Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/09/2026

In 25 anni quasi 300 miliardi di aiuti pubblici alle imprese, ma la produttività resta al palo

Poco meno di trecento miliardi di euro di incentivi alle imprese in 25 anni, per una media di 12 all’anno con un boom durante la pandemia. Ma senza che la produttività, strutturale, tallone d’Achille italiano, ne abbia beneficiato. C’è da crederci se il verdetto arriva dal Teha Club, gotha di 400 top manager che il Forum Ambrosetti definisce “rete esclusiva per i leader del settore pubblico e privato”, che ha appena partorito un rapporto ad hoc per l’evento di Cernobbio. È la certificazione che, in base a quel parametro, una montagna di soldi pubblici è stata in gran parte sprecata. Del resto il paradosso vale per tutta la Ue a 27: “A livello aggregato non emerge una correlazione positiva fra incentivi erogati e crescita di produttività e valore aggiunto”, mette nero su bianco l’analisi Sostenere chi crea valore presentata domenica da Marcella Panucci, ex dg di Confindustria, oggi docente alla Luiss e consigliera della ministra dell’università Anna Maria Bernini.

Nel 2024, dicono gli ultimi dati, l’Italia ha destinato agli incentivi circa 18,3 miliardi di euro, lo 0,8% del Pil, contro l’1,2% della Francia e l’1% della Germania. Motivo per cui ogni anno le imprese, a prescindere dal governo in carica, in vista della legge di Bilancio iniziano a battere cassa. Ma i risultati dell’analisi, basata anche su relazioni del Mimit e di Bankitalia, mostrano che spendere di più è tutt’altro che garanzia di successo se gli incentivi sono frammentati, poco selettivi e dispersi in mille rivoli senza una chiara gerarchia degli obiettivi. Ed è questo il caso: oltre la metà degli strumenti mappati, dal Fondo di garanzia pmi alla Nuova Sabatini a Transizione 4.0, è infatti di tipo trasversale e assorbe circa il 70% delle risorse sul piatto.

L’altro lato del problema sta in quello che viene definito “approccio prevalentemente reattivo”: sempre nel 2024, il 39% dei soldi è finito a misure di emergenza e stabilizzazione economica. Solo 2,9 miliardi sono stati destinati allo sviluppo territoriale e settoriale, 2,5 miliardi a energia e ambiente, 1,6 a ricerca e innovazione. Il post pandemia e la crisi energetica hanno ovviamente pesato rendendo indispensabili aiuti ad hoc, ma il confronto europeo mostra che un’impostazione diversa è possibile, anzi è la norma. In Germania nel 2024 il 74% delle risorse è stato indirizzato a energia e ambiente e l’11% a ricerca e innovazione. In Francia energia e ambiente hanno assorbito il 31% degli stanziamenti, lo sviluppo territoriale e settoriale il 27% e ricerca e innovazione il 15%.

Il risultato è che, a fronte di una spesa monstre, le debolezze ataviche dell’economia della Penisola non sono state scalfite. Il rapporto rileva che dal 2007 la produzione industriale è diminuita del 25% e negli ultimi tre anni il peso sul fatturato complessivo delle aziende medio-grandi a controllo estero è salito dal 29,7 al 34,5%. Ciliegina sulla torta, solo nel 2024 le acquisizioni di società italiane da parte di fondi o imprese straniere sono state 429, per un valore di oltre 36 miliardi, “con un rischio concreto di delocalizzazione della produzione”.

Dal canto loro gli industriali lamentano che, a dispetto delle promesse, la burocrazia resta soffocante. Secondo le stime, la complessità delle procedure per accedere agli incentivi genera quasi 4 miliardi di euro l’anno di costi indiretti, considerando i compensi dei professionisti e consulenti indispensabili per presentare le domande. La spesa media è stimata in 3.650 euro per impresa per pratiche di diversa complessità.

