Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/12/2025

L’odio del governo per i lavoratori

Il livello delle porcate introdotte o respinte all’ultimo secondo nella “manovra” chiarisce splendidamente come questo governo veda la stratificazione sociale e quali interessi difenda.

Al di là della pura propaganda – come “abbiamo alzato i salari”, in realtà una ridicola mancetta ritagliata abbassando di 2 punti l’Irpef e quindi le entrate dello Stato – per i lavoratori di qualsiasi tipo c’è un odio decisamente viscerale.

Ha colpito molti l’accanimento con cui sono stati cancellati diritti storici per i “lavori usuranti” e i “precoci”, ossia due fasce numericamente ristrette per le quali quel poco di anticipo sull’età pensionabile era contemporaneamente dovuto e ben poco “costoso” per le casse dell’Inps. Ma per “fare cassa” non si va più per il sottile, si gratta qualcosa da qualsiasi parte.

Poi si scopre che si finanziano le scuole private mentre si impoverisce quella pubblica, regalando 1500 euro a chi iscrive un figlio negli istituti per “benestanti che non si vogliono confondere con il volgo”. Alla faccia del dettato costituzionale che recita ancora “senza oneri per lo Stato”...

Ma è la norma – saltata – sui “lavoratori sottopagati” a dare il “tocco di classe”. Sappiamo tutti, per esperienza anche diretta, che ci sono una caterva di lavoratori che vengono retribuiti ben al di sotto dei livelli stabiliti da contratti collettivi già decisamente infami (firmati da CgilCislUil o addirittura da mini-organizzazioni inesistenti).

Una piaga che neanche una legge ancora esistente era riuscita a limitare. Di fatto un lavoratore può ricorrere al giudice e, se ottiene una sentenza favorevole (non sempre accade, perché anche la magistratura ha le sue magagne), il datore di lavoro deve pagare la differenza nella retribuzione per tutto il periodo in cui il salario è stato “tagliato” unilateralmente.

Con un emendamento apposito, qualcuno nel governo aveva pensato bene di aiutare non i lavoratori ma gli imprenditori-schiavisti abolendo l’obbligo a restituire il maltolto.

“Con il provvedimento con cui il giudice accerta, in ogni stato e grado del giudizio, la non conformità all’articolo 36 della Costituzione dello standard retributivo stabilito dal contratto collettivo di lavoro per il settore e la zona di svolgimento della prestazione, tenuto conto dei livelli di produttività del lavoro e degli indici del costo della vita, come accertati dall’Istat, il datore di lavoro non può essere condannato al pagamento di differenze retributive o contributive per il periodo precedente la data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio se ha applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo stipulato o dai contratti dello stesso settore economico che garantiscono tutele equivalenti per il settore e la zona di svolgimento della prestazione”, si leggeva nel testo della manovra 2026.

Ma non è stata una iniziativa furbetta presa così per caso... La stessa norma era stata infilata nel “decreto Ilva” da Fratelli d’Italia tramite l’ex sindaco di Catania, Salvo Pogliese, evidentemente terminale di gruppi di imprenditori piuttosto disinvolti, se non semplicemente criminali. Anche in quel caso, fortunatamente, la cosa non era passata ma solo perché del tutto “estranea” alla materia del decreto.

Ci hanno riprovato e dunque ci proveranno ancora, visto che gli interessi a supporto non scompaiono soltanto perché respinti due o tre volte...

Il ministro dell’economia Giorgetti definisce ormai “prudenza” l’obbedienza assoluta ai diktat europei sull'“austerità”, smentendo con i fatti le chiacchiere che il suo partito – la Lega – ancora blatera affidandosi a Salvini e Borghi.

Ma non esiste alcuna “prudenza” in un governo che contemporaneamente decide di spendere per il riarmo e il finanziamento della guerra in Ucraina. C’è solo la ferrea determinazione di far pagare per intero il costo di scelte suicide alle fasce di reddito più basse, che lavorino o meno...

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08/11/2024

Scontro tra Landini e governo Meloni. Alle parole corrisponderanno i fatti?

“È arrivato il momento di una vera rivolta sociale”. I giornalisti rubano una battuta al segretario della Cgil Maurizio Landini al margine dell’assemblea dei delegati a Milano, la destra di governo si imbizzarrisce e la polemica divampa.

“Avanti così non si può più andare, lo sciopero generale del 29 novembre non sarà che l’inizio di una battaglia per cambiare non solo la manovra ma il paese” ha affermato Landini nel suo intervento all’assemblea.

“Incitare alla rivolta sociale integra gli estremi di un reato” ha immediatamente minacciato il capogruppo di Fratelli d’Italia Tommaso Foti. “Parla come i cattivi maestri degli anni '70″, ha aggiunto la vicecapogruppo dei senatori di FdI Antonella Zedda.

All’indomani del mancato incontro tra i sindacati e la presidente del consiglio Giorgia Meloni, rinviato alla prossima settimana per l’influenza della premier, e con sul tavolo lo sciopero generale proclamato da Cgil e Uil, la tensione è salita alle stelle.

Ad aggiungere pepe alla situazione c’è poi l’ipotesi di contratto per il pubblico impiego con l’Aran che è stata sottoscritta solo dalla Cisl e dai sindacati autonomi Confsal Unsa, Flp e Confintesa Fp, ma non da Cgil e Uil (e Usb che aveva lasciato il tavolo negoziale giorni fa, ndr).

“Ma tra le parole e i fatti ci sono diverse discrepanze” sottolinea Guido Lutrario di Usb, segnalando come in diversi comparti invece la Cgil gli accordi insieme alla Cisl li ha firmati eccome. Cita il caso dei Porti o del contratto integrativo alla Rai (tra l’altro respinti dai lavoratori) o di una categoria a forte caratterizzazione di lavoro povero come le cooperative sociali, dove hanno firmato i contratti insieme alla Cisl.

Emblematica in tal senso anche la reazione di ferrovieri e tramvieri del trasporto locale, protagonisti in queste settimane di una stagione di forte conflittualità sindacale e dove sono stati firmati accordi da Cgil Cisl Uil che estendono a dismisura la flessibilità degli orari, rendendo spesso insopportabili le condizioni di lavoro. La disponibilità allo sciopero dei lavoratori dei trasporti sta a lì a dimostrarlo.

Il governo sa benissimo che non intende e non può distribuire risorse per i settori sociali in maggiore difficoltà socio-economiche. Emblematico che mentre si torna a parlare di sacrifici e austerity, una grande banca come Unicredit dichiari ben 7,7 miliardi di utili, tutti posti al riparo da ogni misura redistributiva. Come noto la famosa tassa sugli extraprofitti delle banche è diventata solo un prestito da restituire nei prossimi anni.

Sul tavolo si palesano pertanto segnali inquietanti. Il governo, come fece Berlusconi con il Patto per l’Italia, punta ad arrivare a firme separate dei sindacati su molti capitoli, oltre che sui contratti. Imbarcare la sempre disponibile Cisl e i sindacati autonomi e, quando necessario, tagliare fuori la Cgil e la Uil oltre che i sindacati di base. Infine punta a “sterilizzare” il conflitto sociale anche attraverso misure repressive e liberticide come il Ddl 1660 che colpiscono pesantemente forme di lotta tradizionali del movimento sindacale come blocchi stradali, picchetti, occupazioni di edifici istituzionali.

