Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Incentivi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Incentivi. Mostra tutti i post

19/12/2024

Rinnegare la transizione all’auto elettrica non salverà le filiere europee

Abbiamo reso conto proprio recentemente di come a Bruxelles abbiano deciso di fare sostanzialmente dietrofront rispetto alla transizione all’elettrico nell’automotive. Resisi conto di non poter competere con la Cina, che sul tema ha investito da tempo pianificando tutto il processo, la tutela dell’ambiente ha perso di interesse perché cozza col profitto.

Un paio di giorni fa, però, nella sua tradizionale conferenza di fine anno l’UNRAE, ovvero l’associazione delle case automobilistiche estere che operano in Italia, lo ha detto chiaro: il problema non è il green. La crisi delle filiere europee – e occidentali in generale, almeno in parte – ha origine nelle scelte dei produttori e nelle politiche del passato, e non potrà che peggiorare senza misure adeguate.

I dati parlano chiaro: tra il 2000 e il 2021 la produzione di auto nei cinque principali mercati europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito) è passata da 15,4 a 9,2 milioni di unità, e anche il mercato nordamericano è calato di oltre il 14%. Tra il 2000 e oggi la Cina, dove la produzione era stata spostata per approfittare degli allora bassi salari, è passata a produrre da 2 a 30 milioni di veicoli.

Michele Crisci, presidente di UNRAE e di Volvo Italia, ha affermato che “la Cina ormai rappresenta il primo mercato mondiale per distacco rispetto al resto del mondo e chiaramente oggi i cinesi, per semplificare, stanno acquistando cinese”. In una UE fondata sul modello export-oriented ciò ha portato al disastro, ma la crisi riguarda tutto l’Occidente.

Sempre Crisci ha spiegato senza mezzi termini che, semmai, oggi sull’elettrico “l’Europa paga il prezzo di politiche incoerenti e dell’assenza di una visione strategica per accompagnare una transizione sostenibile, definita dagli obiettivi”. Una transizione che sia “economicamente e socialmente responsabile”.

Il Green Deal non è arrivato dal nulla, ma è solo l’ultima iniziativa dentro un quadro trentennale di impegno a ridurre le emissioni, seguendo rigorosamente le direttive e i regolementi europei. Il problema è piuttosto che queste linee sono intricate, sbagliano a indicare gli indirizzi da seguire e vengono per di più cambiate di continuo, rendendo impossibile programmare gli investimenti.

La questione è diventata macroscopica in Italia. Per fare un esempio, ad agosto il ministro Urso aveva esaltato i risultati ottenuti dall’Ecobonus, e aveva promesso che sarebbe stato trasformato in un vero piano triennale. A novembre ne annunciava la fine, perché per sua stessa ammissione non avevano avuto effetti positivi sulla produzione.

Anche per questo è chiaro che la soluzione promossa dall’UNRAE è solo parziale: altri incentivi, mentre di certo l’impulso da dare all’infrastruttura per la ricarica e un piano per il riciclo dei componenti sarebbe invece molto utile. Difatti, lo stesso Andrea Cardinali, direttore generale dell’UNRAE, ha detto che è più il secondo tema che il primo a frenare gli acquisti nel Bel Paese.

A suo avviso non c’entrano molto i redditi degli italiani, ma allo stesso tempo ha riportato dati che sembrano contraddirlo, ricordando che il nodo centrale rimane che la filiera può funzionare solo se c’è domanda. “Il prezzo medio di un’auto è aumentato del 58% dal 2011 a 2023”, ha ricordato, perché “il costo industriale è aumentato drammaticamente per l’impennata di tutti i costi di produzione”, energia in primis.

“Fatto 100 per i dati del 2011”, ha continuato, “oggi la media del costo delle vetture è a 158, mentre il reddito degli italiani è a 122: certo, il mix e i contenuti delle vetture non sono paragonabili fra il 2011 e il 2024 ma nello stesso lasso di tempo il costo di abitazioni e utenze è salito a quota 163. Comprensibile che, in questo scenario di entrate e di spese, una famiglia media rinuncia a comprare l’auto”.

L’UNRAE stima che quest’anno verranno vendute in Italia 1,5 milioni di auto, poco meno della cifra del 2023, ma ben 350 mila unità sotto i livelli del 2019, mentre si rafforza il mercato dell’usato. Anche se non allo stesso modo, le stesse dinamiche di fondo sono state vissute da tutta Europa: nel 2019 venivano immatricolate ogni anno 15,8 milioni di vetture, mentre nei primi 10 mesi del 2024 sono diventate 10,8.

È scontato che le cifre non raggiungeranno l’anno precedente alla pandemia. E quello che è poi la questione di fondo l’ha detta, tra le righe, di nuovo Crisci: “l’introduzione di nuove tecnologie tende inevitabilmente a soppiantare quelle esistenti, generando spesso conflitti e resistenze. In questo contesto, politica e media talvolta oscillano tra posizioni contrastanti, e questa incertezza rischia di danneggiare il settore”.

La sfida sull’auto elettrica era sull’innovazione, ed evidentemente la UE l’ha persa nei confronti della Cina. Serve una strategia solida, basta col trovare un capro espiatorio per non ammettere il fallimento di decenni in cui si è promosso il privato come strada migliore per affrontare la competizione globale, mentre Pechino pianificava lo sviluppo della sua collettività, sotto tutti gli aspetti.