La proposta, non particolarmente originale, è di cambiare paradigma e spendere meglio, passando dagli incentivi a pioggia a strumenti selettivi inseriti in una strategia industriale di lungo periodo. Con obiettivi misurabili, indicatori di performance e una verifica dell’effettiva addizionalità degli investimenti. Tra le idee c’è anche un protocollo standard per ogni incentivo, che stabilisca ex ante obiettivi, destinatari, indicatori, tempi, responsabilità e modalità di valutazione, insieme a una “clausola di stabilità” minima di cinque anni senza revisioni retroattive. Concentrando 72 miliardi di incentivi nel periodo 2026-2035 su cinque ambiti strategici, Teha calcola che si potrebbero attivare circa 109 miliardi di investimenti aggiuntivi con un incremento medio annuo del Pil compreso tra 21,9 e 23,4 miliardi, consentendo all’Italia di colmare il 75% del divario rispetto agli attuali livelli di investimento degli Stati Uniti nei 5 ambiti.

Ma quali sarebbero questi “macrotrend” prioritari? Energia e acqua, AI e quantum, biotecnologie e materiali avanzati, robotica e sistemi autonomi e ultima ma non ultima l’immancabile difesa, insieme a spazio e sicurezza. L’invito non dovrebbe dispiacere al governo, posto che già allo stato attuale – come ricostruito lo scorso anno dal Sole 24 Ore – nel triennio 2026-2028 il 41% del budget industriale del Mimit finanzierà l’industria militare attraverso programmi dedicati a missili, caccia, fregate e blindati.

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La solita storia: privati che vivono di sussidi pubblici senza produrre nulla, grazie a una politica connivente e incapace.

08/09/2026

La danza salottiera tra padroni e impresentabili

di Emiliano Brancaccio

«Siamo qui, dunque siamo importanti». È dai tempi gloriosi del salotto parigino di Madame de Staël che il cerimoniale svolge la sua funzione. Da Davos a Cernobbio, essere invitati ai forum dell’establishment significa essere riconosciuti dai vertici del potere capitalistico. Obiettivo vitale soprattutto per chi, fino a ieri, era considerato «feccia impresentabile».

Vannacci che discetta con Monti all’Ambrosetti, sulle placide sponde del lago di Como, potrà dunque apparire un po’ grottesco agli occhi dei candidi che non abbiano contezza della fase. Di sicuro non è una novità della storia.

Certo, non tutte le porte dei salotti buoni si sono aperte facilmente alla “feccia”. Nel 1928, già duce, Mussolini chiese l’ammissione al prestigioso National Press Club di Washington. Fu malamente respinto.

Ma se talvolta una porta dorata si è chiusa, più spesso i portoni si sono spalancati. Nel gennaio 1932, ancora fuori dal governo, Hitler fu invitato all’Industrie-Club di Düsseldorf davanti a seicento esponenti della grande industria germanica. Un’occasione per dissipare i timori del padronato verso l’ascesa nazista. Evidentemente rassicurati, l’anno dopo i conservatori tedeschi gli consegnarono la cancelleria, persuasi di poterlo controllare. Von Papen si vantava: «Entro due mesi avremo spinto Hitler così tanto nell’angolo che lo faremo squittire». Non andò esattamente così.

Nell’amorosa danza salottiera tra padroni e fascisti, si ammira anche l’elegante passo indietro. Accade soprattutto di questi tempi. Fino all’anno scorso la Munich Security Conference escludeva esponenti di AfD in nome del vecchio fronte democratico. Ma nel 2026 ci ha ripensato, invitando con tutti gli onori i capi dell’estrema destra tedesca. Troppi voti per tenerli fuori.

Lo sdoganamento degli impresentabili da parte dell’establishment, dopotutto, si muove in sincrono con lo sviluppo delle alleanze politiche, più o meno manifeste. Già nel gennaio 2025 una mozione della Cdu contro gli immigrati era passata al Bundestag grazie ai voti dell’AfD, insieme a quelli dei liberali della Fdp. Analoghi abboccamenti tra destra estrema, conservatori e liberali sono all’ordine del giorno, in tutta Europa. Sulla circostanza che qualche sincero liberale italiano chieda voti a Futuro nazionale ci si può interrogare sul quando, non sul se.

