Luis Arce, ex presidente della Bolivia dal 2020 a poche settimane fa, è stato arrestato mercoledì con l’accusa di essere coinvolto in un presunto caso di appropriazione indebita di fondi pubblici destinati ai popoli indigeni che sarebbe avvenuta quando l’esponente del Movimento al Socialismo era Ministro dell’Economia, cioè tra il 2006 e il 2017.
Il procuratore incaricato del caso, Miguel Cardozo, ha dichiarato che l’ex presidente è indagato per presunta cattiva gestione del cosiddetto Fondo per lo sviluppo agricolo e contadino indigeno (Fondioc).
«È stato accertato che il Ministero dell’Economia ha finanziato oltre 3.500 progetti. Di questi 3.500, meno della metà è stata completata, ed è stato dimostrato che i pagamenti sono stati effettuati su conti privati di alcuni leader» di organizzazioni indigene e contadine, ha affermato Cardozo.
Reduce da un lungo scontro con l’ex leader e fondatore del Mas, Evo Morales, Arce si era candidato alle ultime elezioni presidenziali ma poi aveva deciso di rinunciare dopo che nei sondaggi era emerso che non aveva alcuna possibilità di arrivare al ballottaggio.
L’arresto rientra nelle attività di inchiesta contro i suoi predecessori stimolate dall’attuale presidente, l’esponente della destra Rodrigo Paz Pereira e per questo l’ex ministra Maria Nela Prada, collaboratrice di Arce, nel dare la notizia della detenzione ha sostenuto che la mossa sia stata politicamente motivata.
Se il Mas, diviso tra varie correnti e leader in contrapposizione tra loro è allo sbando, nel Chapare, nel centro della Bolivia, i sostenitori di Evo Morales temono ora che anche l’ex cocalero possa essere arrestato ed hanno rafforzato la vigilanza attorno al suo rifugio di Lauca Ene.
L’ex senatore Leonardo Loza ha annunciato ai principali media boliviani che la mobilitazione sarà intensificata, denunciando il rischio di un’operazione del governo del presidente Rodrigo Paz per “catturare Evo Morales”.
Loza ha definito la detenzione di Arce una “distrazione” rispetto alle difficoltà dell’esecutivo, segnato da carenze di carburante e tensioni sociali, come il recente scontro a Colcapirhua, nel dipartimento di Cochabamba, che ha provocato due morti.
Il dirigente ha inoltre accusato il governo di centrodestra di preparare una “caccia ai leader contadini”, pur riconoscendo la necessità di un’indagine per accertare le responsabilità nella malversazione del Fondo Indigeno.
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14/12/2025
28/10/2024
Bolivia - Attentato a Evo Morales
L’ex presidente boliviano Evo Morales ha riferito di essere sopravvissuto a un attacco armato e ad un presunto tentativo di arresto nelle prime ore di ieri mattina, mentre viaggiava lungo l’autostrada che collega Villa Tunari con Shinahota, nella regione di Cochabamba, regione considerata la sua principale roccaforte politica.
Secondo i fatti, il veicolo su cui viaggiava ha ricevuto una raffica di 14 colpi durante l’agguato, ferendo il conducente del veicolo. L’incidente aumenta significativamente la tensione nell’area tra le forze di sicurezza statali e la popolazione locale.
L’attacco arriva nel mezzo di una crescente crisi interna al Movimento Al Socialismo (MAS), il partito fondato da Evo Morales, che sta attualmente affrontando divisioni e dispute tra le sue diverse fazioni.
I media locali riferiscono di un’atmosfera di alta tensione nella regione di Cochabamba, dove i sostenitori di Morales si sono immediatamente mobilitati in risposta all’attacco. La regione, nota per il suo forte sostegno all’ex presidente, rimane in allerta per possibili nuovi incidenti.
A questo proposito, il governo della Bolivia ha negato l’esistenza di un mandato di arresto contro Evo Morales, come indicato dal viceministro della Sicurezza cittadina, Roberto Ríos. “Come autorità statali siamo obbligati a indagare su qualsiasi denuncia, vera o falsa che sia, sulla presunta esistenza di un auto-attacco”, ha detto.
L’autorità governativa ha affermato che l’Ufficio del Pubblico Ministero è responsabile, attraverso le sue istanze corrispondenti, di svolgere un’indagine sugli eventi.
L’ex presidente Morales ha anche denunciato che il giorno precedente si era verificato un attacco alla sede sindacale della Federazione dei Lavoratori Contadini, a Cochabamba, da parte di gruppi vandalici assoldati da Manfred Reyes Villa, secondo lui, alleato elettorale dell’attuale presidente Arce.
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Secondo i fatti, il veicolo su cui viaggiava ha ricevuto una raffica di 14 colpi durante l’agguato, ferendo il conducente del veicolo. L’incidente aumenta significativamente la tensione nell’area tra le forze di sicurezza statali e la popolazione locale.
L’attacco arriva nel mezzo di una crescente crisi interna al Movimento Al Socialismo (MAS), il partito fondato da Evo Morales, che sta attualmente affrontando divisioni e dispute tra le sue diverse fazioni.
I media locali riferiscono di un’atmosfera di alta tensione nella regione di Cochabamba, dove i sostenitori di Morales si sono immediatamente mobilitati in risposta all’attacco. La regione, nota per il suo forte sostegno all’ex presidente, rimane in allerta per possibili nuovi incidenti.
A questo proposito, il governo della Bolivia ha negato l’esistenza di un mandato di arresto contro Evo Morales, come indicato dal viceministro della Sicurezza cittadina, Roberto Ríos. “Come autorità statali siamo obbligati a indagare su qualsiasi denuncia, vera o falsa che sia, sulla presunta esistenza di un auto-attacco”, ha detto.
L’autorità governativa ha affermato che l’Ufficio del Pubblico Ministero è responsabile, attraverso le sue istanze corrispondenti, di svolgere un’indagine sugli eventi.
L’ex presidente Morales ha anche denunciato che il giorno precedente si era verificato un attacco alla sede sindacale della Federazione dei Lavoratori Contadini, a Cochabamba, da parte di gruppi vandalici assoldati da Manfred Reyes Villa, secondo lui, alleato elettorale dell’attuale presidente Arce.
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30/06/2024
Bolivia - Álvaro García Linera: “Le lotte interne ci fanno dimenticare i nemici più grandi”
L’ex vicepresidente della Bolivia tra il 2006 e il 2019 ha escluso che si sia trattato di un “auto-colpo di stato” ideato dallo stesso presidente Luis Arce. In un’intervista con Víctor Hugo Morales, ha chiesto di prendere le dichiarazioni del generale accusato della rivolta, Juan José Zúñiga, “con il beneficio d’inventario”.
L’ex vicepresidente della Bolivia dal 2006 al 2019, Álvaro García Linera, ha condannato il tentativo di colpo di Stato che c’è stato contro il Governo di Luis Arce e ha assicurato che i poteri di fatto sono sempre latenti e “tirano fuori la testa” quando i progetti progressisti si mostrano deboli. In un’intervista con Víctor Hugo Morales su 750, García Linera ha invitato a riflettere sul ruolo dei “poteri di fatto” che minacciano i governi della regione.
“In tutto il mondo, in tutte le democrazie, ci sono poteri di fatto che sfuggono al voto. Le oligarchie imprenditoriali, le forze armate e, nel caso dell’America Latina, le ambasciate nordamericane”, ha detto García Linera già poche ore dopo il tentativo di colpo di stato in Bolivia, dove il generale detenuto Juan José Zúñiga ha tentato di entrare nel Palacio del Quemado con i carri armati, scatenando l’allarme del governo boliviano e dei presidenti di tutta la regione, ad eccezione dell’argentino Javier Milei.
Linear ha sostenuto che “quei poteri di fatto sono sempre lì, ai margini della democrazia”. E che agiscano “quando vedono debolezza nei governi”. “Ieri è toccato di agire ad una fazione, un pezzo molto conservatore, all’interno delle Forze Armate”, ha detto, escludendo così la versione di un possibile “autogolpe”, come suggerito da un settore dello stesso Movimento per il Socialismo (MAS), il partito di Arce ed Evo Morales. Questo giovedì, il deputato Anyelo Céspedes Miranda ha detto a 750 che “tutto è stato pianificato” da Arce.
García Linera, lungi dal sottoscrivere l’idea che ci sia stato un auto-golpe, ha detto che si tratta “dei pericoli sempre latenti, che non scompaiono mai, ma che diventano più immediati quando i governi progressisti hanno difficoltà, sono deboli. E sono invece messi a tacere quando i governi sono forti”.
Infatti, ha sostenuto che le dichiarazioni dello stesso ex generale Zúñiga – che ha guidato l’insurrezione e poi, quando è stato arrestato, ha dichiarato che si trattava di un intero piano orchestrato da Arce – “devono essere prese col beneficio d’inventario, perché è un uomo detenuto che ormai non ha niente da perdere”.
“Quelle sono le fratture interne che ci mostrano deboli. E le lotte interne ci fanno dimenticare i nemici più grandi. Che, come ieri, tirano fuori la testa, sporgono le orecchie”, ha detto con forza in mezzo al tumultuoso governo di Luis Arce, mediato da un grande scontro con Evo Morales.
Per questo ha chiarito che “le forze progressiste hanno sempre delle contraddizioni. Ma quando diventano fondamentali, smettiamo di vedere il vero avversario che si nasconde”. Infine ha riferito: “In Bolivia si sta attuando dall’inizio dell’anno la corsa agli sportelli bancari. Ci sono imprenditori che non consegnano i dollari delle esportazioni e preferiscono lasciarli nei loro conti nordamericani. E ora questo tentativo di colpo di stato”.
Fonte
L’ex vicepresidente della Bolivia dal 2006 al 2019, Álvaro García Linera, ha condannato il tentativo di colpo di Stato che c’è stato contro il Governo di Luis Arce e ha assicurato che i poteri di fatto sono sempre latenti e “tirano fuori la testa” quando i progetti progressisti si mostrano deboli. In un’intervista con Víctor Hugo Morales su 750, García Linera ha invitato a riflettere sul ruolo dei “poteri di fatto” che minacciano i governi della regione.
“In tutto il mondo, in tutte le democrazie, ci sono poteri di fatto che sfuggono al voto. Le oligarchie imprenditoriali, le forze armate e, nel caso dell’America Latina, le ambasciate nordamericane”, ha detto García Linera già poche ore dopo il tentativo di colpo di stato in Bolivia, dove il generale detenuto Juan José Zúñiga ha tentato di entrare nel Palacio del Quemado con i carri armati, scatenando l’allarme del governo boliviano e dei presidenti di tutta la regione, ad eccezione dell’argentino Javier Milei.
Linear ha sostenuto che “quei poteri di fatto sono sempre lì, ai margini della democrazia”. E che agiscano “quando vedono debolezza nei governi”. “Ieri è toccato di agire ad una fazione, un pezzo molto conservatore, all’interno delle Forze Armate”, ha detto, escludendo così la versione di un possibile “autogolpe”, come suggerito da un settore dello stesso Movimento per il Socialismo (MAS), il partito di Arce ed Evo Morales. Questo giovedì, il deputato Anyelo Céspedes Miranda ha detto a 750 che “tutto è stato pianificato” da Arce.
García Linera, lungi dal sottoscrivere l’idea che ci sia stato un auto-golpe, ha detto che si tratta “dei pericoli sempre latenti, che non scompaiono mai, ma che diventano più immediati quando i governi progressisti hanno difficoltà, sono deboli. E sono invece messi a tacere quando i governi sono forti”.
Infatti, ha sostenuto che le dichiarazioni dello stesso ex generale Zúñiga – che ha guidato l’insurrezione e poi, quando è stato arrestato, ha dichiarato che si trattava di un intero piano orchestrato da Arce – “devono essere prese col beneficio d’inventario, perché è un uomo detenuto che ormai non ha niente da perdere”.
“Quelle sono le fratture interne che ci mostrano deboli. E le lotte interne ci fanno dimenticare i nemici più grandi. Che, come ieri, tirano fuori la testa, sporgono le orecchie”, ha detto con forza in mezzo al tumultuoso governo di Luis Arce, mediato da un grande scontro con Evo Morales.
Per questo ha chiarito che “le forze progressiste hanno sempre delle contraddizioni. Ma quando diventano fondamentali, smettiamo di vedere il vero avversario che si nasconde”. Infine ha riferito: “In Bolivia si sta attuando dall’inizio dell’anno la corsa agli sportelli bancari. Ci sono imprenditori che non consegnano i dollari delle esportazioni e preferiscono lasciarli nei loro conti nordamericani. E ora questo tentativo di colpo di stato”.
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27/06/2024
Bolivia - Golpe, show o manovra di palazzo contro Evo Morales? Parla Ramon Quintana
Ci sono molte cose che non quadrano e che vanno conosciute sul tentato – o presunto – colpo di stato di ieri in Bolivia.
Più sotto trovate la denuncia che abbiamo raccolto in esclusiva questa notte da La Paz con Ramon Quintana, dirigente del MAS boliviano, ex ministro ed ora portavoce di Evo Morales, il leader storico del movimento ed ex presidente deposto dal golpe del 2019.
Intanto cominciamo da alcune notizie di agenzia. L’attacco alle sedi del governo della Bolivia era stato ordinato dallo stesso presidente Luis Arce, per aumentarne “la popolarità” in un momento politico particolarmente difficile. Ad affermarlo è proprio Juan José Zuniga, l’ex comandante generale dell’Esercito responsabile dell’azione militare, poco prima di essere arrestato con l’accusa di insurrezione armata.
“Domenica mi sono riunito col presidente, che mi ha detto che la situazione, nella settimana entrante, era molto complicata, critica”, ha spiegato Zuniga in favore di telecamere mentre veniva accompagnato dal viceministro dell’Interno, Jhonny Aguilera, verso il veicolo della Polizia militare. “È necessario preparare qualcosa per aumentare la mia popolarità”, avrebbe detto il presidente al generale, prima di autorizzarlo a “tirar fuori i blindati. Tra domenica e lunedì i blindati iniziano a mobilitarsi”, ha aggiunto Zuniga prima di essere costretto a salire sull’auto della Polizia.
Quella che potrebbe sembrare l’ennesima provocazione destabilizzante di un alto ufficiale golpista, trova conferma però nella ricostruzione di Ramon Quintana che abbiamo raggiunto telefonicamente a La Paz nella notte. Secondo Quintana si è trattato di uno show – il golpe più breve di tutta la storia – che in realtà era diretto contro la candidatura di Evo Morales alle prossime elezioni piuttosto che contro il governo di Arce attualmente in carica. Anzi tra il presidente Arce e il generale Zuniga ci sarebbe stato un accordo gestito maldestramente da quest’ultimo.
Qui di seguito quanto ci ha riferito in esclusiva Ramon Quintana nella notte:
Più sotto trovate la denuncia che abbiamo raccolto in esclusiva questa notte da La Paz con Ramon Quintana, dirigente del MAS boliviano, ex ministro ed ora portavoce di Evo Morales, il leader storico del movimento ed ex presidente deposto dal golpe del 2019.
Intanto cominciamo da alcune notizie di agenzia. L’attacco alle sedi del governo della Bolivia era stato ordinato dallo stesso presidente Luis Arce, per aumentarne “la popolarità” in un momento politico particolarmente difficile. Ad affermarlo è proprio Juan José Zuniga, l’ex comandante generale dell’Esercito responsabile dell’azione militare, poco prima di essere arrestato con l’accusa di insurrezione armata.
“Domenica mi sono riunito col presidente, che mi ha detto che la situazione, nella settimana entrante, era molto complicata, critica”, ha spiegato Zuniga in favore di telecamere mentre veniva accompagnato dal viceministro dell’Interno, Jhonny Aguilera, verso il veicolo della Polizia militare. “È necessario preparare qualcosa per aumentare la mia popolarità”, avrebbe detto il presidente al generale, prima di autorizzarlo a “tirar fuori i blindati. Tra domenica e lunedì i blindati iniziano a mobilitarsi”, ha aggiunto Zuniga prima di essere costretto a salire sull’auto della Polizia.
Quella che potrebbe sembrare l’ennesima provocazione destabilizzante di un alto ufficiale golpista, trova conferma però nella ricostruzione di Ramon Quintana che abbiamo raggiunto telefonicamente a La Paz nella notte. Secondo Quintana si è trattato di uno show – il golpe più breve di tutta la storia – che in realtà era diretto contro la candidatura di Evo Morales alle prossime elezioni piuttosto che contro il governo di Arce attualmente in carica. Anzi tra il presidente Arce e il generale Zuniga ci sarebbe stato un accordo gestito maldestramente da quest’ultimo.
Qui di seguito quanto ci ha riferito in esclusiva Ramon Quintana nella notte:
“Evo sta lottando in questi due anni affinché il nostro processo di cambiamento non si fermi e non venga depotenziato. Malauguratamente abbiamo avuto un governo incompetente ed anche corrotto, con un progetto quasi patrimoniale. Il governo Arce possiamo dire che si è patrimonializzato. I suoi figli hanno più potere di un ministro. Evo Morales ha fatto di tutto affinché questo governo non si sfasciasse e con esso il nostro processo politico. Purtroppo il governo lo ha deviato e indebolito ed ha convertito Evo Morales nel suo più grande avversario perché si è opposto alla deviazione politica ed ideologica.Fonte
Mi preoccupa molto la confusione e la disinformazione che regna tra i compagni fuori dalla Bolivia sul processo politico boliviano. Qui è accaduto che Arce e Choquehuanca (il vicepresidente, ndr) si sono ritenuti i padroni di un progetto politico e che il 55% dei voti che abbiamo ottenuto nel 2020 fossero una cambiale in bianco verso se stessi e non un governo di transizione che avrebbero dovuto amministrare nella maniera migliore.
Molto presto si sono appropriati di questo processo ed hanno usurpato la vittoria popolare, dando una svolta di 180 gradi per indebolire la forza dei movimenti popolari ed appropriarsi dello Stato in funzione del proprio progetto politico ed impedire che Evo Morales sia ancora un leader storico. È impressionante come questi due abbiano usato tutti gli apparati politici e dello Stato per attaccare Evo. Questo tentativo di liquidare la leadership di Evo è inconcepibile.
In questo senso Luis Arce è peggio di Lenin Moreno (il successore di Correa in Ecuador che ha tradito tutti gli ideali e le misure della Revolucion Ciudadana ecuadorena, ndr).
Quello che è accaduto oggi è stato uno show non un colpo di stato. Abbiamo avuto una trama politica tra Luis Arce e il generale Zuniga. Quest’ultimo è stato nominato da Arce comandante generale delle forze armate boliviane e suo maggiore uomo di fiducia. Zuniga viene dal mondo dell’intelligence ed è un esperto del “lavoro sporco”.
Questo generale era l’uomo più importante del gabinetto di Arce ed è stato il principale protagonista degli attacchi a Evo Morales accusandolo di essere un “cospiratore”, che sta sviluppando una “guerra ibrida” e che sta danneggiando il prestigio del governo.
Questo apparente golpe militare è la consacrazione di questo “lavoro sporco” di Zuniga in complicità con Arce. Se guardiamo i dettagli è stato uno show ridicolo. Quando mai si è visto che un comandante generale delle forze armate si chiude dentro un un carro armato davanti al palazzo presidenziale rilasciando dichiarazioni assurde e poi si ritira lasciando il campo ad Arce e alla propria sostituzione al comando dell’esercito.
