Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/11/2025
Cile - Dal grigio al nero, come previsto...
Una vittoria della candidata governativa Jannette Jara di stretta misura sul Repubblicano Kast (26,8 contro 23,9). Non ha raggiunto neanche il 30% che le davano i sondaggi pre-elettorali, che in ogni caso non le avrebbe dato la vittoria al primo turno. Ci sarà quindi il ballottaggio “la segunda vuelta” il 14 dicembre.
Ma un elemento inatteso c’è stato.
La vera sorpresa, il coniglio uscito dal cappello, è stato il risultato conseguito da Franco Parisi con quasi il 20%. Questo candidato che fa campagna elettorale quasi esclusivamente online, che nel 2017 aveva avuto il 10% e nel 2021 il 13%, si è presentato come “ni facho ni comunacho” né fascio né comunista, “né di destra né di sinistra”, quello che propone la riduzione degli odiati parlamentari e dei loro stipendi destinando il risparmio a polizia e carabineros, l’imprenditore che si è “fatto da sè”, colui che garantisce la chiusura delle frontiere “perché la gente vuole questo”, disposto a governare anche senza maggioranza stabile in parlamento “come fanno Milei, Bukele, Noboa e Trump”, che vuole attivare zone franche dal segreto bancario “per avere anche in Cile la nostra Miami e Panama e attirare così investimenti stranieri”.
Forse proprio questo suo programma pseudo qualunquista – che come tutti i “né né” però alla fine è decisamente di destra – ha attirato il voto di coloro i quali, disillusi da tempo dai partiti e dalla politica, non sarebbero andati a votare neanche questa volta, se non fosse stato reso obbligatorio.
In mancanza di un’alternativa concreta e credibile, radicata nei territori, la gente – che, se non fosse stato per le multe, avrebbe volentieri continuato a ingrossare le file dell’astensione, schifata dai governi di finta “sinistra” che hanno continuato e anzi implementato il modello neoliberista inaugurato da Pinochet, ma non avendo però comunque lo stomaco per esprimere la propria rabbia votando per uno dei fascisti candidati – si è riversata su Parisi e il suo “Partito de la Gente”
Il prossimo 14 dicembre avremo purtroppo la triste conferma che il Cile è passato ufficialmente alle destre anche politiche, non solo quindi a quelle economiche che da sempre lo dominano.
Continuerà il suo regime di democrazia “ristretta e tutelata” – così la definiscono alcuni analisti e storici cileni – ma con qualche peggioramento ulteriore a livello sociale economico e repressivo.
Kast, infatti, durante la sua campagna elettorale ha pubblicamente minacciato di mettere in galera un altro dei candidati presidenziali che non è persona di suo gradimento. Ne vuole costruire addirittura una tutta nuova per lui... In ogni caso non si distaccherebbe affatto dal modello neoliberista così orgogliosamente inaugurato dalla dittatura.
Tutto questo fintanto che non si riesca a definire rapporti di coscienza e di forza popolare differenti. Il lavoro è lungo, faticoso e pure pericoloso, ma inevitabilmente va fatto, come dice il compagno Artes.
Fonte
06/04/2024
I fatti di Bari rivelano trasformismo, personalizzazione, democrazia recitativa
Ancora una volta è necessaria una riflessione di fondo che investa l’analisi delle cause profonde di questi fenomeni purtroppo emergenti.
Proviamo ad elencare alcune possibili elementi di dibattito:
1) La trasformazione della “forma – partito” da quella “ad integrazione di massa” via via verso il “catch all party”, il “partito azienda” fino al “partito personale” in un quadro di mutamento del concetto stesso di democrazia passata da “rappresentativa” a “del pubblico” contrabbandando una formula deviata di “democrazia diretta” che avrebbe dovuto essere esercitata quasi esclusivamente attraverso il web (su questo punto però stiamo registrando rilevanti passi all’indietro). In questa situazione il PD appare incapace di porre un filtro e sicuramente non appare sufficiente il radical-movimentismo della segreteria Schlein eccessivamente votata – è il caso di dirlo – all’esercizio della “democrazia recitativa”.
2) È stata del tutto sottovalutata la costante diminuzione nella partecipazione elettorale frutto diretto di una profonda crisi nel rapporto tra vita civile e vita politica. Questo elemento è quello che consente facili infiltrazioni di gruppi organizzati che fanno della proiezione istituzionale dell’agire politico il luogo del tornaconto di clan dediti ad affari e all’esclusiva detenzione del potere. Una crisi causata da fattori molto complessi primo fra tutti quello di aver introiettato a suo tempo il concetto di “fine della storia” con relativa adozione del “pensiero Unico” proclamando la “fine delle ideologie” a vantaggio della ventata qualunquista.