Qualcuno potrebbe obiettare che l’alleanza sia impossibile: liberali e “oltrefascisti” sono troppo diversi. Non necessariamente. Esiste almeno un terreno sul quale le distanze si accorciano: il lavoro.

Il doppio gioco della destra estrema è noto. Nella propaganda lamenta il depauperamento dei lavoratori ma nell’azione parlamentare e di governo fa di tutto per impedire la loro riunificazione di classe. Rassemblement national, Vox, Reform Uk, Vlaams belang si oppongono ai contratti collettivi, alle tutele sindacali, agli scioperi. In questo senso, il novello caso Vannacci è già istruttivo. A parole Futuro nazionale invoca un salario minimo orario ma in parlamento ha immediatamente votato contro. La retorica sociale resta. Quando arrivano le decisioni, si serrano i ranghi del capitale.

Vannacci, in fin dei conti, è già meloniano. Anzi, è già pronto al dialogo coi liberali. E viceversa. L’anno prossimo, a Cernobbio, anche le cortesi obiezioni del liberaldemocratico Monti potrebbero diventare uno sbiadito ricordo. Dopotutto i salotti buoni servono a questo: ci si incontra, ci si riconosce, alla fine si governa insieme.

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09/09/2025

I padroni apprezzano il governo Meloni. Buccia di banana per Schlein

Un sondaggio realizzato al Forum di Cernobbio tra i manager e imprenditori riuniti come ogni anno sulle sponde del lago di Como, ha visto più dell’80% giudicare positivamente l’operato del governo Meloni a metà mandato, il 25% gli dà un voto di 8 o 9, il massimo della scala proposta. Opposto invece il giudizio dei padroni sulle opposizioni, il cui operato è giudicato negativo da oltre il 70% dei sondati.

Che il gotha del capitalismo italiano apprezzi il governo della Meloni non è affatto una sorpresa. Questo esecutivo rappresenta i loro interessi materiali al meglio delle sue capacità, sia dei grandi che dei piccoli prenditori.

In piena contraddizione è invece Ely Schlein, scivolata anche in questa occasione su una buccia di banana affermando al margine del forum di Cernobbio: “Le cose che ho detto oggi sono le stesse che ho detto ieri davanti al contro-forum delle associazioni pacifiste. E mi hanno applaudito sia qui che lì... buon segno”.

No, non è un buon segno, al contrario, è il motivo per cui il voler piacere contemporaneamente ai padroni e a chi vi si oppone ha sfracellato le alternative ai governi di destra.

Questi ultimi hanno prettamente chiari quali siano gli interessi materiali da tutelare con le leggi e da rappresentare politicamente (prenditori, industriali, banchieri, balneari, etc.). Il centro-sinistra vuole invece continuare a mettere insieme interessi contrapposti, con il risultato di perdere fiducia e consensi tra i lavoratori e prendere schiaffi dai padroni.

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09/09/2024

Pupari e marionette di guerra

di Emiliano Brancaccio

Oggi Cernobbio, ieri Jackson Hole, domani Davos. Un tempo questi informali incontri al vertice del potere internazionale riuscivano a mantenere i toni glamour tipici delle leggiadre passerelle, delle armoniche serate di gala.

Tra una foto in posa e un dinner ufficiale c’era anche da concordare qualche rilevante decisione politica, beninteso. Ma il tutto avveniva in piena serenità, dietro le quinte, lontani dal fastidioso vocìo dei parlamenti.

E sempre in un clima di sintonica allegrezza. Oseremmo dire, di amore capitalistico tra potenti.

Insomma, mostrare il bel volto di un potere unito, solo invidiabile e mai attaccabile: questa era un tempo la funzione dei cosiddetti incontri informali al vertice.

