Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/10/2024
Cascina Spiotta, rigettate le istanze della difesa: il processo si farà
“È tutto il contrario del matrimonio di Renzo e Lucia che per don Rodrigo non s’ha da fare, questo processo di Torino invece s’ha da fare” commenta l’avvocato Davide Steccanella difensore di Azzolini.
Il gup nel rigettare le eccezioni proposte dagli avvocati è passato sopra una serie di forzature e irregolarità della procura. Parliamo di una indagine riaperta dopo un proscioglimento senza possibilità di leggere quella lontana sentenza poi annullata perché scomparsa nel corso dell’alluvione di Alessandria nel 1994.
Parliamo di un captatore Trojan utilizzato a mezzo secolo dai fatti senza il decreto autorizzativo del gip.
Ci sono anche sette libri dedicati alla stagione dei cosiddetti anni di piombo tra gli “elementi indiziari” presentati dai pm torinesi nel processo a carico degli ex Br. Tra questi ci sono i volumi firmati da Curcio e da Moretti. Alcuni frammenti di questi testi sono stati letti in aula.
“I pm hanno letto dei brani io invece ne ho letti altri – dice l’avvocato Francesco Romeo che assiste Moretti – non ci si può limitare a estrapolare frasi dal contesto. La stessa presenza dei libri in un processo ci rimanda a un passato poco piacevole”.
Va ricordato che il 5 giugno del 1975 moriva anche Mara Cagol colpita quando era terra arresa e disarmata. Ma su quel colpo di grazia non si è indagato nonostante il pm lo avesse promesso a Curcio in sede di interrogatorio. Si andrà in corte di assise a celebrare un processo alla storia di un tentativo fallito di rivoluzione.
I vincitori processano i vinti. Insomma. Norimberga due. Almeno quella numero uno la fecero subito, non mezzo secolo dopo a un gruppo di 80enni.
Fonte
22/09/2024
Il passato che non passa. Davanti al Gip di Torino per la sparatoria alla Spiotta, di 49 anni fa
Le accuse
Mezzo secolo dopo i fatti, i pm torinesi hanno chiesto il giudizio per quattro ex brigatisti, Renato Curcio, 82 anni, Lauro Azzolini, 81 anni, PierLuigi Zuffada e Mario Moretti, entrambi 78 anni, quest’ultimo in esecuzione pena “solo” da 44 anni. Azzolini perché ritenuto dai pm il brigatista (all’epoca mai identificato) che insieme a Cagol custodiva l’ostaggio e si sarebbe dileguato nel bosco sottostante la Spiotta dopo la sparatoria. Gli altri tre, in realtà non presenti sul posto, accusati a titolo di concorso morale nella morte del carabiniere D’Alfonso.
Le intercettazioni illegali e l’avvocato preso di mira
Sui i fogli che il brigatista fuggito dopo il conflitto a fuoco scrisse ai suoi compagni per descrivere la dinamica dei fatti sono state individuate ventotto impronte, a riprova del fatto che quel dattiloscritto, ritrovato sette mesi dopo la sparatoria, era passato per molte mani. Undici sono state attribuite ad Azzolini, sette non identificate e dieci giudicate inutilizzabili. L’assenza di prove determinanti – come ritenuto dallo stesso gip – ha spinto la procura a puntare tutto sulle intercettazioni ambientali, fino a realizzarne un numero impressionante, coinvolgendo decine di persone: ex imputati, familiari e amici, persino avvocati. Davide Steccanella, legale di Azzolini, è stato ripetutamente preso di mira con una violazione molto grave del diritto costituzionale alla difesa. Azzolini è stato oggetto di 222 intercettazioni tramite trojan installato nel suo cellulare, buona parte delle quali svolte prima che il gip concedesse, nel maggio del 2023, la riapertura delle indagini. Fino a quel momento, infatti, la sua posizione giuridica era quella di una persona prosciolta dai fatti con una sentenza-ordinanza emessa dall’autorità giudiziaria di Alessandria il 3 novembre 1987.
La sentenza di proscioglimento scomparsa
Azzolini infatti era stato precedentemente indagato e prosciolto insieme ad Angelo Basone, scomparso nel frattempo. La riapertura delle indagini è stata concessa dal gip – fatto sconcertante – senza poter esaminare la sentenza di proscioglimento e l’incartamento processuale andato distrutto nel 1994 dopo l’esondazione del fiume Tanaro, le cui acque avevano devastato gli archivi del tribunale di Alessandria. Insomma una riapertura alla cieca, sulla scorta della buona fede, per modo di dire, dell’accusa.
Un modo per aggirare la prescrizione
La lista degli episodi inquietanti è lunga, ne citiamo solo alcuni: il rinvio a giudizio di Zuffada, assente al momento della sparatoria. Nonostante secondo gli stessi pm avrebbe avuto un ruolo solo iniziale nel sequestro (reato prescritto), per poi essersi allontanato dalla cascina terminato il suo compito, è chiamato comunque a rispondere di concorso morale nell’omicidio del carabiniere D’Alfonso, anziché di «concorso anomalo», come accadde a Massimo Maraschi. Il brigatista arrestato subito dopo il rapimento e condannato anche per la sparatoria, nonostante in quel momento fosse in mano ai CC di Acqui Terme. Il «concorso anomalo», poiché prevede una pena diversa dall’ergastolo incorrerebbe nella prescrizione, ragion per cui la procura per andare a giudizio ha fatto ricorso a una qualificazione del reato più grave.