C’è un cambiamento significativo nell’aria che tira nel paese. Se da un lato costringe chi si oppone al governo a radicalizzare di più le proprie posizioni, dall’altro c’è la necessità che alla parole corrispondano i fatti. E’ la realtà a dirci che non si gioca più, soprattutto con le parole.

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31/10/2024

Lo sciopero generale di Landini e Bombardieri e gli accordi firmati da Cgil e Uil. USB conferma lo sciopero generale il 13 dicembre

I segretari di Cgil e Uil hanno annunciato uno sciopero generale per la fine di novembre contro il governo Meloni e la sua legge di bilancio. È sempre una buona notizia quando le grandi organizzazioni sindacali decidono di uscire dalla passività e chiamano i lavoratori alla lotta, ma l’annuncio stride con il comportamento delle stesse organizzazioni ai tavoli negoziali.

Negli ultimi tempi hanno continuato a firmare accordi e contratti che peggiorano le condizioni di lavoro e sul piano salariale non consentono nemmeno di recuperare la perdita di potere d’acquisto subita in questi anni. Inoltre, quando sottopongono in modo corretto gli accordi al vaglio dei lavoratori ricevono per lo più sonori schiaffoni, al punto che sono costretti a millantare assemblee che si rifiutano di tenere, inventandosi di aver raccolto l’approvazione dei lavoratori, è il caso dei portuali di questi giorni.

Ed infine, è sempre più frequente il mancato rinnovo delle RSU e la firma di accordi con RSU scadute da anni, per esempio nelle ferrovie. E infine il nodo dei rapporti con la Cisl. Non fanno lo sciopero generale insieme, ma poi sono d’accordo e firmano assieme praticamente tutti i contratti.

Vediamo alcuni casi concreti.

Hanno appena firmato con la Cisl il contratto dei portuali sonoramente bocciato a Genova e dato per approvato negli altri porti sulla base di assemblee fantasma o consultazioni disertate dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. Hanno firmato un accordo nella manutenzione delle ferrovie, insieme alla Cisl, che aumenta la flessibilità, aggravando i problemi della sicurezza in un settore martoriato da orribili stragi, e che è stato bocciato da ripetuti scioperi che hanno coinvolto più del 90% della categoria.

Hanno firmato il contratto nazionale per i lavoratori Rai, anche lì con la Cisl, che è stato bocciato dal referendum tra i lavoratori. Hanno firmato un accordo nella più grande azienda del trasporto locale, l’Atac di Roma, anche lì con la Cisl, che rispecchia la stessa logica di quello delle ferrovie perché aumenta la flessibilità e allarga a dismisura il sistema dei turni spezzati, contro il quale ha scioperato qualche giorno fa la gran parte dei dipendenti dell’azienda.

Continuano a firmare accordi e contratti nel mondo del lavoro povero, sottopagato, è meglio dire, sempre insieme alla Cisl, con paghe orarie abbondantemente al di sotto della decenza e dei limiti costituzionali, riconosciuti recentemente anche dalla Corte Costituzionale.

Nel settore delle cooperative sociali l’ultimo rinnovo, lo scorso anno, si è tenuto abbondantemente al di sotto del rincaro dei prezzi degli ultimi anni. In primavera hanno rinnovato i contratti del commercio, anche lì assieme alla Cisl, concedendo un aggravio di flessibilità oraria in un settore dove il lavoro è già sottoposto ad una fortissima elasticità. E la lista potrebbe continuare ancora a lungo, ci scusiamo per tutte le categorie che non abbiamo citato!

La pratica dello sciopero generale e della difesa del salario comincia dai posti di lavoro. L’USB conferma lo sciopero generale e generalizzato del 13 dicembre.

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28/03/2023

La vera emergenza del Paese sono salario e pensioni

Non il taglio del cuneo fiscale di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil!

Servono il salario minimo a 10 euro e aumenti netti di 300 euro in busta paga. Il 31 marzo a Roma convegno con Conte e Tridico.

La vera emergenza del Paese si chiama “salari e pensioni” ed è attorno al recupero del loro potere d’acquisto che si deve giocare la ripresa dell’iniziativa sindacale. Ci vogliono aumenti netti di almeno 300 euro nelle buste paga a partire dai rinnovi contrattuali e una legge che stabilisca non meno di 10 euro sui minimi tabellari al di sotto del quale sia vietato scendere per qualsiasi contratto di lavoro.

Non è il taglio del cuneo fiscale la battaglia che dobbiamo fare, perché quella riduzione avrebbe ripercussioni sui servizi e i lavoratori si ritroverebbero a perdere da un lato molto più di quanto guadagnerebbero dall’altro.

È arrivato il momento di pretendere un recupero di quella parte di salario che ci è stata sottratta in tutti questi anni e che è andata a giovamento dei profitti e delle rendite finanziarie. Sono quelle che bisogna cominciare a tassare, ripristinando quella progressività fiscale che in Italia si è perduta da decenni.

La lotta alla delega fiscale del governo Meloni si deve sposare da subito con la battaglia per rinnovi contrattuali veri, non più al ribasso come è avvenuto in tutti questi anni.

Ma fino a quando Cgil, Cisl e Uil continueranno a concordare la loro azione sindacale con Confindustria sarà difficile che riescano a promuovere una posizione coerente su questi temi.

Reddito e salari sono i temi al centro del convegno organizzato da USB venerdì 31 marzo dalle 14 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, con la partecipazione tra gli altri di Giuseppe Conte, leader M5S, e Pasquale Tridico, presidente Inps.

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30/07/2020

I predoni di Confindustria

In una intervista al Corriere della Sera il neo presidente, non a caso lombardo, di Confindustria Bonomi presenta ultimativamente il suo programma al governo, che in sintesi è:

Sblocco e libertà dei licenziamenti.

Fine dei contratti nazionali.

Fine del reddito di cittadinanza e ridimensionamento della CIG.

Sì all’intervento dello Stato per salvare le aziende a condizione che gestione e profitti restino ai privati.

Soppressione dell’IRAP, la tassa con cui si paga la sanità.

Questo è un programma alla Pinochet, che dimostra come in Italia il sistema delle imprese sia guidato da una banda di predoni, che progettano solo di saccheggiare il poco che ancora sia sfuggito alle loro passate razzie di diritti sociali e soldi pubblici.

Deve essere chiaro una volta per tutte che il modo in cui ci si colloca rispetto a Confindustria è la prima discriminante nella politica italiana.

Decenni fa il grande Fortebraccio su l’Unità divideva prima di tutto il mondo tra chi stava con l’operaio metalmeccanico e chi con il suo padrone.

Vale anche oggi.

Chi sostiene anche solo una delle selvagge pretese bonomiane, chi si riempie la bocca con la parola “imprese” e chiama “eroi” gli imprenditori, chi considera modernità e progresso questo sfacciato programma reazionario, è nemico del lavoro e della civiltà sociale.

Che poi sia il 90% e forse più del governo e del parlamento, PD e LEGA in testa, a non schifarsi di Bonomi, ma anzi a considerarlo un illuminato interlocutore o addirittura un riferimento, conferma solo come tutta la politica italiana in ogni schieramento sia oggi dominata dalla stessa destra confindustriale e liberista.

