Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/07/2025

Sul mattone il campo in Italia è larghissimo

L’altra mattina a Radio Popolare sono andate in onda soltanto interviste ad esponenti milanesi del Partito Democratico (ti pareva) i quali, mentre i cementificatori si mangiavano Milano facendo schizzare i prezzi degli immobili alle stelle, tra una dormita e l’altra, hanno votato ogni porcheria possibile.

Ora che sono partiti arresti ed avvisi di garanzia all’indirizzo dei propri compagni (si fa per dire) di partito, improvvisamente, si svegliano e si ricordano – e ci ricordano – che il vero problema di Milano è “l’emergenza abitativa”. Ma va??? 

Eppure l’unica risposta all’emergenza abitativa, a Milano, fino ad ora, è stata soltanto l’indifferenza mentre ogni giorno si consumavano sgomberi e si distribuivano manganellate ai senza casa e mentre si tengono sfitte almeno 100 mila case, spesso abbandonate, che rimangono inutilmente vuote.

Peraltro, secondo l’ultimo rapporto ISPRA(marzo 2025), Milano è la terza città italiana per suolo consumato, con quasi il 60% del territorio comunale edificato. L’analisi dei dati tra il 2015 e il 2023, le immagini satellitari e l’uso di programmi GIS open source mostrano che più di un terzo di questa superfice è stata “divorata” dai famigerati “progetti di rigenerazione urbana”.

Pur con qualche diversa sfumatura, tutto il PD fa quadrato attorno a Sala. La Schlein lo ha subito chiamato al telefono per esprimergli la sua “solidarietà e vicinanza”. E il sindaco di Milano ha incassato pure la solidarietà di Giorgia Meloni mentre i partiti della maggioranza che sostiene il suo governo hanno costruito gran parte dei propri granitici sistemi di potere locali e nazionali proprio sulla cementificazione selvaggia, sulle così dette “grandi opere”, sulla gestione opaca degli appalti e sui favori ai palazzinari amici.

Intanto FdI, Lega e M5S hanno chiesto le dimissioni della giunta Sala. Ma come non ricordare, a proposito proprio del Movimento Cinque Stelle, la brutale cacciata dell’urbanista Paolo Berdini dal posto di assessore all’Urbanistica della prima Giunta Raggi del comune di Roma, avvenuta nel febbraio 2017, a causa della sua opposizione al via libera dell’amministrazione pentastellata in merito alla grande speculazione immobiliare che ruotava – e continua a ruotare – attorno alla costruzione del nuovo stadio della Roma, tornato al centro dell’attenzione, proprio in questi giorni, con il nuovo progetto che dovrebbe interessare la zona di Pietralata. Sono cose che non si dimenticano.

La domanda è sempre la stessa: ma se quelli di “sinistra” fanno le stesse cose di quelli della “destra” perché uno dovrebbe votarli? Anzi, perché dovrebbe votare?

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18/07/2025

Il sistema Milano contagia anche Roma e Torino: arrestiamolo subito!

di Paolo Berdini

Dopo che la magistratura milanese ha scoperchiato il sistema che ha tenuto in scacco Milano da decenni, il sindaco Sala si è limitato a dire “di non riconoscersi nella lettura dell’indagine”. Strano. Quel sistema va avanti dal 1995 quando iniziano i primi consistenti finanziamenti pubblici che hanno drogato il mercato immobiliare milanese e spinto i prezzi delle case ad un livello insostenibile per tutti i cittadini ad eccezione di un pugno di immobiliaristi, finanzieri d’assalto e architetti compiacenti. Sala è stato un grande protagonista degli ultimi due decenni.

Dal 2009 diventa general manager del comune di Milano chiamato dalla sindaca Moratti (centrodestra); poi responsabile dell’Expo 2015; dal 2016 sindaco per il centrosinistra. Un ruolo centrale, ma non si è accorto di nulla. Eppure qualcuno aveva gridato allo scempio. I tanti comitati di cittadini. Illustri docenti come Sergio Brenna che ha denunciato da anni la questione degli scali ferroviari. Tecnici come Gabriele Mariani che ha sollevato anzi tempo il sistema delle deroghe per costruire dovunque grattacieli. Sala non li ha ascoltati ed anzi, quando Gianni Barbacetto ha squadernato il sistema milanese lo ha denunciato per diffamazione!

Afferma oggi la magistratura che “si è svilito l’interesse pubblico” e ne ha giovato soltanto quello privato. Milano è stata scempiata da tanti grattacieli privati mentre la città pubblica declinava. Sono stati venduti immobili pubblici come il Pirellino, piscine e chiusi servizi. Non ci sono i soldi, si diceva. In realtà la “sinistra” alla guida di Milano si è dimenticata l’uguaglianza e diritti di tutti sanciti dalla Costituzione.

La cieca ubriacatura per un sistema che si teneva in piedi soltanto per imponenti finanziamenti – l’ex sindaco Gabriele Albertini ha parlato di 6 miliardi di investimenti pubblici nel decennio della sua sindacatura – ha portato all’ambizione di esportare il modello Milano in altre due grandi città, Torino e Roma.

A Torino dal 2021, il PD ha imposto come assessore all’Urbanistica Paolo Mazzoleni che aveva avuto ruoli importanti nella giostra milanese, e che anche dopo gli avvisi di garanzia avuti nella vicende urbanistiche, è stato difeso strenuamente quando le opposizioni torinesi hanno chiesto di fare un passo indietro. Nulla. Eppure Torino ha avuto un sindaco come Novelli e assessore all’urbanistica un uomo integerrimo come Raffaele Radicioni. Mazzoleni ha così potuto iniziare pochi giorni fa la fase finale per approvare il nuovo piano urbanistico torinese, improntato, afferma, ad una cultura “adattiva”. Termine tragico alla luce della bravura delle forze economiche milanesi ad adattarsi al nuovo modo di distruggere la città.

