Cari amici del dibattito politico, l’Assemblea Nazionale del PD ha avuto il suo momento catartico: Stefano Bonaccini e la sua “Energia Popolare” sono entrati ufficialmente in maggioranza, chiudendo il cerchio con un atto di unità che è stato salutato come la fine di ogni conflitto interno. L’immagine è quella di una grande famiglia che si ricompone.
Ebbene, mentre i “riformisti di popolo” di Bonaccini si stringono alla segretaria, e i “riformisti-riformisti” (i veri scontenti) si auto-isolano come un collettivo di dissidenza intellettuale, l’osservatore cinico non può che chiedersi: ma la svolta a sinistra, alla fine, ha ottenuto più voti o più freno a mano?
L’ingresso di Bonaccini è stato un esercizio di alto trasformismo moderno, un valzer dove chi prima era il principale sfidante ora è il sostegno più ingombrante. Questa mossa, lodata per l’unità tattica contro Meloni, in realtà cristallizza il problema principale del PD: la retorica della sinistra deve coesistere per forza con la prassi del centro.
I riformisti di Bonaccini hanno portato in dote la loro forza territoriale e la loro aura di “governismo pragmatico”. Ottimo, ma se l’obiettivo della segretaria era quello di rompere con il passato (fiscale, lavoristico, ideologico) del PD, come può farlo ora con una componente così potente e dichiaratamente “attendista” – perché diciamocelo, i governatori si sono schierati in attesa del “dopo Schlein” – che vigila su ogni passo come un severo revisore dei conti?
Il risultato rischia di essere un PD unito nel nome, ma paralizzato nei fatti: una segretaria che parla di trasformazione e una maggioranza che vuole conservazione. Si continua a promettere coraggio contro le disuguaglianze, ma l’ossessione è non fare nulla di troppo sgradito al ceto produttivo, al punto che il fantasma del Jobs Act e la paura di una vera patrimoniale aleggiano su ogni discussione.
Insomma, il valzer è finito. Abbiamo tutti i riformisti al loro posto, la segretaria consolidata, e un avversario esterno (Meloni) che li sbeffeggia perché non hanno un leader, ma due linee politiche che si neutralizzano a vicenda. Un grande successo dell’unità, se solo non significasse che la vera svolta a Sinistra ha appena ricevuto un caloroso benvenuto nella lista delle cose da fare dopo le prossime elezioni. Forse nel 2027. O forse mai.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Elly Schlein. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elly Schlein. Mostra tutti i post
14/12/2025
28/10/2025
L’Irlanda non è qui
Allora, mi dicono, vedo e sento: “Guarda l’Irlanda, guarda Dublino! La sinistra si è unita, ha fatto blocco, e la Catherine Connolly ha vinto, ha sbaragliato! Non come qui da noi, dove si litiga sul colore del fucsia e si perde per un voto al fantasma di Berlinguer.”
Bello. Giusto. L’unione fa la forza, è una verità che nemmeno la pubblicità ci aveva reso così banale. Ma andiamo a vedere chi hanno unito, e soprattutto, cosa è stato unito.
La signora Connolly, mi dicono, non è esattamente la cugina timida di D’Alema. Ha sparato a zero, ma proprio a zero, contro il “solito modello di business” e la “crescita infinita per il gusto della crescita che produce macelleria sociale”. Un attacco frontale, un colpo al cuore del Neo-Liberismo, quella religione laica che qui da noi è l’aria che respiriamo, la poltrona su cui dormiamo.
E qui viene il bello, il tragico, l’italiano.
Domanda: in Italia, un candidato così, anti-neo-liberista, che urla contro la macelleria sociale... chi diavolo lo appoggerebbe a sinistra?
Proviamo a fare l’appello, con la mano sul cuore e un sorrisetto amaro. Chi si unirebbe, ma proprio con l’anima in pace, per sconfiggere le destre sul terreno della coerenza?
Parliamo dei partiti che furono rossi, quelli che hanno firmato i peggiori trattati, quelli che hanno svenduto il patrimonio pubblico, quelli che il Neo-Liberismo l’hanno allattato al seno come un figlio scapestrato ma promettente.
Loro, che fanno? Cercano un “Campo Largo”. Un campo largo, sì, ma per le loro sedie. Un’unione per la conservazione del potere, non per la coerenza ideologica. Un’accozzaglia strategica, che non muove la pancia, ma solo il calcolo elettorale.
E poi ci sono i pochi, i coraggiosi, i coerenti. Quelli che stanno con la gente, quelli che, forse, stanno finalmente alzando la testa, ma non per vedere da che parte soffia il vento del “campo largo”, no. Sono troppo indaffarati a portare la gente in piazza, a sollecitare nuove energie, a svegliare chi ancora dorme. Le sirene neoliberiste dell’unità a tutti i costi non le sentono. Hanno altro da fare che guardare le poltrone.
Insomma, l’Irlanda unisce l’anti-sistema per vincere. L’Italia unisce il sistema (o quel che ne resta) per non morire. Una piccola, insignificante, ma fondamentale differenza.
La verità è che la gran parte della presunta sinistra italica è madre nel neoliberismo, o quantomeno collusa e felice di esserlo, finché c’è da spartire una briciola. Non possono appoggiare un candidato anti-sistema. Sarebbe come se il macellaio facesse campagna elettorale per l’Associazione Vegetariana.
Quindi, dove si guarda? Ancora una volta, siamo al solito punto, quello del “non voto” e della disperazione.
Forse, e dico forse, la speranza non è nel “campo largo” delle poltrone, ma nel “campo largo” delle piazze.
Sì, la speranza è lì. In quel popolo incazzato che finora si è allontanato dal voto. Quelli che si sono stancati del teatrino, del balletto di facce interscambiabili. Quelli che, magari, un giorno, decideranno di votare contro e non per, e di mettere lì, su quelle schede, un nome che non sia una bandiera sbiadita, ma un pugno in faccia al “solito modello di business”.
Finirà così? Non lo so.
Però, intanto, brava Catherine Connolly. Chissà cosa si prova ad avere una sinistra che non ha paura di dire la parola “Fondo Monetario Internazionale” senza aggiungere subito dopo “dobbiamo fare i compiti a casa”.
Fonte
Bello. Giusto. L’unione fa la forza, è una verità che nemmeno la pubblicità ci aveva reso così banale. Ma andiamo a vedere chi hanno unito, e soprattutto, cosa è stato unito.
La signora Connolly, mi dicono, non è esattamente la cugina timida di D’Alema. Ha sparato a zero, ma proprio a zero, contro il “solito modello di business” e la “crescita infinita per il gusto della crescita che produce macelleria sociale”. Un attacco frontale, un colpo al cuore del Neo-Liberismo, quella religione laica che qui da noi è l’aria che respiriamo, la poltrona su cui dormiamo.
E qui viene il bello, il tragico, l’italiano.
Domanda: in Italia, un candidato così, anti-neo-liberista, che urla contro la macelleria sociale... chi diavolo lo appoggerebbe a sinistra?
Proviamo a fare l’appello, con la mano sul cuore e un sorrisetto amaro. Chi si unirebbe, ma proprio con l’anima in pace, per sconfiggere le destre sul terreno della coerenza?
Parliamo dei partiti che furono rossi, quelli che hanno firmato i peggiori trattati, quelli che hanno svenduto il patrimonio pubblico, quelli che il Neo-Liberismo l’hanno allattato al seno come un figlio scapestrato ma promettente.
Loro, che fanno? Cercano un “Campo Largo”. Un campo largo, sì, ma per le loro sedie. Un’unione per la conservazione del potere, non per la coerenza ideologica. Un’accozzaglia strategica, che non muove la pancia, ma solo il calcolo elettorale.
E poi ci sono i pochi, i coraggiosi, i coerenti. Quelli che stanno con la gente, quelli che, forse, stanno finalmente alzando la testa, ma non per vedere da che parte soffia il vento del “campo largo”, no. Sono troppo indaffarati a portare la gente in piazza, a sollecitare nuove energie, a svegliare chi ancora dorme. Le sirene neoliberiste dell’unità a tutti i costi non le sentono. Hanno altro da fare che guardare le poltrone.
Insomma, l’Irlanda unisce l’anti-sistema per vincere. L’Italia unisce il sistema (o quel che ne resta) per non morire. Una piccola, insignificante, ma fondamentale differenza.
La verità è che la gran parte della presunta sinistra italica è madre nel neoliberismo, o quantomeno collusa e felice di esserlo, finché c’è da spartire una briciola. Non possono appoggiare un candidato anti-sistema. Sarebbe come se il macellaio facesse campagna elettorale per l’Associazione Vegetariana.
Quindi, dove si guarda? Ancora una volta, siamo al solito punto, quello del “non voto” e della disperazione.
Forse, e dico forse, la speranza non è nel “campo largo” delle poltrone, ma nel “campo largo” delle piazze.
Sì, la speranza è lì. In quel popolo incazzato che finora si è allontanato dal voto. Quelli che si sono stancati del teatrino, del balletto di facce interscambiabili. Quelli che, magari, un giorno, decideranno di votare contro e non per, e di mettere lì, su quelle schede, un nome che non sia una bandiera sbiadita, ma un pugno in faccia al “solito modello di business”.
Finirà così? Non lo so.
Però, intanto, brava Catherine Connolly. Chissà cosa si prova ad avere una sinistra che non ha paura di dire la parola “Fondo Monetario Internazionale” senza aggiungere subito dopo “dobbiamo fare i compiti a casa”.
Fonte
09/09/2025
I padroni apprezzano il governo Meloni. Buccia di banana per Schlein
Un sondaggio realizzato al Forum di Cernobbio tra i manager e imprenditori riuniti come ogni anno sulle sponde del lago di Como, ha visto più dell’80% giudicare positivamente l’operato del governo Meloni a metà mandato, il 25% gli dà un voto di 8 o 9, il massimo della scala proposta. Opposto invece il giudizio dei padroni sulle opposizioni, il cui operato è giudicato negativo da oltre il 70% dei sondati.
Che il gotha del capitalismo italiano apprezzi il governo della Meloni non è affatto una sorpresa. Questo esecutivo rappresenta i loro interessi materiali al meglio delle sue capacità, sia dei grandi che dei piccoli prenditori.
In piena contraddizione è invece Ely Schlein, scivolata anche in questa occasione su una buccia di banana affermando al margine del forum di Cernobbio: “Le cose che ho detto oggi sono le stesse che ho detto ieri davanti al contro-forum delle associazioni pacifiste. E mi hanno applaudito sia qui che lì... buon segno”.
No, non è un buon segno, al contrario, è il motivo per cui il voler piacere contemporaneamente ai padroni e a chi vi si oppone ha sfracellato le alternative ai governi di destra.
Questi ultimi hanno prettamente chiari quali siano gli interessi materiali da tutelare con le leggi e da rappresentare politicamente (prenditori, industriali, banchieri, balneari, etc.). Il centro-sinistra vuole invece continuare a mettere insieme interessi contrapposti, con il risultato di perdere fiducia e consensi tra i lavoratori e prendere schiaffi dai padroni.
Fonte
Che il gotha del capitalismo italiano apprezzi il governo della Meloni non è affatto una sorpresa. Questo esecutivo rappresenta i loro interessi materiali al meglio delle sue capacità, sia dei grandi che dei piccoli prenditori.
In piena contraddizione è invece Ely Schlein, scivolata anche in questa occasione su una buccia di banana affermando al margine del forum di Cernobbio: “Le cose che ho detto oggi sono le stesse che ho detto ieri davanti al contro-forum delle associazioni pacifiste. E mi hanno applaudito sia qui che lì... buon segno”.
No, non è un buon segno, al contrario, è il motivo per cui il voler piacere contemporaneamente ai padroni e a chi vi si oppone ha sfracellato le alternative ai governi di destra.
Questi ultimi hanno prettamente chiari quali siano gli interessi materiali da tutelare con le leggi e da rappresentare politicamente (prenditori, industriali, banchieri, balneari, etc.). Il centro-sinistra vuole invece continuare a mettere insieme interessi contrapposti, con il risultato di perdere fiducia e consensi tra i lavoratori e prendere schiaffi dai padroni.
Fonte
24/11/2024
Nel dramma UE c’è anche un momento di farsa
Il governo della UE sarà ufficialmente LIBERALFASCISTA.
Dai socialdemocratici, ai liberali, ai conservatori, ai reazionari, staranno tutti assieme al governo con Ursula von der Leyen.
Sarà un governo di centroestremadestra con in programma la guerra alla Russia, la complicità con Israele, l’economia di guerra, l’austerità, la devastazione dell’ambiente e dei diritti sociali, la deportazione dei migranti. Uno schifo assoluto che, come altre tragiche volte nella storia europea, vede la sinistra socialdemocratica vendersi al peggio della destra.
In questo dramma c’è però anche un momento di farsa.
Meloni e Schlein voteranno e sosterranno assieme Fitto, fedelissimo della Presidente del Consiglio, come vice presidente della Commissione UE.
Sarà allora divertente vedere Giorgia Meloni (ex antieuropeista) esaltare l’Europa e i successi italiani in essa.
Mentre Elly Schlein (europeista fanatica) dovrà minimizzare e nascondere; in fondo sarà costretta a sostenere che quel che succede nella UE non è poi così importante e che, anche se lì governa con Meloni, in Italia è duramente all’opposizione.
Si chiama trasformismo e come il fascismo è una invenzione italiana. Che è stata anche esportata all’estero.
Fonte
Dai socialdemocratici, ai liberali, ai conservatori, ai reazionari, staranno tutti assieme al governo con Ursula von der Leyen.
Sarà un governo di centroestremadestra con in programma la guerra alla Russia, la complicità con Israele, l’economia di guerra, l’austerità, la devastazione dell’ambiente e dei diritti sociali, la deportazione dei migranti. Uno schifo assoluto che, come altre tragiche volte nella storia europea, vede la sinistra socialdemocratica vendersi al peggio della destra.
In questo dramma c’è però anche un momento di farsa.
Meloni e Schlein voteranno e sosterranno assieme Fitto, fedelissimo della Presidente del Consiglio, come vice presidente della Commissione UE.
