di Alberto Negri
«Armi e tecnologie, a chi conviene il genocidio», titola il manifesto. «Perché Israele non può fermare le guerre e noi non possiamo fermare il genocidio di Gaza», analizza Alberto Negri. Israele intanto arresta Ballal, tra i registi del documentario premio Oscar ‘No other land’. Il co-autore israeliano, Yuval Avraham, denuncia l’accaduto: ‘È stato anche aggredito’
260 miliardi di dollari di aiuti militari
Dagli anni ’50 Tel Aviv ha ricevuto dagli Usa oltre 260 miliardi di dollari di aiuti militari. Soltanto nell’ultimo anno e mezzo, dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, tali aiuti hanno superato i 20 miliardi di dollari. Israele, allo stesso tempo, è all’avanguardia nella ricerca scientifico-tecnologica militare, è uno dei maggiori esportatori di armi e contemporaneamente uno dei maggiori clienti delle americane Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin e RTX (Raytheon Technologies). Queste società sono tra i principali fornitori di tecnologie militari, come caccia F-35, missili avanzati e sistemi di difesa aerea, utilizzati dall’esercito israeliano.
Struttura finanziaria globale
Dietro queste aziende si cela una struttura finanziaria globale: i fondi d’investimento internazionali noti come le «Big Three»: Vanguard, BlackRock e State Street. I tre fondi d’investimento sono tra i maggiori azionisti di rilievo delle principali compagnie di armamenti e di molti settori. Vanguard, BlackRock e State Street detengono quote significative in Boeing, Lockheed Martin e RTX, influenzando la gestione e le strategie di queste società. L’aumento delle spese militari e l’acquisto di armamenti da parte di Israele sono strettamente collegati ai profitti di queste aziende.
Chi arma e come
Lockheed Martin ha fornito i caccia F-35 a Israele, considerati un pilastro delle sue capacità militari. Gli F-35 il 26 ottobre hanno eliminato in un giorno l’80% delle difese anti-aeree iraniane. Boeing è responsabile della vendita di velivoli da combattimento e missili, mentre RTX ha fornito avanzati sistemi missilistici e difese aeree. Ogni vendita non solo rafforza l’apparato bellico israeliano ma genera anche grandi profitti. Le Big Three svolgono un ruolo di primo piano nell’alimentare una rete economica che beneficia direttamente dalle tensioni geopolitiche e militari.
Mentre la popolazione civile di Gaza e Cisgiordania continua a soffrire per le operazioni militari e l’occupazione, le aziende belliche e i loro principali azionisti vedono aumentare i propri profitti grazie alle vendite crescenti di armamenti.
Complesso militar-industriale israelo-americano
Ecco perché si parla di complesso militar-industriale israelo-americano. Ha un preciso significato bellico, finanziario e di potere globale. Israele ha un’influenza sproporzionata per quanto riguarda le vendite di armi. Al mondo è il 97° paese per popolazione ma il nono maggiore esportatore di armi. In settori come l’intelligenza artificiale e la cybersecurity è in testa alla leadership mondiale. Gaza e la Palestina sono il laboratorio dello stato ebraico. Come scrive nel suo libro (Laboratorio Palestina, Fazi) il giornalista premio Pulitzer Antony Loewenstein, ebreo australiano.
Territori occupati palestinesi come poligoni
«Molti paesi vendono armi – dice Loewenstein – ma ciò che rende unica l’industria israeliana è il mix di armi, tecnologie di sorveglianza e tecniche che si combinano per creare un sistema completo per il controllo di popolazioni ‘difficili’ e si basano su anni di esperienza in Palestina». Il complesso militar-industriale di Israele – e di conseguenza anche degli Usa – utilizza i Territori occupati palestinesi come banco di prova per le armi e le tecnologie di sorveglianza che esporta in tutto il mondo, a partire dall’intelligenza artificiale. L’adozione di tecnologie di IA è stata accelerata dalla Unità 8200, il reparto d’élite dell’intelligence israeliana, oggi composta per il 60% da ingegneri ed esperti tech, il doppio degli informatici arruolati dieci anni fa.
Intelligenza Artificiale assassina
Eppure tra i palestinesi si muore sempre di più. Secondo le testimonianze di ex soldati e analisti raccolte dal Washington Post, la fiducia nell’IA ha portato le forze armate israeliane a ridurre alcuni passaggi di controllo, con il risultato di aumentare il numero di obiettivi ritenuti legittimi. Anche se questi comportano un maggior rischio di vittime tra i civili. Dalla proporzione di 1:1 del 2014 (un civile “sacrificabile” per colpire un membro di Hamas di alto livello) si è passati a 15:1 o persino 20:1 nel conflitto attuale, stando alle fonti del Washington Post.
Wiz e cybersicurezza
Tutto questo naturalmente non ferma Israele e la crescita del suo apparato militar-industriale sempre più integrato in quello americano. La startup israeliana Wiz, leader nella cybersicurezza, è nel mirino di Amazon. Il conglomerato di Bezos aveva già provato ad acquistarla la scorsa estate per 23 miliardi di dollari ma aveva ricevuto un secco no. Ha quindi deciso di alzare l’offerta, secondo il Wall Street Journal, a circa 33 miliardi di dollari.
Netanyahu e complici, palesi e nascosti
Ci si chiede spesso come mai gli americani e gli europei non facciano pressioni concrete su Netanyahu per limitare le stragi a Gaza che ormai superano i 50mila uccisi (70mila secondo fonti come Lancet). La realtà è che Stati uniti e Gran Bretagna sono direttamente impegnati nelle operazioni militari: il 70% dei voli di ricognizione sui bersagli da colpire a Gaza e in Libano nel 2024 sono stati compiuti da aerei americani e britannici. Ma soprattutto non c’è azienda europea importante che non abbia accordi con l’Israel Innovation Authority, agenzia governativa incaricata di finanziare progetti innovativi.
L’Italia di nascosto
Per esempio Stellantis si è unita ad altre aziende italiane come Enel, Leonardo STMicroelectronics, che hanno aperto laboratori di ricerca e sviluppo in Israele, o Sparkle, Snam e Adler che hanno concluso accordi con l’Israel Innovation Authority e con startup israeliane nel settore high-tech.
Ecco perché Israele non può mai perdere una guerra e noi europei non faremo nulla per fermare Netanyahu. Anche il riarmo europeo, che beneficerà le industrie belliche del continente e americane, renderà Israele più forte e influente. Come e perché muoiono a Gaza e in Medio Oriente lo sappiamo bene.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/03/2025
Gli interessi miliardari multinazionali dietro il genocidio di Gaza
30/01/2025
USA - Precipitato un'altro F-35
Un F-35 di quinta generazione, appartenente all’US Air Force, è precipitato martedì 28 gennaio alle 12:49 in Alaska durante un volo di addestramento. L’incidente è avvenuto presso la base aerea di Eielson, durante l’avvicinamento nella fase di atterraggio (qui le immagini dell’impatto)
La causa dell’incidente
A quanto si apprende, il pilota ha segnalato una situazione di emergenza alla torre di controllo e si è eiettato dalla cabina di pilotaggio. Attualmente si trova ricoverato presso il Bassett Army Hospital, sotto osservazione.
L’Associated Press riporta che il pilota “ha avuto un malfunzionamento in volo”, come ha dichiarato in una conferenza stampa il colonnello dell’Aeronautica Militare Paul Townsend, comandante del 354° Fighter Wing.
I tanti incidenti accaduti all’F-35
Quello di martedì è l’ennesimo incidente negli ultimi anni che riguarda il caccia di quinta generazione prodotto da Lockheed Martin.
Nel settembre 2018, un F-35B del Corpo dei Marines si è schiantato nella Carolina del Sud.
Nell’aprile 2019, un F-35A giapponese è precipitato nell’Oceano Pacifico al largo del Giappone settentrionale.
Nel maggio dell’anno successivo, un F-35A dell’aeronautica statunitense si è schiantato in Florida durante un’addestramento di routine.
Nel settembre del 2023, un incidente analogo a quello occorso cinque anni prima è occorso a un altro F-35B dei Marine, caduto ancora nella Carolina del Sud.
Nel 2024, ad aprile, un F-35B sempre dei Marines è stato danneggiato da un colpo sparato con il suo stesso cannone. A maggio invece lo stesso modello di caccia si è schiantato fuori dal perimetro della base aerea di Albuquerque.
La produzione di Lockheed Martin
Lo scorso anno Lockheed Martin ha consegnato 110 caccia F-35 alle forze armate statunitensi e ai suoi alleati, raggiungendo il massimo della consegne pianificate per il periodo, comprese tra i 75 e i 110 aerei.
Dall’inizio della produzione, i caccia prodotti sono stati più di 1.000, numero accreditato di triplicare nel corso del prossimo decennio, al ritmo di 100-150 modelli annui.
Si può ancora parlare di superiorità tecnologica occidentale?
La scorsa settimana avevamo trattato il dilemma in cui si trova il Regno Unito, alle prese con la scelta di valore strategico tra la scelta dell’F-35 statunitense o l’Eurofigheter europeo, il primo tecnologicamente più avanzato, il secondo con un maggior impatto per l’industria e il lavoro nell’Isola – al netto delle considerazioni geopolitiche.
La realtà è che la superiorità tecnologica occidental-statunitense, anche in campo militare, mostra i segni del tempo e della crisi in cui sì è ficcato il blocco euroatlantico.
La vicenda DeepSeek, così come accaduto per Huawei o Lenovo in altri settori, non sono che manifestazioni di un tendenza che emerge con sempre più frequenza: l’inizio della fine dell’egemonia occidentale anche nel campo dello sviluppo tecnologico, dove la Cina sta lanciando la sfida non più come “fabbrica del mondo”, ma come “segmento più sviluppato della catena del valore”.
A giudicare dalle performance dell'“avanzatissimo” F-35, al pari degli andamenti dei maggiori titoli hi-tech sui mercati finanziari, forse al Pentagono hanno smesso di dormire sonni tranquilli.
Fonte
La causa dell’incidente
A quanto si apprende, il pilota ha segnalato una situazione di emergenza alla torre di controllo e si è eiettato dalla cabina di pilotaggio. Attualmente si trova ricoverato presso il Bassett Army Hospital, sotto osservazione.
L’Associated Press riporta che il pilota “ha avuto un malfunzionamento in volo”, come ha dichiarato in una conferenza stampa il colonnello dell’Aeronautica Militare Paul Townsend, comandante del 354° Fighter Wing.
I tanti incidenti accaduti all’F-35
Quello di martedì è l’ennesimo incidente negli ultimi anni che riguarda il caccia di quinta generazione prodotto da Lockheed Martin.
Nel settembre 2018, un F-35B del Corpo dei Marines si è schiantato nella Carolina del Sud.
Nell’aprile 2019, un F-35A giapponese è precipitato nell’Oceano Pacifico al largo del Giappone settentrionale.
Nel maggio dell’anno successivo, un F-35A dell’aeronautica statunitense si è schiantato in Florida durante un’addestramento di routine.
Nel settembre del 2023, un incidente analogo a quello occorso cinque anni prima è occorso a un altro F-35B dei Marine, caduto ancora nella Carolina del Sud.
Nel 2024, ad aprile, un F-35B sempre dei Marines è stato danneggiato da un colpo sparato con il suo stesso cannone. A maggio invece lo stesso modello di caccia si è schiantato fuori dal perimetro della base aerea di Albuquerque.
La produzione di Lockheed Martin
Lo scorso anno Lockheed Martin ha consegnato 110 caccia F-35 alle forze armate statunitensi e ai suoi alleati, raggiungendo il massimo della consegne pianificate per il periodo, comprese tra i 75 e i 110 aerei.
Dall’inizio della produzione, i caccia prodotti sono stati più di 1.000, numero accreditato di triplicare nel corso del prossimo decennio, al ritmo di 100-150 modelli annui.
Si può ancora parlare di superiorità tecnologica occidentale?
La scorsa settimana avevamo trattato il dilemma in cui si trova il Regno Unito, alle prese con la scelta di valore strategico tra la scelta dell’F-35 statunitense o l’Eurofigheter europeo, il primo tecnologicamente più avanzato, il secondo con un maggior impatto per l’industria e il lavoro nell’Isola – al netto delle considerazioni geopolitiche.
La realtà è che la superiorità tecnologica occidental-statunitense, anche in campo militare, mostra i segni del tempo e della crisi in cui sì è ficcato il blocco euroatlantico.
La vicenda DeepSeek, così come accaduto per Huawei o Lenovo in altri settori, non sono che manifestazioni di un tendenza che emerge con sempre più frequenza: l’inizio della fine dell’egemonia occidentale anche nel campo dello sviluppo tecnologico, dove la Cina sta lanciando la sfida non più come “fabbrica del mondo”, ma come “segmento più sviluppato della catena del valore”.
A giudicare dalle performance dell'“avanzatissimo” F-35, al pari degli andamenti dei maggiori titoli hi-tech sui mercati finanziari, forse al Pentagono hanno smesso di dormire sonni tranquilli.
Fonte
21/09/2023
USA - “Grosso guaio” a Williamsburg per l’F-35
L’acquisto da parte dell’Italia di decine di costosissimi (e tutt’altro che sicuri) F-35 dalla statunitense Lockeed, negli anni scorso è stato spesso al centro di polemiche e scontro politico sulle spese militari.
Come sappiamo l’Italia ha un programma che prevede l’acquisto di 90 velivoli F-35, dei quali 60 nella versione A e 30 nella versione B, quest’ultimi suddivisi tra Aeronautica e Marina.
Ma quanto accaduto nei giorni scorsi negli Stati Uniti getta una nuova e pesante ombra sull’efficacia degli F-35 statunitensi e la decisione bipartisan di vari governi italiani di spendere miliardi per acquistarli (ad agosto 2022 ne sono stati già acquistati 18 per la bella cifra di 524 milioni di dollari, fatevi due conti).
È accaduto infatti che un caccia F-35 della Marina Militare Usa, sia precipitato durante una missione sulla Carolina del Sud.
Secondo l’agenzia statunitense Bloomberg, dopo molte ricerche sono stati ritrovati i rottami dell'F-35 della Marina Militare, scomparso dopo che il suo pilota si è espulso dal velivolo durante una missione di addestramento sopra la Carolina del Sud.