Il documento di ottobre che secondo l’accusa avrebbe previsto il passato
Surreale è poi l’accusa di concorso morale mossa contro Curcio e Moretti, sulla base di una frase presente in un articolo scritto (non da loro) quattro mesi dopo la sparatoria su un giornale clandestino di propaganda, Lotta armata per il comunismo, che per i pm avrebbe avuto valore predittivo, prova di una fiscale direttiva interna emessa dalle istanze dirigenziali delle Brigate rosse. Nel testo si tentava goffamente di ridimensionare il disastro della Spiotta, giustificando il conflitto a fuoco come conseguenza di una direttiva che imponeva in casi del genere di «rompere l’accerchiamento». E così Curcio e Moretti, il primo a Milano, obbligato a nascondersi dopo l’evasione del febbraio precedente dal carcere di Casale Monferrato, il secondo occupato a mettere in piedi la colonna genovese e avviare i primi contatti per la fondazione della colonna romana, secondo i pm sarebbero i veri mandanti morali della sparatoria, nonostante il sequestro fosse stato organizzato e gestito dalla colonna torinese con modalità che dovevano scongiurare qualunque contatto con le forze dell’ordine, grazie anche alla collocazione in altura della cascina che permetteva di controllare le vie di accesso. In nessun documento strategico prodotto dalle Br, e quindi di valore normativo, è mai citata una regola del genere. Ne furono scritti diversi prima del rapimento: sulle norme di condotta individuale dei militanti e sull’organizzazione, tanto che lo stesso Massimo Maraschi, che pure avrebbe dovuto avere un ruolo nella custodia dell’ostaggio (sarebbe dovuto tornare alla Spiotta per dare man forte ai due compagni rimasti soli), al momento della cattura tentò solamente la fuga senza sparare un colpo. Il carattere imprevedibile della sparatoria emerge anche da alcuni nitidi passaggi presenti nella relazione del brigatista fuggito, ritenuta affidabile dagli inquirenti, dove l’uomo e la donna discutono in maniera concitata se utilizzare o meno l’ostaggio per proteggersi nella fuga e Cagol si dice contraria per poi lanciarsi fuori dalla cascina «borsetta e mitra a tracollo, e in mano valigetta e pistola» con le “zeppe” ai piedi (sandali estivi con tacco rialzato), calzature aperte e inadatte per una fuga in campagna tra rovi e sottobosco, come si può vedere nelle foto del suo corpo senza vita scattate dalla scientifica.
Silenzio sulla morte di Mara Cagol
Altro aspetto significativo è l’assenza nella nuova inchiesta di approfondimenti sulle circostanze che portarono alla morte di Mara Cagol, nonostante la richiesta fatta durante l’interrogatorio da Renato Curcio, suo marito all’epoca. Ferita inizialmente a un polso e alla schiena, la militante brigatista era seduta sul versante della collina con le mani alzate in segno di resa. Il colpo mortale la raggiunse nella zona ascellare, trapassando il torace da destra a sinistra. Una esecuzione a freddo. Oltre al carabiniere Barberis, che l’aveva inizialmente colpita, sul posto arrivarono in breve tempo altri membri dell’Arma. I pubblici ministeri non hanno sentito l’esigenza di fare chiarezza, riequilibrando una indagine totalmente sbilanciata.
Una Waterloo per la dietrologia
Da rilevare infine l’immancabile irruzione della dietrologia nella vicenda. L’esposto iniziale dell’ex carabiniere Bruno D’Alfonso che ha innescato la riapertura delle indagini ha ispirato ben due volumi: L’invisibile, edizioni Falsopiano (con la prefazione dello stesso D’Alfonso) e successivamente, Radiografia di un mistero irrisolto, Bibliotheka, scritti entrambi da due giornalisti, Berardo Lupacchini e Simona Folegnani. Gli autori si dicevano convinti di aver individuato l’identità dell’«invisibile», il brigatista fuggito dopo il conflitto fuoco, nella persona di Mario Moretti. Dipinto – sulla scorta di una ricca letteratura complottista (fu il solito Sergio Flamigni a lanciare per primo l’accusa) – come un cattivo genetico, un personaggio senza scrupoli che nascosto nella folta vegetazione, dove aveva trovato riparo per sfuggire ai colpi di Barberis, avrebbe avuto un subitaneo pensiero, una preveggenza strategica che l’avrebbe indotto ad abbandonare Mara Cagol al suo destino per prendere il suo posto alla guida dell’organizzazione. Una quadra della vicenda che aveva entusiasmato l’allora magistrato Guido Salvini, nel frattempo divenuto avvocato delle parti civili, e sempre pronto a cavalcare le più astruse congetture dietrologiche. L’ex gip si è messo subito a disposizione raschiando, come sua consuetudine, i fondi di barile, gli avanzi carcerari, interpellando collaboratori di giustizia sempre in debito di qualcosa per raccogliere voci di corridoio da confezionare come prove. Un’ambigua sovrapposizione di ruoli e funzioni da cui appare difficile districare dove inizi la nuova attività di avvocato e finisca quella di magistrato. Non soddisfatti, i due giornalisti hanno ipotizzato persino una gestione a distanza del Sid nell’intera vicenda che avrebbe pilotato, attraverso un proprio confidente la fuga del «cattivo» Moretti per giungere poi in via Fani, luogo dove inevitabilmente conducono tutte la strade della dietrologia. Solo che più volte interrogato dai pm, Leonio Bozzato, la spia del Sid che militava nell’Assemblea autonoma di Porto Marghera, anziché Moretti ha indicato – vera nemesi della storia – in Alberto Franceschini (detenuto all’epoca) l’ignoto brigatista fuggito dalla Spiotta e compartecipe del complotto.
Il giudice o lo storico?
Fino ad ora c’è stata poca attenzione pubblica su questa inchiesta, il dibattito culturale e politico si è mostrato distratto rispetto alle importanti questioni che solleva. Nelle intenzioni della procura, stando alla lista dei testi chiamati a deporre, questo giudizio dovrebbe rappresentare una sorta di evento storico conclusivo, riedizione del processo al cosiddetto «nucleo storico» che dovrebbe sancire in modo definitivo la chiusura del Novecento italiano sotto la mannaia della punizione permanente, oltre ogni tempo ed epoca, una damnatio memorie che però ha il sapore di un esorcismo e dietro il quale si cela un’ansia patogena, un timore angosciante verso il passato. Eppure sarebbe scontato chiedersi se a distanza di mezzo secolo ha ancora senso approcciare quella stagione così distante con gli strumenti dell’azione penale. Chi deve occuparsene: i pubblici ministeri o gli storici? Svuotare una stagione storica dei fatti sociali sostituendoli unicamente con la memoria penale, oltre ad essere fuorviante è davvero il modo più efficace per fare i conti col nostro passato? La domanda ovviamente non riguarda solo il metodo, gli strumenti di conoscenza dei fatti ma anche gli obiettivi: cosa serve veramente alla società che si è trasformata cinquant’anni dopo? Solo colpevoli da condannare ad ogni costo e che alla fine rischiano di essere solo dei capri espiatori?