E veniamo a Roma. In questo caso la capitale morale del paese ha fatto almeno due regali. Pochi anni fa, Manfredi Catella, intervistato sulle pagine del Sole24Ore, affermava che dopo i successi milanesi si sarebbe interessato a Roma. Ed in effetti è attivo nel tentare di acquisire la proprietà pubblica (CDP) delle ex caserme di via Guido Reni e ha portato a termine alcuni interventi di valorizzazioni di immobili di pregio nel centro storico.

L’altro regalo si chiama Stefano Boeri, chiamato dal sindaco Gualtieri niente meno che a ripensare le periferie romane. Come possa l’architetto che ha collaborato a cambiare in chiave privatistica Milano pensare di risolvere i problemi delle carenze pubbliche delle sterminate periferie romane non è dato sapere. Per ora afferma che serviranno una buona dose di grattacieli. Come a Milano. E anche a Roma il PD ha imposto il silenzio.

In buona sostanza, dopo Milano è indispensabile arrestare anche Roma e Torino. Arrestare Ro-Mi-To, insomma. Non nel senso di tradurre in prigione i corrotti. A questo ci pensano egregiamente la magistratura e le forze dell’ordine. Arrestare nel senso di chiudere per sempre con l’urbanistica privatistica e tornare a regole pubbliche chiare e valide erga omnes. Non si vede ancora questo orizzonte. Mentre il PD tace, si vede soltanto la richiesta strumentale delle destre di dimissioni di Sala, quando sono state quelle stesse forze a tentare di approvare la legge Salva Milano.

Il solo modo per uscire dal baratro è riscrivere regole etiche. Soltanto in questo modo potremo ricostruire la città pubblica, dare case alle fasce sociali deboli e costruire servizi per città inclusive. Il modello milanese è fallito miseramente e la stessa sorte toccherà alle colonie torinese e romana.

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11/07/2020

Decreto semplificazioni, così riparte l’assalto ai centri storici

di Paolo Berdini

La lettura del provvedimento legislativo “Semplificazioni del sistema Italia” e del suo allegato sulle opere pubbliche che dovrebbero portare l’Italia nel futuro – parole del presidente del consiglio Giuseppe Conte – ci fa invece comprendere che torneremo ad un passato che credevamo superato per sempre. Con le norme sulla liberalizzazione dell’edilizia (art. 10) si torna agli anni della ricostruzione post bellica e all’attacco dei centri storici. Con la cancellazione delle regole di appalto delle opere pubbliche (art. 1) si fa tornare l’orologio della storia a prima di “Mani pulite”. Con lo sterminato elenco di grandi opere (130) si torna infine al 2001, facendo impallidire Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti.

Iniziamo con l’immediato dopoguerra, quando i piani regolatori furono accantonati e si applicarono le regole semplificate dei “piani di ricostruzione”. Non esiste forse nessun centro storico italiano che sia rimasto esente da scempi e volgari ricostruzioni che ne hanno alterato per sempre l’equilibrio. L’articolo 10 del provvedimento del governo introduce molte semplificazioni al testo di legge che regolava gli interventi edilizi (DPR 380/91) e tutte vanno nella direzione dell’attacco delle aree storiche delle città. Si potrà ad esempio alterare un edificio e se le cubature aggiuntive non si potessero inserire nella sagoma dell’edificio esistente, si prevede (sic!) di realizzarle anche con alterazioni della sagoma e con il superamento delle altezze esistenti. Prepariamoci a un attacco alla bellezza dei centri storici.

Ancora. In caso di ristrutturazioni urbane “potranno essere alterati anche i prospetti degli edifici”, anche nei centri antichi. E, per concludere, si prevede che si possa comunque ottenere la deroga ad ogni regola se i Consigli comunali attestino l’interesse pubblico degli interventi. Una prassi agevole, essendo la dichiarazione di interesse pubblico molto discrezionale e semplice da ottenersi, come dimostrano decenni di scempi.

Il secondo ritorno al passato riguarda il ripristino delle condizioni regolamentari che vigevano in epoca precedente al periodo di Mani pulite. Come noto, negli anni ’80 il malcostume dilagò perché la mala politica si impadronì del sistema degli appalti pubblici. Nel 1994 l’allora ministro dei lavori pubblici, Francesco Merloni, corse ai ripari e fece approvare una legge che era sembrata in grado di sconfiggere per sempre il malaffare. La legge per il suo grande rigore incontrò sin da subito forti resistenze e fu sottoposta a molte variazioni.

Come se la storia non insegnasse nulla, Giuseppe Conte prevede che i sindaci possano affidare senza alcuna gara pubblica lavori fino a 150 mila euro. Per tutti gli importi superiori a questa cifra fino al massimo di oltre 5 milioni di euro, verranno espletate gare negoziate senza bando di evidenza pubblica. I comuni potranno infatti chiamare discrezionalmente da 5, 10 e 15 imprese (secondo le fasce di importi dei lavori) ad inviare offerte. Nel periodo di tangentopoli si scoprì che i cartelli di imprese si accordavano sui nomi dei vincitori delle varie gare e non dimenticavano mai di ringraziare, con generose dazioni di denaro, gli amministratori di turno. Con l’articolo 1 del provvedimento di “semplificazione” viene dunque abrogato l’attuale codice degli appalti, come richiesto con implacabile insistenza dal partner del precedente governo Conte, Matteo Salvini. La cancellazione è ancora temporanea poiché scade al 31 luglio 2021, ma ci sarà tempo e modo per prorogarla sine die.