I detriti sono stati trovati nella contea di Williamsburg, a nord-est dell’area inizialmente presa di mira dalle squadre di ricerca dopo che domenica l’aereo era scomparso dai radar. Le ricerche erano state allargate a squadre dei Marines, della Marina, della Civil Air Patrol e delle forze dell’ordine locali.
“I membri della comunità dovrebbero evitare l’area mentre la squadra di recupero mette in sicurezza il campo di detriti“, ha dichiarato la Joint Base Charleston in un comunicato di lunedì sera, annunciando la scoperta. Ma, secondo Bloomberg, la dichiarazione non diceva chi, esattamente, avesse trovato i detriti.
In precedenza, il capo del Corpo dei Marines aveva ordinato una pausa nelle operazioni aeree per rivedere la sicurezza e le migliori pratiche in seguito alla misteriosa scomparsa del caccia più avanzato degli Stati Uniti, l’ultimo aereo perso in una recente serie di incidenti.
I Marines hanno dichiarato in un comunicato che il generale Eric Smith, comandante ad interim del servizio, “ha dato ordine a tutte le unità di aviazione del Corpo dei Marines di condurre una pausa di due giorni nelle operazioni questa settimana per discutere le questioni di sicurezza aerea e le migliori pratiche“.
Il documento cita tre incidenti di “classe A” nelle ultime sei settimane: l’F-35 perso domenica e altri due incidenti della stessa classe: la caduta di un F/A-18 in California che ha ucciso il pilota e quello di un MV-22 Osprey in Australia, che ha ucciso cinque Marines.
Ma, sempre secondo Bloomberg, nella vicenda è emersa anche l’incapacità dell’esercito di rintracciare il sofisticato velivolo, il che ha sollevato dubbi sul fatto che il suo transponder – un dispositivo che invia segnali sulla posizione di un aereo – funzionasse correttamente durante il volo e dopo l’espulsione del pilota.
“Non sappiamo con esattezza quale fosse il problema del transponder, ma il punto fondamentale è che avevamo bisogno dell’aiuto del pubblico per rintracciare l’aereo“, ha dichiarato Jeremy Huggins, un portavoce civile della base di Charleston. I transponder “dovrebbero normalmente funzionare“, ha detto.
“L’incidente è attualmente oggetto di indagine“, ha dichiarato in un comunicato il 2nd Marine Aircraft Wing. “Il Dipartimento della Marina ha un processo ben definito per indagare gli incidenti aerei. Non possiamo fornire ulteriori dettagli per preservare l’integrità del processo investigativo“.
L’aereo della Lockeed caduto nella Carolina del Sud era una versione a decollo verticale utilizzata dal Corpo dei Marines. Il jet è apprezzato per le sue qualità stealth, che lo rendono difficile da rilevare dai radar.
Il programma F-35, il più costoso programma di armamenti degli Stati Uniti di sempre, dovrebbe costare 412 miliardi di dollari per lo sviluppo e l’acquisizione, più altri 1.200 miliardi di dollari per il funzionamento e la manutenzione della flotta in oltre 60 anni.
Un singolo jet può costare più di 160 milioni di dollari, a seconda della variante. Vengono utilizzati dall’Aeronautica e dalla Marina, oltre che dai Marines.
Ma al danno serio, anzi serissimo, si è aggiunta anche la beffa. A darne resoconto è la seriosa rivista statunitense Forbes che rileva come sulla scomparsa del costosissimo e modernissimo aereo militare la rete si sia scatenata, sia con i meme sia con ipotesi fantapolitiche secondo cui l’aereo era stato dirottato a Cuba!
Sebbene il pilota sia stato in grado di espellersi in sicurezza e sia stato portato in un centro medico locale in condizioni stabili, la posizione dell’F-35B – la variante a decollo e atterraggio corto/verticale (SVTOL) del Joint Strike Fighter – era rimasta sconosciuta fino a lunedì mattina.
“Non sorprende che sui social media ci siano state molte prese in giro, con meme che vedevano il jet sul lato di cartoni del latte e manifesti scomparsi, mentre altri chiedevano addirittura ‘Amico, hai visto il mio F-35?'”, scrive l’autorevole rivista Forbes.
“Mentre questi post non sono stati presi sul serio, altri hanno iniziato a ipotizzare che il jet fosse volato a Cuba con l’assistenza cinese. Questa ipotesi è diventata rapidamente il centro di una selvaggia teoria della cospirazione, e alcuni non hanno apparentemente pensato che si trattasse di uno scherzo, anche se non ha senso”.
Ma di fronte al dilagare delle tesi “complottiste”, le autorità militari e i mass media sono stati costretti a replicare ricorrendo ad alcuni esperti. Ma anche qui le tesi sono apparse assai divaricanti se non fumose.
“Se fosse arrivato fino a Cuba sarebbe stato abbastanza alto da essere rilevato dai radar“, ha spiegato a Forbes il dottor Matthew J. Schmidt, professore associato di sicurezza nazionale e scienze politiche all’Università di New Haven.
L'F-35 non è effettivamente invisibile ai radar, ma è noto per la sua piccola traccia che lascia sui radar. La teoria attuale degli esperti di aviazione era che il velivolo si sia schiantato sotto il fogliame o fosse sott’acqua in uno dei laghi della regione.
“Il motivo per cui è difficile da trovare è che probabilmente è andato giù, sotto il radar, non su. Inoltre, trattandosi del CONUS, l’intero sistema di tracciamento non è progettato appositamente per monitorare gli incidenti aerei“, ha aggiunto Schmidt.
“L’F-35 è un caccia stealth e non sarà facilmente individuato dai radar civili in caso di caduta ad alta velocità“.
Fatto sta che sia le versioni ufficiali, sia quelle complottiste, non possono negare un dato rilevante: i costosissimi F-35 della Lockeed sono tutt’altro che affidabili. A questo punto l’Italia, invece di sottostare al ruolo del “cliente d’oro”, dovrebbe e potrebbe buttare meno soldi per comprare gli F-35 e destinarli a cause migliori; la sanità, per esempio.
Fonte
Come sappiamo l’Italia ha un programma che prevede l’acquisto di 90 velivoli F-35, dei quali 60 nella versione A e 30 nella versione B, quest’ultimi suddivisi tra Aeronautica e Marina.
Ma quanto accaduto nei giorni scorsi negli Stati Uniti getta una nuova e pesante ombra sull’efficacia degli F-35 statunitensi e la decisione bipartisan di vari governi italiani di spendere miliardi per acquistarli (ad agosto 2022 ne sono stati già acquistati 18 per la bella cifra di 524 milioni di dollari, fatevi due conti).
È accaduto infatti che un caccia F-35 della Marina Militare Usa, sia precipitato durante una missione sulla Carolina del Sud.
Secondo l’agenzia statunitense Bloomberg, dopo molte ricerche sono stati ritrovati i rottami dell'F-35 della Marina Militare, scomparso dopo che il suo pilota si è espulso dal velivolo durante una missione di addestramento sopra la Carolina del Sud.
I detriti sono stati trovati nella contea di Williamsburg, a nord-est dell’area inizialmente presa di mira dalle squadre di ricerca dopo che domenica l’aereo era scomparso dai radar. Le ricerche erano state allargate a squadre dei Marines, della Marina, della Civil Air Patrol e delle forze dell’ordine locali.
“I membri della comunità dovrebbero evitare l’area mentre la squadra di recupero mette in sicurezza il campo di detriti“, ha dichiarato la Joint Base Charleston in un comunicato di lunedì sera, annunciando la scoperta. Ma, secondo Bloomberg, la dichiarazione non diceva chi, esattamente, avesse trovato i detriti.
In precedenza, il capo del Corpo dei Marines aveva ordinato una pausa nelle operazioni aeree per rivedere la sicurezza e le migliori pratiche in seguito alla misteriosa scomparsa del caccia più avanzato degli Stati Uniti, l’ultimo aereo perso in una recente serie di incidenti.
I Marines hanno dichiarato in un comunicato che il generale Eric Smith, comandante ad interim del servizio, “ha dato ordine a tutte le unità di aviazione del Corpo dei Marines di condurre una pausa di due giorni nelle operazioni questa settimana per discutere le questioni di sicurezza aerea e le migliori pratiche“.
Il documento cita tre incidenti di “classe A” nelle ultime sei settimane: l’F-35 perso domenica e altri due incidenti della stessa classe: la caduta di un F/A-18 in California che ha ucciso il pilota e quello di un MV-22 Osprey in Australia, che ha ucciso cinque Marines.
Ma, sempre secondo Bloomberg, nella vicenda è emersa anche l’incapacità dell’esercito di rintracciare il sofisticato velivolo, il che ha sollevato dubbi sul fatto che il suo transponder – un dispositivo che invia segnali sulla posizione di un aereo – funzionasse correttamente durante il volo e dopo l’espulsione del pilota.
“Non sappiamo con esattezza quale fosse il problema del transponder, ma il punto fondamentale è che avevamo bisogno dell’aiuto del pubblico per rintracciare l’aereo“, ha dichiarato Jeremy Huggins, un portavoce civile della base di Charleston. I transponder “dovrebbero normalmente funzionare“, ha detto.
“L’incidente è attualmente oggetto di indagine“, ha dichiarato in un comunicato il 2nd Marine Aircraft Wing. “Il Dipartimento della Marina ha un processo ben definito per indagare gli incidenti aerei. Non possiamo fornire ulteriori dettagli per preservare l’integrità del processo investigativo“.
L’aereo della Lockeed caduto nella Carolina del Sud era una versione a decollo verticale utilizzata dal Corpo dei Marines. Il jet è apprezzato per le sue qualità stealth, che lo rendono difficile da rilevare dai radar.
Il programma F-35, il più costoso programma di armamenti degli Stati Uniti di sempre, dovrebbe costare 412 miliardi di dollari per lo sviluppo e l’acquisizione, più altri 1.200 miliardi di dollari per il funzionamento e la manutenzione della flotta in oltre 60 anni.
Un singolo jet può costare più di 160 milioni di dollari, a seconda della variante. Vengono utilizzati dall’Aeronautica e dalla Marina, oltre che dai Marines.
Ma al danno serio, anzi serissimo, si è aggiunta anche la beffa. A darne resoconto è la seriosa rivista statunitense Forbes che rileva come sulla scomparsa del costosissimo e modernissimo aereo militare la rete si sia scatenata, sia con i meme sia con ipotesi fantapolitiche secondo cui l’aereo era stato dirottato a Cuba!
Sebbene il pilota sia stato in grado di espellersi in sicurezza e sia stato portato in un centro medico locale in condizioni stabili, la posizione dell’F-35B – la variante a decollo e atterraggio corto/verticale (SVTOL) del Joint Strike Fighter – era rimasta sconosciuta fino a lunedì mattina.
“Non sorprende che sui social media ci siano state molte prese in giro, con meme che vedevano il jet sul lato di cartoni del latte e manifesti scomparsi, mentre altri chiedevano addirittura ‘Amico, hai visto il mio F-35?'”, scrive l’autorevole rivista Forbes.
“Mentre questi post non sono stati presi sul serio, altri hanno iniziato a ipotizzare che il jet fosse volato a Cuba con l’assistenza cinese. Questa ipotesi è diventata rapidamente il centro di una selvaggia teoria della cospirazione, e alcuni non hanno apparentemente pensato che si trattasse di uno scherzo, anche se non ha senso”.
Ma di fronte al dilagare delle tesi “complottiste”, le autorità militari e i mass media sono stati costretti a replicare ricorrendo ad alcuni esperti. Ma anche qui le tesi sono apparse assai divaricanti se non fumose.
“Se fosse arrivato fino a Cuba sarebbe stato abbastanza alto da essere rilevato dai radar“, ha spiegato a Forbes il dottor Matthew J. Schmidt, professore associato di sicurezza nazionale e scienze politiche all’Università di New Haven.
L'F-35 non è effettivamente invisibile ai radar, ma è noto per la sua piccola traccia che lascia sui radar. La teoria attuale degli esperti di aviazione era che il velivolo si sia schiantato sotto il fogliame o fosse sott’acqua in uno dei laghi della regione.
“Il motivo per cui è difficile da trovare è che probabilmente è andato giù, sotto il radar, non su. Inoltre, trattandosi del CONUS, l’intero sistema di tracciamento non è progettato appositamente per monitorare gli incidenti aerei“, ha aggiunto Schmidt.
“L’F-35 è un caccia stealth e non sarà facilmente individuato dai radar civili in caso di caduta ad alta velocità“.
Fatto sta che sia le versioni ufficiali, sia quelle complottiste, non possono negare un dato rilevante: i costosissimi F-35 della Lockeed sono tutt’altro che affidabili. A questo punto l’Italia, invece di sottostare al ruolo del “cliente d’oro”, dovrebbe e potrebbe buttare meno soldi per comprare gli F-35 e destinarli a cause migliori; la sanità, per esempio.
Fonte
21/12/2022
L’Europa sfornita per gli aiuti a Kiev: “riarmiamoci”
Gli arsenali di tutta Europa si sono svuotati dopo mesi di invii massivi a Kiev. Da Bruxelles arriva l’allarme: riempirli subito. “La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina ha reso visibili le nostre carenze”, ha spiegato Jiri Sedivy, capo dell’Agenzia europea per la Difesa. L’organo si occupa di consigliare gli Stati membri su sicurezza e gestione delle crisi, non fa acquisti per conto dell’Ue, ma indica le politiche di difesa sostenute da Bruxelles.
L’Agenzia è impegnata in una serie di incontri con le fabbriche di armi europee per chiedere un aumento della produzione, mentre dall’altro lato fa pressione sui singoli paesi per unirsi e fare ordini collettivi di armi e munizioni. “Ciò che è importante è che saremmo in grado, come Unione Europea – ha spiegato Sedivy all’agenzia di stampa Reuters – di diventare un fornitore credibile di sicurezza per la protezione dei cittadini”.
Da decenni l’Europa ha appaltato alla Nato, quindi a Washington, il ruolo di difesa del continente. Alle istituzioni europee, con il prolungarsi della guerra in Ucraina, appare sempre più urgente la necessità di disporre di mezzi di difesa propri.
“Gli Stati Uniti saranno inevitabilmente impegnati nell’Asia-Pacifico – ha concluso il funzionario dell’Agenzia europea per la Difesa – non saranno in grado di fornire alcuni degli strumenti essenziali come il trasporto aereo strategico, gli aerei da ricognizione, i missili teleguidati di precisione e la difesa aerea”.