Ovviamente, non sentiremo dai produttori di vetture l’attacco all’inadeguatezza dello spirito imprenditoriale occidentale. Sentiremo parlare ancora di incentivi, probabilmente. Ma il nodo è quello, e come l’automotive europeo sia entrato in un circolo vizioso in cui la compressione del mercato interno alimenta l’instabilità del settore, e quest’ultima a sua volta lo fa dal punto di vista della domanda.

Roberto Vavassori, presidente dell’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (ANFIA), tra il mancato raggiungimento degli obiettivi di produzione di Stellantis e la volontà di Volkswagen di tagliare 15 mila dipendenti, afferma che “saranno almeno 45 mila i dipendenti che perderanno il lavoro nelle aziende fornitrici, anche quelle italiane“.

Vavassori ha poi sottolineato come “la sovracapacità produttiva, ormai strutturale, è un tema dirimente per i costruttori europei, che, per cercare di mantenere competitività nei confronti dell’arrembante avanzata cinese, stanno facendo susseguire annunci di possibili chiusure di stabilimenti europei”. Permettetici di sottolinearlo: crisi di sovrapproduzione, come nella più tradizionale lettura di Karl Marx.

Uno studio di ANFIA con la società di consulenza finanziaria Alix Partners ha stimato che l’evoluzione dei volumi negli ultimi mesi “anticipa già nel 2025 i possibili impatti occupazionali di quanto si stimava solo un anno fa come effetto al 2030 della sola transizione elettrica”. Senza che la transizione all’elettrico sia stata fatta – appunto, un altro capro espiatorio per il fallimento della classe dirigente europea –.

Secondo questa analisi, sono 38 mila i posti di lavoro a rischio, 26 mila legati a riduzioni strutturali e 12 mila a crisi aziendali. Per Alix Partners, inoltre, sono numeri parziali e il totale potrebbe essere persino maggiore, essendo esclusi dallo studio i produttori di apparecchiature originali e l’impatto su altre filiere come logistica, sicurezza e macchine utensili.

Vavassori ha dunque sostenuto la necessità di introdurre ulteriori ammortizzatori sociali e poi il “credito d’imposta diretto per attività di ricerca e sviluppo sulle traiettorie tecnologiche della nuova mobilità, riduzione dei costi delle bollette energetiche degli stabilimenti produttivi della filiera e proroga dell’Ecobonus per i veicoli commerciali”.

Prima vengono evidenziati i reali problemi alla base della crisi dell’automotive, che non è tanto nell’elettrico quanto nella sconfitta nella competizione tecnologica, nell’irrazionalità nella gestione del mercato da parte del privato dovuta innanzitutto alla mancanza di una pianificazione pubblica centralizzata, nella compressione del mercato interno.

E poi vengono proposte come soluzioni, ancora una volta, tutte misure sul lato dei produttori, ovvero sul lato di chi, con lo sguardo corto dei risultati trimestrali di bilancio, continuerà su questa strada fino a creare una vera e propria emergenza sociale, cancellando decine di migliaia di posti di lavoro.

La soluzione non è in altri sussidi al privato, ma è nel superamento del modello in cui il privato è giudice, giuria e boia di ogni scelta politica.

Fonte

09/02/2024

Le porcate degli Agnelli non finiscono mai...

È difficile delineare con grande chiarezza la propria natura con solo tre notizie nella stessa giornata. Ma alla famiglia Agnelli-Elkann certi miracoli riescono, specie se l’immagine che deve venir fuori è un orrore.

Qualche giorno fa Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis – la multinazionale dell’auto che riunisce ora Fiat, Maserati, Chrysler, Citroen, Peugeot, ecc) – ha chiesto seccamente al governo italiano “incentivi”, altrimenti la produzione del gruppo avrebbe lasciato molti degli stabilimenti ancora presenti in Italia.

Proprio come faceva “l’Avvocato” ai bei tempi in cui in Fiat lavoravano oltre 200.000 persone.

Il governo Meloni, in pubblico, ha fatto finta di indignarsi ma, come vedremo, si è messo a lavorare per accontentarlo senza dare spunto ai titoli sui giornali. Intanto ha inserito in manovra un miliardo per gli “ecobonus”, qualcuno direbbe “col favore delle tenebre”.

Ieri le tre notizie.

A Mirafiori l’azienda ha comunicato che dal 31 marzoterminerà la produzione del Maserati Levante, il Suv di lusso lanciato nel 2016. Numeri di vendite e di occupati non grandissimi, come è ovvio per un marchio del lusso, ma un segnale preciso a governo e sindacati: “facciamo sul serio, siamo una multinazionale e andiamo da un’altra parte, se ci conviene”.

Gli operai del primo e del secondo turno sono immediatamente entrati in sciopero dopo un’assemblea, ma è scontato che la partita si giochi soprattutto in campo politico (e qui Cgil-Cisl-Uil non toccano palla da decenni, dopo aver a suo tempo calato completamente le brache).

La seconda notizia è assai meno “muscolare”, perché se una madre – Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato – fa causa al figlio (John Elkann) significa che in quella famiglia volano più coltelli che fratelli.

Ma non è più neanche una dolorosa causa civile, ma una ben più scabrosa inchiesta penale. John Elkann, presidente della Fiat, della Ferrari, del gruppo editoriale Gedi nonché amministratore delegato di Exor è indagato dalla procura delle Repubblica di Torino per presunte violazioni fiscali riguardanti l’eredità di sua nonna, Marella Caracciolo, la vedova di Gianni Agnelli.