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02/01/2016

Salari da fame, orari da pazzi: il regalo dei nuovi contratti nazionali

Quest'anno sono stati o stanno per essere rinnovati molti contratti collettivi nazionali (CCNL), alcuni dei quali scaduti da tempo. La contrattazione nazionale rappresenta uno strumento importante per affermare la forza collettiva dei lavoratori e così strappare condizioni di lavoro dignitose per tutti, anche per quelli che si ritrovano in situazioni individuali o aziendali particolarmente ricattabili.
Per questo è un istituto da difendere strenuamente contro gli attacchi lanciati periodicamente dai padroni e dai loro governi amici, da ultimo proprio dal presidente di Confindustria Squinzi e da Renzi che qualche tempo fa annunciarono la sua possibile sostituzione con il salario minimo, uno specchietto per le allodole destinato ad equalizzare al ribasso salari e condizioni di lavoro. Per il momento però si è trattato soltanto di sparate e la contrattazione nazionale è ancora in piedi. L'uso che ne sta venendo fatto da parte dei sindacati confederali è però indifendibile: la difesa della contrattazione nazionale fatta da quelli che dovrebbero rappresentare gli interessi dei lavoratori ha come obiettivo esclusivo la loro autoconservazione.

Ma andiamo con ordine, prima di scendere nel dettaglio di alcuni contratti nella seconda parte di questo articolo. Innanzitutto c'è da dire che molti accordi sono stati piuttosto rapidi: il record assoluto va a quello dei chimici che si è raggiunto in una sola notte! Questo proprio perché i sindacati avevano bisogno di concludere accordi per accreditarsi in un ruolo che, non volendo essere quello del conflitto, è rimasto quello della ratificazione degli interessi padronali. In molti casi i confederali si sono presentati infatti al tavolo di contrattazione con piattaforme che già accoglievano le richieste dei padroni o partivano da obiettivi che avrebbero dovuto rappresentare il minimo insindacabile. Ed è indicativo anche il modo in cui si pone termine alla stagione degli accordi separati, cioè attraverso l’inversione di tendenza della Cgil e della Fiom che ormai si accodano a Cisl e Uil firmando contratti anche peggiori di quelli rifiutati in precedenza. E ciò per il semplice fatto che il potere padronale è tale che oggi i confederali per sopravvivere sono costretti ad aderire all’unico modello di sindacato possibile restando all’interno delle regole date: quello della Cisl, quello del sindacato padronale e di “servizio”. Per altro tale necessità di rapido accordo è condiviso anche da alcune associazioni padronali a loro volta rimaste orfane dei giganti (Federmeccanica senza Fca, Confcommercio senza Auchan, Carrefour, Esselunga) e bisognose di raggiungere anche per i pesci piccoli le condizioni di maggiore sfruttamento che i giganti hanno ottenuto da soli.

Esemplare in questo senso è l'aver accettato nei fatti la richiesta padronale della restituzione della differenza tra l’inflazione prevista (IPCA) e quella effettiva. Una novità senza precedenti, giustificata con la deflazione degli ultimi 2-3 anni, che chiede a chi ha visto crollare il proprio potere d'acquisto dopo vent'anni di “moderazione salariale” e sacrifici la restituzione di quei miseri aumenti ancorati ad un'inflazione prevista che per una volta si è dimostrata più alta di quella effettiva! Accettare una richiesta così irricevibile chiaramente non era possibile neanche per i più genuflessi tra i sindacati. Per questo in nessun contratto si è arrivati ad una restituzione esplicita ma, che sia attraverso il taglio di alcune voci (come nel caso dei chimici o dei metalmeccanici) o attraverso altre modalità (orari allungati senza straordinari, come accadrà per trasporti e commercio), quello che più conta comunque è aver sdoganato la possibilità di questa restituzione. I sindacati, anziché opporsi, hanno accettato questo piano di ragionamento, impegnandosi nella ricerca di un indicatore più alto dello zero attuale dell’inflazione ISTAT! Si dimostra così in maniera fin troppo evidente l'impotenza di un sindacato che non osa più chiedere aumenti salariali basati sui bisogni dei lavoratori, ma si prodiga a giustificarli agganciandoli ad un indicatore condiviso con il padronato: una vera scala mobile al contrario!

 Più in generale questa tornata di rinnovi contrattuali si è retta sulla revisione e l'attacco al salario e all'orario di lavoro, sulla limitazione del diritto di sciopero e sull'introduzione del cosiddetto welfare aziendale.
 
Sul salario, oltre ai miseri aumenti (spesso anche nulli o negativi), l’altra tendenza egemone è quella di eliminare quote fisse di salario (premi fissi, premi presenza, scatti anzianità) in cambio di premi variabili incerti, non erogabili a tutti e sempre legati ad aumenti di produttività. Il legame tra salario e produttività del singolo o dell’azienda è un grosso inganno. Innanzitutto dal punto di vista analitico non si può basare il salario sulla produttività aziendale, perché questa dipende anche dalla produttività di altri settori e aziende (pensiamo, ad esempio, quanto un'azienda ad alta intensità tecnologica si giovi di una scoperta scientifica conseguita da gruppi di ricerca o da un'altra azienda). Ed infatti alle aziende non interessa davvero ancorare il salario alla produttività, bensì avere un’arma di ricatto per aumentare lo sfruttamento sui lavoratori e gestire l’erogazione di quote sempre maggiori in maniera differenziale per tenere il livello dei salari al di sotto della produttività.

Inoltre rendere il salario così legato ai risultati raggiunti rischia di creare situazioni molto critiche come ci ha recentemente mostrato lo “scandalo banche”: un salario molto variabile crea situazioni ricattabilità che possono portare anche a condotte fraudolente a danno di ignari clienti o utenti, e comunque molto spesso costituire una fonte di enorme stress che danneggia la salute psico-fisica dei lavoratori.

L'altro grande attacco riguarda il tempo di lavoro. In tutti i contratti sono previsti aumenti di orario, abolizione dei festivi, abolizione dello straordinario: insomma un lavoro a chiamata dove l’azienda scarica tutti i rischi della fluttuazione della domanda sul lavoratore. Pensiamo al lavoro festivo equiparato ai giorni feriali nel commercio, con l’obiettivo di obbligarci a lavorare in questi giorni e di non pagare gli straordinari. Stesso obiettivo, non pagare gli straordinari, si ottiene grazie al calcolo allungato dell’orario medio nei trasporti o all’incentivo al part time e all'aumento dei turni oltre i 18 nel metalmeccanico.
 

Il terzo elemento presente in tutti gli accordi è il welfare aziendale. A prima vista sembrerebbe positivo che le aziende garantiscano prestazioni sanitarie e previdenziali ai propri lavoratori, ma in realtà dietro a questa "generosità" si nascondono delle vere e proprie trappole per i lavoratori e degli enormi vantaggi per le aziende.

In primis la diffusione del welfare aziendale prepara il terreno al definitivo smantellamento del settore pubblico con conseguente riduzione del peso dello Stato sul costo del lavoro: l'IRAP, abbassata da Renzi per favorire gli investimenti delle imprese, serve proprio a pagare il servizio sanitario nazionale. Quindi meno tasse per le imprese e meno servizi per i lavoratori.