Il ritorno al passato si conclude con la riscoperta della Legge obiettivo, voluta dal governo Berlusconi (n. 443/2001). Si trattò, come noto, di un provvedimento che toglieva prerogative alle autonomie locali, accentrando poteri decisionali e finanziamenti in capo al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti allora guidato da Pietro Lunardi. La gran parte del lungo elenco di opere che venne approvato all’epoca non è stato realizzato, ma è servito efficacemente allo scopo: drenare risorse dai comuni alle grandi opere inutili. In questo caso si parla di una mole di finanziamenti che – anche con il contributo del Recovery fund – arriveranno a 200 miliardi, lasciando finanziamenti irrisori all’innovazione dei sistemi urbani.

Viviamo oggi un momento grave sotto il profilo economico e sociale. A settembre si inizieranno a sentire le conseguenze della pandemia. L’unico modo per rilanciare il sistema Italia era quello di aprire alla trasformazione delle città avviando in modo sistematico quel processo di riconversione ecologica di cui si parla da anni. Solo così si potevano conseguire risultati immediati. Si è invece scelto di perpetuare un modello che ha dimostrato di non funzionare neppure nel periodo della vitalità economica esistente nel 2001. Figuriamoci adesso, in piena crisi globale.

La gravità del rischio del ritorno al passato è così grande che solo uno scatto di dignità del Parlamento potrà cancellare lo scempio annunciato dei centri storici, la ripresa della corruzione negli appalti e il perpetrarsi di un modello economico fallimentare. Anche se sarà difficile che ciò avvenga. Il Pd e la inessenziale sinistra di complemento al governo condividono – fino a prova contraria – quelle norme. I 5Stelle continuano invece a vendere fumo.

Il provvedimento “Semplificazioni” è stato infatti salutato come un colpo alla burocrazia. È vero l’esatto contrario. Viene infatti potenziato il ruolo del Cipe e le stesse figure dei commissari per l’attuazione delle opere potranno dotarsi di uffici tecnici di scopo ad hoc, disarticolando e marginalizzando ulteriormente il ruolo delle strutture tecniche dello Stato. Nella storia accade spesso che innovatori anche animati da giuste intenzioni, tornino rapidamente nelle braccia della restaurazione. È avvenuto con i 5stelle. Hanno conseguito un enorme successo elettorale opponendosi alla cultura delle grandi opere e oggi finanziano prioritariamente il Tav della Val di Susa e il Mose di Venezia. Dopo il tragico crollo del ponte di Genova avevano dichiarato – Conte per primo – che i Benetton sarebbero stati duramente sanzionati. Ora, oltre al nuovo viadotto sul Polcevera, gli affideranno anche il ponte sullo Stretto di Messina tanto caro a Silvio Berlusconi.

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21/03/2019

A Roma chi decide la politica nella capitale è sempre e solo il malaffare

Potere al Popolo – Roma: con l’arresto di Marcello De Vito nulla di nuovo sotto al sole.

Ancora una volta la politica al servizio delle grandi opere inutili si nutre del sostegno della peggiore corruttela. L’arresto di Marcello De Vito del M5S, Presidente del Consiglio Comunale di Roma, coinvolto nell'inchiesta delle tangenti per sostenere la cementificazione di Tor di Valle con annesso lo stadio, insieme alla costruzione di un albergo presso la ex stazione ferroviaria di Trastevere e alla speculazione sull’area degli ex Mercati Generali di Ostiense, è la prova provata che nulla è cambiato e che tutto prosegue nel solco dei soli interventi speculativi e inutili nella capitale, che ingrassano sempre i soliti, ora con l’aggiunta di qualcuno nuovo.

A Roma occorre il rilancio delle periferie, un trasporto pubblico che funzioni e che risponda alle esigenze di chi ci lavora e di chi ci viaggia, una mobilità sostenibile e sicura per i pendolari e non l’autostrada Roma-Latina, la sicurezza delle scuole pubbliche, un piano virtuoso dei rifiuti con l’estensione ovunque della differenziata spinta porta a porta, la liberazione dal diffuso lavoro nero e precario che vive dei mancati controlli ispettivi.

Potere al Popolo non smetterà di denunciare e lottare per un progetto che veda finalmente Roma libera dalla corruzione e rispettosa dei suoi abitanti, per una vera riqualificazione urbana e per un pieno riscatto di chi oggi in questa città è sfruttato ed emarginato.

La novità millantata del M5S era un bluff e come tale deve essere smascherata.

Da Roma abbiamo un motivo in più per partecipare alla manifestazione nazionale di sabato 23 marzo contro le grandi opere inutili e per il clima.

Potere al Popolo propone una assemblea in piazza del Campidoglio – la prossima settimana – per ribadire la necessità di un cambiamento di priorità e di rotta nelle scelte politiche di governo della città.

Roma, 21 marzo 2019

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Roma, cacciare il reprobo non basta

Paolo Berdini

da il manifesto

A conclusione dell’ultima edizione di Roma moderna, la più approfondita storia dell’urbanistica della capitale, il grande Italo Insolera si chiedeva se si potesse parlare di modernità in un città che aveva fatto degli scandali urbanistici e delle speculazioni fondiarie la cifra principale della sua vita. Insolera fece appena in tempo a non vedere l’inchiesta su Mafia Capitale e lo scandalo dello stadio della Roma. Ora siamo a un’altra tappa del gorgo che rischia ormai di inghiottire la città.

Tappa interpretata dai 5Stelle che dopo aver ottenuto un grande consenso elettorale con il refrain «onestà, onestà», devono fare per la prima volta i conti con l’arresto eccellente del presidente del Consiglio comunale Marcello De Vito.

Il paradosso è che i grillini non possono incolpare un oscuro destino. Devono solo assumersi di fronte all’opinione pubblica la responsabilità politica e morale di aver gettato in tutta fretta il lavoro avviato per riportare l’urbanistica romana nella più assoluta legalità, per tornare al comodo porto delle nebbie dell’urbanistica contrattata.