In pratica, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe manipolato il testamento del Nonno assicurando a se stesso (ai danni dei fratelli Lapo e Ginevra, nonché della madre) la quota azionaria di controllo che era appartenuta all’Avvocato.

E quindi la Guardia di Finanza ha perquisito lo studio del commercialista Gianluca Ferrero, storico consulente degli Agnelli e oggi presidente della Juventus.

Sempre le Fiamme Gialle si sono recate nello studio del notaio Remo Morone, anche lui un professionista legato alla Famiglia (ha redatto il testamento dell’Avvocato) e poi negli uffici della Fiduciaria Nomen, del gruppo Ersel, proprietà della famiglia Giubergia, che gestisce in maniera riservata e fiduciaria attività finanziarie e partecipazioni riconducibili anche agli Elkann.

Vedremo gli sviluppi, ma se questo è quello che avviene in “famiglia”, figuriamoci cosa possono combinare costoro nei confronti di dipendenti, fornitori, società italiana nel suo complesso.

La terza è stata prodotta dal ministro Urso, che per dimostrare il suo fattivo interessamento alla permanenza produttiva della Fiat nel paese ha rivelato di aver incontrato per due volte Tavares e tre volte Elkann. Il quale ultimo gli avrebbe giurato di voler raggiungere l’obiettivo produttivo in Italia di un milione di veicoli. Si è visto subito a Mirafiori con la Maserati, no?

Non pago, Urso ha riferito che la promessa è avvenuta in Francia, “quando hanno inaugurato la prima gigafactory. Mi aspetto che presto sia realizzata anche nel nostro Paese“. Ma ne ha parlato soltanto lui, nessuno di Stellantis. Qualche sospetto che sia una balla… viene.

Anche perché lo stesso Urso ha confermato indirettamente che gli incentivi chiesti da Tavares sono già quasi pronti: “Il piano straordinario per sostenere l’acquisto di auto sarà attuato a breve, prevede quasi un miliardo e ora è alla concertazione con gli altri ministri. Dal prossimo anno gli incentivi non saranno più al consumo ma alla produzione per incentivare chi voglia produrre nel nostro Paese sia auto che componentistica“.

Diciamo ancora più chiaramente: fin qui, quando si parlava di incentivi alla rottamazione, i soldi venivano destinati agli acquirenti di un’auto nuova (il che ovviamente era un vantaggio per tutte le case automobilistiche, che potevano vendere di più).

Il governo che dice di star “litigando con la Fiat”, invece, ha deciso di dare quei soldi direttamente all’azienda. Senza alcuna seria garanzia produttiva e occupazionale. Così, per marcare la propria “incazzatura”, no?

Fonte

03/10/2019

Fotovoltaico e dintorni. Perché conta anche come si fa la riconversione ecologica

Questa è una storia semplice ma poco conosciuta, perché non sono in tanti a criticare alla radice come funziona il rapporto tra Stato ed Economia in questo sistema economico, e di conseguenze non si fa né molta informazione né molta riflessione pubblica su queste cose.

Pochi lo sanno ma l’Italia è uno dei paesi con più potenza da fotovoltaico installata: più di 20 Giga Watt, in Europa solo in Germania ce ne sono di più. Tale risultato è dovuto ad una massiccia politica di incentivazione statale che ha distribuito soldi a pioggia nel settore a partire dalla metà degli anni 2000. Fino al 2013 chi voleva installare un impianto, riceveva dallo Stato dei soldi per ogni KWh di energia prodotta.

Attenzione: prodotta, non venduta all’Enel o a qualcun altro. Riceveva questi soldi anche se quell’energia la consumava interamente lui. Questi soldi li riceve ancora, perché sono stati garantiti per tutto il ciclo di vita dell’impianto fotovoltaico (in media 25 anni).

Questo tipo di incentivo, chiamato “conto energia”, è stato interrotto nel 2013 quando ha raggiunto il tetto di spesa annua di 6,7 miliardi di euro. Cioè, ancora oggi, lo Stato spende 6,7 mld di euro all’anno d’incentivo per chi ha installato un impianto tra 2006 e 2013.

Una parentesi: quando ci presentano come un vantaggio epocale per le casse dello Stato la riduzione di 345 parlamentari (al prezzo di una perdita di rappresentanza democratica), pensiamo che lo Stato garantisce ad aziende e privati numerosi incentivi come questo! Solo il conto energia implica delle uscite equivalenti al taglio di più di 40 mila parlamentari (se mai esistessero).

Fermi tutti. Il problema non è che lo Stato spenda 6,7 mld di euro all’anno per il fotovoltaico (più i mancati introiti per gli sgravi fiscali, che dal 2013 hanno sostituito gli incentivi diretti). Il problema è che questi soldi potevano essere utilizzati per installare la stessa potenza (e probabilmente di più) a vantaggio della collettività e non di privati cittadini, banche o grandi aziende.

Infatti chi ha approfittato dell’incentivo sono state in primis le banche che hanno finanziato la costruzione di impianti fotovoltaici in cambio della cessione dell’incentivo e le grandi aziende che hanno installato sui propri terreni vere e proprie centrali fotovoltaiche, riuscendo così (oltre a vendere l’energia) ad avere un rendimento sicuro per 25 anni (sicuro come un buono del tesoro, ma molto più conveniente!).