In secondo luogo questi investimenti in welfare aziendale saranno a costo zero per le imprese perché da un lato il governo ha predisposto sgravi fiscali nella passata Legge di Stabilità, dall'altro questi investimenti saranno pagati direttamente dai lavoratori che in cambio dovranno moderare le loro pretese salariali o rinunciare direttamente a quote di salario: ad esempio i chimici otterranno 10 euro di investimento in welfare in cambio dell’abolizione del pagamento di una festività.

Infine questo welfare aziendale diventa anche una fenomenale arma di ricatto verso il lavoratore perché a questo punto perdere il posto di lavoro non significa più soltanto perdere il salario ma anche il diritto all'assistenza sanitaria!

In cambio di tutti questi vantaggi le imprese riconoscono ai sindacati firmatari la possibilità di cogestire i fondi in cui confluiscono gli investimenti in welfare aziendale, garantendo così la sopravvivenza alle burocrazie confederali. E' lo stesso principio di autoconservazione per cui difendono il contratto nazionale: per questo sono così interessati agli accordi sul welfare aziendale, fondamentali per riempire le loro casse.

Questi rinnovi capestro stabiliscono infine molte norme di limitazione al diritto di sciopero, denominate “clausole di raffreddamento dei conflitti”, nel solco di un diritto già fortemente limitato dall’adesione al Testo unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014 e che anticipa una legge pronta a breve per limitare il diritto di sciopero in maniera ancora più profonda di quanto già non accada per i servizi pubblici. Non solo i servizi essenziali, ma anche i grandi eventi, i beni culturali, il commercio e ora pure il settore chimico e quello metalmeccanico; a questo punto è evidente quale sia il servizio essenziale da tutelare: il profitto delle imprese.

Per tutelare questo interesse il padrone diventa, come forse non è mai stato per tutto il novecento, l’unica assoluta autorità in azienda: decide se promuovere, licenziare o demnasionare; decide quale salario erogare al singolo lavoratore e per quale orario di lavoro; impone quando si lavora e quando si riposa a sua totale discrezione. In questa situazione qualunque proposta (tipo quella della Fiom che non vorrebbe applicare il Jobs Act) rischia di rimanere vana se sui luoghi di lavoro non si ricomincerà a costruire rapporti di forza migliori attraverso una pratica sindacale realmente conflittuale ed un’ organizzazione operaia trasversale ai singoli luoghi di lavoro che riesca a mobilitarsi in maniera capillare ed unitaria in risposta a qualsiasi attacco da parte dei padroni... Il contratto collettivo nazionale ha grande valore solo se è un contratto minimo e inderogabile che tutela i lavoratori delle piccole e piccolissime imprese che faticherebbero a imporre rapporti di forza adeguati a contrattare da sé. Ma deve essere appunto un minimo inderogabile, in modo che tuteli questi e permetta invece a lavoratori che hanno rapporti di forza più favorevoli di guadagnare migliori condizioni attraverso la contrattazione di secondo livello. Al contrario invece qui si parla di un contratto che stabilisce le condizioni standard, ma rendendole sempre derogabili al ribasso. Ecco, di questa forma di contratto nazionale (per altro scarsissimo nei contenuti con aumenti di salario inesistenti e orari di lavoro sempre più lunghi) non ce ne facciamo nulla!
Ma andiamo adesso a vedere nel dettaglio i CCNL firmati in alcuni importanti settori: quello dei 
chimici, dei metalmeccanici, del commercio e del trasporto pubblico.

CHIMICI
Storicamente il contratto della chimica ha sempre fatto da apripista a tutti gli altri. Basta ricordare l’inserimento delle deroghe nel contratto dei chimici del 2006, divenuto poi un grimaldello per tutti i contratti grazie all’accordo firmato dalla Cgil il 28 giugno 2011 ed infine degenerato nel successivo rinnovo contrattuale dei chimici (2012), con cui si dava la possibilità di derogare e di modificare a livello aziendale tutte le materie della contrattazione nazionale2. Anche questa volta sembra che il contratto dei chimici, firmato ad ottobre, rappresenti l’apripista per tutti gli altri rinnovi.

La richiesta più eclatante e diretta a danno dei 170.000 lavoratori del settore è la restituzione secca di 79 euro come recupero dell’inflazione risultata inferiore a quella prevista. Per recuperare questa somma l’accordo tra sindacati e associazioni padronali prevede che l'ultima tranche del contratto precedente sarà erogata, per un solo anno, il 2016, sottoforma di E.D.R. (elemento distinto della retribuzione) per poi venire assorbito dal 2017 quando partiranno le tranche di aumento del nuovo contratto. L'incremento salariale, dichiarato di 90 euro per il triennio, partirà con la prima tranche di 40€ dal 1 gennaio 2017, la seconda di 35€ dal 1 gennaio 2018 e l'ultima di 15€ dal 1 dicembre 2018. In realtà il reale aumento non è di 90 euro ma di 75, perché occorre togliere i 15 già previsti dal vecchio contratto e che verranno erogati solo nel 2016. L’affare per i padroni è triplice: nel 2016 non pagano nulla (i 15 euro erano già previsti nel vecchio accordo), nel biennio 2017-2018 l’aumento massimo sarà di 75 euro (90 - 15 previsti dal vecchio accordo che scompaiono), ma comunque si riservano di ridefinirlo al ribasso se l’inflazione dovesse ancora calare.1

La beffa non si ferma qui perché il premio presenza (in media erano 220 euro fissi) si trasforma in premio variabile, quindi incerto e legato a risultati di maggiore produttività, nei casi in cui ci sarà contrattazione aziendale. Un'altra quota di salario che non è più fissa ma diventa variabile e quindi da un lato non è sicura la sua erogazione, dall'altro diventa l'ennesimo strumento di ricatto nei confronti dei lavoratori. Ma, addirittura, laddove non si farà contrattazione di secondo livello, tale cifra sarà sostituita da investimenti in formazione o in welfare aziendale. Un welfare aziendale che per altro sarà pagato dai lavoratori stessi: sempre nel contratto collettivo si stabilisce di destinare a questo scopo 10 euro, cifra che l'azienda recupera grazie alla cancellazione del trattamento per l'ex-festività di Pasqua.

Ancora più pesante è l’attacco al diritto di sciopero. Il rinvio ad accordi aziendali che definiscano strumenti preventivi e alternativi al conflitto (previsto nel testo del 2012) già aveva normato la salvaguardia degli impianti in caso di scioperi, visto che le aziende chimiche in molti casi hanno necessità di regolamentare gli eventuali blocchi della produzione per scongiurare danni agli impianti e all’ambiente. Nell’appendice al contratto precedente era già evidente una reale procedura di raffreddamento dei conflitti con un approccio conciliativo riguardo l’iter di eventuali scioperi. Oggi, con il nuovo contratto, si sottoscrive che tale norma non è prevista solo per gli “impianti complessi”, ma in ogni caso: quindi per tutti gli impianti di qualsiasi azienda. Inoltre le intese per l'effettuazione e le modalità dello sciopero non riguarderanno solo le prestazioni minime indispensabili, ma dovranno anche definire “le modalità per la gestione delle altre attività e del personale non coinvolto dallo sciopero, in relazione all’impatto a livello aziendale dell’astensione dei lavoratori”. Tale modifica inficia sostanzialmente la possibilità di incidere con le iniziative di sciopero.