Sarà allora divertente vedere Giorgia Meloni (ex antieuropeista) esaltare l’Europa e i successi italiani in essa.
Mentre Elly Schlein (europeista fanatica) dovrà minimizzare e nascondere; in fondo sarà costretta a sostenere che quel che succede nella UE non è poi così importante e che, anche se lì governa con Meloni, in Italia è duramente all’opposizione.
Si chiama trasformismo e come il fascismo è una invenzione italiana. Che è stata anche esportata all’estero.
Fonte
15/04/2024
L’incapacità della Schlein di guardare ai buchi neri nel PD
Nel bubbone esploso nel Pd intorno alle vicende di Bari e della Puglia, molti leggono l’episodio in se ma perdono di vista la foresta.
Le maglie larghe di un partito “liquido”, riempitosi di democristiani nello spirito e nella prassi e di membri della vecchia ditta (il Pci) da tempo in totale dismissione, hanno consegnato alla contemporaneità un partito di sistema che soffre enormemente quando deve stare all’opposizione e che vive solo quando è amministratore, a livello locale come nazionale. Una roba lontanissima dal “partito di lotta e di governo” su cui è cresciuta una parte ormai marginalizzata del Pd.
Si esiste e si conta solo se si amministra, indipendentemente da come, con chi e soprattutto per chi. Gli interessi sociali di riferimento hanno da tempo messo in soffitta qualsiasi connessione con la rappresentanza di interessi e gruppi sociali definiti.
Nel lavoro dipendente il Pd ormai presta attenzione solo a qualche nicchia di lavoratrici e lavoratori contrattualizzati, per il resto l’interlocuzione va al mondo delle imprese, del privato sociale e dei mass media.
Tutto il resto è stato consegnato alla destra, con un surplus di disprezzo e supponenza verso quei settori popolari considerati ormai alla stregua di “plebe”, avvicinabile solo attraverso “cacicchi e capibastone” capaci di veicolarne clientelarmente e non politicamente il voto.
Sulla base di questa mission, al Pd si sono avvicinati o adeguati tutti coloro che veicolano voti e relazioni nei territori – come abbiamo visto non sempre limpidissime, anzi – in funzione dell’obiettivo di stare lì dove si comanda, si amministra... si distribuisce. Con un ricorso al trasformismo diventato fisiologico e una fisionomia che somiglia sempre più a quella di un comitato d’affari.
Del resto la Schlein ha vinto le primarie tra gli elettori e gli esterni del Pd ma le aveva perse nel corpo interno del partito. Non era un dettaglio allora e non lo è adesso.
Ma nella riflessione, la radiografia e l’individuazione delle magagne interne, il dibattito pubblico – dentro, intorno e fuori del Pd – si è rapidamente dimenticato di una analisi che invece sarebbe utilissima per capire come cacicchi e capibastone abbiano condizionato la composizione, la vita interna e la proiezione politica esterna del Pd.
Ci riferiamo all’indagine condotta sul Pd di Roma nel 2015 da Fabrizio Barca.
Alla fine del 2014 l’amministrazione e il consiglio comunale di Roma furono investiti dalla tempesta dell’inchiesta su Mafia Capitale. Su quella indagine, le forzature della magistratura, le asimmetrie e le grandi assenze nell’inchiesta, il nostro giornale fu esplicito sin dall’inizio.
Il malaffare negli appalti e nella cooperazione sociale era palpabile da tempo e la permeabilità ad esso della politica era ben visibile.
Quell’inchiesta colpì trasversalmente sia la destra capitolina “de panza e de governo” sia il Pd romano, facendo traballare la giunta Marino che alla fine venne affondata proprio dal “fuoco amico” nel Pd.
A seguito di quel terremoto politico e giudiziario, venne incaricato Fabrizio Barca di condurre una indagine sui circoli del Pd a Roma, sulla loro vita interna, sulle relazioni e le connessioni con i territori e i soggetti sociali di riferimento.
Il risultato fu che un circolo su cinque venne ritenuto “dannoso” per il partito. Sono circoli, secondo la relazione di Barca “in cui prevalgono interessi particolari che sovrastano o annullano gli interessi generali o sono arena di scontro di poteri”. In questi casi, “Il Circolo è dannoso perché blocca il confronto sui contenuti premia la fedeltà di filiera, emargina gli innovatori”. La ricerca e la relazione hanno precisato di non aver preso in esame, “la legalità dei comportamenti, compito che tocca alla magistratura, la regolarità delle iscrizioni, il rispetto delle regole, dello statuto e del codice etico, nonché la moralità dei comportamenti”.
Bene, non vogliamo né pensiamo di poter dispensare consigli su questo.
Il nostro giudizio politico sul Pd, la sua storia e la sua funzione nel paese è assai più severo e definitivo di questo. Abbiamo affermato più volte che: “il Pd è parte del problema, non della sua soluzione”.
Ci sentiamo però di segnalare alla segretaria del Pd che l’inchiesta sul campo è cosa assai migliore delle dichiarazioni di principio che perdono senso via via che dal centro arrivano nei territori.
Un partito ircocervo che è venuto assumendo una natura democristiana più che socialdemocratica, con contenuti politici di fondo non molto dissimili da quelli del centro-destra (su una politica estera servilmente euroatlantica, una sussidiarietà che ha prodotto priorità del privato sul pubblico, una subalternità a banche e imprese), con un disagio e distanza nei rapporti con i settori popolari ed infine una soglia di tolleranza altissima verso “cacicchi e capibastone” locali, non ispira certo empatia in giro per il paese.
Soprattutto se molte delle facce con cui il Pd si presenta nei territori si rivelano interscambiabili per contenuti e attitudini con quelle dei propri competitori politici.
Poi diventa difficile accollare le responsabilità agli altri.
Fonte
Le maglie larghe di un partito “liquido”, riempitosi di democristiani nello spirito e nella prassi e di membri della vecchia ditta (il Pci) da tempo in totale dismissione, hanno consegnato alla contemporaneità un partito di sistema che soffre enormemente quando deve stare all’opposizione e che vive solo quando è amministratore, a livello locale come nazionale. Una roba lontanissima dal “partito di lotta e di governo” su cui è cresciuta una parte ormai marginalizzata del Pd.
Si esiste e si conta solo se si amministra, indipendentemente da come, con chi e soprattutto per chi. Gli interessi sociali di riferimento hanno da tempo messo in soffitta qualsiasi connessione con la rappresentanza di interessi e gruppi sociali definiti.
Nel lavoro dipendente il Pd ormai presta attenzione solo a qualche nicchia di lavoratrici e lavoratori contrattualizzati, per il resto l’interlocuzione va al mondo delle imprese, del privato sociale e dei mass media.
Tutto il resto è stato consegnato alla destra, con un surplus di disprezzo e supponenza verso quei settori popolari considerati ormai alla stregua di “plebe”, avvicinabile solo attraverso “cacicchi e capibastone” capaci di veicolarne clientelarmente e non politicamente il voto.
Sulla base di questa mission, al Pd si sono avvicinati o adeguati tutti coloro che veicolano voti e relazioni nei territori – come abbiamo visto non sempre limpidissime, anzi – in funzione dell’obiettivo di stare lì dove si comanda, si amministra... si distribuisce. Con un ricorso al trasformismo diventato fisiologico e una fisionomia che somiglia sempre più a quella di un comitato d’affari.
Del resto la Schlein ha vinto le primarie tra gli elettori e gli esterni del Pd ma le aveva perse nel corpo interno del partito. Non era un dettaglio allora e non lo è adesso.
Ma nella riflessione, la radiografia e l’individuazione delle magagne interne, il dibattito pubblico – dentro, intorno e fuori del Pd – si è rapidamente dimenticato di una analisi che invece sarebbe utilissima per capire come cacicchi e capibastone abbiano condizionato la composizione, la vita interna e la proiezione politica esterna del Pd.
Ci riferiamo all’indagine condotta sul Pd di Roma nel 2015 da Fabrizio Barca.
Alla fine del 2014 l’amministrazione e il consiglio comunale di Roma furono investiti dalla tempesta dell’inchiesta su Mafia Capitale. Su quella indagine, le forzature della magistratura, le asimmetrie e le grandi assenze nell’inchiesta, il nostro giornale fu esplicito sin dall’inizio.
Il malaffare negli appalti e nella cooperazione sociale era palpabile da tempo e la permeabilità ad esso della politica era ben visibile.
Quell’inchiesta colpì trasversalmente sia la destra capitolina “de panza e de governo” sia il Pd romano, facendo traballare la giunta Marino che alla fine venne affondata proprio dal “fuoco amico” nel Pd.
A seguito di quel terremoto politico e giudiziario, venne incaricato Fabrizio Barca di condurre una indagine sui circoli del Pd a Roma, sulla loro vita interna, sulle relazioni e le connessioni con i territori e i soggetti sociali di riferimento.
Il risultato fu che un circolo su cinque venne ritenuto “dannoso” per il partito. Sono circoli, secondo la relazione di Barca “in cui prevalgono interessi particolari che sovrastano o annullano gli interessi generali o sono arena di scontro di poteri”. In questi casi, “Il Circolo è dannoso perché blocca il confronto sui contenuti premia la fedeltà di filiera, emargina gli innovatori”. La ricerca e la relazione hanno precisato di non aver preso in esame, “la legalità dei comportamenti, compito che tocca alla magistratura, la regolarità delle iscrizioni, il rispetto delle regole, dello statuto e del codice etico, nonché la moralità dei comportamenti”.
Bene, non vogliamo né pensiamo di poter dispensare consigli su questo.
Il nostro giudizio politico sul Pd, la sua storia e la sua funzione nel paese è assai più severo e definitivo di questo. Abbiamo affermato più volte che: “il Pd è parte del problema, non della sua soluzione”.
Ci sentiamo però di segnalare alla segretaria del Pd che l’inchiesta sul campo è cosa assai migliore delle dichiarazioni di principio che perdono senso via via che dal centro arrivano nei territori.
Un partito ircocervo che è venuto assumendo una natura democristiana più che socialdemocratica, con contenuti politici di fondo non molto dissimili da quelli del centro-destra (su una politica estera servilmente euroatlantica, una sussidiarietà che ha prodotto priorità del privato sul pubblico, una subalternità a banche e imprese), con un disagio e distanza nei rapporti con i settori popolari ed infine una soglia di tolleranza altissima verso “cacicchi e capibastone” locali, non ispira certo empatia in giro per il paese.
Soprattutto se molte delle facce con cui il Pd si presenta nei territori si rivelano interscambiabili per contenuti e attitudini con quelle dei propri competitori politici.
Poi diventa difficile accollare le responsabilità agli altri.
Fonte
06/03/2024
Ora non vengano in piazza per la pace
Il ministro degli esteri Taiani ha detto in Parlamento che la missione militare Aspides nel Mar Rosso sarebbe “difensiva”. Grasse risate...
Ma quando mai un governo nel mondo ha dichiarato il contrario per le sue imprese di guerra? Tutte le parti della terza guerra mondiale a pezzi sono proclamati come assolutamente “difensive”!
Israele sta compiendo un genocidio “per difendersi”, come gli ha benignamente riconosciuto gran parte dell’Occidente.
Eppure è bastata questa vecchia e noiosa barzelletta di Taiani perché il PD e il M5S votassero a favore. A favore di un’azione di guerra neocoloniale a sostegno di Israele e USA, che serve a far veder che anche l’Italia è capace di sparare in mari lontani e a realizzare marketing per l’industria militare, da Leonardo a Fincantieri.
E non ci si venga a dire che bisogna fermare la pirateria navale. Se si volesse farlo davvero, si dovrebbero inviare le navi al largo di Gaza, per fermare le motovedette israeliane che bloccano dal mare il cibo e impediscono ai palestinesi persino di pescare. Quella è infame pirateria.
Con il voto a favore di un’altra azione di guerra, il centrosinistra ampio si è mostrato uguale a quello più ristretto: la fedeltà euroatlantica agli USA viene prima di tutto e unisce Schlein a Meloni, Conte a Renzi, Taiani e a Salvini. Non si governa in Italia se non si bacia la pantofola americana.
Che pena, ora almeno non vengano in piazza per la pace, almeno dove ci siamo noi.
Fonte
Ma quando mai un governo nel mondo ha dichiarato il contrario per le sue imprese di guerra? Tutte le parti della terza guerra mondiale a pezzi sono proclamati come assolutamente “difensive”!
Israele sta compiendo un genocidio “per difendersi”, come gli ha benignamente riconosciuto gran parte dell’Occidente.
Eppure è bastata questa vecchia e noiosa barzelletta di Taiani perché il PD e il M5S votassero a favore. A favore di un’azione di guerra neocoloniale a sostegno di Israele e USA, che serve a far veder che anche l’Italia è capace di sparare in mari lontani e a realizzare marketing per l’industria militare, da Leonardo a Fincantieri.
E non ci si venga a dire che bisogna fermare la pirateria navale. Se si volesse farlo davvero, si dovrebbero inviare le navi al largo di Gaza, per fermare le motovedette israeliane che bloccano dal mare il cibo e impediscono ai palestinesi persino di pescare. Quella è infame pirateria.
Con il voto a favore di un’altra azione di guerra, il centrosinistra ampio si è mostrato uguale a quello più ristretto: la fedeltà euroatlantica agli USA viene prima di tutto e unisce Schlein a Meloni, Conte a Renzi, Taiani e a Salvini. Non si governa in Italia se non si bacia la pantofola americana.
Che pena, ora almeno non vengano in piazza per la pace, almeno dove ci siamo noi.
Fonte
04/03/2024
Elly Schlein, campo largo e guerra permanente
Roma, 2 mar. (askanews) – “Continueremo a sostenere l’Ucraina con ogni mezzo necessario ma Olaf (Scholz) ha ragione, questo non significa e non comprende l’invio di truppe di terra e questo deve essere chiaro”. Lo ha detto la segretaria PD Elly Schlein parlando al congresso del PSE. “Al contempo, sappiamo che il ruolo dell’UE non può fermarsi qui e abbiamo il compito storico di fare tutto il possibile per isolare la Russia con un ruolo più forte dell’Europa a livello diplomatico e per aiutare gli ucraini a ottenere la loro pace alle loro condizioni”, ha aggiunto.