Da qualche anno, tuttavia, lo scenario è profondamente mutato. I sorrisi si fanno tesi, le strette di mano appaiono insicure. La vecchia dolcezza del bel mondo in posa appare sempre più inquinata da dissidi, controversie, nuove lotte materiali tra i potenti. Che pure cambiano postura e passo: sui delicatissimi prati delle ville ospitanti oggi è il tempo dei talloni di ferro.

Accade anche a Cernobbio, che inaugura il suo celebre forum dando la ribalta a Zelenskyj e a Orbán, due esemplari perfetti della nuova, feroce epoca di lotte al vertice.

Gli ospiti del meeting si vedono costretti, più o meno esplicitamente, ad allinearsi alle fazioni che questi due nuovi “mostri” di diplomazia oggi rappresentano. Da un lato ci sono gli atlantisti a oltranza, capitalisti convinti che dalla guerra si può ancora guadagnare. Dall’altro lato troviamo gli imprenditori “putiniani”, o più prosaicamente i proprietari che vogliono farla finita con una guerra che non li aiuta a macinare profitti.

A ben vedere, però, Zelenskyj e Orbán non rappresentano le incarnazioni più nitide della lotta al vertice di questi mesi. In realtà, esiste una linea di faglia più profonda, che disegna uno scontro ancor più decisivo tra poteri internazionali.

In questo conflitto capitale troviamo per un verso i sostenitori di una “normalizzazione” delle politiche economiche, al fine di rilanciare i tassi d’interesse e le rendite finanziarie dei creditori.

Sono i nostalgici del periodo glorioso che precede la grande recessione internazionale del 2008. Era l’epoca in cui i tassi d’interesse medi al netto dell’inflazione ancora veleggiavano al di sopra del tre percento. Grazie a quelle cifre, in gran parte del globo, i capitalisti finanziari mangiavano quote enormi di prodotto interno lordo.

Se tornare a quella fase vorrà dire scatenare nuove crisi del debito e nuova disoccupazione, poco importa. L’essenziale è che i creditori tornino a respirare e a godersela. Il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, è la maschera perfetta di questi normalizzatori.

Dall’altro versante della grande contesa ci sono gli apologeti di un nuovo keynesismo protezionista e militare, seguaci della guerra e dell’inflazione come fattori di rinnovamento del profitto capitalista. Sono gli esponenti della nuova coscienza infelice del capitale, ormai rassegnati all’idea che nel declinante ovest del mondo sia difficile tirar su i guadagni dal lato delle rendite finanziarie e che si debba pertanto agire da un altro lato.

La tesi di questi è che il tempo in cui si poteva guadagnare concedendo prestiti e girandosi i pollici è finito. Siamo ormai in piena fase imperialista, in cui la competizione tra capitali scivola inesorabilmente nello scontro militare.

Bisogna quindi chiudere le frontiere dei commerci e spostare risorse pubbliche verso l’investimento nelle tecnologie belliche. E se l’effetto finale è inflazionistico e i tassi d’interesse netti tornano a scendere, ben venga. I capitalisti che fanno i prezzi avranno solo da guadagnarci. Basterà stringere ancor più il guinzaglio attorno alle rivendicazioni salariali.

Il capitano ideale di questa truppa di potenti visionari è Mario Draghi.

Tra questi grandi ospiti dei vari vertici informali esiste una precisa gerarchia strutturale. Per intenderci, la contesa tra Nagheliani e Draghiani, se così si può dire, è quella che sta tirando realmente i fili della politica internazionale. Comparativamente parlando, Orban, Zelenskyj e gli altri ospiti di Cernobbio sono soltanto marionette in scena.

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04/09/2023

Tra Cernobbio e Francoforte, le prospettive italiane e della UE

In questi giorni si è parlato spesso del Forum Ambrosetti, per la decisione da parte del questore di Como di proibire la manifestazione indetta da USB a Cernobbio, in occasione del summit finanziario. Divieto a cui il sindacato e vari altri soggetti hanno giustamente risposto con un corteo nel capoluogo comasco.