Fonte
12/04/2021
Moretti infiltrato? Una leggenda nera fabbricata a tavolino da Sergio Flamigni
Arrestato a Milano il 4 aprile del 1981, dopo una trappola tesa in
realtà ad Enrico Fenzi da un ex detenuto divenuto informatore della
polizia, Mario Moretti, 75 anni compiuti il 16 gennaio 2021, ha
raggiunto il suo quarantesimo anno di esecuzione pena. È l’unico membro
del nucleo storico e del comitato esecutivo delle Brigate rosse ad
essere ancora in carcere, in regime di semilibertà, misura ottenuta nel
1997 e che ha visto in questi anni chiusure, riaperture, restrizioni.
Una
circostanza che da sola dovrebbe fare giustizia dell’accusa che da più
parti gli viene mossa di essere stato un infiltrato all’interno delle
Brigate rosse. Nel corso dei decenni trascorsi è stata costruita sulla
sua persona una leggenda nera che lo rappresenta come una figura
ambigua, un doppiogiochista che ha operato per conto di imprecisati
Servizi segreti la cui nazionalità, o campo di appartenenza, varia di
volta in volta secondo le opinioni e gli schieramenti dei suoi
accusatori. Nonostante la presenza di una ricca pubblicistica e
filmografia che lo rappresenta in questo modo, prove anche minime di
queste affermazioni non ne esistono. Ma in questi casi non servono,
basta il brusio di fondo, il gioco di specchi e di echi reciproci dove
il rimbalzo delle parole dell’uno e dell’altro diventa fonte del vero.
Una macchina del fango a cui basta inchiodare la persona al sospetto,
all’illazione, alla congettura.
Le diffamazioni del «Mega»
A puntare il dito contro di lui, trasformando la dialettica politica, la diversità di punti vista sul modo di fare la lotta armata in attacchi alla purezza e integrità politica personale, sono stati all’inizio due suoi ex compagni. Alberto Franceschini e Giorgio Semeria, membri del nucleo storico delle Br, con grande disinvoltura gli attribuirono la responsabilità dei loro arresti chiedendo agli altri membri dell’Esecutivo esterno di aprire un’inchiesta nei suoi confronti. Indagine che venne svolta con molta discrezione da Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, ma non da Rocco Micaletto che della iniziativa non fu messo al corrente, e appurò l’infondatezza dei sospetti. I due dirigenti reggiani delle Br risposero che nulla di irregolare era emerso sulla condotta di Moretti. Ma la cosa non finì lì, il sospetto, divenuto un rovello ossessivo fino a sfociare in un delirio paranoico, lavorò nella testa di Franceschini e Semeria: durante la stagione delle torture e dei pestaggi praticati dalle forze di polizia sui militanti appena catturati, i due decretarono la caccia ai «traditori» ai quali erano state estorte dichiarazioni con l’uso della forza. In un clima di caccia alle streghe, dove le divergenze d’opinione, una diversa linea politica, il mancato allineamento alle tesi del «Mega», soprannome con cui Franceschini amava farsi chiamare con deferenza nelle carceri speciali, veniva immediatamente tacciata di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità», un piano inclinato che portò Semeria a macchiarsi dell’omicidio di Giorgio Soldati. Proveniente da Prima Linea, gruppo ormai in dissoluzione, il 12 novembre 1981 Soldati venne catturato insieme a Nando Della Corte all’interno della stazione centrale di Milano dopo un conflitto a fuoco nel quale trovò la morte un poliziotto. I due stavano allacciando rapporti con il Partito Guerriglia, formazione distaccatasi dalle Br e che dal carcere Franceschini e Semeria avevano sponsorizzato per sabotare la gestione politica delle Br incarnata proprio da Moretti. In questura, dopo un interrogatorio violento, Della Corte cominciò a collaborare, mentre a Soldati vennero estorte solo delle dichiarazioni. Giunto nel carcere di Cuneo, Franceschini e Semeria lo processarono. Abbagliati da un’allucinatoria fuga dalla realtà ritenevano che le ammissioni rese non erano parole estorte con la forza ma la prova di una resa politica, un segno di imborghesimento, un tradimento della causa.
L’arrivo del bugiardo di Stato
Terminati gli anni del furore purificatorio e clamorosamente sconfitta, tra pentimenti e torture, l’esperienza del Partito Guerriglia su cui avevano scommesso tutte le loro carte, Franceschini e Semeria si avviarono sulla strada della dissociazione. Questa nuova postura tuttavia non ha modificato il loro male di vivere, l’impasto di risentimento e frustrazione che li ha spinti, nel più classico dei transfert, ad esportare sugli altri responsabilità e fallimenti personali. Ne approfittarono per acquisire vantaggi premiali in cambio di una narrazione della loro esperienza militante subordinata agli interessi di apparati politici che fuori dal carcere li accolsero a braccia aperte. Alle abituali sentenze di morte sostituirono l’arma raffinata della diffamazione che trovava nel senatore Sergio Flamigni (Pci-Pds e successivi) un abile divulgatore. Più volte membro delle diverse commissioni parlamentari che hanno indagato sulla vicenda Moro, Il suo volume, La sfinge delle Brigate rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti, scritto per le edizioni Kaos nel 2004, raccoglie, rielabora e amplifica sotto forma di biografia nera le congetture di Franceschini contro Moretti. Quella di Flamigni è un’ossessione dichiarata, un «fatto personale», come scrive in appendice al suo volume, ma anche redditizia sul piano della notorietà e della carriera politico-parlamentare, con relativi benefit annessi. Pierluigi Zuffada, un brigatista della prima ora, formatosi all’interno della Sit-Siemens, spiega così il ritorno all’ovile di Franceschini: «Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e ... il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca e di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosiddette” Brigate Rosse. La risposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poiché è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insiste su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili»1.
