Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/06/2026

Carlo Ginzburg e la differenza tra il giudice e lo storico

di Paolo Persichetti 

È morto Carlo Ginzburg, storico di fama mondiale. Ritenuto uno dei maggiori esponenti della microstoria, scuola storiografica emersa nei primi anni '60 dalla fertile corrente della storia sociale. Ginzburg, le cui opere sono state tradotte in decine di lingue, si impose all’attenzione per i suoi lavori sulla stregoneria e i culti agrari tra il '500 e il '600, opere che restano dei pilastri della storia dal basso. I Benadanti, apparso nel 1966, e dieci anni dopo Il formaggio e i vermi, storia del mugnaio Menocchio, due vicende ricavate dagli archivi dei processi per stregoneria, raccontano per un verso il funzionamento dell’apparato repressivo dell’inquisizione cattolica, dall’altro la storia da sempre invisibile dei subalterni. Vite anonime di uomini e donne con le loro visioni del mondo ritenute da sempre irrilevanti nell’indagine storica, al massimo semplici numeri, statistica che non permetteva di emergere come soggetti narranti. Classi subalterne condannate a restare senza storia perché senza parola. Michel Foucault nel 1961 con La storia della follia nell’età classica, Edward P. Thompson nel 1963 con La formazione della classe operaia inglese, a seguire Ginzburg nel 1966 e nel 1976 e poi Jacques Rancière con La notte dei proletari del 1981, consolidarono questo nuovo modello storiografico ridando finalmente voce ai senza voce, riconsegnando loro il proscenio rubato della storia.

Il paradigma indiziario

Con Spie. Radici di un paradigma indiziario del 1979, un saggio denso e ricco di erudizione, Ginzburg propose un nuovo modello di analisi fondato sulla decifrazione dei dettagli minimi, in apparenza insignificanti, scarti e dati marginali che al contrario potevano mostrarsi rivelatori. Egli notava, sovrapponendo l’evoluzione conoscitiva di discipline come la storia dell’arte, l’investigazione poliziesca tratta dai racconti letterari su Scherlock Holmes e la psicanalisi, una connessione metodologica fondata sulla rilevazione di tracce e indizi che avrebbe potuto far avanzare l’indagine storica. Particolari considerati di solito senza importanza, o addirittura triviali, «bassi», potevano fornire la chiave per accedere ai prodotti più elevati dello spirito umano: «Se la realtà è opaca, esistono zone privilegiate – spie, indizi – che consentono di decifrarla». Idea che a suo avviso costituiva «il nocciolo del paradigma indiziario o semeiotico» e che si era «fatta strada negli ambiti conoscitivi più vari, modellando in profondità le scienze umane».

Paradigma foriero di rischi e malintesi tanto da essere rimesso in discussione dallo stesso autore nel 1986 in Miti emblemi spie. Morfologia e storia, testo nel quale l’autore si chiedeva se la grande ricchezza cognitiva degli indizi non avesse indotto a trascurare l’importanza delle prove. Un dubbio critico che lo portò a riformulare il rapporto tra indizio e prova, avvertendo che l’indizio da solo poteva non essere sufficiente.