Il mondo ha visto come in mezz’ora si può smantellare un colpo di stato. Zuniga ha mobilitato solo tre unità militari e solo in un distretto della Capitale. È stato solo un “autogolpe” perché il generale Zuniga ha detto e fatto tutto quello che Arce diceva e voleva per eliminare Evo Morales, sia attraverso organizzazioni sociali parallele che attraverso i magistrati del Tribunale Costituzionale e i parlamentari dell’Assemblea Legislativa. In questi due/tre anni Arce ha cercato con ogni mezzo di far fuori dalla scena Evo Morales tramite gli apparati dello Stato.
In questi due giorni di finto golpe l’obiettivo del generale Zuniga era quello di impedire con ogni mezzo che Evo Morales fosse il candidato per le prossime elezioni presidenziali, minacciando che se si fosse candidato l’esercito lo avrebbe arrestato e che l’esercito è il braccio armato del popolo e pertanto le forze armate vanno a decidere il futuro politico del paese.
Questa dichiarazione, alla luce di tutte le azioni politiche e giudiziarie contro Evo Morales, riflette esattamente la volontà politica di Arce di liquidare Evo.
Come ultimo passo hanno utilizzato l’estrema risorsa di un comandante militare che fa dichiarazioni esplicite, un fatto che ha suscitato una grande indignazione popolare e nazionale. Penso che l’accordo fosse che il generale Zuniga facesse solo una dichiarazione minacciando Evo Morales ma poi Zuniga è andato molto oltre, ragione per cui hanno dovuto montare questo show di un presunto colpo di stato, anzi un autogolpe.
È stato patetico. Un generale che esce dalla caserma, sale su un carro armato, si presenta al Palazzo presidenziale, denuncia che si stanno saccheggiando le risorse del paese e che va a cambiare i ministri ma poi ritorna allo Stato Maggiore senza aver concluso il golpe, è una cosa ridicola. Tanto che c’è stata una valanga di dichiarazioni della gente contro questa turpitudine mascherata da colpo di stato che ha come obiettivo solo quello di annichilire Evo Morales. E perché tutto questo? Perchè Arce vuole continuare a restare al governo nonostante la catastrofe e la destabilizzazione istituzionale che ne deriva, anche perché siamo dentro una profonda crisi economica. Hanno feudalizzato questo paese e non potete neanche immaginare il livello di corruzione delle leadership delle organizzazioni sociali. Siamo tornati al XIX Secolo. Il governo ha consegnato le imprese economiche statali a questi corrotti con il solo obiettivo di acquisirne il consenso. Questo sta provocando un profondo malessere nell’opinione pubblica nei confronti del MAS, che Arce e i suoi vorrebbero scaricare contro Evo Morales che ne è il leader storico.
Evo sta cercando di evitare uno scontro sanguinoso nel MAS e di contenere gli effetti demolitori della gestione di Arce e del governo. Ci sono ministri del tutto incompetenti che distribuiscono solo prebende a destra e sinistra, il paese è alla deriva, la democrazia si è debilitata. Anche la polizia è cambiata diventando un corpo d’èlite che però non contrasta il narcotraffico, anzi c’è il ministro che è coinvolto nel narcotraffico ed è diventato multimilionario. Arce tollera tutto questo, anche perché i suoi figli stanno utilizzando tutto questo per arricchirsi alla velocità della luce.
Tutto questo mi provoca una enorme indignazione e all’estero c’è molta disinformazione tra i compagni e si gioca a “vittimizzare” Arce. Questo presunto golpe ha il compito di far comparire Arce come un eroe nazionale che ha bloccato il colpo di stato. Ma non c’è stato alcun golpe! È stato un autogolpe, uno show. È stato il golpe più rapido dello storia, è durato meno di trenta minuti. Nei prossimi giorni dal nostro paese verranno fuori tutte le informazioni su questo”.
Bolivia - Tentativo di colpo di stato in corso. Arce ed Evo Morales chiamano alla mobilitazione popolare
Ultim’ora: il tentato colpo di Stato in Bolivia è stato neutralizzato, dopo la denuncia fatta dal presidente Luis Arce e la mobilitazione popolare in difesa della democrazia del paese.
*****
Il governo boliviano ha denunciato oggi un tentativo di colpo di Stato. Il presidente boliviano Luis Arce ha lanciato un appello alla popolazione: “Abbiamo bisogno che il popolo boliviano si organizzi e si mobiliti contro il colpo di Stato e a favore della democrazia. Non possiamo permettere che i tentativi di colpo di stato tolgano ancora una volta vite ai boliviani. Vogliamo esortare tutti a difendere la democrazia e qui siamo fermi a Casa Grande con tutto il governo, con le nostre organizzazioni sociali. Salutiamo le organizzazioni sociali e le invitiamo cordialmente a mostrare ancora una volta la via della democrazia al popolo boliviano”.
La Centrale dei Lavoratori Boliviani (COB) ha dichiarato uno sciopero generale a tempo indeterminato a partire da oggi, in segno di rifiuto del tentativo di colpo di Stato contro il governo del presidente Luis Arce. L’organizzazione ha anche chiesto il trasferimento di tutte le organizzazioni sociali e sindacali nella città di La Paz, sede del governo boliviano, al fine di difendere e chiedere il ripristino dell’ordine costituzionale
Arce ha denunciato oggi movimenti irregolari dei membri dell’esercito, mentre le forze militari hanno chiuso piazza Murillo, a La Paz. “Denunciamo le mobilitazioni irregolari di alcune unità dell’esercito boliviano. La democrazia va rispettata”, ha denunciato il Capo dello Stato su X.
In precedenza, l’ex presidente Evo Morales aveva denunciato nella giornata di oggi un concentramento delle forze armate e del personale militare in piazza Murillo a La Paz. “Da un’ora a questa parte, i comandanti di divisione hanno dato istruzioni ai comandanti di reggimento di tornare immediatamente alle loro caserme in attesa di nuove disposizioni (acquartieramento). Questo solleva molti sospetti sul movimento militare in Bolivia”, ha scritto sul suo account X.
Carri armati e personale militare erano di stanza intorno al palazzo del governo, non si conoscono ancora informazioni ufficiali sulla situazione.
Il comandante generale dell’esercito, Juan José Zúñiga, si è recato sul posto con un carro armato. Zúñiga è entrato nel Palazzo del Governo e ha affermato che tutte le forze sono mobilitate, chiedendo un cambio totale di governo. Poi è tornato all’interno del carro armato parcheggiato in Plaza Murillo.
Il Presidente Luis Arce ha fronteggiato i militari entrati nel palazzo ordinandogli di ritirarsi . “Zúñiga, sei ancora in tempo”, ha fatto appello il ministro del Governo, Eduardo del Castillo, arrivato sul posto per lamentarsi con l’alto ufficiale.
Alle 15:01, Evo Morales ha scritto di nuovo su X e ha dichiarato che “si sta preparando un colpo di stato”. “In questo momento, il personale delle forze armate e i carri armati sono schierati in Plaza Murillo. Hanno convocato una riunione di emergenza alle 15:00 presso lo Stato Maggiore dell’Esercito a Miraflores in uniforme da combattimento. Facciamo appello ai movimenti sociali delle campagne e delle città per difendere la democrazia”, ha scritto.
Dopo le dichiarazioni del Comandante Generale dell’Esercito, Juan José Zúñiga, quando ha detto che le Forze Armate avrebbero arrestato l’ex Presidente Evo Morales se si fosse candidato ancora una volta, il presidente del Senato, Andrónico Rodríguez, ha detto che un generale non può esprimersi in questo modo e ha indicato una ristrutturazione delle Forze Armate.
“Siamo preoccupati per alcune azioni da parte di alcuni elementi della polizia e delle forze armate boliviane, non solo ora, ma dal 2019. Penso che sia importante che queste due istituzioni dirigano definitivamente il loro orizzonte per adempiere al loro ruolo fondamentale, in conformità con la Costituzione, (...) per una vera ristrutturazione o rifondazione di queste due istituzioni”, ha detto Rodríguez ai media mercoledì.
Martedì, Zúñiga, nel programma No Mentirás, aveva affermato che, se necessario, le forze armate arresteranno Morales se tenterà di candidarsi di nuovo alla presidenza.
“Quel signore non può più essere presidente di questo paese (...). È legalmente squalificato. La Costituzione dice che non può essere (presidente) per più di due mandati e l’uomo è già stato rieletto per tre, quattro mandati; le Forze Armate hanno la missione di far rispettare la Costituzione politica dello Stato”, ha spiegato il generale Zuniga.
Le sue parole sono state interpretate da una parte dell’ala evista del Movimento Verso il Socialismo (MAS) come una minaccia diretta a Morales.
“Siamo preoccupati che alcuni elementi forniscano dichiarazioni con un senso di interferenza politica (...), sono state espresse questioni politiche come se fosse un leader incline a un partito politico contro un cittadino”, ha replicato il presidente del Senato Andrónico Rodríguez
Secondo Rodríguez, “nessun elemento delle Forze Armate” può esprimersi con tanta leggerezza su questioni così delicate.
Allo stesso modo, il senatore ha messo in dubbio l’operato della Polizia, dal momento che, nelle ultime settimane, l’ala evista ha denunciato l’esistenza del cosiddetto “Piano Boquerón”; attraverso il quale si intende, presumibilmente, reprimere con la forza i tentativi di mobilitazione del MAS evista. “La polizia boliviana è destinata a garantire la sicurezza interna dei cittadini; le Forze Armate, la sicurezza esterna (...), ma questo non si vede”, ha denunciato Rodriguez.
Fonte
28/05/2023
Bolivia - Tre punti di vista per comprendere le divergenze interne al MAS
Interviste a Hugo Moldiz, Nelson Cox e José Pimentel.
Nel gennaio 2020, pochi mesi dopo il colpo di Stato e le sue dimissioni, l’ex presidente Evo Morales ha annunciato dal suo esilio a Buenos Aires che “il candidato alla presidenza [dello Stato Plurinazionale di Bolivia] per il Movimiento Al Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli (MAS-IPSP) è Luis Arce Catacora (...), candidato alla carica di Vice Presidente, tenendo conto della proposta del Patto di Unità, voglio informarvi che è il fratello David Choquehuanca”.
La militanza, i sostenitori e anche qualche “pititas” pentito hanno optato disciplinatamente per la suddetta coppia, che alle elezioni del 18 ottobre 2020 ha vinto con oltre il 50% dei voti. Ma, poco dopo l’avvio del Governo, le fratture interne hanno cominciato ad affiorare e ad essere amplificate da una stampa di opposizione che ha dedicato vaste prime pagine al conflitto interno al MAS.
Non è stato necessario, da parte dei media, continuare a puntare il dito su un possibile distanziamento tra masisti, visto che lo stesso presidente del MAS, Evo Morales, ha pubblicato da diversi mesi sui suoi account Twitter, Facebook e altri social, denunce e attacchi all’Esecutivo, rafforzato dai suoi più stretti collaboratori.
Persone legate al MAS, così come parte della sua militanza e numerosi aderenti si sentono sconcertati e sconcertate dai problemi nella leadership. Cosa sta realmente accadendo e cosa dovremmo sapere di quella situazione? C’è un’ala chiamata “evista” e un’altra “arcista” in flagrante disputa? È possibile concertare l’unità a questo punto? In che modo questo processo di rottura è simile a quello sperimentato nel secolo scorso dal Movimiento Nacionalista Revolucionario (MNR), il partito che guidò la cosiddetta Rivoluzione del 1952?
Insomma, tante le domande e poche le risposte. Alla loro ricerca, abbiamo intervistato tre voci chiave perché ci diano il loro parere e la loro analisi sulla crisi che sta attraversando il MAS. Dall'”ala arcista” (rinnovatrice) ha risposto l’ex ministro del Governo, Hugo Moldiz; dall’“ala evista” (radicale) l’avvocato per i Diritti Umani, Nelson Cox; e una voce di esperienza che vede l’impasse con preoccupazione, l’ex titolare delle Miniere, José Pimentel.
Quale sarebbe l’origine del conflitto tra “rinnovatori” e “radicali”?
Hugo Moldiz (HM) – Ha a che fare con l’assenza di uno spazio per risolvere le contraddizioni e le tensioni che sarebbero sorte perché, per la prima volta dal 2005, ci sarebbe stato uno scollamento tra la leadership politico-istituzionale o statale e quella politica. Evo Morales aveva concentrato entrambe da gennaio 2006 fino a novembre 2019.
Quella leadership concentrata è cambiata dalla stessa campagna elettorale, come si può dedurre, ed è anche un dato di fatto che non ci sia stato alcun tipo di accordo dalla designazione del binomio. Si è partiti dal presupposto che si aveva un binomio meramente strumentale, il che, certamente, non presupponeva che, dopo il colpo di Stato e il recupero della democrazia, si sarebbe presentata una nuova configurazione politica.
Nelson Cox (NC) – Nasce da certe posizioni assunte. Coloro che circondavano Luis Arce – Hugo Moldiz e i ministri Lima, Del Castillo, María Nela Prada, Montaño e Novillo – gli hanno fatto credere di essere il nuovo punto di riferimento per la Bolivia e il paladino del MAS, che ha strutturato le basi del Processo di Cambiamento e che il suo legame con Evo Morales gli avrebbe recato danno.
Ovviamente loro hanno molta affinità con la destra e quella determinazione interna ha permesso loro di commettere atti di tradimento, non solo con i processi di Senkata e Huayllani, ma anche in relazione alla propria agenda che ha lasciando da parte il colpo di Stato e il governo de facto, ad esempio, il perseguimento di alte autorità come gli ex ministri di Jeanine Áñez, Tuto Quiroga, Carlos Mesa, Samuel Doria Medina e Waldo Albarracín.
Allontanandosi da tutto questo, si è commesso un atto di tradimento contro l’ideologia del MAS, stabilendo alleanze con l’asse della destra: Jhonny Fernández, Manfred Reyes Villa e Arias.
José Pimentel (JP) – Non ci sono tendenze, sono simpatie e interessi. Il MAS-IPSP è uno strumento delle organizzazioni sociali, di per sé non è un partito. Ecco perché la leadership non è un fatto elettivo, ma piuttosto una conseguenza della lotta che i dirigenti e i leader hanno sviluppato all’interno e nel servizio delle organizzazioni sociali.
Questi dirigenti, formati nella resistenza contro le dittature militari e il neoliberismo, hanno ricoperto incarichi nell’Esecutivo, nell’Assemblea Costituente (AC), nel Parlamento e nei governi subnazionali. L’esigenza di una gestione accelerata ed efficiente ha lasciato il posto alla loro sostituzione con professionisti, mentre i settori sociali sono diventati beneficiari, relegando la loro funzione dirigenziale. La gestione del governo è stata accompagnata dalle organizzazioni sociali, ma non il suo orientamento e la sua direzione. Questa mancanza di riflessione-pratica non ha permesso al cambiamento di radicarsi o di prevenire errori.
La passività delle masse, che può essere interpretata come soddisfazione o tranquillità per aver ottenuto risposte ai propri interessi e bisogni, non dà spazio al protagonismo degli attori sociali, né all’emergere di nuovi leader. In questo senso la conduzione dell’apparato statale assume la titolarità della leadership e la conduzione politica è condizionata dagli spazi che si ottengano nel Governo; Ecco perché la promozione delle “tendenze” è un anticipo di spazi nelle future elezioni.
Su cosa si basano i disaccordi? Ci sono differenze strategiche?
HM – Lo Strumento Politico nasce nel 1995 come sintesi del pluralismo politico nel quadro dell’antimperialismo, dell’anticolonialismo e dell’anticapitalismo, sebbene con un approccio piuttosto complesso dall’indianismo, al katarismo, al socialismo non marxista, al socialismo marxista e anche alla socialdemocrazia.
Anche se è vero che non c’è mai stato un dibattito mediamente approfondito sulla natura del Processo di Cambiamento e sul suo orizzonte storico, è chiaro che ci sono disaccordi su come concepire, costruire e gestire la politica; sulla definizione del soggetto storico della Rivoluzione; sul tipo di rapporto tra il “capo” e il popolo e altri aspetti che, tra l’altro, non sono sufficienti per marciare in direzioni diverse.
NC – Si basano su quell’ignobile atto di slealtà, di attacco costante, sistematico e offensivo contro Evo Morales. Avrebbero dovuto avere la chiarezza di non attaccarlo, ma l’anno scorso hanno fatto un “Plan Negro”, con l’obiettivo di smantellare l’ideologia che si è tenuta di lui in termini di leadership storica e politica.
Ci sono differenze strategiche, il MAS e il nostro presidente Evo Morales sono antimperialisti e anticapitalisti, noi non ci alleeremo mai né stringeremo la mano alla destra. D’altra parte, i “rinnovatori” non sono d’accordo con le determinazioni del MAS, si discostano dalla sua struttura e non ascoltano i suggerimenti di Evo Morales, ignorano le raccomandazioni di rimuovere ministri nefasti come Del Castillo, Lima e altri.
JP – Questi interessi particolari nascondono l’acuto confronto ideologico che la gente del popolo ha con i settori retrogradi. Problemi come la concentrazione della terra, la fuga di valuta estera, lo sfruttamento illegale dell’oro, il cambiamento della Giustizia, l’applicazione della sanità universale e dell’educazione interculturale, la lotta contro la corruzione e l’arricchimento illecito, sono questioni che il Governo si pone e cerca di risolvere al di fuori della conoscenza e del sentire delle masse. Pertanto, la lotta ideologica è sostituita da un confronto tra la forza del governo e la mobilitazione dell’opposizione.
La riaffermazione dei nostri principi si può fare solo affrontando il nemico, che non è scomparso ed è in agguato. Il futuro del processo sta nella definizione di questa disputa ideologica e nella costruzione del potere popolare; un altro [problema] è trascurare la retroguardia, e riceveremo una pugnalata alle spalle.
Con l’avvicinarsi degli scenari elettorali, quali direzioni prevede che possa prendere questa disputa? Ci sono maggiori possibilità di unità o di rottura?
HM – Nulla giustifica la rottura, e meno ancora una logica elettorale. Va notato che la tattica e la strategia sono l’unità, poiché senza di essa l’avanzamento dei processi politici è molto più difficile e talvolta addirittura impossibile.
Tuttavia, se non cambia il modo di vedere le attuali contraddizioni, la rottura sarà inevitabile. Stiamo per raggiungere, se non è già stato fatto, un punto di non ritorno, con le conseguenze negative che questo comporterà. Dalla soggettività, mantengo l’ottimismo che la rottura possa essere evitata.
NC – C’è una maggiore probabilità di unità nella lealtà, nella convinzione e nei postulati per poter continuare sulla strada della Rivoluzione Democratica e Culturale, una rivoluzione nella Rivoluzione, con la guida del nostro Presidente Evo Morales, unico e indiscusso leader, Comandante. Ovviamente noi non vediamo che questo sia in sintonia e tono quando c’è il desiderio di mettere fuori legge il MAS ed essere utilitaristi nel voto.
Il Governo non è più del MAS, se ne è allontanato, c’è una rottura ideologica e programmatica rispetto alla continuità del Processo di Cambiamento, che è in pausa. Il Presidente, il Vice Presidente e la Ministra Prada si riempiono la bocca in modo ipocrita e a parole, ma con gli atti non sono coerenti o coincidenti con il “Piano di Governo” che tutti noi abbiamo votato. C’è un punto di vista sul Bicentenario e una “Agenda Patriottica” in 13 punti che loro nemmeno osservano. Non vedono cosa ha fatto il governo di Evo Morales, né riconoscono la nazionalizzazione. Sono davvero amnesici per convenienza.