Molto preoccupante è poi la parte dedicata alla formazione dei delegati appena eletti. Per loro si predispongono moduli formativi obbligatori in cui verrà insegnata dall’azienda la mission, la vision e la cultura aziendale. In sostanza si definisce che l’RSU non è organismo autonomo di difesa degli interessi dei lavoratori, ma una componente aziendale di gestione della manodopera. E quindi è necessario inculcargli la cultura aziendale affinché la visione del delegato sia totalmente schiacciata su quella aziendale per far venir meno la possibilità di contrastare il “pensiero unico” dell’impresa attraverso un insieme di valori e obiettivi (cioè una cultura) autonomo e indipendente da quello dell'azienda.

Completano l’accordo la possibilità di cedere gratuitamente le ferie ad un collega (apripista alla riduzione delle ferie per tutti), e, se qualcuno dovesse ribellarsi, l’aumento delle sospensioni (da 3 a 8 giorni) e delle multe disciplinari (da 3 a 4 ore).

METALMECCANICI

Il contratto dei metalmeccanici è un passaggio fondamentale di questa tornata contrattuale non solo perché riguarda ancora tantissimi operai, ma anche perché da sempre questa categoria è la più organizzata e capace quantomeno di difendere i propri diritti. Il contratto, lo ricordiamo, non riguarda la più grande azienda del settore, la Fca, che Marchionne nel 2012 portò fuori da Confindustria proprio per avere la libertà di firmare un contratto peggiore di quello previsto per tutti gli altri metalmeccanici. Già all’epoca era evidente che Marchionne avrebbe fatto scuola per tutto il settore (e non solo), ed infatti questo rinnovo dei metalmeccanici sembra proprio voler colmare la distanza assumendo il “modello-Marchionne” come standard. L’accordo deve ancora essere raggiunto (il prossimo incontro è fissato per il 21 gennaio), per cui qui analizziamo la piattaforma proposta dalla Fiom, già molto moderata in partenza visto che l’obiettivo dichiarato è quello di tornare a firmare un accordo unitario anche con gli altri sindacati Fim e Uilm.

La prima richiesta dei padroni è stata la restituzione secca di 75 euro per la bassa inflazione sul modello della trattativa lampo dei chimici. Per venire incontro alle necessità dei sindacati, che avrebbero grosse difficoltà a presentare un accordo che prevedesse una riduzione esplicita dei salari, Federmeccanica sembra disposta ad accordarsi per un recupero indiretto del salario da realizzare attraverso due punti:

1. Assorbimento di tutti gli aumenti a coloro che hanno una retribuzione, esclusa quella ad obiettivi, al di sopra di una soglia di garanzia, probabilmente equivalente ai minimi tabellari.

2. Dilatazione dei tempi di erogazione delle tranche di aumento.

Niente restituzione, dunque, ma l’aumento sarà comunque misero, quando non del tutto nullo. La Fiom richiede, infatti, un aumento pari al 3% che però andrà ad assorbire l’elemento perequativo. Se prendiamo il salario di un 5° livello (ovvero 1774 e lordi) il 3% corrisponde a 53 euro, mentre l’elemento perequativo corrisponde a circa 37 euro mensili. La Fiom si presenta al tavolo della trattativa proponendo quindi per il 2016 un aumento salariale di 16 euro lordi mensili… Nel caso di un 1° livello (1.297 euro lordi) il 3% corrisponde a 39 euro, quindi parliamo di 2 euro lordi di aumento, se si sottrae il valore del perequativo.

Ma non è finita qui: le aziende pretendono la cancellazione di ogni automatismo residuo nel ccnl. In primo luogo le imprese chiedono di cancellare gli scatti di anzianità in cambio di un sistema di premi: in sostanza significa eliminare l’ultimo pezzo di salario fisso per riconoscerlo a loro discrezione. Ma anche sulla effettiva erogazione salariale le imprese pongono il tema della cancellazione di ogni presunto automatismo: premi e salari si possono riconoscere solo rispetto ad obiettivi di produttività.

Riduzione dei salari e aumento dell’orario lavorativo sono i due capisaldi di tutti i nuovi contratti e anche quello dei metalmeccanici non fa eccezione. Infatti anche sugli orari la proposta Fiom appare fortemente negativa, con l’introduzione della 4^ squadra fino a 18 turni e della 5^ oltre i 18 turni che, più che “rafforzare i livelli occupazionali” come si propone a parole, avrà come effetto la normalizzazione del lavoro sabato e domenica con le conseguenti ricadute su tempo libero, salute, riposo e salario. Del resto su questo tema basterebbe vedere proprio come sta andando alla Fca di Marchionne dove in molti stabilimenti si lavora su 20 turni3.

Per prevenire eventuale dissenso si predispongono clausole di “raffreddamento del conflitto” attraverso l’istituzione di un sistema negoziale tra sindacati e azienda per la risoluzione delle controversie. Un panegirico che significa un sindacato ancor più legato e impossibilitato a lanciare uno sciopero quando lo ritiene necessario.

Poi l’immancabile accordo sulla sanità integrativa che a parole dovrebbe “qualificare il sistema sanitario nazionale”, ma nei fatti sarà l’opposto: l’ennesima elemosina grazie alla quale Federmeccanica risparmierà tantissimo sui salari diretti (come abbiamo visto) e qualche privato del settore sanitario farà altri profitti.

Infine sembra particolare l’esplicito incoraggiamento all’utilizzo del part time. Il ricorso al part time (anche forzato visto che grazie al Jobs Act le tutele del contratto sono del tutto saltate) regala all’azienda un rubinetto con il quale regolare al meglio la quantità di forza lavoro in relazione alla domanda, così da massimizzare gli utili senza rischi e a discapito del lavoratore che dovrà arrivare a fine mese con mezzo stipendio.

Ma persino queste proposte così moderate avanzate dalla Fiom paiono essere eccessive agli occhi dei padroni: nell'ultimo incontro del 2015 Federmeccanica ha ribadito la volontà di non corrispondere alcun aumento per il 2016 e solo aumenti irrisori destinati a pochissimi lavoratori per il 2017. Una proposta tanto misera da provocare la reazione persino del segretario generale della Uilm, Rocco Palombella: "il vero obiettivo è la riforma del modello contrattuale e  lo scopo è di cancellare il contratto nazionale e in parte, anche  quello aziendale, dando gli aumenti solo a chi dicono loro facendo venire meno l' elemento di solidarietà che è dentro gli aumenti  salariali per tutti"4

COMMERCIO

A Marzo 2015 la triade sindacale ha sottoscritto il rinnovo del contratto per il settore commercio. Un rinnovo che riguarda oltre 500 mila lavoratori impiegati nei settori della piccola e grande distribuzione. Il nuovo contratto ricalca il precedente accordo firmato dalle sole Cisl e Uil nel 2011, con la Cgil che quindi ha deciso di accodarsi alla piattaforma degli altri due sindacati confederali, rinunciando alle velleità di lotta, in verità mai messe in atto, espresse col rifiuto a firmare il ccnl in maniera unitaria nel 2011. In pratica vengono confermate le novità all'epoca introdotte per rendere gratuita alle aziende la possibilità di sfruttare il decreto “Salva Italia”, varato da Monti nel 2011 per liberalizzare gli orari e i giorni di apertura degli esercizi commerciali: anche in questo rinnovo infatti si conferma l'obbligatorietà del lavoro domenicale, equiparandolo ad un normale giorno feriale, e quindi confermando il non pagamento degli straordinari e la precettazione in queste giornate