Il consumo di materiale bellico in Ucraina è molto più alto di quello che si aspettavano gli analisti allo scoppio del conflitto. Negli scorsi mesi è stata utilizzata buona parte dei residuati sovietici che si trovavano nei paesi dell’est Europa. La Polonia da sola ha inviato a Kiev oltre 350 tra carri armati e mezzi corazzati. Ora quelle armi vanno sostituite con altre tecnologicamente avanzate.
La spesa europea per la difesa è in rapida crescita, nel 2021 ha superato i 200 miliardi di euro segnando un aumento percentuale di sei punti, il più alto dal 2015 quando avvenne l’annessione della Crimea.
Come termine di paragone gli Usa hanno già stanziato aiuti militari per Kiev del valore di quasi 50 miliardi di euro, mentre la spesa militare di Mosca è stata di circa 65 miliardi per lo scorso anno.
All’indomani dell’invasione russa, la prima risposta in termini di potenziamento della difesa, era arrivata da Berlino. Il cancelliere Olaf Scholz ha creato un fondo da 100 miliardi di euro per l’ammodernamento dell’esercito tedesco, Bundeswehr. I primi 10 miliardi verranno spesi per l’acquisto di 35 aerei da combattimento F-35, al costo del singolo velivolo di circa 300 milioni di euro. La consegna della prima tranche, otto aerei, dovrebbe avvenire nel 2026 e si considera che avranno capacità operativa solo due anni dopo.
Ad agosto era stato reso noto che anche l’Italia ha confermato l’acquisto di altri 18 caccia F-35, il prezzo è nettamente inferiore a quello pagato dalla Germania. Il ministero della Difesa ha preferito comprare i velivoli senza tutte le parti di ricambio ordinate da Berlino.
Nonostante gli ordini miliardari la Lockheed Martin, azienda che produce i caccia di ultima generazione, è alle prese con non pochi problemi. Giovedì, nella base texana di Fort Worth, un F-35 si è schiantato al suolo. Al tentativo di atterraggio prima un rimbalzo e poi ha colpito con il muso l’asfalto. Il pilota si è espulso dopo il primo contatto con il terreno, poi l’aereo ha preso fuoco.
Non è chiaro quale sia stato il problema, ma un brutto segnale per un aereo che costa decine di milioni di dollari e a cui Usa e Ue vogliono affidare la sicurezza dei nostri cieli.
Fonte
L’Agenzia è impegnata in una serie di incontri con le fabbriche di armi europee per chiedere un aumento della produzione, mentre dall’altro lato fa pressione sui singoli paesi per unirsi e fare ordini collettivi di armi e munizioni. “Ciò che è importante è che saremmo in grado, come Unione Europea – ha spiegato Sedivy all’agenzia di stampa Reuters – di diventare un fornitore credibile di sicurezza per la protezione dei cittadini”.
Da decenni l’Europa ha appaltato alla Nato, quindi a Washington, il ruolo di difesa del continente. Alle istituzioni europee, con il prolungarsi della guerra in Ucraina, appare sempre più urgente la necessità di disporre di mezzi di difesa propri.
“Gli Stati Uniti saranno inevitabilmente impegnati nell’Asia-Pacifico – ha concluso il funzionario dell’Agenzia europea per la Difesa – non saranno in grado di fornire alcuni degli strumenti essenziali come il trasporto aereo strategico, gli aerei da ricognizione, i missili teleguidati di precisione e la difesa aerea”.
Il consumo di materiale bellico in Ucraina è molto più alto di quello che si aspettavano gli analisti allo scoppio del conflitto. Negli scorsi mesi è stata utilizzata buona parte dei residuati sovietici che si trovavano nei paesi dell’est Europa. La Polonia da sola ha inviato a Kiev oltre 350 tra carri armati e mezzi corazzati. Ora quelle armi vanno sostituite con altre tecnologicamente avanzate.
La spesa europea per la difesa è in rapida crescita, nel 2021 ha superato i 200 miliardi di euro segnando un aumento percentuale di sei punti, il più alto dal 2015 quando avvenne l’annessione della Crimea.
Come termine di paragone gli Usa hanno già stanziato aiuti militari per Kiev del valore di quasi 50 miliardi di euro, mentre la spesa militare di Mosca è stata di circa 65 miliardi per lo scorso anno.
All’indomani dell’invasione russa, la prima risposta in termini di potenziamento della difesa, era arrivata da Berlino. Il cancelliere Olaf Scholz ha creato un fondo da 100 miliardi di euro per l’ammodernamento dell’esercito tedesco, Bundeswehr. I primi 10 miliardi verranno spesi per l’acquisto di 35 aerei da combattimento F-35, al costo del singolo velivolo di circa 300 milioni di euro. La consegna della prima tranche, otto aerei, dovrebbe avvenire nel 2026 e si considera che avranno capacità operativa solo due anni dopo.
Ad agosto era stato reso noto che anche l’Italia ha confermato l’acquisto di altri 18 caccia F-35, il prezzo è nettamente inferiore a quello pagato dalla Germania. Il ministero della Difesa ha preferito comprare i velivoli senza tutte le parti di ricambio ordinate da Berlino.
Nonostante gli ordini miliardari la Lockheed Martin, azienda che produce i caccia di ultima generazione, è alle prese con non pochi problemi. Giovedì, nella base texana di Fort Worth, un F-35 si è schiantato al suolo. Al tentativo di atterraggio prima un rimbalzo e poi ha colpito con il muso l’asfalto. Il pilota si è espulso dopo il primo contatto con il terreno, poi l’aereo ha preso fuoco.
Non è chiaro quale sia stato il problema, ma un brutto segnale per un aereo che costa decine di milioni di dollari e a cui Usa e Ue vogliono affidare la sicurezza dei nostri cieli.
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Corruzione. È una lunga storia...
È l’unica fotografia trovata in rete di un documento storico.
Storico, non solo perché il quotidiano diretto da Eugenio Scalfari prospettava la tesi che il “collettore delle tangenti” per l’Italia, nello scandalo, Lockeed fosse Aldo Moro. 306 milioni di dollari distribuiti in almeno 15 paesi per “facilitare la vendita” degli aerei militari della corporation statunitense.
E lo faceva senza giri di parole, attaccando il Presidente della Democrazia Cristiana, col rischio di finire querelato e dover dimostrare, con prove inoppugnabili, la sua tesi e le sue fonti.
Storico perché quella pagina di Repubblica porta la data del 16 marzo 1978.
La mattina in cui Moro fu sequestrato.
Quel giornale fu ritirato in fretta e furia dalle edicole e della faccenda non se ne parlò più.
La vicenda fu derubricata come una “bufala” messa in giro dall’entourage di Henry Kissinger preoccupato delle “aperture a sinistra” del leader DC.
Era già incominciata la campagna di beatificazione del “santo laico” della democrazia, italiana e cristiana.
Discutere sul ruolo di quel personaggio (e di quel partito) significava finire nella geenna dei “fiancheggiatori del terrorismo”, finire in galera in virtù di qualche “teorema” costruito nelle aule giudiziarie, essere bollato come “sabotatore” delle istituzioni civili e “amico degli assassini“.
Ci vorranno 14 anni prima di vedere i sodali del leader democristiano finire con la bava alla bocca davanti ai giudici di “mani pulite”.
14 anni per potere riparlare di corruzione.
I tempi erano cambiati, e della DC e dei cespugli che per 30 anni avevano goduto il privilegio di “fedeli alleati” nella gestione del potere, le classi dirigenti avevano capito di poterne fare a meno.
Avevano esagerato ed era ora di “cambiare tutto per non cambiare niente”.
Anche il clima era cambiato e gli “intellettuali” che in gioventù mettevano la faccia e la firma contro “il sistema di potere mafioso della DC”, si riscoprivano manettari e estimatori del 41 bis.
La borghesia (la democrazia) aveva vinto e poteva permettersi di fare pulizia al suo interno, e di chiudere i conti aperti negli anni bui in cui aveva rischiato di essere travolta.
Poteva rinnovare la classe dirigente senza la preoccupazione di rischiare di indebolire la sua capacità egemonica.
Gaber, da “provocatore” che poco concedeva al mercimonio delle idee (di certo non delle sue) ci provò ad andare contro corrente.
Lo fece nel 1978. Col “morto in casa”.
Quel disco se l’è dovuto produrre da solo.
È anch’esso un documento storico, lasciato in eredità a futura memoria.
Per non dimenticare.
Fonte
17/09/2020
Trump e la farsa degli Accordi
Con la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele da una
parte ed Emirati Arabi Uniti e Bahrein dall’altra, ratificata martedì
alla Casa Bianca, è stata di fatto liquidata – e con un gesto di aperto
tradimento – la questione palestinese come elemento centrale
dell’approccio dei paesi arabi allo stato ebraico. Lo “storico” accordo è
il risultato degli sforzi dell’amministrazione del presidente americano
Trump, che spera di raccoglierne i frutti nelle elezioni di novembre, ma
risponde anche ai calcoli dei regimi coinvolti. Che la clamorosa svolta
possa portare i risultati sperati per questi ultimi, rimane tuttavia in
forte dubbio.
A Washington, il primo ministro israeliano Netanyahu, sempre più in crisi sul fronte domestico, ha sottoscritto due intese separate con i rappresentanti di Emirati e Bahrein, cioè i rispettivi ministri degli Esteri, Sheikh Abdullah bin Zayed al-Nahyan e Abdullatif al-Zayani. Gli accordi fanno di questi due paesi il terzo e il quarto in assoluto nel mondo arabo ad avere stabilito piene relazioni diplomatiche con Israele, dopo l’Egitto (1979) e la Giordania (1994).
Sul piano concreto, soprattutto gli Emirati hanno da tempo relazioni informali con Israele, ad esempio per quanto riguarda la cooperazione nell’ambito della tecnologia applicata alla sorveglianza della popolazione. La formalizzazione di questa realtà implica però un possibile riallineamento strategico nella regione mediorientale, in particolare se, come appare probabile, a Emirati e Bahrein faranno seguito altri paesi arabi, prima fra tutti l’Arabia Saudita.
Uno dei fattori di maggiore rilievo per leggere gli eventi di queste ore è l’offensiva anti-iraniana dell’amministrazione Trump. Il sostanziale fallimento dei tentativi di mettere in ginocchio la Repubblica Islamica con sanzioni e minacce ha determinato un’intensificazione degli sforzi per consolidare il fronte degli alleati di Washington in Medio Oriente. Lo stesso flop della cosiddetta “NATO araba”, altro miraggio della Casa Bianca, ha senza dubbio orientato l’entourage di Trump verso la normalizzazione tra i regimi sunniti e la molto presunta unica democrazia mediorientale.
Quella che Alberto Negri su Il Manifesto ha definito una “NATO araba a trazione israeliana” cerca così di coagulare le ossessioni anti-iraniane attorno al riconoscimento dello stato ebraico, nell’ottica della ormai proverbiale strategia di “massima pressione” nei confronti di Teheran. Proprio questo elemento sostituisce, in maniera che è difficile non definire vergognosa, la questione palestinese in cima alla lista delle priorità arabe in cambio del riconoscimento di un paese che pratica quotidianamente l’apartheid e opera costantemente al di fuori del diritto internazionale.
La stretta di mano tra Netanyahu e i capi della diplomazia delle monarchie assolute di Emirati Arabi e Bahrein segna dunque la morte della cosiddetta “Iniziativa Araba di Pace”, promossa nel 2002 dall’Arabia Saudita e appoggiata dalla Lega Araba. Con questo meccanismo, i paesi arabi offrivano a Israele il pieno riconoscimento in cambio del ritiro dai territori occupati, della risoluzione della questione dei profughi palestinesi e della creazione di uno stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale.
Il modo in cui alcuni regimi arabi hanno voltato le spalle anche formalmente alla popolazione palestinese è a dir poco ignobile. In cambio, stando a quanto era dato sapere fino alla vigilia della firma degli accordi, c’è oltretutto la mera sospensione dell’annunciata annessione da parte di Israele di circa un terzo del territorio della Cisgiordania. Netanyahu, poi, ha tenuto a sottolineare che questa iniziativa, del tutto illegale, è soltanto rimandata.
Tra i dettagli dell’accordo siglato con la mediazione americana figurano l’apertura delle ambasciate e la cooperazione negli ambiti del turismo, del commercio e della sicurezza. I termini dell’accordo dovranno essere comunque approvati dal parlamento di Israele (“Knesset”). Nel complesso, l’annuncio di Trump sulla “nuova alba del Medio Oriente” e la fine delle divisioni nella regione appare decisamente fuori luogo.
Come ha fatto notare più di un commentatore, nei piani degli Stati Uniti il summit di martedì alla Casa Bianca dovrebbe essere ad ogni modo il primo passo di un processo che porterà al riconoscimento di Israele anche da parte di altri paesi arabi. Uno di questi è l’Oman, ma il pezzo forte resta ovviamente l’Arabia Saudita.
Nella casa regnante di Riyadh, è estremamente probabile che l’erede al trono Mohammad bin Salman (MBS) sia già orientato a muoversi in questo senso. D’altra parte, è noto il suo strettissimo rapporto con quello che è considerato l’artefice dell’accordo di questa settimana, il consigliere e genero di Trump, Jared Kushner. All’interno della famiglia reale ci sarebbero però anche resistenze a gettare in mare una strategia che il regno ha lanciato e finora rispettato almeno formalmente. Il sovrano – Salman – sarebbe infatti contrario, anche perché la pacificazione con lo stato ebraico resta fortemente avversata dalle popolazioni arabe in totale assenza di concessioni per i palestinesi.
È presumibile che i sauditi salteranno sul carro israelo-americano una volta che MBS sarà succeduto al padre, ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali all’insegna della freddezza, la decisione a Riyadh sembra già presa. Ciò che lo dimostra è la presenza a Washington del Bahrein. Questo paese è di fatto un protettorato dell’Arabia Saudita, a cui i regnanti sunniti della famiglia al-Khalifa devono tutto, visto anche che furono le truppe inviate dal potente vicino a reprimere nel sangue la rivolta della maggioranza sciita nel pieno della “Primavera Araba” del 2011.
