Cavaliere bianco cercasi per l'ex Ilva di Taranto. E rispunta il nome di Giovanni Arvedi per un futuro alternativo (alla chiusura) della fu più grande fabbrica d'Europa.
A fare il nome del cavaliere di Cremona è Il Giornale, che scrive di un possibile piano segreto che coinvolgerebbe - al condizionale - il nome forse più importante attualmente della siderurgia italiana. Ma l'Ilva di Arvedi, se mai ci sarà, avrà un volto molto diverso da quella attuale - e molti meno lavoratori, anche.
"Un piano lacrime e sangue che potrebbe essere accolto dal governo come ultima spiaggia nel caso in cui i pretendenti stranieri si defilassero o avanzassero pretese irricevibili. Il Cavaliere Giovanni Arvedi sarebbe al momento l'unico soggetto italiano che - secondo quanto appreso dal Giornale - avrebbe messo a punto una sorta di salvagente industriale", scrive Sofia Fraschini. "Un progetto" si legge ancora"che non prevede la continuità degli attuali altoforni, ma solo la realizzazione dei due nuovi forni elettrici.
La chiusura dei vecchi altoforni prevederebbe una fase transitoria in cui mettere in cassa integrazione tutti i lavoratori, la realizzazione in 3-5 anni dei nuovi altoforni elettrici, e una ripartenza light con una produzione fino a 4-6 milioni di tonnellate massime di acciaio l'anno, reintegrando parte dei lavoratori (massimo 2-4mila lavoratori).
Per gli altri dipendenti si starebbe studiando, al netto di scivoli e pre-pensionamenti, una redistribuzione tra le varie aziende pubbliche e/o partecipate dallo Stato o su progetti alternativi che riguardano le aree libere a Taranto, quanto a Genova".
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/09/2024
L’impero siderurgico Arvedi, da Cremona a Terni. Tra inquinamento e proteste
Gli impianti insistono in zone già duramente provate dagli impatti ambientali e non solo, con una situazione sanitaria critica. Il nostro viaggio dalla Lombardia all’Umbria, incontrando residenti, medici e ambientalisti, che denunciano da anni situazioni ormai insostenibili. Tra gli ultimi sviluppi, il caso delle scorie radioattive inviate in Sardegna
Il Gruppo Arvedi, colosso italiano della siderurgia, produce e trasforma oltre cinque milioni di tonnellate l’anno di acciaio e nel 2023 ha registrato un fatturato di sette miliardi di euro. Nonostante utilizzi solo forni elettrici e non altoforni a carbone (come l’Ilva di Taranto), le criticità ambientali lamentate da chi vive vicino ai suoi impianti, a Cremona come a Terni, sono numerose.
Il nostro viaggio inizia proprio dall’acciaieria cremonese, che si sviluppa tra Spinadesco e la frazione di Cavatigozzi (CR), lungo la riva sinistra del canale Pizzighettone. Nella città del violino occuparsi in modo critico dell’acciaieria non è semplice. Il magnate Giovanni Arvedi, con un patrimonio personale stimato in 1,8 miliardi di euro, supporta il museo del violino, la squadra di calcio della Cremonese (42 milioni di euro nel 2023), le squadre di atletica e ciclismo, l’Università del Sacro Cuore e l’ateneo Santa Monica, sua è la casa di riposo “Giovanni e Luciana Arvedi”, senza dimenticare i giornali locali e la tv locale Cremona 1.
“Iniziammo con una petizione firmata nel 2004 da 96 persone residenti per chiedere al sindaco di Cremona se tra i rifiuti e le polveri prodotte dall’acciaieria fosse presente anche la diossina – ricordano alcuni ex residenti di Cavatigozzi –. Dopo poche settimane ci trovammo a casa lettere di diffida e pretese di scusa dal pool di avvocati di Arvedi. Molti si spaventarono, pochi di noi andarono avanti, con ricorsi contro l’ampliamento dell’acciaieria e contro la nuova discarica”.
A settembre 2019 dopo il terzo incidente in pochi mesi, il sindacato UGL attaccò duramente l’azienda per mancanza di sicurezza, lamentando che “chi tenta di far uscire una piccola parola viene immediatamente licenziato”.
A Cavatigozzi, a poche centinaia di metri dalle prime case, sorge una discarica di rottami a cielo aperto, autorizzata nel 2020. “In realtà l’autorizzazione era per un deposito temporaneo coperto ma da allora ha sempre lavorato in deroga – dice Paolo Galante, ex residente della zona che non abita più lì per disperazione –. Ogni giorno polvere, rumori, e paura di ammalarsi. Arvedi si era impegnato a ricoprire il deposito ma non l’ha mai fatto. Dopo anni di proteste inascoltate, chi poteva se n’è andato”.
A Crotta d’Adda, a otto chilometri dell’acciaieria di Cremona, sulla sponda del Canale e a poche centinaia di metri dalle anse dell’Adda, sorge un’altra grande discarica a cielo aperto di 86.900 metri quadrati e oltre un milione di metri cubi di scorie dell’acciaieria, vicino a campi coltivati e allevamenti.
A maggio 2024 otto container su venti, provenienti dalla Arvedi di Cremona, avviati allo stabilimento di Portovesme, in Sardegna, sono stati bloccati nel porto di Cagliari per la presenza di cesio-137, una sostanza radioattiva. Stando alle dichiarazioni ufficiali, il portale radiometrico per i materiali in ingresso all’acciaieria aveva sempre funzionato regolarmente e non aveva mai rilevato alcuna radioattività.
“I materiali radioattivi in entrata sono schermati in contenitori a parete di piombo –spiega Edoardo Bai, medico di Isde, Medici per l’Ambiente –. Ma nei forni il piombo fonde. Per questo, fin dal 1997 in Regione Lombardia vige un’ordinanza che impone che i controlli radiometrici vengano effettuati anche in uscita dallo stabilimento. Arvedi ha fatto questi controlli anche in uscita?”.