3) I costanti tentativi di spostare l’asse di riferimento iscritto nella Costituzione della “centralità del Parlamento” e delle altre assemblee elettive verso una “governabilità” ottenuta attraverso vere e proprie forzature di restringimento dell’agibilità della rappresentanza politica. La riflessione in questo senso deve comprendere, oltre ai diversi meccanismi della formula elettorale, anche quelli dell’elezione diretta (in particolare dei presidenti di Regione) posta in rapporto al fattore di personalizzazione della politica e del già citato esercizio della “democrazia recitativa” (elementi che allentano di molto i filtri invitando oggettivamente i candidati a imbarcare nelle loro fila quanti si pongano “a disposizione” senza provvedere a valutazioni di merito ma soltanto perché disponibili a offrire pacchetti di voti).
4) Sicuramente non hanno aiutato a considerare come valore la moralità della vita pubblica operazioni trasformistiche di rilevanti dimensioni quali il mutamento di finalità e di denominazione della Lega passata dalla posizione separatista a quella nazionalista con vocazione sovranista e la mutazione (che in altri tempi sarebbe stata definita “genetica”) del M5S passato tranquillamente dall’antipolitica al ministerialismo al pretendere l’egemonia di un ipotetico polo progressista. Ancora una volta debbono essere considerati, almeno dal nostro punto di vista, anche gli effetti concreti di una “vocazione maggioritaria” esercitata, in particolare nelle situazioni locali, esclusivamente dal punto di vista della detenzione del potere magari fortemente venata di dimensioni populiste.
5) Naturalmente non si può dimenticare che il trasformismo è stata componente vitale del sistema politico italiano ancora in precedenza all’Unità d’Italia se prendiamo come riferimento il connubio Cavour – Rattazzi nel parlamento subalpino.
Le ragioni che si sono tentate di esporre in questo testo risalgono ai fattori emersi nel post “Repubblica dei Partiti” (da Pietro Scoppola) che hanno reso del tutto inedita la situazione attuale. Uno stato di cose in atto ben meritevole di grande attenzione proprio nel momento in cui in fondo al tunnel della scarsa partecipazione e della proposta di sottolineatura istituzionale del personalismo potrebbe esserci l’ipotesi di una “democratura” autoritaria (una sorta di salazarismo di ritorno con il mantenimento di una sorta di pluralismo di facciata, appunto esercitato nel solco di quella “democrazia recitativa” di cui appaiono maestri nell’esercizio diversi presidenti di Regione camuffati da “governatori”).
Fonte
25/04/2023
25 aprile, quando l’antifascismo è cultura
Nel film Un giorno da leoni (1961), di Nanni Loy – che racconta un fatto realmente accaduto, la distruzione del ponte “Sette Luci” sulla linea ferroviaria Roma-Formia sul quale transitava un convoglio nazista, effettuata dopo l’8 settembre del ’43 da un commando partigiano – alla fine, i tedeschi cercano di insabbiare la presenza dei partigiani attribuendo l’attentato agli americani, smentendo così la possibilità che possano esistere degli italiani (i partigiani appunto) che combattono contro di loro.
Le recenti dichiarazioni del presidente del Senato La Russa non sono altro che la punta di diamante di una serie di dichiarazioni fatte da vari esponenti del governo con lo stesso scopo delle notizie diffuse dai tedeschi nel film dopo l’attentato al ponte: smentire la presenza dell’antifascismo nella storia e anche ai giorni nostri. Quando il presidente, in merito alle celebrazioni del 25 aprile, dice che l’antifascismo non è contemplato dalla Costituzione e che, “per fare contenti tutti”, se ne andrà a Praga a onorare Jan Palach, martire della resistenza all’Unione Sovietica, sta compiendo una grande opera di insabbiamento (qui). Cerca di sviare il discorso dal nucleo di questo stesso discorso: se parliamo di antifascismo e di 25 aprile, cosa c’entra Jan Palach? Perché mai dovrebbe festeggiare il 25 aprile a Praga? Per fare contento chi? Il 25 aprile è una festa strettamente legata all’Italia e alla liberazione dalla dittatura del nazifascismo.
Ebbene, queste dichiarazioni fanno parte di una subdola operazione di normalizzazione del neofascismo attuata per mezzo di frasi e di azioni. Come ha scritto acutamente Francisco Soriano in un bell’articolo, la normalizzazione del neofascismo è passata anche dalla CGIL, quando la premier Meloni è stata invitata al congresso nazionale del sindacato. E poi attraverso tante frasi dette così, alla c. di cane, da persone che rappresentano le istituzioni. Ne ricordiamo alcune: alla fine di marzo la premier ha detto che alle Fosse Ardeatine “335 italiani sono stati massacrati solo perché italiani” (qui) quando sappiamo storicamente che è stata la feroce risposta all’attentato partigiano di via Rasella. Anche nella frase della premier, come nelle dichiarazioni tedesche nel film Un giorno da leoni, spariscono completamente i partigiani. Tra l’altro, lo stesso La Russa ha dichiarato che ad essere uccisi, in via Rasella, non erano nazisti delle SS ma una “banda musicale di semi-pensionati” (qui). Da questa dichiarazione, a sparire, sono invece l’efferatezza e la stessa presenza dei soldati nazisti. A gennaio, il ministro della Cultura (!) Sangiuliano ha detto che “Dante è stato il fondatore del pensiero di destra in Italia” (qui), frase veramente incommentabile. Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida, pochi giorni fa, ha detto che “non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica” (qui), in relazione alla presenza degli immigrati in Italia.