JP – Il processo elettorale è ancora lontano, la riaffermazione dei nostri principi e l’unità si possono ottenere solo affrontando il nemico. Questo sa mettere alla discussione problemi insignificanti per farci dimenticare l’essenza della disputa del potere: l’appropriazione del surplus economico. È su questo piano che vanno proposte azioni per superare la nostra situazione di Paese fornitore di materie prime, con la partecipazione dei settori sociali, per trovare tutti insieme le soluzioni. Socializzazione non è convincere, è costruire una volontà collettiva.
Cosa pensa che sarebbe necessario fare per costruire un percorso unitario? Quali condizioni dovrebbero essere soddisfatte per questo?
HM – Si spera che presto, visto che il tempo politico sta per scadere, ci sia un processo di “defeticizzazione” del potere da parte di coloro che hanno guidato lo Stato dal 2014 e che oggi sono fuori da ogni tipo di conduzione istituzionale.
La possibilità di recuperare il Processo di Cambiamento, di correggere gli errori commessi, di rinsaldare quanto è stato ben fatto e di articolarlo con i risultati positivi della gestione del Presidente Arce, nonostante il contesto internazionale avverso e le difficoltà interne, dipenderà dal concepire la politica in modo “non borghese”.
NC – La costruzione dell’unità passa attraverso la volontà di Luis Arce di smettere di ascoltare quel ronzio di mosche che gli girano attorno per continuare a vivere di prebende e di opportunismo, per tornare nell’alveo del Processo di Cambiamento, per ascoltare il suo Presidente e compagno che ha guidato per 14 anni la Bolivia.
Passa anche attraverso il ritorno alle basi sociali con sincerità, rispettando il MAS e le disposizioni in caso di espulsione di deputati; ascoltando quando gli si propone di cambiare dei ministri. La visione ostinata di Luis Arce lo allontana non solo dalla verità, ma anche dalla base sociale, che ne è offesa.
JP – L’unità è una necessità per la lotta. Solo la lotta ci unirà. La battaglia contro la destra è adesso. I risultati delle elezioni dipendono da questo: se oggi difendiamo il Processo di Cambiamento, approfondendolo, mobilitandoci coesi e mettendo in ordine i nostri ranghi; altrimenti arriveremo divisi e sfiniti. L’altro è il marketing elettorale. La nostra visione è sviluppare la lotta sociale.
Quale pensi sia stato il costo di questa disputa per la gestione del governo e dei movimenti sociali? Ci saranno vincitori e vinti?
HM – Il fatto che la fazione “conservatrice” [“radicale”] stia dispiegando una tattica simile a quella della sinistra prima del governo di Siles Suazo tra il 1982-1985 non solo è sbagliato, ma mette anche a rischio un’accumulazione storica acquisita dal popolo per decenni. Se questo aumenta, si perde di vista il principale nemico – che è l’imperialismo – la destabilizzazione del governo di Luis Arce sarà la costante e crescerà il rischio di un accorciamento del suo mandato, cosa alla quale sembrano puntare alcuni membri di tale fazione.
Se ciò dovesse accadere, il popolo avrà perso e l’unica vincitrice sarà la destra, che osserva in ansiosa attesa che si dissangui il Processo di Cambiamento. Questo perché, nel 1971, dopo il governo militare patriottico di Juan José Torres, si insediò una dittatura militare di Hugo Banzer; e nel 1985, dopo Siles Suazo, non si insediò un governo popolare, ma due decenni di neoliberismo.
NC – Mi dispiace che l’errata determinazione di Luis Arce e David Choquehuanca abbia generato queste crepe, che hanno giovato solo all’entourage di Luis Arce e che stanno provocando la sconfitta del MAS, perché lo colpisce e lo scredita; colpisce le prebende dei dirigenti che stanno cercando una rottura con queste divisioni.
Lo sguardo lineare dei movimenti sociali sta soffrendo di queste divisioni interne; Non possiamo negare che esiste un divisionismo motivato da David Choquehuanca, che è l’operatore di Luis Arce e cerca di creare, attraverso la Ministra delle Culture, della Ministra Prada e il Vice Ministro Vilca, un parallelismo nelle nostre organizzazioni.
C’è un movimento a favore delle prebende promosso dal Governo, che sta guadagnando molto; mentre la grande sconfitta è la struttura univoca e uniforme del MAS, che sta subendo una battuta d’arresto tracciata da nefasti interessi esterni.
JP – Il costo è enorme, la politica è azione in un momento preciso: non si è approfittato della forza del trionfo elettorale per recuperare quanto era stato rinviato nella prima fase di governo, il socialismo di comunità e il disarmo dei golpisti. Le lotte tra fazioni ci allontanano ancora di più da questo obiettivo, quando la più grande lezione che ci ha dato il colpo di Stato del 2019 è che se un processo non fa passi avanti, retrocede.
Fonte
Nel gennaio 2020, pochi mesi dopo il colpo di Stato e le sue dimissioni, l’ex presidente Evo Morales ha annunciato dal suo esilio a Buenos Aires che “il candidato alla presidenza [dello Stato Plurinazionale di Bolivia] per il Movimiento Al Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli (MAS-IPSP) è Luis Arce Catacora (...), candidato alla carica di Vice Presidente, tenendo conto della proposta del Patto di Unità, voglio informarvi che è il fratello David Choquehuanca”.
La militanza, i sostenitori e anche qualche “pititas” pentito hanno optato disciplinatamente per la suddetta coppia, che alle elezioni del 18 ottobre 2020 ha vinto con oltre il 50% dei voti. Ma, poco dopo l’avvio del Governo, le fratture interne hanno cominciato ad affiorare e ad essere amplificate da una stampa di opposizione che ha dedicato vaste prime pagine al conflitto interno al MAS.
Non è stato necessario, da parte dei media, continuare a puntare il dito su un possibile distanziamento tra masisti, visto che lo stesso presidente del MAS, Evo Morales, ha pubblicato da diversi mesi sui suoi account Twitter, Facebook e altri social, denunce e attacchi all’Esecutivo, rafforzato dai suoi più stretti collaboratori.
Persone legate al MAS, così come parte della sua militanza e numerosi aderenti si sentono sconcertati e sconcertate dai problemi nella leadership. Cosa sta realmente accadendo e cosa dovremmo sapere di quella situazione? C’è un’ala chiamata “evista” e un’altra “arcista” in flagrante disputa? È possibile concertare l’unità a questo punto? In che modo questo processo di rottura è simile a quello sperimentato nel secolo scorso dal Movimiento Nacionalista Revolucionario (MNR), il partito che guidò la cosiddetta Rivoluzione del 1952?
Insomma, tante le domande e poche le risposte. Alla loro ricerca, abbiamo intervistato tre voci chiave perché ci diano il loro parere e la loro analisi sulla crisi che sta attraversando il MAS. Dall'”ala arcista” (rinnovatrice) ha risposto l’ex ministro del Governo, Hugo Moldiz; dall’“ala evista” (radicale) l’avvocato per i Diritti Umani, Nelson Cox; e una voce di esperienza che vede l’impasse con preoccupazione, l’ex titolare delle Miniere, José Pimentel.
Quale sarebbe l’origine del conflitto tra “rinnovatori” e “radicali”?
Hugo Moldiz (HM) – Ha a che fare con l’assenza di uno spazio per risolvere le contraddizioni e le tensioni che sarebbero sorte perché, per la prima volta dal 2005, ci sarebbe stato uno scollamento tra la leadership politico-istituzionale o statale e quella politica. Evo Morales aveva concentrato entrambe da gennaio 2006 fino a novembre 2019.
Quella leadership concentrata è cambiata dalla stessa campagna elettorale, come si può dedurre, ed è anche un dato di fatto che non ci sia stato alcun tipo di accordo dalla designazione del binomio. Si è partiti dal presupposto che si aveva un binomio meramente strumentale, il che, certamente, non presupponeva che, dopo il colpo di Stato e il recupero della democrazia, si sarebbe presentata una nuova configurazione politica.
Nelson Cox (NC) – Nasce da certe posizioni assunte. Coloro che circondavano Luis Arce – Hugo Moldiz e i ministri Lima, Del Castillo, María Nela Prada, Montaño e Novillo – gli hanno fatto credere di essere il nuovo punto di riferimento per la Bolivia e il paladino del MAS, che ha strutturato le basi del Processo di Cambiamento e che il suo legame con Evo Morales gli avrebbe recato danno.
Ovviamente loro hanno molta affinità con la destra e quella determinazione interna ha permesso loro di commettere atti di tradimento, non solo con i processi di Senkata e Huayllani, ma anche in relazione alla propria agenda che ha lasciando da parte il colpo di Stato e il governo de facto, ad esempio, il perseguimento di alte autorità come gli ex ministri di Jeanine Áñez, Tuto Quiroga, Carlos Mesa, Samuel Doria Medina e Waldo Albarracín.
Allontanandosi da tutto questo, si è commesso un atto di tradimento contro l’ideologia del MAS, stabilendo alleanze con l’asse della destra: Jhonny Fernández, Manfred Reyes Villa e Arias.
José Pimentel (JP) – Non ci sono tendenze, sono simpatie e interessi. Il MAS-IPSP è uno strumento delle organizzazioni sociali, di per sé non è un partito. Ecco perché la leadership non è un fatto elettivo, ma piuttosto una conseguenza della lotta che i dirigenti e i leader hanno sviluppato all’interno e nel servizio delle organizzazioni sociali.
Questi dirigenti, formati nella resistenza contro le dittature militari e il neoliberismo, hanno ricoperto incarichi nell’Esecutivo, nell’Assemblea Costituente (AC), nel Parlamento e nei governi subnazionali. L’esigenza di una gestione accelerata ed efficiente ha lasciato il posto alla loro sostituzione con professionisti, mentre i settori sociali sono diventati beneficiari, relegando la loro funzione dirigenziale. La gestione del governo è stata accompagnata dalle organizzazioni sociali, ma non il suo orientamento e la sua direzione. Questa mancanza di riflessione-pratica non ha permesso al cambiamento di radicarsi o di prevenire errori.
La passività delle masse, che può essere interpretata come soddisfazione o tranquillità per aver ottenuto risposte ai propri interessi e bisogni, non dà spazio al protagonismo degli attori sociali, né all’emergere di nuovi leader. In questo senso la conduzione dell’apparato statale assume la titolarità della leadership e la conduzione politica è condizionata dagli spazi che si ottengano nel Governo; Ecco perché la promozione delle “tendenze” è un anticipo di spazi nelle future elezioni.
Su cosa si basano i disaccordi? Ci sono differenze strategiche?
HM – Lo Strumento Politico nasce nel 1995 come sintesi del pluralismo politico nel quadro dell’antimperialismo, dell’anticolonialismo e dell’anticapitalismo, sebbene con un approccio piuttosto complesso dall’indianismo, al katarismo, al socialismo non marxista, al socialismo marxista e anche alla socialdemocrazia.
Anche se è vero che non c’è mai stato un dibattito mediamente approfondito sulla natura del Processo di Cambiamento e sul suo orizzonte storico, è chiaro che ci sono disaccordi su come concepire, costruire e gestire la politica; sulla definizione del soggetto storico della Rivoluzione; sul tipo di rapporto tra il “capo” e il popolo e altri aspetti che, tra l’altro, non sono sufficienti per marciare in direzioni diverse.
NC – Si basano su quell’ignobile atto di slealtà, di attacco costante, sistematico e offensivo contro Evo Morales. Avrebbero dovuto avere la chiarezza di non attaccarlo, ma l’anno scorso hanno fatto un “Plan Negro”, con l’obiettivo di smantellare l’ideologia che si è tenuta di lui in termini di leadership storica e politica.
Ci sono differenze strategiche, il MAS e il nostro presidente Evo Morales sono antimperialisti e anticapitalisti, noi non ci alleeremo mai né stringeremo la mano alla destra. D’altra parte, i “rinnovatori” non sono d’accordo con le determinazioni del MAS, si discostano dalla sua struttura e non ascoltano i suggerimenti di Evo Morales, ignorano le raccomandazioni di rimuovere ministri nefasti come Del Castillo, Lima e altri.
JP – Questi interessi particolari nascondono l’acuto confronto ideologico che la gente del popolo ha con i settori retrogradi. Problemi come la concentrazione della terra, la fuga di valuta estera, lo sfruttamento illegale dell’oro, il cambiamento della Giustizia, l’applicazione della sanità universale e dell’educazione interculturale, la lotta contro la corruzione e l’arricchimento illecito, sono questioni che il Governo si pone e cerca di risolvere al di fuori della conoscenza e del sentire delle masse. Pertanto, la lotta ideologica è sostituita da un confronto tra la forza del governo e la mobilitazione dell’opposizione.
La riaffermazione dei nostri principi si può fare solo affrontando il nemico, che non è scomparso ed è in agguato. Il futuro del processo sta nella definizione di questa disputa ideologica e nella costruzione del potere popolare; un altro [problema] è trascurare la retroguardia, e riceveremo una pugnalata alle spalle.
Con l’avvicinarsi degli scenari elettorali, quali direzioni prevede che possa prendere questa disputa? Ci sono maggiori possibilità di unità o di rottura?
HM – Nulla giustifica la rottura, e meno ancora una logica elettorale. Va notato che la tattica e la strategia sono l’unità, poiché senza di essa l’avanzamento dei processi politici è molto più difficile e talvolta addirittura impossibile.
Tuttavia, se non cambia il modo di vedere le attuali contraddizioni, la rottura sarà inevitabile. Stiamo per raggiungere, se non è già stato fatto, un punto di non ritorno, con le conseguenze negative che questo comporterà. Dalla soggettività, mantengo l’ottimismo che la rottura possa essere evitata.
NC – C’è una maggiore probabilità di unità nella lealtà, nella convinzione e nei postulati per poter continuare sulla strada della Rivoluzione Democratica e Culturale, una rivoluzione nella Rivoluzione, con la guida del nostro Presidente Evo Morales, unico e indiscusso leader, Comandante. Ovviamente noi non vediamo che questo sia in sintonia e tono quando c’è il desiderio di mettere fuori legge il MAS ed essere utilitaristi nel voto.
Il Governo non è più del MAS, se ne è allontanato, c’è una rottura ideologica e programmatica rispetto alla continuità del Processo di Cambiamento, che è in pausa. Il Presidente, il Vice Presidente e la Ministra Prada si riempiono la bocca in modo ipocrita e a parole, ma con gli atti non sono coerenti o coincidenti con il “Piano di Governo” che tutti noi abbiamo votato. C’è un punto di vista sul Bicentenario e una “Agenda Patriottica” in 13 punti che loro nemmeno osservano. Non vedono cosa ha fatto il governo di Evo Morales, né riconoscono la nazionalizzazione. Sono davvero amnesici per convenienza.
JP – Il processo elettorale è ancora lontano, la riaffermazione dei nostri principi e l’unità si possono ottenere solo affrontando il nemico. Questo sa mettere alla discussione problemi insignificanti per farci dimenticare l’essenza della disputa del potere: l’appropriazione del surplus economico. È su questo piano che vanno proposte azioni per superare la nostra situazione di Paese fornitore di materie prime, con la partecipazione dei settori sociali, per trovare tutti insieme le soluzioni. Socializzazione non è convincere, è costruire una volontà collettiva.
Cosa pensa che sarebbe necessario fare per costruire un percorso unitario? Quali condizioni dovrebbero essere soddisfatte per questo?
HM – Si spera che presto, visto che il tempo politico sta per scadere, ci sia un processo di “defeticizzazione” del potere da parte di coloro che hanno guidato lo Stato dal 2014 e che oggi sono fuori da ogni tipo di conduzione istituzionale.
La possibilità di recuperare il Processo di Cambiamento, di correggere gli errori commessi, di rinsaldare quanto è stato ben fatto e di articolarlo con i risultati positivi della gestione del Presidente Arce, nonostante il contesto internazionale avverso e le difficoltà interne, dipenderà dal concepire la politica in modo “non borghese”.
NC – La costruzione dell’unità passa attraverso la volontà di Luis Arce di smettere di ascoltare quel ronzio di mosche che gli girano attorno per continuare a vivere di prebende e di opportunismo, per tornare nell’alveo del Processo di Cambiamento, per ascoltare il suo Presidente e compagno che ha guidato per 14 anni la Bolivia.
Passa anche attraverso il ritorno alle basi sociali con sincerità, rispettando il MAS e le disposizioni in caso di espulsione di deputati; ascoltando quando gli si propone di cambiare dei ministri. La visione ostinata di Luis Arce lo allontana non solo dalla verità, ma anche dalla base sociale, che ne è offesa.
JP – L’unità è una necessità per la lotta. Solo la lotta ci unirà. La battaglia contro la destra è adesso. I risultati delle elezioni dipendono da questo: se oggi difendiamo il Processo di Cambiamento, approfondendolo, mobilitandoci coesi e mettendo in ordine i nostri ranghi; altrimenti arriveremo divisi e sfiniti. L’altro è il marketing elettorale. La nostra visione è sviluppare la lotta sociale.
Quale pensi sia stato il costo di questa disputa per la gestione del governo e dei movimenti sociali? Ci saranno vincitori e vinti?
HM – Il fatto che la fazione “conservatrice” [“radicale”] stia dispiegando una tattica simile a quella della sinistra prima del governo di Siles Suazo tra il 1982-1985 non solo è sbagliato, ma mette anche a rischio un’accumulazione storica acquisita dal popolo per decenni. Se questo aumenta, si perde di vista il principale nemico – che è l’imperialismo – la destabilizzazione del governo di Luis Arce sarà la costante e crescerà il rischio di un accorciamento del suo mandato, cosa alla quale sembrano puntare alcuni membri di tale fazione.
Se ciò dovesse accadere, il popolo avrà perso e l’unica vincitrice sarà la destra, che osserva in ansiosa attesa che si dissangui il Processo di Cambiamento. Questo perché, nel 1971, dopo il governo militare patriottico di Juan José Torres, si insediò una dittatura militare di Hugo Banzer; e nel 1985, dopo Siles Suazo, non si insediò un governo popolare, ma due decenni di neoliberismo.
NC – Mi dispiace che l’errata determinazione di Luis Arce e David Choquehuanca abbia generato queste crepe, che hanno giovato solo all’entourage di Luis Arce e che stanno provocando la sconfitta del MAS, perché lo colpisce e lo scredita; colpisce le prebende dei dirigenti che stanno cercando una rottura con queste divisioni.
Lo sguardo lineare dei movimenti sociali sta soffrendo di queste divisioni interne; Non possiamo negare che esiste un divisionismo motivato da David Choquehuanca, che è l’operatore di Luis Arce e cerca di creare, attraverso la Ministra delle Culture, della Ministra Prada e il Vice Ministro Vilca, un parallelismo nelle nostre organizzazioni.
C’è un movimento a favore delle prebende promosso dal Governo, che sta guadagnando molto; mentre la grande sconfitta è la struttura univoca e uniforme del MAS, che sta subendo una battuta d’arresto tracciata da nefasti interessi esterni.
JP – Il costo è enorme, la politica è azione in un momento preciso: non si è approfittato della forza del trionfo elettorale per recuperare quanto era stato rinviato nella prima fase di governo, il socialismo di comunità e il disarmo dei golpisti. Le lotte tra fazioni ci allontanano ancora di più da questo obiettivo, quando la più grande lezione che ci ha dato il colpo di Stato del 2019 è che se un processo non fa passi avanti, retrocede.