Il percorso politico-sindacale di Moretti
Nato a porto San Giorgio nelle Marche, orfano minorenne di padre in una famiglia con altri tre figli e una madre in difficoltà per crescerli, Moretti frequenta un convitto di salesiani a Fermo dove termina gli studi per raggiungere Milano grazie all’interessamento della marchesa Casati, sollecitata da una sua zia che aveva una portineria in un palazzo milanese della nobildonna. Questa vita di provincia è dipinta da Flamigni con toni foschi, Moretti viene descritto come un predestinato, un giovane «di destra» cresciuto in un «humus clericale» che dovrà infiltrare la sinistra (sic!), solo perché arriva alla politica e alla militanza rivoluzionaria a 22 anni, nella Milano del 1968-69, come tanti suoi coetanei. Anche il passaggio all’università Cattolica, l’unica che consentiva in quegli anni di frequentare corsi serali ad uno studente lavoratore come Moretti, che con il suo stipendio sostiene l’anziana madre e i tre fratelli, diviene la prova della sua ambiguità culturale, anche se in quella università con l’occupazione del novembre 1967 si manifestò uno degli eventi anticipatori della rivolta del 1968. In quella stessa università fece i suoi studi anche Nilde Jotti, ma a quanto pare per lei la regola di Flamigni non vale. Nemmeno la formazione politico-sindacale all’interno della Sit-Siemens, azienda che impiegava alla catena di montaggio tecnici diplomati come il giovane Moretti, placa il pregiudizio di Flamigni2. Anche il ruolo d’avanguardia nelle lotte all’interno della fabbrica, insieme a Gaio Di Silvestro e Ivano Prati, e che porta alla nascita del Gruppo di studio impiegati, contemporaneo alla formazione del primo Cub Pirelli, che poi si trasformerà nel Gruppo di studio operai-impiegati, «esperimento – racconterà lo stesso Moretti – di organizzazione autonoma dei lavoratori in fabbrica, tra il sindacato e la politica, tra la critica al modo di produzione capitalistico e il sogno di una progettualità democratica, rivoluzionaria»3, è per Flamigni motivo di maldicenza, ottusa dimostrazione della inadeguatezza culturale di un funzionario del Pci di fronte a quel che avveniva nelle fabbriche di quegli anni.
Gli arresti di Pinerolo
Ispirato
dalle accuse di Franceschini, Flamigni rincara la dose attribuendo a
Moretti responsabilità dirette nel primo arresto di Curcio e dello
stesso Franceschini 4.
Ma a smentire i due sono le stesse parole di Curcio e quelle di
Pierluigi Zuffada. Alberto Franceschini sa perfettamente di essere il
primo responsabile della propria cattura. Non doveva trovarsi a Pinerolo
con Curcio e Moretti nemmeno sapeva della sua presenza all’appuntamento
con “Frate Mitra”, glielo dirà Mara Cagol dopo il disperato tentativo
di intercettare i due lungo la strada per Pinerolo. I tre si erano visti
a Parma il sabato 7 settembre 1974, dove c’era un appartamento in cui
si tenevano gli incontri del «Nazionale». Era definita così, in quella
fase in cui non esisteva ancora un Esecutivo formalizzato, la sede di
coordinamento tra le varie colonne. A Milano operava Moretti, a Torino
Margherita Cagol e Curcio, Franceschini era sceso a Roma con altri
membri del gruppo, Bonavita e Pelli. Terminata la riunione nel tardo
pomeriggio, Moretti rientra a Milano. Sa che Curcio il giorno successivo
dovrà rivedere per la terza volta Girotto a Pinerolo. Lo raggiungerà
direttamente da Parma dove resterà a dormire mentre Franceschini sarebbe
rientrato a Roma. In realtà, mutando i programmi stabiliti,
Franceschini non va a Roma ma accompagna Curcio a Torino. I due poi la
domenica partono per Pinerolo. Il venerdì sera era arrivata una
telefonata ad Enrico Levati, un medico del gruppo di Borgomanero, vicino
Novara, che aveva contatti periferici con le Br. Nella telefonata un
anonimo diceva che la domenica successiva Renato Curcio sarebbe stato
arrestato all’appuntamento con Girotto. Levati raggiunse Milano ma ebbe
grosse difficoltà per riuscire a trovare il contatto giusto negli
ambienti delle fabbriche milanesi e far pervenire l’informazione. Quando
questa arrivò alle Br, Moretti aveva già lasciato Milano per Parma. Al
suo rientro trovò ad attenderlo con la notizia Attilio Casaletti, membro
della colonna milanese. Sicuro di trovare ancora Curcio, Moretti fece
ritorno a Parma dove arrivò intorno alle 22 insieme a Casaletti, ma non
trovò nessuno nella base. A questo punto, racconta Curcio, «Moretti
tenta di rintracciarmi nella mia casa di Torino, dove era venuto una
volta, ma non ricorda l’indirizzo e neppure sa come fare ad arrivarci.
Allora prova a ripescare Margherita, che doveva trovarsi in un’altra
casa, ma anche lei era appena partita per non so dove. Come ultima
possibilità convoca, in piena notte di sabato, un gruppo di compagni di
Milano e gli dice di creare dei “posti di blocco” sulle strade tra
Torino e Pinerolo»5.
Tentativo che Moretti racconta in questo modo: «andiamo sulla strada
per Pinerolo, separandoci sui due percorsi che portano a quella
cittadina, e ci mettiamo nel bordo sperando che Curcio ci noti mentre
passa»6. Zuffada
aggiunge altri dettagli: «i compagni partano per l’Astigiano per
avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano.
Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino
per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere
l’abitazione di Renato. Non trovano il contatto, e in quel momento Mario
e i due compagni prendono una decisione folle, anche perché era
arrivata la mattina: vanno sul luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella
speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando
di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse
Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento. Si
accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di
agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a
svignarsela»7.