In un paese che non fosse l’Italia, forse, la gente sarebbe scesa in piazza, indignata contro la sciatteria, il qualunquismo e l’ignoranza di queste dichiarazioni che non sono state fatte da pensionati al bar, ma da esponenti del governo. L’uso delle parole, delle frasi effettuato da questi stessi esponenti mira a creare un grande vuoto di qualunquismo, a insabbiare, a fare sparire, a normalizzare. A dire, “cosa vuoi che sia stato il fascismo”, una cosa normale e magari anche bella. I partigiani non sono esistiti e neppure i nazisti. L’antifascismo non è un valore. Questo qualunquismo che arriva dall’alto fa tanti danni in basso, fra le giovani generazioni che non riescono più a capire dove sta il male, ma recepiscono soltanto la “banalità del male”. Si tratta di una grande opera di appiattimento culturale che sta arrivando dall’alto, su un terreno già ben preparato da anni di “riflusso”, di disimpegno e di berlusconismo galoppante. Ne è un esempio la circolare di una scuola di Aulla che invita i giovani a dibattere sull’opportunità di festeggiare ancora il 25 aprile (qui). Certo, perché c’è libertà di opinione. Ma questa libertà sbandierata dal potere, è una falsa libertà: è un invito a mettere in discussione la nostra stessa cultura e i valori di questa cultura, come l’antifascismo o le azioni partigiane, in nome di uno squallido qualunquismo e di uno squallido appiattimento culturale. Riscopriamo questa cultura, anche nelle scuole, rileggiamo Fenoglio, Pavese, Vittorini, Calvino, Pasolini, le lettere dei condannati a morte della Resistenza, guardiamo e riguardiamo classici del cinema come Roma città aperta o lo stesso Un giorno da leoni. Ascoltiamo e riascoltiamo le canzoni popolari legate alla lotta partigiana e le riprese recenti in chiave rock, punk, pop. L’antifascismo è cultura ed una potente arma contro l’ignoranza del potere e, nella fattispecie, di questo potere.
Buon 25 aprile oggi, domani, dopodomani, sempre.
02/07/2022
I ladri nelle discariche
I rapinatori sono stati denunciati a piede libero per Tentato Furto in Concorso. Non si tratta di un caso isolato. Le forze dell’ordine registrano un incremento di questi episodi.
Le Discariche attirano più degli sportelli bancari. Forse i rapinatori comuni nostrani non hanno il know-how per attaccare le banche e gli uffici postali, dove i soldi sono stati materializzati in codici cifrati e blockchain.
Oppure, visto che i corsi delle valute, sia di quelle statali, sia di quelle del libero scambio, puntano verso la spazzatura, i rapinatori hanno creduto bene di anticipare i tempi appostandosi in una location di maggiore appeal.
Ora, se la marcia delle valute verso il Trash avanza del 10% all’anno, dopo 10 anni – quando la spazzatura avrà raggiunto il 100% – ci si dovrà pur fare qualcosa.
Nel 1962, Rachel Carson, in tre puntate, pubblica su The New Yorker, Silent Spring, dove vengono descritti gli effetti del DDT sui tessuti animali (compreso quello umano), ed è generalmente considerato il testo che ha dato il via al movimento ambientalista negli Stati Uniti.
Donald Barthelme, che scriveva regolarmente sulla stessa rivista, e che dunque conosceva il testo di Carson, propose, già nel 1962, non solo una stringente critica del nascente movimento ecologista, ma anche una soluzione – soluzione elaborata (hegelianamente) con strumenti matematici altrettanto Trash – giusto per sottolineare che non ci può essere differenza tra mezzo e messaggio, tra strumento e contenuto, tra metodo e oggetto scientifico, e che il DDT (la soluzione) è peggio del male (il pidocchio), che tutto ciò che viene usato per eliminare la spazzatura dal mondo (i pidocchi) crea altra spazzatura (il grano contaminato), eccetera.
Di spazzatura ed ecologia di recente si è occupato anche il filosofo Žižek. In un articolo pubblicato sul Guardian la settimana scorsa se la prende con i pacifisti, con i sovranisti, con John Lennon e Imagine, e con tutti coloro che, a tempo scaduto, credono che ci si possa schierare a destra o a sinistra del fronte Ucraino.
Quello che dice Zizek, e che diceva già Barthelme, è che non c’è più fronte, che il capitalismo abolisce le frontiere tra amici e nemici.
Non ci sono vincitori e vinti, non ci sono signori e servi, sovrani e sudditi, imperi del male e colonie, e non ci sono perché, dice Žižek, siamo tutti perseguitati (we are all haunted) dalle stesse catastrofi. Siamo tutti sotto schiaffo di un potere più forte.
Di più: per il mondo intero, dice Zizek, oggi si aggira un nuovo fantasma (haunt). Un nuovo spettro ossessione l’Europa e unifica il globo, e non è la spettro del comunismo, non sono i proletari uniti o i partiti comunisti internazionalisti.
Niente universalismo socialista.