Queste le dichiarazioni della segretaria del PD all’iniziativa romana dei socialisti europei dedicata alle prossime elezioni al parlamento di Strasburgo. In sede di politica nazionale le dichiarazioni sono state vendute come un impegno pacifista a non mandare truppe in Ucraina. In realtà si tratta di un vero passaporto alla concezione tedesca della guerra proxy che prevede l’allargamento dell’industria bellica, dell’export di armi tedesche verso Kiev e l’impiego di indigeni sul campo anche attraverso misure forti di costrizione alla leva. Questa concezione prevede, piuttosto che un vero esercito europeo (tra l’altro operazione complessa da realizzare tanto da apparire solo futuribile) un esercito tedesco prevalente sugli altri del nostro continente che si coordina con loro. Non a caso quindi alla concezione della guerra per procura si contrappone quella francese, quella dell’intervento diretto in Ucraina, che oltre a essere così pericolosa da sembrare più una boutade che una strategia, rivela una differenza reale di interessi in Europa sia sulla guerra che sull’industria militare. Il dettaglio che penderebbe dalla parte dei francesi è però quello piccolo chiamato realtà, ovvero se la guerra in Ucraina è la Stalingrado dell’Europa ci si deve rendere conto, come segnalano diversi analisti militari (anche sul New York Times) non solo che gli ucraini stanno perdendo la guerra ma anche che non sono più in grado di approntare le difese necessarie per i territori rimasti.
Le posizioni della Schlein in appoggio a Scholz sono quindi doppiamente inaccettabili sul piano pacifista e su quello interventista. Su quello del “cessate il fuoco” rappresentano un sostegno alla guerra proxy che è inaccettabile assieme alle politiche di riarmo che contengono. Su quello dello scontro con la Russia rappresentano ancora una mancata presa d’atto della fase drammatica che si è aperta per gli occidentali dopo le ultime sconfitte di Kiev. Certo, aziende come Rheinmetall, che ha alzato profitti stellari dall’inizio della guerra in Ucraina, come del resto fece durante il riarmo propedeutico alle due guerre mondiali, e Rheinmetall Italia di fronte a questa intesa Schlein-Scholz non possono che essere contente ma, anche qui, guardare alle cose come stanno non fa male. La Schlein ha affermato che l’Ue ha il “compito storico di isolare la Russia” e, a parte che non ci ricordiamo dove e quando sia stato scritto questo compito, giova ricordare come, dall’esclusione della Russia dal G8, si sono prodotte solo guerre e una separazione in blocchi tra occidente e BRICS, composto da economie forti e dal 48 per cento del pianeta, che, così continuando si candida a riprodurre nuove diseguaglianze e nuovi disastri.
Negli stessi giorni sia Schlein che la stampa progressista parlano di campo largo ovvero una sovrapposizione di cartelli elettorali progressisti composta in modo tale da battere il centrodestra alle prossime elezioni. Il campo largo dovrebbe definirsi attorno a una serie di proposte spot (salario minimo, sanità, scuola, transizione ecologica etc.) di per sé non certo inaccettabili come principi ma che, in una concezione da priorità della guerra permanente, sono destinati a rimanere tali, scalzati dalla primato del conflitto con la Russia. Anche perché l’Europa non ha risorse per monetizzare il sociale in modo da anestetizzarlo dagli effetti del conflitto, lo dimostrano le dichiarazioni di Draghi sulla mancanza di risorse per gli investimenti in UE.
In una situazione grave come quella che stiamo vivendo il campo largo si configura quindi come una alleanza elettorale, dai principi minimi e senza indirizzo strategico, destinata a doversi adattare a istanze strategiche che non governa e non contribuisce a definire, semplicemente accompagnando il declino italiano imboccato da anni. Ad adattarsi oppure a esplodere come fece il governo Prodi che, nel 2007, di fronte alla crisi finanziaria globale che sfociò in Lehman Brothers, fece varare una finanziaria recessiva che, dopo pochi mesi, mandò in pezzi la maggioranza. Non sarà facile per il centrosinistra, chiamiamolo così, sfuggire a uno dei due sentieri che, al momento, sembrano obbligati. Sempre che il governo Meloni, che ha mostrato una certa resilienza, non riesca a sfuggire alle trappole che ha davanti.
Fonte
Queste le dichiarazioni della segretaria del PD all’iniziativa romana dei socialisti europei dedicata alle prossime elezioni al parlamento di Strasburgo. In sede di politica nazionale le dichiarazioni sono state vendute come un impegno pacifista a non mandare truppe in Ucraina. In realtà si tratta di un vero passaporto alla concezione tedesca della guerra proxy che prevede l’allargamento dell’industria bellica, dell’export di armi tedesche verso Kiev e l’impiego di indigeni sul campo anche attraverso misure forti di costrizione alla leva. Questa concezione prevede, piuttosto che un vero esercito europeo (tra l’altro operazione complessa da realizzare tanto da apparire solo futuribile) un esercito tedesco prevalente sugli altri del nostro continente che si coordina con loro. Non a caso quindi alla concezione della guerra per procura si contrappone quella francese, quella dell’intervento diretto in Ucraina, che oltre a essere così pericolosa da sembrare più una boutade che una strategia, rivela una differenza reale di interessi in Europa sia sulla guerra che sull’industria militare. Il dettaglio che penderebbe dalla parte dei francesi è però quello piccolo chiamato realtà, ovvero se la guerra in Ucraina è la Stalingrado dell’Europa ci si deve rendere conto, come segnalano diversi analisti militari (anche sul New York Times) non solo che gli ucraini stanno perdendo la guerra ma anche che non sono più in grado di approntare le difese necessarie per i territori rimasti.
Le posizioni della Schlein in appoggio a Scholz sono quindi doppiamente inaccettabili sul piano pacifista e su quello interventista. Su quello del “cessate il fuoco” rappresentano un sostegno alla guerra proxy che è inaccettabile assieme alle politiche di riarmo che contengono. Su quello dello scontro con la Russia rappresentano ancora una mancata presa d’atto della fase drammatica che si è aperta per gli occidentali dopo le ultime sconfitte di Kiev. Certo, aziende come Rheinmetall, che ha alzato profitti stellari dall’inizio della guerra in Ucraina, come del resto fece durante il riarmo propedeutico alle due guerre mondiali, e Rheinmetall Italia di fronte a questa intesa Schlein-Scholz non possono che essere contente ma, anche qui, guardare alle cose come stanno non fa male. La Schlein ha affermato che l’Ue ha il “compito storico di isolare la Russia” e, a parte che non ci ricordiamo dove e quando sia stato scritto questo compito, giova ricordare come, dall’esclusione della Russia dal G8, si sono prodotte solo guerre e una separazione in blocchi tra occidente e BRICS, composto da economie forti e dal 48 per cento del pianeta, che, così continuando si candida a riprodurre nuove diseguaglianze e nuovi disastri.
Negli stessi giorni sia Schlein che la stampa progressista parlano di campo largo ovvero una sovrapposizione di cartelli elettorali progressisti composta in modo tale da battere il centrodestra alle prossime elezioni. Il campo largo dovrebbe definirsi attorno a una serie di proposte spot (salario minimo, sanità, scuola, transizione ecologica etc.) di per sé non certo inaccettabili come principi ma che, in una concezione da priorità della guerra permanente, sono destinati a rimanere tali, scalzati dalla primato del conflitto con la Russia. Anche perché l’Europa non ha risorse per monetizzare il sociale in modo da anestetizzarlo dagli effetti del conflitto, lo dimostrano le dichiarazioni di Draghi sulla mancanza di risorse per gli investimenti in UE.
In una situazione grave come quella che stiamo vivendo il campo largo si configura quindi come una alleanza elettorale, dai principi minimi e senza indirizzo strategico, destinata a doversi adattare a istanze strategiche che non governa e non contribuisce a definire, semplicemente accompagnando il declino italiano imboccato da anni. Ad adattarsi oppure a esplodere come fece il governo Prodi che, nel 2007, di fronte alla crisi finanziaria globale che sfociò in Lehman Brothers, fece varare una finanziaria recessiva che, dopo pochi mesi, mandò in pezzi la maggioranza. Non sarà facile per il centrosinistra, chiamiamolo così, sfuggire a uno dei due sentieri che, al momento, sembrano obbligati. Sempre che il governo Meloni, che ha mostrato una certa resilienza, non riesca a sfuggire alle trappole che ha davanti.
Fonte
02/03/2024
Il PD imbroglia ancora, come sempre
Nella tragedia del genocidio a Gaza e dei passi veloci della UE e della NATO verso la Terza guerra mondiale c’è un momento di farsa interpretato in Italia dal PD di Schlein, che da noi finge di essere diventato di sinistra e quasi pacifista, ma appena si trova in altre sedi è tutt’altro.
Abbiamo saputo dai mass media che il Parlamento UE avrebbe votato per il cessate il fuoco a Gaza, ma è un fake. In realtà a Strasburgo hanno votato che il cessate il fuoco ci dovrà essere con il rilascio di tutti gli ostaggi e lo smantellamento di Hamas, cioè hanno assunto una posizione a destra di Netanyahu.
Poi lo stesso parlamento ha votato per la guerra totale alla Russia, fino alla riconquista della Crimea, con il massimo di spesa per armi, come vuole “Lady genocidio”, Ursula von Der Leyen.
In entrambi i casi il PD ha votato con gli imbroglioni complici del genocidio e con i guerrafondai.
Il M5S ha votato contro, ma se poi si allea con il PD smentisce se stesso, perché il PD resta partito della guerra e della NATO e soprattutto dell’imbroglio.
Fonte
Abbiamo saputo dai mass media che il Parlamento UE avrebbe votato per il cessate il fuoco a Gaza, ma è un fake. In realtà a Strasburgo hanno votato che il cessate il fuoco ci dovrà essere con il rilascio di tutti gli ostaggi e lo smantellamento di Hamas, cioè hanno assunto una posizione a destra di Netanyahu.
Poi lo stesso parlamento ha votato per la guerra totale alla Russia, fino alla riconquista della Crimea, con il massimo di spesa per armi, come vuole “Lady genocidio”, Ursula von Der Leyen.
In entrambi i casi il PD ha votato con gli imbroglioni complici del genocidio e con i guerrafondai.
Il M5S ha votato contro, ma se poi si allea con il PD smentisce se stesso, perché il PD resta partito della guerra e della NATO e soprattutto dell’imbroglio.
Fonte
28/10/2023
Segreteria Schlein: cronaca di un fallimento annunciato
L’ho scritto subito dopo la sua elezione a segretaria del PD: la questione “Guerra e Pace” è dirimente e soltanto se Elly Schlein avesse deciso di rompere con il bieco servilismo ultra-atlantista degli ultimi trent’anni espresso da quel partito, assumendo finalmente una posizione chiara – non solo astratta – contro la guerra ma anche contro chi le guerre le vuole e le provoca (leggi la NATO ed i suoi servi sciocchi), allora si sarebbe potuto parlare davvero di “novità”, di “svolta” ecc.
D’altronde, c’è un rapporto di causa effetto tanto tra la posizione guerrafondaia dell’Italia e la spirale inflattiva che sta impoverendo fasce sempre più larghe di popolazione quanto tra l’aumento della spesa militare ed i sempre più consistenti tagli alla spesa sociale.
Abbiamo visto, invece, come la Schlein, già sul caso Ucraino, mentre cianciava nei talk televisivi di “dialogo” e di “più spazio alla diplomazia” poi in Parlamento Europeo votava a favore dell’invio delle armi all’Ucraina.
Ed ecco ieri la nuova perla, ovvero, la posizione favorevole del PD di Schlein nei confronti della vergognosa risoluzione all’Europarlamento su Israele e Gaza con cui si chiede, con una dose gigantesca di ignavia e di ipocrisia, una «pausa umanitaria» al posto del cessate il fuoco.
Ma se un partito politico, su un tema così importante oltre che drammaticamente attuale, non riesce ad esprimere nemmeno una posizione (magari anche complessa) e finisce per far andare i suoi parlamentari in ordine sparso ad una generica “manifestazione per la pace” (peraltro disertata dai più), semplicemente non è un partito ma una accozzaglia di cialtroni, arrivisti ed arrampicatori insaziabili, abbarbicati ai loro sistemi di potere e tenuti insieme soltanto dalla volontà di averne ancora o di più.
E la Schlein si dimostra che il solito specchietto per le allodole (come del resto le stesse “sardine”) con cui il PD ha cercato di darsi una “spolverata di sinistra”, senza peraltro invertire la tendenza al declino, visto che l’ultimo sondaggio Ipsos, pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera, sulle intenzioni di voto degli italiani, dà i Dem al 18,5%.
Il dato più basso per la segretaria Schlein, ovvero, la certificazione del fallimento dell’operazione riverniciatura di un partito strutturalmente intrecciato con gli apparati e gli interessi che contano, dentro e fuori il partito.
E lei, la Schlein, ormai pesce in barile, non riesce nemmeno più ad organizzare un discorso di senso compiuto, costretta com’è a mediare continuamente tra una decina di correnti tanto da diventare una delle più prolifiche produttrici di supercazzole del panorama politico italiano (Crozza docet).
Fonte
D’altronde, c’è un rapporto di causa effetto tanto tra la posizione guerrafondaia dell’Italia e la spirale inflattiva che sta impoverendo fasce sempre più larghe di popolazione quanto tra l’aumento della spesa militare ed i sempre più consistenti tagli alla spesa sociale.
Abbiamo visto, invece, come la Schlein, già sul caso Ucraino, mentre cianciava nei talk televisivi di “dialogo” e di “più spazio alla diplomazia” poi in Parlamento Europeo votava a favore dell’invio delle armi all’Ucraina.
Ed ecco ieri la nuova perla, ovvero, la posizione favorevole del PD di Schlein nei confronti della vergognosa risoluzione all’Europarlamento su Israele e Gaza con cui si chiede, con una dose gigantesca di ignavia e di ipocrisia, una «pausa umanitaria» al posto del cessate il fuoco.