Varie interrogazioni regionali e comunali hanno cercato di far luce sull’evento. “Se questi container torneranno a Cremona, dove saranno stoccati? – si domanda Paola Tacchini, consigliera comunale del Movimento 5 Stelle –. E perché l’Osservatorio attività metallurgiche creato anni fa, che riuniva vari soggetti, comitati compresi, non si è più riunito?”.
Ezio Corradi, storico attivista ambientale, ricorda di aver segnalato camion scoperti e fumanti sul percorso dall’acciaieria ai siti di stoccaggio. “Quale sarà il livello di contaminazione dei terreni tutt’intorno l’acciaieria?”, incalza. Intanto pende la richiesta per una nuova discarica di scorie (non pericolose) poco lontano, nell’ex cava di Grumello, dove dal 2010 al 2013 furono illegalmente smaltiti rifiuti edili dal precedente proprietario. “Siamo già pieni di discariche, polveri e inquinamento, non si può più aggiungere altro”, protestano esasperati i residenti.
Cremona anche quest’anno si conferma la città più inquinata d’Italia e tra le peggiori in Europa, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (2024), per le numerose fonti emissive. All’acciaieria, infatti, si aggiunge l’inceneritore di rifiuti, le centrali a biomassa, l’autostrada, e altro ancora.
Uno studio epidemiologico preliminare nel 2019 firmato dal dottor Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico della Ats Val Padana, aveva evidenziato un’incidenza di patologie respiratorie del 13 per cento più alta a Cremona rispetto ad altri Comuni della zona meno esposti, un eccesso di mortalità per il tumore del polmone del 17 per cento, e un eccesso del 23 per cento di casi di leucemia. Lo studio epidemiologico doveva andare avanti, per trovare la connessione tra malattie e inquinanti e accertare le cause di tanti tumori, ma venne bloccato e Paolo Ricci andò in pensione anticipata.
La seconda fase dello studio epidemiologico resa pubblica nell’ottobre 2023 dalla Ats Val padana ha messo in evidenza l’aumento dell’asma tra i bambini tra i sei e gli undici anni nel decennio 2010-2019. Secondo Ricci, però, “l’obiettivo originario dell’indagine epidemiologica, cioè la valutazione di impatto sanitario delle emissioni industriali, è purtroppo uscito dall’orizzonte del nuovo studio, che non ha identificato l’area di ricaduta delle principali emissioni industriali, né quantificato il peso della esposizione aggiuntiva di chi vive nella zona industriale rispetto all’inquinamento di fondo della Val Padana”.
Nel 2022 l’impero di Arvedi ha raggiunto anche Terni, rilevando l’85% dell’acciaieria Ast (Acciai speciali di Terni) dalla ThyssenKrupp. Nei quartieri di Prisciano e Borgo Bovio una coltre di pulviscolo bianco, aggressivo e corrosivo, ricopre ogni cosa. Anche gli alberi sono bianchi e svettano scheletrici ai lati della strada. Dalle scale alle auto, dai cartelli stradali alle siepi: “L’acqua non lava questa polvere, solo con l’acido se ne va. Qui da noi è perfino impossibile installare pannelli fotovoltaici, dopo poco sono oscurati dalla polvere e non funzionano più”.
Dal 2016 a Prisciano c’è il divieto di coltivare e di allevare animali all’aperto. “Questa polvere è causata dal processo di ‘scorificazione’ che consiste nel gettare calce sopra l’acciaio fuso per assorbire le impurità, la calce liquida ricca di impurità viene quindi portata nella rampa scorie e buttata per terra, così si crea una corrente ascensionale che raffreddandosi genera nuvole di polvere basica e ricca di metalli pesanti, tra cui nichel e cromo, che trasportata dai venti ricade sulle abitazioni. Questo avviene circa una volta all’ora”, spiega un ex dipendente.
L’ex assessore all’Ambiente del Comune di Terni, Mascia Aniello (Alternativa Popolare), dimessasi nel giugno 2024, ha presentato vari esposti alla magistratura e non usa mezzi termini: “È un sistema inaccettabile e Arvedi è l’ennesima multinazionale, dopo ThyssenKrupp, che si stabilisce nel nostro territorio già martoriato. Oltre alle polveri bianche che cadono dal cielo, a terra ci sono 330mila metri quadrati di discariche asservite al siderurgico, con colline artificiali alte 80 metri e valutazioni di impatto ambientale vecchie di vent’anni. Nei decenni sono state interrate scorie e fanghi tossici, contaminate le falde con metalli pesanti e cromo esavalente. Siamo un’area Sin mai bonificata. Mi sono dimessa opponendomi a una nuova ennesima discarica”.
Nel frattempo, a marzo 2024 si è costituito il comitato dei cittadini di Prisciano. “Secondo la stessa Arpa – spiegano – le emissioni di nichel nell’aria sono raddoppiate negli ultimi tre anni. A questo si aggiunge un odore acre e sgradevole, di plastica bruciata, che deriva, su ammissione dei dirigenti Ast, dagli pneumatici dei mezzi che passano sopra le scorie in raffreddamento. Chiediamo centraline per rilevare diossina e altri inquinanti ma le risposte sono insoddisfacenti”.
Anche le misure tampone prescritte nell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), cioè bagnare i piazzali e le strade, non ottengono i risultati sperati. “Da anni siamo sepolti dalle polveri e la terra trema sotto ai nostri piedi, a causa della triturazione delle scorie nere (destinate ad essere riutilizzate da aziende di calcestruzzo, ndr) – sospira un’anziana signora che abita vicino all’acciaieria, mostrando la sua casa piena di crepe –. Non si può più vivere così”.
Nella Conca ternana come a Cremona la situazione sanitaria è critica. Il rapporto Sentieri 2023 dell’Istituto Superiore di Sanità aveva evidenziato la presenza di un eccesso di tumori tra bambini e giovani e un eccesso di mortalità nella popolazione in tutta la Conca rispetto al resto dell’Umbria.