E ciò nonostante in questi anni di sperimentazione si sia visto come: a) gli acquisti non sono aumentati (del resto gli stipendi dei lavoratori rimangono fissi o calano, quindi…) ma sono solo stati redistribuiti nell'arco delle settimana; b) l'occupazione non è aumentata perché i piccoli esercizi sono stati schiacciati dai colossi (anche grazie alle liberalizzazioni) e i grandi non hanno assunto, ma semplicemente sfruttato di più chi era già in organico. Un rinnovo per altro comunque depotenziato dal fatto che a partire dal 1 gennaio 2014 i colossi del settore (Ikea, Auchan, Carrefour e altri) sono usciti da ConfCommercio per confluire in FederDistribuzione, che dopo due anni è ancora priva di contratto nazionale e contro cui proprio a fine 2015 i sindacati hanno lanciato diverse giornate di sciopero.
 
Anche in questa trattativa si era partiti dalla richiesta di restituzione di una quota salariale dovuta alla bassa inflazione. Richiesta evidentemente sparata per alzare il prezzo dell'accordo che infatti si conclude con nessuna restituzione, ma un aumento misero e grossi sacrifici in termini di orario per i lavoratori.

Dal punto di vista salariale gli aumenti sono di appena 85 euro parametrati al IV livello, in cinque rate (36 euro di media mensili). Mente l'una tantum che doveva risarcire l'anno e mezzo di ritardo nel rinnovo sparisce: un regalo che, secondo l'opposizione interna alla CGIL, vale 255 euro per un quarto livello!5
 
In cambio di questi spiccioli i padroni ottengono l'inserimento della “clausola di flessibilità”, che consente all’impresa di obbligare il lavoratore a lavorare 44 ore settimanali per 16 settimane, senza neanche pagargli lo straordinario. Le ore saranno poi recuperate nell’arco dei dodici mesi successivi, quando sarà ritenuto opportuno dall’azienda. Ma come sempre sono previste deroghe al ribasso: a livello aziendale o territoriale sarà poi possibile concordare orari di 48 ore per 24 settimane in un anno. 

L'allungamento dell'orario (festivo e notturno) non costituisce solo un attacco alle condizioni di lavoro, ma proprio alla vita, alle relazioni personali, agli affetti, a tutto il nostro tempo libero come abbiamo già commentato qualche tempo fa.

Inoltre viene sottoscritto una sorta di demansionamento in ingresso, alla faccia delle promesse con cui la Cgil si impegnava a lottare contro il Jobs Act durante la fase dei rinnovi contrattuali: in pratica si potranno assumere disoccupati e lavoratori senza stabilizzazione dopo l’apprendistato, con un contratto di 12 mesi, di cui 6 mesi con un sottoinquadramento di 2 livelli e altri 6 mesi di 1 livello. Il sottoinquadramento potrà essere prolungato per altri 24 mesi in caso di trasformazione in contratto a tempo indeterminato. Inoltre per quanto riguarda l'apprendistato il tasso di conferma scema dall'80 al 20% e il tempo entro cui deve avvenire tale conferma si dilata da 2 a 3 anni. 

TRASPORTI

Il contratto collettivo del settore trasporti autoferrotranvieri (mobilità TPL) riguarda oltre 116mila lavoratori. Proprio in quanto contratto dei lavoratori del trasporto pubblico locale, ci pare importante non solo per quel che riguarda le specifiche condizioni di lavoro, ma anche perché queste ultime si traducono poi nella qualità del servizio erogato agli utenti. E’ evidente, infatti, che l’allungamento dei turni e dell’orario settimanale inevitabilmente finirà per influire su stanchezza, attenzione, concentrazione, efficienza degli autisti, tramutandosi in maggiori disagi e rischi per i passeggeri. Per questo è importante solidarizzare con gli autisti, non solo in quanto altri lavoratori ma anche in quanto utenti del servizio pubblico.

Vediamo allora nel dettaglio cosa cambia col nuovo contratto. Innanzitutto diciamo che un contratto collettivo mancava dal 2008, con gli stipendi fermi agli accordi del 2005, se si esclude l’aumento una tantum di 700 euro nel 2013. Tanta attesa però non è sfociata in un contratto migliore e risarcitorio per i mancati aumenti di questi anni. Anzi.

Cominciamo proprio dal salario. Per quanto riguarda i mancati aumenti degli 8 anni senza ccnl, l’accordo prevede di saldare l’arretrato con la miseria di 600 euro una tantum (400 a gennaio 2016 e 200 ad aprile) che, sommati ai 700 già presi nel 2013, fa 1300 euro. Se li dividiamo per i 112 mesi di senza aumenti (8 anni con 13a e 14a) significa un aumento di 11,6 euro al mese lordi. Una miseria che per altro le aziende hanno potuto pagare con anni di ritardo.

Non va meglio sugli accordi che varranno da qui in avanti. Col nuovo contratto, infatti, i sindacati si accontentano di 100 euro al parametro 175, di cui 35 euro erogati alla firma, 35 euro a luglio 2016, l'ultima tranche di 30 euro ad ottobre 2017. In pratica 23 euro medi che solo nel 2017 diventano 67, quando ormai mancheranno solo 3 mesi dalla scadenza dell'accordo. Tradotto vuol dire un caffè al giorno: ma un caffè non basterà a reggere i turni sempre più lunghi che verranno richiesti agli autisti. 
L’altro grande attacco, infatti, riguarda gli orari di lavoro. Innanzitutto viene prevista l’estensione del periodo del conteggio degli straordinari da 17 a 26 settimane (metà anno!). In pratica ogni 6 mesi si contano le ore lavorate e lo straordinario verrà pagato solo se si superano le 39 ore di media (con un limite massimo che non dovrebbe eccedere le 48 ore di media a settimana, ma in realtà si tratta di un limite derogabile). Quindi sarà possibile lavorare 13 settimane per 50 ore e altre 13 per 28 ore: un vero e proprio lavoro a chiamata! E un modo per non pagare lo straordinario: ti chiamo quando mi serve e anche se fai straordinario oltre le 8 ore giornaliere non ti pago la maggiorazione, ma ti faccio compensare quando non mi serve il tuo lavoro. Per agevolare questo sfruttamento l’orario massimo settimanale viene aumentato a 50 ore e lo straordinario totale annuale a 300 ore. In realtà anche questo limite è più alto perché viene esplicitamente prevista la derogabilità in peggio del contratto. Ad esempio in casi particolari (grandi eventi come Expo e Giubileo o in caso di difficoltà aziendali) sarà possibile aumentare l’orario di 60 minuti alla settimana e non conteggiare questo straordinario nel monte delle 300 ore.