La partecipazione del Bahrein alla cerimonia di riconoscimento di Israele è stata perciò autorizzata o, più probabilmente, ordinata da Riyadh, con quello che è un gesto indicante l’approvazione della monarchia wahhabita, anche se non ancora pronta a fare questo passo direttamente. Sulla cautela saudita devono forse influire anche le riserve circa la scelta di Israele come futuro partner in un frangente storico nel quale la casa regnante si ritrova a fare i conti con una serie di crisi senza precedenti.
Da considerare c’è per l’Arabia Saudita il problema della legittimità a rappresentare la comunità islamica se le scelte strategiche del regime rischiano di trasformarlo in poco più di un esecutore degli interessi americani, per non dire di Israele. La questione è tanto più delicata se si pensa alle ambizioni della Turchia in questo senso e che da tempo si sono scontrate materialmente con gli interessi sauditi, come ad esempio in Libia.
Allo stesso modo, è quanto meno dubbio che l’adesione di Ryadh, così come di Abu Dhabi, alle direttive di Washington su Israele garantiscano ai regimi sunniti una difesa efficace, per non parlare delle potenzialità offensive, in caso di conflitto con l’Iran. Il percorso intrapreso dalla leadership saudita guidata dal principe ereditario MBS è dunque pericoloso e pieno di ostacoli e rischia di legare il destino di un regno in profonda crisi alle priorità strategiche di un paese – gli Stati Uniti – in netto arretramento sul piano globale e di un altro – Israele – che è, dopo l’alleato americano, il principale elemento destabilizzante del Medio Oriente.
Le forniture di armamenti sono infine un altro dei fattori entrati nei calcoli dei paesi decisi a legittimare Israele davanti alle rispettive popolazioni. Sui media di tutto il mondo si è parlato ad esempio delle ambizioni degli Emirati Arabi, il cui desiderio di acquistare, tra l’altro, gli F-35 e nuovi droni americani si era scontrato finora con il principio di superiorità militare da garantire a Israele.
Lo stesso discorso vale per il Bahrein, che potrebbe vedere accelerare la vendita di F-16, già sbloccata dall’amministrazione Trump dopo il precedente stop per questioni legate alle violazioni dei diritti umani del regime sunnita. Il vice-presidente esecutivo di Lockheed Martin ha infatti confermato settimana scorsa che nel prossimo futuro la sua compagnia si aspetta un impennata di ordini per i jet F-16 e possibili prospettive simili per gli F-35.
Questo obiettivo per gli Emirati è legato alle mire regionali e che implicano, grazie proprio all’accettazione del processo di normalizzazione con Israele, un possibile via libera al rafforzamento delle proprie operazioni in paesi come Libia e Yemen, al centro di accese polemiche anche negli Stati Uniti per ragioni di opportunità strategica e di immagine, visti i ripetuti massacri di civili nel paese della penisola arabica in guerra.
Tutti i riflessi degli “Accordi di Abramo”, come sono stati ribattezzati a Washington, saranno comunque da verificare, ma fin da ora è fuori discussione, al contrario di quanto sostiene la Casa Bianca, che gli eventi di questa settimana daranno un nuovo pesante colpo alla causa palestinese, nel sostanziale silenzio delle altre potenze con interessi nella regione, a cominciare da quelle europee.
Fonte
A Washington, il primo ministro israeliano Netanyahu, sempre più in crisi sul fronte domestico, ha sottoscritto due intese separate con i rappresentanti di Emirati e Bahrein, cioè i rispettivi ministri degli Esteri, Sheikh Abdullah bin Zayed al-Nahyan e Abdullatif al-Zayani. Gli accordi fanno di questi due paesi il terzo e il quarto in assoluto nel mondo arabo ad avere stabilito piene relazioni diplomatiche con Israele, dopo l’Egitto (1979) e la Giordania (1994).
Sul piano concreto, soprattutto gli Emirati hanno da tempo relazioni informali con Israele, ad esempio per quanto riguarda la cooperazione nell’ambito della tecnologia applicata alla sorveglianza della popolazione. La formalizzazione di questa realtà implica però un possibile riallineamento strategico nella regione mediorientale, in particolare se, come appare probabile, a Emirati e Bahrein faranno seguito altri paesi arabi, prima fra tutti l’Arabia Saudita.
Uno dei fattori di maggiore rilievo per leggere gli eventi di queste ore è l’offensiva anti-iraniana dell’amministrazione Trump. Il sostanziale fallimento dei tentativi di mettere in ginocchio la Repubblica Islamica con sanzioni e minacce ha determinato un’intensificazione degli sforzi per consolidare il fronte degli alleati di Washington in Medio Oriente. Lo stesso flop della cosiddetta “NATO araba”, altro miraggio della Casa Bianca, ha senza dubbio orientato l’entourage di Trump verso la normalizzazione tra i regimi sunniti e la molto presunta unica democrazia mediorientale.
Quella che Alberto Negri su Il Manifesto ha definito una “NATO araba a trazione israeliana” cerca così di coagulare le ossessioni anti-iraniane attorno al riconoscimento dello stato ebraico, nell’ottica della ormai proverbiale strategia di “massima pressione” nei confronti di Teheran. Proprio questo elemento sostituisce, in maniera che è difficile non definire vergognosa, la questione palestinese in cima alla lista delle priorità arabe in cambio del riconoscimento di un paese che pratica quotidianamente l’apartheid e opera costantemente al di fuori del diritto internazionale.
La stretta di mano tra Netanyahu e i capi della diplomazia delle monarchie assolute di Emirati Arabi e Bahrein segna dunque la morte della cosiddetta “Iniziativa Araba di Pace”, promossa nel 2002 dall’Arabia Saudita e appoggiata dalla Lega Araba. Con questo meccanismo, i paesi arabi offrivano a Israele il pieno riconoscimento in cambio del ritiro dai territori occupati, della risoluzione della questione dei profughi palestinesi e della creazione di uno stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale.
Il modo in cui alcuni regimi arabi hanno voltato le spalle anche formalmente alla popolazione palestinese è a dir poco ignobile. In cambio, stando a quanto era dato sapere fino alla vigilia della firma degli accordi, c’è oltretutto la mera sospensione dell’annunciata annessione da parte di Israele di circa un terzo del territorio della Cisgiordania. Netanyahu, poi, ha tenuto a sottolineare che questa iniziativa, del tutto illegale, è soltanto rimandata.
Tra i dettagli dell’accordo siglato con la mediazione americana figurano l’apertura delle ambasciate e la cooperazione negli ambiti del turismo, del commercio e della sicurezza. I termini dell’accordo dovranno essere comunque approvati dal parlamento di Israele (“Knesset”). Nel complesso, l’annuncio di Trump sulla “nuova alba del Medio Oriente” e la fine delle divisioni nella regione appare decisamente fuori luogo.
Come ha fatto notare più di un commentatore, nei piani degli Stati Uniti il summit di martedì alla Casa Bianca dovrebbe essere ad ogni modo il primo passo di un processo che porterà al riconoscimento di Israele anche da parte di altri paesi arabi. Uno di questi è l’Oman, ma il pezzo forte resta ovviamente l’Arabia Saudita.
Nella casa regnante di Riyadh, è estremamente probabile che l’erede al trono Mohammad bin Salman (MBS) sia già orientato a muoversi in questo senso. D’altra parte, è noto il suo strettissimo rapporto con quello che è considerato l’artefice dell’accordo di questa settimana, il consigliere e genero di Trump, Jared Kushner. All’interno della famiglia reale ci sarebbero però anche resistenze a gettare in mare una strategia che il regno ha lanciato e finora rispettato almeno formalmente. Il sovrano – Salman – sarebbe infatti contrario, anche perché la pacificazione con lo stato ebraico resta fortemente avversata dalle popolazioni arabe in totale assenza di concessioni per i palestinesi.
È presumibile che i sauditi salteranno sul carro israelo-americano una volta che MBS sarà succeduto al padre, ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali all’insegna della freddezza, la decisione a Riyadh sembra già presa. Ciò che lo dimostra è la presenza a Washington del Bahrein. Questo paese è di fatto un protettorato dell’Arabia Saudita, a cui i regnanti sunniti della famiglia al-Khalifa devono tutto, visto anche che furono le truppe inviate dal potente vicino a reprimere nel sangue la rivolta della maggioranza sciita nel pieno della “Primavera Araba” del 2011.
La partecipazione del Bahrein alla cerimonia di riconoscimento di Israele è stata perciò autorizzata o, più probabilmente, ordinata da Riyadh, con quello che è un gesto indicante l’approvazione della monarchia wahhabita, anche se non ancora pronta a fare questo passo direttamente. Sulla cautela saudita devono forse influire anche le riserve circa la scelta di Israele come futuro partner in un frangente storico nel quale la casa regnante si ritrova a fare i conti con una serie di crisi senza precedenti.
Da considerare c’è per l’Arabia Saudita il problema della legittimità a rappresentare la comunità islamica se le scelte strategiche del regime rischiano di trasformarlo in poco più di un esecutore degli interessi americani, per non dire di Israele. La questione è tanto più delicata se si pensa alle ambizioni della Turchia in questo senso e che da tempo si sono scontrate materialmente con gli interessi sauditi, come ad esempio in Libia.
Allo stesso modo, è quanto meno dubbio che l’adesione di Ryadh, così come di Abu Dhabi, alle direttive di Washington su Israele garantiscano ai regimi sunniti una difesa efficace, per non parlare delle potenzialità offensive, in caso di conflitto con l’Iran. Il percorso intrapreso dalla leadership saudita guidata dal principe ereditario MBS è dunque pericoloso e pieno di ostacoli e rischia di legare il destino di un regno in profonda crisi alle priorità strategiche di un paese – gli Stati Uniti – in netto arretramento sul piano globale e di un altro – Israele – che è, dopo l’alleato americano, il principale elemento destabilizzante del Medio Oriente.
Le forniture di armamenti sono infine un altro dei fattori entrati nei calcoli dei paesi decisi a legittimare Israele davanti alle rispettive popolazioni. Sui media di tutto il mondo si è parlato ad esempio delle ambizioni degli Emirati Arabi, il cui desiderio di acquistare, tra l’altro, gli F-35 e nuovi droni americani si era scontrato finora con il principio di superiorità militare da garantire a Israele.
Lo stesso discorso vale per il Bahrein, che potrebbe vedere accelerare la vendita di F-16, già sbloccata dall’amministrazione Trump dopo il precedente stop per questioni legate alle violazioni dei diritti umani del regime sunnita. Il vice-presidente esecutivo di Lockheed Martin ha infatti confermato settimana scorsa che nel prossimo futuro la sua compagnia si aspetta un impennata di ordini per i jet F-16 e possibili prospettive simili per gli F-35.
Questo obiettivo per gli Emirati è legato alle mire regionali e che implicano, grazie proprio all’accettazione del processo di normalizzazione con Israele, un possibile via libera al rafforzamento delle proprie operazioni in paesi come Libia e Yemen, al centro di accese polemiche anche negli Stati Uniti per ragioni di opportunità strategica e di immagine, visti i ripetuti massacri di civili nel paese della penisola arabica in guerra.
Tutti i riflessi degli “Accordi di Abramo”, come sono stati ribattezzati a Washington, saranno comunque da verificare, ma fin da ora è fuori discussione, al contrario di quanto sostiene la Casa Bianca, che gli eventi di questa settimana daranno un nuovo pesante colpo alla causa palestinese, nel sostanziale silenzio delle altre potenze con interessi nella regione, a cominciare da quelle europee.
Fonte
10/06/2020
Niente sovranità economica senza quella politica
di Manlio Dinucci
da il manifesto 9 giugno 2020
Si discute attualmente su quanti e quali finanziamenti l’Italia riceverà dall’Unione europea e a quali condizioni. Da Bruxelles arrivano messaggi tranquillizzanti. Ma poiché tali finanziamenti saranno forniti per la maggior parte sotto forma di prestiti, diversi economisti avvertono che c’è il pericolo di un forte indebitamento e di una ulteriore perdita di sovranità economica.
L’attenzione politico-mediatica si concentra quindi sui rapporti tra Italia e Unione europea. Tema importante, che non può però essere separato da quello dei rapporti tra Italia e Stati Uniti, di cui in parlamento e sui grandi media nessuno discute.
Si continuano così a ignorare le implicazioni del piano di «assistenza» all’Italia varato il 10 aprile dal presidente Trump (il manifesto, 14 aprile 2020). Eppure l’ambasciatore Usa in Italia, Lewis Eisenberg, lo definisce «il più grande aiuto finanziario che gli Stati Uniti abbiano mai dato a un paese dell’Europa occidentale dal 1948, dai tempi del Piano Marshall».
A supporto delle attività sanitarie anti-Covid già «decine di milioni di dollari sono andati e andranno alla Croce rossa e ad alcune organizzazioni non governative» (non meglio identificate). Oltre a questo il piano prevede una serie di interventi per «sostenere la ripresa dell’economia italiana».
A tal fine il presidente Trump ha ordinato ai segretari del Tesoro e del Commercio, al presidente della Banca di Export-Import, all’amministratore dell’Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale, al direttore della United States International Development Finance Corporation (agenzia governativa che finanzia progetti di sviluppo privati) di usare i loro strumenti per «sostenere le imprese italiane». Non viene detto quali imprese sono e saranno finanziate nel quadro di tale piano, né a quali condizioni sono vincolati tali finanziamenti.
L’ambasciatore Eisenberg parla in generale degli ottimi rapporti tra Stati Uniti e Italia, dimostrati da «importanti indicatori di tipo economico e strategico», tra cui «uno dei più grandi accordi militari con Fincantieri», che lo scorso maggio si è aggiudicata un contratto da circa 6 miliardi di dollari per la costruzione di dieci fregate multiruolo per la US Navy. Il gruppo italiano, controllato per il 70% dal Ministero dell’economia e delle finanze, ha negli Usa tre cantieri, in cui sono in costruzione anche quattro analoghe navi da guerra per l’Arabia Saudita.
Altro importante indicatore di tipo economico e strategico è la crescente integrazione di Leonardo, la maggiore industria militare italiana, nel complesso militare-industriale Usa soprattutto attraverso Lockheed Martin, la maggiore industria militare statunitense. Leonardo, di cui il Ministero dell’economia e delle finanze è il principale azionista, fornisce negli Usa prodotti e servizi alle forze armate e alle agenzie d’intelligence, e in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 di Lockheed Martin.