Il giudice e lo storico

Nel 1991 si cimentò con un episodio di storia attuale in un volumetto, Il Giudice e lo storico, che affrontava il cosiddetto «processo Sofri», in realtà vicenda giudiziaria che coinvolgeva oltre ad Adriano Sofri anche Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, i primi due massimi dirigenti di Lotta continua mentre Bompressi era un esponente del livello illegale della organizzazione. Tutti e tre accusati come correi dal pentito Leonardo Marino, reo confesso della uccisione il 17 maggio 1972 del commissario Calabresi, ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ingiustamente fermato nell’immediatezza delle indagini sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e poi trattenuto illegamente nei locali della questura di Milano, dove morì precipitando da una finestra della stanza del quarto piano dove era in corso li suo interrogatorio.
Oltre a quello che fu il primo omicidio politico degli anni '70, Marino confessò anche la realizzazione di diverse rapine di autofinanziamento realizzate dalla struttura illegale di Lotta continua che portarono alla condanna di alcuni ex militanti, in altri casi ad assoluzioni.
Partendo dalle riflessioni del maestro Marc Bloch sulle differenze tra il mestiere del giudice e quello dello storico, Ginzburg analizzava le carte dell’inchiesta e del processo contro i tre esponenti di Lotta continua ma soffermandosi unicamente sulla posizione del suo amico Sofri, registrava le inquietanti analogie con le tecniche dell’inquisizione incontrate nelle carte dei processi che aveva studiato. Un esperimento coraggioso quello di Ginzburg ma riuscito solo parte(1). All’inizio della sua disamina l’autore non esclude completamente l’ipotesi del complotto, ma in assenza di prove si attiene all’errore giudiziario, poiché non vuole avanzare «sul terreno delle congetture». Come egli stesso ammette: «Per parlare di dolo (che in questo caso implicherebbe anche, necessariamente, un complotto), ci vogliono delle prove irrefutabili. Io non ne ho».(2) “Insostenibile” però non vuole dire “impensabile”. E nel libro vi è ben più che un’allusione all’ipotesi del complotto, tant’è che Ginzburg stesso riferisce del dissenso che ha sul tema con Adriano Sofri.(3) Il complotto, la «teoria dei complotti», è per Ginzburg un modello ontologico valido seppur solo a certe condizioni.(4) Dimostrando efficacemente le «inquietanti coincidenze» del processo Sofri con i procedimenti dell’inquisizione, anch’egli rifiuta di trarre delle più ampie conclusioni sul sistema giudiziario dell’emergenza. Le frequentazioni con le «radici del paradigma indiziario» non lo hanno reso avvertito del fatto che un procedimento può essere l’indizio di un sistema ben più ampio. Per Ginzburg il solo «processo alle streghe» dell’Italia moderna è quello Sofri.(5)
Ma tra le differenti caratteristiche che distinguono l’attività dello storico da quella del giudice vi è l’analisi del «contesto», ovvero la presa in considerazione della dimensione storico-sociale da cui la ricerca storica non può in alcun momento prescindere, a differenza dell’attività giudiziaria che si occupa prioritariamente dell’azione individuale, cercando di definirne le singole responsabilità e i relativi risvolti penali, e solo secondariamente – in modo del tutto discrezionale – della dimensione storico-sociale (con strumenti di conoscenza e comprensione che restano largamente inadeguati).
Perché, dunque, questa ossessiva reductio ad unum dell’intera impalcatura politico-giudiziaria che ha dato luogo al processo e alla condanna di Sofri e compagni? Perché questa volontà di circoscrivere la vicenda del processo Sofri alla dimensione del semplice errore giudiziario? Perché altrove il lavoro di analisi dei meccanismi dell’inquisizione del Cinquecento e del Seicento porta Ginzburg a non soffermarsi di fronte alle sole implicazioni metodologiche ma a indagare oltre, per ricercarne le implicazioni politiche, le complesse e profonde interrelazioni con la dimensione delle mentalità, per arrivare così a descrivere i meccanismi di una struttura che agisce come sistema e che svolge una decisiva funzione di controllo e repressione sociale? Sarebbe esatto considerare l’inquisizione come la semplice addizione di un gran numero di processi a streghe, maghi ed eretici impenitenti? Una somma incredibile di errori giudiziari che traversarono due secoli e diversi paesi d’Europa senza legami l’uno con l’altro? Sarebbe giusto considerare questa dimensione spaziale e temporale comune come un fatto puramente accidentale? 

Tutte le ricerche degli storici in materia, oltre che quelle pregiate di Ginzburg(6), mostrano il contrario. Allora, perché di fronte a un fatto come il processo Sofri, uno storico così avvertito viene meno, in modo tanto palese, al rigore del suo mestiere? Alla fine del suo libro, Ginzburg, districandosi tra storici e giudici che cercano la prova delle streghe, arriva soltanto a scoprire l’esistenza degli angeli. Angeli speciali che hanno sorvolato la storia degli anni '70.

Note

1 Il testo è ripreso da un saggio, Gli Angeli e la storia, scritto alla fine degli anni 90 a Parigi e poi pubblicato all’interno del volume Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999, scritto insieme a Oreste Scalzone.

2 Le juge et l’historien, Paris, Verdier, 1997, trad. dall’edizione italiana, Einaudi, 1991, con una nuova prefazione dell’autore. cap. XVII, p. 101.

3 Nella Memoria presentata ai giudici e pubblicata dall’editore Sellerio sotto lo stesso titolo, Adriano Sofri scrive a p. 139: «Bisogna stare attenti alla teoria del complotto perché offusca l’intelligenza, e sfocia spesso in una spiegazione comoda».