Conclude Curcio, «Moretti non sapeva che non avevo viaggiato sulle
strade statali, ma su strade bianche e percorsi miei che non rivelavo a
nessuno. Dunque tutti i tentativi di raggiungermi vanno a vuoto»8.
Zuffada
e Moretti, smentendo Flamigni, sostengono che sulla figura di Girotto, a
parte Curcio, ci fosse nel gruppo una perplessità generale, in
particolare della Cagol. Secondo i piani di Curcio, l’ex frate avrebbe
dovuto essere inserito nel fronte logistico in costituzione. Diffidenza
rimasta anche dopo il secondo incontro a cui partecipò lo stesso Moretti
(presidiato da un folto gruppo di brigatisti che controllavano la zona
in armi, dissuadendo così le forze di Dalla Chiesa dall’intervenire).
L’arruolamento programmato di Girotto derogava una regola ferrea,
spiegherà successivamente Moretti: «nelle Br si arriva dopo una
militanza nel movimento, sperimentata e verificata. Per Girotto non
poteva essere così. Decidemmo almeno di essere rigidissimi sulla
compartimentazione. Stabilimmo che avrebbe lavorato solo con Curcio in
una struttura periferica, alla cascina Spiotta»9.
Sulle successive recriminazioni di Franceschini, Zuffada fornisce
alcune chiavi di lettura interessanti: «A partire dalla liberazione di
Renato [nel carcere di Casale Monferrato, Ndr], Franceschini ha
iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua
“visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a
lui. Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta:
lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini
abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è
trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione»10.
Il secondo arresto di Curcio, la trappola contro Semeria e il delatore interno alla colonna veneta
Alcuni documenti recentemente desecretati e la testimonianza del giudice Carlo Mastelloni hanno permesso di ricostruire i retroscena che portarono al secondo arresto di Curcio nella base di via Maderno a Milano, il 18 gennaio del 1976, insieme a Nadia Mantovani, all’arresto nella stessa operazione di Angelo Basone, Vincenzo Guagliardo e di Silvia Rossi, moglie di quest’ultimo che però era estranea al gruppo. Le stesse fonti hanno permesso di ricostruire anche il nome di chi portò alla trappola tesa a Giorgio Semeria due mesi dopo, il 22 marzo 1976, sulla pensilina del rapido Venezia-Torino nella stazione centrale di Milano. Semeria provò a scendere dal treno ancora in movimento ma venne catturato e colpito al torace dal brigadiere Atzori quando era già stato immobilizzato. Il tentativo di omicidio nei suoi confronti spinse Semeria, allora responsabile del logistico nella colonna milanese, a ritenere che lo si volesse uccidere per coprire l’infiltrato che lo aveva venduto. In carcere, rimuginando insieme a Franceschini sulle circostanze dell’arresto, non trovò di meglio che indirizzare i sospetti contro Moretti, con il quale avrebbe dovuto incontrarsi il giorno successivo, chiedendo all’esecutivo di indagare su di lui. Accuse riprese da Flamigni nella sua monografia dedicata a Moretti11. Il delatore era, in realtà, un operaio veneto presente nella colonna fin dai suoi inizi e che lo aveva accompagnato alla stazione di Mestre, dove Semeria si era recato per rimettere in piedi la struttura locale. Secondo quanto riferito dal giudice Carlo Mastelloni nel suo libro Cuore di Stato, Semeria una volta in carcere fu avvertito dei sospetti che pesavano sull’operaio: due militanti veneti, Galati e Fasoli, che stavano per uscire dal carcere per scadenza dei termini di custodia cautelare, gli chiesero «di poter fare gli accertamenti del caso e colpire il presunto traditore». Semeria si oppose convinto che semmai l’operaio avesse avuto un ruolo, questi faceva parte di una rete di infiltrati che faceva capo a Moretti12. L’operaio venne arrestato da Mastelloni nel corso delle indagini sulla colonna veneta, «Ricordo – scrive Mastelloni – che qualche giorno dopo si precipitò nel mio ufficio per ottenere informazioni il colonnello Bottallo, capocentro a Padova del Sismi, già appartenente al vecchio Sid». Subito dopo questo intervento l’uomo venne rimesso in libertà13. In un appunto del generale Paolo Scriccia, consulente della Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, si può leggere che l’11 maggio 1993, nel corso di un esame testimoniale condotto dai pubblici ministeri romani Ionta e Salvi, il generale Nicolò Bozzo, collaboratore per il centro-nord del generale Dalla Chiesa, rivelò il nome di questo confidente: «ho notizia di un altro infiltrato nelle Brigate rosse e specificatamente di questo Tovo Maurizio che portò alla cattura di Curcio nel 1976 unitamente a Semeria Giorgio, Nadia Mantovani e Basone Angelo». Sempre nello stesso appunto troviamo un’altra testimonianza resa in commissione Stragi, il 21 gennaio del 1998, dove il generale Bozzo precisa: «noi abbiamo avuto un infiltrato, un certo Tovo Maurizio di Padova, nel 1975/1976. Questo Tovo Maurizio, Tovo o Lovo – io non l’ho mai visto e non ricordo bene – era una fonte del centro Sid di Padova. Il Sid, nella persona del generale Romeo. […] Seguendo questo soggetto siamo arrivati alla Mantovani, seguendo la Mantovani siamo arrivati al covo di via Maderno numero 10 [5 Ndr], dove la sera del 18 gennaio 1976 c’è stata un’irruzione, un conflitto a fuoco. Ferito Curcio e ferito gravemente il vicebrigadiere Prati. Sono stati catturati in due, Curcio e Mantovani. Da allora sono cessati gli infiltrati»14. In altri documenti dell’Aise, citati da Scriccia, si legge che l’infiltrato era indicato come fonte «Frillo». Nel l’ottobre 1990, sempre il generale Bozzo aveva rivelato in un altro interrogatorio che per quanto riguarda il Nord, i Carabinieri avevano avuto nel corso di tutta la loro attività di contrasto alle Brigate rosse, «solo tre infiltrati, tutti interni o fiancheggiatori, nessuno dei quali militare». Questi erano: «Silvano Girotto, nonché altri due, uno di Padova e uno della zona di Torino, i cui nomi sono noti ai magistrati che si interessarono delle relative vicende». Fonti – aggiunge Bozzo – che hanno collaborato «nell’anno 1974 (Girotto), nell’anno 1975/76 (quello di Padova) e nel 1979/80 (quello di Torino)». In realtà a Girotto non venne dato il tempo di infiltrarsi ma fu impiegato unicamente come esca. Dell’infiltrato torinese, parla invece il giudice Mastelloni nel suo libro: si trattava anche qui di un operaio della Fiat proveniente dal Pci che nel dicembre 1980 fece arrestare Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo, tornati a Torino per riorganizzare la colonna distrutta dalla collaborazione di Peci con i carabinieri di Dalla Chiesa. Contattato dalla staff di Dalla Chiesa – scrive Mastelloni – «l’uomo si accordò con i militari dietro promessa di un forte compenso economico per consegnare i due militanti clandestini, puntualmente bloccati all’interno di un bar del centro»15.
