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venerdì 21 dicembre 2018

Le relazioni pericolose di Matteo Salvini

La scorsa domenica pomeriggio, all’Arena Gianni Brera di Milano, festa per i 50 anni della curva di San Siro, Matteo Salvini ha abbracciato Luca Lucci, 36enne soprannominato “il Toro”, capo ultrà del Milan.

Incalzato dai giornalisti su quell’incontro immortalato dai fotografi, Salvini ha ironizzato così: “Sono un indagato fra gli indagati”.

A chi gli ha fatto presente che Lucci non era affatto un indagato ma un pregiudicato ha risposto secco: “Lui un pregiudicato? Io mi occupo di quello che accade da domani in avanti. Chi ha sbagliato in passato e ha pagato, spero che non lo rifaccia”, ha spiegato il ministro dell’Interno che poi ha precisato di non essere affatto pentito per quell’abbraccio.

Ma chi è Luca Lucci? Innanzitutto è il “vice“ di Giancarlo “Sandokan” Lombardi, leader della curva sud del Meazza condannato a 3 anni e 8 mesi, coinvolto in un’inchiesta contro il clan mafioso dei “Fidanzati”.

Colpito da tre Daspo, a settembre scorso, Lucci ha patteggiato un anno e mezzo per traffico di sostanze stupefacenti. Il suo nome compare perfino in un agguato di ‘ndrangheta, quando la sua auto fu utilizzata per l’assassino dell’avvocatessa Maria Spinella a Segrate.

Nel febbraio 2009 Lucci fu anche condannato in primo grado a 4 anni e mezzo per aver aggredito e causato la perdita di un occhio a Virgilio Motta, durante il derby di Milano del 15 febbraio 2009. Gli ultras rossoneri avevano srotolato un grosso striscione che non riavvolsero dopo il fischio d’inizio ed impedendo così ai tifosi interisti, situati al primo anello, di vedere la partita.

Dopo una decina di minuti gli interisti della Banda ”Bagaj” (club nerazzurro nato per portare i bambini allo stadio), spazientiti, chiesero di rimuovere lo striscione. Ne venne fuori un diverbio ed i tifosi dell’Inter, esasperati, strapparono un pezzo di striscione per poter vedere la partita. A quel punto partì una spedizione punitiva da parte degli ultrà, capeggiati dal Lucci, verso il primo anello, settore dello stadio occupato da tifosi dell’Inter “normali”, inclusi bambini e famiglie. Nel mezzo del parapiglia Lucci sferrò un pugno in faccia a Virgilio Motta, spappolandogli un bulbo oculare e rendendolo per sempre cieco dall’occhio sinistro.

Per quella violenta aggressione Lucci fu appunto condannato a 4 anni e mezzo di carcere ed a risarcire la vittima dell’aggressione con una provvisionale di 140 mila euro. Tuttavia venne riconosciuto come nullatenente e, pertanto, non versò un quattrino.

In seguito, a causa dell’invalidità procuratagli dal Lucci, il povero Virgilio Motta perse il lavoro, sprofondò in un crisi depressiva ed il 24 maggio 2012 si suicidò, lasciando la moglie e una bambina.

Da Ministro dell’Interno, Salvini non può non sapere chi è Lucci. Salvini non si è affatto “sbagliato” ed è fuori strada chi lo accusa solo di “mancanza di opportunità per il ruolo istituzionale che ricopre” (dichiarazione di Emanuele Fiano, PD).

Salvini sa benissimo cosa c’è dentro e dietro i gruppi organizzati delle curve, che campano sulle creste sui biglietti, sul traffico di stupefacenti e su tanto altro ancora. Salvini sa bene che nelle curve degli stadi di calcio si muovono anche interessi criminali.

La ‘ndrangheta a Torino è riuscita ad inserirsi come «intermediaria e garante nell’ambito del fenomeno del bagarinaggio gestito dagli ultras della Juventus».

A Napoli e a Catania, capi ultras sono «organicamente appartenenti ad associazioni mafiose o ad esse collegate».

Ma anche a Genova «le modalità organizzative e operative degli ultras vengono spesso mutuate da quelle delle associazioni di tipo mafioso».

Sono tutte cose scritte, nero su bianco, nella relazione stilata dalla Commissione Antimafia sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo del calcio.

Ma Salvini sa anche benissimo quanti e quali sono i gruppi fascisti che riempiono, ogni domenica le curve di serie A, B e pure Lega Pro, perché proprio il Ministero dell’interno, nel 2017, ha pubblicato un censimento completo sulle tifoserie nel rapporto dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Dunque, Salvini, sa anche benissimo, che, su circa 300 gruppi censiti, quasi un centinaio sono di destra ed estrema destra.
D’altronde, quello dell’infiltrazione nel tifo calcistico non è un fenomeno recente dal momento che anche il fascismo si infiltrava nelle curve anche durante il Ventennio, perché sapeva che lo sport fa presa sulla gente.

Salvini tutte queste cose le sa e quindi l’abbraccio a Lucci non è stato né un errore, né una leggerezza, né un caso. E tali non sono stati neanche tutti i selfie con i boss e con altri personaggi legati alla criminalità organizzata, che ha collezionato prima di diventare ministro.

Memorabile sul web quello con Salvatore Annacondia detto “Manomozza”, boss “pentito” della mafia pugliese, già affiliato a Cosa Nostra e reo confesso di 72 omicidi.