Anche tante famiglie con reddito stabile ed una casa di proprietà hanno installato il loro impianto da 3 o 6 KW; non si tratta di famiglie necessariamente ricche, ma comunque si tratta di una fascia della popolazione che non ha un bisogno particolare di aiuti pubblici.

Un alternativa c’era: lo Stato poteva investire quei soldi per costruire impianti fotovoltaici sugli edifici di sua proprietà (palazzi di enti pubblici, scuole, ospedali, uffici...).

Avrebbe ottenuto lo stesso vantaggio in termini di aumento della produzione di energia pulita, ma in più avrebbe diminuito i suoi enormi costi energetici potendo investire quei risparmi a beneficio della collettività.

Sarebbe stata anche una scelta più intelligente dal punto di vista della distribuzione dell’elettricità, visto che l’energia va consumata appena prodotta (a meno di immagazzinarla in costose batterie). Infatti i consumi domestici sono concentrati soprattutto dopo il calar del sole, al contrario dei consumi degli edifici utilizzati come uffici o altri luoghi di lavoro.

Oggi la potenza installata su edifici della pubblica amministrazione non arriva nemmeno ad 1 Giga Watt e ammonta solo al 4,3% della potenza totale, ed è questa un’altra prova dell’assurdità della strada percorsa.

La pianificazione avrebbe anche consentito di intervenire tenendo conto di tutti i fattori ambientali, cosa che non hanno fatto i privati interessati solo al profitto (pensiamo ad esempio alle enormi distese di terreni ricoperte da pannelli fotovoltaici, con danni permanenti alla rigenerazione del suolo).

Perché non è stata seguita questa strada alternativa? La risposta è che ormai da trent’anni è stato assunto come dogma economico l’idea che il libero mercato debba risolvere i nostri problemi, che lo Stato non debba intervenire in economia se non “incentivando” i comportamenti virtuosi dei privati.

Questa posizione puramente ideologica serve a far arrivare soldi pubblici a certe classi sociali (come in questo caso) e all’economia privata, ma dal punto di vista degli interessi collettivi ha ampiamente dimostrato il suo fallimento. Se si vuole veramente cambiare rotta sull’ambiente è necessaria una vera opera di pianificazione, che comprenda l’intervento attivo dello Stato, nell’interesse della collettività.

Per alcuni settori economici i liberisti hanno gioco più facile perché possono dire che nel pubblico non ci sono le competenze per fare certe cose (ma se uno volesse le potrebbe costruire), nel settore dell’energia non è così: nei Centri di Ricerca e nelle aziende semi-pubbliche (come l’Enel, da ripubblicizzare totalmente) c’è già chi ha le competenze necessarie.

Quello che serve è la volontà politica, e qualcuno che li costringa a farlo.

Fonte

08/04/2019

Il governo si riconcilia con Confindustria, a spese nostre

È davvero surreale la distanza che separa i processi che si muovono su scala globale dall’autismo che caratterizza la classe imprenditoriale di casa nostra.

Mentre sull’Unione Europea e in particolare sul nostro paese si abbatte l’ennesimo tornante della crisi che conferma il fallimento delle politiche di de-industrializzazione, privatizzazione degli asset strategici e compressione salariale; mentre su scala globale la Cina si presenta come locomotiva del mondo attraverso politiche volte a sostenere il mercato interno ed un piano faraonico di investimenti pubblici, il pacchetto di misure varate dal governo Conte e contenute nel DL crescita, viene salutato con ottimismo dalle pagine del Sole24ore ed addirittura definito come “una svolta necessaria di non poco conto”.

Un passaggio che segna la “riconciliazione” tra il governo giallo verde e l’associazione degli industriali (che pur senza ragione aveva storto il naso rispetto ad alcune misure contenute nella legge di bilancio che avevano leggermente rimodulato le poste indirizzandole maggiormente verso le piccole imprese) e che trova riscontro nelle parole del premier Conte secondo le quali il Governo è “un interlocutore che troverete sempre attento per favorire la crescita economica, per favorire le imprese” da intendersi “come comunità di donne e uomini” impegnate a “perseguire uno sviluppo sostenibile”.

Ma di quali misure in realtà stiamo parlando?

Siamo in presenza dei consueti interventi a favore delle imprese che si muovono sul versante dei tagli fiscali e degli aiuti agli investimenti.

Per entrare più nel dettaglio eccone alcune:

- proroga dal 1 aprile al 31 dicembre 2019 del super ammortamento al 130% degli investimenti in beni strumentali: si tratta di una misura che consente di pagare meno tasse sul bene acquistato attraverso una supervalutazione del bene stesso, ovvero investi 100.000 euro e ne deduci 130.000.

- Innalzamento della deducibilità dall’Ires e dall’Irpef dell’IMU pagata dagli imprenditori per gli immobili strumentali all’attività di impresa. Giusto per capirci: nella legge di bilancio l’attuale governo aveva già raddoppiato la deducibilità dell’IMU dal 20 al 40%, attraverso questo intervento l’aliquota sale al 50% per l’anno in corso ed arriva all’80% nel triennio 2020-2022.

- Bonus per aggregazioni di imprese: si tratta di uno sconto fiscale per favorire processi di fusione e aggregazione tra imprese volte a favorirne la crescita dimensionale.