I cittadini chiedono ora uno studio che approfondisca la correlazione tra emissioni dell’impianto siderurgico e le malattie dei quartieri più esposti. Nel frattempo Arvedi-Ast ha annunciato che entro agosto 2025 saranno costruiti capannoni dove confinare le scorie bianche, promettendo così di ridurre le emissioni delle polveri e del nichel del 30%. Ma secondo Mascia Aniello non può essere sufficiente: “Parte della produzione deve essere sospesa, questo territorio ha già dato”.
Fonte
26/03/2020
Arvedi - L'Ilva di Cremona
Il decreto restrittivo “a maglie larghe” sulla produzione industriale, nonostante i quasi 7000 morti con il nuovo record giornaliero di 743 vittime, (di cui oltre 400 solo in Lombardia) permette, oltre ai prodotti essenziali in campo alimentare ed energetico, la “fabbricazione di articoli tessili tecnici ed industriali, articoli in gomma e in materie plastiche, prodotti chimici, prodotti refrattari, di alluminio e semilavorati” (fonte Contropiano) senza alcuna specifica che richiami l’emergenza dell’epidemia, come ad esempio i guanti in lattice, i respiratori e i gel alcolici per disinfettare le mani o similari.
Specifiche richieste invece in Brasile, dove il ministro della Salute Mandetta ha pungolato gli industriali a concentrarsi su queste particolari produzioni e non altre, per limitare gli assembramenti in fabbrica, laddove la produzione in linea generalizzata non consente di rispettare quelle distanze di sicurezza necessarie ad evitare la diffusione del contagio, come la strage reiterata nel Lombardo-Veneto dimostra nel quotidiano.
Non solo: il ministro brasiliano ha ricordato che la collaborazione della sanità privata è fondamentale, potendo questa disporre di maggiori finanze e macchinari ultramoderni, ai fini di evitare il collasso del servizio pubblico, già stremato dalla diffusione del virus, che dai 25 casi iniziali di due settimane fa, ha oltrepassato i duemila, anche se i decessi accertati sono per ora circoscritti piucche altro a São Paulo e Rio de Janeiro.
Purtroppo l’irresponsabile dichiarazione di Bolsonaro di due giorni fa a reti unificate, che ha sconfessato il suo ministro minimizzando la pandemia, rischia di vanificare un lavoro fino ad ora encomiabile.
In Italia, oltre a non disturbare con dichiarazioni “imbarazzanti” i baroni delle cliniche, sì continua invece a calcare la mano sugli spostamenti dei cittadini, che con il novello modulo – ancora una volta modificato in corsa – adesso devono specificare il domicilio oltre che la residenza, indicando da dove lo spostamento è cominciato e la destinazione finale, pena sanzioni fino a 4.000 euro, che servono comunque a far cassa in questo periodo di crisi estrema.
Eppure, tanta rigidità non ha mai trovato riscontro nelle regole violate allegramente dai colossi lombardi, specie nel settore siderurgico, in un quadro di corruzione a 360° che ha coinvolto tutto e tutti, specie in alcuni Comuni della Lombardia.
Arvedi, beneficenza a rendere
Giovanni Arvedi: 83 anni, imprenditore nel settore dell’acciaio, ma soprattutto, specialista in salvataggi.
Salvataggi a buon rendere, ovviamente.
Inizia a metà anni ’80 acquisendo Dalmine, un gruppo in difficoltà che “salva” acquisendo così ben tre acciaierie, in cambio della sua Celestri.
In pratica, un abile scambio di quote azionarie, tre fustini di detersivo al posto di uno, parafrasando una vecchia pubblicità dell’epoca. Una delle tre nuove acciaierie, denominata Arinox, diventa la prima produttrice di nastri di acciaio inossidabile di precisione. E gli utili di Arvedi decollano.
Sempre in quegli anni Giovanni il Salvatore tira fuori dal letame il gruppo Rizzoli e il suo fiore all’occhiello Corriere Della Sera, evitando così la sua chiusura fallimentare.
In cambio di 140 miliardi di lire diventa azionista del gruppo con il 12% di quote, ritagliandosi anche l’aureola di Capitano Coraggioso controcorrente.
Il suo prestigio industriale aumenta.
Sfruttando gli utili dei suoi nastri, nel 2007 salva la Cremonese dalla bancarotta affidandola a un nome di prestigio quale lo scomparso Emiliano Mondonico.
Questa abile mossa gli consente in pratica di prendere in consegna le chiavi della città, e da quel momento da Salvatore sale di grado, diventando il Grande Benefattore di Cremona. Nel 2011 apre il Centro Sportivo giovanile targato Arvedi, soprannominato Cittadella dello Sport.
Nel 2013 inaugura il Museo del Violino e parte il restauro di Piazza Marconi, tutto finanziato dall’imprenditore.
Nel frattempo scoppiano le prime grane: Sinistra Ecologia e Libertà accusa Arvedi di aver seppellito sotto i terreni del Centro rifiuti tossici dell’acciaieria, “cioè scarti di produzione delle acciaierie con elevate concentrazioni di metalli pesanti, diossine e altri componenti pericolosi per la salute che se non adeguatamente trattati e inertizzati, potrebbero disperdersi nell’ambiente e nella sottostante falda acquifera con immaginabili conseguenze per la salute dei cittadini”.
Il “mecenate” forte ormai della sua posizione, non nega il fatto, ma contesta l’accusa di pericolosità esibendo analisi di parte che dichiarano inerti i detriti sotterrati. Intanto una TV locale esce con un servizio intitolato La discarica dello sport.
Controllo dei media
A questo punto Arvedi ha la grande intuizione: seguendo l’esempio del Silvio Nazionale, capisce che per tacitare il dissenso, deve assumere il controllo dell’informazione locale. Così facendo, eviterebbe che i grossi quotidiani attingano da fonti a lui ostili proprio a Cremona.