La denuncia del saldarsi della questione sociale e di quella democratica, con i manager e la classe dirigente che, di fronte al proprio fallimento, vogliono impedire qualsiasi espressione di dissenso, è uno dei due lati che emerge da questa vicenda. L’altro è il quadro delineato nel dibattito stesso del Forum.

Ognuna delle tre giornate ha avuto un tema centrale: la prima l’andamento generale dell’economia, la seconda il ruolo dell’UE, la terza le prospettive italiane. Fare un punto delle conclusioni per ciascuna delle sessioni risulta assai utile, andando a ritroso.

Dopo le voci dell’opposizione parlamentare, che ha ovviamente ripetuto la solita litania che sconfessa ogni volta che si trova a governare, ha parlato in pratica metà del governo. Undici ministri (e Tajani il giorno precedente), che hanno dato le coordinate che segue l’esecutivo.

È bene sottolineare alcune delle riflessioni. Piantedosi ci ha ricordato che l’immigrazione clandestina è molto apprezzata dal sistema produttivo, per le opportunità di competitività – ovvero di ricatto salariale – che offre. C’è però da confrontarsi col problema integrazione, e il corollario è dunque la ricerca di un «equilibrio» con i tagliagole a cui esternalizzare i confini.

A Valditara è stato chiesto come si forma il capitale umano futuro, e la sua risposta è stata di piegare ulteriormente la formazione al mercato, in virtù della competitività. Mantra ribadito anche dalla ministra Calderone, che ha ripetuto che il salario minimo non è un obiettivo della legislatura.

Salvini è tornato a parlare di nucleare e, infine, Giorgetti ha rassicurato i mercati dopo la tassa sugli extraprofitti, confermando che l’esecutivo rispetterà i vincoli di bilancio europei. L’unica richiesta è stata di scorporare le spese per l’aiuto all’Ucraina, poiché la guerra euroatlantica va portata avanti.

Nel corso della seconda giornata le premesse del discorso del ministro dell’Economia erano state messe da Gentiloni, il Commissario UE all’Economia. Egli aveva infatti ribadito come per la fine dell’anno il Patto di Stabilità sarebbe stato riattivato.

Per l’ex presidente del consiglio italiano gli aiuti di stato, per quasi l’80% assorbiti da Germania e Francia, sono lo strumento adatto per ottenere competitività. Non certo per mettere in dubbio tale gerarchia continentale, ma perché ne vanno pensati alcuni più «europei», a conclusone del Next Gen EU.

A fargli eco è stato il ministro degli Esteri Tajani, il quale ha affermato che “serve una vera politica industriale della Ue che punti a un sistema di concorrenza globale”. Dunque, ritorno ai vincoli fiscali, investimenti decisi a livello centrale e completamento dell’unità bancaria.

A complemento di ciò serve allargare lo sguardo all’Africa, ai Balcani e all’America Latina, per trovare le risorse e i mercati adatti a competere con Russia e Cina. Ovviamente, senza “apparire predatori o neocolonizzatori”... ma solo apparire, la sostanza è quella.

L’ultimo tassello di questo discorso è fare passi avanti sulla difesa comune, elemento cardine anche per Josep Borrell, il fautore del “giardino europeo contro la giungla”. L’alto rappresentante Ue per la politica estera vi ha posto accanto altri cinque nodi.

Portare l’Ucraina alla vittoria; ricalibrare l’approccio alla Cina secondo gli interessi UE; gestire l’emergere dei Brics – ovvero di un mondo multipolare –; ripensare il proprio concetto di sicurezza; allargarsi e passare, infine, a un sistema di voto a maggioranza qualificata. Tappe che mirano, ancora una volta, ad assumere un ruolo strategico proprio sullo scenario internazionale.