Ma se un partito politico, su un tema così importante oltre che drammaticamente attuale, non riesce ad esprimere nemmeno una posizione (magari anche complessa) e finisce per far andare i suoi parlamentari in ordine sparso ad una generica “manifestazione per la pace” (peraltro disertata dai più), semplicemente non è un partito ma una accozzaglia di cialtroni, arrivisti ed arrampicatori insaziabili, abbarbicati ai loro sistemi di potere e tenuti insieme soltanto dalla volontà di averne ancora o di più.
E la Schlein si dimostra che il solito specchietto per le allodole (come del resto le stesse “sardine”) con cui il PD ha cercato di darsi una “spolverata di sinistra”, senza peraltro invertire la tendenza al declino, visto che l’ultimo sondaggio Ipsos, pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera, sulle intenzioni di voto degli italiani, dà i Dem al 18,5%.
Il dato più basso per la segretaria Schlein, ovvero, la certificazione del fallimento dell’operazione riverniciatura di un partito strutturalmente intrecciato con gli apparati e gli interessi che contano, dentro e fuori il partito.
E lei, la Schlein, ormai pesce in barile, non riesce nemmeno più ad organizzare un discorso di senso compiuto, costretta com’è a mediare continuamente tra una decina di correnti tanto da diventare una delle più prolifiche produttrici di supercazzole del panorama politico italiano (Crozza docet).
Fonte
19/06/2023
Sotto il passamontagna niente...
Se nell’Italietta di oggi qualcuno sente “odore” di anni ‘70 merita un tso immediato. Eppure la sedicente “classe politica” non parla d’altro, in queste ore.
Merito della provocazione di Beppe Grillo, che sul palco della manifestazione di sabato ha pronunciato due parole che – a questo punto – qualcuno proporrà di abolire dal vocabolario: “brigata” e “passamontagna”.
Se dovesse avvenire, l’esercito si troverebbe nella spiacevole condizione di dover riformulare la propria composizione interna (ogni divisione è composta da reggimenti o brigate), cancellando bandiere, targhe commemorative o di indicazione logistica, gradi e quant’altro.
Naturalmente non avverrà nulla di tutto ciò. Le stumentalizzazioni da quattro soldi, nel panorama infame della politichetta nazionale, durano un titolo di giornale, poi si passa ad altro, ma allo stesso infimo livello.
La “polemica” – come dicono i professionisti della disinformazione di regime – ha come sempre preso il via da una o due parole messe fuori contesto ed elevate ad unico tema di cui discutere.
Per la cronaca, Grillo stava parlando del povero cittadino che era stato multato per aver coperto a sue spese e fatica una buca nella “pubblica via” (ci sono vigili urbani che non hanno niente altro da fare, pare), suggerendo appunto di imitarlo e organizzare “brigate” di “riparazione panchine rotte” nei giardinetti pubblici.
Un modo, vien da pensare, di trasformare gli “umarell” in riparatori attivi, invece di restare commentatori passivi dei lavori pubblici fatti da altri. Non proprio un anticipo di “lotta amata”…
Smettiamola di scherzare, anche se è difficile restar seri davanti ai pagliacci di Palazzo. Sapete tutti che mezzo Pd si è “ribellato” a Elly Schein, “colpevole” di aver fatto la furba – è nella sua natura, che volete farci… – andando alla manifestazione “contro la precarietà” organizzata dai colleghi-rivali Cinque Stelle.
I D’Amato, i Marcucci, i sindaci che nelle stesse ore stavano ringraziando il governo Meloni per la “riforma” che cancella l’abuso d’ufficio, ecc, si sono immediatamente candidati a fare – come i Renzi e i Calenda – il futuro “supporto esterno” per la maggioranza a trazione fascista.
Chiaro a questo punto il “plot” che stanno tutti recitando.
La manifestazione di sabato 17, ripetiamo era stata presentata come “contro la precarietà”. E chi ha governato negli ultimi 30 anni – piddini, berlusconiani, leghisti, fascisti – ne porta appieno la responsabilità (dal “pacchetto Treu” all’abolizione dell’art. 18, fino ad oggi).
Quasi intollerabile che una delle forze che hanno questa responsabilità (i Cinque Stelle) chiamino “le masse” a protestare soltanto ora. Ma ci può stare, se ci si rende conto che questo è uno dei problemi principali che stanno a cuore alla popolazione tutta e che lo spazio politico-sociale, per chi sta ora all’opposizione, è su queste cose.
E infatti nel corteo si sono sentiti molti slogan e letti molti cartelli che pretendono il “salario minimo”, il lavoro stabile, stipendi dignitosi, un’età pensionabile meno irraggiungibile da vivi.
Si detto con chiarezza: sono tutti temi che stanno anche, più seriamente e credibilmente, nella piattaforma del corteo di sabato 24 giugno, promosso da una vasto arco di forze politiche, sindacali associative, sotto l’indicazione generale “contro il governo Meloni” e “giù le armi, su i salari”.
Perché la guerra in Ucraina – come uscirne, metterle fine, negoziare la pace, fermare l’escalation, cessare l’invio di sempre nuove e più potenti armi – costituisce la cornice entro cui ogni rivendicazione sociale viene compressa e stravolta.
Diciamolo altrimenti: la gente soffre i bassi salari, la precarietà e la paura di una escalation nucleare. Governo e opposizione parlamentare (mica ci vorrete vendere la bufala di Elly Schlein “pacifista”, no?) sono assolutamente sulla stessa posizione: w la guerra e il riarmo, bassi salari e mano libera alle imprese.
Le differenze sono minime e tardive (i Cinque Stelle ora chiedono lo stop all’invio di armi all’Ucraina, ma lo avevano votato quando stavano nel governo insieme a Draghi), per questo conviene a tutti – sia ai Grillo-Conte che al Pd e alla maggioranza di destra-centro – esagerarle come se fossero “epocali”.
E quindi da una parte si gioca con le “parole proibite”, dall’altra si soffia su paure borghesi mai del tutto sopite.
Ad entrambi gli schieramenti parlamentari fa gioco. In questo modo i problemi della popolazione – salari, prezzi alle stelle, guerra, precarietà, ecc – restano fuori dai telegiornali e dagli editoriali da operetta. Sotto il “passamontagna”, insomma, c’è meno di niente…
È bene saperlo. Ci vediamo in piazza questo sabato, per cominciare a fare opposizione sul serio. Ovvero su quello che conta per milioni di persone.
Fonte
Merito della provocazione di Beppe Grillo, che sul palco della manifestazione di sabato ha pronunciato due parole che – a questo punto – qualcuno proporrà di abolire dal vocabolario: “brigata” e “passamontagna”.
Se dovesse avvenire, l’esercito si troverebbe nella spiacevole condizione di dover riformulare la propria composizione interna (ogni divisione è composta da reggimenti o brigate), cancellando bandiere, targhe commemorative o di indicazione logistica, gradi e quant’altro.
Naturalmente non avverrà nulla di tutto ciò. Le stumentalizzazioni da quattro soldi, nel panorama infame della politichetta nazionale, durano un titolo di giornale, poi si passa ad altro, ma allo stesso infimo livello.
La “polemica” – come dicono i professionisti della disinformazione di regime – ha come sempre preso il via da una o due parole messe fuori contesto ed elevate ad unico tema di cui discutere.
Per la cronaca, Grillo stava parlando del povero cittadino che era stato multato per aver coperto a sue spese e fatica una buca nella “pubblica via” (ci sono vigili urbani che non hanno niente altro da fare, pare), suggerendo appunto di imitarlo e organizzare “brigate” di “riparazione panchine rotte” nei giardinetti pubblici.
Un modo, vien da pensare, di trasformare gli “umarell” in riparatori attivi, invece di restare commentatori passivi dei lavori pubblici fatti da altri. Non proprio un anticipo di “lotta amata”…
Smettiamola di scherzare, anche se è difficile restar seri davanti ai pagliacci di Palazzo. Sapete tutti che mezzo Pd si è “ribellato” a Elly Schein, “colpevole” di aver fatto la furba – è nella sua natura, che volete farci… – andando alla manifestazione “contro la precarietà” organizzata dai colleghi-rivali Cinque Stelle.
I D’Amato, i Marcucci, i sindaci che nelle stesse ore stavano ringraziando il governo Meloni per la “riforma” che cancella l’abuso d’ufficio, ecc, si sono immediatamente candidati a fare – come i Renzi e i Calenda – il futuro “supporto esterno” per la maggioranza a trazione fascista.
Chiaro a questo punto il “plot” che stanno tutti recitando.
La manifestazione di sabato 17, ripetiamo era stata presentata come “contro la precarietà”. E chi ha governato negli ultimi 30 anni – piddini, berlusconiani, leghisti, fascisti – ne porta appieno la responsabilità (dal “pacchetto Treu” all’abolizione dell’art. 18, fino ad oggi).
Quasi intollerabile che una delle forze che hanno questa responsabilità (i Cinque Stelle) chiamino “le masse” a protestare soltanto ora. Ma ci può stare, se ci si rende conto che questo è uno dei problemi principali che stanno a cuore alla popolazione tutta e che lo spazio politico-sociale, per chi sta ora all’opposizione, è su queste cose.
E infatti nel corteo si sono sentiti molti slogan e letti molti cartelli che pretendono il “salario minimo”, il lavoro stabile, stipendi dignitosi, un’età pensionabile meno irraggiungibile da vivi.
Si detto con chiarezza: sono tutti temi che stanno anche, più seriamente e credibilmente, nella piattaforma del corteo di sabato 24 giugno, promosso da una vasto arco di forze politiche, sindacali associative, sotto l’indicazione generale “contro il governo Meloni” e “giù le armi, su i salari”.
Perché la guerra in Ucraina – come uscirne, metterle fine, negoziare la pace, fermare l’escalation, cessare l’invio di sempre nuove e più potenti armi – costituisce la cornice entro cui ogni rivendicazione sociale viene compressa e stravolta.
Diciamolo altrimenti: la gente soffre i bassi salari, la precarietà e la paura di una escalation nucleare. Governo e opposizione parlamentare (mica ci vorrete vendere la bufala di Elly Schlein “pacifista”, no?) sono assolutamente sulla stessa posizione: w la guerra e il riarmo, bassi salari e mano libera alle imprese.
Le differenze sono minime e tardive (i Cinque Stelle ora chiedono lo stop all’invio di armi all’Ucraina, ma lo avevano votato quando stavano nel governo insieme a Draghi), per questo conviene a tutti – sia ai Grillo-Conte che al Pd e alla maggioranza di destra-centro – esagerarle come se fossero “epocali”.
E quindi da una parte si gioca con le “parole proibite”, dall’altra si soffia su paure borghesi mai del tutto sopite.
Ad entrambi gli schieramenti parlamentari fa gioco. In questo modo i problemi della popolazione – salari, prezzi alle stelle, guerra, precarietà, ecc – restano fuori dai telegiornali e dagli editoriali da operetta. Sotto il “passamontagna”, insomma, c’è meno di niente…
È bene saperlo. Ci vediamo in piazza questo sabato, per cominciare a fare opposizione sul serio. Ovvero su quello che conta per milioni di persone.
Fonte
14/05/2023
Milano - Studenti contestano Landini: “Basta passerelle, è tempo di lottare”
Sono decisamente tempi di redde rationem. Ieri a Milano il segretario della CGIL, Maurizio Landini è stato contestato dagli studenti di “Cambiare rotta” all’università Statale, dove era andato a visitare gli studenti della rete Udu (Unione Degli Universitari) da giorni accampati in tenda per protestare contro il caro affitti.
“Non accettiamo passerelle dei responsabili della miseria in cui siamo costretti a vivere” – affermano gli studenti di Cambiare Rotta – “I diritti ce li conquistiamo da soli, organizzandoci assieme alle organizzazioni di classe e conflittuali di questo paese: verso la mobilitazione nazionale sotto le Regioni del 16 maggio e lo sciopero generale del 26 maggio”.
“Io sono pronto a discutere”, ha affermato Landini. “Siamo i primi a dire che c’è un problema di rottura” tra il sindacato e i giovani, “precari e senza diritti”. “Hanno ragione a essere incavolati, forse qui dovevo venire prima”.
L’accusa mossa dagli studenti è quella di un’azione inefficace da parte della CGIL, sin dai tempi del Jobs Act di Renzi, o di contraddizioni come gli sponsor scelti per il Concertone del Primo Maggio: “Ci avete traditi, siete qui solo per fare le vostre passerelle”.
“La nostra lotta non si arresta, e lanciamo una giornata di mobilitazione nazionale il 16 Maggio, sotto le Regioni, contro il caroaffitti e il carostudi. In quanto giovani, studenti, precari, delle periferie e fuorisede rilanciamo anche lo sciopero generale del 26 maggio indetto dal sindacato USB per l’aumento dei salari, per garantire il salario minimo, per rilanciare la richiesta di un Reddito Studentesco e per denunciare ancora una volta il carovita e il caro-affitti, direttamente collegate all’economia di guerra portata avanti dal governo Meloni, di cui paghiamo le conseguenze noi studenti, giovani e precari e tutti i lavoratori precari e sfruttati”.
Tre giorni era toccato alla segretaria del PD Elly Schlein ad essere contestata dagli studenti accampati nelle tende all’università La Sapienza di Roma.
Questa volta la consueta catarsi che ripulisce tutte le responsabilità del passato quando si insediano governi di destra alla guida del paese non sembra più funzionare. Ci sono dei conti da fare, e vanno fatti.
Fonte
“Non accettiamo passerelle dei responsabili della miseria in cui siamo costretti a vivere” – affermano gli studenti di Cambiare Rotta – “I diritti ce li conquistiamo da soli, organizzandoci assieme alle organizzazioni di classe e conflittuali di questo paese: verso la mobilitazione nazionale sotto le Regioni del 16 maggio e lo sciopero generale del 26 maggio”.
“Io sono pronto a discutere”, ha affermato Landini. “Siamo i primi a dire che c’è un problema di rottura” tra il sindacato e i giovani, “precari e senza diritti”. “Hanno ragione a essere incavolati, forse qui dovevo venire prima”.