Fonte
03/11/2022
Bolivia - La destra golpista ci riprova a destabilizzare il paese
Da quasi due settimane la destra fascista boliviana sta orchestrando un nuovo tentativo di destabilizzazione politica diretto dal Comité pro Santa Cruz, massima espressione della borghesia della regione, e dal governatore Luis Fernando Camacho, entrambi attori del golpe del novembre 2019 contro il presidente legittimamente eletto Evo Morales.
Questa volta, con il pretesto di voler anticipare la data del prossimo Censimento della Popolazione e delle Abitazioni entro la fine del 2023, il Comité pro Santa Cruz sta paralizzando la regione dal 22 ottobre scorso, esasperando le condizioni economiche dei lavoratori più vulnerabili e attaccando le popolazioni indigene, in particolare quella ayoreo.
Nella cittadina di Concepción, bande armate fasciste istigate dal sottogovernatore Daniel Velásquez hanno dato fuoco alle case e costretto le famiglie ayoreo ad abbandonare i propri villaggi, dopo che queste si erano opposte al “paro cívico” di Fernando Camacho e del “leader civico” Rómulo Calvo.
Nel comune di La Guardia, i sostenitori di Camacho hanno attaccato e sparato contro una manifestazione pacifica di lavoratori e contadini che chiedevano la fine dei “blocchi forzati” e le dimissioni del governatore di Santa Cruz.
Vicente Cuellar, presidente del Comité e rettore della Universidad Autónoma Gabriel René Moreno, ha dichiarato di voler escludere i popoli indigeni dal Censimento, in barba alla Costituzione del 2009 e alla stessa identità plurinazionale dello Stato boliviano.
Nonostante l’Assemblea Plurinazionale abbia deciso a grande maggioranza, con l’approvazione da parte dei governatori, dei sindaci municipali, dei rettori delle università pubbliche e delle autonomie indigene, di sottoporre ad uno studio tecnico guidato dall’Instituto Nacional de Estadística la data del Censimento e la sua immediata applicazione alla ridistribuzione delle risorse economiche nello stesso anno, i “gruppi civici” di Camacho rifiutano il dialogo e alimentano le violenze.
Camacho e la destra boliviana vogliono in realtà destabilizzare la situazione politica e sociale del Paese e hanno già minacciato di voler far cadere il governo di Luis Arce, così come hanno fatto con Evo Morales. Il presidente Luis Arce ha affermato che la “oggi la Bolivia è nuovamente minacciata da coloro che, incapaci di contribuire alla democrazia, puntano sullo scontro e sulla violenza” e che stanno “mettendo in moto una strategia per rieditare il colpo di Stato del 2019”.
Le organizzazioni sociali e sindacali si oppongono fermamente ai “blocchi” organizzati dalla destra e, a loro volta, bloccano le imprese che finanziano i manifestanti guidati da Camacho, tra cui la milizia della Unión Juvenil Cruceñista (UJC). L’UJC terrorizza la popolazione civile e chi si oppone alle “proteste” pilotate da Camacho, minaccia i leader delle organizzazioni sociali e le loro famiglie, usando la stessa paura e violenza dei giorni bui del colpo di Stato.
Non dimentichiamo i massacri di Sacaba e Senkata, durante la prima settimana dell’autoproclamato governo di Jeanine Áñez, quando l’esercito e la polizia spararono contro chi, sventolando la Wiphala, si opponeva al golpe, causando oltre 20 morti e altre decine di feriti.
La Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e OSA esprimono la propria solidarietà al governo di Luis Arce, alle organizzazioni sociali e alle popolazioni indigene che con coraggio e determinazione difendono la democrazia partecipativa, la giustizia sociale e il diritto all’autodeterminazione contro le violenze della destra fascista al soldo dell’imperialismo occidentale.
Una nuova speranza arriva dall’America Latina, forte delle vittorie elettorali progressiste e della presa di coscienza delle masse popolari contro le ingerenze politiche dell’imperialismo e i suoi “vassalli” della borghesia continentale.
Continueremo a lottare al fianco dei popoli di Nuestra América contro tutti i tentavi golpisti della barbarie imperialista e per il consolidamento dei processi di emancipazione e costruzione del Socialismo del 21esimo secolo.
Fonte
Questa volta, con il pretesto di voler anticipare la data del prossimo Censimento della Popolazione e delle Abitazioni entro la fine del 2023, il Comité pro Santa Cruz sta paralizzando la regione dal 22 ottobre scorso, esasperando le condizioni economiche dei lavoratori più vulnerabili e attaccando le popolazioni indigene, in particolare quella ayoreo.
Nella cittadina di Concepción, bande armate fasciste istigate dal sottogovernatore Daniel Velásquez hanno dato fuoco alle case e costretto le famiglie ayoreo ad abbandonare i propri villaggi, dopo che queste si erano opposte al “paro cívico” di Fernando Camacho e del “leader civico” Rómulo Calvo.
Nel comune di La Guardia, i sostenitori di Camacho hanno attaccato e sparato contro una manifestazione pacifica di lavoratori e contadini che chiedevano la fine dei “blocchi forzati” e le dimissioni del governatore di Santa Cruz.
Vicente Cuellar, presidente del Comité e rettore della Universidad Autónoma Gabriel René Moreno, ha dichiarato di voler escludere i popoli indigeni dal Censimento, in barba alla Costituzione del 2009 e alla stessa identità plurinazionale dello Stato boliviano.
Nonostante l’Assemblea Plurinazionale abbia deciso a grande maggioranza, con l’approvazione da parte dei governatori, dei sindaci municipali, dei rettori delle università pubbliche e delle autonomie indigene, di sottoporre ad uno studio tecnico guidato dall’Instituto Nacional de Estadística la data del Censimento e la sua immediata applicazione alla ridistribuzione delle risorse economiche nello stesso anno, i “gruppi civici” di Camacho rifiutano il dialogo e alimentano le violenze.
Camacho e la destra boliviana vogliono in realtà destabilizzare la situazione politica e sociale del Paese e hanno già minacciato di voler far cadere il governo di Luis Arce, così come hanno fatto con Evo Morales. Il presidente Luis Arce ha affermato che la “oggi la Bolivia è nuovamente minacciata da coloro che, incapaci di contribuire alla democrazia, puntano sullo scontro e sulla violenza” e che stanno “mettendo in moto una strategia per rieditare il colpo di Stato del 2019”.
Le organizzazioni sociali e sindacali si oppongono fermamente ai “blocchi” organizzati dalla destra e, a loro volta, bloccano le imprese che finanziano i manifestanti guidati da Camacho, tra cui la milizia della Unión Juvenil Cruceñista (UJC). L’UJC terrorizza la popolazione civile e chi si oppone alle “proteste” pilotate da Camacho, minaccia i leader delle organizzazioni sociali e le loro famiglie, usando la stessa paura e violenza dei giorni bui del colpo di Stato.
Non dimentichiamo i massacri di Sacaba e Senkata, durante la prima settimana dell’autoproclamato governo di Jeanine Áñez, quando l’esercito e la polizia spararono contro chi, sventolando la Wiphala, si opponeva al golpe, causando oltre 20 morti e altre decine di feriti.
La Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e OSA esprimono la propria solidarietà al governo di Luis Arce, alle organizzazioni sociali e alle popolazioni indigene che con coraggio e determinazione difendono la democrazia partecipativa, la giustizia sociale e il diritto all’autodeterminazione contro le violenze della destra fascista al soldo dell’imperialismo occidentale.
Una nuova speranza arriva dall’America Latina, forte delle vittorie elettorali progressiste e della presa di coscienza delle masse popolari contro le ingerenze politiche dell’imperialismo e i suoi “vassalli” della borghesia continentale.
Continueremo a lottare al fianco dei popoli di Nuestra América contro tutti i tentavi golpisti della barbarie imperialista e per il consolidamento dei processi di emancipazione e costruzione del Socialismo del 21esimo secolo.
Fonte
24/08/2021
Bolivia - Confermate le violazioni dei diritti umani durante il colpo di Stato del 2019
Dopo il colpo di Stato in Bolivia contro Evo Morales nel 2019, la Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH) ha visitato la Bolivia alla fine dello stesso anno per esaminare l’uso della forza da parte della polizia e dei militari da parte del governo de facto guidato da Jeanine Áñez.
In seguito a tale visita, la CIDH, insieme allo Stato Plurinazionale della Bolivia, ha creato il Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI-Bolivia) per svolgere le relative indagini sulle violazioni dei diritti umani avvenute in Bolivia tra il 1° settembre e il 31 dicembre 2019.
Il segretario esecutivo del GIEI-Bolivia è stato Jaime Vidal, che aveva una grande squadra tecnica di diverse nazionalità, coordinata da cinque diversi esperti nel campo dei diritti umani. Hanno fatto affidamento sulla raccolta di testimonianze delle vittime, delle persone coinvolte e dei testimoni degli eventi violenti.
Il rapporto si compone di otto capitoli; di seguito, una panoramica generale, il cui contesto e gli inizi sono trattati nel capitolo 2, prendendo in considerazione lo sciopero organizzato dal leader del colpo di Stato Luis Fernando Camacho, il ruolo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), le tensioni politiche, le dimissioni forzate dell’allora presidente Evo Morales e il consolidamento del colpo di Stato.
Dati chiave sui fatti di violenza
Il rapporto ha fornito una radiografia delle violazioni dei diritti umani in diverse aree della Bolivia. Per gli esperti, il dipartimento di Santa Cruz è stato il centro delle tensioni negli eventi in questione ed è stata anche la zona che ha sperimentato più violenza, con feriti e due morti il 30 ottobre 2019.
A Cochabamba, gli specialisti hanno indicato tre elementi di conflitto in questo territorio.
1. L’Organizzazione giovanile di resistenza Cochala (RJC) è catalogata nel rapporto come un gruppo d’assalto e le tattiche impiegate nelle manifestazioni del 2019 erano basate sull’uso di motociclette con bazooka fatti a mano o altri dispositivi esplosivi per attaccare i sostenitori del Movimiento al Socialismo (MAS). Si ricorda che questa organizzazione ha eseguitoo la distruzione delle strutture dell’ufficio del procuratore generale boliviano nell’ottobre 2020. Nel marzo 2021, è stato emesso un mandato di arresto per il leader del RJC, Yassir Molina.
2. L’ammutinamento della polizia nel novembre 2019 ha chiesto il licenziamento del comandante del dipartimento di allora, e i ribelli hanno subito ricevuto il sostegno del RJC. Questo è stato un evento chiave nello scatenare la violenza.
3. Il rogo della Wiphala, la bandiera indigena e simbolo delle proteste a favore del governo di Evo Morales.
In riferimento alla RCJ, il GIEI-Bolivia ha avuto accesso a più di 20 video che provano che i membri della RCJ erano coinvolti in atti di violenza e discriminazione.
Questo includeva l’attacco di più di 300 persone alla sindaca della città di Vinto, María Patricia Arce Guzmán. La sindaca è stata picchiata con bastoni fino a perdere conoscenza, le sono state lanciate pietre, ha camminato a piedi nudi sui vetri e ha subito altre violenze.
Patricia Arce ha raccontato al GIEI-Bolivia che mentre veniva portata via con la forza “la polizia era lì”. La sua testimonianza coincide con il video a cui il GIEI ha avuto accesso, che mostra come, mentre la sindaca veniva aggredita, diversi agenti di polizia guardavano la scena senza prendere misure di protezione o di salvaguardia.
Sulla base di questi e altri fatti, il GIEI spiega che la polizia e le Forze Armate hanno mantenuto una condotta estranea ai loro principi istituzionali, a causa dell’omissione di alcuni attacchi e l’uso sproporzionato della forza e della repressione nelle operazioni, concludendo che ci sono state chiaramente violazioni dei diritti umani.
In questo contesto, una delle prime azioni attuate dal governo de facto di Jeanine Áñez è stata la promulgazione del Decreto Supremo 4078, che ha dato alle Forze Armate carta bianca per attaccare il popolo boliviano con totale impunità.
L’inchiesta somma anche gli eventi di La Paz, El Alto e altre città, che, a grandi linee, hanno tutti il comune denominatore di persone ferite e uccise nella violenza del colpo di Stato in Bolivia.
Dopo aver condotto un’indagine approfondita basata su materiali audiovisivi, testimonianze e analisi tecniche, è chiaro che il comportamento del personale di polizia, compreso il personale medico, è stato influenzato da criteri razziali, etnici e politici, così il GIEI-Bolivia ha indicato 11 conclusioni, tenendo conto che le manifestazioni erano basate su attacchi, saccheggi e incendi di strutture pubbliche.
Inoltre, bisogna notare che sono state condotte azioni discriminatorie contro le popolazioni indigene. Gli insulti e gli attacchi ai simboli dell’identità indigena lo dimostrano. Il gruppo di specialisti del GIEI aggiunge la sua preoccupazione per una particolarità di questi atti, e cioè che la maggior parte di essi erano diretti verso le donne indigene.
A grandi linee, le conclusioni dell’inchiesta sono le seguenti:
– Almeno 37 persone hanno perso la vita e centinaia sono state ferite, con la partecipazione della polizia e delle forze armate, che separatamente o in operazioni congiunte hanno usato la forza in modo sproporzionato.
– Il GIEI chiede giustizia per le vittime affinché il processo di ricomposizione sociale possa avvenire.
– Le proteste e i blocchi di strada sono stati effettuati sotto la guida di politici, non azioni spontanee.
– Il discorso politico ha assunto sfumature razziali, con un focus sulla discriminazione contro gli indigeni.
– Mancanza di fiducia nell’amministrazione della giustizia e nelle forze di sicurezza.
– È essenziale che si facciano progressi nelle indagini e nei processi giudiziari.
– Per il GIEI, la mobilitazione costante della società che cerca di influenzare l’apparato statale genera spesso conflitti tra gruppi.
Infine, il GIEI-Bolivia formula anche una lista di raccomandazioni riguardanti il prodotto investigativo. Come primo passo, sottolinea la necessità di attuare un piano di attenzione per le vittime. Segue una raccomandazione alla Procura della Repubblica di sviluppare una strategia investigativa che copra tutte le violazioni dei diritti umani.
Martedì 17 agosto, il presidente Luis Arce ha ricevuto il rapporto GIEI-Bolivia annunciando che il governo attuerà le raccomandazioni suggerite. Il presidente Arce ha sottolineato che il rapporto racconta l’autoproclamazione di Jeanine Áñez come presidentessa de facto della Bolivia e come questo ha scatenato una serie di azioni discriminatorie, rivelando la consumazione del colpo di Stato contro Evo Morales e la persecuzione del MAS.
Il presidente boliviano ha informato che il Decreto Supremo 4461, che ha dato l’amnistia alle persone coinvolte nella violenza, sarà presto abrogato per evitare tale impunità.
Fonte
In seguito a tale visita, la CIDH, insieme allo Stato Plurinazionale della Bolivia, ha creato il Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI-Bolivia) per svolgere le relative indagini sulle violazioni dei diritti umani avvenute in Bolivia tra il 1° settembre e il 31 dicembre 2019.
Il segretario esecutivo del GIEI-Bolivia è stato Jaime Vidal, che aveva una grande squadra tecnica di diverse nazionalità, coordinata da cinque diversi esperti nel campo dei diritti umani. Hanno fatto affidamento sulla raccolta di testimonianze delle vittime, delle persone coinvolte e dei testimoni degli eventi violenti.
Il rapporto si compone di otto capitoli; di seguito, una panoramica generale, il cui contesto e gli inizi sono trattati nel capitolo 2, prendendo in considerazione lo sciopero organizzato dal leader del colpo di Stato Luis Fernando Camacho, il ruolo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), le tensioni politiche, le dimissioni forzate dell’allora presidente Evo Morales e il consolidamento del colpo di Stato.
Dati chiave sui fatti di violenza
Il rapporto ha fornito una radiografia delle violazioni dei diritti umani in diverse aree della Bolivia. Per gli esperti, il dipartimento di Santa Cruz è stato il centro delle tensioni negli eventi in questione ed è stata anche la zona che ha sperimentato più violenza, con feriti e due morti il 30 ottobre 2019.
A Cochabamba, gli specialisti hanno indicato tre elementi di conflitto in questo territorio.
1. L’Organizzazione giovanile di resistenza Cochala (RJC) è catalogata nel rapporto come un gruppo d’assalto e le tattiche impiegate nelle manifestazioni del 2019 erano basate sull’uso di motociclette con bazooka fatti a mano o altri dispositivi esplosivi per attaccare i sostenitori del Movimiento al Socialismo (MAS). Si ricorda che questa organizzazione ha eseguitoo la distruzione delle strutture dell’ufficio del procuratore generale boliviano nell’ottobre 2020. Nel marzo 2021, è stato emesso un mandato di arresto per il leader del RJC, Yassir Molina.
2. L’ammutinamento della polizia nel novembre 2019 ha chiesto il licenziamento del comandante del dipartimento di allora, e i ribelli hanno subito ricevuto il sostegno del RJC. Questo è stato un evento chiave nello scatenare la violenza.
3. Il rogo della Wiphala, la bandiera indigena e simbolo delle proteste a favore del governo di Evo Morales.
In riferimento alla RCJ, il GIEI-Bolivia ha avuto accesso a più di 20 video che provano che i membri della RCJ erano coinvolti in atti di violenza e discriminazione.
Questo includeva l’attacco di più di 300 persone alla sindaca della città di Vinto, María Patricia Arce Guzmán. La sindaca è stata picchiata con bastoni fino a perdere conoscenza, le sono state lanciate pietre, ha camminato a piedi nudi sui vetri e ha subito altre violenze.
Patricia Arce ha raccontato al GIEI-Bolivia che mentre veniva portata via con la forza “la polizia era lì”. La sua testimonianza coincide con il video a cui il GIEI ha avuto accesso, che mostra come, mentre la sindaca veniva aggredita, diversi agenti di polizia guardavano la scena senza prendere misure di protezione o di salvaguardia.
Sulla base di questi e altri fatti, il GIEI spiega che la polizia e le Forze Armate hanno mantenuto una condotta estranea ai loro principi istituzionali, a causa dell’omissione di alcuni attacchi e l’uso sproporzionato della forza e della repressione nelle operazioni, concludendo che ci sono state chiaramente violazioni dei diritti umani.
In questo contesto, una delle prime azioni attuate dal governo de facto di Jeanine Áñez è stata la promulgazione del Decreto Supremo 4078, che ha dato alle Forze Armate carta bianca per attaccare il popolo boliviano con totale impunità.
L’inchiesta somma anche gli eventi di La Paz, El Alto e altre città, che, a grandi linee, hanno tutti il comune denominatore di persone ferite e uccise nella violenza del colpo di Stato in Bolivia.
Dopo aver condotto un’indagine approfondita basata su materiali audiovisivi, testimonianze e analisi tecniche, è chiaro che il comportamento del personale di polizia, compreso il personale medico, è stato influenzato da criteri razziali, etnici e politici, così il GIEI-Bolivia ha indicato 11 conclusioni, tenendo conto che le manifestazioni erano basate su attacchi, saccheggi e incendi di strutture pubbliche.
Inoltre, bisogna notare che sono state condotte azioni discriminatorie contro le popolazioni indigene. Gli insulti e gli attacchi ai simboli dell’identità indigena lo dimostrano. Il gruppo di specialisti del GIEI aggiunge la sua preoccupazione per una particolarità di questi atti, e cioè che la maggior parte di essi erano diretti verso le donne indigene.
A grandi linee, le conclusioni dell’inchiesta sono le seguenti:
– Almeno 37 persone hanno perso la vita e centinaia sono state ferite, con la partecipazione della polizia e delle forze armate, che separatamente o in operazioni congiunte hanno usato la forza in modo sproporzionato.
