Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/04/2023

Salone del Mobile di Milano: la fiera dello sfruttamento del lavoro

Dieci ore e più di lavoro, in piedi, per le hostess che hanno lavorato dal 18 al 23 aprile alla 61esima edizione del Salone del Mobile di Milano e del Design week. L’evento ha visto la partecipazione di oltre 300mila persone (il 15% in più rispetto all’anno scorso), provenienti da 181 paesi.

Oltre 2000 i marchi che hanno esposto, per compratori che sono venuti da tutto il mondo, il 65% da Cina, Germania e Francia. Il costo del biglietto d’ingresso era di 50 euro, per cui moltiplicando si arriva a una stima di 15 milioni di euro.

Sul fronte del lavoro il Salone è uno di quegli eventi da rubricare alla voce “sfruttamento”, in particolare e anche più per il lavoro femminile.

Dieci ore di lavoro, calzando scarpe con il tacco alto, come impone la divisa, con soli trenta minuti di pausa. Dieci ore di lavoro in cui le hostess registrano migliaia di clienti, parlano con loro in più lingue, li accompagnano negli spazi espositivi tra divani di lusso e oggetti per la casa.

Una bolgia infernale: sei giorni di lavoro in condizioni massacranti, per una paga di 450 euro o poco più.

Le hostess, spiega una di loro, sono ingaggiate da un’azienda che vende il lavoro di giovani donne – per lo più studentesse, alcune provenienti da altri paesi, con una buona conoscenza delle lingue straniere – a 120 euro circa al giorno (il prezzo può aumentare in base alle lingue straniere conosciute), ma a loro in busta paga arrivano poco più di 60 euro, il resto è trattenuto dall’agenzia d’intermediazione.

Una di queste agenzie, Hostess.it, conta 40mila hostess, 4mila steward e 5mila aziende registrate sul sito, con un fatturato di 1.349.300 euro nel 2021, in calo rispetto a quello del 2019 che ammontava a 1.820.943.

Ci sono poi le grandi aziende del design e del mobile che espongono al salone ogni anno, anche queste con fatturati di decine di milioni di euro. Un grande giro d’affari che mobilita competenze lavorative diverse, dalla produzione alla vendita.

Il Salone del Mobile viene presentato, ogni anno, con un certo orgoglio, eppure come in tutti gli eventi di questa portata, se si guarda alle condizioni di lavoro di hostess, steward, e varie altre figure, più che di orgoglio si dovrebbe parlare di vergogna visti i livelli di sfruttamento.

Quest’anno, racconta una delle donne che ha lavorato come hostess, le condizioni sono peggiorate, i visitatori sono aumentati ed il personale è stato ridotto, quindi ci sono stati momenti in cui non si riusciva più a gestire il flusso di migliaia di visitatori giornalieri.

A differenza degli anni passati anche il buono pasto è saltato e le spese di viaggio non sono rimborsate, quindi chi lavora lì deve detrarre dal magro salario, circa 50 euro di spese per i viaggi in treno.

Quelli del Salone del mobile, del Fashion week e di altri eventi, sono alcuni dei lavori precari, invisibili nella maggior parte dei casi, che si trovano durante l’anno, vivendo a Milano o in provincia. Migliaia di giovani, donne e uomini, finiscono in questo macinino: pochi diritti, molto sfruttamento made in Italy, senza che si levi un singulto da parte dei sindacati confederali.

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10/06/2016

Il sinistrismo addomesticato dell’intellettuale illuminato

E così anche Massimo Gramellini, che per un istante della nostra esistenza abbiamo dovuto anche sopportare come riferimento culturale di certa sinistra radical bohemien in tresca perenne con l’ecologismo d’accatto e la feticizzazione del “basso” contro “l’alto”, si smaschera per quello che è: un rimasticamento insignificante della cultura dominante. Il suo corsivo islamofobo di ieri mattina svela i tic tipici di certa sinistra, quella illuminata, che pretende di imporre culturalmente quello che il liberismo prescrive economicamente. Vittima del suo strale le nuove divise delle hostess Alitalia, espressione a suo dire della primitiva cultura araba di sottomissione della donna. Sono brutte, e per di più non si vede un filo di coscia. Davvero uno scandalo. Il sillogismo non assume neanche le forme sottili del razzismo intellettualmente raffinato: chiama in causa direttamente i valori occidentali per definizione superiori a quelli musulmani. Ecco cosa succede a vendere all’estero, per di più a culture primitive, i nostri gioielli nazionali. Le nuove divise Alitalia fanno evidentemente schifo. In linea con la maggior parte delle altre compagnie però. Basta vedere come vanno conciate le schiave sorridenti dei voli low cost, per capire immediatamente la truffa del discorso dell’intellò torinese (egregiamente sbugiardato da Lorenzo Declich su Vice). Lui tutto questo lo sa benissimo: è perfettamente conscio che non esiste alcun collegamento tra la cultura di provenienza della proprietà multinazionale di Alitalia e i nuovi capi di vestiario. Stiamo parlando di un impostore culturale, non di uno sprovveduto. L’obiettivo è la polemica capace di solleticare gli istinti primordiali dell’odio per il diverso. Istinti ampiamente coltivati da tutti gli organi d’informazione massmediali e da tutte le forze politiche in parlamento. Gramellini assolve alla funzione tipica dell’intellettuale compatibile: quella di coprire a sinistra gli items ideologici dominanti, gli elementi posti a fondamenta della narrazione egemone. Le orribili calze verdi divengono così lo smascheramento addirittura dell’Europa saudita; la pelle coperta il segno tangibile della sottomissione della donna nella cultura musulmana. Poco importa che quelle mise sono state pensate ed elaborate da uno stilista milanese; poco importa che le divise precedenti fossero altrettanto brutte; ancor meno, che ogni proprietà multinazionale non ha alcun carattere tipico da conservare o anche solo da riconoscere che non siano strategie di marketing planetarie, che delle “culture locali” se ne fregano altamente. La chiusura è poi un vero e proprio fuoco d’artificio neocolonialista, di quelli che fanno impressione e si rimane stupiti col naso all’insù: [ecco] “cosa succede quando un bene italiano finisce nelle mani di una cultura che, quantomeno in materia di donne, si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne”. Quella stessa cultura a cui stiamo dando esempi a suon di bombe e di sconvolgimenti epocali, dovrebbe al contrario dimostrarsi prona alla nostra palese superiorità, quantomeno in materia di donne, si prodiga però di specificare il giornalista. La cultura occidentale che parla di emancipazione della donna è l’ultima delle provocazioni che siamo costretti a subire in questa nefasta epoca di sottomissione antropologica. Perlomeno, da oggi speriamo di esserci sbarazzati una volta per tutte dalla definizione di Gramellini come “uno di sinistra”.

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