Nel mese di agosto 2016 il Consiglio comunale votò una deliberazione in cui, accogliendo un’osservazione di un comitato di cittadini, si riportavano le cubature generosamente concesse dal sindaco Ignazio Marino alla società proprietaria della ex Fiera di Roma di via Cristoforo Colombo, a quanto stabiliva il piano regolatore, e cioè a quanto prevedeva la legge.

La sindaca Virginia Raggi aveva dunque inviato alla città un messaggio chiaro: quello della fine delle opache contrattazioni sulle dimensioni degli edifici da costruire che è il male oscuro che sta corrodendo la legalità a Roma e in molte altre città italiane. Con l’urbanistica contrattata, si accetta infatti di intavolare con la proprietà fondiaria un defatigante percorso in cui si possono facilmente inserire facilitatori e malversatori di ogni specie.

L’amministrazione Raggi è ancor più colpevole perché il voto di quel lontano agosto provocò l’ira funesta degli speculatori seriali e il comune di Roma fu sottoposto alla consueta raffica di ricorsi amministrativi. Ebbene, quelle deliberazione era congegnata così bene che è uscita indenne da quel fuoco di sbarramento.

Con quel voto i 5Stelle avevano dimostrato che si potesse colpire al cuore la contrattazione urbanistica nel pieno rispetto della legge. Un messaggio straordinario perché veniva dalla città degli scandali urbanistici a ripetizione. La svolta che ha invertito questo inizio promettente avviene a dicembre 2016 con l’arresto di Renato Marra, braccio destro della sindaca. Il comune di Roma viene di fatto commissariato con due esponenti del gruppo di Di Maio, Bonafede e Fraccaro, oggi ministri della Repubblica. Evidentemente, si scelse consapevolmente di ritornare alle vecchie epoche dell’urbanistica contrattata e solo in questo modo si comprende la chiamata di avvocati che dovevano velocizzare le pratiche più delicate e scottanti.

È in tal senso un gioco inutile quello di scaricare il reprobo De Vito. Ripeto, la svolta incomprensibile del movimento 5Stelle romano avvenne quando la sua guida era saldamente in mano al gruppo dirigente nazionale. Non bastano dunque espulsioni o richieste di dimissioni. I 5Stelle hanno solo una possibilità per uscire indenni da questo enorme scandalo. Quella di chiedere scusa ai romani stanchi del degrado e delle ruberie. Prendere il solenne impegno di cancellare per sempre la speculazione dello stadio della Roma a Tor di Valle.

Costruire all’ex fiera un quartiere modello che dia abitazioni almeno ad alcune delle migliaia di famiglie che vivono nel disagio abitativo. Prevedere che nell’area degli ex mercati generali ci siano le aree a verde pubblico che gli abitanti chiedono da decenni e non l’ennesima colata di cemento. La giunta Raggi deve insomma, se ne è capace, governare l’urbanistica romana con rigore etico e strenua difesa del bene comune.

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15/02/2017

Roma. Gli affari tra Parnasi e Unicredit sulla pelle della città

Le cronache riferiscono di un incontro “positivo” tra il vicesindaco di Roma, Bergamo, il costruttore Parnasi, il direttore della A.S. Roma Baldissoni sul progetto “Stadio per la Roma a Tor di Valle”. Dall'incontro è stato tenuto fuori l'assessore competente Berdini che nella serata di ieri ha dato le sue dimissioni irrevocabili dalla giunta Raggi.

Alla fine dell'incontro tutti si sono detti soddisfatti, e qui occorre cominciare a preoccuparsi. Secondo le prime indiscrezioni, la più grossa speculazione urbanistica dal dopoguerra, quella su Tor di Valle appunto, avrebbe visto la cordata di costruttori e banche avanzare proposte di modifica interessanti rispetto al progetto originario di 900mila metri cubi di cementificazione.

Lo Stadio vedrebbe ridotti i posti a sedere da 60mila a 52.500, mentre il progetto complessivo di edifici scenderebbe a 650mila metri cubi (più del doppio di quanto previsto dal Piano regolatore). I tre grattacieli previsti dall'operazione perderanno alcuni piani, mentre il business park verrebbe ridotto del 20%. Il valore complessivo della speculazione urbanistica a Tor di Valle è di 1,7 miliardi. La parte del leone alla fine la farebbe Unicredit che ci vorrebbe fare il proprio centro direzionale ma sopratutto rientrare degli enormi crediti che vanta verso le società del costruttore Parnasi, vero e proprio deus ex machina dell'operazione e ormai primus inter pares tra i palazzinari romani dopo aver scalzato il vecchio boss Caltagirone.

Ma proprio i debiti di Parnasi sono il tallone di Achille dell'operazione e il motivo delle enormi pressioni esercitate prima sulla giunta Marino (che sbragò subito ai desiderata del costruttore) ed ora sulla giunta Raggi (che si appresta a fare altrettanto). Nel 2014, la giunta Marino varò la delibera che ritiene di “interesse pubblico” la speculazione urbanistica a Tor di Valle e lo stesso Marino da New York benedì l'operazione come “Un opera che farà parte della storia dell'architettura”.

L'assessore Berdini, che non ha brillato per furbizia o prudenza nelle relazioni con i giornalisti, ha motivato le sue dimissioni con ragioni inoppugnabili: “dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto ha provocato immensi danni a Roma”, ha dichiarato motivando le dimissioni.

Oggi su La Stampa, un altro ex assessore silurato dalla nuova giunta, Paola Muraro, afferma che “c'è all'opera un gruppo trasversale di affaristi dentro e fuori il Movimento (il M5Sm ndr). L'ho capito dall'interno... svegliatevi prima che sia tardi”. Ora, è chiaro che anche l'ex assessore Muraro potrebbe avere il dente avvelenato per essere stata scaricata dalla giunta, ma è il corso delle cose che rende queste affermazioni degne di interesse.