Detto fatto: sempre nel 2013 compra La Provincia, il quotidiano della città, diventa poi editore del settimanale Mondo Padano dando inizio alle trasmissioni di Cremona TV. Da allora, una cortina di silenzio cala sull’operato dell’acciaieria, che continua la sua attività senza andare troppo per il sottile. Fin quando l’anno scorso FanPage scopre che il Re è nudo: un’indagine dell’ATF (Agenzia Tutela Salute) rende noti dati raccapriccianti fino ad allora tenuti nascosti: Cremona detiene il record in Val Padana di tumori e malattie respiratorie: aumento del 14 per cento delle ospedalizzazioni per patologie polmonari e del 33 per cento nei comuni limitrofi; rischio di tumore al polmone più alto del 7 per cento in città; mortalità per tumore al polmone più alta del 17 per cento nell’hinterland. Aumento del 23% delle leucemie nella città, e addirittura dell’81% in provincia. Milioni di metri cubi di emissioni concentrate in un territorio di pochi chilometri quadrati dove convivono impianti ad alto impatto inquinante.
Una polvere metallica che si accumula giorno dopo giorno su case, tetti e finestre, come avviene a Taranto da decenni, nei territori prospicienti ILVA.
I maggiori responsabili sono individuati nell’inceneritore di Cremona con le sue 71.000 tonnellate annue di rifiuti, nell’autostrada Cremona-Brescia, e ovviamente in Arvedi, che fa la parte del leone, occupando con le discariche interne una superficie di 457 mila metri quadrati; per cui avrebbe una portata di circa 5,6 milioni di nmc (normal metri cubi) immessi nell’atmosfera. A ciò si aggiunge Arvedi Area Nord e Arvedi Tubi Acciaio, in totale circa 866.000 nmc/ora.
Già 3 anni prima El Patrón aveva subìto un incidente di percorso a Trieste, quando la Procura aveva aperto un fascicolo sulla Siderurgica Triestina, la fabbrica rilevata da Arvedi dopo uno dei suoi innumerevoli “salvataggi”.
In quella circostanza, la magistratura aveva raccolto le denunce dei cittadini, ignorate costantemente a Cremona, che lamentavano polveri tossiche e fumi neri emessi dalle ciminiere degli altiforni.
L’imprenditore si era difeso, scaricando il barile sulla passata amministrazione, ma il ripetersi a casa propria di tali scocciature lo preoccupava non poco.
Il salvataggio eccellente
Tuttavia, se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, essendo cieca molto più spesso lo fa con i furbacchioni: difatti a fine 2019, offre ad Arvedi la grande chance su un vassoio d’oro. La trattativa per salvare ILVA a Taranto, e trattenere gli indiani riottosi di Arcelor Mittal, limitando così i 4700 esuberi di manodopera minacciati dalla multinazionale, sembra essersi ormai arenata. Lo Stato deve ricorrere a Snam e Cassa Depositi e Prestiti per evitare la frittata, ma a causa della procedura d’infrazione prevista dall’Unione Europea in caso di eccesso di intervento statale, serve comunque un partner privato per completare la fusione.
Stavolta quindi non si tratta di salvare una società privata, ma addirittura il governo italiano! Un occasione imperdibile.
Tecnicamente Arvedi è più avanti degli indiani, utilizzando il gas al posto del carbone e possedendo il know-how per la costruzione di un forno elettrico, al fine di sostituire l’obsoleto Altoforno 2 che una volta spento, è inutilizzabile, mentre con quello elettrico la procedura è fattibile senza rovinare la meccanica dello stesso e risparmiando energia. Trattativa tuttora in corso, che concede al miliardario cremonese una cambiale in bianco da riscuotere, assicurandogli l’impunità totale per gli abusi compiuti a casa sua.
Nel frattempo scoppia la pandemia da coronavirus, che guarda caso miete le vittime maggiori proprio nel triangolo lombardo, Bergamo Brescia e Cremona per l’appunto, dove la concentrazione di fabbriche inquinanti è maggiore: a Cremona “eccelle” il colosso siderurgico e la multinazionale Bosch, mentre nel bergamasco la fanno da padroni Persico spa, Polini Motori e Cartiera Pigna.
Le zone rosse mai fatte rispettare da un esecutivo non più capace di imporsi, fanno sì che i gruppi sopracitati continuino a lavorare, pur se a ranghi ridotti, falcidiati da assenze e malattie.
E intanto la gente muore come le mosche.
Grida di dolore inascoltate
Secondo le testimonianze raccolte a Cremona e provincia in questi giorni, da parte di operai dell’acciaieria e di comuni cittadini, mancano i tamponi negli ospedali, scarseggia l’ossigeno, e molti anziani positivi con polmoniti interstiziali bilaterali vengono rispediti a casa per mancanza di posti. Dalla linea di produzione le confessioni più inquietanti: Arvedi ha 2000 dipendenti, con più morti sul lavoro ogni anno per la mancata applicazione delle procedure di sicurezza, oltre al disprezzo per le norme anti inquinamento.
Il titolare avrebbe più volte ricattato i Comuni del cremonese, minacciando licenziamenti o trasferimento all’estero dell’indotto, in caso di limitazioni di orario.
Il Sindaco sarebbe stato oggetto di continue irruzioni nei giorni passati, con scenate per evitare rallentamenti dei ritmi lavorativi. Operai riferiscono di colleghi positivi al virus, la cui quarantena è stata negata dall’azienda con telefonate a casa, impedendo loro di richiedere il tampone.
I giornali riportarono che il 1°contagiato di Codogno era operaio dell’acciaieria, ma il titolare smentì.
Intanto ecco un paio di link che confermano gli incidenti mortali sul lavoro nel 2019:
https://milano.corriere.it/19_aprile_19/cremona-incidente-acciaieria-arvedi-morto-lavoro-operaio-28-anni-a88ea48a-62ba-11e9-a7fc-361228882fb7.shtml
https://milano.fanpage.it/cremona-incidente-sul-lavoro-alle-acciaierie-arvedi-trave-cade-su-una-gru-schiacciati-due-operai/
E poi un link a conferma dei contagi avvenuti all’interno della linea di produzione:
https://www.glonaabot.it/articoli-correlati/coronapo’virus-due-contagiati-accertati-in-provincia-di-cremona
Arvedi continua tuttora a produrre in palese violazione dell’ultimo pur generoso decreto, in particolare nel passaggio che riguarda le filiere di produzione da affiancare agli alimenti e ai carburanti. Difatti l’acciaio non appartiene alla categoria dei semilavorati non ferrosi, di cui fanno invece parte alluminio, rame, ottone, nickel, titanio, zinco e piombo, oltre a platino, oro e argento. Non solo: non esiste neanche una giustificazione di carattere tecnico legata al mantenimento della funzionalità degli impianti, in quanto, come già scritto poc’anzi, i forni Arvedi sono elettrici, per cui il loro spegnimento temporaneo non comporta alcun danno.