4 Le juge et l’historien, op. cit.; trad. italiana, 1991, cap. XIV, pp. 64-68.

5 Un episodio per tutti: al Salon du Livre di Parigi, presentando l’uscita del suo libro, Carlo Ginzburg ha risposto a Toni Negri (il quale faceva notare di avere anch’egli «subito un processo alle streghe»), che non c’era ragione di comparare i due casi, poiché «Sofri era veramente innocente e Negri colpevole». Per quello specchio distorto della realtà che è la «verità giudiziaria» i due sono colpevoli allo stesso modo, ma Ginzburg frequentando l’universo delle streghe ha appreso l’arte magica che permette, a lui solo, di essere partecipe dei segreti della «verità storica».

6 Carlo ginzburg, «Traces. Racines d’un paradigme indiciaire» (1979), Mythes, emblèmes, traces: morphologie et histoire, tr. fr. M. Aymard et al., Paris, Flammarion, 1989, p.139-180; «Prove e possibilità», prefazione ed. italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre, Torino, 1984; «Montrer et citer», Le Débat, n° 56 (settembre-ottobre 1989), pp. 43-54.

Fonte 

17/12/2015

Gelli, i lingotti d’oro e il Caso Moro…

Come sempre capita, a botta calda non ti ricordi di cose che sai e magari sono interessanti, poi ieri avevo interesse a spostare l’attenzione sul fenomeno P2 da un punto di vista politologico più che sul personaggio. Dopo aver visto i “coccodrilli” di giornali e Tv, mi sono accorto di quante cose siano state dimenticate e che forse può essere divertente rievocare.

Ad esempio la storia dell’oro della banca centrale Jugoslava trafugato dagli italiani che, però, non riuscivano a far arrivare in Italia, perché anche i tedeschi ci avevano messo su gli occhi e volevano predarlo (begli alleati!). Gelli era a Cattaro incaricato del recupero dell’oro ed ebbe una trovata che risolse, almeno in parte, il problema: mise i lingotti sotto le traverse di legno di un vagone, con tanto di bandiera gialla, che trasportava soldati ammalati di tifo o altre malattie contagiose. I tedeschi (che erano agli ordini di un ufficiale di nome Kurt Waldheim, futuro presidente austriaco e Segretario Generale dell’Onu) non si avvicinarono e l’oro arrivò in Italia.

Solo che non si capisce bene in che misura e sembra che se ne “perse per strada” un terzo, che qualcuno pensò trasferito in Argentina dallo stesso Gelli. Però circa mezzo secolo dopo, ci fu uno strano episodio: nelle fioriere di villa Wanda, la residenza di Gelli che, nel frattempo, era tornato in Italia, spuntarono numerosi lingotti, che non si capì né da dove provenissero, né perché stessero in quell’insolito nascondiglio. Facile saltare alle conclusioni: erano quelli della banca jugoslava: facile ma molto probabilmente ingannevole e che non risolve il problema del perché stessero nelle fioriere. Il fatto è che Arezzo, con Vicenza è uno dei due centri italiani per il trading dell’oro sia finanziario che fisico e che esso è il principale business della Banca dell’Etruria. Per cui potrebbe trattarsi di una partita diversa ed assai più recente, ma non doveva trattarsi di una cosa regolarissima, se era nascosto in quel modo (timore di una visita dei ladri o della GdF? Tappa intermedia di un percorso un po’ clandestino? Vai a sapere…).

Poi c’è anche la storia dei trascorsi gelliani in periodo salotino. Come si sa Gelli era con la Rsi, federale di Pistoia, però, e questo è stato accennato in diverse ricostruzioni, impegnato in un pericoloso e disinvolto triplo gioco fra fascisti e tedeschi, Alleati e partigiani (in particolare la brigata comandata da Silvano Fedi “Pippo”, poi morto in circostanze non chiarissime). Una storia complicata ed interessante su cui forse tornerò, ma questo è stato accennato in diverse ricostruzioni di questi giorni. Quella che, invece è passato senza menzione è stata la storia di Carla Costa, ausiliaria che faceva parte del servizio segreto femminile formato e guidato dal comandante David, le “volpi argentate” impiegate per missioni “dietro le linee”. Fra esse c’era Carla Costa (la “volpe argentata” per antonomasia) catturata dietro delazione il 22 ottobre 1944 nei pressi di Pistoia. La delazione venne attribuita ad un personaggio milanese. Ma, sul finire degli anni settanta, si tornò a parlare di quelle vicende nel quadro delle prime inchieste sulla P2 che era ancora un oggetto misterioso. Sembra che Carla Costa abbia iniziato a nutrire dubbi sulla reale fonte che l’aveva denunciata ed abbia iniziato ad indagare negli ambienti dei reduci della Rsi, ma la sua inchiesta privata non ebbe esito perché, l’11 ottobre 1980 venne trovata asfissiata nell’abitacolo della sua auto collegato, con un tubo di gomma, allo scappamento. Suicidio. Sul quale Paolo Pisanò si dimostrò assai dubbioso.

