non fosse che Zizek da qualche anno viene percepito come uno dei più rilevanti maitres a penseer della nuova sinistra radicale e anticapitalista, mentre Varoufakis – insieme a Syriza – è visto come possibile leader della sinistra europea. Che due personaggi così rilevanti per il dibattito della sinistra “radicale” affermino senza giri di parole che oggi l’unica alternativa sia stabilizzare il capitalismo salvandolo dai suoi eccessi dovrebbe far preoccupare più di qualcuno. Vent’anni dopo, i nodi teorici della stagione del “bertinottismo” rimangono ancora tutti sul pettine, reiterati da una certa intellettualità descritta come “radicale” ma oggi più che mai completamente inserita nei processi mainstream di orientamento delle opinioni pubbliche.

Sia Varoufakis sia Zizek sembrano dirci che non esiste, almeno al momento, alternativa credibile al capitalismo, dunque l’unico orizzonte entro cui la sinistra può giocarsi un ruolo è quello di stabilizzare il capitalismo stesso e le sue strutture di potere in cui si sostanzia politicamente:
Il nostro compito dovrebbe allora essere duplice: proporre un’analisi dell’attuale stato delle cose che europei non marxisti, benintenzionati, sedotti dalle sirene del neoliberismo, trovino profondo. E dar seguito a tale analisi solida con proposte di stabilizzazione dell’Europa, per porre fine alla spirale verso il basso che, alla fine, rafforza solo i fanatici e incuba l’uovo del serpente. Ironicamente, quelli di noi che aborriscono l’eurozona, hanno il dovere morale di salvarla![…]  Forgiare alleanze con forze reazionarie, come penso dovremmo fare per stabilizzare oggi l’Europa, ci espone al pericolo di diventare cooptati, di perdere il nostro radicalismo a causa della calda luce dell’essere ‘arrivati’ nei corridoi del potere.
Questa la versione greca del pensiero liberale “di sinistra”. In sostanza, se l’alternativa al sistema economico, sociale e culturale dell’occidente capitalista sono le forme di reazione ad esso che in determinate aree del globo si sono sviluppate, meglio tenerci stretto il nostro modello cementificando le strutture su cui si è costruito, provando nel contempo a spostarle a sinistra ma sempre all’interno dello stesso paradigma liberale. Zizek afferma qualcosa di simile su Repubblica:
Abbandonato al proprio destino, il liberalismo va incontro alla propria distruzione – la sola cosa che può salvare i suoi valori fondamentali è il rinnovamento della sinistra. Affinché questa tradizione fondamentale possa sopravvivere, il liberalismo ha bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale. Questo è il solo modo di sconfiggere il fondamentalismo, di minare il terreno su cui esso poggia.
In questa sequela di luoghi comuni il filosofo sloveno confonde le lotte anti-coloniali con l’ISIS, arrivando così ad affermare che se le lotte contro il capitalismo sono diventate queste, hanno cioè subito tale processo degenerativo, meglio tenersi stretti i valori del liberalismo occidentale capitalista. Sfugge al filosofo che l’ISIS non costituisce una risposta, per quanto deformata, al colonialismo o all’imperialismo occidentale, ma è un suo diretto prodotto, cioè il frutto maturo delle politiche occidentali nella regione mediorientale. Rafforzare il liberalismo capitalista contro degenerazioni quali ISIS è un controsenso, perché ISIS altro non è che il risultato di quel modello politico economico. Interpretazioni prodotte dalla natura sostanzialmente idealistica dei riferimenti culturali del filosofo sloveno, incapace di guardare al modello produttivo per concentrarsi sulle sue sovrastrutture intellettuali. Compagni, parliamo dei rapporti di produzione! Avrebbe ammonito Brecht dall’alto della sua sapienza rivoluzionaria. E sono proprio questi che scompaiono nel dibattito delle idee promosso da Zizek e compagni, a cui si accoda prontamente anche Varoufakis, peraltro richiestissimo nelle peggiori università del regno liberista.

In ambedue queste espressioni della sinistra europea (ed eurocentrica), risalta la completa sfiducia verso ogni possibile alternativa. La situazione europea, quella cioè di una sinistra marginale, viene elevata a condizione politica globale, quando in realtà in diverse parti del mondo i destini della sinistra di classe non sono affatto inseriti nel solco della sconfitta storica delle sinistre europee. Ma anche limitandoci all’Europa, Varoufakis non coglie lo sviluppo dialettico che ha promosso Syriza al potere. Non è stata la sua camicia senza cravatta o il sorriso di Tsipras a far vincere le elezioni in Grecia, quanto un quinquennio di radicali lotte di classe che hanno spostato a sinistra lo scenario politico ellenico, costruito quelle basi su cui sperimentare l’avventura elettorale. Syriza ha avuto il merito di aver saputo coagulare e sintetizzare tale processo dinamico, ma appena vinte le elezioni ha creduto di essere autosufficiente, autonoma dai processi reali che l’hanno portata al potere politico. Convinta di poter trattare tra pari solo per un’affermazione elettorale, si è scontrata col potere, quello vero, a cui sono bastate due settimane per rimettere in riga il monello greco mandando un messaggio a tutta Europa ma anche a noi: non è per via elettorale che si cambia l’esistente, tantomeno qualche accordo finanziario. Compagni, parliamo dei rapporti di produzione, non della camicia di Tsipras.

Varoufakis, cavalcando un certo “pessimismo delle volontà”, non rileva peraltro che sono state proprio le lotte rivoluzionarie greche ad aver impresso al corso della storia politica del paese una svolta, malamente gestita in questo mese dal governo Syriza. Insomma, proprio la Grecia dimostra che l’alternativa è potenzialmente possibile, alla faccia di Varoufakis, Zizek e compagnia contando. Certo, insieme alle lotte, servirebbe un “Lenin” capace di cogliere l’occasione, moltiplicando la forza della piazza con il coraggio delle scelte politiche. L’incapacità di una classe politica viene fatta passare per impossibilità di modificare l’esistente, quando in realtà in Grecia si è verificato il contrario: una concreta possibilità di modificare l’esistente dilapidata da organizzazioni di sinistra – in primo luogo il KKE – ancorate a modelli inservibili di azione politica. Ma è qui che si situa l’errore storico delle sinistre europee, non nell’impossibilità, dell’assenza di alternativa, del “capitalismo o barbarie”. Sebbene ambedue i pensatori qui ricordati sembrerebbero prendere le distanze da un certo determinismo positivista, ricadono nel più trito dei determinismi storici, quello per cui la situazione è immodificabile quindi tanto vale adeguarsi. Ma senza prospettiva rivoluzionaria non esiste possibilità riformista, e la vicenda greca di queste settimane sta qui, per l’ennesima volta, a dimostrarlo.

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