Sono questi e altri potenti interessi – in particolare quelli dei grandi gruppi finanziari – che legano l’Italia agli Stati Uniti. Non solo la politica estera e militare, ma anche quella economica dell’Italia viene così subordinata alla strategia degli Stati Uniti, improntata a un sempre più acuto confronto politico, economico e militare con Russia e Cina. È chiaro il piano di Washington: sfruttare la crisi e le fratture nella Ue per rafforzare l’influenza Usa in Italia.
Le conseguenze sono evidenti. Mentre ad esempio sarebbe nostro interesse nazionale togliere le sanzioni a Mosca, così da rilanciare l’export italiano in Russia per ridare ossigeno soprattutto alle piccole e medie imprese, tale scelta è resa impossibile dalla nostra dipendenza dalle scelte di Washington e di Bruxelles. Sono allo stesso tempo in pericolo gli accordi dell’Italia con la Cina nel quadro della Nuova Via della Seta, non graditi a Washington.
La mancanza di reale sovranità politica impedisce queste e altre scelte economiche di vitale importanza per uscire dalla crisi. Ma di tutto questo, nel talk show della politica, non si parla.
Fonte
da il manifesto 9 giugno 2020
Si discute attualmente su quanti e quali finanziamenti l’Italia riceverà dall’Unione europea e a quali condizioni. Da Bruxelles arrivano messaggi tranquillizzanti. Ma poiché tali finanziamenti saranno forniti per la maggior parte sotto forma di prestiti, diversi economisti avvertono che c’è il pericolo di un forte indebitamento e di una ulteriore perdita di sovranità economica.
L’attenzione politico-mediatica si concentra quindi sui rapporti tra Italia e Unione europea. Tema importante, che non può però essere separato da quello dei rapporti tra Italia e Stati Uniti, di cui in parlamento e sui grandi media nessuno discute.
Si continuano così a ignorare le implicazioni del piano di «assistenza» all’Italia varato il 10 aprile dal presidente Trump (il manifesto, 14 aprile 2020). Eppure l’ambasciatore Usa in Italia, Lewis Eisenberg, lo definisce «il più grande aiuto finanziario che gli Stati Uniti abbiano mai dato a un paese dell’Europa occidentale dal 1948, dai tempi del Piano Marshall».
A supporto delle attività sanitarie anti-Covid già «decine di milioni di dollari sono andati e andranno alla Croce rossa e ad alcune organizzazioni non governative» (non meglio identificate). Oltre a questo il piano prevede una serie di interventi per «sostenere la ripresa dell’economia italiana».
A tal fine il presidente Trump ha ordinato ai segretari del Tesoro e del Commercio, al presidente della Banca di Export-Import, all’amministratore dell’Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale, al direttore della United States International Development Finance Corporation (agenzia governativa che finanzia progetti di sviluppo privati) di usare i loro strumenti per «sostenere le imprese italiane». Non viene detto quali imprese sono e saranno finanziate nel quadro di tale piano, né a quali condizioni sono vincolati tali finanziamenti.
L’ambasciatore Eisenberg parla in generale degli ottimi rapporti tra Stati Uniti e Italia, dimostrati da «importanti indicatori di tipo economico e strategico», tra cui «uno dei più grandi accordi militari con Fincantieri», che lo scorso maggio si è aggiudicata un contratto da circa 6 miliardi di dollari per la costruzione di dieci fregate multiruolo per la US Navy. Il gruppo italiano, controllato per il 70% dal Ministero dell’economia e delle finanze, ha negli Usa tre cantieri, in cui sono in costruzione anche quattro analoghe navi da guerra per l’Arabia Saudita.
Altro importante indicatore di tipo economico e strategico è la crescente integrazione di Leonardo, la maggiore industria militare italiana, nel complesso militare-industriale Usa soprattutto attraverso Lockheed Martin, la maggiore industria militare statunitense. Leonardo, di cui il Ministero dell’economia e delle finanze è il principale azionista, fornisce negli Usa prodotti e servizi alle forze armate e alle agenzie d’intelligence, e in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 di Lockheed Martin.
Sono questi e altri potenti interessi – in particolare quelli dei grandi gruppi finanziari – che legano l’Italia agli Stati Uniti. Non solo la politica estera e militare, ma anche quella economica dell’Italia viene così subordinata alla strategia degli Stati Uniti, improntata a un sempre più acuto confronto politico, economico e militare con Russia e Cina. È chiaro il piano di Washington: sfruttare la crisi e le fratture nella Ue per rafforzare l’influenza Usa in Italia.
Le conseguenze sono evidenti. Mentre ad esempio sarebbe nostro interesse nazionale togliere le sanzioni a Mosca, così da rilanciare l’export italiano in Russia per ridare ossigeno soprattutto alle piccole e medie imprese, tale scelta è resa impossibile dalla nostra dipendenza dalle scelte di Washington e di Bruxelles. Sono allo stesso tempo in pericolo gli accordi dell’Italia con la Cina nel quadro della Nuova Via della Seta, non graditi a Washington.
La mancanza di reale sovranità politica impedisce queste e altre scelte economiche di vitale importanza per uscire dalla crisi. Ma di tutto questo, nel talk show della politica, non si parla.
Fonte
05/04/2020
F-35 beni essenziali: lo stabilimento di Cameri rimane aperto
Tra la lunga lista delle attività essenziali rimaste aperte, nel pieno della crisi sanitaria, c’è lo stabilimento di Leonardo a Cameri, che ha in incarico la costruzione degli F-35, i cacciabombardieri della Lockheed Martin (USA) ed è l’unico stabilimento in grado di eseguire anche l’assemblaggio della variante F-35B al di fuori degli Usa.
Da questa settimana, grazie ai “privilegi” riservati al ministero della Difesa, i 200 lavoratori dello stabilimento sono tornati in fabbrica, grazie al via libera che il governo ha dato alla Difesa.
Mentre in Giappone lo stabilimento della Faco di Nagoya rimane chiuso perché “una pausa può essere assorbita dai margini di programma esistenti di Mitsubishi Heavy Industries (MHI)” come dichiarato dal suo portavoce, in Italia lo stabilimento è stato riaperto, perché “potrebbero essere a rischio diverse commesse e posti di lavoro.”
“Sono fermi milioni di lavoratori perché ovviamente ci sono delle misure di distanziamento sociale da rispettare, ma all’industria delle armi si permette di andare avanti”, denuncia Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete italiana per il disarmo.
Conte ha dato carta bianca alla Difesa, nelle strade tra la gente come in tutto l'indotto. In una comunicazione diffusa la settimana scorsa, il Ministero dichiara “l’opportunità che le società e le aziende federate all’interno di AIAD, nel proseguire la propria attività”, concentrandosi sulle linee produttive “ritenute maggiormente essenziali e strategiche e, di contro, rallentare per quanto possibile l’attività produttiva e commerciale con riferimento a tutto ciò che non sia ritenuto, del pari, analogamente essenziale“.
Ancora una volta registriamo come l’essenziale e lo strategico dipendano non tanto dalla sicurezza per i lavoratori, quanto piuttosto dal tentativo di mantenere in vita un sistema che si basa sulla guerra e sullo sfruttamento, proprio nel momento in cui la realtà ci sta mostrando tutte le crepe di questo medesimo sistema.
Fonte
Da questa settimana, grazie ai “privilegi” riservati al ministero della Difesa, i 200 lavoratori dello stabilimento sono tornati in fabbrica, grazie al via libera che il governo ha dato alla Difesa.
Mentre in Giappone lo stabilimento della Faco di Nagoya rimane chiuso perché “una pausa può essere assorbita dai margini di programma esistenti di Mitsubishi Heavy Industries (MHI)” come dichiarato dal suo portavoce, in Italia lo stabilimento è stato riaperto, perché “potrebbero essere a rischio diverse commesse e posti di lavoro.”
“Sono fermi milioni di lavoratori perché ovviamente ci sono delle misure di distanziamento sociale da rispettare, ma all’industria delle armi si permette di andare avanti”, denuncia Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete italiana per il disarmo.
Conte ha dato carta bianca alla Difesa, nelle strade tra la gente come in tutto l'indotto. In una comunicazione diffusa la settimana scorsa, il Ministero dichiara “l’opportunità che le società e le aziende federate all’interno di AIAD, nel proseguire la propria attività”, concentrandosi sulle linee produttive “ritenute maggiormente essenziali e strategiche e, di contro, rallentare per quanto possibile l’attività produttiva e commerciale con riferimento a tutto ciò che non sia ritenuto, del pari, analogamente essenziale“.
Ancora una volta registriamo come l’essenziale e lo strategico dipendano non tanto dalla sicurezza per i lavoratori, quanto piuttosto dal tentativo di mantenere in vita un sistema che si basa sulla guerra e sullo sfruttamento, proprio nel momento in cui la realtà ci sta mostrando tutte le crepe di questo medesimo sistema.
Fonte
06/03/2020
Coronavirus - Trump peggio dei NoVax
Che l’attuale presidente degli Stati Uniti ci abbia abituato a uscite molto improbabili (per essere indulgenti) non è una novità. Ma di fronte al palesarsi dell’epidemia di coronavirus anche negli Stati Uniti, sembra decisamente uscito di senno.
Secondo Trump infatti il tasso di mortalità del 3,4% di cui parla l’Organizzazione Mondiale della Sanità per il coronavirus è un “numero falso”. In un’intervista alla televisione amica Foxnews, il presidente Usa basa la sua affermazione su un criterio decisamente a/scientifico: “È una mia impressione basata sulle conversazioni che ho avuto con molta gente” ha spiegato osservando come molte delle persone che contrarranno il coronavirus “si riprenderanno rapidamente, senza neanche vedere il medico”.
I vertici dell’Oms al contrario lanciano l’allarme e dichiarano di essere preoccupati per il fatto che “una lunga lista di Paesi non abbiano preso abbastanza sul serio” il coronavirus che ha ucciso 3.300 persone nel mondo “o abbiano deciso che non possono fare nulla”.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus in una conferenza stampa, anche senza fare riferimenti espliciti agli Usa, ha sottolineato questo aspetto: “Siamo preoccupati che in alcuni Paesi il livello di impegno politico e le azioni che dimostrano tale impegno non corrispondano al livello della minaccia che tutti affrontiamo”.
Il network televisivo Cbs sottolinea come le dichiarazioni di Trump abbiano suscitato su twitter le reazioni furiose di molti medici. “Sono un dottore. Non andate a lavorare con il Coronavirus”, ha scritto la dott.ssa Kathie Allen , che si descrive come un medico di famiglia della California nella sua biografia su Twitter. “Non ascoltate lo stupido.”
“È estremamente irresponsabile e pericoloso per Trump affermare che le persone con lievi sintomi del coronavirus possono migliorare semplicemente andando al lavoro”, ha dichiarato il Dr. Eugene Gu su Twitter. “Possono trasmettere il coronavirus ai loro colleghi, alcuni dei quali possono avere condizioni mediche croniche e soffrire di gravi complicazioni”.
Il coronavirus rischia infatti di mettere a dura prova le contraddizioni del sistema sanitario americano. Una preoccupazione che non sfugge affatto all’amministrazione Trump impegnata nella campagna elettorale per il rinnovo della presidenza. Secondo indiscrezioni, la Casa Bianca sta considerando la possibilità di usare un programma nazionale per i disastri naturali per pagare gli ospedali e i medici che curano pazienti che però non hanno l’assicurazione sanitaria, e non sono affatto pochi.
Si calcola infatti che nel 2018 circa 27,5 milioni di americani, cioè l’8,5% della popolazione, non possiede alcuna assicurazione sanitaria, neanche temporanea.
Il Washington Post intanto rivela che sia Microsoft sia Lockheed Martin hanno confermato i primi casi di virus tra i loro dipendenti.
Il colosso della tecnologia con sede a Seattle, che aveva già incaricato il suo staff di lavorare da casa fino al 25 marzo, ha dichiarato alla CNBC che due impiegati si sono dimostrati positivi per il virus. Uno è un appaltatore di LinkedIn, una consociata di Microsoft, che lavora da casa e non ha avuto contatti noti con i propri colleghi.
Microsoft impiega oltre 50.000 persone nell’area di Seattle, tra cui molte nella sua sede di Redmond, nello stato di Washington che è uno degli epicentri dell’epidemia di coronavirus negli Stati Uniti.
Ma anche nella Silicon Valley un dipendente di Lockheed Martin si è rivelato positivo per il virus. La società lo ha confermato ieri anche se non ha specificato se avrebbe ordinato ai suoi oltre 4.000 dipendenti nella zona di lavorare da casa.
Fonte
Secondo Trump infatti il tasso di mortalità del 3,4% di cui parla l’Organizzazione Mondiale della Sanità per il coronavirus è un “numero falso”. In un’intervista alla televisione amica Foxnews, il presidente Usa basa la sua affermazione su un criterio decisamente a/scientifico: “È una mia impressione basata sulle conversazioni che ho avuto con molta gente” ha spiegato osservando come molte delle persone che contrarranno il coronavirus “si riprenderanno rapidamente, senza neanche vedere il medico”.
I vertici dell’Oms al contrario lanciano l’allarme e dichiarano di essere preoccupati per il fatto che “una lunga lista di Paesi non abbiano preso abbastanza sul serio” il coronavirus che ha ucciso 3.300 persone nel mondo “o abbiano deciso che non possono fare nulla”.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus in una conferenza stampa, anche senza fare riferimenti espliciti agli Usa, ha sottolineato questo aspetto: “Siamo preoccupati che in alcuni Paesi il livello di impegno politico e le azioni che dimostrano tale impegno non corrispondano al livello della minaccia che tutti affrontiamo”.
Il network televisivo Cbs sottolinea come le dichiarazioni di Trump abbiano suscitato su twitter le reazioni furiose di molti medici. “Sono un dottore. Non andate a lavorare con il Coronavirus”, ha scritto la dott.ssa Kathie Allen , che si descrive come un medico di famiglia della California nella sua biografia su Twitter. “Non ascoltate lo stupido.”