Un terzo capitolo dimenticato è quello dell’Ompam (Organizzazione Mondiale per l’Assistenza Massonica) un vasto sodalizio che Gelli stava cercando di formare, con appoggi in Italia, Argentina ed Usa. Il tentativo fallì per il susseguirsi di una serie di scandali iniziati con una inchiesta sui sequestri di persona che investì personaggi del clan dei marsigliesi, fra cui Alberto Bergamelli che, all’arresto, proclamò “siamo protetti da un grande famiglia internazionale" ed il giudice che indagava, Pierluigi Occorsio iniziò a sospettare che i proventi dei rapimenti (fra cui quello di Umberto Ortolani) finissero a finanziare la costituenda Ompam.

Il 10 luglio 1976 Vittorio Occorsio cadeva sotto una raffica esplosa dall’ordinovista Pierluigi Concutelli, (Occorsio aveva indagato anche sul Movimento Politico Ordine Nuovo che rivendicò l’attentato). L’inchiesta finì su un binario morto, salvo qualche ritorno di fiamma nel corso dell’inchiesta parlamentare guidata da Tina Anselmi. Eppure la pista meriterebbe d’esser ripresa ancora oggi: capiremmo molto di più sui “livelli superiori” alla P2 e forse scopriremmo che Brenneke non vaneggiava quando parlava di P7.

E per concludere, il caso Moro. Tutti hanno ricordato che il comitato di crisi allestito da Cossiga era costituito quasi tutto da Piduisti, ma nessuno ha ricordato la pag. 20 di un aureo libretto che Adriano Sofri pubblicò nel 1991:
Non ricordo chi fossero gli “esperti” che, alla prima comparsa delle lettere di Moro, si affrettarono a dichiararlo affetto dalla sindrome di Stoccolma. Non so se fossero dello stesso genere dei consulenti che si disse, occupavano una stanza al Ministero della Marina Militare, durante il sequestro: consulenti ufficiosi che completavano i ranghi della P2… e che avrebbero compreso un peritus peritorum chiamato affettuosamente “Micio Micio”, all’anagrafe Licio Gelli.
Dunque:

a- oltre che il noto comitato del Viminale sarebbe esisto un secondo comitato di esperti presso il comando della Marina Militare;

b- esso sarebbe stato parimenti composto di piduisti (29 alti ufficiali di Marina erano affiliati alla P2 ed inoltre di essa ne facevano parte anche Giovanni Pattumelli – direttore della sezione Marina del Ministero della Difesa – e Salvatore Vagnoni – direttore generale del personale della Marina –)

c- ad esso avrebbe preso parte anche Licio Gelli in persona, di cui Sofri indica anche il “nome di copertura” usato nell’occasione.

Queste notizie non sono mai state smentite. E ci chiediamo quali fossero le mansioni di questo secondo comitato e quali i rapporti con il primo, quale il ruolo che vi avrebbe ricoperto Gelli, che attività avrebbe svolto, perché non se ne è mai fatto menzione. Ricordiamo peraltro che la Marina è la più integrata nel sistema Nato delle nostre tre armi avendo base a Bagnoli il comando Nato per il Mediterraneo.

Sarebbe interessante che qualcuno riprendesse questo filo di discorso. E, per oggi, basta.

Fonte

25/06/2015

Sofri e Travaglio, la galera e il teatro

Ieri Marco Travaglio ha scritto un articolo su Adriano Sofri, ma poi ha parlato anche di altro. Per me che faccio teatro e ogni tanto vedo lui comparire come attore nelle stagioni teatrali è un motivo di riflessione importante. Da alcuni anni ci chiediamo (io, ma soprattutto critici e studiosi) come mai giornalisti e magistrati, ma alle volte anche preti, portino in scena degli spettacoli teatrali. Lo so che il teatro è meno piccolo di una nicchia, ma è un settore nel quale operano dei professionisti che si sono formati per farlo. Non basta avere delle cose da dire per farci un’opera teatrale. Ma probabilmente non è così visto che c’è gente che compra il biglietto per vedere Travaglio.