Note
1. Pierluigi Zuffada, Le bugie di Alberto Franceschini, https://insorgenze.net/2020/08/03/le-bugie-di-alberto-franceschini/, 3 agosto 2020.
2. Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate rosse, Kaos 2004, pp. 7-32.
3. Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, prima edizione Anabasi p. 7.
4. Sergio Flamigni, Idem, pp. 138-142.
5. Renato Curcio, A viso aperto, Mondadori 1993, p. 103-104.
6. M. Moretti, Idem, p. 76.
7. Pierluigi Zuffada, Idem, 3 agosto 2020.
8. R. Curcio, Idem, p. 104.
9. M. Moretti, Idem, p. 73-74.
10. Pierluigi Zuffada, Idem,
3 agosto 2020: «La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo
dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei
compagni dalle galere. L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di
Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta
dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto
dall’inesperienza nell’assaltare un carcere. Nella decisione di
scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara”
Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di
Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo
trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per
pianificare un’evasione da Pianosa. Da notare che Franceschini si è
fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per
scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo
male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati
per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra. Ma
ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati
evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io
sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito
per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato».
11. Sergio Flamigni, Idem, 162-164.
12. Carlo Mastelloni, Cuore di Stato, Mondadori 2017, p. 223.
13. Ibidem, p. 223.
14. CM Moro 2, Doc 799/3 del 2 novembre 2016, Appunto del generale Paolo Scriccia, declassificato il 2 febbraio 2018.
15. Carlo Mastelloni, Idem, pp. 103-104.
5
04/08/2020
Le stanche menzogne di Franceschini
In questi giorni assistiamo a diversi tentativi di “scrivere un’altra Storia”. A farlo è il blocco di potere dominante, attraverso i media, allenati a “gonfiare” e sgonfiare “dettagli” – spesso inventati o ininfluenti – che cambierebbero il senso dei fatti.
Il tutto dentro una “nuova narrazione” che allontana dal potere politico e dallo Stato ogni responsabilità per le stragi avvenute in questo Paese, su suo ordine (with a little help da parte della Cia) ed eseguite quasi sempre da fascisti “atlantizzati”.
Molta produzione “giornalistica” sfornata per l’anniversario della strage di Bologna rientra in questa categoria, anche se la gran massa è pura “panna montata” fatta di retorica mattarelliana e strafalcioni.
Nel “genere revisionista” entra pure la solita intervista ad Alberto Franceschini, dissociato-pentito delle Brigate Rosse, come sempre incentrata su un solo punto: consolidare l’ombra del sospetto su Mario Moretti, leader indiscusso della formazione armata più importante tra quante (diverse decine) praticarono la lotta armata negli anni ‘70.
Come facciamo sempre, l’abbiamo tranquillamente ignorata.
Ma stavolta c’è stato un fatto nuovo. Pierluigi Zuffada – membro del “nucleo storico” delle Br al pari di Franceschini, Curcio, Moretti, Mara Cagol e altri – che aveva fin qui scelto di star lontano dai riflettori e dalle discussioni tra ex, ha preso carta e penna per smontare pezzo pezzo le menzogne del primo.
Perché è importante questa “testimonianza”? Per molti buoni motivi. Intanto perché non comporta alcun vantaggio per colui che l’offre. E non è argomento secondario, visto che “dissociati” e “pentiti”, al contrario, hanno avuto benefici (di legge e anche non, come nel caso proprio di Franceschini) per dire quel che hanno detto. Semmai il buon “Zuffolo” potrebbe riceverne qualche fastidio...
In secondo luogo. Un’organizzazione clandestina ha una modalità di esistenza alquanto diversa dalle confuse assemblee della “sinistra” cui tutti ci siamo abituati negli ultimi 30 anni, dove si presenta e parla gente che nessuno conosce, si divaga per ore senza costrutto e dove non si decide mai nulla di concreto.
Un’organizzazione clandestina ha – per forza di cose – una precisa gerarchia, dove la discussione politica è “comune a tutti”, ma gli aspetti operativi di ogni singola azione sono a conoscenza solo dei pochi che vi partecipano.
Buona parte delle menzogne di Franceschini, a ben vedere, si basano sul fatto che su alcuni dei fatti che “narra” (nel senso letterario-fiction del termine) non ci sono stati fin qui altri testimoni. Mara Cagol è morta nel 1975, Curcio e altri (come lo stesso Zuffada fino ad oggi), non hanno voluto controbattere. Moretti “non conta”, dal punto di vista dei media di regime. Anzi, è il bersaglio dell’operazione...
In più, la testimonianza di Zuffada inchioda Franceschini alla sua stessa inadeguatezza come “guerrigliero”. Comportamenti, diciamo così, un po’ “distratti” per un clandestino (si allontana dal “covo” senza nemmeno chiudere le finestre, va ad un appuntamento cui non doveva essere presente). Un militante che però, una volta catturato, ritiene di dover essere “il primo” a venire liberato dai suoi compagni ma che, per le medesime sue leggerezze, rende impossibile farlo...