L’accusa mossa dagli studenti è quella di un’azione inefficace da parte della CGIL, sin dai tempi del Jobs Act di Renzi, o di contraddizioni come gli sponsor scelti per il Concertone del Primo Maggio: “Ci avete traditi, siete qui solo per fare le vostre passerelle”.
“La nostra lotta non si arresta, e lanciamo una giornata di mobilitazione nazionale il 16 Maggio, sotto le Regioni, contro il caroaffitti e il carostudi. In quanto giovani, studenti, precari, delle periferie e fuorisede rilanciamo anche lo sciopero generale del 26 maggio indetto dal sindacato USB per l’aumento dei salari, per garantire il salario minimo, per rilanciare la richiesta di un Reddito Studentesco e per denunciare ancora una volta il carovita e il caro-affitti, direttamente collegate all’economia di guerra portata avanti dal governo Meloni, di cui paghiamo le conseguenze noi studenti, giovani e precari e tutti i lavoratori precari e sfruttati”.
Tre giorni era toccato alla segretaria del PD Elly Schlein ad essere contestata dagli studenti accampati nelle tende all’università La Sapienza di Roma.
Questa volta la consueta catarsi che ripulisce tutte le responsabilità del passato quando si insediano governi di destra alla guida del paese non sembra più funzionare. Ci sono dei conti da fare, e vanno fatti.
Fonte
12/05/2023
Alla Sapienza non vanno tutti pazzi per Elly
Ieri nel pomeriggio tra gli studenti della Sapienza accampati nelle tende e in lotta contro il caro affitti, si è presentata la segretaria del Pd Elly Schlein per sostenere gli e le studenti in protesta.
Il quadretto idilliaco e a favore delle telecamere non è andata però del tutto liscio. La segretaria del Partito Democratico è stata infatti contestata da alcuni studenti di Cambiare Rotta che in questi giorni oltre che nelle università ha portato la protesta anche davanti al Ministero dell’Università e Ricerca in viale Trastevere.
“Qualche giorno fa ci sono stati degli sfratti a Bologna e sono stati manganellati dei ragazzi che stavano manifestando contro uno sfratto abitativo. Il Partito Democratico, allora, non è questa grande forza politica: con quale titolo può sostenere una cosa del genere?“, hanno domandato.
La Schlein ha replicato affermando che “Sono segretaria del partito da due mesi e il diritto alla casa è stato messo al centro dell’ultimo congresso del Partito Democratico“.
Ma le argomentazioni della Schlein non hanno convinto. “Il Partito democratico non può rifarsi la faccia in questo modo – contestano gli studenti – Ora che non sono più al governo vengono a rifarsi le loro passerelle, non si possono rifare una verginità così, hanno le mani sporche per aver distrutto i diritti degli studenti e dei lavoratori“.
“Non abbiamo potuto accettare silenziosamente la passerella di Elly Schlein per riverniciare la faccia del Partito Democratico, gli stessi colpevoli della liberalizzazione del mercato degli affitti con la 431/98 e della deregolamentazione del lavoro con il Jobs Act, il tutto con il beneplacito dei sindacati concertativi” – affermano gli universitari di Cambiare Rotta.
“La Schlein pensa di cavarsela dicendo di essere appena arrivata alla guida del PD, ma oltre ad essere stata una sua scelta, proprio negli ultimi due giorni nella sua città (con al comune Lepore e in regione Bonaccini quindi roccaforte del Partito Democratico), Bologna, le forze dell’ordine hanno manganellato studenti e giovani in picchetto antisfratto. Quale diritto all’abitare vorrebbe difendere se è lei la prima che sfratta e manganella?
Non ci dimentichiamo i veri colpevoli di questa situazione: continuiamo la lotta in Sapienza, sotto al MUR e in giro per l’Italia. Verso lo sciopero generale del 26 maggio di USB, l’unica data conflittuale contro questo governo”.
Fonte
Il quadretto idilliaco e a favore delle telecamere non è andata però del tutto liscio. La segretaria del Partito Democratico è stata infatti contestata da alcuni studenti di Cambiare Rotta che in questi giorni oltre che nelle università ha portato la protesta anche davanti al Ministero dell’Università e Ricerca in viale Trastevere.
“Qualche giorno fa ci sono stati degli sfratti a Bologna e sono stati manganellati dei ragazzi che stavano manifestando contro uno sfratto abitativo. Il Partito Democratico, allora, non è questa grande forza politica: con quale titolo può sostenere una cosa del genere?“, hanno domandato.
La Schlein ha replicato affermando che “Sono segretaria del partito da due mesi e il diritto alla casa è stato messo al centro dell’ultimo congresso del Partito Democratico“.
Ma le argomentazioni della Schlein non hanno convinto. “Il Partito democratico non può rifarsi la faccia in questo modo – contestano gli studenti – Ora che non sono più al governo vengono a rifarsi le loro passerelle, non si possono rifare una verginità così, hanno le mani sporche per aver distrutto i diritti degli studenti e dei lavoratori“.
“Non abbiamo potuto accettare silenziosamente la passerella di Elly Schlein per riverniciare la faccia del Partito Democratico, gli stessi colpevoli della liberalizzazione del mercato degli affitti con la 431/98 e della deregolamentazione del lavoro con il Jobs Act, il tutto con il beneplacito dei sindacati concertativi” – affermano gli universitari di Cambiare Rotta.
“La Schlein pensa di cavarsela dicendo di essere appena arrivata alla guida del PD, ma oltre ad essere stata una sua scelta, proprio negli ultimi due giorni nella sua città (con al comune Lepore e in regione Bonaccini quindi roccaforte del Partito Democratico), Bologna, le forze dell’ordine hanno manganellato studenti e giovani in picchetto antisfratto. Quale diritto all’abitare vorrebbe difendere se è lei la prima che sfratta e manganella?
Non ci dimentichiamo i veri colpevoli di questa situazione: continuiamo la lotta in Sapienza, sotto al MUR e in giro per l’Italia. Verso lo sciopero generale del 26 maggio di USB, l’unica data conflittuale contro questo governo”.
Fonte
01/05/2023
Schlein, l’errore seriale dell’intervista a Vogue
Pensavo, e penso ancora oggi, che il protagonismo di Elly Schlein nella politica istituzionale sia un fatto comunque positivo. Nel senso che l’effetto Schlein comunque impone, ad alleati come ad avversari, un salto di qualità nelle politiche della comunicazione come nella sostanza del politico. Questo salto di qualità si impone anche nell’analisi degli errori della Schlein e del suo staff come nel caso, chiaro, dell’intervista a Vogue. In questo caso possiamo parlare di errore seriale, errore che ne contiene diversi, quindi, a maggior ragione, vale la pena parlarne.
Intendiamoci, se Vogue intervistasse Lula o Mélenchon non si potrebbe parlare, salvo dichiarazioni estemporanee, di danno di immagine agli intervistati perché entrambi hanno un profilo identitario ben strutturato, una riconoscibilità che permette loro di parlare ovunque. Se lo fa Elly Schlein invece accade proprio questo: non avendo, o non avendo ancora, un profilo strutturato e una riconoscibilità diffusa la segretaria del PD finisce per essere risucchiata dalla forza comunicativa del brand della testata che la intervista.
E qui l’errore si fa seriale: non essendo una intervista di Schlein su Vogue ma soprattutto una intervista di Vogue a Schlein, nella quale il peso dell’immagine della testata prevale nettamente su quello del personaggio prescelto, ogni dettaglio del colloquio pubblicato finisce per essere un contenuto indirizzato dalla rivista piuttosto che espressione della coerenza dei contenuti dell’intervistata. Di qui le polemiche su ogni dettaglio si sprecano e ogni specifica polemica da la sensazione dell’errore di comunicazione.
Ancora peggiore, nella battaglia continua per la conquista dell’opinione pubblica, il fatto che l’intervista a una testata come Vogue confermi su Schlein i peggiori pregiudizi che circolano sulla “sinistra”: area politica guidata da snob e figli gender fluid di famiglie bene, gente che usa il “popolo” per i propri scopi e che può permettersi la personal shopper e dedicarsi a gusti elitari e sofisticati (l’emergere sui social dell’intervista alla personal shopper sarà servita alla carriera di questa persona ma qui è una grossa autorete comunicativa).
Una parte dell’elettorato di sinistra, e una parte di quello potenziale, va ai Discount e l’unico shopper che conosce è la busta di plastica di pochi centesimi nel quale mettere la spesa. Se la Schlein voleva fare il botto, visto che ha potenziale di immagine, doveva prima finire al Discount per una rivista che costa poco ed è molto popolare. Di lì, una volta strutturato il personaggio tra le masse con presenze innovative e intense, la scalata a Vogue avrebbe avuto un senso, anche di forza, dal punto di vista comunicativo.
È evidente che l’intervista a Vogue, visto il potere globale della testata, internazionalizza un personaggio che è segretario di un partito italiano ma comunque è cittadino di tre paesi. Una operazione di rafforzamento dell’immagine globale della Schlein che è un indebolimento di quella nazionale, quella grazie alla quale si prendono i voti.
Qui si può cogliere l’errore di impostazione della Schlein per la quale i ritorni di immagine avvengono sul piano dei “valori” (diritti LGBT, 25 aprile, migranti) ma non sul piano della società e dei suoi luoghi da presidiare (luoghi di lavoro tradizionali e non, centri fitness, associazionismo, monumenti, non luoghi...). Il piano della politica dell’immagine sui valori, che poi formano i contenuti della vita istituzionale, ha poco senso se non radicato nella rappresentazione dei luoghi del tipo di società nella quale si richiede consenso. E, infatti, l’intervista a Vogue appare pienamente distaccata dalla società reale.
Dal punto di vista dei sondaggi, nonostante Repubblica usi parte dei sondaggi usciti per accorciare il divario nelle intenzioni di voto tra Schlein e Meloni, il PD è ancora lontano dall’invertire la tendenza elettorale per sé stesso e per il centrosinistra (o campo largo o cosa potrebbe essere). Il PD nelle intenzioni di voto ha risucchiato consenso ai potenziali alleati ma il centrodestra viaggia sempre attorno al 45 per cento (per la legge elettorale presente significa vittoria sicura). Per invertire la tendenza Schlein dovrà parlare meno di valori, tema che ha esaurito il potenziale di attrazione, e più della società. Non sarà facile visto che, al momento, l’impostazione della Schlein è tutta su valori, diritti civili e buone pratiche e sulla convinzione che le campagne sul clima attraggano milioni di voti.
Certo, si dovrebbe anche parlare di sostanza politica, di visione della società e non solo di strategie di marketing. Qui l’impressione è che fino a quando il PD, avvolgendo il tutto con parole arcobaleno, appoggerà le posizioni da guerra permanente in Ucraina sarà difficile vedere qualcosa di innovativo in politica interna e nella visione della società. Ma questo è un altro piano come lo è quello dell’intreccio tra il marketing della politica e la sostanza del politico.
Fonte
Intendiamoci, se Vogue intervistasse Lula o Mélenchon non si potrebbe parlare, salvo dichiarazioni estemporanee, di danno di immagine agli intervistati perché entrambi hanno un profilo identitario ben strutturato, una riconoscibilità che permette loro di parlare ovunque. Se lo fa Elly Schlein invece accade proprio questo: non avendo, o non avendo ancora, un profilo strutturato e una riconoscibilità diffusa la segretaria del PD finisce per essere risucchiata dalla forza comunicativa del brand della testata che la intervista.
E qui l’errore si fa seriale: non essendo una intervista di Schlein su Vogue ma soprattutto una intervista di Vogue a Schlein, nella quale il peso dell’immagine della testata prevale nettamente su quello del personaggio prescelto, ogni dettaglio del colloquio pubblicato finisce per essere un contenuto indirizzato dalla rivista piuttosto che espressione della coerenza dei contenuti dell’intervistata. Di qui le polemiche su ogni dettaglio si sprecano e ogni specifica polemica da la sensazione dell’errore di comunicazione.
Ancora peggiore, nella battaglia continua per la conquista dell’opinione pubblica, il fatto che l’intervista a una testata come Vogue confermi su Schlein i peggiori pregiudizi che circolano sulla “sinistra”: area politica guidata da snob e figli gender fluid di famiglie bene, gente che usa il “popolo” per i propri scopi e che può permettersi la personal shopper e dedicarsi a gusti elitari e sofisticati (l’emergere sui social dell’intervista alla personal shopper sarà servita alla carriera di questa persona ma qui è una grossa autorete comunicativa).
Una parte dell’elettorato di sinistra, e una parte di quello potenziale, va ai Discount e l’unico shopper che conosce è la busta di plastica di pochi centesimi nel quale mettere la spesa. Se la Schlein voleva fare il botto, visto che ha potenziale di immagine, doveva prima finire al Discount per una rivista che costa poco ed è molto popolare. Di lì, una volta strutturato il personaggio tra le masse con presenze innovative e intense, la scalata a Vogue avrebbe avuto un senso, anche di forza, dal punto di vista comunicativo.
È evidente che l’intervista a Vogue, visto il potere globale della testata, internazionalizza un personaggio che è segretario di un partito italiano ma comunque è cittadino di tre paesi. Una operazione di rafforzamento dell’immagine globale della Schlein che è un indebolimento di quella nazionale, quella grazie alla quale si prendono i voti.
Qui si può cogliere l’errore di impostazione della Schlein per la quale i ritorni di immagine avvengono sul piano dei “valori” (diritti LGBT, 25 aprile, migranti) ma non sul piano della società e dei suoi luoghi da presidiare (luoghi di lavoro tradizionali e non, centri fitness, associazionismo, monumenti, non luoghi...). Il piano della politica dell’immagine sui valori, che poi formano i contenuti della vita istituzionale, ha poco senso se non radicato nella rappresentazione dei luoghi del tipo di società nella quale si richiede consenso. E, infatti, l’intervista a Vogue appare pienamente distaccata dalla società reale.