– Il GIEI chiede giustizia per le vittime affinché il processo di ricomposizione sociale possa avvenire.
– Le proteste e i blocchi di strada sono stati effettuati sotto la guida di politici, non azioni spontanee.
– Il discorso politico ha assunto sfumature razziali, con un focus sulla discriminazione contro gli indigeni.
– Mancanza di fiducia nell’amministrazione della giustizia e nelle forze di sicurezza.
– È essenziale che si facciano progressi nelle indagini e nei processi giudiziari.
– Per il GIEI, la mobilitazione costante della società che cerca di influenzare l’apparato statale genera spesso conflitti tra gruppi.
Infine, il GIEI-Bolivia formula anche una lista di raccomandazioni riguardanti il prodotto investigativo. Come primo passo, sottolinea la necessità di attuare un piano di attenzione per le vittime. Segue una raccomandazione alla Procura della Repubblica di sviluppare una strategia investigativa che copra tutte le violazioni dei diritti umani.
Martedì 17 agosto, il presidente Luis Arce ha ricevuto il rapporto GIEI-Bolivia annunciando che il governo attuerà le raccomandazioni suggerite. Il presidente Arce ha sottolineato che il rapporto racconta l’autoproclamazione di Jeanine Áñez come presidentessa de facto della Bolivia e come questo ha scatenato una serie di azioni discriminatorie, rivelando la consumazione del colpo di Stato contro Evo Morales e la persecuzione del MAS.
Il presidente boliviano ha informato che il Decreto Supremo 4461, che ha dato l’amnistia alle persone coinvolte nella violenza, sarà presto abrogato per evitare tale impunità.
Fonte
13/12/2020
Bolivia - Luis Arce abroga i decreti neoliberisti del governo golpista
Il presidente boliviano Luis Arce ha reso noto che il governo ha abrogato sette decreti supremi per abbattere l’impalcatura neoliberista creata dalla presidentessa de facto, Jeanine Áñez.
Il Ministero dell’Economia ha riferito che questi decreti “mancano di supporto tecnico e finanziario e sono destinati a favorire le grandi imprese”, mettendo a rischio la stabilità del Paese. Un mese dopo il suo insediamento, Arce cerca di far uscire la Bolivia da una profonda recessione economica tornando al modello di successo dell’ex presidente Evo Morales.
Con questo obiettivo in mente, la Camera dei deputati ha approvato la tassa sui grandi patrimoni. Nel frattempo, il governo ha iniziato a pagare il cosiddetto “Bono Contra el Hambre” (Bonus contro la fame) questo mese.
“Senza dubbio, Arce sta mantenendo molte promesse elettorali focalizzate sulla sfera strutturale: la crisi economica e le tasche malconce del popolo boliviano”, ha detto Gabriel Villalba, direttore del Centro de Estudios Geopolíticos de Bolivia, in un’intervista a Página12.
La necessità di una profonda riforma sta emergendo nell’orizzonte giudiziario, mentre l’arrivo di una missione della Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) cerca di scoperchiare la cappa della repressione sulle proteste che hanno causato più di 30 morti dopo il colpo di Stato.
“Stiamo smantellando l’impalcatura del modello neoliberista instauratosi nel novembre 2019”, ha detto Luis Arce sul suo account Twitter, dando notizia degli accordi raggiunti nella riunione di gabinetto di mercoledì. Con la scusa di combattere il Coronavirus, il governo ad intermi di Jeanine Áñez aveva approvato decine di decreti durante l’emergenza sanitaria.
I sette decreti supremi che sono stati abrogati giovedì hanno facilitato i contratti privati all’interno del sistema sanitario, aumentato il sostegno alle grandi imprese per soddisfare i loro obblighi sociali e stabilito estensioni e agevolazioni per il pagamento delle tasse per gli esportatori. In breve, l’attuale governo ritiene che l’insieme di risoluzioni non fosse rivolta ai settori più vulnerabili del Paese: al contrario, ha portato ad un aumento della povertà e della disoccupazione.
Il presidente della Bolivia ha anche applaudito l’approvazione delle leggi per il rimborso dell’IVA ai lavoratori a basso reddito e la tassa prevista sui grandi patrimoni. “Accogliamo con favore il fatto che la Camera dei deputati abbia approvato due importanti progetti di legge volti a riattivare l’economia”, ha detto Arce, che si è insediato l’8 novembre dopo aver stravinto le elezioni di ottobre.
Nelle prime ore del mattino di giovedì, una parte della Camera si è opposta al progetto di Ley del Impuesto a las Grandes Fortunas. Il documento stabilisce un tributo sulle grandi ricchezze in tutto il territorio dello Stato Plurinazionale della Bolivia, che sarà applicato ai patrimoni accumulati di oltre 30 milioni di pesos boliviani delle persone fisiche (poco più di quattro milioni di dollari).
Il progetto andrà ora al Senato, che vede una maggioranza del MAS.
“Il sistema fiscale ha la possibilità di essere più progressista. Significa che chi ha di più dovrebbe contribuire maggiormente al Paese. In altre parti del mondo, i milionari chiedono alle autorità fiscali di aumentare le loro tasse perché sanno che la società è una questione sistemica e sinergica”, ha detto il ministro dell’Economia Marcelo Montenegro dopo il voto al Congresso.
“Ricostruiremo il modello economico che è un modello basato sull’attività produttiva del Paese”, ha detto Montenegro in una conferenza con i giornalisti. “L’economia boliviana è stata la prima a crescere nella regione. Un’impalcatura economica che sta cercando di ricostruirsi dopo la cesura neoliberista avvenuta in Bolivia per undici mesi”, ha dichiarato nella stessa ottica l’avvocato e politologo Gabriel Villalba.
Naturalmente, per sviluppare questo modello, che è stato virtuoso nelle mani di Luis Arce quando era al Dipartimento di Economia, è necessario innanzitutto occuparsi delle priorità. Per questo motivo il governo boliviano ha iniziato a pagare il “Bono contra el Hambre” (Bonus contro la fame) qualche giorno fa.
Durante la campagna, Arce aveva promesso il pagamento di questo bonus di mille boliviani (circa 144 dollari) come meccanismo per riattivare la domanda interna. Secondo Villalba, questo dimostra che “la strategia elettorale del MAS si sta realizzando ed è per questo che il governo ha un’alta percentuale di approvazione tra la popolazione”.
Oltre a denunciare il disordine economico e sociale lasciato dal regime di Áñez, il cambio di governo ha rivelato diverse irregolarità nel sistema giudiziario. Una valanga di procedimenti giudiziari avviati dal governo de facto contro i leader del MAS sono già stati respinti a causa di vizi procedurali.
Intanto, altri casi rimasti paralizzati per undici mesi, come quelli dei massacri di Sacaba e Senkata, cominciano lentamente a riattivarsi.
Per andare più a fondo, il Ministero della Giustizia guidato da Ivan Lima ha convocato un gruppo di esperti in diversi settori del diritto per affrontare la riforma giudiziaria. Lima ha detto che il cambiamento del sistema giudiziario si realizzerà “contro ogni contrasto e contro chiunque vi si opponga”, tuttavia “cercando l’unità”.
Gli analisti boliviani consultati si sono trovati d’accordo sui progressi compiuti dal governo di Luis Arce appena un mese dopo la sua inaugurazione. “Questo mese è più sociale che economico nella sua agenda, perché in primo luogo c’è la questione della riforma della giustizia e in secondo luogo il Bono contra el Hambre che ha a che fare con la ridistribuzione delle risorse”, ha detto il politologo Marcelo Arequipa, che ha anche evidenziato un nuovo elemento di questo processo.
“Per la prima volta nella storia politica di questo paese, le funzioni sono divise. Una cosa è l’amministrazione del potere politico e un’altra è l’amministrazione dell’organizzazione politica, cioè il MAS. Nella prima funzione ci sono Luis Arce e David Choquehuanca e nella seconda Evo Morales”, ha detto Arequipa.
Per il suo collega Gabriel Villalba, il bilancio di questo mese è “positivo, anche se con molte sfide”. Villalba ha descritto il nuovo gabinetto come “qualcosa che sta emergendo”, poiché “ha il ruolo di preparare la strada per il prossimo gabinetto che entrerà in carica il 22 gennaio”.
In quella data, la Bolivia celebra la Giornata dello Stato Plurinazionale, dove viene nominato il gabinetto che accompagnerà il Presidente per un anno. “Forse molti degli attuali ministri rimarranno e altri no; non sarà una crisi di gabinetto, ma un’articolazione storica”, ha aggiunto Villalba.
Fonte
Il Ministero dell’Economia ha riferito che questi decreti “mancano di supporto tecnico e finanziario e sono destinati a favorire le grandi imprese”, mettendo a rischio la stabilità del Paese. Un mese dopo il suo insediamento, Arce cerca di far uscire la Bolivia da una profonda recessione economica tornando al modello di successo dell’ex presidente Evo Morales.
Con questo obiettivo in mente, la Camera dei deputati ha approvato la tassa sui grandi patrimoni. Nel frattempo, il governo ha iniziato a pagare il cosiddetto “Bono Contra el Hambre” (Bonus contro la fame) questo mese.
“Senza dubbio, Arce sta mantenendo molte promesse elettorali focalizzate sulla sfera strutturale: la crisi economica e le tasche malconce del popolo boliviano”, ha detto Gabriel Villalba, direttore del Centro de Estudios Geopolíticos de Bolivia, in un’intervista a Página12.
La necessità di una profonda riforma sta emergendo nell’orizzonte giudiziario, mentre l’arrivo di una missione della Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) cerca di scoperchiare la cappa della repressione sulle proteste che hanno causato più di 30 morti dopo il colpo di Stato.
“Stiamo smantellando l’impalcatura del modello neoliberista instauratosi nel novembre 2019”, ha detto Luis Arce sul suo account Twitter, dando notizia degli accordi raggiunti nella riunione di gabinetto di mercoledì. Con la scusa di combattere il Coronavirus, il governo ad intermi di Jeanine Áñez aveva approvato decine di decreti durante l’emergenza sanitaria.
I sette decreti supremi che sono stati abrogati giovedì hanno facilitato i contratti privati all’interno del sistema sanitario, aumentato il sostegno alle grandi imprese per soddisfare i loro obblighi sociali e stabilito estensioni e agevolazioni per il pagamento delle tasse per gli esportatori. In breve, l’attuale governo ritiene che l’insieme di risoluzioni non fosse rivolta ai settori più vulnerabili del Paese: al contrario, ha portato ad un aumento della povertà e della disoccupazione.
Il presidente della Bolivia ha anche applaudito l’approvazione delle leggi per il rimborso dell’IVA ai lavoratori a basso reddito e la tassa prevista sui grandi patrimoni. “Accogliamo con favore il fatto che la Camera dei deputati abbia approvato due importanti progetti di legge volti a riattivare l’economia”, ha detto Arce, che si è insediato l’8 novembre dopo aver stravinto le elezioni di ottobre.
Nelle prime ore del mattino di giovedì, una parte della Camera si è opposta al progetto di Ley del Impuesto a las Grandes Fortunas. Il documento stabilisce un tributo sulle grandi ricchezze in tutto il territorio dello Stato Plurinazionale della Bolivia, che sarà applicato ai patrimoni accumulati di oltre 30 milioni di pesos boliviani delle persone fisiche (poco più di quattro milioni di dollari).
Il progetto andrà ora al Senato, che vede una maggioranza del MAS.
“Il sistema fiscale ha la possibilità di essere più progressista. Significa che chi ha di più dovrebbe contribuire maggiormente al Paese. In altre parti del mondo, i milionari chiedono alle autorità fiscali di aumentare le loro tasse perché sanno che la società è una questione sistemica e sinergica”, ha detto il ministro dell’Economia Marcelo Montenegro dopo il voto al Congresso.
“Ricostruiremo il modello economico che è un modello basato sull’attività produttiva del Paese”, ha detto Montenegro in una conferenza con i giornalisti. “L’economia boliviana è stata la prima a crescere nella regione. Un’impalcatura economica che sta cercando di ricostruirsi dopo la cesura neoliberista avvenuta in Bolivia per undici mesi”, ha dichiarato nella stessa ottica l’avvocato e politologo Gabriel Villalba.
Naturalmente, per sviluppare questo modello, che è stato virtuoso nelle mani di Luis Arce quando era al Dipartimento di Economia, è necessario innanzitutto occuparsi delle priorità. Per questo motivo il governo boliviano ha iniziato a pagare il “Bono contra el Hambre” (Bonus contro la fame) qualche giorno fa.
Durante la campagna, Arce aveva promesso il pagamento di questo bonus di mille boliviani (circa 144 dollari) come meccanismo per riattivare la domanda interna. Secondo Villalba, questo dimostra che “la strategia elettorale del MAS si sta realizzando ed è per questo che il governo ha un’alta percentuale di approvazione tra la popolazione”.
Oltre a denunciare il disordine economico e sociale lasciato dal regime di Áñez, il cambio di governo ha rivelato diverse irregolarità nel sistema giudiziario. Una valanga di procedimenti giudiziari avviati dal governo de facto contro i leader del MAS sono già stati respinti a causa di vizi procedurali.
Intanto, altri casi rimasti paralizzati per undici mesi, come quelli dei massacri di Sacaba e Senkata, cominciano lentamente a riattivarsi.
Per andare più a fondo, il Ministero della Giustizia guidato da Ivan Lima ha convocato un gruppo di esperti in diversi settori del diritto per affrontare la riforma giudiziaria. Lima ha detto che il cambiamento del sistema giudiziario si realizzerà “contro ogni contrasto e contro chiunque vi si opponga”, tuttavia “cercando l’unità”.
Gli analisti boliviani consultati si sono trovati d’accordo sui progressi compiuti dal governo di Luis Arce appena un mese dopo la sua inaugurazione. “Questo mese è più sociale che economico nella sua agenda, perché in primo luogo c’è la questione della riforma della giustizia e in secondo luogo il Bono contra el Hambre che ha a che fare con la ridistribuzione delle risorse”, ha detto il politologo Marcelo Arequipa, che ha anche evidenziato un nuovo elemento di questo processo.
“Per la prima volta nella storia politica di questo paese, le funzioni sono divise. Una cosa è l’amministrazione del potere politico e un’altra è l’amministrazione dell’organizzazione politica, cioè il MAS. Nella prima funzione ci sono Luis Arce e David Choquehuanca e nella seconda Evo Morales”, ha detto Arequipa.
Per il suo collega Gabriel Villalba, il bilancio di questo mese è “positivo, anche se con molte sfide”. Villalba ha descritto il nuovo gabinetto come “qualcosa che sta emergendo”, poiché “ha il ruolo di preparare la strada per il prossimo gabinetto che entrerà in carica il 22 gennaio”.
In quella data, la Bolivia celebra la Giornata dello Stato Plurinazionale, dove viene nominato il gabinetto che accompagnerà il Presidente per un anno. “Forse molti degli attuali ministri rimarranno e altri no; non sarà una crisi di gabinetto, ma un’articolazione storica”, ha aggiunto Villalba.
Fonte
06/11/2020
Bolivia - Fallito attentato dinamitardo contro il neopresidente Luis Arce
Il portavoce del Movimento per il Socialismo (MAS), Sebastián Michel, ha denunciato questa notte in diretta tv un attentato contro il neo presidente eletto Luis Arce quando della dinamite è esplosa dove il presidente ed il suo gruppo politico, nel quartiere Sopocachi della capitale boliviana, stavano svolgendo una riunione.
Secondo il portavoce, l’attacco è stato perpetrato da un gruppo di persone che hanno fatto esplodere un dispositivo con la dinamite mentre era in corso un incontro a cui partecipava il presidente eletto Luis Arce nella casa della campagna elettorale, secondo un comunicato stampa del partito socialista.
“Pochi minuti fa siamo stati vittime di un attacco da parte di un gruppo che ha lasciato un involucro con dinamite nell’edificio sede della campagna elettorale dove si trovava il nostro presidente eletto Luis Arce. Siamo molto preoccupati per ciò che sta accadendo“, ha detto il rappresentante in un’intervista a Televisión Universitaria e Red Uno.
Sebastián Michel si è rammaricato che le autorità preposte alla sicurezza del Paese non si pronuncino sulla questione e non forniscano la necessaria sicurezza e ancor di più a un’autorità eletta dalla maggioranza del popolo boliviano con oltre il 55% dei voti.
“Non abbiamo visto nessuna dichiarazione sul tema del ministro del Governo Arturo Murillo, quindi ci sentiamo in balia di noi stessi, totalmente indifesi e nessuno ci dà le garanzie necessarie per la sicurezza delle nostre autorità”, ha aggiunto.
Il rappresentante del MAS ha sottolineato che l’attacco si inserisce nel clima di violenza promosso dai settori della destra dopo la vittoria elettorale di Luis Arce che loro non intendono riconoscere.
L’atto ufficiale della investitura è previsto per domenica 8 novembre, che dovrebbe porre fine a quasi un anno di dittatura de facto guidata dalla autoproclamata Jeanine Áñez.
Nel link il video della dichiarazione in tv.
Fonte
Secondo il portavoce, l’attacco è stato perpetrato da un gruppo di persone che hanno fatto esplodere un dispositivo con la dinamite mentre era in corso un incontro a cui partecipava il presidente eletto Luis Arce nella casa della campagna elettorale, secondo un comunicato stampa del partito socialista.
“Pochi minuti fa siamo stati vittime di un attacco da parte di un gruppo che ha lasciato un involucro con dinamite nell’edificio sede della campagna elettorale dove si trovava il nostro presidente eletto Luis Arce. Siamo molto preoccupati per ciò che sta accadendo“, ha detto il rappresentante in un’intervista a Televisión Universitaria e Red Uno.
Sebastián Michel si è rammaricato che le autorità preposte alla sicurezza del Paese non si pronuncino sulla questione e non forniscano la necessaria sicurezza e ancor di più a un’autorità eletta dalla maggioranza del popolo boliviano con oltre il 55% dei voti.
“Non abbiamo visto nessuna dichiarazione sul tema del ministro del Governo Arturo Murillo, quindi ci sentiamo in balia di noi stessi, totalmente indifesi e nessuno ci dà le garanzie necessarie per la sicurezza delle nostre autorità”, ha aggiunto.
Il rappresentante del MAS ha sottolineato che l’attacco si inserisce nel clima di violenza promosso dai settori della destra dopo la vittoria elettorale di Luis Arce che loro non intendono riconoscere.
L’atto ufficiale della investitura è previsto per domenica 8 novembre, che dovrebbe porre fine a quasi un anno di dittatura de facto guidata dalla autoproclamata Jeanine Áñez.
Nel link il video della dichiarazione in tv.
Fonte
Bolivia - I fascisti si sono accorti di aver perso le elezioni e non ci vogliono stare
Le elezioni in Bolivia si sono concluse oramai da più di due settimane, certificando la indiscussa vittoria del Movimento al Socialismo, ma ancora c’è qualcuno che insinua possibili brogli e frodi nella celebrazione delle consultazioni nonostante il Tribunale Superiore Elettorale ne abbia certificato la legittimità e la trasparenza.
Lunedì alcuni gruppi minoritari della destra più estrema si sono ritrovati a Cochabamba e Santa Cruz per denunciare i brogli che, secondo loro, si sarebbero avuti durante lo svolgimento delle elezioni. Hanno preteso l’annullamento delle consultazioni in quanto sarebbero state viziate da frodi ed imbrogli e l’insediamento di un governo militare di transizione che porti il paese a nuove elezioni.