Ma non è tutto: se non si raggiungeranno altri accordi aziendali per saturare ulteriormente l’orario, i manager potranno unilateralmente ridurre i tempi accessori (ad esempio il tempo necessario per raggiungere un punto di cambio turno) di 5 minuti a turno. Sembra poco, ma è mezzora la settimana, 26 ore annue regalate all’azienda e un gran disagio in più per gli autisti.

Infine viene prevista la saturazione dell’orario a 39 ore effettive per tutti e, se l’orario effettivo di lavoro fosse minore, viene previsto l’obbligo di lavoro supplementare “volontario”6
In sostanza gli autisti mettono a completa disposizione il loro monte ore semestrale per essere chiamati alla bisogna, lavoreranno di più e verranno pagati sempre una miseria.

Pieno accordo tra sindacati e azienda sul welfare aziendale, la gallina dalle uova d'oro per i sindacati, che finanziano le proprie burocrazie, e per le aziende che, investendo qualche spicciolo, ottengono in cambio enormi risparmi sui salari. In questo caso i lavoratori saranno obbligati a versare 90 euro al fondo pensione “Priamo”, gestito da CGIL, CISL e UIL insieme alle aziende del settore. Un fondo cui dovranno aderire tutti i lavoratori, anche coloro che non sono iscritti al sindacato, e che ha rendimenti molto incerti.

08/10/2015

Il ritorno della lotta di classe

La Confindustria ha deciso di non rinnovare più i contratti nazionali, nonostante la moderazione delle piattaforme già varate da CGIL CISL UIL, con richieste salariali medie di 30 Euro lordi all'anno e con la piena disponibilità a venire incontro a tante richieste delle imprese. A sua volta il governo ha  prestato un doppio soccorso agli industriali, come imprenditore, con il blocco dei contratti pubblici, e come legislatore con l'annuncio della legge sul salario minimo. Quest'ultima in realtà dovrebbe essere definita come legge per rendere minimo il salario, visto che la cifra ipotizzata, 6 euro lordi all'ora, è poco più della metà della retribuzione minima prevista dai contratti nazionali. Grazie alla nuova legge e al Jobsact, un'impresa potrebbe licenziare i suoi dipendenti pagati 12 euro e poi assumere gli stessi o altri lavoratori al salario minimo di legge.

Naturalmente il minimo salario non dovrebbe essere applicato indistintamente a tutti, anche il manager più feroce sa che ci sono lavori e attività che non possono essere gestiti con paghe così basse. Qui viene in soccorso il modello di relazioni sociali proposto con grande risalto dal Corriere della Sera. Questo giornale, da quando Marchionne e la famiglia Agnelli ne hanno rafforzato il controllo, è diventato l'organo ufficiale di propaganda del nuovo regime padronale. Così, qualche giorno fa, il quotidiano milanese ha lanciato il modello sociale aziendalistico, che non è certo una novità nella storia del capitalismo imprenditoriale. Una volta non solo il salario, ma anche la casa, il cibo, le cure sanitarie, la pensione, la scuola dei figli, le vacanze, persino i funerali erano aziendali. Una volta non solo la Fiat, ma tanti padri padroni affermavano così il loro dominio sul lavoro. I conti Marzotto a Valdagno avevano costruito un sistema per cui si era dipendenti aziendali dalla nascita alla tomba.

Ora la distruzione dello stato sociale, la disoccupazione e la precarietà, il Jobs act e la cancellazione del contratto nazionale creano le condizioni per il ritorno a questo aziendalismo medioevale.

La svolta da noi l'ha operata Sergio Marchionne, quando nell'estate del 2010 impose ai lavoratori di Pomigliano l'aut aut: o uscire dal contratto nazionale o uscire per sempre dalla fabbrica. Solo la Fiom ed i sindacati di base respinsero il ricatto, che alla fine però ebbe successo. L'allora segretario del PD Bersani dichiarò che il modello Pomigliano si sarebbe potuto accettare se fosse rimasto una eccezione, ma naturalmente divenne la regola.

Allora CGIL CISL UIL cercarono di ritrovare spazio con lo scambio praticato da trenta anni: l'arretramento dei lavoratori per il riconoscimento del proprio ruolo. Il 10 gennaio 2013 i sindacati confederali e la Confindustria sottoscrissero con grande enfasi una intesa che avrebbe dovuto rilanciare le relazioni industriali. I sindacati accettavano di generalizzare il modello Marchionne in ogni azienda, in cambio della promessa del rinnovo dei contratti nazionali. Oggi quell'accordo registra un totale fallimento e chi lo ha sottoscritto viene descritto come irragionevole da Squinzi. Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia, dice un proverbio siciliano.

La distruzione del contratto nazionale non è solo un interesse del grande padronato italiano, è un obiettivo di fondo delle cosiddette riforme del lavoro volute dalla finanza internazionale, in Europa dalla Troika. Nel nuovo memorandum imposto alla Grecia, la soppressione della contrattazione collettiva è uno dei punti cardine. La sempre da ricordare lettera di Draghi e Trichet al governo italiano, nell'agosto 2011 chiedeva sulla contrattazione le stesse cose che oggi pretendono Squinzi, Renzi e il Corriere della Sera. Abbattere i salari e i diritti e alzare i profitti, questa è la lotta di classe dall'alto che da tempo viene condotta contro il lavoro e che ogni sistema di potere  pratica come può.

La vera novità oggi sono i segnali di ripresa della lotta di classe dal basso, le ribellioni che cominciano a sorgere nel mondo del lavoro. Alla Chrysler gli operai hanno respinto in massa il contratto accettato dai loro sindacati e si preparano a scioperare. In Germania i macchinisti hanno tenuto bloccato per una settimana il trasporto ferroviario del paese. Lo stesso hanno fatto i conducenti della metropolitana di Londra. I dipendenti di AirFrance sono stati sui mass media, e hanno riscosso simpatia, in tutto il mondo per il brutto quarto d'ora che hanno fatto passare ai manager che li vogliono licenziare.

Anche da noi ci sono simili segnali. Da tempo i lavoratori della logistica, in gran parte immigrati, organizzati dal SiCobas, fanno scioperi durissimi che spesso producono risultati. Ma ora anche il lavoro più tradizionale ha ricominciato a farsi sentire. Secondo il garante degli scioperi le agitazioni nella scuola sono più che raddoppiate e così quelle in altri settori dei servizi. Solo pochi giorni fa i trasporti a Roma sono stati bloccati da uno sciopero che ha visto una partecipazione altissima, ben superiore alle forze della USB che sola lo aveva proclamato. Dopo anni di rassegnazione, nel mondo del lavoro c'è chi comincia ad alzare la testa e quando lo fa esprime subito tutta la rabbia accumulata per le ingiustizie subite.

È per questo che si vuole colpire il diritto stesso a scioperare. Non ci sono ancora in campo mobilitazioni sociali della portata di quelle dei decenni passati. Ma i segnali di lotta di classe dal basso sono già allarmanti per chi vuole continuare a condurla indisturbato dall'alto. La reazione contro la ripresa degli scioperi è in tutti gli stati europei. La magistratura tedesca ha fermato lo sciopero nella Lufthansa. Il governo spagnolo ha varato leggi anti manifestazioni. Il governo Cameron sta varando una legge sul diritto di sciopero così restrittiva, che un parlamentare che pure la sostiene l'ha comparata a quelle di un regime fascista. In Italia il solito Corriere della Sera ha sponsorizzato la proposta di limitazione dello sciopero di alcuni parlamentari renziani, che ricalca quella britannica.