Siamo tutti nel mezzo – gettati, situati – effetti di un Dio (la Natura) che si nega. Né sovrani né conquistati. Insistere di fronte alle discariche in fiamme che surriscaldano il mondo è pura follia, dice Žižek.
Abbiamo raggiunto il 100%. Ecco la verità di una matematica Trash, di una filosofia Trash, di un mondo diventato tutto spazzatura.
Il fatto è che non siamo nel 1962, l’anno della piena occupazione e del consumismo, e non siamo nemmeno nel 1992, anno in cui Tarantino inizia a scrivere l’epitaffio (Pulp Fiction) del Trash.
Fonte
14/01/2021
USA - Una transizione difficile tra guerra civile e battaglie politiche
L’ex prima potenza mondiale, nata dall’illuminismo dove la democrazia si pensava fosse interiorizzata, in questi giorni è scossa da una crisi che non ha precedenti.
Gruppi armati di estrema destra, organizzazioni neonaziste e razziste, tutto l’arcipelago del suprematismo bianco si sta riorganizzando dopo l’assalto alla sede del Congresso Usa di Capitol Hill a Washington avvenuta il 6 gennaio, durante la ratifica della successione all’amministrazione Trump.
Gli uffici dell’FBI sono in fibrillazione, e questo è un fatto: in questi giorni il web e i social media (i principali mezzi con cui comunica la galassia neonazista ed i “patrioti” Trumpiani) sono letteralmente presi d’assalto da commenti più o meno deliranti, e si moltiplicano le proposte di organizzazione di questa o quella manifestazione per continuare la battaglia intrapresa al fianco di The Orange, che mercoledì prossimo, 20 gennaio, obtorto collo dovrà lasciare il passo al neo eletto, Joe "Sleepy" Biden.
Ma la situazione, è in continua trasformazione, e non è facile, districarsi in una giungla di vecchi e nuovi social, di siti web nati come funghi per l’occasione e di presunte testate “giornalistiche” che ospitano chiunque ragli contro l’establishment.
Il Trumpismo on-line
Twitter e Facebook hanno zittito Trump e Parler, il social sul quale si erano riversati i sostenitori del presidente uscente, non è più accessibile. Google e Apple hanno estromesso l’app dai loro negozi digitali e Amazon l’ha cacciata dai propri server.
Così la piattaforma che si stava imponendo come il Twitter di estrema destra è diventata irraggiungibile. Quell’ambiente politico, l’area che va dal suprematismo bianco più o meno spinto, al partito repubblicano cerca così nuove arene online ritenute libere da censura.
Con Parler offline, la piattaforma di riferimento ora è diventata Gab, social molto simile a Twitter che dalla sua fondazione (nel 2016) si è distinto per i contenuti antisemiti e razzisti.
In un post, il Ceo di Gab Fosco Marotto afferma che, in un solo giorno, la piattaforma ha ricevuto 600mila nuove iscrizioni. Una mole di traffico che ha obbligato la società a occupare nuovi server (che non poggiano sull’infrastruttura di Amazon o Google). Il fondatore Andrew Torba ha chiamato a raccolta gli utenti “contro la tirannia” di Apple e Big G.
L’estrema destra ha costruito nel tempo una costellazione di siti che il più delle volte (come Gab con Twitter) replicano altre piattaforme. Spesso hanno vita breve, ma non sempre. Rumble è uno Youtube di destra fondato nel 2013. Tra video generalisti di cuccioli e sport, dà visibilità esclusiva ai leader repubblicani e a contenuti anti-democratici, proibendo però video di esplicito incitamento all’odio (anche se il confine con la propaganda e la disinformazione resta labile).
Il ceo Chris Pavlovski ha riferito al New York Times “una crescita esplosiva” a partire dalla scorsa estate, con una ulteriore accelerazione dopo le elezioni presidenziali. Un altro emulo di Youtube era PewTube, attivo fino al 2018. Nel 2020 c’è stato il tentativo di rianimarlo, ribattezzandolo NoteTube, che però al momento è poco più di una scatola vuota.
Il simil-Reddit, Voat, fondato nel 2014, ha chiuso lo scorso dicembre per ragioni economiche. Le cose si erano messe male già da alcuni mesi. Ma, ha spiegato il fondatore Justin Chastain nel suo messaggio di commiato, si è comunque cercato di arrivare oltre le presidenziali.
8Kun, invece è ancora attivo, rinato dalle ceneri di 8chan dopo la chiusura di quest’ultimo nel 2019. E poi c’è Otto, la cui pronuncia inglese somiglia molto a quella di hate (odio); il che fa già presagire quali contenuti veicoli. Per restare online il più possibile, ha accettato di eliminare i contenuti “contrari alla legge” statunitense. Una definizione che, di fatto, consente di ospitare discussioni che incitano all’odio razziale e richiami al nazismo.