- Mini Ires 2.0: viene abbandonata la mini Ires (riduzione dal 24% al 15% sugli investimenti in beni strumentali) contenuta nella legge di bilancio, non particolarmente gradita alle imprese e, in una ottica di semplificazione, viene introdotta una nuova versione con una riduzione di 4 punti percentuali per gli utili reinvestiti e lasciati in azienda con una aliquota ridotta da subito al 22,5% per tutti, con la prospettiva di ridurla al 20% nel 2022.

Insomma nulla di nuovo sotto il sole: la solita ideologia secondo la quale l’impresa privata sarebbe il motore della crescita e il mondo imprenditoriale andrebbe ricoperto d’oro in quanto unico attore capace di rilanciare l’occupazione.

Ciò che però rende più surreale queste misure è il diverso contesto nel quale esse oggi si collocano.

Quel progetto economico e politico denominato globalizzazione si è rivelato sempre più un boomerang per l’Unione europea e per gli USA, oggi decisamente in affanno rispetto ai loro competitor.

La costruzione da parte di imprese europee ed americane di nuovi impianti nei paesi in via di sviluppo al fine di conquistare mercati locali e la produzione in questi paesi anche di merci richieste dai mercati dei loro paesi di origine sfruttando una forza lavoro sottomessa e meno tutelata, hanno di fatto contribuito a creare le condizioni per l’emersione sullo scacchiere geopolitico di quei paesi che soltanto qualche decennio fa chiamavamo “terzo mondo”.

Anche se i soloni della globalizzazione giammai lo riconosceranno, la competitività dei paesi emergenti che ora tanto spaventa (Cina in primis) e gli impressionanti ritmi di crescita, sono stati costruiti anche da noi attraverso il trasferimento in quei paesi della produzione di beni e servizi.

Allo stesso modo i processi di delocalizzazione hanno certamente indebolito la classe operaia e il movimento dei lavoratori su scala continentale (a maggior ragione nei paesi del Sud Europa) ridisegnando i rapporti di classe a favore del capitale.

Insomma in Europa un modello a trazione tedesca tutto orientato all’esportazione e alla compressione dei salari ha determinato una progressiva depressione dei mercati interni e dei consumi di massa.

I trattati europei, la lotta all’inflazione e l’eterno ricatto del debito hanno poi costituito la cornice giuridico-economica all’interno della quale collocare queste politiche, ma hanno anche scavato la fossa per i paesi dell’UE incapaci di reggere i ritmi di crescita dei paesi del c.d. terzo mondo.

E così mentre in Cina (magari non per filantropia) si ravvivano i consumi di massa attraverso l’innalzamento dei salari, la riduzione delle tasse per i lavoratori e un gigantesco piano di interventi pubblici, nell’eurozona i livelli salariali sono da tempo al di sotto della soglia della sopravvivenza, la spesa sociale (scuola, sanità, pensioni) continua ad essere drasticamente ridotta e, specie nel nostro paese, brilla la mancanza di un qualsivoglia ragionamento volto a riportare in mano pubblica i settori strategici dell’economia (non dimentichiamo che anche nella recente legge di bilancio sono previsti 18 miliardi di privatizzazioni a garanzia della tenuta dei conti pubblici).

In questo scenario e con alle porte una manovra di autunno che si annuncia tra le più dolorose, potranno mai le consuete elargizioni alle imprese contenute nel DL crescita costituire davvero una svolta di non poco conto?

La domanda è ovviamente retorica, dato che la risposta scontata è no.

Fonte

23/09/2016

Industria 4.0. Superincentivi fiscali, zero programmazione

Ben più importante della decisione presa dalla Sindaca di Roma di rinunciare alla candidatura olimpica, è stata la presentazione del progetto di Industria 4.0 da parte di Renzi e del ministro Calenda.

Ancora una volta, su questo tema del tutto decisivo rispetto al futuro del Paese, siamo su di una strada completamente sbagliata.

Ci si balocca di nuovo con i super – ammortamenti e le detrazioni fiscali a uso delle imprese senza entrare minimamente nel merito di una programmazione industriale rivolta ai settori manifatturieri nei quali l’Italia è ormai da tempo del tutto carente.

Ci si rivolge a settori nei quali l’innovazione tecnologica ha camminato ben oltre quanto individuato dai nostri sapientoni di governo, soprattutto un’innovazione tecnologica fine a se stessa, mancando i settori industriali di riferimento.

Quando si legge, da parte del presidente di Federacciai, che l’Italia ha una produzione insufficiente di laminati piani, quando il Governo lascia morire Alcoa principale produttrice di alluminio, quando ci si accorge che i destini della Piaggio, massima industria aeronautica, sono in mano a sceicchi del Dubai ovviamente incuranti di quello che doveva essere lo strategico trasferimento da Finale e Villanova d’Albenga, eseguito in vista di nuovi livelli di produzione, si hanno soltanto piccoli esempi della drammatica situazione in atto.

Ci si trascina ancora nel novecentesco dilemma tra lavoro e ambiente: dall’Ilva di Taranto alla Tirreno Power della martoriata Vado Ligure, mentre a 15 anni dalla chiusura i lagoon dell’ACNA di Cengio sono ancora lì intatti a testimoniare non solo la mancata bonifica ma ciò che è stato e ancora è nel disastro del capitalismo italiano.