Una personalità “autocentrata”, che può essere contenuta e “corretta” in un organismo collettivo in cui la “forte determinazione” non manca, ma che straborda quando non trova ostacoli all’altezza. In alcuni libri, ricordiamo, si cita il soprannome di Franceschini quando era in carcere: “Mega”. Per un piccolo gruppo di suoi seguaci era il diminutivo di “grande capo megagalattico”. Per tutti gli altri, semplicemente “megalomane”.
Pinzillacchere, certo, ma che aiutano a definire meglio un personaggio che da decenni vive – in molti sensi – di menzogne sulla sua stessa storia e quella di chi ha avuto la sfortuna di frequentarlo.
Per chiudere, invitandovi a leggere la lettera integrale di “Zuffolo”, pubblicata da Insorgenze.net, ci preme sottolineare un criterio “storiografico” che seguiamo nell’approcciare questa parte della Storia del nostro Paese. Per rispondere alla domanda che qualche volta ci è stata posta: ma come fate a decidere che una certa versione è preferibile ad un’altra?
Da materialisti, osserviamo questa situazione assurda, che certifica quanto sia collassata l’intelligenza sociale sotto la pressione delle “narrazioni” di regime, e in special modo sotto l’operare della “dietrologia”:
Abbiamo davanti, da un lato, un traditore certificato, a termini di legge, che ha per questo ricevuto sostanziosi sconti di pena ed è totalmente libero da oltre un trentennio.
Dall’altro un prigioniero da oltre 39 anni, sia pure ora nella forma attenuata della “semilibertà” (si esce la mattina dal carcere, vi si torna la sera, con forti limitazioni alla libertà di movimento durante il giorno).
Che il primo accusi il secondo di essere “ambiguo”, insomma, è soprattutto un insulto all’intelligenza di tutti noi. Voi lettori compresi.
Buona lettura.
Con questa lettera inviata a Silvia De Bernadinis, una ricercatrice che si occupa della storia delle Brigate rosse, Pieluigi Zuffada, militante della prima ora delle Br, tecnico alla Sit-Siemens di Milano dove partecipò alla costruzione della Brigata di fabbrica, risponde alle dichiarazioni di Alberto Franceschini raccolte da Concetto Vecchio su Repubblica del 30 luglio 2020 (qui). Il valore storico delle affermazioni di Zuffada merita sicuramente un ulteriore approfondimento, anche alla luce delle novità storiografiche emerse negli ultimi tempi (la vicenda di Silvano Girotto, la telefonata a Levati e le circostanze dell’arresto di Semeria) che rafforzano la sua versione dei fatti contro quella di Franceschini. Ne riparleremo presto.
Cara Silvia buongiorno.
Ormai è trascorso tanto tempo dall’ultimo incontro e sinceramente mi dispiace rifarmi vivo per una questione esterna al nostro rapporto, quasi imposta. Mi riferisco all’intervista di Franceschini pubblicata su La Repubblica on line.
Della mia militanza nelle Brigate Rosse non ho mai parlato con chiunque, tantomeno pubblicamente. La mia storia è tutta mia, e ciò che oggi sono è il frutto di tutti i miei 74 anni di vita, di ciò che pensavo e ho fatto, e delle persone con cui ho avuto rapporti.
In sostanza, come succede ad ogni persona, la mia coscienza deriva dall’intero percorso della mia vita, ed è il risultato di una doppia e simultanea operazione: guardarsi dentro per guardare fuori, guardare i mutamenti del fuori per capire i mutamenti dentro di te.
Ma arrivo all’intervista di Franceschini. Non c’è molto da dire, tantomeno ragionare sui motivi che hanno spinto Repubblica a costruirla e pubblicarla. Un mio amico sostiene che la giustificazione è come il buco del culo: anche per le cose più ignobili, se ne trova sempre una. Mi piace, invece, parlare di alcuni fatti.
La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato e l’ingenuità di Franceschini a Pianosa
Il primo riguarda la liberazione di Renato. La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere.
L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere.
Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa.
Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra.
Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato.
Non potendo attaccare Mara, Franceschini ha preso di mira Moretti
Ma a partire dalla liberazione di Renato, Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui.
Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione.
La vera storia della cattura di Pinerolo
Ma da dove parte l’idea di Mario come infiltrato, agente più o meno segreto, doppio-triplo giochista? Dalla sua cattura a Pinerolo, insieme a Renato, mentre si accingevano ad incontrare Girotto, “frate mitra” come alcuni giornali lo presentavano.
Innanzitutto Franceschini non doveva andare a quell’appuntamento, a cui doveva essere presente solo Renato. Ma ancor prima di quell’incontro con il “guerrigliero”, Mara aveva avvisato Renato e Franceschini che Girotto non la raccontava giusta. Secondo lei, Girotto non era mai stato sulle montagne o le foreste della Bolivia o di qualche altro paese andino, perché lui... non aveva il passo da montanaro.
Chi vive per un lungo periodo in montagna assume posture e andature del tutto particolari. Girotto non le aveva, e Mara aveva iniziato a sospettare di lui. Ma i sospetti di Mara non hanno trovato credito, altrimenti i due non si sarebbero fatti arrestare.
Ma la cosa non finisce lì. La sera prima dell’appuntamento, alla colonna milanese arriva una “soffiata”: l’appuntamento tra Renato e Girotto era una trappola. Non siamo riusciti MAI a risalire alla fonte originaria di quella soffiata, in quanto della notizia erano a conoscenza solo i Carabinieri di Dalla Chiesa e la Procura di Torino.
In base a quella soffiata Mario, accompagnato da due compagni, inizia un folle viaggio di notte alla ricerca di Renato per avvisarlo della trappola. Non sapevano dove abitasse a Torino, per cui decisero di andare da Franceschini, di cui conoscevano l’alloggio a Piacenza. La decisione di andare da Franceschini fu presa perché lui conosceva dove Renato abitava.
Arrivati a Piacenza, scoprono che Franceschini non è in casa; i compagni lo aspettano in strada perché pensano che sia andato al cinema, in quanto la finestra dell’appartamento che dava sulla strada era aperta, segno evidente che lui non poteva essere andato lontano e, soprattutto, che di lì a poco sarebbe rientrato in casa.