Nella costellazione delle repliche c’è anche Infogalactic, la Wikipedia di destra. Per grafica e funzionamento è molto simile all’originale, ma con un controllo delle fonti, diciamo, più disinvolto, e soprattutto con un racconto dei fatti “partigiano”. Un esempio: Biden non è ancora definito come “presidente eletto”. Nella pagina dedicata a The Donald, si è limitato ad affermare che “il 7 novembre 2020 molti media mainstream hanno dichiarato che Biden ha vinto le elezioni”.
Infine i “classici”: Breitbart, Daily Caller, Murder The Media e Daily Beast.
Una riflessione a parte merita Blue Lives Matter, un movimento sociale statunitense fondato nel settembre del 2014 a sostegno dei corpi di polizia statunitensi, che ha anche una pagina su Facebook. Ha avuto un alto impatto culturale durante le proteste postelettorali negli Stati Uniti d’America del 2020-2021, ma apparentemente sembra schierarsi dalla parte delle forze di polizia, in modo neutrale, senza particolari estremismi; fatto sta che è comunque visitata ed acclamata anche dal “popolo di Trump”.
Una nuova chiamata alle armi
Quello appena descritto è il mondo virtuale nel quale comunicano, si scambiano opinioni e soprattutto informazioni i “patriots” fedeli al presidente uscente.
Quello più o meno ufficiale ovviamente. Ma esiste anche una sorta di dark web[1] che i movimenti di estrema destra americani usano al momento.
L’FBI e l’intelligence USA, stanno monitorando continuamente la Rete, mettendo in guardia le amministrazioni locali e fonti del Washington Post citano un documento ufficiale del quale sono venute in possesso in cui si chiede urgentemente di “mettere sotto stretta sorveglianza le sedi governative ed istituzionali locali e distrettuali dell’Unione”, (le statehouses), perché “sono in via di organizzazione in tutti i 50 stati rivolte e proteste ... fra il 16 e almeno il 20 gennaio, e al Congresso fra il 17 e il 20 gennaio”. Nella nota, inviata dalla polizia federale si legge inoltre che l’FBI ha “ricevuto informazioni su un gruppo armato che intende andare a Washington il 16 gennaio, per partecipare ad una manifestazione il 17”. Il gruppo ha messo in guardia sulla possibilità di una rivolta nel caso in cui il Congresso tentasse di rimuovere il presidente con il 25° emendamento.
A siistra la locandina dell’appuntamento; a piccole lettere, in caratteri molto chiari, quasi invisibili si legge la frase: “Come armed at your personal discretion”. Come dire: se vieni armato lo fai solo a titolo personale. Questa è l’Amerika , bellezza!
Intanto la notte scorsa l’FBI, contraddicendo sé stessa e le dichiarazioni fatte in precedenza, in un documento interno fatto pervenire sempre al quotidiano statunitense, fa sapere che il giorno prima dell’attacco, e quindi secondo loro in tempi utili, aveva messo in guardia con “una segnalazione esplicita dagli uffici della Virginia, che gruppi di estremisti stavano preparandosi a viaggiare alla volta di Washington, per commettere atti violenti durante la ratifica della presidenza Biden”.
Le inchieste sono in corso e le seguiremo da vicino e con molto interesse, ma quello che più è urgente al momento, è interpretare il processo in corso, in quanto Trump, sembra essere più un effetto che la causa (un effetto che retroagisce ed aggrava le cause). Probabilmente il peccato originale risiede nella strenua ed irresponsabile ricerca della “normalità” e del politically correct, che sta mettendo in serio pericolo anche le democrazie europee e che cento anni fa tondi tondi faceva dire a Benedetto Croce che il fascismo era “un’interruzione temporanea”, poi si tornerà alla “normalità”.
E invece è stata proprio la “normalità” di ieri a preparare il disastro di oggi. Il trumpismo è l’esito di mezzo secolo di demolizione del senso del bene comune e delle istituzioni: quando Reagan diceva che lo Stato è il problema e non la soluzione apriva la porta a un’antipolitica qualunquista legittimata da un’ideologia neoliberista a cui la sinistra non ha saputo opporre una resistenza significativa (restandone anzi a volte ammaliata, vedi Clinton).
Il prodotto di questo processo è qualcosa di mostruoso che con la democrazia con cui si sciacquano la bocca tutti i perbenisti in questi giorni, ha quasi nulla a che fare: sempre meno persone che credono ai media, sempre meno persone che ripongono fiducia nelle istituzioni e nello stato, sempre meno persone che pensano di avere i mezzi per decidere della propria vita. Che media, che istituzioni, che democrazia gli stiamo offrendo?
Il Trumpismo è un movimento che sta catalizzando rabbia sociale diffusa, ma colpisce il carattere oltre che interclassista, anche intergenerazionale (gli Hillbillies, i cosiddetti “montanari”, i “bifolchi” hanno marciato verso Capitol Hill insieme agli assicuratori, ai poliziotti e agli impiegati, ed i figli insieme alle madri).
Fra le 5 vittime, 3 sono donne.
Decifrare questi segnali, passa per la coscienza di avere un problema non solo sociale, ma prima di tutto, culturale.
È ora di correre ai ripari, ma non sarà un pranzo di gala.
Probabilmente si rischia di perdere il controllo della situazione, e la merce da conquistare non sarà a saldo.