“È estremamente irresponsabile e pericoloso per Trump affermare che le persone con lievi sintomi del coronavirus possono migliorare semplicemente andando al lavoro”, ha dichiarato il Dr. Eugene Gu su Twitter. “Possono trasmettere il coronavirus ai loro colleghi, alcuni dei quali possono avere condizioni mediche croniche e soffrire di gravi complicazioni”.
Il coronavirus rischia infatti di mettere a dura prova le contraddizioni del sistema sanitario americano. Una preoccupazione che non sfugge affatto all’amministrazione Trump impegnata nella campagna elettorale per il rinnovo della presidenza. Secondo indiscrezioni, la Casa Bianca sta considerando la possibilità di usare un programma nazionale per i disastri naturali per pagare gli ospedali e i medici che curano pazienti che però non hanno l’assicurazione sanitaria, e non sono affatto pochi.
Si calcola infatti che nel 2018 circa 27,5 milioni di americani, cioè l’8,5% della popolazione, non possiede alcuna assicurazione sanitaria, neanche temporanea.
Il Washington Post intanto rivela che sia Microsoft sia Lockheed Martin hanno confermato i primi casi di virus tra i loro dipendenti.
Il colosso della tecnologia con sede a Seattle, che aveva già incaricato il suo staff di lavorare da casa fino al 25 marzo, ha dichiarato alla CNBC che due impiegati si sono dimostrati positivi per il virus. Uno è un appaltatore di LinkedIn, una consociata di Microsoft, che lavora da casa e non ha avuto contatti noti con i propri colleghi.
Microsoft impiega oltre 50.000 persone nell’area di Seattle, tra cui molte nella sua sede di Redmond, nello stato di Washington che è uno degli epicentri dell’epidemia di coronavirus negli Stati Uniti.
Ma anche nella Silicon Valley un dipendente di Lockheed Martin si è rivelato positivo per il virus. La società lo ha confermato ieri anche se non ha specificato se avrebbe ordinato ai suoi oltre 4.000 dipendenti nella zona di lavorare da casa.
Fonte
01/04/2019
F-35: il potere delle armi
“La “unione personale” delle banche con l’industria è completata dalla “unione personale” di entrambe col governo” (Lenin – L’imperialismo)
I trentaquattro F-35 che il Belgio deve acquistare dagli Stati Uniti, per una cifra di circa 4 miliardi di euro, non sarebbero in grado di sostenere un combattimento aereo. La notizia non viene da Bruxelles, ma dall’organizzazione non governativa americana POGO (Project On Government Oversight), anche se riportata dalla rivista belga Le Vif.
I velivoli avrebbero così tanti difetti e carenze tecniche, da renderli inadatti ad azioni di guerra e da mettere in pericolo gli stessi piloti. Nello specifico, in estrema sintesi: scarsa precisione di fuoco, insufficiente livello di difesa da cyberattacchi e durata limitata di servizio, sia complessiva (2.000 ore, invece delle 8.000 previste), sia relativa, con una media di 0,3-0,4 uscite al giorno, contro 1 uscita di F-15 ed F-16 e 1,4 uscite del A-10. Nella versione per la Marina i F-35B di oggi potrebbero finire al cimitero già nel 2026, 44 anni prima del 2070, come previsto dal programma.
Ma la “scelta” del governo belga sugli F-35 è fatta ed è stata annunciata pochi mesi fa (alla gara indetta, avevano risposto la svedese Saab, l’americana Boeing, la britannica BAE System – con i suoi Eurofighter Typhoon – e la Lockheed Martin, appunto, coi F-35 Lightning II; poi Saab e Boeing si erano ritirate). Una scelta che aveva sollevato la reazione stizzita di Emmanuel Macron, che aveva qualificato quella decisione belga come “strategicamente contraria agli interessi del vecchio continente”, essendo stati scartati il francese Dassault Rafale (non rispondente alle procedure di gara) e l’Eurofighter, in cui entra, tra le altre, anche la Francia.
In generale, a giudizio della POGO, lascerebbe molto a desiderare la versione dei caccia della Lockheed destinati alla Marina. Quello del F-35, osserva iarex.ru, costituisce un’ulteriore testimonianza del degrado del complesso militare-industriale statunitense.
Un altro esempio è dato dalla recentissima portaerei nucleare “Gerald R. Ford”, per cui si sono spesi quasi 13 miliardi di dollari, ma che, subito dopo la prima uscita in mare, è dovuta andare in bacino, dove rimarrà non meno di 15 mesi, e tuttavia ciò non ha impedito alla US Navy di ordinare altri due vascelli dello stesso tipo.
Più che di “degrado del complesso militare-industriale”, sembra dunque di poter rilevare il potere del denaro nel dettare le scelte politiche o, per dirla con Lenin, poter constatare come “Le due istituzioni più caratteristiche di questa macchina statale sono: la burocrazia e l’esercito permanente. Marx ed Engels parlano molte volte, nelle loro opere, dei mille legami che collegano queste istituzioni appunto con la borghesia”.
Tornando agli F-35 – il sistema d’arma più costoso della storia: sinora 1,5 trilioni di dollari – un’estesa e dettagliata analisi dei suoi difetti, è stata pubblicata a firma di Dan Grazier, associato presso il Center for Defense Information della POGO. Grazier riassume le varie manovre e sotterfugi adottati per guadagnar tempo rispetto alle fasi previste e aggirare i risultati negativi forniti dai test di valutazione operativa dei velivoli, pur di continuare il programma della Lockheed.
Si parla di grossolane carenze, ad esempio, nell’impiego dell’arma principale del caccia, cioè il missile aria-aria “AIM-120″ e di bassa funzionalità del cannoncino di bordo, il cui tiro è troppo lungo e spostato a destra. Non vanno meglio le cose per il software operativo: Grazier cita quanto già pubblicamente riconosciuto dal capo Dipartimento collaudo-armi (“DOT&E”) del Pentagono, Robert Behler, a proposito delle carenze del sistema ALIS (Autonomic Logistics Information System), in particolare per i programmi di attacco elettronico e strategico, interdizione aerea, mappe, segnali elettronici di minaccia, dati sulle potenziali armi nemiche, sensori per distinguere aerei amici dai nemici, ecc.
Come già in precedenza, nota Grazier,i test di sicurezza informatica dimostrano come non siano state affatto risolte molte vulnerabilità già evidenziate in precedenza, il che significa che hacker nemici potrebbero potenzialmente arrestare la rete ALIS, sottrarre dati dalla rete e dai computer di bordo e impedire all’aereo di volare.
La natura completamente integrata di tutti i sistemi dei F-35 rende la sicurezza informatica più essenziale rispetto a qualsiasi altro velivolo; dal momento che tutti i sottosistemi di bordo – radar di scansione elettronica, sistema di comunicazione, navigazione e identificazione, ecc. – sono collegati, probabili hacker nemici devono solo compromettere il software di uno di questi per manomettere l’intero sistema.
I problemi con ALIS sarebbero così gravi da costringere l’aviazione USA ad annunciare che, tramite la Lockheed, sta lavorando a un nuovo programma, “Mad Hatter”, che eseguirà tutte le funzioni previste da ALIS. “Per essere chiari” ironizza Grazier, “i contribuenti hanno finanziato la Lockheed per creare ALIS e ora pagheranno la Lockheed per un sostituto di ‘Mad Hatter’ e pagheranno anche il conto per nuove patch nel software originale”.
In sostanza, scrive Grazier, accade che l’Ufficio di collaudo operativo del Pentagono (DOT&E), voluto dal Congresso nel 1983 quale ufficio del Dipartimento della difesa indipendente dagli appaltatori, per garantire che il Parlamento ricevesse informazioni precise sulle prestazioni dei nuovi sistemi d’arma, manchi totalmente di trasparenza e ritardi deliberatamente di presentare quei risultati dei test che non offrono risposte soddisfacenti.
Ma, per il F-35, sembra che l’Ufficio abbia avallato tutti i test dell’appaltatore Lockheed Martin. Prima dell’apertura di tale Ufficio, qualsiasi “dato di prova” che arrivava nelle mani dei deputati veniva filtrato per fare in modo che nulla ostacolasse la messa in produzione a pieno ritmo di un nuovo sistema d’arma. Ora, invece di utilizzare una squadra informatica governativa, per evitare anche l’apparenza di un conflitto di interessi, l’ufficio di programma ha pagato un team della Lockheed per eseguire i test di sicurezza informatica della rete ALIS della società stessa...
Tralasciando gli aperti legami personali e d’affari di ministri, deputati e finanche presidenti USA con questo o quel trust industriale o consorzio finanziario, sembra dunque che oltreoceano le cose siano cambiate di poco rispetto al 1983, e confermino anzi sempre più quanto scritto da Engels nel 1887 – poi ripreso da Lenin – secondo cui “... lo stato cura sempre meno gli interessi delle masse popolari per trasformarsi in un consorzio di agrari, di borsisti e grandi industriali”.
Se Grazier, al termine della sua lunga disamina tecnica, arriva a chiedere che il Congresso USA esiga un ritorno del DOT&E alla “sua precedente trasparenza”, perché il “popolo americano, in particolare gli uomini e le donne che dovranno affidare le loro vite ai F-35” e “i contribuenti, che stanno pagando un conto in costante aumento, non meritano niente di meno”, cosa hanno da dire “gli uomini e le donne” d’Italia, obbligati a sborsare una media di 110 milioni di euro per ognuno dei 90 esemplari di F-35 che i vari governi non hanno mai rinunciato a comprare?
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04/02/2019
F-35, così “strategico” che gli USA pensano al suo successore
Nessuno ha ancora detto che un qualche governo italiano rinuncerà all’acquisto di 90 caccia della cosiddetta quinta generazione F-35 “Lightning II”. Ragion per cui non è male rimanere aggiornati sulle caratteristiche di questa macchina, un cui solo esemplare costa quasi quanto... ricordate quando il giovanotto fiorentino diceva che tra abolizione del Senato e delle Province si sarebbero risparmiati 500 milioni di euro, ma tutti sapevano che, al massimo, se ne sarebbero risparmiati 50? Ecco: un F-35 della Lockheed-Martin vola sui 105 milioni di euro e, nella versione modificata per la marina, anche oltre i 120.
E, oltre al costo, da anni gli esperti, anche americani, ci avvertono che è una macchina a dir poco scadente o, quantomeno, inferiore a modelli già da molti anni in servizio. Ogni volta poi che se ne parla, è sempre per aggiornare l’elenco dei difetti (le ultime notizie del Project on Government Oversight parlavano di un migliaio di magagne, mica una o due) riscontrati già in fase di collaudo. Ora, lasciando stare le recenti esternazioni del “capo a interim” del Pentagono, Patrick Shanahan, il quale parla forse a nome della ditta costruttrice concorrente, è il caso di dire che un suo sottoposto, il capo Dipartimento collaudo-armi dello stesso Pentagono, Robert Behler, torna a parlare di problemi irrisolti, mettendo l’accento sull’impianto logistico, concepito come sistema di programmazione del F-35 per missioni congiunte con altri velivoli.
Il sistema di informazioni logistiche autonome (ALIS) è stato sviluppato anche per la manutenzione tecnica di volo: “ma sinora non funziona correttamente”, dice il rapporto stilato da Behler. Nei piani, ALIS dovrebbe raccogliere informazioni sui più vicini velivoli USA e inviare loro richieste di supporto; di fatto, il sistema percepisce gli aerei a terra come incapaci di appoggiare le operazioni del F-35 e di conseguenza non invia alcuna richiesta. Inoltre, non assicura la gestione della catena di supporto e dunque le funzioni previste come automatiche (altri miliardi di dollari per la messa a punto del relativo software) devono essere parzialmente eseguite da personale tecnico. Fatto ancora più significativo, secondo il rapporto, commentato da Defense news, ALIS “si permetterebbe” di non rilevare aerei da combattimento e, operando in mare (su portaerei), in condizioni climatiche avverse, risulta di difficile collegamento, il che allunga i tempi di decollo del F-35, rispetto ai velivoli di generazione precedente.
Ancora, secondo il rapporto, allorché ALIS cerca di analizzare i dati dei caccia a terra in una qualche base aerea e i componenti per la manutenzione dei velivoli, fornisce “informazioni” secondo cui questo o quel componente sarà disponibile alla base “tra qualche anno”. Si deve dunque ricorrere, dice il rapporto – attenzione, non ridete – a un comune telefono, per contattare i fornitori e ottenere precise informazioni. I test hanno poi rilevato una precisione “inaccettabile” dei sistemi d’arma aria-terra (ciò potrebbe spiegare perché qualcuno abbia fatto trapelare un video di un F-35A che, su 5 obiettivi di precisione, ne ha colpito solo uno) e anche “carenze tecniche nell’impiego del missile aria-aria AIM-120”.
Non è finita: Defense news scrive che il Pentagono avrebbe scoperto che l’effettivo periodo di sfruttamento del F-35 è di quattro volte inferiore alle attese. La questione riguarda in particolare l'F-35B a decollo corto e atterraggio verticale (quello destinato alla marina, per intendersi) i cui test hanno mostrato una durata non superiore alle 2.100 ore, contro le circa 8.000 previste. Questo dato, rivelato per la prima volta da Bloomberg, sarebbe stato confermato anche da The War Zone, anche se la Lockheed ha dichiarato di esser fiduciosa che la macchina, con i dovuti aggiustamenti, potrà arrivare “alle 8.000 ore o più”.
Tra parentesi, un paio di mesi fa, Sky News riferiva di una possibile contesa tra Washington e Londra per l’acquisto di 138 esemplari. A quanto pare, l’intesa iniziale sarebbe stata per un pacchetto delle 138 macchine interamente nella versione F-35B, ma, successivamente, la RAF avrebbe chiesto che tra quei 138 aerei siano compresi anche modelli basati a terra. In USA si è parlato di “tradimento”, perché, è detto ufficialmente, ciò andrebbe a scapito delle potenzialità delle portaerei britanniche “Queen Elizabeth” e “Prince of Wales”. Più venalmente, pare che Londra abbia fatto due conti, dato che il modello F-35B costa 90 milioni di sterline, mentre la variante A, 20 milioni di sterline in meno.