Attualmente l’acciaieria è in sovrapproduzione. Per cui l’insistenza a tenere aperta la fabbrica, oltre che criminale, è anche controproducente.
(Flavio Bacchetta – produzione riservata)
NB: Ringrazio gli operai che con le loro testimonianze hanno consentito l’approfondimento di questa storia. Le mie condoglianze alle famiglie dei loro colleghi caduti sul lavoro (f.b.)
Fonte
Specifiche richieste invece in Brasile, dove il ministro della Salute Mandetta ha pungolato gli industriali a concentrarsi su queste particolari produzioni e non altre, per limitare gli assembramenti in fabbrica, laddove la produzione in linea generalizzata non consente di rispettare quelle distanze di sicurezza necessarie ad evitare la diffusione del contagio, come la strage reiterata nel Lombardo-Veneto dimostra nel quotidiano.
Non solo: il ministro brasiliano ha ricordato che la collaborazione della sanità privata è fondamentale, potendo questa disporre di maggiori finanze e macchinari ultramoderni, ai fini di evitare il collasso del servizio pubblico, già stremato dalla diffusione del virus, che dai 25 casi iniziali di due settimane fa, ha oltrepassato i duemila, anche se i decessi accertati sono per ora circoscritti piucche altro a São Paulo e Rio de Janeiro.
Purtroppo l’irresponsabile dichiarazione di Bolsonaro di due giorni fa a reti unificate, che ha sconfessato il suo ministro minimizzando la pandemia, rischia di vanificare un lavoro fino ad ora encomiabile.
In Italia, oltre a non disturbare con dichiarazioni “imbarazzanti” i baroni delle cliniche, sì continua invece a calcare la mano sugli spostamenti dei cittadini, che con il novello modulo – ancora una volta modificato in corsa – adesso devono specificare il domicilio oltre che la residenza, indicando da dove lo spostamento è cominciato e la destinazione finale, pena sanzioni fino a 4.000 euro, che servono comunque a far cassa in questo periodo di crisi estrema.
Eppure, tanta rigidità non ha mai trovato riscontro nelle regole violate allegramente dai colossi lombardi, specie nel settore siderurgico, in un quadro di corruzione a 360° che ha coinvolto tutto e tutti, specie in alcuni Comuni della Lombardia.
Arvedi, beneficenza a rendere
Giovanni Arvedi: 83 anni, imprenditore nel settore dell’acciaio, ma soprattutto, specialista in salvataggi.
Salvataggi a buon rendere, ovviamente.
Inizia a metà anni ’80 acquisendo Dalmine, un gruppo in difficoltà che “salva” acquisendo così ben tre acciaierie, in cambio della sua Celestri.
In pratica, un abile scambio di quote azionarie, tre fustini di detersivo al posto di uno, parafrasando una vecchia pubblicità dell’epoca. Una delle tre nuove acciaierie, denominata Arinox, diventa la prima produttrice di nastri di acciaio inossidabile di precisione. E gli utili di Arvedi decollano.
Sempre in quegli anni Giovanni il Salvatore tira fuori dal letame il gruppo Rizzoli e il suo fiore all’occhiello Corriere Della Sera, evitando così la sua chiusura fallimentare.
In cambio di 140 miliardi di lire diventa azionista del gruppo con il 12% di quote, ritagliandosi anche l’aureola di Capitano Coraggioso controcorrente.
Il suo prestigio industriale aumenta.
Sfruttando gli utili dei suoi nastri, nel 2007 salva la Cremonese dalla bancarotta affidandola a un nome di prestigio quale lo scomparso Emiliano Mondonico.
Questa abile mossa gli consente in pratica di prendere in consegna le chiavi della città, e da quel momento da Salvatore sale di grado, diventando il Grande Benefattore di Cremona. Nel 2011 apre il Centro Sportivo giovanile targato Arvedi, soprannominato Cittadella dello Sport.
Nel 2013 inaugura il Museo del Violino e parte il restauro di Piazza Marconi, tutto finanziato dall’imprenditore.
Nel frattempo scoppiano le prime grane: Sinistra Ecologia e Libertà accusa Arvedi di aver seppellito sotto i terreni del Centro rifiuti tossici dell’acciaieria, “cioè scarti di produzione delle acciaierie con elevate concentrazioni di metalli pesanti, diossine e altri componenti pericolosi per la salute che se non adeguatamente trattati e inertizzati, potrebbero disperdersi nell’ambiente e nella sottostante falda acquifera con immaginabili conseguenze per la salute dei cittadini”.
Il “mecenate” forte ormai della sua posizione, non nega il fatto, ma contesta l’accusa di pericolosità esibendo analisi di parte che dichiarano inerti i detriti sotterrati. Intanto una TV locale esce con un servizio intitolato La discarica dello sport.
Controllo dei media
A questo punto Arvedi ha la grande intuizione: seguendo l’esempio del Silvio Nazionale, capisce che per tacitare il dissenso, deve assumere il controllo dell’informazione locale. Così facendo, eviterebbe che i grossi quotidiani attingano da fonti a lui ostili proprio a Cremona.