Da parte sua Salvador Romero, presidente del Tribunale Superiore Elettorale, ha escluso ogni possibile riconteggio o ripetizione delle elezioni ed ha affermato che “È di fatto escluso (un audit) perché il processo elettorale si è concluso con la consegna del conteggio dei voti, e con la consegna delle credenziali al vincitore”. Il funzionario ha inoltre spiegato che le missioni internazionali che sono venute a controllare lo svolgimento delle elezioni hanno dato la loro approvazione ai risultati. “Se non fossero certi che ciò che è accaduto il 18 ottobre in Bolivia non fosse corretto e pulito, le missioni di osservazione internazionale non avrebbero pronunciato con chiarezza e fermezza la regolarità delle elezioni”, ha sottolineato Romero.
Il giorno delle elezioni erano presenti rappresentanti di varie organizzazioni internazionali per controllare la regolarità delle elezioni tra cui una delegazione dell’Unione Europea, dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), dell’Unione Interamericana delle Organizzazioni Elettorali (Uniore) e del Carter Center. Le organizzazioni di estrema destra, tra cui il Comitato Pro Santa Cruz e l’Unione Giovanile Crucenista, hanno indetto uno sciopero generale per giovedì e venerdì per protestare contro la decisione del TSE di validare le elezioni. Il Comitato Pro Santa Cruz ha inoltre presentato un ricorso presso la Terza Camera Costituzionale della Corte di Giustizia di Santa Cruz con le presunte prove dei brogli, l’udienza è stata fissata per il 10 novembre, due giorni dopo l’insediamento del nuovo governo di Luis Arce.
Fonte
Da parte sua Salvador Romero, presidente del Tribunale Superiore Elettorale, ha escluso ogni possibile riconteggio o ripetizione delle elezioni ed ha affermato che “È di fatto escluso (un audit) perché il processo elettorale si è concluso con la consegna del conteggio dei voti, e con la consegna delle credenziali al vincitore”. Il funzionario ha inoltre spiegato che le missioni internazionali che sono venute a controllare lo svolgimento delle elezioni hanno dato la loro approvazione ai risultati. “Se non fossero certi che ciò che è accaduto il 18 ottobre in Bolivia non fosse corretto e pulito, le missioni di osservazione internazionale non avrebbero pronunciato con chiarezza e fermezza la regolarità delle elezioni”, ha sottolineato Romero.
Il giorno delle elezioni erano presenti rappresentanti di varie organizzazioni internazionali per controllare la regolarità delle elezioni tra cui una delegazione dell’Unione Europea, dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), dell’Unione Interamericana delle Organizzazioni Elettorali (Uniore) e del Carter Center. Le organizzazioni di estrema destra, tra cui il Comitato Pro Santa Cruz e l’Unione Giovanile Crucenista, hanno indetto uno sciopero generale per giovedì e venerdì per protestare contro la decisione del TSE di validare le elezioni. Il Comitato Pro Santa Cruz ha inoltre presentato un ricorso presso la Terza Camera Costituzionale della Corte di Giustizia di Santa Cruz con le presunte prove dei brogli, l’udienza è stata fissata per il 10 novembre, due giorni dopo l’insediamento del nuovo governo di Luis Arce.
Fonte
24/10/2020
Bolivia - Il ritorno della sinistra che lotta
di Atilio Boron
La clamorosa vittoria del MAS alle elezioni presidenziali boliviane ha confermato il radicamento sociale dell’organizzazione politica dei popoli boliviani.
I numeri hanno colto di sorpresa anche gli analisti più rigorosi: i sondaggi condotti da quattro delle cinque società di consulenza più rinomate della Bolivia avevano previsto per il binomio del MAS un voto che si aggirava intorno al 45 per cento e a circa il 34 per cento per il suo sfidante più vicino, Carlos Mesa.
In altre parole, gli elettori dell’“evismo” hanno nascosto la loro intenzione di voto, allo stesso tempo è stata sopravvalutata la reale base di appoggio di Comunidad Ciudadana.
La vittoria è stata molto più ampia del previsto, come hanno assicurato le due agenzie autorizzate dal governo per gli exit poll: CIESMORI e Jubileo. Entrambe assegnano alla coppia Arce-Choquehuanca una percentuale di circa il 52% dei voti e a Mesa-Pedraza solo il 31%.
Alcuni osservatori si spingono a ritenere che il risultato finale sarà di circa il 55%. Nelle prime ore del mattino, un tweet della dittatrice Jeannine Añez diceva che “in base ai dati che abbiamo, il signor Arce e il signor Choquehuanca hanno vinto le elezioni. Mi congratulo con i vincitori e chiedo loro di governare pensando alla Bolivia e alla democrazia”. (In altre parole, governare come lei non ha fatto). A mezzogiorno Carlos Mesa ha riconosciuto il trionfo del MAS.
Ancora non sono stati pubblicati i conteggi ufficiali dei 35.000 seggi e sarebbe un’ingenuità pensare che il nemico imperialista e i suoi alleati della destra razzista si inchineranno rispettosamente al verdetto delle urne.
È difficile (ma non impossibile) che ci possano essere sorprese o manovre dell’ultimo minuto per neutralizzare la volontà del popolo boliviano. Se la differenza fosse stata minore, diciamo di dodici o tredici punti, sicuramente i banditi agli ordini di Luis Almagro[1] avrebbero ripetuto quello che hanno fatto appena un anno fa usurpando l’elezione; ma con una differenza di venti punti o più la manovra sarebbe stata vanificata dalla sua stessa intollerabile oscenità.
In ogni caso, è solo mercoledì che le cifre ufficiali verranno rilasciate e allora sapremo quale sarà la prossima mossa della destra.
Le elezioni hanno dimostrato che il MAS è l’unica forza sociale esistente in tutta la Bolivia. Carlos Mesa ha dimostrato di essere un marchio elettorale, un’accozzaglia di gruppi che avevano in comune solo l’odio per Evo e per ciò che rappresenta.
E Luis Fernado Camacho è il leader di un’importante forza sociale la cui roccaforte è Santa Cruz de la Sierra. Ma al di fuori di quel dipartimento – che equivale a un terzo del territorio nazionale – il suo peso è molto relativo.
Costruire una destra con solide basi a livello nazionale è un compito arduo, che in Bolivia, anche con la violenza terroristica della sua dittatura, la complicità di giudici e pubblici ministeri e il sostegno della fogna mediatica al servizio dell’impero, si è rivelata una missione destinata al fallimento.
La profonda crisi politica nella quale si trovano gli Stati Uniti alla vigilia di una complicata elezione presidenziale ha tolto protagonismo a ‘“l’ambasciata” e limitato il suo raggio d’azione. E la destra locale – in Bolivia come in Argentina e in tutta l’America Latina – senza la guida, i soldi e le risorse mediatiche e legali che Washington gestisce, può fare ben poco.
Le centrali strategiche della destra hanno un’agenda di dimensioni globali (si vedano, ad esempio, le manifestazioni e gli slogan degli “antiquarantena” e degli “antinfezione” nei paesi più diversi) e lavorano per impedire la stabilizzazione dei governi progressisti o la nascita di uno dello stesso segno politico. Certo, la storia è capricciosa e ama sorprendere.
Chi oserebbe scartare l’idea che nel cuore del Sud America, che è la Bolivia, il sole è appena sorto, e i suoi raggi illumineranno le prossime elezioni in Cile, Brasile, Paraguay, Venezuela e le elezioni presidenziali in Ecuador, nel febbraio 2021? Forse, senza rendercene conto, stiamo assistendo a una svolta storica impensabile fino a qualche settimana fa.
Note:
1 Segretario Generale dell’ O.S.A Organizzazione degli Stati Americani, definita da Fidel Castro il ministero delle colonie, riferendosi ad un organismo sotto il completo controllo degli Stati Uniti. (n.d.t.)
Fonte
La clamorosa vittoria del MAS alle elezioni presidenziali boliviane ha confermato il radicamento sociale dell’organizzazione politica dei popoli boliviani.
I numeri hanno colto di sorpresa anche gli analisti più rigorosi: i sondaggi condotti da quattro delle cinque società di consulenza più rinomate della Bolivia avevano previsto per il binomio del MAS un voto che si aggirava intorno al 45 per cento e a circa il 34 per cento per il suo sfidante più vicino, Carlos Mesa.
In altre parole, gli elettori dell’“evismo” hanno nascosto la loro intenzione di voto, allo stesso tempo è stata sopravvalutata la reale base di appoggio di Comunidad Ciudadana.
La vittoria è stata molto più ampia del previsto, come hanno assicurato le due agenzie autorizzate dal governo per gli exit poll: CIESMORI e Jubileo. Entrambe assegnano alla coppia Arce-Choquehuanca una percentuale di circa il 52% dei voti e a Mesa-Pedraza solo il 31%.
Alcuni osservatori si spingono a ritenere che il risultato finale sarà di circa il 55%. Nelle prime ore del mattino, un tweet della dittatrice Jeannine Añez diceva che “in base ai dati che abbiamo, il signor Arce e il signor Choquehuanca hanno vinto le elezioni. Mi congratulo con i vincitori e chiedo loro di governare pensando alla Bolivia e alla democrazia”. (In altre parole, governare come lei non ha fatto). A mezzogiorno Carlos Mesa ha riconosciuto il trionfo del MAS.
Ancora non sono stati pubblicati i conteggi ufficiali dei 35.000 seggi e sarebbe un’ingenuità pensare che il nemico imperialista e i suoi alleati della destra razzista si inchineranno rispettosamente al verdetto delle urne.
È difficile (ma non impossibile) che ci possano essere sorprese o manovre dell’ultimo minuto per neutralizzare la volontà del popolo boliviano. Se la differenza fosse stata minore, diciamo di dodici o tredici punti, sicuramente i banditi agli ordini di Luis Almagro[1] avrebbero ripetuto quello che hanno fatto appena un anno fa usurpando l’elezione; ma con una differenza di venti punti o più la manovra sarebbe stata vanificata dalla sua stessa intollerabile oscenità.
In ogni caso, è solo mercoledì che le cifre ufficiali verranno rilasciate e allora sapremo quale sarà la prossima mossa della destra.
Le elezioni hanno dimostrato che il MAS è l’unica forza sociale esistente in tutta la Bolivia. Carlos Mesa ha dimostrato di essere un marchio elettorale, un’accozzaglia di gruppi che avevano in comune solo l’odio per Evo e per ciò che rappresenta.
E Luis Fernado Camacho è il leader di un’importante forza sociale la cui roccaforte è Santa Cruz de la Sierra. Ma al di fuori di quel dipartimento – che equivale a un terzo del territorio nazionale – il suo peso è molto relativo.
Costruire una destra con solide basi a livello nazionale è un compito arduo, che in Bolivia, anche con la violenza terroristica della sua dittatura, la complicità di giudici e pubblici ministeri e il sostegno della fogna mediatica al servizio dell’impero, si è rivelata una missione destinata al fallimento.
La profonda crisi politica nella quale si trovano gli Stati Uniti alla vigilia di una complicata elezione presidenziale ha tolto protagonismo a ‘“l’ambasciata” e limitato il suo raggio d’azione. E la destra locale – in Bolivia come in Argentina e in tutta l’America Latina – senza la guida, i soldi e le risorse mediatiche e legali che Washington gestisce, può fare ben poco.
Le centrali strategiche della destra hanno un’agenda di dimensioni globali (si vedano, ad esempio, le manifestazioni e gli slogan degli “antiquarantena” e degli “antinfezione” nei paesi più diversi) e lavorano per impedire la stabilizzazione dei governi progressisti o la nascita di uno dello stesso segno politico. Certo, la storia è capricciosa e ama sorprendere.
Chi oserebbe scartare l’idea che nel cuore del Sud America, che è la Bolivia, il sole è appena sorto, e i suoi raggi illumineranno le prossime elezioni in Cile, Brasile, Paraguay, Venezuela e le elezioni presidenziali in Ecuador, nel febbraio 2021? Forse, senza rendercene conto, stiamo assistendo a una svolta storica impensabile fino a qualche settimana fa.
Note:
1 Segretario Generale dell’ O.S.A Organizzazione degli Stati Americani, definita da Fidel Castro il ministero delle colonie, riferendosi ad un organismo sotto il completo controllo degli Stati Uniti. (n.d.t.)
Fonte
20/10/2020
Bolivia - Torna la democrazia
Luis Arce, ex ministro delle Finanze del governo di Evo Morales e candidato del MAS - Movimento al Socialismo - è il nuovo Presidente dello Stato plurinazionale di Bolivia. Con una vittoria contundente, che porta il suo schieramento alla maggioranza assoluta, Luis Arce riconsegna alla Bolivia ciò che venne scippato nell’Ottobre 2019 a Evo Morales, ovvero la democrazia. La distanza tra il MAS e la destra è tale che a leggerla si rischiano le vertigini. Escono con percentuali decisamente inferiori alle aspettative il candidato degli USA, delle banche e dei bianchi, l’ex presidente Carlos Mesa (31,5%) e quello dei proprietari terrieri, Luis Fernando Camacho (14,1%), che aveva guidato il golpe da SantaCruz. Non a caso la presidente usurpatrice, Janine Anez, ha riconosciuto per prima la vittoria di Luis Arce invitandolo a “pensare alla democrazia e alla Bolivia”. Il che, detto da una golpista, suona come ironia involontaria.
L’esito delle elezioni boliviane disegna uno scenario complesso per gli Stati Uniti, la proporzione dei risultati rende infatti difficilissimo eseguire i piani ai quali hanno lavorato per mesi di concerto con l’OEA e i golpisti boliviani, tanto quelli legati a Mesa come le squadracce di Camacho. Piani che prevedevano una frode elettorale come primo step per impedire la vittoria del MAS al primo turno e poi, eventualmente, un nuovo colpo di stato, nel caso le proteste per la frode avessero raggiunto dimensioni preoccupanti.
Ma, appunto, l’ipotesi golpista prevedeva uno scarto elettorale ampio ma non abissale come quello che si è verificato. Riteneva possibile, infatti, forzare la mano con operazioni di brogli condotte in prima persona dalla polizia (sequestro di urne e schede elettorali favorevoli a Luis Arce sarebbero andati a finire nelle fogne) capaci di spostare un 5-10% di voti, così da delineare un esito finale del primo turno che vedesse il MAS sotto al 40% e Mesa intorno al 38. In questo modo l’accesso al secondo turno (non previsto dalla legge elettorale solo se la differenza tra il primo e il secondo candidato è di almeno 10 punti al primo turno ndr) sarebbe stato inevitabile e l’alleanza tra i diversi segmenti della destra golpista e la piccola e media borghesia nelle grandi città avrebbe potuto efficacemente contrastare il MAS. E ipotizzando che il MAS si trovasse in vantaggio anche al secondo turno, i brogli avrebbero “aggiustato” la differenza e proclamato la vittoria di Mesa.
Non a caso la Bolivia è stata praticamente militarizzata e le minacce e le ostilità contro gli osservatori elettorali invitati dal MAS volevano indicare il clima da vigilia golpista ed un messaggio all’estero.
Ma gli exit-poll che indicano questa distanza così ampia tra la sinistra e la destra non consentono - a meno di non voler sfidare la comunità internazionale oltre che la Bolivia - di procedere con la forza verso il golpe. Farlo significherebbe indicare al mondo intero che l’America Latina nelle mani del trumpismo è tornata agli anni ’70, con i militari che sequestrano paesi e democrazia su ordine degli Stati Uniti e con l’appoggio della OEA. Il discredito generale verso USA e OEA, prima che verso i latifondisti boliviani, rischierebbe di determinare un contraccolpo politico e d’immagine fatale per la pace in Bolivia e nell’intero subcontinente.
La questione, infatti, è la seguente e travalica decisamente i confini boliviani: ha valore la democrazia formale che s’insedia nel rispetto della volontà degli elettori oppure governare o no dipende solo dal volere degli Stati Uniti? La consapevolezza di un sistema che consente solo il risultato che vuole Washington e che schiaccia con le armi ogni altra ipotesi, oltre a vedere la netta opposizione degli organismi multilaterali internazionali, priverebbe il golpismo latinoamericano e gli stessi USA di ogni rispetto e credibilità internazionale, ridurrebbe la OEA e il Gruppo di Lima a pagliacci del circo golpista e vedrebbe il possibile ritorno alle armi di diverse realtà continentali quale unica scelta possibile, non tanto per il socialismo quanto per difendere quella stessa democrazia con cui USA e alleati si sciacquano la bocca quotidianamente. Tutti elementi che in generale vanno ben ponderati e, in particolare, alla vigilia di una elezione statunitense dove il riverbero di un nuovo golpe e nuove stragi non aiuterebbe certo il tycoon.
Nelle proporzioni della vittoria della sinistra c’è non solo l’adesione ideologica e programmatica al programma di "Lucho" e il riconoscimento delle politiche di sviluppo della Bolivia realizzate nei due mandati di Evo Morales; c’è anche il rifiuto di un golpe infame che meno di un anno fa ha scippato la democrazia al Paese, il rifiuto della violenza poliziesca e del tradimento costituzionale da parte dei vertici militari e delle forze di sicurezza, il malgoverno della signora Anez che ha ritenuto di caratterizzare in senso razzista e classista la sua presidenza usurpatrice.
È insomma, quello boliviano, un voto a difesa della democrazia - sia nella sua versione formale che in quella sostanziale - che dalle montagne è scesa a dettare il nuovo corso all’intera nazione. I prossimi giorni diranno se e come pensa di reagire a questo sganassone democratico impartitogli l’oligarchia terriera e cosa ordineranno i suoi padroni, gli USA. Se disporranno di lasciare libertà di azione alla borghesia ricca e bianca per innescare una rivolta che costringa il nuovo Presidente a trattare, mettendolo in uno stato di precarietà politica o se invece, considerando il quadro internazionale, terranno museruola e guinzaglio alle squadracce dei latifondisti per evitare guai peggiori per la Casa Bianca alla vigilia del voto.
La Bolivia riprende dunque il cammino del suo sviluppo e alla riconquista della sua identità democratica e socialista. Ma il 2019 ha insegnato che attendersi un ritorno pieno della democrazia grazie al risultato elettorale sarebbe una ingenuità che potrebbe rivelarsi fatale. Se non ora, fermati dalla congiuntura internazionale, tra qualche mese le pulsioni razziste e classiste dell’oligarchia bianca potrebbero tornare a farsi sentire, a maggior ragione se Trump dovesse essere confermato alla Casa Bianca.
Dunque, sebbene la vittoria di Luis Arce apre la strada ad una nuova stagione politica, essa non potrà che cominciare dalla immediata destituzione dei vertici militari ed istituzionali che sono stati protagonisti del golpe. Pericolosi ed inaffidabili, pronti a ripetere quanto già fatto, vanno resi innocui il prima possibile. Non vi possono essere tentennamenti sotto questo aspetto, la sanificazione democratica non può divenire un elemento dell’agenda politica di medio e lungo termine. Devono invece rappresentare l’atto di inizio, premessa e indicazione futura di una Bolivia che sa guardare negli occhi il suo popolo, riprendersi la sua sovranità e cacciare senza complimenti i suoi traditori.
Fonte
L’esito delle elezioni boliviane disegna uno scenario complesso per gli Stati Uniti, la proporzione dei risultati rende infatti difficilissimo eseguire i piani ai quali hanno lavorato per mesi di concerto con l’OEA e i golpisti boliviani, tanto quelli legati a Mesa come le squadracce di Camacho. Piani che prevedevano una frode elettorale come primo step per impedire la vittoria del MAS al primo turno e poi, eventualmente, un nuovo colpo di stato, nel caso le proteste per la frode avessero raggiunto dimensioni preoccupanti.