L'austerità impone il taglio dei salari e la distruzione dei diritti, l'attacco al diritto di sciopero deve prevenire la ribellione dei lavoratori, mentre i sindacati vanno ridotti all'impotenza e additati al disprezzo dell'opinione pubblica. Tutto si tiene e tutto si fa nel nome di una ripresa che, così come viene promessa, non ci sarà mai.

La linea trentennale di CGIL CISL UIL esce distrutta da questa nuova fase dei conflitti sociali. Il modello concertativo è diventato oramai pura gestione dell'impotenza e i proclami televisivi a cui non segue nulla non lo rafforzano di certo.

L'alternativa alla resa è una sola: ci vuole un modello sindacale che faccia propria la lezione delle mobilitazioni radicali del lavoro e che, così come fa il sistema delle imprese, sostenga e promuova la lotta di classe. Il fallimento di Cgil CISL UIL apre la via ad un nuovo sindacalismo conflittuale a cui sempre più si rivolgeranno i lavoratori che si ribellano. E un giorno la Confindustria rimpiangerà l'arroganza attuale.

Fonte

07/10/2015

Basta con i contratti e col sindacato

Svuotamento della Costituzione e fine del "patto sociale" che la sorreggeva vanno di pari passo. Sempre.

In questo caso, senza alcun conflitto sociale vero, all'altezza della sfida. Decenni di "responsabilità" e "concertazione" da parte dei sindacati ufficiali hanno portato, sì, alla loro "complicità" auspicata anni fa da Maurizio Sacconi, ma quando sono arrivati in porto hanno dovuto scoprire che con questo era finito non solo il loro viaggio, ma anche la loro funzione storica.

Ieri il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha chiuso un'epoca rompendo una trattativa mai iniziata: «Per noi è un capitolo chiuso». Stava parlando in Assolombarda, con una quarantina di categorie di industriali aderenti alla "confederazione dei padroni", tutte interessate dallo stesso problema: contratti nazionali scaduti o in scadenza, con lavoratori in sofferenza per la prolungata crisi economica, che ha bloccato i salari (o li ha fatti mediamente diminuire, se si tiene conto - com'è giusto fare - delle robuste sostituzioni di dipendenti prossimi alla pensione con giovani precari sottopagati), fatto calare l'occupazione, precipitato tanti nel vortice ambiguo della cassa integrazione (che è una misura per aiutare le aziende, non i lavoratori).

Categorie importanti per dimensioni aziendali e numero di dipendenti, come chimici, alimentari, metalmeccanici, che devono dare dunque il "segno" dei rapporti tra capitale e lavoro in questo paese.

Il "capitolo chiuso" di Squinzi si riferisce esplicitamente ai contratti nazionali. Basta, non se ne faranno più. Quindi anche nessuna "riforma del modello della contrattazione", ovvero il tavolo perennemente aperto con le sole Cgil, Cisl e Uil. Saranno invece le singole categorie degli industriali a "proporre" - prendere o lasciare - proprie piattaforme di rinnovo. Confindustria provvederà a stendere un «decalogo di cose che si possono fare e non fare in eventuali trattative che ritenessero portare avanti. Le singole categorie sono libere, per chi ritiene di andare avanti, l’autonomia c’è».

Finita l'epoca delle discussioni e della (relativa) pari dignità tra aziende e lavoratori. Al centro di tutto, l'unico scopo legittimo, solo la competitività delle imprese. «Non abbiamo margini di manovra per poter proseguire un colloquio sui contratti nel modo tradizionale». Margini economici e normativi, evidentemente. Il che, tradotto in linguaggio comune, significa "non vi daremo un centesimo di più, semmai di meno" e "non abbiamo nulla da discutere sull'organizzazione e le modalità della produzione negli impianti".

Comandiamo noi, punto e basta.

Chissà come devono sentirsi - il trio Camusso-Furlan-Barbagallo - nel veder definire le proprie moderatissime proposte come «prima di tutto irrealistiche sul piano monetario e poi anche per il futuro del nostro paese». E quindi «ci siamo resi conto dell’impossibilità di portare avanti qualunque trattativa con il sindacato».

Non chiedevano, in genere, nulla di sconvolgente. "Legare maggiormente il salario alla produttività", che significa dare aumenti solo lì dove quell'aumento (che dipende dagli investimenti dell'azienda) viene registrato. Oppure lo scarto tra Ipca (indice dell'inflazione attesa, che fa da riferimento perdente per ogni rinnovo contrattuale) e l’inflazione reale (le imprese, negli ultimi anni, si sono risparmiate mediamente tra i 70 e gli 80 euro mensili per ogni dipendente).

Ma il clima politico è cambiato. Il Jobs Act dà strumenti potentissimi alle aziende, a partire dalla derogabilità totale dai contratti e persino dalla legislazione vigente; ma soprattutto ha convinto gli imprenditori che il governo è totalmente con loro e contro i sindacati. Che a questo punto possono essere scaricati senza problemi. E prevedibilmente senza alcuna aumento della conflittualità, perché appare improbabile - anche a noi - che i lavoratori, svenduti per decenni da funzionari preoccupati soltanto di aumentarsi lo stipendio ed esercitare "un ruolo nella società che conta" - possano scendere in lotta per difendere la Triplice anziché se stessi.

Non a caso i rumors di palazzo, da giorni, parlano di introduzione del "salario minimo". Ovviamente fissato dal governo in accordo con Confindustria. Bisogna ricordare che il modello di fissazione dei livelli salariali vigente fin qui in Italia era invece fondato sulla contrattazione tra le parti, con ovvie oscillazioni tra periodi di forte conflittualità operaia (e relativo innalzamento salariale) e lunghi periodi di stasi (in cui, come dal 1980 ad oggi) diminuivano.

La contrattazione nazionale di categoria, sul piano salariale, serviva in effetti a fissare il livello minimo anche per quelle imprese che non hanno un numero di dipendenti tale da consentire una contrattazione aziendale. Una forma di difesa dei più deboli, a tutti gli effetti, che senza contrattazione nazionale non sarebbe più possibile, permettendo a qualsia imprenditore di fissare una retribuzione a piacere (ovviamente sotto i livelli minimi vitali).

Il salario minimo serve a fissare un "minimo di legge", anche se ampiamente derogabile nel rapporto individuale. Sembra una genialata, alle aziende e al governo. E nell'immediato, dati i rapporti di forza sociali, lo è anche. Ma è chiaro che trasforma immediatamente la questione salariale in una questione politica, perché investe direttamente il governo del paese.

E' comunque, al momento, la distruzione del "patto sociale" - costituzionalizzato - che ha guidato il conflitto sindacale e politico per 70 anni. Ora siamo in terra incognita, la Triplice si avvia a diventare una succursale degli uffici del personale a livello aziendale.

Ma anche il sindacalismo di base, o conflittuale, deve immediatamente rifare il punto della situazione. Perché in un altro mondo vigono altre regole, e ogni organizzazione esistente si è strutturata nel mondo che da oggi non c'è più.

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