Impeachment e dintorni
Nel frattempo, infuria anche la battaglia politica fra l’impeachment formalmente presentato nella giornata di martedì dalla presidente della Camera Bassa, Nancy Pelosi, e che se condannasse Trump anche dopo il giuramento di Biden, non gli permetterebbe di presentarsi alla prossima tornata elettorale del 2024, ed il rifiuto del vice Mike Pence di invocare il 25° emendamento, nei confronti del presidente uscente. Seguiremo da vicino gli sviluppi nella giornata odierna, anche se il passaggio dell’incriminazione di Trump alla House of Representatives (la nostra Camera dei Deputati) è matematico, mentre è più incerto al Senato
Il GOP, fra defezioni (Colin Powell fra gli altri), progetti di “riforma” e di “correnti” (l’ex attore ed ex governatore della California, Schwarzenegger) e dimissioni (si è dimesso dalla Homeland Security, l’Intelligence interna, anche Wolf) ne esce con le ossa rotte, per ora: la crisi del partito repubblicano potrebbe trasformarsi molto velocemente, in una crisi del conservatorismo liberale.
Dal canto suo The Orange, rilascia dichiarazioni sibilline da un luogo doppiamente simbolico: Alamo, celebre per la sua battaglia ma anche per l’infame muro costruito con il Messico; il pubblico era esiguo, ma comunque chi riverbera le sue affermazioni è sempre pronto. Il tycoon dichiarando che è stato un successo, non ritratta ciò che ha detto prima e durante l’assalto al Congresso e anzi rilancia, dicendo che la rabbia che scorre nel paese, si deve ai toni ed alle parole ascoltate durante le manifestazioni anti razziste del BLM della scorsa estate, e che l’impeachment nei suoi confronti potrebbe innescare di nuovo, reazioni scomposte, passando la “palla” delle responsabilità a qualcun altro.
Il giuramento di Sleepy Biden è fra otto giorni.
Perché non usare questo tempo per riflettere di nuovo su cosa ha scritto Todorov nel 2012 sui nemici intimi della democrazia?
La vecchia frase di Sun Tzu è sempre efficace: se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura.
Note:
1) Il dark web è un sottoinsieme del deep web, solitamente irraggiungibile attraverso una normale connessione Internet senza far uso di software particolari perché giacente su reti sovrapposte ad Internet chiamate genericamente darknet. Le darknet più comuni sono Tor, I2P e Freenet. L’accesso a queste reti avviene tramite software particolari che fanno da ponte tra Internet e la darknet. Il più famoso è Tor che, oltre a fornire accesso all’omonima rete, garantisce l’anonimato all’utente, permettendogli di navigare anonimamente anche sul normale World Wide Web da uno dei nodi della rete Tor. Le darknet sono usate, in alcuni casi, per attività illegali: famoso è il caso di Silk Road, un sito di commercio elettronico sulla rete Tor che effettuava attività criminali.
Fonte
30/12/2020
“Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola”
Per farla breve, se oggi i cazzari tuttologi abbondano è anche (forse soprattutto?) merito di due situazioni concomitanti nel tempo:
1) l'istruzione ha impoverito a tal punto il livello di conoscenze veicolate in ogni specifica disciplina per cui, oggi, è già un miracolo trovare qualcuno che sia abile su questioni meramente meccaniche (sia a livello di prassi mentale, sia manuale);
2) negli ultimi 30 anni i "competenti" si sono dimostrati troppo spesso contraddittori e in definitiva discutibili rispetto alle proprio posizioni: dagli oncologi che sponsorizzavano le centrali nucleari agli economisti che ancora cianciano di austerità espansiva, la lista sarebbe sterminata.
Queste "derive" sono emanazione diretta del modo di produzione capitalista? Sì, ma vanno esplicitate e discusse, altrimenti si finisce per assumere una posizione da luminare rinchiuso nella propria torre d'avorio che incentiva la proliferazione dei cazzari tuttologi digitali.
Succede ogni giorno, e ogni volta l’orrore allarga la sua presa su questa parte di mondo ormai incapace di capire. Dunque anche di reagire.
L’intervento che vi presentiamo – un post di un’avvocatessa su Facebook – avrebbe potuto essere scritto da un qualsiasi altro esperto di qualsiasi campo. Pone un problema che sta trasformando le relazioni sociali in una sola, gigantesca, palude di sabbie mobili entro cui tutto viene inghiottito.
Senza speranza di uscirne più.
Puoi aver studiato una materia o un problema per anni, averne fatto la tua professione o mestiere (da cui ricavi di che vivere, bene o male), conoscerne le pieghe e le trappole. Ma immancabile, maledetto come gli acari sulle piantine di fiori, arriva l’idiota che ritiene di poter dire su quella materia qualsiasi cosa, con pari diritto di parola.
Millenni o secoli di conoscenza dettagliata, articolata, persino suddivisa in sottodiscipline per meglio approfondire aspetti che hanno assunto dimensioni troppo ampie per un cervello solo, spariscono al cospetto di quell’idiota che spara sentenze che iniziano immancabilmente con un “secondo me...”.