Detto fatto: sempre nel 2013 compra La Provincia, il quotidiano della città, diventa poi editore del settimanale Mondo Padano dando inizio alle trasmissioni di Cremona TV. Da allora, una cortina di silenzio cala sull’operato dell’acciaieria, che continua la sua attività senza andare troppo per il sottile. Fin quando l’anno scorso FanPage scopre che il Re è nudo: un’indagine dell’ATF (Agenzia Tutela Salute) rende noti dati raccapriccianti fino ad allora tenuti nascosti: Cremona detiene il record in Val Padana di tumori e malattie respiratorie: aumento del 14 per cento delle ospedalizzazioni per patologie polmonari e del 33 per cento nei comuni limitrofi; rischio di tumore al polmone più alto del 7 per cento in città; mortalità per tumore al polmone più alta del 17 per cento nell’hinterland. Aumento del 23% delle leucemie nella città, e addirittura dell’81% in provincia. Milioni di metri cubi di emissioni concentrate in un territorio di pochi chilometri quadrati dove convivono impianti ad alto impatto inquinante.
Una polvere metallica che si accumula giorno dopo giorno su case, tetti e finestre, come avviene a Taranto da decenni, nei territori prospicienti ILVA.
I maggiori responsabili sono individuati nell’inceneritore di Cremona con le sue 71.000 tonnellate annue di rifiuti, nell’autostrada Cremona-Brescia, e ovviamente in Arvedi, che fa la parte del leone, occupando con le discariche interne una superficie di 457 mila metri quadrati; per cui avrebbe una portata di circa 5,6 milioni di nmc (normal metri cubi) immessi nell’atmosfera. A ciò si aggiunge Arvedi Area Nord e Arvedi Tubi Acciaio, in totale circa 866.000 nmc/ora.
Già 3 anni prima El Patrón aveva subìto un incidente di percorso a Trieste, quando la Procura aveva aperto un fascicolo sulla Siderurgica Triestina, la fabbrica rilevata da Arvedi dopo uno dei suoi innumerevoli “salvataggi”.
In quella circostanza, la magistratura aveva raccolto le denunce dei cittadini, ignorate costantemente a Cremona, che lamentavano polveri tossiche e fumi neri emessi dalle ciminiere degli altiforni.
L’imprenditore si era difeso, scaricando il barile sulla passata amministrazione, ma il ripetersi a casa propria di tali scocciature lo preoccupava non poco.
Il salvataggio eccellente
Tuttavia, se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, essendo cieca molto più spesso lo fa con i furbacchioni: difatti a fine 2019, offre ad Arvedi la grande chance su un vassoio d’oro. La trattativa per salvare ILVA a Taranto, e trattenere gli indiani riottosi di Arcelor Mittal, limitando così i 4700 esuberi di manodopera minacciati dalla multinazionale, sembra essersi ormai arenata. Lo Stato deve ricorrere a Snam e Cassa Depositi e Prestiti per evitare la frittata, ma a causa della procedura d’infrazione prevista dall’Unione Europea in caso di eccesso di intervento statale, serve comunque un partner privato per completare la fusione.
Stavolta quindi non si tratta di salvare una società privata, ma addirittura il governo italiano! Un occasione imperdibile.
Tecnicamente Arvedi è più avanti degli indiani, utilizzando il gas al posto del carbone e possedendo il know-how per la costruzione di un forno elettrico, al fine di sostituire l’obsoleto Altoforno 2 che una volta spento, è inutilizzabile, mentre con quello elettrico la procedura è fattibile senza rovinare la meccanica dello stesso e risparmiando energia. Trattativa tuttora in corso, che concede al miliardario cremonese una cambiale in bianco da riscuotere, assicurandogli l’impunità totale per gli abusi compiuti a casa sua.
Nel frattempo scoppia la pandemia da coronavirus, che guarda caso miete le vittime maggiori proprio nel triangolo lombardo, Bergamo Brescia e Cremona per l’appunto, dove la concentrazione di fabbriche inquinanti è maggiore: a Cremona “eccelle” il colosso siderurgico e la multinazionale Bosch, mentre nel bergamasco la fanno da padroni Persico spa, Polini Motori e Cartiera Pigna.
Le zone rosse mai fatte rispettare da un esecutivo non più capace di imporsi, fanno sì che i gruppi sopracitati continuino a lavorare, pur se a ranghi ridotti, falcidiati da assenze e malattie.
E intanto la gente muore come le mosche.
Grida di dolore inascoltate
Secondo le testimonianze raccolte a Cremona e provincia in questi giorni, da parte di operai dell’acciaieria e di comuni cittadini, mancano i tamponi negli ospedali, scarseggia l’ossigeno, e molti anziani positivi con polmoniti interstiziali bilaterali vengono rispediti a casa per mancanza di posti. Dalla linea di produzione le confessioni più inquietanti: Arvedi ha 2000 dipendenti, con più morti sul lavoro ogni anno per la mancata applicazione delle procedure di sicurezza, oltre al disprezzo per le norme anti inquinamento.
Il titolare avrebbe più volte ricattato i Comuni del cremonese, minacciando licenziamenti o trasferimento all’estero dell’indotto, in caso di limitazioni di orario.
Il Sindaco sarebbe stato oggetto di continue irruzioni nei giorni passati, con scenate per evitare rallentamenti dei ritmi lavorativi. Operai riferiscono di colleghi positivi al virus, la cui quarantena è stata negata dall’azienda con telefonate a casa, impedendo loro di richiedere il tampone.
I giornali riportarono che il 1°contagiato di Codogno era operaio dell’acciaieria, ma il titolare smentì.
Intanto ecco un paio di link che confermano gli incidenti mortali sul lavoro nel 2019:
https://milano.corriere.it/19_aprile_19/cremona-incidente-acciaieria-arvedi-morto-lavoro-operaio-28-anni-a88ea48a-62ba-11e9-a7fc-361228882fb7.shtml
https://milano.fanpage.it/cremona-incidente-sul-lavoro-alle-acciaierie-arvedi-trave-cade-su-una-gru-schiacciati-due-operai/
E poi un link a conferma dei contagi avvenuti all’interno della linea di produzione:
https://www.glonaabot.it/articoli-correlati/coronapo’virus-due-contagiati-accertati-in-provincia-di-cremona
Arvedi continua tuttora a produrre in palese violazione dell’ultimo pur generoso decreto, in particolare nel passaggio che riguarda le filiere di produzione da affiancare agli alimenti e ai carburanti. Difatti l’acciaio non appartiene alla categoria dei semilavorati non ferrosi, di cui fanno invece parte alluminio, rame, ottone, nickel, titanio, zinco e piombo, oltre a platino, oro e argento. Non solo: non esiste neanche una giustificazione di carattere tecnico legata al mantenimento della funzionalità degli impianti, in quanto, come già scritto poc’anzi, i forni Arvedi sono elettrici, per cui il loro spegnimento temporaneo non comporta alcun danno.