La vicenda della cementificazione a Tor di Valle con il pretesto dello Stadio “per” la Roma (e non “della” Roma) è emblematica di quel rapporto malato tra lo sviluppo urbanistico/sociale della città e gli speculatori che ne hanno determinato le caratteristiche, aggravandone i problemi e il degrado, sottraendone le risorse pubbliche e arricchendosi privatamente.

Il Sole 24 ore riferisce che l'operazione Stadio per la Roma prevede un investimento di circa 1,6 miliardi. Solo il Business Center a Tor di Valle vale 700 milioni. In tasca a chi andranno? Formalmente alla Eurnova srl, società del costruttore Parnasi. Praticamente andranno all'Unicredit che vanta quasi 600 milioni di crediti non rientrati verso la società di Parnasi: la Parsitalia.

Già da tempo un'altra società di Parnasi – la Parsec – è finita dentro un'altra società, la Capital Dev in gran parte di proprietà di Unicredit. La Parsec si è portata in dote l'area dove dovrà sorgere un centro commerciale al Laurentino (15mila metri quadrati).

Ma Parnasi è abituato a vedersi risolti i problemi di liquidità dalle istituzioni pubbliche. E' già avvenuto con i due famosi grattacieli del Torrino, uno dei due acquisito per quasi 300 milioni dalla Provincia di Roma mentre si annunciava il processo di scioglimento dell'ente. Su questo scandalo, negli anni, abbiamo realizzato numerosi servizi e inchieste.

Abituato a operare con giunte “amiche”, soprattutto di centro-sinistra, Parnasi non ha disdegnato di agire anche sulla giunta Raggi trovandovi, come emerso in queste settimane, la medesima attenzione di quelle precedenti. Stavolta però è ricorso anche alla moral suasion scatenando gli speaker delle radio legate al tifo giallorosso, l'allenatore e qualche prestigioso giocatore della squadra (con qualche dolore per chi scrive).

Una cattura di consensi facile facile intorno allo “Stadio” sottacendo tutto il resto. E qui emerge la seconda vulnerabilità del M5S, troppo subordinato al senso comune. Chi è disposto a mettersi di traverso al tifo giallorosso a Roma? A parte i laziali, solo chi è convinto delle proprie ragioni e non è più disposto ad accettare che Roma venga nuovamente brutalizzata dagli interessi privati degli speculatori che l'hanno massacrata, cementificata e fatta implodere per anni. Dentro la giunta Raggi non se ne vedono o se ve ne sono, restano silenti.

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I gangster della speculazione

Erano nell’aria, sono arrivate appena terminato l’incontro tra “Parsitalia” (la società costruttrice di Luca Parnasi) e la giunta comunale: Paolo Berdini si è dimesso. Il timing tra le parole del vice-sindaco Luca Bergamo: “una revisione del progetto che ha dei caratteri fortemente innovativi”, e le dichiarazioni dell’ex assessore: “mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio della Roma”, è tutto fuorché causale. E’ la resa di fronte al potere palazzinaro. E’ la definitiva normalizzazione di un movimento politico che chiude ad ogni ipotesi di alternativa politica cittadina. E’ l’eterno ritorno dell’uguale. Scriveva Antonio Cederna, nel 1953, nel suo celeberrimo articolo sui Gangster dell’Appia: “In prossimità della via Appia e dell’Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Cristoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un’altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l’aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati», ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16-18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30-40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolar ilimitazioni», servirà soltanto ad attestare l’ipocrisia dei progettisti”.

Replicherà, due anni più tardi, Manlio Cancogni nel suo altrettanto celebre Capitale corrotta, nazione infetta: “Se Roma non ha sviluppo industriale la colpa è di chi specula sulle aree; se ventottomila famiglie vivono nelle baracche della Tuscolana, della Prenestina o del Campo Parioli, la colpa è degli speculatori sulle aree; ma se trecentomila famiglie di professionisti, commercianti, impiegati, operai pagano affitti sproporzionati alle loro possibilità o vivono in case vecchie, sovraffollate, sprovviste di comfort moderni, la colpa è degli speculatori delle aree”. E così via, da Italo Insolera a Vezio De Lucia, da Ludovico Quaroni a Leonardo Benevolo. Il ratto di Roma, sempre uguale a se stesso, sempre giustificato dall’affannosa rincorsa alla modernità, dal mito dello sviluppo senza progresso, del lavoro senza occupazione, dei profitti senza dignità.

Nonostante questa giunta sia politicamente morta da mesi, da quando, cioè, il M5S ha deciso di sacrificare Roma al suo interesse elettorale nazionale, queste dimissioni ne segnano la pietra tombale. Non è in discussione la qualità di Berdini, come uomo, come urbanista o come politico. Non è in discussione neanche il suo operato come assessore in questi otto mesi. Ribadiamo il nostro scetticismo in chi si presentava come portavoce degli interessi della città popolare e si è comportato in maniera diametralmente opposta. Ma l’argine che, nonostante tutto, Berdini rappresentava alla completa normalizzazione dell’attuale giunta, era un argine oggettivo. Non viene sostituito un assessore per la sua incompetenza o ingenuità: si sostituisce un’idea di città ad un’altra. E’ la città dei Parnasi, dei Caltagirone e dei Toti; dei Marchini e degli Scarpellini; la città del Mezzaroma e dei Bonifaci, degli Armellini e dei Caporlingua a trionfare, ipotecando il corso politico dell’ennesima giunta commissariata dal mattone. Nel silenzio delle inchieste a orologeria e del gossip giornalaro, oggi Roma si sveglia più povera e con meno speranze.

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14/02/2017

Roma. La Giunta si piega sullo Stadio. Berdini si dimette. Gli speculatori festeggiano

Un incontro tra la giunta, il costruttore Parnasi e il direttore generale della A.S. Roma Baldissoni, sembra aver definito l’accordo sulla cementificazione di Tor Di Valle intorno allo Stadio per la Roma. All’incontro non era presente l’assessore all’Urbanistica Berdini che in serata ha annunciato le sue dimissioni irrevocabili. Contro questo scenario si annuncia un referendum nella città.

«Mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa – ha scritto Berdini nella sua lettera – l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio della Roma. Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto ha provocato immensi danni a Roma. Era mia intenzione servire la città mettendo a disposizione competenze e idee. Prendo atto che sono venute a mancare tutte le condizioni per poter proseguire il mio lavoro. Ringrazio coloro che hanno collaborato con me e le tante persone che mi hanno sostenuto in questi mesi di duro impegno. Da questo momento le mie dimissioni sono irrevocabili».

Secondo il coro unanime dei mass media (gli stessi accusati di fare fino a oggi pomeriggio “killeraggio” contro la giunta Raggi) l'A.S. Roma ha presentato "una revisione del progetto" sul nuovo stadio a Tor di Valle "che ha dei caratteri fortemente innovativi" e che rappresenta "una importante novità" nell'iter per l'approvazione del progetto. A dirlo è stato addirittura il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, al termine del vertice sullo stadio con società e costruttori. "I tavoli tecnici sono ancora al lavoro, faremo una valutazione di questa importante novità e ci siamo dati appuntamento alla prossima settimana". A chi gli chiedeva se tutto sarà fatto entro i termini previsti, cioè entro il 3 marzo, Bergamo ha risposto: "È ovvio".

“Dichiariamo sin da subito che se la Giunta e il Consiglio Comunale accetteranno i diktat dei palazzinari e della banche sulla cementificazione a Tor di Valle, raccoglieremo le firme per fare un referendum cittadino contro la delibera che approverà questo scempio” annuncia la Carovana delle Periferie, ricordando che “lo abbiamo già fatto in passato contro la privatizzazione dell’Acea e della Centrale del Latte (con la giunta Rutelli), lo faremo di nuovo anche con la giunta Raggi”

Oggi era stato un giornalista romano della vecchia guardia come Vittorio Emiliani (e non un cronista velenoso di quelli oggi in circolazione) a ricordare che secondo l’Ispra, nel Comune di Roma risultano mangiati da asfalto e cemento almeno 31.000 ettari su 129.000, un quarto. Ma sono molti di più con l’abusivismo che, prima dell’ultimo condono, si era portato via 5.000 ettari. “Quei 31.000 e più ettari coperti dalla coltre di cemento equivalgono alla somma di Milano e Torino senza più un filo d’erba. Roma è scaduta dal 1° al 3° fra i Comuni più verdi. Dall’altro lato, si stima siano circa 185.000 gli alloggi vuoti, invenduti, e molti uffici (degli stessi Parnasi alla Bufalotta)”. Una fotografia nota ma impietosa del dominio dei palazzinari, dei cementificatori e della speculazione edilizia su un territorio, sulla città e sulla sua vita sociale. Uno scempio sul quale la giunta Raggi non potrà neanche più celarsi dietro la foglia di fico dell'assessore Berdini che, almeno su questo, ha dimostrato di avere le idee più chiare delle amministrazioni comunali di Roma presenti e passate.

Qualche giorno fa l’urbanista Vezio De Lucia ha definito quella a Tor Di Valle come la più grande speculazione urbanistica a Roma dal dopoguerra. “La giunta comunale della Raggi barcolla sotto il peso delle pressioni degli speculatori che strumentalizzano i sostenitori della Roma per piegare ancora una volta la città ai loro interessi e agli affari” rincara la dose la Carovana delle Periferie, la quale ci tiene a precisare il suo SI allo Stadio ma No alla speculazione. Insomma giallorossi si ma cojoni no! “Siamo d’accordo a realizzare un nuovo Stadio a Tor di Valle, a utilizzare al meglio l’Olimpico ed a restaurare il Flaminio completamente abbandonato al degrado affinché Roma disponga di impianti sportivi per tutti e funzionali” denuncia un comunicato della Carovana, “ma è inaccettabile accettare il ricatto dei costruttori e degli speculatori che vogliono aggiungere al nuovo Stadio più di settecentomila metri cubi di palazzi, grattacieli, negozi da vendere, affittare, ipotecare alla banche per fare investimenti finanziari”.

Dunque se la Giunta cala le brache davanti ai costruttori si ricorrerà al referendum contro la delibera che approverà il progetto. La parola a quel punto passerebbe ai cittadini e lo scontro con i poteri forti sarebbe nero su bianco, senza sconti per nessuno.

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Le radio romane alla crociata palazzinara contro Berdini

Da mesi Paolo Berdini, l’(ex)assessore della giunta Raggi, è vittima della gogna quotidiana da parte delle famigerate radio private romane/romaniste, longa manus popolare dei palazzinari romani, in particolare di quel Caltagirone proprietario del Messaggero e di Tele Radio Stereo, ovvero del principale quotidiano della Capitale e della radio romanista più influente della città (insieme alla trasmissione Te la do io Tokio di Mario Corsi). Solo chi abita a Roma conosce, volente o, il più delle volte, nolente, il peso, l’influenza, la pervasività delle radio private romaniste sulla popolazione romana. Radio usate come clave politiche, in grado di orientare i comportamenti elettorali e sociali di gran parte della cittadinanza, sfruttando la Roma (intesa come passione calcistica) come veicolo di propaganda degli interessi palazzinari. Oggi è la volta dello stadio di Pallotta, ma in questo ventennio abbondante di superfetazione radiofonica sono state utilizzate per ogni losco obiettivo. Sempre mascherato da presunti “interessi trasversali” dei tifosi, ovviamente. Storie note, almeno, ripetiamo, per i romani.