Intanto, mentre una portaerei della classe “Gerald Ford” è già stata consegnata alla Marina statunitense e un’altra dovrebbe esser varata nel 2020, la US Navy ha firmato un contratto con la Newport News Shipbuilding (NNS), per due nuovi vascelli della medesima classe “Gerald Ford” da oltre 12 miliardi di dollari l’una, da consegnare una entro il 2028 e l’altra nel 2032. I piani prevedono poi la realizzazione ancora di due portaerei. E, per quelle date, secondo The National Interest, la Marina ha in mente di ultimare un nuovo programma, chiamato Next-Generation Air Dominance, che prevede più o meno la messa in soffitta di F-35 e, quantomeno, l’ammodernamento del F/A-18, per pensare già a caccia di sesta generazione, con più sviluppata tecnologia stealth, sensori miniaturizzati a lungo raggio, livelli crescenti di autonomia, memoria digitale, computer di missione su casco, radar, sensori di puntamento “intelligenti” in grado di raccogliere, analizzare e organizzare vasti volumi di informazioni di combattimento in millisecondi, e chi ne ha più ne metta, come si dice.
Ma, tutto questo, così, di sfuggita. Tanto per ricordarsi, ogni volta che si torna a parlare della necessità strategica di farsi vendere quei 90 F-35, che siano modello A o modello B, a quale affare la Lockheed-Martin sia interessata.
Fonte
E, oltre al costo, da anni gli esperti, anche americani, ci avvertono che è una macchina a dir poco scadente o, quantomeno, inferiore a modelli già da molti anni in servizio. Ogni volta poi che se ne parla, è sempre per aggiornare l’elenco dei difetti (le ultime notizie del Project on Government Oversight parlavano di un migliaio di magagne, mica una o due) riscontrati già in fase di collaudo. Ora, lasciando stare le recenti esternazioni del “capo a interim” del Pentagono, Patrick Shanahan, il quale parla forse a nome della ditta costruttrice concorrente, è il caso di dire che un suo sottoposto, il capo Dipartimento collaudo-armi dello stesso Pentagono, Robert Behler, torna a parlare di problemi irrisolti, mettendo l’accento sull’impianto logistico, concepito come sistema di programmazione del F-35 per missioni congiunte con altri velivoli.
Il sistema di informazioni logistiche autonome (ALIS) è stato sviluppato anche per la manutenzione tecnica di volo: “ma sinora non funziona correttamente”, dice il rapporto stilato da Behler. Nei piani, ALIS dovrebbe raccogliere informazioni sui più vicini velivoli USA e inviare loro richieste di supporto; di fatto, il sistema percepisce gli aerei a terra come incapaci di appoggiare le operazioni del F-35 e di conseguenza non invia alcuna richiesta. Inoltre, non assicura la gestione della catena di supporto e dunque le funzioni previste come automatiche (altri miliardi di dollari per la messa a punto del relativo software) devono essere parzialmente eseguite da personale tecnico. Fatto ancora più significativo, secondo il rapporto, commentato da Defense news, ALIS “si permetterebbe” di non rilevare aerei da combattimento e, operando in mare (su portaerei), in condizioni climatiche avverse, risulta di difficile collegamento, il che allunga i tempi di decollo del F-35, rispetto ai velivoli di generazione precedente.
Ancora, secondo il rapporto, allorché ALIS cerca di analizzare i dati dei caccia a terra in una qualche base aerea e i componenti per la manutenzione dei velivoli, fornisce “informazioni” secondo cui questo o quel componente sarà disponibile alla base “tra qualche anno”. Si deve dunque ricorrere, dice il rapporto – attenzione, non ridete – a un comune telefono, per contattare i fornitori e ottenere precise informazioni. I test hanno poi rilevato una precisione “inaccettabile” dei sistemi d’arma aria-terra (ciò potrebbe spiegare perché qualcuno abbia fatto trapelare un video di un F-35A che, su 5 obiettivi di precisione, ne ha colpito solo uno) e anche “carenze tecniche nell’impiego del missile aria-aria AIM-120”.
Non è finita: Defense news scrive che il Pentagono avrebbe scoperto che l’effettivo periodo di sfruttamento del F-35 è di quattro volte inferiore alle attese. La questione riguarda in particolare l'F-35B a decollo corto e atterraggio verticale (quello destinato alla marina, per intendersi) i cui test hanno mostrato una durata non superiore alle 2.100 ore, contro le circa 8.000 previste. Questo dato, rivelato per la prima volta da Bloomberg, sarebbe stato confermato anche da The War Zone, anche se la Lockheed ha dichiarato di esser fiduciosa che la macchina, con i dovuti aggiustamenti, potrà arrivare “alle 8.000 ore o più”.
Tra parentesi, un paio di mesi fa, Sky News riferiva di una possibile contesa tra Washington e Londra per l’acquisto di 138 esemplari. A quanto pare, l’intesa iniziale sarebbe stata per un pacchetto delle 138 macchine interamente nella versione F-35B, ma, successivamente, la RAF avrebbe chiesto che tra quei 138 aerei siano compresi anche modelli basati a terra. In USA si è parlato di “tradimento”, perché, è detto ufficialmente, ciò andrebbe a scapito delle potenzialità delle portaerei britanniche “Queen Elizabeth” e “Prince of Wales”. Più venalmente, pare che Londra abbia fatto due conti, dato che il modello F-35B costa 90 milioni di sterline, mentre la variante A, 20 milioni di sterline in meno.
Intanto, mentre una portaerei della classe “Gerald Ford” è già stata consegnata alla Marina statunitense e un’altra dovrebbe esser varata nel 2020, la US Navy ha firmato un contratto con la Newport News Shipbuilding (NNS), per due nuovi vascelli della medesima classe “Gerald Ford” da oltre 12 miliardi di dollari l’una, da consegnare una entro il 2028 e l’altra nel 2032. I piani prevedono poi la realizzazione ancora di due portaerei. E, per quelle date, secondo The National Interest, la Marina ha in mente di ultimare un nuovo programma, chiamato Next-Generation Air Dominance, che prevede più o meno la messa in soffitta di F-35 e, quantomeno, l’ammodernamento del F/A-18, per pensare già a caccia di sesta generazione, con più sviluppata tecnologia stealth, sensori miniaturizzati a lungo raggio, livelli crescenti di autonomia, memoria digitale, computer di missione su casco, radar, sensori di puntamento “intelligenti” in grado di raccogliere, analizzare e organizzare vasti volumi di informazioni di combattimento in millisecondi, e chi ne ha più ne metta, come si dice.
Ma, tutto questo, così, di sfuggita. Tanto per ricordarsi, ogni volta che si torna a parlare della necessità strategica di farsi vendere quei 90 F-35, che siano modello A o modello B, a quale affare la Lockheed-Martin sia interessata.
Fonte
11/01/2019
USA - “Il caccia F-35 fa schifo”, parola del Pentagono
Difficile dire se abbia parlato da esperto della materia, oppure sponsorizzato dalla ditta per cui ha lavorato dagli anni ’80 fino al 2016, prima di passare alla squadra di James Mattis. Fatto sta che il “facente funzioni” di capo del Pentagono, Patrick Shanahan avrebbe detto, così, su due piedi, che il “programma F-35 fucked. La Boeing non avrebbe agito così”, riferendosi alla Lockheed-Martin, aggiudicataria dell’appalto governativo di quei velivoli che anche l’Italia è “tenuta” ad acquistare in una quantità che, chiacchiere di governi passati e recenti a parte, assomma a 90 pezzi.
Un programma “fucked” del nuovo caccia di quinta generazione F-35 “Lightning II” che, secondo il successore di Mattis, la Lockheed non sarebbe in grado di portare a conclusione e che, a detta di numerose pubblicazioni del settore, sarebbe il programma più dispendioso di tutta la storia degli armamenti, costato sinora oltre un trilione e mezzo di dollari, dai 400 miliardi inizialmente previsti. Che Shanahan, seppur “non di ruolo”, continuasse a timbrare il cartellino per l’azienda di Seattle, era stato a suo tempo chiaramente espresso addirittura dal defunto sponsor dei nazisti ucraini, John McCain, allorché, in qualità di Presidente della Commissione difesa del senato USA, doveva convalidare la nomina di Shanahan a vice di James Mattis.
Messo in volo con oltre sette anni di ritardo rispetto al grafico iniziale, il F-35 presenta tuttora problemi tecnici non risolti.
Il sito anna-news.info ricorda come lo scorso novembre il Pentagono avesse sospeso tutti i voli degli F-35 (di qualsiasi versione: F-35A e F-35B), sia nazionali sia dei “partner internazionali”, per procedere ai controlli di motori e alimentazione dei velivoli, dopo l’incidente del settembre precedente nella Carolina del Sud, quando si era schiantato un F-35B a decollo ridotto e atterraggio verticale, sviluppato per l'aviazione dei Marines. E Military Times ricorda un altro incidente, nell’aprile precedente, legato sempre a problemi di alimentazione e risoltosi con l’atterraggio d’emergenza del caccia. Anche il Times ha scritto di grossi problemi, legati in particolare ai pezzi di ricambio e al sistema operativo, vulnerabile agli attacchi informatici; l’areo non può inoltre trasmettere dati a vecchi modelli di aerei, senza con ciò stesso rivelare al nemico la propria posizione.
Carenze sono ammesse anche dal Pentagono, il cui capo dipartimento per i test di combattimento, Robert Beler, afferma che circa il 50% degli F-35 non è pronto per l’uso in duelli aerei: una percentuale stabile dal 2014. In generale, sembra che siano stati rilevati e non ancora eliminati un migliaio di difetti diversi: secondo gli esperti dell’organizzazione no profit “Project of State Supervision” (POGO, Project on Government Oversight), il Pentagono cercherebbe di nascondere difetti critici, quali i 111 problemi con il sistema di espulsione del pilota e gli 855 con la determinazione delle coordinate di bombardamento. Indicativo, inoltre, come il software del caccia sia è stato aggiornato più di 30 volte, ma funzioni ancora con vari errori.
Per quanto riguarda più direttamente il bilancio di casa nostra, ancora secondo anna-news.info, l’Italia riceverà sei esemplari l’anno di F-35, per i prossimi cinque anni, invece dei previsti 10. Ma non si fa assolutamente parola di rinuncia al programma di acquisto. Il programma governativo di acquisto di 90 caccia F-35 prevede 60 esemplari nella versione F-35A e 30 in quella F-35B: quindici per l’aeronautica e 15 per la marina, al costo ufficiale di 115,5 milioni di dollari l’uno per i primi e 140 milioni per i secondi. Al momento, oltre a 86 Eurofighter “Typhoon”, l’Italia dispone di dieci F-35A e un F-35B.
Oltretutto, confrontato con il Su-57 russo, a parere dell’esperto militare Aleksej Leonkov, il primo sarebbe un “rapace attaccante”, mentre l'F-35 sarebbe un “predatore strisciante”: non foss’altro per la spinta dei due motori del caccia russo, rispetto all’unico motore di quello americano. Il Su-57 è un velivolo ad alta manovrabilità e poco individuabile ai radar; quindi, sostiene Leonkov, “se i due aerei dovessero incontrarsi, molto probabilmente il Su-57 rileverebbe per primo il F-35 e per primo potrebbe ricorrere alle armi”. Anche Military Watch, confrontando funzionalità e caratteristiche di combattimento di Su-57 e F-35, nota come il caccia USA sia un aereo “leggero a bassa manovrabilità, mentre il caccia pesante russo può garantire superiorità aerea ed è più adatto al combattimento aereo”.
Questo, nel caso volessero convincerci della “estrema necessità” di rispettare i termini del contratto di acquisto, per difendere i “patrii confini” dalla “minaccia russa”.
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Un programma “fucked” del nuovo caccia di quinta generazione F-35 “Lightning II” che, secondo il successore di Mattis, la Lockheed non sarebbe in grado di portare a conclusione e che, a detta di numerose pubblicazioni del settore, sarebbe il programma più dispendioso di tutta la storia degli armamenti, costato sinora oltre un trilione e mezzo di dollari, dai 400 miliardi inizialmente previsti. Che Shanahan, seppur “non di ruolo”, continuasse a timbrare il cartellino per l’azienda di Seattle, era stato a suo tempo chiaramente espresso addirittura dal defunto sponsor dei nazisti ucraini, John McCain, allorché, in qualità di Presidente della Commissione difesa del senato USA, doveva convalidare la nomina di Shanahan a vice di James Mattis.
Messo in volo con oltre sette anni di ritardo rispetto al grafico iniziale, il F-35 presenta tuttora problemi tecnici non risolti.
Il sito anna-news.info ricorda come lo scorso novembre il Pentagono avesse sospeso tutti i voli degli F-35 (di qualsiasi versione: F-35A e F-35B), sia nazionali sia dei “partner internazionali”, per procedere ai controlli di motori e alimentazione dei velivoli, dopo l’incidente del settembre precedente nella Carolina del Sud, quando si era schiantato un F-35B a decollo ridotto e atterraggio verticale, sviluppato per l'aviazione dei Marines. E Military Times ricorda un altro incidente, nell’aprile precedente, legato sempre a problemi di alimentazione e risoltosi con l’atterraggio d’emergenza del caccia. Anche il Times ha scritto di grossi problemi, legati in particolare ai pezzi di ricambio e al sistema operativo, vulnerabile agli attacchi informatici; l’areo non può inoltre trasmettere dati a vecchi modelli di aerei, senza con ciò stesso rivelare al nemico la propria posizione.
Carenze sono ammesse anche dal Pentagono, il cui capo dipartimento per i test di combattimento, Robert Beler, afferma che circa il 50% degli F-35 non è pronto per l’uso in duelli aerei: una percentuale stabile dal 2014. In generale, sembra che siano stati rilevati e non ancora eliminati un migliaio di difetti diversi: secondo gli esperti dell’organizzazione no profit “Project of State Supervision” (POGO, Project on Government Oversight), il Pentagono cercherebbe di nascondere difetti critici, quali i 111 problemi con il sistema di espulsione del pilota e gli 855 con la determinazione delle coordinate di bombardamento. Indicativo, inoltre, come il software del caccia sia è stato aggiornato più di 30 volte, ma funzioni ancora con vari errori.