Attualmente l’acciaieria è in sovrapproduzione. Per cui l’insistenza a tenere aperta la fabbrica, oltre che criminale, è anche controproducente.
(Flavio Bacchetta – produzione riservata)
NB: Ringrazio gli operai che con le loro testimonianze hanno consentito l’approfondimento di questa storia. Le mie condoglianze alle famiglie dei loro colleghi caduti sul lavoro (f.b.)
Fonte
25/11/2019
Cuori d’acciaio/2 - I fantasmi delle Ferriere di Trieste
“La ghisa la compreremo dai cinesi”. È stata annunciata a settembre la chiusura delle Ferriere di Servola (Trieste) di proprietà della Arvedi, il terzo gruppo siderurgico in Italia per fatturato.
A rischio ci sono 550 posti di lavoro tra la fabbrica e il suo indotto. La proprietà ha dichiarato a settembre che: “La produzione dell’area a caldo, per quanto ci riguarda, dovrà fermarsi nel più breve tempo possibile. È doveroso e responsabile considerare i rischi sulla sicurezza dei lavoratori e l’impatto ambientale connessi alla gestione di un processo, a ciclo integrale, che ha la prospettiva di essere fermato nel prossimo futuro”.
Le Ferriere di Trieste (Servola è il quartiere della città dove sono insediate) nascono austriache nel 1896 e producono ghisa. A tutt’oggi è rimasto l’unico stabilimento che produce esclusivamente ghisa in Italia. Ma forse sarà l’ultimo. “Non servirà più produrre ghisa: la compriamo in Cina e la lavoriamo a Trieste, è chiaro che i lavori pesanti di un’acciaieria li faranno loro a prezzi più bassi” fa sapere Roberto Di Piazza, sindaco di Trieste.
Ci sono i problemi produttivi e del lavoro ma, come a Taranto, anche quelli della salute, sia per chi lavora nelle Ferriere sia per chi ci abita vicino.
L’inquinamento provocato dalle Ferriere di Servola è stato anche il contesto di un romanzo noir di successo – “Il fantasma della Ferriera” di Chiara Bernardoni – la cui trama parte proprio da un omicidio avvenuto dentro la fabbrica. La vittima, è un sindacalista responsabile delle norme sicurezza ma anche il responsabile della cokeria, l’impianto più inquinante della Ferriera.
Secondo i dati rilevati tra il 1995 e il 2007, tra gli operai che hanno lavorato alla Ferriera, gli ammalati di tumore sono molto di più numerosi rispetto alla media della popolazione locale.
All’esterno della fabbrica uno dei problemi, oltre le polveri, si chiama benzo(a)pirene. Il primo punto dell’accordo che consegnerà le Ferriere ad Arvedi era che l’area a caldo (la più inquinante) dovesse essere chiusa qualora i livelli di benzo(a)pirene, un idrocarburo cancerogeno non fossero scesi. Arvedi afferma di averlo fatto.
“La vicenda Servola, purtroppo, è stata per me un’esperienza amara, unica e molto sofferta, mai vissuta prima, malgrado i miei molteplici impegni assunti in sessant’anni di lavoro” – afferma padron Arvedi nel settembre scorso – “Siamo orgogliosi di poter restituire al nostro Paese e alla città di Trieste un sito Sin, totalmente inquinato, ora totalmente risanato e di avere gestito, con i nostri bravi tecnici e operai, il processo di adeguamento e ammodernamento tecnico e strutturale che ora consente di produrre rispettando tutti i valori e parametri fissati dall’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale, ndr), costantemente, frequentemente e giustamente controllati dagli Enti preposti”.
Ma con la chiusura dell’area a caldo, praticamente le Ferriere di Trieste cesseranno di produrre e lo scenario diventerà quello descritto dal sindaco Piazza: “compreremo la ghisa dai cinesi”. Più o meno quello che si prospetta a Taranto. Come si è arrivati a questa situazione?
Nel 1961, come gran parte della siderurgia italiana, le Ferriere di Trieste erano diventate pubbliche confluendo nell’Italsider (di proprietà della società pubblica Finsider). Nel 1982 però lo stabilimento viene ceduto a Attività Industriali Triestine (insieme ad Acciaierie di Terni, sempre del gruppo IRI-Finsider).
Nel 1988 arriva la privatizzazione con la cessione dell’impianto al Gruppo Pittini e diventa Altiforni e Ferriere di Servola – AFS S.p.A. Nel 1993, ci lavorano circa 600 operai, viene commissariata e messa in mano sempre a dei gruppi privati: Lucchini per l’80% e Duferco per il 20%. Dieci anni dopo (2002) chiude l’acciaieria, restano attivi altoforno e cokeria. Ma i soldi arrivano dal pubblico con i fondi Cip6 per la centrale termoelettrica. Nel 2005, come a Piombino, arrivano i russi del gruppo Severstal. Nel 2015 viene rilevata dal gruppo Arvedi che ne è, appunto, l’attuale proprietario.
A settembre la direzione della Arvedi ha inviato una lettera che apre al percorso di dismissione dell’area a caldo ma che rischia di essere l’ennesimo strumento aziendale per far pagare nuovamente ai lavoratori, al soggetto pubblico e alla città di Trieste il costo di un’operazione di cassa da parte dell’azienda. “I posti di lavoro li dovrebbe garantire qualcun altro, ma ulteriori risorse pubbliche andrebbero elargite ancora all’azienda che si sta sganciando dai suoi stessi impegni” denuncia il sindacato Usb.