Ma la UE ha grossi problemi, a partire dai fondamenti dell’economia. La prima giornata, seppur non solo su questo tema, ha dato molto spazio alle difficoltà del modello produttivo comunitario, e al peso dell’inflazione e delle politiche della BCE per contrastarla.

Molti economisti pensano a una pausa nel rialzo dei tassi su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma gli indicatori europei sono meno rosei di quelli statunitensi. L’irrigidirsi dell’accesso a finanziamenti per l’investimento è la preoccupazione di tanti imprenditori presenti a Cernobbio, mentre la recessione diventa sempre più una realtà concreta.

Mandare in crisi l’economia per rallentare la corsa inflattiva mostra già quanto le teorie dominanti siano oggi illogiche e criminali, ma per di più il risultato atteso è ancora ben lontano. Per questo Enrico Marchi, presidente di Banca Finint e di Save, l’aeroporto di Venezia, ha detto che “l’importante è non fissarsi sul feticcio dell’inflazione al 2%”.

Nei palazzi europei devono pensare, dice l’ad di Edison Nicola Monti, che la transizione green farà alzare i prezzi della costruzione dei nuovi impianti, e bisogna perciò ragionare sul lungo periodo. Ma a Francoforte non tutti la pensano allo stesso modo.

Isabel Schnabel, del board esecutivo della BCE, appena qualche giorno fa ha sottolineato che, nonostante l’attività manifatturiera sia crollata a livelli tipici delle recessioni profonde, non si può sapere se non saranno necessari ulteriori aumenti dei tassi. Nonostante la stabilità dei prezzi verrebbe scambiata con un atterraggio brusco dell’economia continentale.

Ad ogni modo, non si prevede di raggiungere il target sull’inflazione prima del 2025. Fino ad allora, tutti i costi verranno scaricati sui settori popolari, come anche al Forum Ambrosetti tutti hanno implicitamente confermato.

Per questo serve sostenere e firmare la proposta di salario minimo di Unione Popolare, sul piano immediato del conflitto capitale-lavoro, e costruire un largo e autonomo fronte di opposizione sociale e politica nelle piazze alle politiche governative. Questo autunno ci pone questi come obiettivi.

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03/09/2023

A Como la sfida USB alla finanza e al governo contro la guerra, per i salari e l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro

Centinaia di lavoratori, precari e studenti hanno sfilato per le strade di Como, raccogliendo l’invito di USB a sfidare il gotha della finanza riunito nella cornice patinata del Forum di Cernobbio, dove viene debitamente omaggiato da rappresentanti del governo e dell’opposizione.

Mentre i potenti della terra riproponevano le medesime ricette fondate sul mantra della competitività, che hanno condotto il Paese nell'attuale drammatica condizione sociale, il vivace corteo denunciava gli effetti prodotti proprio dalla logica della competitività: la partecipazione del nostro Paese alla guerra in Ucraina, la continua erosione del potere di acquisto dei salari e l’inarrestabile strage di morti nei luoghi di lavoro.

Per agire indisturbati, dopo aver vietato lo svolgimento del corteo nei pressi del Forum Ambrosetti, oggi è stato persino impedito l’attracco di una imbarcazione a Cernobbio dalla quale esporre uno striscione che denunciasse le ricette riproposte al Forum.

Divieti assurdi e incostituzionali che ancora una volta dimostrano come la questione sociale si salda con l’emergenza democratica che attraversa in maniera preoccupante il nostro Paese.

A partire da questa consapevolezza l’USB si impegna a proseguire la battaglia per ribadire il no senza se e senza ma alla guerra, per rimettere al centro la questione salariale e la legge di iniziativa popolare per l’istituzione del reato di omicidio sul lavoro, il cui primo passo da lunedì 4 settembre è la settimana di mobilitazione nazionale con tavoli per la raccolta delle firme nelle piazze e nei luoghi di lavoro.

L'imminente legge di bilancio sarà il prossimo banco di prova sul quale sfidare e proseguire lo scontro contro un governo palesemente schierato a favore di banche, finanza e grande impresa.