Dal punto di vista dei sondaggi, nonostante Repubblica usi parte dei sondaggi usciti per accorciare il divario nelle intenzioni di voto tra Schlein e Meloni, il PD è ancora lontano dall’invertire la tendenza elettorale per sé stesso e per il centrosinistra (o campo largo o cosa potrebbe essere). Il PD nelle intenzioni di voto ha risucchiato consenso ai potenziali alleati ma il centrodestra viaggia sempre attorno al 45 per cento (per la legge elettorale presente significa vittoria sicura). Per invertire la tendenza Schlein dovrà parlare meno di valori, tema che ha esaurito il potenziale di attrazione, e più della società. Non sarà facile visto che, al momento, l’impostazione della Schlein è tutta su valori, diritti civili e buone pratiche e sulla convinzione che le campagne sul clima attraggano milioni di voti.
Certo, si dovrebbe anche parlare di sostanza politica, di visione della società e non solo di strategie di marketing. Qui l’impressione è che fino a quando il PD, avvolgendo il tutto con parole arcobaleno, appoggerà le posizioni da guerra permanente in Ucraina sarà difficile vedere qualcosa di innovativo in politica interna e nella visione della società. Ma questo è un altro piano come lo è quello dell’intreccio tra il marketing della politica e la sostanza del politico.
Fonte
07/03/2023
Giorgia su TikTok, Elly su Twitter, antropologia del centrosinistra
La politica istituzionale italiana degli ultimi 30 anni ha subito diverse mutazioni antropologiche, riguardanti comportamenti, lotta per il potere, dimensione simbolica, distribuzione della ricchezza, rituali e modalità di partecipazione di massa. All’inizio degli anni ’90, Max Gallo, storico della politica poi membro dell’Académie française, definì l’Italia, allora nel periodo della fine dei partiti di massa, come un laboratorio utile per capire le mutazioni della politica in generale.
È per questo che, dopo anni di Silvio Berlusconi, nel nostro paese non ci si è certo stupiti per il fenomeno Trump anche se, con l’emergere dei social di massa a metà anni 2000, il terreno per le mutazioni della politica si è fatto globale con il declino di quelli che un tempo erano i laboratori privilegiati di analisi.
Nelle scorse settimane abbiamo fatto uscire una antropologia della destra basata sull’analisi di TikTok come social paradigmatico di un comportamento legato all’identità politica. Questa volta, se vogliamo delineare una antropologia digitale del centrosinistra, il social paradigmatico da analizzare è Twitter.
Questo non significa che a sinistra non si usi TikTok oppure che a destra non si faccia largo uso di Twitter ma, piuttosto, che il primo è paradigmatico per la formazione di identità e comportamenti di destra e il secondo è paradigmatico per la formazione di questi fenomeni in area centrosinistra.
Del resto l’antropologia digitale, quella che si occupa delle evoluzioni della natura umana intrecciate con le mutazioni tecnologiche, da tempo è in grado di farci capire quanto sia cambiata lo società in fenomeni che, dalla fine degli anni ’90, non sono più di nicchia o emergenti ma dominanti.
Dallo storico libro di John Postill dedicato alla politica digitale e all’impegno politico si comprende come Twitter serva a identità politiche come quelle progressiste per strutturarsi sia in quanto opinione pubblica, soggetto informato, soggetto di dibattito e fenomeno di mobilitazione. Nonostante l’enorme uso di immagini, video e meme, e l’uso della parola in pochi caratteri, Twitter è un’eredità dell’opinione pubblica liberale classica: è guidata dalla parola, dalla presa di posizione, dal dibattito e dalla polemica. Non a caso, prima dell’acquisto da parte di Elon Musk, Donald Trump fu espulso da Twitter: negava pienamente, oltre agli interessi del management di allora, questi caratteri costitutivi progressisti del social.
Allo stesso tempo Twitter è il social che viene usato per commentare in tempo reale i dibattiti televisivi. E qui bisogna dire che Elly Schlein ha vinto il recente duello con Bonaccini nonostante quest’ultimo abbia fatto largo uso di Bot. Molto semplicemente perché il Bot, che è una estensione seriale di prese di posizione a favore di un candidato, non può essere originale, e quindi trascinante, quanto le prese di posizione dei sostenitori reali.
Elly Schlein ha quindi bucato lo schermo televisivo e Twitter sia come strumento di coesione identitaria e comportamentale, come riproposizione del modello classico di opinione pubblica, che come strumento di commento alla tv.
La differenza con il modello di riproduzione dell’identità di destra è palese: dove quest’ultimo attinge a una cultura meno politica, con l’uso rituale della danza, come rappresentazione simbolica dell’espulsione del diverso su TikTok, la formazione dell’identità di centrosinistra si esalta su Twitter in un uso del discorso pubblico più apertamente politico, più attento alle dinamiche dettagliate dell’informazione. Questo non significa che non ci siano ibridazioni tra questi modelli, e ce ne sono, solo che se vogliamo trovare un fondamento ultimo nelle due formazioni identitarie lo troviamo per il social cinese nella cultura di destra e in quello americano, che politicamente emerse nelle rivoluzioni arabe, per la cultura centrosinistra.
Quali ceti sociali riempiono le strutture rilevate da questa antropologia digitale? Gli stessi per destra e centrosinistra dal ceto medio, alle classi subalterne, ai nuovi poveri ai ceti medio-alti. L’egemonia di un social utilizzato, piuttosto che l’altro, serve per capire dove stanno i confini antropologico-politici di un paese che appare nettamente spaccato come una mela, in ogni ceto sociale, come accaduto durante la recente polarizzazione Lula-Bolsonaro. Del resto tra destra e centrosinistra è diversa anche la valorizzazione dello spazio: più utilizzato a destra lo spazio postpolitico (la rappresentazione digitale di salotti, palestre, discoteche) mentre il centrosinistra tende a esaltare la presenza nella piazza classica (come recentemente a Firenze).
Definito questo confine, tra TikTok e Twitter, tra luogo postpolitico e piazza, si capisce dove si trovino comportamenti, lotta per il potere, dimensione simbolica, distribuzione della ricchezza, rituali e modalità di partecipazione di massa. Una nuova antropologia politica è in corso, indubbiamente, in una società che è statica solo per i distratti.
Fonte
È per questo che, dopo anni di Silvio Berlusconi, nel nostro paese non ci si è certo stupiti per il fenomeno Trump anche se, con l’emergere dei social di massa a metà anni 2000, il terreno per le mutazioni della politica si è fatto globale con il declino di quelli che un tempo erano i laboratori privilegiati di analisi.
Nelle scorse settimane abbiamo fatto uscire una antropologia della destra basata sull’analisi di TikTok come social paradigmatico di un comportamento legato all’identità politica. Questa volta, se vogliamo delineare una antropologia digitale del centrosinistra, il social paradigmatico da analizzare è Twitter.
Questo non significa che a sinistra non si usi TikTok oppure che a destra non si faccia largo uso di Twitter ma, piuttosto, che il primo è paradigmatico per la formazione di identità e comportamenti di destra e il secondo è paradigmatico per la formazione di questi fenomeni in area centrosinistra.
Del resto l’antropologia digitale, quella che si occupa delle evoluzioni della natura umana intrecciate con le mutazioni tecnologiche, da tempo è in grado di farci capire quanto sia cambiata lo società in fenomeni che, dalla fine degli anni ’90, non sono più di nicchia o emergenti ma dominanti.
Dallo storico libro di John Postill dedicato alla politica digitale e all’impegno politico si comprende come Twitter serva a identità politiche come quelle progressiste per strutturarsi sia in quanto opinione pubblica, soggetto informato, soggetto di dibattito e fenomeno di mobilitazione. Nonostante l’enorme uso di immagini, video e meme, e l’uso della parola in pochi caratteri, Twitter è un’eredità dell’opinione pubblica liberale classica: è guidata dalla parola, dalla presa di posizione, dal dibattito e dalla polemica. Non a caso, prima dell’acquisto da parte di Elon Musk, Donald Trump fu espulso da Twitter: negava pienamente, oltre agli interessi del management di allora, questi caratteri costitutivi progressisti del social.
Allo stesso tempo Twitter è il social che viene usato per commentare in tempo reale i dibattiti televisivi. E qui bisogna dire che Elly Schlein ha vinto il recente duello con Bonaccini nonostante quest’ultimo abbia fatto largo uso di Bot. Molto semplicemente perché il Bot, che è una estensione seriale di prese di posizione a favore di un candidato, non può essere originale, e quindi trascinante, quanto le prese di posizione dei sostenitori reali.
Elly Schlein ha quindi bucato lo schermo televisivo e Twitter sia come strumento di coesione identitaria e comportamentale, come riproposizione del modello classico di opinione pubblica, che come strumento di commento alla tv.
La differenza con il modello di riproduzione dell’identità di destra è palese: dove quest’ultimo attinge a una cultura meno politica, con l’uso rituale della danza, come rappresentazione simbolica dell’espulsione del diverso su TikTok, la formazione dell’identità di centrosinistra si esalta su Twitter in un uso del discorso pubblico più apertamente politico, più attento alle dinamiche dettagliate dell’informazione. Questo non significa che non ci siano ibridazioni tra questi modelli, e ce ne sono, solo che se vogliamo trovare un fondamento ultimo nelle due formazioni identitarie lo troviamo per il social cinese nella cultura di destra e in quello americano, che politicamente emerse nelle rivoluzioni arabe, per la cultura centrosinistra.
Quali ceti sociali riempiono le strutture rilevate da questa antropologia digitale? Gli stessi per destra e centrosinistra dal ceto medio, alle classi subalterne, ai nuovi poveri ai ceti medio-alti. L’egemonia di un social utilizzato, piuttosto che l’altro, serve per capire dove stanno i confini antropologico-politici di un paese che appare nettamente spaccato come una mela, in ogni ceto sociale, come accaduto durante la recente polarizzazione Lula-Bolsonaro. Del resto tra destra e centrosinistra è diversa anche la valorizzazione dello spazio: più utilizzato a destra lo spazio postpolitico (la rappresentazione digitale di salotti, palestre, discoteche) mentre il centrosinistra tende a esaltare la presenza nella piazza classica (come recentemente a Firenze).
Definito questo confine, tra TikTok e Twitter, tra luogo postpolitico e piazza, si capisce dove si trovino comportamenti, lotta per il potere, dimensione simbolica, distribuzione della ricchezza, rituali e modalità di partecipazione di massa. Una nuova antropologia politica è in corso, indubbiamente, in una società che è statica solo per i distratti.
Fonte
06/03/2023
Il nonno della Schlein e il nazionalismo ucraino
Uno dei nonni di Elly Schlein era un ebreo di un piccolo paese vicino a Leopoli che ad inizio ‘900 fuggì dalle persecuzioni antisemite rifugiandosi a New York.
I suoi parenti che restarono in quelle terre furono sterminati dai nazionalisti ucraini e dai nazisti tedeschi. Di questa vicenda la Schlein parla nel suo libro “La nostra parte”, pubblicato la settimana prima dell’intervento russo in Ucraina, quando cioè quella guerra era ancora un argomento di nicchia. Dalla settimana succesiva tutto cambiò, arrivò la scure della censura e la barbarie revisionista che portò all’omissione dei crimini compiuti dai nazionalisti ucraini negli anni ‘40 e quelli di oggi dei loro eredi.
La Schlein nel suo libro giustamente dice:
Poi la Schlein rincara la dose, mettendo in guardia dai rigurgiti nazifascisti.
Questo libro è andato in stampa il 15 febbraio 2022, l’intervento russo è del 24 febbraio 2022. Da quel giorno chi denuncia la responsabilità dei nazionalisti ucraini nei crimini degli anni ‘40 e i rigurgiti nazisti attuali viene criminalizzato ed espulso dai canali di comunicazione mainstream.
Al contempo i media alternativi vengono sabotati e censurati sulla base delle indicazioni di una specie di “Ministero della Verità”. Si è avviata la più grande operazione di censura, disinformazione e revisionismo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Io stesso mi sono trovato di fronte ad un bivio: o allinearmi al potere, o essere messo al bando. Non ho accettato compromessi e ciò ha portato al mio allontanamento dai mezzi di comunicazione mainstream, operazione coordinata dai nostri servizi segreti.
In tanti però il compromesso lo hanno fatto, quasi sempre per opportunismo. Si è arrivati così ad avere un’informazione tramutata in un coro che ripete all’unisono la propaganda di guerra e avalla la manipolazione della storia.
In molti si trincerano dietro l’ignoranza: colti in fallo, si giustificano raccontando di non sapere i fatti. Ma chi sa, e non può dire di non sapere, facendo la banderuola ci perde la dignità.
La Schlein è passata da denunciare il nazionalismo ucraino, ad armarlo.
Fonte
I suoi parenti che restarono in quelle terre furono sterminati dai nazionalisti ucraini e dai nazisti tedeschi. Di questa vicenda la Schlein parla nel suo libro “La nostra parte”, pubblicato la settimana prima dell’intervento russo in Ucraina, quando cioè quella guerra era ancora un argomento di nicchia. Dalla settimana succesiva tutto cambiò, arrivò la scure della censura e la barbarie revisionista che portò all’omissione dei crimini compiuti dai nazionalisti ucraini negli anni ‘40 e quelli di oggi dei loro eredi.
La Schlein nel suo libro giustamente dice:
In Galizia, regione tra i Carpazi e la Vistola dove viveva una vasta comunità ebraica, si è scritta una delle pagine più atroci ed efferate dell’orrore dell’Olocausto. I nazisti organizzarono con la collaborazione dei nazionalisti ucraini dei pogrom massicci, di una violenza che non si può immaginare: ammazzavano anche 30.000 persone al giorno.Più avanti prosegue:
Decine di migliaia di ebrei furono rinchiusi nel ghetto di Leopoli, deportati al campo di concentramento di Janowska nell’immediata periferia della città oppure fucilati alla cava di argilla e sabbia nel bosco. A Leopoli morirono oltre 130.000 ebrei.