Una situazione, quella della nostra industria, che può essere affrontata soltanto attraverso la messa in campo di investimenti pubblici rivolti ai settori strategici nei quali siamo drammaticamente carenti: investimenti accompagnati da una seria e rigorosa programmazione industriale.

Investimenti non rivolti, attraverso gli incentivi, a fare in modo che come al solito la centralità delle imprese come riceventi dei benefici si risolva (com’è stato ed era facilmente prevedibile) come il jobs act attraverso il classico “prendi i soldi e scappa”.

Non si vive di speculazione edilizia, turismo, agricoltura (in questo campo si sono illusi un po’ di ragazzi attirati dal ritorno alla vita nei campi: la terra è bassa si diceva un tempo e, in questo quadro, la redditività reale è sottozero).

Fonte

26/08/2016

Occupazione. Un anno di droga, nessuna ripresa

I nuovi dati dell'Inps sui contratti di lavoro confermano che nel 2016 facciamo costantemente peggio del 2014.

La distanza con il 2015 è enorme non solo nei contratti a tempo indeterminato (al netto delle cessazioni), ma anche nelle trasformazioni che ci dicevano essere un'evidenza della volontà di stabilizzare i lavoratori grazie al JobsAct.

Il mercato nel 2015 è stato evidentemente drogato. Nessuna scusa.

Corrono i voucher: nei primi sei mesi del 2016 ne sono stati venduti 69,899,824 (+ 40% rispetto allo stesso periodo del 2015).

Amen.


Fonte

01/04/2016

Finiti gli incentivi, risale la disoccupazione

Finiti gli incentivi governativi, finito il piccolo “boom” occupazionale di fine 2015. Erano dati drogati, lo avevamo scritto in tutti i modi; lo avevano fatto persino alcuni analisti mainstream, spaventati dalla faciloneria renziana. Il “merito” non era stato neppure dello strombazzato jobs act, ma principalmente dagli sgravi contributivi garantiti dal governo a tutte le imprese che avessero assunto con il nuovo contratto a “tempo indeterminato a tutele crescenti”. In realtà un contratto precarissimo, visto che i lavoratori sono licenziabili in qualsiasi momento e con qualsiasi motivazione, ma che assicurava alle imprese minori oneri previdenziali per la durata di tre anni, con tutto di 8.000 euro annui per ogni singolo nuovo assunto con questa formula. Le imprese si sono precipitate a ri-assumere con il nuovo contratto gente che era stata fin lì inquadrata con uno dei 46 contratti recari esistenti). Visti i salari medi, inoltre, in pratica il governo garantiva buona parte della busta paga…

Ma questa bonanza per le imprese è scaduta il 31 dicembre (mese record nelle assunzioni drogate), perché questo giochino costa in termini di spesa pubblica, quindi non era prorogabile all’infinito (c’è la Commissione Europea che già prepara “moniti” per il non rispetto degli obiettivi di deficit e debito…).

Ora l’Istat ha pubblicato i dati su occupazione e disoccupazione nel mese di febbraio e il giochino viene svelato in tutta la sua miseria e inefficacia.

Dopo la crescita di gennaio 2016 (+0,3%, pari a +73 mila unità, per effetto degli incentivi), a febbraio la stima degli occupati diminuisce dello 0,4% (-97 mila persone occupate). In pratica lo “sboom” ha superato, per dimensioni, l’incremento dovuto agli sgravi.

La diminuzione di occupati coinvolge sia gli uomini che le donne, e si concentra tra i 25-49enni. Ovvero proprio quei “ggiòvani” che Renzi e Poletti giuravano di voler meglio tutelare togliendo le tutele ai loro oadri e fratelli magiori.

Il tasso di occupazione, di conseguenza, è sceso al 56,4%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente.

Il calo occupazionale – rifersce l’Istat – è determinato dai dipendenti (-92 mila i permanenti e -22 mila quelli a termine), mentre registrano un lieve recupero gli indipendenti (+17 mila). Significa che molti dei neo-disoccupati ha provato a reagire “mettendosi in proprio” oppure che sono stati convinti dal loro datore di lavoro a farsi una partita Iva.

Per i dipendenti a tempo indeterminato si tratta dunque del primo calo dall’inizio del 2015 (data di inizio degli sgravi contributivi per i neo assunti). L’Istat non ha dubbi sulle ragioni di questo drastico ridimensionamento: “Dopo la forte crescita registrata a gennaio 2016 (+0,7%, pari a +98 mila), presumibilmente associata al meccanismo di incentivi introdotto dalla legge di stabilità 2015, il calo registrato nell’ultimo mese riporta la stima dei dipendenti permanenti ai livelli di dicembre 2015”. Serve la traduzione? Eccola: si è tornati al punto di partenza. Finita la droga, finita l’occupazione.

Simmetricamente, aumentano di nuovo i disoccupati (+0,3% pari a +7 mila), più uomini che donne. Ed anche il tasso di disoccupazione torna a salire all’11,7%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a gennaio.

Non è finita. Anche gli “inattivi” (le persone in età da lavoro, ma che non si iscrivono neanche più ai centri per l’impiego) aumentano dello 0,4% (+58 mila). La crescita è determinata prevalentemente dalle donne e riguarda gli over 25. Il tasso di inattività sale al 36,0% (+0,2 punti percentuali). Si tratta di almeno 14 milioni di persone, oltre un terzo della popolazione potenzialmente attiva. Un massacro sociale di dimensioni bibliche.