Ma, appunto, l’ipotesi golpista prevedeva uno scarto elettorale ampio ma non abissale come quello che si è verificato. Riteneva possibile, infatti, forzare la mano con operazioni di brogli condotte in prima persona dalla polizia (sequestro di urne e schede elettorali favorevoli a Luis Arce sarebbero andati a finire nelle fogne) capaci di spostare un 5-10% di voti, così da delineare un esito finale del primo turno che vedesse il MAS sotto al 40% e Mesa intorno al 38. In questo modo l’accesso al secondo turno (non previsto dalla legge elettorale solo se la differenza tra il primo e il secondo candidato è di almeno 10 punti al primo turno ndr) sarebbe stato inevitabile e l’alleanza tra i diversi segmenti della destra golpista e la piccola e media borghesia nelle grandi città avrebbe potuto efficacemente contrastare il MAS. E ipotizzando che il MAS si trovasse in vantaggio anche al secondo turno, i brogli avrebbero “aggiustato” la differenza e proclamato la vittoria di Mesa.
Non a caso la Bolivia è stata praticamente militarizzata e le minacce e le ostilità contro gli osservatori elettorali invitati dal MAS volevano indicare il clima da vigilia golpista ed un messaggio all’estero.
Ma gli exit-poll che indicano questa distanza così ampia tra la sinistra e la destra non consentono - a meno di non voler sfidare la comunità internazionale oltre che la Bolivia - di procedere con la forza verso il golpe. Farlo significherebbe indicare al mondo intero che l’America Latina nelle mani del trumpismo è tornata agli anni ’70, con i militari che sequestrano paesi e democrazia su ordine degli Stati Uniti e con l’appoggio della OEA. Il discredito generale verso USA e OEA, prima che verso i latifondisti boliviani, rischierebbe di determinare un contraccolpo politico e d’immagine fatale per la pace in Bolivia e nell’intero subcontinente.
La questione, infatti, è la seguente e travalica decisamente i confini boliviani: ha valore la democrazia formale che s’insedia nel rispetto della volontà degli elettori oppure governare o no dipende solo dal volere degli Stati Uniti? La consapevolezza di un sistema che consente solo il risultato che vuole Washington e che schiaccia con le armi ogni altra ipotesi, oltre a vedere la netta opposizione degli organismi multilaterali internazionali, priverebbe il golpismo latinoamericano e gli stessi USA di ogni rispetto e credibilità internazionale, ridurrebbe la OEA e il Gruppo di Lima a pagliacci del circo golpista e vedrebbe il possibile ritorno alle armi di diverse realtà continentali quale unica scelta possibile, non tanto per il socialismo quanto per difendere quella stessa democrazia con cui USA e alleati si sciacquano la bocca quotidianamente. Tutti elementi che in generale vanno ben ponderati e, in particolare, alla vigilia di una elezione statunitense dove il riverbero di un nuovo golpe e nuove stragi non aiuterebbe certo il tycoon.
Nelle proporzioni della vittoria della sinistra c’è non solo l’adesione ideologica e programmatica al programma di "Lucho" e il riconoscimento delle politiche di sviluppo della Bolivia realizzate nei due mandati di Evo Morales; c’è anche il rifiuto di un golpe infame che meno di un anno fa ha scippato la democrazia al Paese, il rifiuto della violenza poliziesca e del tradimento costituzionale da parte dei vertici militari e delle forze di sicurezza, il malgoverno della signora Anez che ha ritenuto di caratterizzare in senso razzista e classista la sua presidenza usurpatrice.
È insomma, quello boliviano, un voto a difesa della democrazia - sia nella sua versione formale che in quella sostanziale - che dalle montagne è scesa a dettare il nuovo corso all’intera nazione. I prossimi giorni diranno se e come pensa di reagire a questo sganassone democratico impartitogli l’oligarchia terriera e cosa ordineranno i suoi padroni, gli USA. Se disporranno di lasciare libertà di azione alla borghesia ricca e bianca per innescare una rivolta che costringa il nuovo Presidente a trattare, mettendolo in uno stato di precarietà politica o se invece, considerando il quadro internazionale, terranno museruola e guinzaglio alle squadracce dei latifondisti per evitare guai peggiori per la Casa Bianca alla vigilia del voto.
La Bolivia riprende dunque il cammino del suo sviluppo e alla riconquista della sua identità democratica e socialista. Ma il 2019 ha insegnato che attendersi un ritorno pieno della democrazia grazie al risultato elettorale sarebbe una ingenuità che potrebbe rivelarsi fatale. Se non ora, fermati dalla congiuntura internazionale, tra qualche mese le pulsioni razziste e classiste dell’oligarchia bianca potrebbero tornare a farsi sentire, a maggior ragione se Trump dovesse essere confermato alla Casa Bianca.
Dunque, sebbene la vittoria di Luis Arce apre la strada ad una nuova stagione politica, essa non potrà che cominciare dalla immediata destituzione dei vertici militari ed istituzionali che sono stati protagonisti del golpe. Pericolosi ed inaffidabili, pronti a ripetere quanto già fatto, vanno resi innocui il prima possibile. Non vi possono essere tentennamenti sotto questo aspetto, la sanificazione democratica non può divenire un elemento dell’agenda politica di medio e lungo termine. Devono invece rappresentare l’atto di inizio, premessa e indicazione futura di una Bolivia che sa guardare negli occhi il suo popolo, riprendersi la sua sovranità e cacciare senza complimenti i suoi traditori.
Fonte
Bolivia - Vince l’autodeterminazione popolare contro l’imperialismo
La Rete dei Comunisti saluta il ritorno della democrazia di base e partecipativa delle masse popolari contadine, lavoratrici ed indigene in Bolivia a seguito delle elezioni presidenziali che si sono tenute domenica 18 ottobre. I nostri contatti in loco – dagli attivisti del Movimiento al Socialismo (MAS) ai membri delle autorità politiche del deposto governo di Evo Morales – ci confermano la schiacciante ed incontestabile vittoria elettorale di Luis Arce e David Choquehuanca già al primo turno.
Il governo de facto di Jeanine Añez, impostosi dopo il colpo di Stato del novembre 2019 ai danni del Presidente legittimamente eletto Evo Morales, con il sostegno degli USA e della Unione Europea, aveva per tre volte rinviato queste elezioni, con l’intento di indebolire il MAS e frenarne l’avanzata, adducendo la situazione pandemica rispetto alla quale questo governo ha gravi responsabilità politiche per la pessima gestione dell’emergenza sanitaria che ha colpito duramente le fasce più fragili della popolazione.
Nelle passate settimane, abbiamo denunciato il moltiplicarsi di aggressioni ai danni dei candidati e dei militanti del MAS e di azioni violente volte a seminare e diffondere paura tra la popolazione per destabilizzare la situazione politica e sociale interna e richiedere un ulteriore rinvio delle elezioni.
Gli appelli della destra golpista per un pronunciamento ed un intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani evidenziano il ruolo dell’OSA stessa nel sostenere politicamente l’attuale governo fantoccio, al servizio delle forze imperialiste e delle multinazionali bramose di mettere le proprie mani sulle risorse del Paese, soprattutto quelle minerarie (petrolio, gas naturale, litio, ecc.) la cui gestione era stata nazionalizzata dal governo di Evo Morales.
La grande affluenza alle urne e il voto in favore del MAS hanno dimostrato il rifiuto di questo governo-fantoccio e la sconfitta elettorale della destra nazionalista e liberista, soprattutto di quella guidata da Fernando Camacho, che ha partecipato attivamente all’orchestrazione del golpe contro Evo Morales.
La decisione del Tribunale Supremo Elettorale (TSE) di sospendere il Sistema di divulgazione dei risultati preliminari (DIREPRE) proprio a ridosso della scadenza elettorale ha sollevato numerose preoccupazioni riguardo ai tentativi di diffondere incertezza circa i risultati elettorali, pilotando i risultati dello scrutinio in modo da nascondere, attenuare e ritardare una vittoria del MAS.
In attesa dei risultati ufficiali definitivi da parte del TSE, che saranno resi noti (forse) mercoledì, è necessario mantenere alta l’attenzione affinché non si verifichino possibili frodi o brogli elettorali post-voto. Infatti, il TSE ha annunciato che la custodia e il trasferimento delle schede e dei registri elettorali saranno nelle mani della polizia e dei militari, gli stessi che hanno effettuato il colpo di Stato l’anno scorso.
Inoltre, la militarizzazione del centro di La Paz, l’atteggiamento provocatorio e le minacce da parte del ministro del governo Arturo Murillo nei giorni precedenti la votazione sono evidenti segnali che le forze golpiste non sono e non saranno disposte ad accettare la vittoria del MAS né a cedere il governo del Paese tanto facilmente.
Nei prossimi giorni si giocherà la partita fondamentale per la tenuta politica di questo successo elettorale e per la possibilità che il MAS torni effettivamente al governo del Paese. Già in passato, in Bolivia e in tutta l’America Latina, le forze golpiste ed imperialiste hanno rovesciato i risultati dell’espressione democratica e popolare, non solo attraverso l’intervento diretto delle forze armate, ma anche con golpe bianchi o con l’imposizione di governi-fantocci ad interim per garantire “la governabilità e la stabilità del Paese”.
Di fronte a questi rischi, la Rete dei Comunisti è al fianco dei militanti del MAS, contro ogni forma di ingerenza politica e di aggressione militare, sostenendo il diritto all’autodeterminazione del popolo boliviano e la sua decisione di scacciare questo governo golpista, neoliberista e razzista.
Facciamo appello, oltre che alla solidarietà internazionalista, alla vigilanza e al monitoraggio internazionale da parte di tutte le forze progressiste e socialiste affinché sia rispettato il risultato elettorale e sia consentito l’insediamento del nuovo governo guidato dal MAS con il ritorno in Bolivia dell’ex Presidente Evo Morales.
Le elezioni di ieri in Bolivia non sono altro che un tassello di una lotta di classe a livello continentale che vede contrapporsi la barbarie delle oligarchie asservite all’imperialismo e i diversi percorsi di transizione al Socialismo del XXI secolo (vedi il nostro ciclo di iniziative “Le Americhe fra Socialismo e Barbarie”).
Per questo motivo, la vittoria del MAS in Bolivia ha una chiara rilevanza materiale e strategica per tutti i popoli di Nuestra América, segnando l’ennesima battuta d’arresto per le forze imperialiste e un rafforzamento delle prospettive politiche, sociali ed economiche e delle relazioni internazionali dei paesi dell’ALBA: la Cuba di Casto e Díaz-Canel, il Venezuela bolivariano di Chávez e Maduro, il Nicaragua di Ortega, la Bolivia di Morales ed ora di Arce.
La profezia “volveremos y seremos millones” del leader aymara Túpac Katari si è realizzata con l’indiscutibile vittoria elettorale del MAS. Ora è necessario impegnarsi ed agire per la definitiva sconfitta e cacciata delle forze golpiste e imperialiste, per restituire davvero “dignità e libertà al popolo boliviano”, come detto da Evo Morales.
Fonte
Il governo de facto di Jeanine Añez, impostosi dopo il colpo di Stato del novembre 2019 ai danni del Presidente legittimamente eletto Evo Morales, con il sostegno degli USA e della Unione Europea, aveva per tre volte rinviato queste elezioni, con l’intento di indebolire il MAS e frenarne l’avanzata, adducendo la situazione pandemica rispetto alla quale questo governo ha gravi responsabilità politiche per la pessima gestione dell’emergenza sanitaria che ha colpito duramente le fasce più fragili della popolazione.
Nelle passate settimane, abbiamo denunciato il moltiplicarsi di aggressioni ai danni dei candidati e dei militanti del MAS e di azioni violente volte a seminare e diffondere paura tra la popolazione per destabilizzare la situazione politica e sociale interna e richiedere un ulteriore rinvio delle elezioni.
Gli appelli della destra golpista per un pronunciamento ed un intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani evidenziano il ruolo dell’OSA stessa nel sostenere politicamente l’attuale governo fantoccio, al servizio delle forze imperialiste e delle multinazionali bramose di mettere le proprie mani sulle risorse del Paese, soprattutto quelle minerarie (petrolio, gas naturale, litio, ecc.) la cui gestione era stata nazionalizzata dal governo di Evo Morales.
La grande affluenza alle urne e il voto in favore del MAS hanno dimostrato il rifiuto di questo governo-fantoccio e la sconfitta elettorale della destra nazionalista e liberista, soprattutto di quella guidata da Fernando Camacho, che ha partecipato attivamente all’orchestrazione del golpe contro Evo Morales.
La decisione del Tribunale Supremo Elettorale (TSE) di sospendere il Sistema di divulgazione dei risultati preliminari (DIREPRE) proprio a ridosso della scadenza elettorale ha sollevato numerose preoccupazioni riguardo ai tentativi di diffondere incertezza circa i risultati elettorali, pilotando i risultati dello scrutinio in modo da nascondere, attenuare e ritardare una vittoria del MAS.
In attesa dei risultati ufficiali definitivi da parte del TSE, che saranno resi noti (forse) mercoledì, è necessario mantenere alta l’attenzione affinché non si verifichino possibili frodi o brogli elettorali post-voto. Infatti, il TSE ha annunciato che la custodia e il trasferimento delle schede e dei registri elettorali saranno nelle mani della polizia e dei militari, gli stessi che hanno effettuato il colpo di Stato l’anno scorso.
Inoltre, la militarizzazione del centro di La Paz, l’atteggiamento provocatorio e le minacce da parte del ministro del governo Arturo Murillo nei giorni precedenti la votazione sono evidenti segnali che le forze golpiste non sono e non saranno disposte ad accettare la vittoria del MAS né a cedere il governo del Paese tanto facilmente.
Nei prossimi giorni si giocherà la partita fondamentale per la tenuta politica di questo successo elettorale e per la possibilità che il MAS torni effettivamente al governo del Paese. Già in passato, in Bolivia e in tutta l’America Latina, le forze golpiste ed imperialiste hanno rovesciato i risultati dell’espressione democratica e popolare, non solo attraverso l’intervento diretto delle forze armate, ma anche con golpe bianchi o con l’imposizione di governi-fantocci ad interim per garantire “la governabilità e la stabilità del Paese”.
Di fronte a questi rischi, la Rete dei Comunisti è al fianco dei militanti del MAS, contro ogni forma di ingerenza politica e di aggressione militare, sostenendo il diritto all’autodeterminazione del popolo boliviano e la sua decisione di scacciare questo governo golpista, neoliberista e razzista.
Facciamo appello, oltre che alla solidarietà internazionalista, alla vigilanza e al monitoraggio internazionale da parte di tutte le forze progressiste e socialiste affinché sia rispettato il risultato elettorale e sia consentito l’insediamento del nuovo governo guidato dal MAS con il ritorno in Bolivia dell’ex Presidente Evo Morales.
Le elezioni di ieri in Bolivia non sono altro che un tassello di una lotta di classe a livello continentale che vede contrapporsi la barbarie delle oligarchie asservite all’imperialismo e i diversi percorsi di transizione al Socialismo del XXI secolo (vedi il nostro ciclo di iniziative “Le Americhe fra Socialismo e Barbarie”).
Per questo motivo, la vittoria del MAS in Bolivia ha una chiara rilevanza materiale e strategica per tutti i popoli di Nuestra América, segnando l’ennesima battuta d’arresto per le forze imperialiste e un rafforzamento delle prospettive politiche, sociali ed economiche e delle relazioni internazionali dei paesi dell’ALBA: la Cuba di Casto e Díaz-Canel, il Venezuela bolivariano di Chávez e Maduro, il Nicaragua di Ortega, la Bolivia di Morales ed ora di Arce.
La profezia “volveremos y seremos millones” del leader aymara Túpac Katari si è realizzata con l’indiscutibile vittoria elettorale del MAS. Ora è necessario impegnarsi ed agire per la definitiva sconfitta e cacciata delle forze golpiste e imperialiste, per restituire davvero “dignità e libertà al popolo boliviano”, come detto da Evo Morales.
Fonte
19/10/2020
Bolivia - La vittoria elettorale del MAS contro la destra e il golpe
Dopo un imbarazzante ritardo nel diffondere i dati non ufficiali da parte del Tribunale Supremo Elettorale (TSE), finalmente all’una del mattino, i risultati elettorali sono diventati noti e praticamente certi: secondo le stime di Unitel-Ciesmori, Luis Arce ha ottenuto il 52,4% dei voti, mentre il suo più vicino rivale Carlos Mesa ha ottenuto il 31,5% dei voti e il leader della destra golpista, Fernando Camacho, ha ottenuto solo il 14,5%. Poco dopo, la presidentessa de facto, Jeanine Añez, in un tweet ha detto che le informazioni disponibili indicano la vittoria del MAS.
Secondo la legge elettorale della Bolivia, affinché un candidato possa vincere al primo turno, deve assicurarsi più del 50% dei voti o più del 40% con un vantaggio del 10% sul rivale più vicino. Con questi risultati, in attesa della conferma da parte del TSE dei risultati ufficiali disponibili martedì – Lucho Arce e David Choquehuanca saranno il prossimo presidente e vice presidente della Bolivia.
Prima della pubblicazione della stima di Unitel-Ciesmori, l’ex presidente Evo Morales aveva dichiarato che il meccanismo di tabulazione interna, istituito dal MAS per avere un proprio conteggio contro possibili frodi e brogli elettorali, aveva rivelato la vittoria delle elezioni da parte del MAS, così come entrambe le camere del Parlamento. Morales ha scritto in un tweet che è la volontà del popolo ad aver vinto e che ora “restituiremo dignità e libertà al popolo”.
Le informazioni relative ai risultati sono state accolte con grande gioia dai boliviani e dalle forze progressiste di tutto il mondo. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha twittato che il popolo boliviano ha sconfitto con il suo voto il colpo di Stato che aveva rovesciato Morales nel novembre 2019.
Più di 7,3 milioni di boliviani si sono recati alle urne questa domenica nei nove dipartimenti del Paese, una giornata elettorale caratterizzata da una grande affluenza nelle circoscrizioni elettorali nel rispetto delle misure sanitarie per il Covid-19. Le operazioni di voto si sono svolte in grande tranquillità e non hanno fatto registrare episodi di violenza o tensione fuori dai seggi elettorali né nel resto delle città.
Al governo de facto, non è servito a nulla militarizzare le principali città del Paese in tutti questi giorni, né ha sortito effetti il comportamento provocatorio e violento del ministro Murillo, che ha accusato un gran numero di osservatori elettorali di essere “sovversivi” e “comunisti”.
“Alla luce dei risultati, vogliamo ringraziare il popolo boliviano e tutti i nostri militanti; abbiamo fatto passi importanti: abbiamo recuperato la democrazia e la speranza”, ha dichiarato Luis Arce, il quale ha ribadito che “il nostro impegno è quello di lavorare e di portare avanti il nostro programma, governeremo per tutti i boliviani e costruiremo l’unità del nostro Paese”.
“Ripristineremo l’economia del Paese: abbiamo l’obbligo di reindirizzare il nostro processo di cambiamento senza odio, comprendendo e superando i nostri errori”, ha continuato Luis Arce. “I risultati dimostrano che il popolo è saggio e risponderemo a tutte le aspettative“.
In attesa dei risultati definitivi, si apre la partita della tenuta politica di questa vittoria. La presidentessa de facto Anez è stata costretta ad ammettere la vittoria del MAS, come confermata dai vari istituti di sondaggio; tuttavia, sappiamo bene che la destra golpista e le frange estremiste dell’esercito sono poco inclini ad accettare una vittoria così schiacciante e già al primo turno del MAS.