Il 20 novembre c’è stato il tavolo ministeriale sul futuro delle Ferriere di Trieste in presenza del Ministro Stefano Patuanelli. Ci sono state rassicurazioni in merito alla continuazione del percorso di dismissione dell’area a caldo ad “esuberi zero”. L’Usb presente al tavolo ha riaffermato come sia necessario entrare quanto prima nel merito dei numeri del piano industriale (investimenti organici e situazione aziende in appalto) e nei contenuti del nuovo accordo di programma in via di definizione e che a nostro avviso dovrà dare indicazioni chiare del modo in cui le scelte di Arvedi si andranno ad inserire in una logica di sviluppo complessivo del territorio soprattutto in funzione dell’ambito logistico e portuale. “Infine” – dice il sindacato – “abbiamo rivendicato la necessità di un vero protagonismo delle istituzioni in ambito locale e dello Stato nella governance industriale del paese, con riguardo al settore siderurgico e agli atri settori strategici, richiamando la necessità all’idea di una nuova Iri”.
Produrre quello che serve, produrre pulito, bonificare quanto inquinato, mantenere e magari aumentare l’occupazione. Lasciati alla logica del mercato e degli interessi privati questi fattori vanno in contrasto tra loro.
È evidente allora che è decisiva un’altra logica e fondi che solo lo Stato e/o un soggetto pubblico – che ha come missione il benessere comune e quello dei privati – può assumersi. Come abbiamo visto tutte le soluzioni pasticciate e privatistiche adottate finora hanno solo aggravato la situazione, sia per il lavoro sia per la salute. Il nodo e la soluzione stanno qui.
Prima puntata. Il delitto dell’Italsider di Bagnoli
Fonte
07/09/2019
Arvedi vuole dismettere la Ferriera di Trieste
USB chiede un tavolo di crisi al Mise per l’emergenza occupazionale, ambientale e per le prospettive industriali dello stabilimento siderurgico.
L’Unione Sindacale di Base ha richiesto l’intervento urgente del governo con un tavolo di discussione presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Riteniamo che le ultime dichiarazioni di Arvedi sulla Ferriera di Servola non lascino spazio a interpretazioni sulle reali intenzioni dell’azienda.
Tali dichiarazioni appaiono l’ennesimo tentativo di scaricare su altri le responsabilità di un’azienda che si sta sganciando dai propri impegni e che prova per l’ultima volta a produrre un’operazione di “cassa” sulla pelle dei lavoratori e della città di Trieste.
USB da una parte ritiene sia necessario che l’azienda venga a rispondere delle sue scelte industriali davanti alle istituzioni nazionali. Deve essere chiaro a tutti, che non possiamo condividere un’impostazione per cui l’azienda se ne va con “i soldi in mano” abbandonando un territorio contaminato e centinaia di lavoratori.
Dall’altra deve esserci un impegno straordinario del pubblico per la riappropriazione di questa partita.
Il percorso ormai tracciato sulla dismissione dell’area a caldo, va inserito dentro una discussione che chiarisca quali sono oggi gli scenari di insediamenti industriali finalizzati a nuova occupazione, anche sulla base degli impegni assunti in in merito allo sfruttamento dell’extraterritorialità doganale ai fini manifatturieri della cosidetta “Zona Franca” legata al Porto di Trieste, perché porto e logistica non possono essere di certo la risposta occupazionale a tutto.
Così come è aperta una grande questione ambientale nella città dopo decenni di attività del polo siderurgico.
Di tutto ciò il governo, le istituzioni e gli enti locali devono occuparsi direttamente, impedendo che il privato scarichi sul pubblico i costi sociali ed economici della dismissione.
Infine, per la nostra organizzazione non è sostenibile un’impostazione per cui si tenga separata la discussione tra Acciaierie Arvedi e Siderurgica Triestina. USB pur avendo chiare le prerogative e le garanzie del piano organico dei Porti (riguardanti esclusivamente ST) chiede che la discussione sia affrontata confermando e salvaguardando l’unità del gruppo Arvedi.
Fonte
L’Unione Sindacale di Base ha richiesto l’intervento urgente del governo con un tavolo di discussione presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Riteniamo che le ultime dichiarazioni di Arvedi sulla Ferriera di Servola non lascino spazio a interpretazioni sulle reali intenzioni dell’azienda.
Tali dichiarazioni appaiono l’ennesimo tentativo di scaricare su altri le responsabilità di un’azienda che si sta sganciando dai propri impegni e che prova per l’ultima volta a produrre un’operazione di “cassa” sulla pelle dei lavoratori e della città di Trieste.
USB da una parte ritiene sia necessario che l’azienda venga a rispondere delle sue scelte industriali davanti alle istituzioni nazionali. Deve essere chiaro a tutti, che non possiamo condividere un’impostazione per cui l’azienda se ne va con “i soldi in mano” abbandonando un territorio contaminato e centinaia di lavoratori.
Dall’altra deve esserci un impegno straordinario del pubblico per la riappropriazione di questa partita.
Il percorso ormai tracciato sulla dismissione dell’area a caldo, va inserito dentro una discussione che chiarisca quali sono oggi gli scenari di insediamenti industriali finalizzati a nuova occupazione, anche sulla base degli impegni assunti in in merito allo sfruttamento dell’extraterritorialità doganale ai fini manifatturieri della cosidetta “Zona Franca” legata al Porto di Trieste, perché porto e logistica non possono essere di certo la risposta occupazionale a tutto.
Così come è aperta una grande questione ambientale nella città dopo decenni di attività del polo siderurgico.
Di tutto ciò il governo, le istituzioni e gli enti locali devono occuparsi direttamente, impedendo che il privato scarichi sul pubblico i costi sociali ed economici della dismissione.
Infine, per la nostra organizzazione non è sostenibile un’impostazione per cui si tenga separata la discussione tra Acciaierie Arvedi e Siderurgica Triestina. USB pur avendo chiare le prerogative e le garanzie del piano organico dei Porti (riguardanti esclusivamente ST) chiede che la discussione sia affrontata confermando e salvaguardando l’unità del gruppo Arvedi.
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