Ma questo indegno linciaggio quotidiano ha travalicato da mesi ogni misura. Il tranello ideologico è tanto elementare quanto efficace: trasformare la vicenda stadio in questione di tifo. Chi è contro la speculazione è contro la Roma e i romanisti. Ci è arrivato anche Il Fatto quotidiano, per merito di Daniela Ranieri, smascherando quest’ansia sospetta che circola in città, veicolata ad arte attraverso il bastone radiofonico: “la stadiomania rimbalza dalle radio locali (dove Tor di Valle è ormai quel che è Medjugorje su Radio Maria)”. Eppure, quella che Vezio De Lucia definisce “la più grossa speculazione fondiaria tentata a Roma dopo l’Unità d’Italia” meriterebbe un tono diverso. Il calcio, detto altrimenti, non c’entra nulla: confondere speculazione e passione è il tentativo (riuscitissimo, per il momento) dei palazzinari. Non c’entra nulla neanche lo stadio, s’è per questo. C’entra tutto il resto: il milione di metri cubi regalati ai privati; l’ennesima area commerciale che produce solo impoverimento sociale; l’ennesima variante al Piano regolatore; l’ennesima sfilza di appartamenti invenduti, lasciati appositamente vuoti per garantire i prezzi di un mercato degli affitti senza controllo possibile. E c’entra lo sciacallaggio mediatico in servizio permanente contro un membro della giunta Raggi, che ha il solo peccato di essere presentato come “il nemico della Roma”.

Non abbiamo particolare simpatia del Berdini che, una volta insediatosi al Campidoglio, è venuto meno a ogni disponibilità a intrecciare una interlocuzione con quel pezzo di società che pure avrebbe dovuto rappresentare e difendere: quella delle periferie romane. Sono evidenti anche i limiti politici di un onesto urbanista che ha mostrato tutta la propria inadeguatezza di fronte alla lotta politica, quella vera. E non siamo neanche contrari al nuovo stadio, sebbene la nostra posizione coincida con quella della Carovana delle Periferie, che vuole lo stadio senza l’abnorme speculazione che gli sta dietro. Ma il linciaggio quotidiano nasconde interessi diversi, o meglio: nasconde i soliti interessi. E’ una pervasività ideologica, quella veicolata dalle radio come Tele Radio Stereo, che oggi aggrega consensi attorno allo stadio così come domani li convoglierà verso qualche altra impresa mortifera per la città. Oggi è Berdini, domani sarà qualche altro rompicoglioni. Ogni questione cittadina triturata e fagocitata in un “romanismo giornalistico” che niente ha a che vedere con la Roma e i suoi tifosi, ma molto con un sottobosco accattone fatto di giornalisti falliti e opinionisti da bar: i vari Austini, Piacentini, Serafini, e poi Dotto, Pugliese, Valdiserri, e ancora Pinci, Zazzaroni e Jacobelli, e i soliti Renga, Melli e Trani, e via continuando all’infinito. Una città palazzinara che forma i suoi replicanti ideologici, li traveste da giornalisti, li ospita nel proprio circuito mass-mediatico, al servizio permanente degli interessi dell’editore, che poi sono quelli della città abusiva e speculativa contro quelli della sua popolazione. Rimanere in silenzio oggi, qualsiasi posizione si possa avere su Berdini, la giunta grillina, lo stadio o altro, significherebbe arrenderci alla voce del padrone, che oggi bastona Berdini e domani continuerà a bastonare gli interessi dei romani. Il tutto raccontato come se fosse solo una questione di tifo.

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10/02/2017

Roma: “Cara Sindaca ritiri la riserva, non faccia il gioco dei palazzinari”

"Non per amicizia ma perché stimiamo profondamente Paolo Berdini quale urbanista competente, coraggioso, schierato da sempre a favore degli interessi generali contro la piaga della speculazione, dell’urbanistica contrattata, dei peggiori abusi, chiediamo a lei, sindaca di Roma, di cancellare la “riserva” e di respingere in modo netto le dimissioni presentate da Berdini dal ruolo-chiave di assessore capitolino. Sarebbe un gesto di grande intelligenza politica". Così comincia la lettera, firmata da personalità della cultura nazionale, inviata alla sindaca di Roma Virginia Raggi in merito al caso Berdini.

La lettera è firmata da Alberto Asor Rosa, Alessandro Bianchi, Pier Luigi Cervellati, Nino Criscenti, Vezio De Lucia, Andrea e Vittorio Emiliani, Maria Pia Guermandi, Adriano La Regina, Elisabetta Kelescian, Eugenio Lo Sardo, Paolo Maddalena, Cristiana Mancinelli Scotti, Tomaso Montanari, Gaia Pallottino, Fulco Pratesi, Vittorio Roidi, Bernardo Rossi Doria, Carla Sepe, Orietta Rossini, Lorena Timi, Gualtiero Alunni.

"Quanti credono che a Roma, dopo tanti, troppi anni di governo del territorio realizzato con l’assenso dei principali detentori di aree, dei maggiori costruttori e immobiliaristi, si debba risolutamente voltare pagina – aggiungono – la chiamata di Paolo Berdini nella Giunta capitolina da parte dell’attuale maggioranza rappresenta un atto di radicale novità e una garanzia di storica discontinuità rispetto ai pesanti fardelli e ai guasti speculativi del passato che hanno sfigurato Roma e cementificato l’Agro.

Un incidente frutto di una desolante smania di «scoop» ad ogni costo non può, non deve bloccare un processo di riforma dell’urbanistica romana che può risultare davvero epocale. Si farebbe ancora una volta il gioco dei cementificatori e dei distruttori di Roma" scrivono i firmatari di questa lettera/appello alla sindaca Raggi.

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09/02/2017

Tifo da stadio


"Il tifo o febbre tifoide è una malattia infettiva acuta a sintomi generali e locali (intestino) provocata da un germe che le è specifico, il bacillo di Eberth-Gaffky”. Il tifo dunque è una malattia. Nel caso dello scontro sullo “Stadio” a Roma possiamo affermare che è “la” malattia che colpisce da decenni la Capitale, una patologia che si fonda sul dominio pressoché assoluto della rendita fondiaria e della speculazione sul mattone.