Ancora rimbomba nell’aria quella definizione “ministro della malavita” che Saviano diede di lui in un video in cui l’autore di “Gomorra” puntava il dito contro le decisioni del Viminale sui sbarchi e migranti, mutuando un’espressione che lo storico Gaetano Salvemini aveva rivolto nei confronti di Giolitti, nel 1909, in un libro in cui denunciava la violenza politica dei suoi governi. Un’accusa che è valsa allo scrittore una querela presentata su carta intestata del Viminale. In quel video il giornalista disse che il responsabile del Viminale “da codardo, non ha detto niente contro la ‘ndrangheta e non ricorda i legami tra Lega Nord e la ‘ndrangheta”.

Salvini che cavalca l’onda securitaria come nessun altro; che ha imposto al governo la sua personale legge razziale; che cancella i permessi per motivi umanitari; che smantella l’unico sistema di accoglienza che funziona sui territori: gli SPRAR. Salvini che, mentre invoca la sacralità del presepe, butta in mezzo la strada famiglie con bambini in pieno inverno; Salvini che manda le ruspe contro i Rom.

Ma Salvini indossa le felpe della Polizia; Salvini dice che “chi spaccia lo considero alla pari di un assassino e ho l’obiettivo di bloccarlo e mandarlo in galera”; Salvini che, proprio ieri ha partecipato, nel comune di Sorbolo, in provincia di Parma, alla cerimonia di consegna alla Guardia di Finanza di un immobile confiscato alla criminalità organizzata in cui ha tuonato ”Siamo più forti noi. Possono tener duro ancora qualche mese o qualche anno, ma mafia, camorra e ‘ndrangheta saranno cancellate dalla faccia di questo splendido paese, ce la metteremo tutta”.

Eppure una recente inchiesta di Report che ha passato ai raggi X la Lega di Salvini nel Sud Italia, ha messo in fila i tanti casi imbarazzanti della classe dirigente leghista al sud.

Ad esempio, quello del suo coordinatore in Calabria e deputato leghista, Domenico Furgiuele, domiciliato in un immobile della moglie confiscato alla ‘ndragheta; oppure quello di Michele Marcianò, intercettato nel 2006 a casa del boss Cosimo Alvaro a cui avrebbe offerto “disponibilità". C’è anche il caso di Avellino, dove è stato eletto in Comune con la lista leghista (prima dello scioglimento) Damiano Genovese, figlio di Amedeo, condannato per omicidio e ritenuto a capo di un clan. Nell’intervista il figlio non prende le distanze dal padre, «per noi niente era vero di quelle accuse».

In Sicilia poi c’è il movimento “Noi con Salvini” che ha avuto come primo segretario Angelo Attaguile, catanese, ex diccì ed ex Mpa di Raffaele Lombardo (ex governatore siciliano per il quale la Corte di Cassazione, ad ottobre scorso, ha accolto il ricorso della procura generale di Catania ordinando un nuovo processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa).

Report ha pure raccontato la storia di Antonio Mazzeo, uno dei primi leghisti a ottenere consensi nella sua Meletto (provincia di Catania) e di suo zio acquisito Mario Montagno Bozzone, su cui pende una condanna in primo grado per concorso in omicidio, segnalando la presenza dello zio al comizio del nipote per la corsa a sindaco a Meletto.

E c’è il caso di Carmelo Lo Monte, ora leghista dopo essere stato assessore in Sicilia con Totò Cuffaro (con un passato anche nell’Mpa, nel Centro democratico di Tabacci e nei socialisti), su cui pende una condanna della Corte dei Conti per presunte assunzioni illegittime al 118. La puntata raccontava anche alcune vicende dei salviniani di Palermo, con il caso dei due fratelli Salvino e Mario Caputo: dopo la condanna del primo per tentato abuso d’ufficio, il secondo si è candidato alle regionali.

Salvini, allora, ha mandato come commissario in Sicilia il senatore e sottosegretario agli Interni, Stefano Candiani. E questi si è trovato alle prese con il caso di Tony Rizzotto, unico deputato leghista all’Assemblea regionale siciliana, ex presidente dell’Ente di formazione” Isfordd”, denunciato da alcuni dipendenti per la presunta sottrazione di fondi dello stesso ente. Candiani, interpellato sull’elevato numero di transfughi confluiti nella Lega da altri partiti (ad Agrigento il referente è Angelo Collura, ex alfaniano, a Enna Edoardo Leanza, ex Fi, a Messina Matteo Francilia, ex Udc), ha spiegato: «Si vede che sono stati folgorati sulla via di Damasco, non si tratta di trasformismo, a volte cambiare opinione è sintomo di intelligenza».

Quanto ai bilanci di “Noi con Salvini”, Attaguile non li ha forniti a Report. E neppure il tesoriere della Lega Nord, Giulio Centemero, nonostante la recentissima condanna della Corte d’appello nell’ambito del processo per la maxi truffa ai danni dello Stato da 49 milioni, forse riciclati in Lussemburgo secondo quanto rivelato nell’ultimo numero de L‘Espresso.

Salvini non è incoerente. Tanto i suoi gesti quanto le sue dichiarazioni rispondono ad una strategia precisa. Non gli interessa affatto lo svilimento del suo ruolo istituzionale, ma come e quanto quel ruolo gli può servire per continuare ad edificare il suo personale sistema di potere pronto a rimpiazzare il buco lasciato dal clan di Renzi. Quello di Salvini non è mai stato il ministero dell’interno, ma un ministero della propaganda: il suo.

E le Stelle (Cinque) stanno a guardare.

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