A Leopoli, dove sono stata nell’autunno del 2018 […], sembra che i pogrom non ci siano mai stati. La grande sinagoga di Zolkiev è miracolosamente ancora in piedi […]. Il silenzio rimbomba lì dentro, fa un rumore sordo come la rimozione dell’accaduto. A Leopoli non c’è un museo, non c’è un’indicazione sulla mappa per raggiungere quello che è stato il campo di concentramento dove i nazisti costringevano una piccola orchestra di ebrei a suonare, mentre ne venivano uccisi a migliaia. Come faranno le nuove generazioni a evitare i tragici errori del passato recente, se nessuno si preoccupa di tenerne viva la memoria?Io sottoscrivo ogni parola. Questa ricostruzione dei fatti è storicamente ineccepibile e mette bene in evidenza il ruolo dei nazionalisti ucraini al fianco dei nazisti tedeschi. Quegli stessi nazionalisti ucraini che ora sono al potere a Kiev e che l’Occidente sta sostenendo in ogni modo.
Il nazifascismo è stato sconfitto, ma la minaccia del suo rigurgito non è mai sopita. E non è solo quella diretta, di chi ancora oggi nega, di chi ancora oggi esalta, di chi ancora oggi ha nostalgia di quel regime liberticida e assassino, ma anche quella indiretta.
Poi la Schlein rincara la dose, mettendo in guardia dai rigurgiti nazifascisti.
Questo libro è andato in stampa il 15 febbraio 2022, l’intervento russo è del 24 febbraio 2022. Da quel giorno chi denuncia la responsabilità dei nazionalisti ucraini nei crimini degli anni ‘40 e i rigurgiti nazisti attuali viene criminalizzato ed espulso dai canali di comunicazione mainstream.
Al contempo i media alternativi vengono sabotati e censurati sulla base delle indicazioni di una specie di “Ministero della Verità”. Si è avviata la più grande operazione di censura, disinformazione e revisionismo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Io stesso mi sono trovato di fronte ad un bivio: o allinearmi al potere, o essere messo al bando. Non ho accettato compromessi e ciò ha portato al mio allontanamento dai mezzi di comunicazione mainstream, operazione coordinata dai nostri servizi segreti.
In tanti però il compromesso lo hanno fatto, quasi sempre per opportunismo. Si è arrivati così ad avere un’informazione tramutata in un coro che ripete all’unisono la propaganda di guerra e avalla la manipolazione della storia.
In molti si trincerano dietro l’ignoranza: colti in fallo, si giustificano raccontando di non sapere i fatti. Ma chi sa, e non può dire di non sapere, facendo la banderuola ci perde la dignità.
La Schlein è passata da denunciare il nazionalismo ucraino, ad armarlo.
Fonte
28/02/2023
PD, dare l’impressione che tutto cambi, senza cambiare niente
Prendo in prestito la citazione del famoso Gattopardo, perché esprime perfettamente il teatrino delle primarie del PD, che ieri si è finalmente concluso. L’indicazione di Elly Schlein come nuova segretaria del principale partito di opposizione è l’ennesimo esempio di come la politica di questo paese sia ormai solo la narrazione del “cambiamento”, mentre tutta la classe dirigente condivide sostanzialmente le stesse scelte politiche.
Ha vinto la vice-presidente dell’Emilia Romagna sul presidente della stessa regione, dove quello per cui ha detto di volersi battere è avallato senza batter ciglio.
Cementificazione? A tutto spiano. Lavoro povero e caporalato nei magazzini e nei campi? Al pari o peggio che nelle peggiori situazioni che si vivono nel paese.
Dismissione e privatizzazione della sanità pubblica? In piena continuità con gli anni precedenti.
Autonomia differenziata? In questi mesi sia lei sia Bonaccini hanno espresso prese di distanza, ma l’accordo preliminare tra Regione e Governo per ulteriori forme di autonomia in materia di salute fu confermato proprio a maggio 2020, quando l’operazione maquillage delle Sardine aveva già portato Schlein in viale Aldo Moro.
Ha vinto, parlando di pace, chi quasi un mese fa ha votato il decreto del governo Meloni per prorogare l’invio di armi. Del resto, la Schlein vanta forti legami non solo con Prodi e Franceschini, ma anche coi democratici statunitensi, ovvero l’attuale amministrazione guerrafondaia di Biden.
Inquadriamo un attimo la parabola del PD. Dopo essere stato tritato nell’opinione pubblica per aver incarnato il partito “governista” in tutti i primi 15 anni della sua esistenza, ed essersi assunto tutte le scelte antipopolari utili alle nostre classi dirigenti per resistere nella crisi economica del modello occidentale, lasciato alle spalle il ciclo avviato dalla scalata di Renzi in seguito al governo di larghe intese del tecnico Monti, il PD ritenta la carta del manager “rottamatore“.
Nei mesi successivi al governo del tutti-dentro guidato da Draghi, si tratta di dare una bella verniciata di marketing a leader e burocrazie poco allettanti per il loro stesso elettorato e quindi incapaci di portare avanti fino in fondo il ruolo di cinghia di trasmissione italiana del patto euroatlantico.
Il partito, o quel che ne resta, conferma così la sua natura di “super comitato elettorale” in cui agli iscritti viene lasciato il ruolo di metterci i soldi e la disponibilità del proprio attivismo.
Infatti ha votato in massa anche chi non era iscritto al partito, come la Schlein stessa fino a qualche settimana fa, e questa non è democrazia. È semmai la dimostrazione che al partito stesso non importava quale visione (solo retorica) della società ne sarebbe uscita vincitrice. Le forze che si alternano al governo, centrodestra e centrosinistra, sono ormai dei passacarte delle decisioni di Washington e di Bruxelles.
Il peggio è che Elly Schlein queste decisioni le condivide. Si tratta dell’ennesima dirigenza neoliberista, che si è ammantata di tematiche ecologiste e femministe, senza l’intenzione di fare nulla neanche su questi temi.
Ora che ci avviciniamo all’8 marzo, l’elezione della Schlein ci consegna il compito ancor più urgente di organizzarci, come donne lavoratrici, dei quartieri, sfruttate, e prenderci la nostra emancipazione. Che non passerà dai gazebo del PD, ma solo dalla lotta.
Fonte
Ha vinto la vice-presidente dell’Emilia Romagna sul presidente della stessa regione, dove quello per cui ha detto di volersi battere è avallato senza batter ciglio.
Cementificazione? A tutto spiano. Lavoro povero e caporalato nei magazzini e nei campi? Al pari o peggio che nelle peggiori situazioni che si vivono nel paese.
Dismissione e privatizzazione della sanità pubblica? In piena continuità con gli anni precedenti.
Autonomia differenziata? In questi mesi sia lei sia Bonaccini hanno espresso prese di distanza, ma l’accordo preliminare tra Regione e Governo per ulteriori forme di autonomia in materia di salute fu confermato proprio a maggio 2020, quando l’operazione maquillage delle Sardine aveva già portato Schlein in viale Aldo Moro.
Ha vinto, parlando di pace, chi quasi un mese fa ha votato il decreto del governo Meloni per prorogare l’invio di armi. Del resto, la Schlein vanta forti legami non solo con Prodi e Franceschini, ma anche coi democratici statunitensi, ovvero l’attuale amministrazione guerrafondaia di Biden.
Inquadriamo un attimo la parabola del PD. Dopo essere stato tritato nell’opinione pubblica per aver incarnato il partito “governista” in tutti i primi 15 anni della sua esistenza, ed essersi assunto tutte le scelte antipopolari utili alle nostre classi dirigenti per resistere nella crisi economica del modello occidentale, lasciato alle spalle il ciclo avviato dalla scalata di Renzi in seguito al governo di larghe intese del tecnico Monti, il PD ritenta la carta del manager “rottamatore“.
Nei mesi successivi al governo del tutti-dentro guidato da Draghi, si tratta di dare una bella verniciata di marketing a leader e burocrazie poco allettanti per il loro stesso elettorato e quindi incapaci di portare avanti fino in fondo il ruolo di cinghia di trasmissione italiana del patto euroatlantico.
Il partito, o quel che ne resta, conferma così la sua natura di “super comitato elettorale” in cui agli iscritti viene lasciato il ruolo di metterci i soldi e la disponibilità del proprio attivismo.
Infatti ha votato in massa anche chi non era iscritto al partito, come la Schlein stessa fino a qualche settimana fa, e questa non è democrazia. È semmai la dimostrazione che al partito stesso non importava quale visione (solo retorica) della società ne sarebbe uscita vincitrice. Le forze che si alternano al governo, centrodestra e centrosinistra, sono ormai dei passacarte delle decisioni di Washington e di Bruxelles.
Il peggio è che Elly Schlein queste decisioni le condivide. Si tratta dell’ennesima dirigenza neoliberista, che si è ammantata di tematiche ecologiste e femministe, senza l’intenzione di fare nulla neanche su questi temi.
Ora che ci avviciniamo all’8 marzo, l’elezione della Schlein ci consegna il compito ancor più urgente di organizzarci, come donne lavoratrici, dei quartieri, sfruttate, e prenderci la nostra emancipazione. Che non passerà dai gazebo del PD, ma solo dalla lotta.
Fonte
27/02/2023
Schlein segretaria del PD, finché esiste…
Gli iscritti al PD hanno votato a maggioranza per Bonaccini, ma gli elettori ai gazebo hanno incoronato Elly Schlein.
La Schlein è dunque la nuova segretaria del PD. Il testa a testa tra i due è durato circa tre ore, con le proiezioni e i dati ufficiosi che si rincorrevano. Alla fine la commissione congressuale ha sancito che Elly Schlein è la nuova segretaria.
Con l’80% delle schede scrutinate, la Schlein conquista il 57,3% contro il 42,7% di Stefano Bonaccini. Un risultato rovesciato rispetto a quello espresso dagli iscritti del PD nel voto avvenuto nei circoli, che una settimana fa avevano invece votato Stefano Bonaccini al 52,87% con 79.787 voti ed Elly Schlein al 34,88% con 52.637 voti.
E adesso arrivano i problemi. La vittoria della Schlein apre infatti diversi scenari. Il primo sarà il rapporto con la nuova minoranza interna. Sconfitta, ma niente affatto residuale. Anzi: i gruppi parlamentari dem contano un buon numero di esponenti che hanno sostenuto Stefano Bonaccini nella campagna congressuale, così come la maggioranza degli iscritti al PD.
Quella che voleva essere la soluzione per ridare ossigeno ad un PD in declino rischia perciò di essere un piede sul tubo.
Il meccanismo delle primarie “aperte” in cui i passanti in fila ai gazebo, pagando due euro, possono incidere sul partito e decidere diversamente dagli iscritti, è una anomalia che stavolta ha prodotto una contraddizione grossa come una casa.
Qual è la legittimità di un “capo politico” – così la legge elettorale vigente obbliga a definire il leader – che viene scelto dai “passanti” invece che da chi condivide un progetto politico (ammesso e non concesso che il PD ne abbia mai avuto uno)?
Infine, e non certo per importanza, rimane il problema dei contenuti, al di là delle chiacchiere sulle vuote forme. La Schlein, appena iscrittasi al PD per poter concorrere come leader del partito, è donna e giovane, e questo viene narrato come un “valore aggiunto” che dovrebbe per qualche motivo garantire “cambiamento” e “innovazione”.
Occorre rammentare però due precedenti che non fanno prefigurare futuri radiosi ma il loro contrario. Alla fine del 1993 Bertinotti non aveva ancora la tessera del PRC ma appena due mesi dopo veniva “eletto” (sarebbe meglio dire assunto come un manager) segretario del partito. Lo stesso Renzi stravinse le primarie e veniva indicato come il vento del cambiamento (passando per la rottamazione del vecchio partito). I risultati si sono visti.
Sul piano dei contenuti, dei programmi, della visione sociale, ecc., la Schlein è poi evanescente o sfuggente come un’anguilla, più che come una sardina. Molto bla bla sui diritti civili, sempre benvenuti ma a costo zero, e parole vaghe su quelli sociali (salario, tutele, pensioni, sanità, ecc).
Bonaccini è invece uno storico esponente del partito degli amministratori locali, i nuovi terminali di potere spesso decisivi in un partito in cui la frammentazione e la territorializzazione degli interessi è diventata dominante. Quel milieu di funzionari, insomma, per cui il futuro non importa e conta soltanto la combinazione ottimale di richieste e soluzioni di corto respiro.
Individuare in questa polarizzazione il meno peggio è un esercizio impossibile. Immaginare che possa prodursi una polverizzazione di questo “super comitato elettorale” impropriamente chiamato “partito” è dunque un esercizio di realismo. Non esiste alcuna ragione valoriale reale per tenerli insieme e, si sa, gli interessi seguono la logica del denaro: vanno dove possono essere garantiti.
Adesso spetta all’assemblea nazionale del PD incoronare la neo segretaria. L’assise dem potrebbe essere convocata domenica 5 marzo o, al più tardi, domenica 12 marzo.
Fonte
La Schlein è dunque la nuova segretaria del PD. Il testa a testa tra i due è durato circa tre ore, con le proiezioni e i dati ufficiosi che si rincorrevano. Alla fine la commissione congressuale ha sancito che Elly Schlein è la nuova segretaria.
Con l’80% delle schede scrutinate, la Schlein conquista il 57,3% contro il 42,7% di Stefano Bonaccini. Un risultato rovesciato rispetto a quello espresso dagli iscritti del PD nel voto avvenuto nei circoli, che una settimana fa avevano invece votato Stefano Bonaccini al 52,87% con 79.787 voti ed Elly Schlein al 34,88% con 52.637 voti.
E adesso arrivano i problemi. La vittoria della Schlein apre infatti diversi scenari. Il primo sarà il rapporto con la nuova minoranza interna. Sconfitta, ma niente affatto residuale. Anzi: i gruppi parlamentari dem contano un buon numero di esponenti che hanno sostenuto Stefano Bonaccini nella campagna congressuale, così come la maggioranza degli iscritti al PD.
Quella che voleva essere la soluzione per ridare ossigeno ad un PD in declino rischia perciò di essere un piede sul tubo.
Il meccanismo delle primarie “aperte” in cui i passanti in fila ai gazebo, pagando due euro, possono incidere sul partito e decidere diversamente dagli iscritti, è una anomalia che stavolta ha prodotto una contraddizione grossa come una casa.