Manteniamo l’esempio dell’avvocatessa. Si sa – si dovrebbe sapere – che il diritto (la legge, i codici, ecc.) è un campo sterminato. Che richiede specializzazione. Un processo penale è parecchio diverso da uno civile. Un divorzio richiede “competenze” diverse da un incidente stradale, e molto distanti da un fallimento societario.
Un avvocato serio, cui si possa affidare la propria speranza di vedersi riconosciuto un diritto, dovrà per forza essersi specializzato in quel ramo che corrisponde al tuo bisogno. Un ramo come un fiume pieno di curve, precedenti, rovesciamenti, trappole. In cui è facile smarrirsi anche per il conducente più esperto.
Ma per l’idiota, col suo sorrisetto furbino, non c’è niente da sapere. “Secondo me...”
E viene da pensare che fino a non molti anni fa quello stesso idiota avrebbe messo bocca, con l’identica supponenza, soltanto in due campi: il calcio, ovviamente, da sempre palcoscenico privilegiato per personalità represse. Dove ognuno si sente in grado di fare l’allenatore (quasi mai il calciatore, perché sarebbe troppo facile chiedergli una dimostrazione pratica delle sue presunte abilità).
E poi la politica. Che è il luogo cui effettivamente chiunque deve poter accedere – la democrazia e il socialismo stimolano la partecipazione più larga possibile – ma in cui, altrettanto implacabilmente, “bisogna far gavetta”, imparare, fare esperienza, ascoltare, metabolizzare e poi – eventualmente – aprire bocca.
Non stiamo parlando dell’atto del votare, che è diritto individuale e non può essere condizionato dal grado delle conoscenze possedute.
Stiamo parlando dell’”intervenire”, interdire, tramare, cercare di formare maggioranza, frazioni, correnti, gruppetti. Dell’immaginare e indicare “soluzioni” a problemi di cui si ignorano persino i fondamentali. Che so: il bilancio dello Stato, la politica fiscale, i rapporti internazionali, quelli con l’Unione Europea, la gestione della pandemia, la riforma della scuola o dell’università, la struttura della pubblica amministrazione...
Un bla bla senza costrutto sdoganato, “a sinistra”, dalla follia nota come “ognuno dice la sua”. Specie se non hai niente di utile da dire...
Sappiamo bene che il potere e Confindustria hanno reso inutilizzabile la parola “competenza” (da loro svuotata a semplice “formazione professionale su una singola cosa”), ma tutto questo ciacolare a vuoto su ogni argomento fa tornare in mente quella massima di Mao che, a questo punto, diventa un faro di saggezza:
“Chi non ha fatto inchiesta – ossia non ha studiato il problema – non ha diritto di parola”.
Facciamo un esempio pratico, magari funziona.
Un giorno avete un problema con la legge, e venite da me.
Facciamo finta che vi abbiano fermati ubriachi, il caso più semplice e diffuso.
Entrate nel mio studio, vi sedete.
Vi guardate intorno.
Libri, codici, fogli appesi al muro in cornice.
Da una parte la laurea, dall’altra la pergamena dell’iscrizione all’albo degli avvocati.
Per prendere la laurea ci ho messo un po’ più del previsto perché facevo anche dei lavoretti.
Per diventare avvocato ho toppato una volta lo scritto, e ho dovuto rifarlo un anno dopo.
Poi mi sono chiusa, letteralmente, in casa quattro mesi per superare l’orale.
Una specie di lockdown dove però si studiava dalle 8 alle 9 ore al giorno, festivi inclusi.
In totale quindi ci è voluto un bel po’ di tempo e di pazienza.
Insomma vi sedete sulla sedia di fronte a me, mi spiegate tutta la vicenda.
Alla fine del resoconto generalmente un avvocato vi spiega quali sono le vostri possibili sorti processuali, e come ci si può muovere.
Avete un problema e l’avvocato è lì per risolverlo, in qualche modo.
Ha studiato per questo.
Se avesse voluto darvi un taglio di capelli più gradevole avrebbe fatto la scuola per parrucchieri.
Invece no, ha studiato giurisprudenza.
Era indubbiamente più redditizio il parrucchiere ma ormai è andata così.
Mettiamo però a questo punto che voi siate particolarmente consci delle vostre capacità nascoste e non accettiate i miei pareri.
Mettiamo che a un certo punto mi contestiate che non si fa così, che avete visto una puntata di “Un giorno in pretura” dove un caso simile al vostro finiva in modo diverso.
Tesi, la vostra, confermata anche da un post dell’avvocato Billo Birillo sulla pagina facebook “l’avvocato per tutti”.
Mettiamo che io sia una persona particolarmente paziente (no, è un’ipotesi non illudetevi) e vi lasci raccontare tutta la vostra fantasiosa autodifesa.
Per fortuna nel processo penale non ci si può difendere da soli, altrimenti il dramma del sovraffollamento carcerario sarebbe immenso ed irreparabile. Un buon 85% della popolazione italiana starebbe dentro, e dal carcere hai voglia a dire “ma lo ha detto Santi Licheri a Forum”.