In questo scenario, sentire un premier volgarotto che magnifica la sua azione parlando di “Italia che è ripartita”… nun se po’ sentì.

Fonte

06/03/2016

Crollano le assunzioni, il Jobs Act è già sepolto

Se ne accorgono gli imprenditori, gli osservatori, i giovani in cerca di un lavoro e perfino il Corriere della Sera (giornale bifronte, che da un lato deve esaltare la propaganda governativa – “Tutto va bene, siamo in ripresa!” – dall'altra deve informare gli addetti ai lavori. Duplice sforzo che di solito svolge dedicando alla propaganda le prime pagine, oltre a quelle dedicate alla politica, mentre mette le “informazioni di servizio” nelle pagine interne, soprattutto in economia, dove gli addetti ai lavori – appunto – sanno di dover cercare.

Ma l'articoletto apparso ieri, a firma di Elisabetta Andreis, avrebbe forse meritato la prima pagina, con il titolo “strillato”: Lavoro, già finito l’effetto Jobs act: contratti diminuiti del 25%. Un effetto così breve, meno di un anno, batte tutti i record (tranne forse quello del libro Impero, di Toni Negri, che era appena uscito in stampa per celebrare l'avvenuta unificazione pacifica del mondo e si trovò smentito dalla presidenza di George W. Bush, al punto da far gridare l'autore al “golpe”).

Qui sotto, in realtà, si dice quel che tutti avevano già illustrato e previsto. Le "assunzioni" fatte grazie alle leggi omicide del governo erano solo "regolarizzazioni temporanee", grazie ai robustissimi incentivi (fino a 8.000 euro annui, per tre anni, di decontribuzione). L'unica novità – non smentibile neanche dagli spin doctor del premier – è che ora si tratta di dati a consuntivo, ovvero di fatti già avvenuti, non di previsioni accurate.

Il Jobs Act è insomma un fallimento dal punto di vista della crescita economica e occupazionale, ma un “risultato pieno” per le aziende che si sono ritrovate la possibilità di licenziare a volontà, assumere con qualsiasi salario (anche senza salario, come si è visto all'Expo) e con qualsiasi “flessibilità” a totale carico del lavoratore.

Ora è il momento del redde rationem. Se la smettete di stare a chattare su Feisbuk e trasferite la vostra incazzatura nel luogo più consono: le strade.

*****

Lavoro, già finito l’effetto Jobs act: contratti diminuiti del 25%

L’Osservatorio metropolitano: «Assunzioni in aumento nel 2015, poi numeri in calo alla scadenza di bonus e incentivi. I ragazzi provano a costruirsi un futuro in proprio. Oggi le start up scelte dal Comune incontrano gli investitori»

di Elisabetta Andreis

Corriere della Sera


Quattro marzo: esattamente un anno fa, il Jobs act entrava in vigore. Ma la felicità dei giovani in attesa di assunzione è durata poco: il boom dei contratti si è già sgonfiato. «Se si valuta il 2015 rispetto al 2014, i numeri sono molto positivi. I nuovi ingaggi sono aumentati dell’11 per cento, quelli a tempo indeterminato addirittura del 57 per cento. La brutta sorpresa arriva però a gennaio» spiega Bruno Dapei, direttore dell’Osservatorio metropolitano. Segni meno a doppia cifra, meno 25 e meno 32 per cento, rispettivamente. Com’è possibile? «L’effetto positivo era legato agli incentivi attuati da gennaio 2015, più che al Jobs act - riflette Dapei -. La riforma è stata varata in un momento in cui il contesto era gonfiato da misure che la sostenevano, sgravi fiscali e i bonus». A dicembre, esauriti quelli, il balzo si è fermato: «Da solo, il Jobs act non basta». Anzi, può fare ben poco.

La stessa euforia di breve periodo si legge nei numeri sugli stage e i tirocini. «Nel 2015, quattro stagisti su dieci alla scadenza sono stati assunti a tempo indeterminato. Nel 2014 era uno solo» nota Marina Verderajme, presidente di Actl Sportello stage. Anche qui però poi i numeri raccontano di una risacca. Peraltro con una precisazione: «Il contratto a tutele crescenti è meno vincolante, forse non è neanche paragonabile al vecchio tempo indeterminato», dice la presidente. Qual è dunque il futuro in cui sperano i giovani? Molti, più che nell’azienda, ripongono speranze nella possibilità di diventare imprenditori in proprio. Decine saranno oggi alla Fabbrica del Vapore per promuovere le loro idee davanti a possibili investitori, dopo un corso di business plan promosso dal Comune e Consorzio Sis, per con MiGenerationLab. E da ieri è online anche il bando che assegnerà 1 15 spazi dell’area di via Procaccini proprio a ragazzi. L’entusiasmo, il loro, rimane, nonostante tutto.

Fonte

25/02/2016

La rottamazione delle auto, quella dei lavoratori e quella di Renzi

Alla fine del secolo scorso furono adottati più volte provvedimenti governativi per la cosiddetta rottamazione delle auto. Tali misure concedevano benefici fiscali rilevanti a chi rottamava la propria vecchi automobile sostituendola con una nuova. Il risultato erano grossi sconti rispetto al normale prezzo di mercato. Cosi molti consumatori decisero di usufruire dell'agevolazione e ci fu una impennata nelle vendita delle auto. La Fiat era stata il primo sostenitore della misura, con il sostegno dei sindacati confederali a parte qualche dissenso al loro interno. La rottamazione, sostenevano i suoi fan, avrebbe fatto ripartire il mercato e soprattutto la produzione e l'occupazione nel settore auto.