Questa malattia ha fatto sì che Roma si espandesse nel suo territorio nella più totale deregulation urbanistica, complicando enormemente le opere di urbanizzazione e l'organizzazione di servizi efficienti, costruendo case e palazzi per il doppio della sua popolazione residente, consumando chilometri quadrati di terreni, lucrando con le banche sull'invenduto usato come garanzia per i finanziamenti da investire altrove.

Questa malattia ha permesso che fossero sempre i padroni del mattone a decidere dove, cosa e quanto costruire rispetto ad ogni altra considerazione di utilità pubblica. Per le giunte del passato (quelle democristiane) è stato il lasciapassare per il “Sacco di Roma”. Più recentemente, la giunta Veltroni ha sancito il carattere strutturale e inguaribile di questa malattia inventandosi gli accordi in compensazione che hanno consentito di costruire a volontà in cambio di qualche opera o servizio pubblico nell'area dell'edificazione.

E' questo l'ambiente in cui questa malattia continua a riprodursi nella Capitale. La questione del nuovo Stadio per la Roma (e non “della” Roma, è bene precisare), sta tutto dentro questo status patologico.

A negare o a non voler vedere come stanno le cose, è solo il tifo da stadio, meno grave del bacillo di Eberth-Gaffky, ma altrettanto dannoso.

Eppure i fatti sono noti e visibili, esattamente come la grafica che accompagna questo articolo ripreso da un sito statunitense. Quelli italiani (furbescamente) mostravano solo lo Stadio ma occultavano i grattacieli, i centri commerciali, gli edifici connessi al progetto presentato al Comune di Roma dal costruttore rampante Parnasi (vicino al Pd) e dalla cordata del presidente della Roma, Pallotta. In questa cordata possiamo trovare banche d'affari come Goldman Sachs, Rotschild, la Starwood Capital (socia di Pallotta) ed anche Unicredit.

Il risultato è che le cubature previste per lo Stadio, nel progetto, rappresentano solo il 14%. Tutto il resto – l'86% – consiste in una colata di cemento, palazzi, negozi etc. su cui Parnasi e la cordata finanziaria di Pallotta potrebbero fare soldi a palate vendendo, affittando, ipotecando, dandoli come garanzia per ottenere altri finanziamenti magari da investire chissà dove.

Per avere una idea precisa, il Piano regolatore del Comune prevedeva per l'area 112mila metri quadrati, il progetto Parnasi/Pallotta/banche ne chiede 234mila (più del doppio). Totale: 900mila metri cubi di cemento di cui solo 136mila costituirebbero lo Stadio per la Roma. Non solo. Lo Stadio non sarà di proprietà della Roma, ma della cordata di costruttori e banche alla quale la Roma dovrà pagare l'affitto (si parla di 2milioni di euro l'anno).

Le chiacchiere dunque stanno a zero. Se si vuole fare lo Stadio per la Roma è sufficiente costruirlo per 136mila metri cubi e sull'estensione indicata dal Piano regolatore (duole dirlo, ma la Juventus ha fatto così). Se invece si vuole perseverare nella malattia che affligge Roma da decenni, si pieghi anche questa volta la testa davanti all'arroganza dei palazzinari e delle banche. Questa capitolazione l'aveva già esibita la giunta Marino, approvando una delibera che definisce l'intero progetto come “di interesse pubblico”, sancendo così nuovamente la totale mistificazione su un interesse privato prevalente rispetto a ogni clausola di carattere ambientale, urbanistica, sociale.

L'assessore all'urbanistica della giunta comunale di Roma, Paolo Berdini, ha provato a rigettare questa linea, anche in base al mandato consegnatogli dai comitati che si oppongono a questa ennesima speculazione e che vedono tra questi anche molti cinquestelle che oggi appaiono improvvisamente silenti.

I poteri forti si sono scatenati con ogni mezzo possibile contro di lui, anche ricorrendo alla trappola di una finta intervista con giudizi ruvidi ma di buonsenso sulla Raggi (dall'audio si capisce che è una chiacchierata e non una intervista), una leggerezza che lo ha costretto a presentare le dimissioni (respinte con riserva dalla sindaca Raggi). I giornali riferiscono però di colloqui riservati e accordo segreto prima di Natale tra uno dei “quattro amici al bar”, l'ex vice sindaco del M5S, Daniele Frongia, con il rampante palazzinaro Parnasi. L'obiettivo sarebbe un compromesso sulla riduzione delle cubature “profittabili” con il via libera al progetto.

Se questo sarà l'esito, assisteremo ancora una volta alla prevalenza degli interessi privati sulle scelte per la città e al perpetuarsi di quella logica della “compensazione a perdere” varata dal modello Veltroni. Una conferma in più che la discontinuità con il passato evocata dalla giunta Raggi sta diventando una presa per i fondelli verso le aspettative dei tanti che le hanno consentito di diventare sindaco. L'assessore Berdini farebbe bene allora a mantenere le dimissioni per non diventare una foglia di fico per le contraddizioni della nuova amministrazione.

Se da un lato è amaro constatare come l'estirpazione del dominio dei poteri forti su Roma rischia di perdere una occasione per dare un segnale finalmente in controtendenza, dall'altro è la conferma che il settore sociale e culturale che si espresso con la giunta Raggi non è assolutamente in grado di praticare la rottura necessaria con i poteri forti. Va da sé che se questa contraddizione è vera, altre ipotesi di governo della città e altri soggetti sociali devono a questo punto assumersi la responsabilità di ingaggiare la sfida per estirpare questa malattia dal futuro di Roma e dare così qualche dispiacere al Corriere della Sera e ai padroni del mattone, amici o nemici del Pd che siano.

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