L’attenzione rimane alta per monitorare ed evitare situazioni di destabilizzazione che possano determinare un rovesciamento del risultato elettorale come espressione democratica e partecipativa del popolo boliviano; le forze golpiste, fasciste ed imperialiste hanno dimostrato nei mesi scorsi la loro violenza e le minacce di un nuovo golpe in caso di vittoria del MAS non sono state ancora del tutto sconfitte.
P.s. Un esempio di “golpismo democratico”, il vergognoso titolo di Repubblica:
Fonte
Secondo la legge elettorale della Bolivia, affinché un candidato possa vincere al primo turno, deve assicurarsi più del 50% dei voti o più del 40% con un vantaggio del 10% sul rivale più vicino. Con questi risultati, in attesa della conferma da parte del TSE dei risultati ufficiali disponibili martedì – Lucho Arce e David Choquehuanca saranno il prossimo presidente e vice presidente della Bolivia.
Prima della pubblicazione della stima di Unitel-Ciesmori, l’ex presidente Evo Morales aveva dichiarato che il meccanismo di tabulazione interna, istituito dal MAS per avere un proprio conteggio contro possibili frodi e brogli elettorali, aveva rivelato la vittoria delle elezioni da parte del MAS, così come entrambe le camere del Parlamento. Morales ha scritto in un tweet che è la volontà del popolo ad aver vinto e che ora “restituiremo dignità e libertà al popolo”.
Le informazioni relative ai risultati sono state accolte con grande gioia dai boliviani e dalle forze progressiste di tutto il mondo. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha twittato che il popolo boliviano ha sconfitto con il suo voto il colpo di Stato che aveva rovesciato Morales nel novembre 2019.
Più di 7,3 milioni di boliviani si sono recati alle urne questa domenica nei nove dipartimenti del Paese, una giornata elettorale caratterizzata da una grande affluenza nelle circoscrizioni elettorali nel rispetto delle misure sanitarie per il Covid-19. Le operazioni di voto si sono svolte in grande tranquillità e non hanno fatto registrare episodi di violenza o tensione fuori dai seggi elettorali né nel resto delle città.
Al governo de facto, non è servito a nulla militarizzare le principali città del Paese in tutti questi giorni, né ha sortito effetti il comportamento provocatorio e violento del ministro Murillo, che ha accusato un gran numero di osservatori elettorali di essere “sovversivi” e “comunisti”.
“Alla luce dei risultati, vogliamo ringraziare il popolo boliviano e tutti i nostri militanti; abbiamo fatto passi importanti: abbiamo recuperato la democrazia e la speranza”, ha dichiarato Luis Arce, il quale ha ribadito che “il nostro impegno è quello di lavorare e di portare avanti il nostro programma, governeremo per tutti i boliviani e costruiremo l’unità del nostro Paese”.
“Ripristineremo l’economia del Paese: abbiamo l’obbligo di reindirizzare il nostro processo di cambiamento senza odio, comprendendo e superando i nostri errori”, ha continuato Luis Arce. “I risultati dimostrano che il popolo è saggio e risponderemo a tutte le aspettative“.
In attesa dei risultati definitivi, si apre la partita della tenuta politica di questa vittoria. La presidentessa de facto Anez è stata costretta ad ammettere la vittoria del MAS, come confermata dai vari istituti di sondaggio; tuttavia, sappiamo bene che la destra golpista e le frange estremiste dell’esercito sono poco inclini ad accettare una vittoria così schiacciante e già al primo turno del MAS.
L’attenzione rimane alta per monitorare ed evitare situazioni di destabilizzazione che possano determinare un rovesciamento del risultato elettorale come espressione democratica e partecipativa del popolo boliviano; le forze golpiste, fasciste ed imperialiste hanno dimostrato nei mesi scorsi la loro violenza e le minacce di un nuovo golpe in caso di vittoria del MAS non sono state ancora del tutto sconfitte.
P.s. Un esempio di “golpismo democratico”, il vergognoso titolo di Repubblica:
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04/07/2020
Bolivia, la dittatura vuole arrestare il candidato favorito
La presidente “autonominato” della Bolivia, Jeanine Añez, perde ogni giorno di più l'artificiosa facciata di democrazia che, con la complicità degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ha dovuto indossare per giustificare l’abbattimento violento di Evo Morales a novembre dell’anno scorso.
Ora, in una dimostrazione flagrante del fatto che in questo paese sudamericano non esistono garanzie costituzionali e che la regola è la persecuzione, si prepara un golpe contro il candidato alla presidenza, Luis Arce Catacora, del Movimiento Al Socialismo (MAS).
A constatazione della vigenza del metodo del lawfare contro i leader popolari, la forma giuridica di questa decisione politica antidemocratica è la denuncia penale fatta questo martedì al Pubblico Ministero contro Luis Arce per il supposto danno economico che avrebbe causato allo Stato mettendo in funzione la “Gestora Publica” per l’amministrazione dei contributi sociali dei lavoratori.
Questa non è la prima volta che si assume un atteggiamento di aggressione contro il candidato del MAS da quando è ritornato in Bolivia dopo essere rimasto un breve periodo in Messico.
Lo stesso giorno del suo arrivo a La Paz, il 28 gennaio, nell’aeroporto di El Alto gli è stata consegnata una citazione per un’audizione davanti ai magistrati sul caso del Fondo Indigeno. Questo martedì l’azione è più perversa, visto che avviene nel momento in cui l’ex Ministro dell’Economia di Morales è in testa a tutti i sondaggi di voto per le elezioni del prossimo 6 settembre.
L’atto non è, ovviamente, una sorpresa. Il “governo di fatto” fa tutto quello che è nelle sue possibilità per prorogare il mantenimento del potere che ha preso illegalmente il 12 novembre del 2019, dopo una riunione tenutasi alla presenza degli ambasciatori dell’Unione Europea, León del Torre, del Brasile, Octávio Henrique Dias García Côrtes, e altre organizzazioni politiche e civiche nei locali dell’Università Cattolica Boliviana (UCB) per dare una certa legittimità al colpo di Stato.
Come del resto denunciato da María Galindo, una femminista radicale e oppositrice del presidente Evo Morales. Per questo non è stata una sorpresa il riconoscimento che, dopo poche ore, è arrivato dai governi degli Stati Uniti e del Brasile alla presidente de facto.
L’arma privilegiata da Añez e dai suoi collaboratori, per le sue aspirazioni di proroga, è stata fin qui l’epidemia del coronavirus, la cui espansione non ha potuto essere controllata finora a causa dell’assenza di un piano coerente del governo e dell’enorme deficit di respiratori e materiale di bio-sicurezza, in mezzo a denunce di corruzione nell’acquisto delle forniture.
Non si conosce ancora la reazione del candidato di sinistra, né le misure che prenderà in termini giuridici, però le organizzazioni sociali hanno già fatto sapere che resisteranno all’intenzione del governo di vietare al MAS la partecipazione elettorale.
La politica repressiva del governo non è cambiata di una virgola dal golpe ed è probabile che l’aumento dei “falsi positivi” continui a crescere per giustificare una nuova ondata di violenza.
Quella che invece è cambiata è la disposizione sociale, principalmente delle organizzazioni sociali, che si trovano in una marcia di ricomposizione e sempre più coese nell’esigere elezioni generali.
Fonte
Ora, in una dimostrazione flagrante del fatto che in questo paese sudamericano non esistono garanzie costituzionali e che la regola è la persecuzione, si prepara un golpe contro il candidato alla presidenza, Luis Arce Catacora, del Movimiento Al Socialismo (MAS).
A constatazione della vigenza del metodo del lawfare contro i leader popolari, la forma giuridica di questa decisione politica antidemocratica è la denuncia penale fatta questo martedì al Pubblico Ministero contro Luis Arce per il supposto danno economico che avrebbe causato allo Stato mettendo in funzione la “Gestora Publica” per l’amministrazione dei contributi sociali dei lavoratori.
Questa non è la prima volta che si assume un atteggiamento di aggressione contro il candidato del MAS da quando è ritornato in Bolivia dopo essere rimasto un breve periodo in Messico.
Lo stesso giorno del suo arrivo a La Paz, il 28 gennaio, nell’aeroporto di El Alto gli è stata consegnata una citazione per un’audizione davanti ai magistrati sul caso del Fondo Indigeno. Questo martedì l’azione è più perversa, visto che avviene nel momento in cui l’ex Ministro dell’Economia di Morales è in testa a tutti i sondaggi di voto per le elezioni del prossimo 6 settembre.
L’atto non è, ovviamente, una sorpresa. Il “governo di fatto” fa tutto quello che è nelle sue possibilità per prorogare il mantenimento del potere che ha preso illegalmente il 12 novembre del 2019, dopo una riunione tenutasi alla presenza degli ambasciatori dell’Unione Europea, León del Torre, del Brasile, Octávio Henrique Dias García Côrtes, e altre organizzazioni politiche e civiche nei locali dell’Università Cattolica Boliviana (UCB) per dare una certa legittimità al colpo di Stato.
Come del resto denunciato da María Galindo, una femminista radicale e oppositrice del presidente Evo Morales. Per questo non è stata una sorpresa il riconoscimento che, dopo poche ore, è arrivato dai governi degli Stati Uniti e del Brasile alla presidente de facto.
L’arma privilegiata da Añez e dai suoi collaboratori, per le sue aspirazioni di proroga, è stata fin qui l’epidemia del coronavirus, la cui espansione non ha potuto essere controllata finora a causa dell’assenza di un piano coerente del governo e dell’enorme deficit di respiratori e materiale di bio-sicurezza, in mezzo a denunce di corruzione nell’acquisto delle forniture.
Non si conosce ancora la reazione del candidato di sinistra, né le misure che prenderà in termini giuridici, però le organizzazioni sociali hanno già fatto sapere che resisteranno all’intenzione del governo di vietare al MAS la partecipazione elettorale.
La politica repressiva del governo non è cambiata di una virgola dal golpe ed è probabile che l’aumento dei “falsi positivi” continui a crescere per giustificare una nuova ondata di violenza.
Quella che invece è cambiata è la disposizione sociale, principalmente delle organizzazioni sociali, che si trovano in una marcia di ricomposizione e sempre più coese nell’esigere elezioni generali.
Fonte
13/02/2020
Bolivia - Presidenziali il 3 maggio
Il 3 maggio, in Bolivia, si terranno le prime elezioni presidenziali a
seguito del colpo di stato del 10 novembre scorso. A candidarsi, per la
destra golpista, sarà la presidenta de facto Jeanine Añez che,
però, non sembra esser stata condivisa dai suoi sodali Carlos Mesa e
Jorge Quiroga. Si parla, inoltre, di un possibile rischio di frode
poiché siederebbe al Tribunale Supremo Elettorale, se non rinuncia
all’incarico, Salvador Romero, nominato proprio da Añez.
Sono questi i motivi che hanno spinto, il 2 febbraio, leader e candidati di destra ad una frettolosa riunione a Santa Cruz per evitare di disperdere il voto in vista delle presidenziali. A parteciparvi sono intervenuti gli esponenti storici del golpismo boliviano, tutti coloro che hanno cercato di far cadere Evo Morales fin dal suo primo mandato presidenziale, dall’ex prefetto del Pando Leopoldo Fernández, tra i sostenitori del separatismo dell’Oriente boliviano, all’ex sindaco di Cochabamba Manfred Reyes Villa, fino a Jeanine Añez e Luis Fernando Camacho, l’evangelico fondamentalista animatore dei gruppi paramilitari di Santa Cruz.
Nel frattempo, più o meno nelle stesse ore, si consumava l’arresto di due ex ministri appartenenti al Mas – Movimiento al Socialismo, Cèsar Navarro e Pedro Damián Dorado, in procinto di volare verso il Messico, ma detenuti dalle forze speciali boliviane con la complicità di un giornalista di OK Diario, organo della destra spagnola.
Nonostante la persecuzione contro gli esponenti del Mas prosegua, l’opposizione golpista sembra essere molto frammentata, come ha sottolineato il politologo boliviano Fernando Mayorga. Ad esempio, Jeanine Añez appartiene al partito Bolivia Dice No, che però non gode di più del 5% dei consensi. Potrebbero creare grattacapi al Mas sia Carlos Mesa, l’ex vicepresidente di Sánchez de Losada e attualmente esponente di Comunidad Ciudadana sia Jorge Quiroga, la cui provenienza originaria è il partito Acción Democrática Nacionalista del dittatore Hugo Banzer. Inoltre, potrebbe decidere di sfidare il Mas anche l’imprenditore Samuel Doria Medina, sconfitto già due volte da Evo Morales nel 2005 e nel 2009.
Pur esiliato in Argentina, Evo non ha mai smesso di fare politica ed ha già annunciato la coppia presidenziale che cercherà di riconquistare Palacio Quemado. Si tratta dell’ex ministro dell’Economia Luis Arce e dell’ex cancelliere David Choquehuanca, presentati ufficialmente il 16 gennaio scorso nell’ambito del cosiddetto Pacto de Unidad. La scelta, tuttavia, ha lasciato delle perplessità soprattutto nelle basi contadine e indigene del Mas, nonostante Evo abbia definito Arce-Choquehanca come il binomio perfetto tra “la città e le campagne, tra la scienza e la saggezza ancestrale”.
Ad esempio, la Central Obrera Boliviana avrebbe preferito come coppia presidenziale David Choquehuanca e Orlando Gutiérrez (dirigente sindacale), mentre gran parte dei movimenti sociali boliviani (Confederación Sindical de Comunidades Interculturales Originarias de Bolivia, Confederación de Pueblos Indígenas de Bolivia, Confederación Nacional de Mujeres Campesinas Indígenas de Bolivia Bartolina Sisa ed altri) puntava su Choquehuanca e sul giovane Andrónico Rodríguez, quest’ultimo impossibilitato a recarsi a Buenos Aires, dove si trova Morales, a seguito del divieto di abbandonare il paese impostogli dai golpisti. In definitiva, in molti avrebbero gradito maggiormente una coppia presidenziale più movimentista, riferendosi non tanto a David Choquehuanca, sindacalista aymara, per 11 anni ministro degli Esteri e molto legato alle comunità rurali boliviane, quanto al ben più istituzionale Luis Arce, per due volte ministro dell’Economia durante le presidenze di Morales, docente universitario, economista e soprattutto tra i fautori del cosiddetto “miracolo economico” che ha permesso ad oltre 3 milioni di boliviani di uscire dalla povertà estrema.
Alla fine, tutti hanno convenuto che una divisione avrebbe finito per favorire la destra. Attualmente, il candidato del Mas, indipendentemente dal nome, è accreditato di circa il 40% dei consensi. Il Pacto de Unidad dovrà, inevitabilmente, cercare di guadagnare voti anche al centro soprattutto per far fronte al gioco sporco delle destre, già iniziato con la messa in stato d’accusa dello stesso Luis Arce per corruzione.
Coordinare una campagna elettorale da un altro stato, come sarà costretto a fare Morales, non sembra essere impresa facile, soprattutto se risultano confermate anche le voci che vorrebbero la presenza di Usaid a sovrintendere sulle elezioni del prossimo 3 maggio.
Fonte
Sono questi i motivi che hanno spinto, il 2 febbraio, leader e candidati di destra ad una frettolosa riunione a Santa Cruz per evitare di disperdere il voto in vista delle presidenziali. A parteciparvi sono intervenuti gli esponenti storici del golpismo boliviano, tutti coloro che hanno cercato di far cadere Evo Morales fin dal suo primo mandato presidenziale, dall’ex prefetto del Pando Leopoldo Fernández, tra i sostenitori del separatismo dell’Oriente boliviano, all’ex sindaco di Cochabamba Manfred Reyes Villa, fino a Jeanine Añez e Luis Fernando Camacho, l’evangelico fondamentalista animatore dei gruppi paramilitari di Santa Cruz.
Nel frattempo, più o meno nelle stesse ore, si consumava l’arresto di due ex ministri appartenenti al Mas – Movimiento al Socialismo, Cèsar Navarro e Pedro Damián Dorado, in procinto di volare verso il Messico, ma detenuti dalle forze speciali boliviane con la complicità di un giornalista di OK Diario, organo della destra spagnola.
Nonostante la persecuzione contro gli esponenti del Mas prosegua, l’opposizione golpista sembra essere molto frammentata, come ha sottolineato il politologo boliviano Fernando Mayorga. Ad esempio, Jeanine Añez appartiene al partito Bolivia Dice No, che però non gode di più del 5% dei consensi. Potrebbero creare grattacapi al Mas sia Carlos Mesa, l’ex vicepresidente di Sánchez de Losada e attualmente esponente di Comunidad Ciudadana sia Jorge Quiroga, la cui provenienza originaria è il partito Acción Democrática Nacionalista del dittatore Hugo Banzer. Inoltre, potrebbe decidere di sfidare il Mas anche l’imprenditore Samuel Doria Medina, sconfitto già due volte da Evo Morales nel 2005 e nel 2009.
Pur esiliato in Argentina, Evo non ha mai smesso di fare politica ed ha già annunciato la coppia presidenziale che cercherà di riconquistare Palacio Quemado. Si tratta dell’ex ministro dell’Economia Luis Arce e dell’ex cancelliere David Choquehuanca, presentati ufficialmente il 16 gennaio scorso nell’ambito del cosiddetto Pacto de Unidad. La scelta, tuttavia, ha lasciato delle perplessità soprattutto nelle basi contadine e indigene del Mas, nonostante Evo abbia definito Arce-Choquehanca come il binomio perfetto tra “la città e le campagne, tra la scienza e la saggezza ancestrale”.
Ad esempio, la Central Obrera Boliviana avrebbe preferito come coppia presidenziale David Choquehuanca e Orlando Gutiérrez (dirigente sindacale), mentre gran parte dei movimenti sociali boliviani (Confederación Sindical de Comunidades Interculturales Originarias de Bolivia, Confederación de Pueblos Indígenas de Bolivia, Confederación Nacional de Mujeres Campesinas Indígenas de Bolivia Bartolina Sisa ed altri) puntava su Choquehuanca e sul giovane Andrónico Rodríguez, quest’ultimo impossibilitato a recarsi a Buenos Aires, dove si trova Morales, a seguito del divieto di abbandonare il paese impostogli dai golpisti. In definitiva, in molti avrebbero gradito maggiormente una coppia presidenziale più movimentista, riferendosi non tanto a David Choquehuanca, sindacalista aymara, per 11 anni ministro degli Esteri e molto legato alle comunità rurali boliviane, quanto al ben più istituzionale Luis Arce, per due volte ministro dell’Economia durante le presidenze di Morales, docente universitario, economista e soprattutto tra i fautori del cosiddetto “miracolo economico” che ha permesso ad oltre 3 milioni di boliviani di uscire dalla povertà estrema.
Alla fine, tutti hanno convenuto che una divisione avrebbe finito per favorire la destra. Attualmente, il candidato del Mas, indipendentemente dal nome, è accreditato di circa il 40% dei consensi. Il Pacto de Unidad dovrà, inevitabilmente, cercare di guadagnare voti anche al centro soprattutto per far fronte al gioco sporco delle destre, già iniziato con la messa in stato d’accusa dello stesso Luis Arce per corruzione.
Coordinare una campagna elettorale da un altro stato, come sarà costretto a fare Morales, non sembra essere impresa facile, soprattutto se risultano confermate anche le voci che vorrebbero la presenza di Usaid a sovrintendere sulle elezioni del prossimo 3 maggio.
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