Unione Sindacale di Base

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25/08/2023

Divieto di manifestare a Cernobbio: il gotha della finanza mondiale non va disturbato

Il questore di Como ha emesso il divieto ad effettuare “qualsivoglia tipo di manifestazione pubblica nel territorio del comune di Cernobbio nelle giornate di svolgimento del Forum Ambrosetti”. Il think tank della finanza mondiale non deve essere disturbato. A rischio, secondo lo stesso questore, ci sarebbe “la sicurezza dei partecipanti all’evento che si terrà a Villa d’Este”.

A nulla è valsa perciò la disponibilità di Usb a convertire il corteo in una manifestazione statica da tenersi a più di un chilometro di distanza dalla Villa. In quei giorni a Cernobbio non è permesso manifestare, punto.

Al questore di Como (o più probabilmente allo stesso Ministero degli Interni) non sfugge che a garanzia del diritto a promuovere manifestazioni vige ancora l’articolo 17 della Costituzione, che stabilisce che “le autorità possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”. Per questo motivo nell’ordinanza si trova la frase, oramai rituale, che la manifestazione che avevamo indetto “potrebbe essere motivo di attrazione per elementi o gruppi gravitanti nelle aree antagoniste ed anarco-insurrezionaliste in grado di creare serie turbative per l’ordine pubblico”. Una frase buona per tutte le stagioni, destinata a mettere una pietra tombale a qualsiasi contestazione formale.

È in atto da tempo una sospensione dei diritti costituzionali, grazie ad una attribuzione sempre più ampia di poteri nelle mani degli organi di sicurezza, che stabiliscono limiti ogni volta più restrittivi delle libertà di espressione del dissenso. Alcuni luoghi, sedi di istituzioni politiche come il governo e il Parlamento, sono ormai precluse alla libertà di manifestare. A Roma il centro della città è praticamente ormai off limits, e le manifestazioni vengono autorizzate solo in alcune piazze e sempre ché i promotori dichiarino un numero previsto di partecipanti che la questura considera congruo, altrimenti la manifestazione viene autorizzata molto più lontano. I cortei si possono effettuare solo nel fine settimana e se a carattere nazionale, altrimenti ci si deve accontentare di iniziative statiche. Nelle altre città il sistema è un po' meno asfissiante, ma ci sono evidenti segnali che le “regole” introdotte nella Capitale sono in via di estensione.

Così come le sedi istituzionali, ora anche gli eventi vengono preservati. Manifestare il dissenso davanti alle sedi dove si assumono le decisioni che i cittadini intendono contestare è vietato, così come è vietato esercitare il legittimo diritto ad esprimere un’opinione contraria nei pressi di luoghi dove si incontrano i vertici del sistema economico. Naturalmente, sul piano formale, le questure vi risponderanno che il diritto a manifestare è pienamente salvaguardato: “andate a Como” ci dicono in questo caso, così come invitano ad andare da un’altra parte quando si fa richiesta di manifestare a Montecitorio. Confiscano un diritto ma lo fanno, per così dire, in modo “democratico”.

E così, come per il diritto di sciopero, che in molti settori dei servizi oltreché per tutti i lavoratori pubblici è stato da tempo devitalizzato, anche il diritto a manifestare viene depotenziato e snaturato.

Mentre i prezzi dei generi essenziali continuano a salire e redditi, salari e pensioni perdono terreno, tenere a bada il dissenso con misure di polizia sempre più rigide diventa un’esigenza politica. E la questione sociale, come già in altri tempi, finisce per incontrarsi con quella democratica.

Come le denunce, i fogli di via e gli arresti per i sindacalisti, come la repressione nei confronti degli attivisti, come le botte agli studenti e ai movimenti sociali, i divieti e le prescrizioni a manifestare sono parte di una logica di contenimento e soffocamento che dobbiamo combattere e respingere. L’autunno che viene è destinato a riproporci il problema.

Unione Sindacale di Base

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