Quando dopo l’una di notte non lo vedono rincasare, i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato.
Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perché era arrivata la mattina: vanno al luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento.
Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela.
Da quel giorno, Franceschini individua in Mario Moretti il responsabile della sua cattura, idea rafforzata in seguito dal fatto che Mario non venne catturato. Sic!
Mario Moretti nel 1975 era ricercato, non poteva tornare in fabbrica, Franceschini mente anche su questo punto
Anche l’inadeguatezza di Moretti a far parte dell’Esecutivo delle Brigate Rosse, che Franceschini sostiene di aver detto personalmente a Mario in occasione dell’Esecutivo tenuto il giorno prima del suo arresto a Pinerolo, è una circostanza che non torna. Franceschini dice di aver sostenuto durante la riunione che Mario sarebbe dovuto tornare in fabbrica per correggere la “concezione sindacalista” del suo pensiero. E questo avrebbe potuto tranquillamente farlo, in quanto Mario, sempre secondo Franceschini, fino al ’76 non era ricercato. L’individuazione della base di Via Boiardo, in seguito alle indicazioni date alla polizia da Pisetta, ha portato alla “latitanza” di Mario, in seguito anche al ritrovamento nella base dei tentativi di sviluppo di fotografie, allo scopo di impratichirsi in quella tecnica. Quelle foto ritraevano il figlio di Mario. Immediatamente dopo la scoperta della base (il famoso “covo di via Boiardo”) furono eseguite perquisizioni nella casa della moglie di Mario allo scopo di ritrovare prove di reato. Era il maggio del 1972! Da quel momento Mario fu ricercato dalle forze di polizia. Da tenere presente che Mario entrò in clandestinità alla fine del 1971, ultimo anno in cui fu impiegato alla Sit-Siemens. Mario non fu mai un “latitante”, in quanto entrò in clandestinità per una scelta fatta dall’Organizzazione mesi prima del 1972.
La campagna di primavera fu gestita da tutte le componenti dell’organizzazione, durante il rapimento i militanti prigionieri ebbero un ruolo importante e quello di Franceschini fu decisivo
Ma arrivo con gli ultimi due punti. Nell’intervista Franceschini si ritiene responsabile di aver costruito un’organizzazione che, solo dopo la sua cattura, e quindi al di fuori di una sua partecipazione o decisione, si è macchiata di numerosi delitti. Considero solo il “caso
Moro”. La gestione politica della Campagna di Primavera è stata fatta da tutte le componenti dell’organizzazione. Ugualmente va detto che il Fronte delle Carceri ha avuto un peso non indifferente, anzi. Per inciso, a mio personale parere, e ripeto personale, l’aver richiesto con il Secondo Comunicato la liberazione dei compagni imprigionati in cambio della vita di Moro è stato un errore madornale, in quanto con quella richiesta si sono chiuse tutte le possibilità di manovra. Si sono chiuse cioè tutte le possibilità di evidenziare le contraddizioni in campo alle forze istituzionali e addirittura di aprirne delle nuove, e magari di trovare un’altra soluzione all’iniziativa. Con quella richiesta è stata facilitata l’intransigenza del Pci, da cui ha origine l’esito del rapimento e la morte di Moro. Al di là di un mio convincimento per nulla recente, proprio perché il Fronte carcerario ha avuto un peso notevole, Franceschini è completamente responsabile, se non addirittura il principale artefice della richiesta di liberazione dei prigionieri politici. E di come la storia sia finita.
Nel 1978 Andreotti aveva la scorta, Franceschini non sa quel che dice
Lascio perdere l’affermazione sulla presunta inadeguatezza di Mario a essere un dirigente delle Brigate Rosse: ricordo solo che il suo arresto avvenne nel 1981, dopo 10 anni di dirigenza dell’organizzazione. Franceschini inoltre afferma che in carcere «non gli fu mai spiegata» la scelta di rapire Moro e di uccidere gli agenti di scorta, invece di rapire Andreotti. Andreotti non era scortato (e non sarebbero di conseguenza stati sacrificati gli agenti della scorta), cosa che lui stesso aveva verificato prima dell’arresto a Pinerolo (avvenuto nel ’74): infatti Andreotti gironzolava per Roma, ovviamente senza scorta, e addirittura Franceschini afferma che «arrivai persino a toccargli la gobba». Consideriamo solo le date: indagine condotta a Roma da Franceschini nel 1974, rapimento Moro nel 1978. Sono passati 4 anni, di guerriglia e di ovvia ristrutturazione degli apparati dello Stato.
Ritornando tra le braccia del Pci, Franceschini si è ritagliato il ruolo di suggeritore degli scenari dietrologici utili a quel partito
Per ultimo. Franceschini conosce bene i suoi polli: c’è cresciuto, si è alimentato, c’è ritornato. Sto parlando del Pci. Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e ... il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La risposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poiché è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili, facendo continuo sfoggio pur indossando abiti via via diversi, a seconda della convenienza del momento: dal Pci verso la Dc, cavalcando oggi il Pd. Sembra il testo di una canzone di Rino Gaetano. Fra parentesi, Moretti sta espiando ancora una pena, a 39 anni e mezzo dalla sua cattura! Già, dimostrazione evidente della sua presunta ambiguità.
Concludo. Mi sembra ormai giunto il momento di chiudere definitivamente con queste storie, e questa lettera che scrivo la interpreto come un piccolissimo contributo a chiudere con le polemiche. La società in cui sono nate, sono cresciute, hanno avuto importanza e sono morte le varie componenti del movimento rivoluzionario degli anni '70 e '80, non esiste più. Le contraddizioni sociali e di classe oggi marciano su altri mezzi e per altre strade, irriconoscibili da quelle di allora. Per cui ... mi sembra opportuno finire di dare elementi concreti di verità a coloro che li usano per distruggere ogni attuale possibilità di antagonismo. Penso che bisognerebbe lottare per l’ignoranza del potere.
Fonte