Qual è la legittimità di un “capo politico” – così la legge elettorale vigente obbliga a definire il leader – che viene scelto dai “passanti” invece che da chi condivide un progetto politico (ammesso e non concesso che il PD ne abbia mai avuto uno)?
Infine, e non certo per importanza, rimane il problema dei contenuti, al di là delle chiacchiere sulle vuote forme. La Schlein, appena iscrittasi al PD per poter concorrere come leader del partito, è donna e giovane, e questo viene narrato come un “valore aggiunto” che dovrebbe per qualche motivo garantire “cambiamento” e “innovazione”.
Occorre rammentare però due precedenti che non fanno prefigurare futuri radiosi ma il loro contrario. Alla fine del 1993 Bertinotti non aveva ancora la tessera del PRC ma appena due mesi dopo veniva “eletto” (sarebbe meglio dire assunto come un manager) segretario del partito. Lo stesso Renzi stravinse le primarie e veniva indicato come il vento del cambiamento (passando per la rottamazione del vecchio partito). I risultati si sono visti.
Sul piano dei contenuti, dei programmi, della visione sociale, ecc., la Schlein è poi evanescente o sfuggente come un’anguilla, più che come una sardina. Molto bla bla sui diritti civili, sempre benvenuti ma a costo zero, e parole vaghe su quelli sociali (salario, tutele, pensioni, sanità, ecc).
Bonaccini è invece uno storico esponente del partito degli amministratori locali, i nuovi terminali di potere spesso decisivi in un partito in cui la frammentazione e la territorializzazione degli interessi è diventata dominante. Quel milieu di funzionari, insomma, per cui il futuro non importa e conta soltanto la combinazione ottimale di richieste e soluzioni di corto respiro.
Individuare in questa polarizzazione il meno peggio è un esercizio impossibile. Immaginare che possa prodursi una polverizzazione di questo “super comitato elettorale” impropriamente chiamato “partito” è dunque un esercizio di realismo. Non esiste alcuna ragione valoriale reale per tenerli insieme e, si sa, gli interessi seguono la logica del denaro: vanno dove possono essere garantiti.
Adesso spetta all’assemblea nazionale del PD incoronare la neo segretaria. L’assise dem potrebbe essere convocata domenica 5 marzo o, al più tardi, domenica 12 marzo.
Fonte
22/12/2022
Autonomia differenziata, un mostro di Lega e PD
Ieri si è scesi in piazza a Roma contro il progetto di Autonomia Differenziata, cui sta lavorando il Governo Meloni con il ministro Calderoli.
Giustissimo, perché già nel suo titolo il progetto nega l’eguaglianza, visto che se l’autonomia si differenzia vuol dire che qualcuno sarà più autonomo ed altri meno. Cioè le regioni più ricche diventeranno più ricche e quelle più povere ancora più povere.
Un meccanismo di colonialismo interno al paese, che produrrà al Nord altre privatizzazioni dei servizi pubblici, al Sud altra disoccupazione e miseria, ovunque ulteriore ingiustizia sociale.
Questo progetto di frantumazione territoriale è liberismo allo stato puro, cui non a caso il governo vuol aggiungere il presidenzialismo. Un potere centrale autoritario che promuove ovunque la legge del massimo profitto, è l’ideologia reazionaria di Von Hayek che cancella e riscrive la Costituzione.
E come sempre nella politica italiana la destra porta a termine il lavoro sporco iniziato dalla finta sinistra.
Il progetto di Autonomia Differenziata è stato anticipato dalla controriforma costituzionale del 2001, voluta dal centrosinistra, che ha portato alla cosiddetta “legislazione concorrente”. Gli effetti di quella scelta li abbiamo visti nella pandemia, con il caos di 20 sistemi sanitari in competizione, al ribasso, tra loro.
Nel 2012 poi la Costituzione è stata ancora cambiata, questa volta da “centrosinistra” e destra insieme, con l’obbligo di pareggio di bilancio e di obbedienza ai vincoli UE. Le regioni debbono obbedire di più all’austerità europea che ai principi sociali della Costituzione; questo hanno votato assieme “progressisti” e conservatori.
Infine il percorso dell’Autonomia differenziata è stato avviato assieme da Lega e PD, con gli impegni comuni sottoscritti da Fontana, Zaia e Bonaccini. Sì, il principale candidato alla segreteria del PD è stato un fautore accanito di questo disastroso progetto.
Oggi che sono all’opposizione i piddini sembrano improvvisamente contro, ma come tutte le loro finzioni anche questa ha le gambe corte. Infatti nessuno di loro fa autocritica o critica Bonaccini per aver tagliato il nastro della Autonomia Differenziata assieme ai leghisti. E, quando lo ha fatto, Elly Schlein era sua vice.
L’Autonomia Differenziata è un mostro giuridico e costituzionale della Lega e del PD. Occorre ricordarlo sempre quando la si combatte, così come è bene aver presente che il Presidente Mattarella controfirmerà tutto, come ha sempre fatto.
Fonte
Giustissimo, perché già nel suo titolo il progetto nega l’eguaglianza, visto che se l’autonomia si differenzia vuol dire che qualcuno sarà più autonomo ed altri meno. Cioè le regioni più ricche diventeranno più ricche e quelle più povere ancora più povere.
Un meccanismo di colonialismo interno al paese, che produrrà al Nord altre privatizzazioni dei servizi pubblici, al Sud altra disoccupazione e miseria, ovunque ulteriore ingiustizia sociale.
Questo progetto di frantumazione territoriale è liberismo allo stato puro, cui non a caso il governo vuol aggiungere il presidenzialismo. Un potere centrale autoritario che promuove ovunque la legge del massimo profitto, è l’ideologia reazionaria di Von Hayek che cancella e riscrive la Costituzione.
E come sempre nella politica italiana la destra porta a termine il lavoro sporco iniziato dalla finta sinistra.
Il progetto di Autonomia Differenziata è stato anticipato dalla controriforma costituzionale del 2001, voluta dal centrosinistra, che ha portato alla cosiddetta “legislazione concorrente”. Gli effetti di quella scelta li abbiamo visti nella pandemia, con il caos di 20 sistemi sanitari in competizione, al ribasso, tra loro.
Nel 2012 poi la Costituzione è stata ancora cambiata, questa volta da “centrosinistra” e destra insieme, con l’obbligo di pareggio di bilancio e di obbedienza ai vincoli UE. Le regioni debbono obbedire di più all’austerità europea che ai principi sociali della Costituzione; questo hanno votato assieme “progressisti” e conservatori.
Infine il percorso dell’Autonomia differenziata è stato avviato assieme da Lega e PD, con gli impegni comuni sottoscritti da Fontana, Zaia e Bonaccini. Sì, il principale candidato alla segreteria del PD è stato un fautore accanito di questo disastroso progetto.
Oggi che sono all’opposizione i piddini sembrano improvvisamente contro, ma come tutte le loro finzioni anche questa ha le gambe corte. Infatti nessuno di loro fa autocritica o critica Bonaccini per aver tagliato il nastro della Autonomia Differenziata assieme ai leghisti. E, quando lo ha fatto, Elly Schlein era sua vice.
L’Autonomia Differenziata è un mostro giuridico e costituzionale della Lega e del PD. Occorre ricordarlo sempre quando la si combatte, così come è bene aver presente che il Presidente Mattarella controfirmerà tutto, come ha sempre fatto.
Fonte
06/12/2022
Schlein e il decesso del PD
Schlein si lancia all’avventura con la ‘temerarietà’ di chi ha già tutto e che non può perdere niente. Ha la sicurezza di chi è cresciuta nella confort zone di un famiglia borghese. Entra ed esce dal PD come un’adolescente viziatella poco abituata ad ascoltare chi dice che ‘questa casa non è un albergo’.
La rampolla di famiglia prima fa la volontaria nella campagna per Obama, poi con la base giovanile del PD partecipa alla protesta OccupyPD. I vecchi marpioni di partito la lasciano fare per un per un po’ e a lei passa.
Le passa anche perché, visti i ‘meriti’ conseguiti sul campo fino a quel momento, si candida con il PD alle europee, dove viene eletta. Poi molla il PD e se ne va con Possibile di Civati perché Renzi fa politiche di destra. Ma si ricandida in una coalizione con il PD alle regionali dell’Emilia-Romagna, fa la vice presidente, diventa la numero due di Bonaccini, renziano della prima ora che quelle politiche di destra le mette in atto.
Doveva essere la sua spina nel fianco ma non si è vista né sentita, nemmeno mentre il suo capo spingeva per le autonomie differenziate regionali. Tre anni di silenzio imbarazzante tra il sentito ringraziamento dei suoi elettori traditi e lo sguardo compiaciuto di chi ne ha tratto vantaggio.
Ora torna nel PD e si candida alla segreteria, ma prima si è fatta eleggere deputata. Lancia la sua candidatura in un quartiere ai confini dell’inferno, dove però lei non mette piede. Ha con sé una compagnia che, pur amando champagne e caviale, scende tra le masse non disdegnando ragù e chianti.
Oggi li chiamano liberal-radical-progressisti per far dimenticare che il PD della macelleria sociale è il loro partito, è quello che hanno finora sostento e votato. La candidata parla di diseguaglianze, clima e precarietà, ma gli ultimi della terra non vanno a sentirla, eppure sono ad un passo dal luogo dell’evento.
Qualcuno potrebbe osservare che ce l’ho con i borghesi, assolutamente no. Lenin, Engels e Marx erano borghesi ma mi sono simpatici. Tra loro c’è chi ha fatto una rivoluzione e chi ha scritto il Manifesto del Partito Comunista. Sì, il partito che Schlein non conosce perché “nata nell’85” e quindi non appartenente a quella storia per ragioni anagrafiche... parole sue per eludere una domanda sulla sua appartenenza ideologica.
No, non mi sono antipatici i borghesi, più semplicemente non mi piace chi fa carriera con questo tipo di risposte che trattano da imbecille chi le riceve.
Non mi piace Schlein per motivi meramente politici, non mi piace il ‘tutto chiacchiere e distintivo’ che classifica il suo vuoto agire politico, borghese o no ha poca importanza. L’unico merito della candidata alla segreteria PD è quello di aver girato il mondo, fatto cose e visto gente... ovviamente quella giusta.
Più semplicemente non metterei mai le sorti della sinistra in Italia nelle mani di una che ha fatto i conti con il renzismo facendogli da vice. Si tratta solo di un altro tipo di unguento sociale che fa già da lubrificante alla macelleria che verrà.
Qualcuno dice che lei è la “risposta di sinistra a Meloni”. Purtroppo, anche se in un campo politico orribile ed opposto, Meloni le mani se l’è sporcate a differenza di Schlein, che invece può al massimo scrivere un manifesto dal titolo: “Borghesi di tutto il mondo unitevi”, perché è a loro che parla e non agli ultimi della terra.
Bonaccini, Schlein... se questa è l’offerta, il PD è davvero un partito deceduto.
Fonte
La rampolla di famiglia prima fa la volontaria nella campagna per Obama, poi con la base giovanile del PD partecipa alla protesta OccupyPD. I vecchi marpioni di partito la lasciano fare per un per un po’ e a lei passa.
Le passa anche perché, visti i ‘meriti’ conseguiti sul campo fino a quel momento, si candida con il PD alle europee, dove viene eletta. Poi molla il PD e se ne va con Possibile di Civati perché Renzi fa politiche di destra. Ma si ricandida in una coalizione con il PD alle regionali dell’Emilia-Romagna, fa la vice presidente, diventa la numero due di Bonaccini, renziano della prima ora che quelle politiche di destra le mette in atto.
Doveva essere la sua spina nel fianco ma non si è vista né sentita, nemmeno mentre il suo capo spingeva per le autonomie differenziate regionali. Tre anni di silenzio imbarazzante tra il sentito ringraziamento dei suoi elettori traditi e lo sguardo compiaciuto di chi ne ha tratto vantaggio.
Ora torna nel PD e si candida alla segreteria, ma prima si è fatta eleggere deputata. Lancia la sua candidatura in un quartiere ai confini dell’inferno, dove però lei non mette piede. Ha con sé una compagnia che, pur amando champagne e caviale, scende tra le masse non disdegnando ragù e chianti.
Oggi li chiamano liberal-radical-progressisti per far dimenticare che il PD della macelleria sociale è il loro partito, è quello che hanno finora sostento e votato. La candidata parla di diseguaglianze, clima e precarietà, ma gli ultimi della terra non vanno a sentirla, eppure sono ad un passo dal luogo dell’evento.
Qualcuno potrebbe osservare che ce l’ho con i borghesi, assolutamente no. Lenin, Engels e Marx erano borghesi ma mi sono simpatici. Tra loro c’è chi ha fatto una rivoluzione e chi ha scritto il Manifesto del Partito Comunista. Sì, il partito che Schlein non conosce perché “nata nell’85” e quindi non appartenente a quella storia per ragioni anagrafiche... parole sue per eludere una domanda sulla sua appartenenza ideologica.
No, non mi sono antipatici i borghesi, più semplicemente non mi piace chi fa carriera con questo tipo di risposte che trattano da imbecille chi le riceve.
Non mi piace Schlein per motivi meramente politici, non mi piace il ‘tutto chiacchiere e distintivo’ che classifica il suo vuoto agire politico, borghese o no ha poca importanza. L’unico merito della candidata alla segreteria PD è quello di aver girato il mondo, fatto cose e visto gente... ovviamente quella giusta.
Più semplicemente non metterei mai le sorti della sinistra in Italia nelle mani di una che ha fatto i conti con il renzismo facendogli da vice. Si tratta solo di un altro tipo di unguento sociale che fa già da lubrificante alla macelleria che verrà.
Qualcuno dice che lei è la “risposta di sinistra a Meloni”. Purtroppo, anche se in un campo politico orribile ed opposto, Meloni le mani se l’è sporcate a differenza di Schlein, che invece può al massimo scrivere un manifesto dal titolo: “Borghesi di tutto il mondo unitevi”, perché è a loro che parla e non agli ultimi della terra.
Bonaccini, Schlein... se questa è l’offerta, il PD è davvero un partito deceduto.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)