Cercherei di farvi capire questo, insomma.
Che se ho studiato per fare una cosa sono deputata a farla e quello che dico certo non è legge ma è il parere professionale di una persona che ha delle competenze in una certa materia.
Se io chiamo il tecnico della caldaia per la revisione gli faccio fare la revisione della caldaia, non me la faccio da sola solo perché sono appassionata di caldaie e seguo la pagina “caldaie di tutto il mondo” (che sembra una pagina hot ma giuro che non ero maliziosa).
Questo per dirvi cosa.
Che se nel 2020, nella parte del mondo in cui viviamo, molte malattie sono state debellate o grandemente arginate lo dobbiamo a persone che hanno studiato quella materia e che hanno trovato e prodotto un rimedio. Vaccino o medicina che sia.
Non lo dobbiamo a Gino il parrucchiere che un bel giorno è stato assunto alla Pfizer.
Con tutto il rispetto per i parrucchieri.
Perché se ho questo bel rosso acceso adesso lo devo a loro.
Se lo avessi fatto da sola adesso probabilmente sembrerei Arlecchino. O mi sarei procurata delle ustioni in testa.
Fonte
26/08/2020
Il taglio dei parlamentari? È la nuova frontiera della “nuova casta”
E poi i 5 Stelle (ovvero, coloro che hanno lanciato questo sciocco e pericoloso referendum in piena emergenza Covid-19) non erano quelli che volevano tagliare gli stipendi anziché il numero dei parlamentari?
Eh sì... sono propri gli stessi che ora, però, vogliono rivedere anche uno dei principi ritenuti inossidabili del movimento, almeno, fino a qualche tempo fa: l’ineleggibilità dei propri rappresentanti dopo 2 mandati. Una regola (ed una bandiera) di cui il movimento (?) si era dotato proprio con il fine dichiarato di impedire, ostacolare, superare la “politica come professione” (problema non banale, come ci spiegava Max Weber nel suo Politik als Beruf già nel lontano 1919), in favore di un ricambio continuo e a rotazione della classe politica che non doveva più farsi casta ma lasciare spazio, nelle istituzioni rappresentative, alla così detta “cittadinanza attiva”.
Ebbene, a quanto pare, se ne sono bellamente dimenticati virando poi verso l’esatto opposto: il taglio secco dei parlamentari (restrizione della base democratica) ed ampie deroghe al divieto di accedere a più di due mandati.
Insomma, come utilizzare la retorica della “lotta alla casta” in una robusta operazione di rilancio della casta stessa e della dittatura dei partiti che ormai nominano direttamente i propri rappresentanti in totale spregio a quanto ancora previsto all’art. 67 della Costituzione italiana secondo la quale: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
È vero che siamo immersi, ormai da troppo tempo, dentro un processo di trasformazione e trasfigurazione del modello di democrazia rappresentativa e di una crisi di egemonia delle classi dirigenti che attraversa, più o meno, tutti i paesi occidentali. Le nazioni si fanno comunità indistinte, unite dai confini “minacciati” da vecchi e nuovi nemici.
I nuovi ‘populisti’, cavalcano l’avversione verso i ‘capi’, le burocrazie tanto quanto verso gli stranieri, gli islamici e i migranti. I populisti reazionari offrono risposte immediate e semplificazioni a situazioni complesse la cui soluzione richiederebbe tempi lunghi. Tuttavia, si fa sempre più largo una tentazione di massa di sposare un approccio sempre più sbrigativo ad ogni questione, dalla più piccola alla più grande.
Alla crisi della democrazia parlamentare e dei partiti, ora, si contrappone tout court la “democrazia della rete”. Un modello bottom-up che si spaccia per “democrazia immediata” ma che, come abbiamo visto, è sempre più preda delle manipolazioni e del controllo assoluto da parte dei suoi padroni e detentori.
È chiaro che l’attuale crisi delle istituzioni rappresentative è anche figlia di in un mondo globalizzato popolato di solitudini e che i nuovi dispositivi digitali attraverso cui viene costruito il consenso riempiono un vuoto ed una distanza che appaiono sempre più incolmabili e che non potranno essere riempiti solo e semplicemente attraverso una semplice rievocazione del passato e/o mediante anacronistici appelli alla “sacralità” delle istituzioni democratiche nate dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla lotta al fascismo.
Tuttavia, la cosa peggiore sarebbe credere di avviare un percorso di rinnovamento della nostra già fragile democrazia buttando il bambino insieme all’acqua sporca. È appena il caso di rammentare che l’Assemblea Costituente del 1947 decise, sulla base di un criterio di proporzionalità, che si dovesse eleggere un deputato ogni 80.000 abitanti, non uno ogni 150.000.
L’equazione stabilita da padri e madri costituenti fu più deputati = più democrazia. Ed avevano ragione: ad una drastica riduzione del numero di rappresentanti corrisponderebbe un altrettanto drastico restringimento della base democratica.
Di certo, un responso referendario del genere segnerebbe un ulteriore regresso in un paese, qual è il nostro, già a corto di democrazia sostanziale.
Per questo #iovotono.
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