Non fu così. Se la Fiat riuscì a vendere più auto, le case automobilistiche estere ne vendettero ancora di più. Ma soprattutto la rottamazione non fece crescere il mercato dell'auto, ma lo concentrò negli anni in cui erano in vigore gli incentivi. Nella sostanza i consumatori anticiparono la sostituzione della loro auto e poi non ci pensarono più per un bel po'. Così quando finirono gli incentivi la vendita delle automobili precipitò ad un livello ancora più basso di quello precedente la rottamazione; e il risultato fu la crisi definitiva della Fiat.

Le assunzioni fatte in questo anno con il Jobs act e gli incentivi fiscali e contributivi, stanno seguendo la stessa parabola della rottamazione delle auto. Le imprese si sono trovate di fronte a due enormi facilitazioni. La rottamazione dell'articolo 18 per tutti i nuovi assunti, opera principale del Jobs act, e un bonus fiscale di 8000 euro per ogni persona assunta con il nuovo, finto, contratto a tempo indeterminato.

Così le imprese si sono comportate come i consumatori con l'acquisto delle automobili: hanno concentrato nel periodo coperto dagli incentivi assunzioni che comunque avevano in mente di fare. E soprattutto hanno rottamato vecchi rapporti di lavoro sostituendoli con quelli nuovi, sempre per la stessa persona.

Renzi vanta quasi 800.000, finte, assunzioni a tempo indeterminato. In realtà quelle davvero nuove sono poco più di 100.000, le altre sono conversioni di rapporti di lavoro già esistenti. Questo vuol dire che finiti o largamente ridotti gli incentivi, le assunzioni si fermeranno, perché le imprese le hanno fatte quando era per loro più conveniente. È molto probabile quindi che i prossimi mesi registreranno fenomeni negativi per l'occupazione, che alla fine si troverà messa peggio che prima del varo degli incentivi. Esattamente come è successo per l'auto e come accade per ogni merce, di cui si droghi temporaneamente il mercato senza mettere in atto misure strutturali per la crescita.

Certo se la rottamazione dei vecchi contratti di lavoro a favore di quelli del Jobs act si fosse innescata su una ripresa economica, le cose avrebbero potuto andare meglio. Ma la realtà va in un'altra direzione. L'Istat ci dice che il fatturato dell'industria è aumentato dello 0,2% nell'ultimo anno, ma che è diminuito di ben il 3% nell'ultimo mese. Quindi c'era la ripresina, ora non c'è più.

È chiaro che con questi dati economici le imprese non solo smetteranno di assumere, ma probabilmente riprenderanno anche a sfoltire il personale. È qui le aiuterà ancora il Jobs act, che permette di licenziare in qualsiasi momento il lavoratore assunto con il, finto, contratto a tempo indeterminato "a tutele crescenti".

Quando si trattano i lavoratori come merci, alla fine sono le stessi leggi del mercato a far fare una brutta fine alle promesse politiche. La rottamazione del lavoro ci è già costata 12 miliardi di regali alle imprese e alla fine avremo più disoccupazione di prima.

Alla fine chi dovrebbe essere rottamato è proprio il rottamatore, cioè Matteo Renzi con le sue vecchie e disastrose politiche liberiste.

Fonte

25/07/2015

Jobs act, incentivi per licenziare e riassumere

La (bassa) qualità di un mondo "imprenditoriale" e di un governo inventato per compiacerlo si vede da certi dettagli. Che poi sono un'intera politica, con niente altro intorno. Che poi, come spesso accade, molto giri intorno a forme societarie cooperative, naturalmente di comodo, è un ulteriore dettaglio che rivela la "collaborazione speciale" tra un ceto politico appena uscito dai consigli di amministrazione delle società a più bassa capitalizzazione e massima insofferenza per le tutele dei lavoratori. Insomma, il giro Coop...

La denuncia viene addirittura dalla Cgil e quasi ovviamente dall'Emilia Romagna, con immediato "contagio" nel Veneto leghista. Il meccanismo della truffa è non molto contorto e "perfettamente legale", perché la pratica del licenziamento-contratto a termine-riassunzione a tempo indeterminato, per di più relativo a una appalto di "esternalizzazione" di un'attività assolutamente interna come la "gestione magazzino", segue passo passo la lettera del Jobs Act.

Perché lo fanno? Perché così non pagano contributi per tre anni (li versiamo direttamente noi, contribuenti normali, al posto delle aziende). Nel caso specifico denunciato e che ha portato al seguente articolo de Il Fatto Quotidiano, c'è un guadagno aziendale che sfiora il milione  mezzo di euro.

Bel regalo, signor Renzi e mr. Poletti! In questo modo certamente l'economia andrà come un treno (dal punto di vista produttivo non cambia assolutamente nulla), l'occupazione crescerà moltissimo (anche qui: nemmeno un posto di lavoro in più nella realtà, ma un bel segno "più" per le statistiche pubblicate da mr. Poletti a beneficio del "governo del fare"), e i conti previdenziali (Inps) e quelli pubblici (la fiscalità generale che deve supplire al "risparmio" aziendale) potranno peggiorare tranquillamente.


Fonte