Oggi mi sono dovuto ricredere. La forza persuasiva di Travaglio ha qualcosa di molto teatrale e tra i capolavori della persuasione mi ricorda il celebre discorso di Marco Antonio di Shakespeare. Cesare è stato ucciso dai congiurati e sulla sua salma Antonio parla proprio col loro permesso. Anche per questo la plebe gli crede. Bruto ha ucciso Cesare per combattere la tirannia e Antonio utilizza proprio i suoi argomenti per rovesciarne il senso.
Travaglio lo fa in un modo più semplice di Shakespeare, ma ci prova.

La questione che cerco di affrontare nasce dal fatto che Sofri viene invitato dal ministro Orlando a parlare di carcere e giustizia e Travaglio scrive che nessuno meglio di lui può farlo, ma lo dice ricordando che non ha scontato tutti e 22 gli anni di carcere al quale è stato condannato. Scrive che “è riuscito a scontarne a malapena 7” e gioca tralasciando il fatto che per un altro mucchio di anni è uscito di giorno per lavorare e poi è tornato di sera tra le sbarre.
La galera solo di notte, per lui, è villeggiatura come per Berlusconi era il confino ai tempi del fascismo?
Tutti quegli anni non se li è fatti in cella perché, ricorda Travaglio, è uscito “per gravissimi problemi di salute da cui si è prontamente e fortunatamente ripreso”, insomma fa pensare ad un malessere passeggero, forse persino un pretesto, ma non dice che gli si è squarciato l’esofago ed è stato un mese in coma farmacologico.
E conclude la parte in cui parla di Sofri ricordando che “era stato invitato al tavolo proprio in veste di ex detenuto, quindi di profondo conoscitore della materia carceraria, per quel poco che l'aveva sperimentata”.
Sette anni di reclusione per lui sono pochi.

In un testo del 1949 pubblicato su “Il Ponte” Vittorio Foa scrive che “nessuna pena detentiva dovrebbe superare i tre, al massimo cinque anni”. Foa scriveva cose del genere perché conosceva il carcere. Lo conosceva perché c’era stato rinchiuso.
Sarebbe da fare un’analisi approfondita dell’acrobazia retorica che segue e che mette in fila nomi improbabili, tipo: Riina, Buzzi, Lapo Elkann, Provenzano.
L’effetto è quello del frullatore: mischio ingredienti diversi e ne viene fuori uno solo che ha un solo sapore. Che li rende tutti uguali. Un po’ come la barzelletta che ci raccontavamo da bambini. Quella della mela che si sposa con la pesca e il prete dice “vi dichiaro macedonia”.

Ma a parte questo finale di frutta mista che mette tutti sullo stesso piano, tutti impresentabili, tutti malviventi, è più o meno a metà del monologo che usa l’artificio retorico più interessante. Ovvero quando scrive che il contributo di gente come Sofri ad un dibattito sulla detenzione “potrebbe avviarci verso la totale decarcerazione, cioè l'abolizione definitiva delle patrie galere”. Come a dire che non soltanto bisognerebbe mandare più gente in galera e chiudercela per molto più tempo. Che non basta avergli fatto scontare una pena, ma devono anche starsene zitti. Per lui è uno scandalo che persone che hanno vissuto un’esperienza di detenzione scrivano libri e parlino in pubblico. E questo perché (lo scrive come se si trattasse di una provocazione scandalosa senza sapere che da decenni se ne parla) potrebbero farci capire l’assurdità dell’istituzione carceraria.

Non sto a ricordare a Travaglio che nella Costituzione non si parla di carcere e che le pene non devono essere esclusivamente schiacciate sulla galera. Che in molti paesi si è imboccata da tempo la via della decarcerizzazione.
Semplicemente mi permetto di dargli due consigli.
Il primo è di decidere se sta facendo il giornalista o il teatrante. Sono due linguaggi diversi. Nel primo dovrebbe cercare di raccontare dei fatti, nel secondo può scrivere commedie o tragedie inventando commistioni, parallelismi e macedonie.
E poi gli consiglio un libro che è stato pubblicato un paio di mesi fa: “Abolire il carcere”. Ci sono scritti di pericolosi assassini terroristi come Luigi Manconi e Gustavo Zagrebelsky. Penso che possa farselo recapitare gratuitamente visto che l’ha pubblicato il suo stesso editore, quello per il quale pubblica libri e dirige un quotidiano.

Con rispetto,

Ascanio

Fonte

Peggio dei ladri, a questo mondo ci sono giusto i manettari (ed i fascisti che spesso accorpano le suddette categorie).