Per quanto riguarda più direttamente il bilancio di casa nostra, ancora secondo anna-news.info, l’Italia riceverà sei esemplari l’anno di F-35, per i prossimi cinque anni, invece dei previsti 10. Ma non si fa assolutamente parola di rinuncia al programma di acquisto. Il programma governativo di acquisto di 90 caccia F-35 prevede 60 esemplari nella versione F-35A e 30 in quella F-35B: quindici per l’aeronautica e 15 per la marina, al costo ufficiale di 115,5 milioni di dollari l’uno per i primi e 140 milioni per i secondi. Al momento, oltre a 86 Eurofighter “Typhoon”, l’Italia dispone di dieci F-35A e un F-35B.
Oltretutto, confrontato con il Su-57 russo, a parere dell’esperto militare Aleksej Leonkov, il primo sarebbe un “rapace attaccante”, mentre l'F-35 sarebbe un “predatore strisciante”: non foss’altro per la spinta dei due motori del caccia russo, rispetto all’unico motore di quello americano. Il Su-57 è un velivolo ad alta manovrabilità e poco individuabile ai radar; quindi, sostiene Leonkov, “se i due aerei dovessero incontrarsi, molto probabilmente il Su-57 rileverebbe per primo il F-35 e per primo potrebbe ricorrere alle armi”. Anche Military Watch, confrontando funzionalità e caratteristiche di combattimento di Su-57 e F-35, nota come il caccia USA sia un aereo “leggero a bassa manovrabilità, mentre il caccia pesante russo può garantire superiorità aerea ed è più adatto al combattimento aereo”.
Questo, nel caso volessero convincerci della “estrema necessità” di rispettare i termini del contratto di acquisto, per difendere i “patrii confini” dalla “minaccia russa”.
Fonte
17/08/2015
90 F-35 all'Italia: quanti miliardi di euro regalati all'industria USA
“Il più costoso degli aerei militari statunitensi si rivela peggiore
dei caccia dell'epoca sovietica” titolava ieri la russa RT, riportando
la sintesi di un rapporto dell'americana National Security Network
(NSN). L'aereo più costoso in questione è ovviamente l'americano F-35,
velivolo da guerra di ultima generazione, detto anche “computer
volante”, costosissimo, di cui il Pentagono fa acquistare all'Italia 90
esemplari a un prezzo che un anno fa andava dai 100 ai 107 milioni di
euro cadauno, in relazione al modello e che stime più attendibili si fermano (per ora) a 140 milioni di euro.
L'argomento di quanti F-35 l'Italia sia stata impegnata a compare è ormai noto: quale fosse il numero iniziale previsto dal Pentagono per il nostro Paese; quale il quantitativo a cui il governo Renzi avrebbe detto a gran voce di voler ridurre quel primo numero; quanti aerei, infine, ancora una volta il Pentagono ha semplicemente scritto che verranno acquistati dall'Italia, cui il Ministro della difesa Roberta Pinotti ha ben volentieri risposto “obbedisco”. 90 erano e 90 rimangono, con buona pace di alcune mozioni parlamentari rimaste inascoltate.
Gli USA, scrive la RT, riponevano grosse speranze sul F-35, caccia di quinta generazione, considerandolo, per le sue caratteristiche super tecnologiche, superiore a qualunque velivolo contemporaneo. Soprattutto la produttrice Lockhed Martin lo reclamizzava come “l'aereo più affidabile e letale”, con capacità di eludere la sorveglianza dei radar e andare a velocità molto elevate.
Ora, la National Security Network (NSN) ha pubblicato un rapporto secondo cui il F-35 rimane indietro anche ai caccia sovietici della generazione precedente, i Su-27 (entrata in servizio 1985) e i MiG-29 (entrata in servizio 1983) dell'epoca della guerra fredda e oggi in servizio alle aviazioni russa e cinese. E, guarda caso, il F-35 dovrebbe garantire, secondo la pubblicità made in USA, il primato atlantico proprio sulla moderna aviazione russa, con cui il F-35 si troverebbe ad avere a che fare sul teatro di guerra ucraino, dove, evidentemente, il Dipartimento di stato non ha mai veramente inteso giungere a una soluzione pacifica. Ma l'ingegnere aeronautico Pierre Sprey, che aveva messo a punto l'F-16, dichiara che il F-35 è talmente inaffidabile che, nel combattimento aereo, può essere tranquillamente distrutto dal MiG-21, la cui prima entrata in servizio, è bene ricordarlo, è del 1959.
Ora dunque, pare che, per la lievitazione dei costi, le spese di fabbricazione del F-35 - considerato fin dall'inizio del progetto l'aereo più costoso mai messo in produzione - abbiano già superato il trilione e mezzo di $ (la stima era di 400 miliardi di $ ancora nel 2013), senza che siano stati completamente risolti i problemi tecnici via via incontrati durante i collaudi, quali quelli manifestatisi in fase di atterraggio o l'efficienza delle armi di bordo. E' così che, secondo la NSN, il caccia sovietico Su-27, messo a punto più di 30 anni fa, nonostante l'età può ancora vantare maggior manovrabilità e più lungo raggio di volo, a costi di produzione due volte minori. La NSN ritiene che, in combattimento, per ogni Su-27 abbattuto, tre F-35 subirebbero la stessa sorte e, comunque, tutta una serie di aerei contemporanei sarebbero superiori al F-35.
In particolare, a parere di Pierre Sprey, "questo velivolo ha ali troppo piccole, un peso eccessivo e oppone una resistenza all'aria troppo alta. In sostanza, si tratta di un caccia assolutamente non in grado di manovrare e di accelerare in poco tempo: un grosso difetto in caso di scontro con altri velivoli che, in combattimento, possono facilmente avere la meglio". Al contrario, continua Sprey, "il Su-27 e addirittura il MiG-29, in rapporto alla massa hanno grande superficie alare e grande potenza e dispongono di maggior armamento sia per il combattimento aria-aria che aria-terra. Il F-35 è talmente cattivo, che non ha assolutamente speranze nel combattimento con tali aerei e, in fin dei conti, sarebbe fatto a pezzi addirittura dall'antiquato MiG-21".
Anche un altro analista della stessa NSN, Bill French, considera il F-35 peggiore, per manovrabilità, rispetto al predecessore di quarta generazione F-16 e sopravanza di pochissimo gli ancora più vecchi F-18 e AV-8B Harrier. Confrontato coi MiG-29 e Su-27, il F-35 avrebbe "minori capacità di carico alare (con l'eccezione della versione destinata alla marina), accelerazione transonica e peso specifico di spinta" e si avvicinerebbe forse, a detta degli esperti cinesi, al loro Shanyan J-31. A parere dell'esperto della rivista Aviation Week, Bill Sweetman, il F-35 non regge il confronto col vecchio F-16.
"Il combattimento aereo non è certo il suo lato forte" avrebbe dichiarato un pilota-collaudatore del F-16D Block 40 Fighting Falcon dopo una prova di combattimento contro il vecchio F-16, in servizio dagli anni '70; soprattutto nello scontro ravvicinato, il velivolo sarebbe inferiore al F-16 per tutta una serie di aspetti: efficacia dell'uso dei missili, capacità di evitare i colpi, velocità di reazione e precisione di spostamento. E anche il tanto decantato casco del pilota, che permetterebbe di avere una visione a 360 gradi dell'intero spazio attorno al velivolo, a detta del collaudatore costituirebbe un ingombro nella piccola cabina di pilotaggio.
Si diceva: 90 F-35 all'Italia al prezzo di 140 milioni di euro cadauno. Ma, al di là delle qualità tecniche dei velivoli, i disoccupati, i cassintegrati, i pensionati italiani si limiteranno, come Odisseo, a “essere amareggiati per le armi di Achille”, o avranno qualcosa di più da ridire?
Fonte
L'argomento di quanti F-35 l'Italia sia stata impegnata a compare è ormai noto: quale fosse il numero iniziale previsto dal Pentagono per il nostro Paese; quale il quantitativo a cui il governo Renzi avrebbe detto a gran voce di voler ridurre quel primo numero; quanti aerei, infine, ancora una volta il Pentagono ha semplicemente scritto che verranno acquistati dall'Italia, cui il Ministro della difesa Roberta Pinotti ha ben volentieri risposto “obbedisco”. 90 erano e 90 rimangono, con buona pace di alcune mozioni parlamentari rimaste inascoltate.
Gli USA, scrive la RT, riponevano grosse speranze sul F-35, caccia di quinta generazione, considerandolo, per le sue caratteristiche super tecnologiche, superiore a qualunque velivolo contemporaneo. Soprattutto la produttrice Lockhed Martin lo reclamizzava come “l'aereo più affidabile e letale”, con capacità di eludere la sorveglianza dei radar e andare a velocità molto elevate.
Ora, la National Security Network (NSN) ha pubblicato un rapporto secondo cui il F-35 rimane indietro anche ai caccia sovietici della generazione precedente, i Su-27 (entrata in servizio 1985) e i MiG-29 (entrata in servizio 1983) dell'epoca della guerra fredda e oggi in servizio alle aviazioni russa e cinese. E, guarda caso, il F-35 dovrebbe garantire, secondo la pubblicità made in USA, il primato atlantico proprio sulla moderna aviazione russa, con cui il F-35 si troverebbe ad avere a che fare sul teatro di guerra ucraino, dove, evidentemente, il Dipartimento di stato non ha mai veramente inteso giungere a una soluzione pacifica. Ma l'ingegnere aeronautico Pierre Sprey, che aveva messo a punto l'F-16, dichiara che il F-35 è talmente inaffidabile che, nel combattimento aereo, può essere tranquillamente distrutto dal MiG-21, la cui prima entrata in servizio, è bene ricordarlo, è del 1959.
Ora dunque, pare che, per la lievitazione dei costi, le spese di fabbricazione del F-35 - considerato fin dall'inizio del progetto l'aereo più costoso mai messo in produzione - abbiano già superato il trilione e mezzo di $ (la stima era di 400 miliardi di $ ancora nel 2013), senza che siano stati completamente risolti i problemi tecnici via via incontrati durante i collaudi, quali quelli manifestatisi in fase di atterraggio o l'efficienza delle armi di bordo. E' così che, secondo la NSN, il caccia sovietico Su-27, messo a punto più di 30 anni fa, nonostante l'età può ancora vantare maggior manovrabilità e più lungo raggio di volo, a costi di produzione due volte minori. La NSN ritiene che, in combattimento, per ogni Su-27 abbattuto, tre F-35 subirebbero la stessa sorte e, comunque, tutta una serie di aerei contemporanei sarebbero superiori al F-35.
In particolare, a parere di Pierre Sprey, "questo velivolo ha ali troppo piccole, un peso eccessivo e oppone una resistenza all'aria troppo alta. In sostanza, si tratta di un caccia assolutamente non in grado di manovrare e di accelerare in poco tempo: un grosso difetto in caso di scontro con altri velivoli che, in combattimento, possono facilmente avere la meglio". Al contrario, continua Sprey, "il Su-27 e addirittura il MiG-29, in rapporto alla massa hanno grande superficie alare e grande potenza e dispongono di maggior armamento sia per il combattimento aria-aria che aria-terra. Il F-35 è talmente cattivo, che non ha assolutamente speranze nel combattimento con tali aerei e, in fin dei conti, sarebbe fatto a pezzi addirittura dall'antiquato MiG-21".
Anche un altro analista della stessa NSN, Bill French, considera il F-35 peggiore, per manovrabilità, rispetto al predecessore di quarta generazione F-16 e sopravanza di pochissimo gli ancora più vecchi F-18 e AV-8B Harrier. Confrontato coi MiG-29 e Su-27, il F-35 avrebbe "minori capacità di carico alare (con l'eccezione della versione destinata alla marina), accelerazione transonica e peso specifico di spinta" e si avvicinerebbe forse, a detta degli esperti cinesi, al loro Shanyan J-31. A parere dell'esperto della rivista Aviation Week, Bill Sweetman, il F-35 non regge il confronto col vecchio F-16.
"Il combattimento aereo non è certo il suo lato forte" avrebbe dichiarato un pilota-collaudatore del F-16D Block 40 Fighting Falcon dopo una prova di combattimento contro il vecchio F-16, in servizio dagli anni '70; soprattutto nello scontro ravvicinato, il velivolo sarebbe inferiore al F-16 per tutta una serie di aspetti: efficacia dell'uso dei missili, capacità di evitare i colpi, velocità di reazione e precisione di spostamento. E anche il tanto decantato casco del pilota, che permetterebbe di avere una visione a 360 gradi dell'intero spazio attorno al velivolo, a detta del collaudatore costituirebbe un ingombro nella piccola cabina di pilotaggio.
Si diceva: 90 F-35 all'Italia al prezzo di 140 milioni di euro cadauno. Ma, al di là delle qualità tecniche dei velivoli, i disoccupati, i cassintegrati, i pensionati italiani si limiteranno, come Odisseo, a “essere amareggiati per le armi di Achille”, o avranno qualcosa di più da ridire?
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28/03/2015
F-35 in garage quando piove
Che gli F-35 fossero - militarmente ed economicamente parlando - un pessimo affare per chi era costretto a comprarseli, era sicuro già da tempo. Ma la decisione "strategica" presa ieri dalla Gran Bretagna, dopo lunghi accertamenti e tentativi disperati, supera ogni immaginazione.
Il ministero della Difesa infatti ne ha interdetto il volo a 29 miglia (circa 40 chilometri) dai temporali e dalle tempeste, perché rischiano di esplodere se raggiunti da un fulmine sulla carlinga. In pratica, la rotta verrà scelta in base alle nuvole, ma se è tutto coperto resteranno a terra. Non c'è male per un aereo militare che doveva far riconquistare alla Nato il primato nei cieli...
La notizia è stata pubblicata dal sito internet del Daily Mail, che gioca sul nome di battaglia dell'aereo da guerra: si chiama 'Lightning', che in inglese vuol dire proprio fulmine.
Il Regno Unito ha ordinato 14 esemplari dell'aereo per rimpiazzare gli Harrier sui ponti delle sue nuove portaerei. Ma il ministero della Difesa britannico ha detto che ci sono "ancora problemi" ed ha emesso il divieto di volo in caso di temporale. Alla Lockheed non sono mai riusciti a risolvere questo "piccolo limite" che rende l'aereo militare più costoso della storia un pezzo di ferro inutilizzabile quando piove.
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18/02/2015
Il governo acquista gli F35. E’ la guerra bellezza!
ll governo Renzi ha deciso di attuare il programma F35, che costerà quasi 12 miliardi di euro, e che prevede l’acquisto da parte dell’Italia di 90 caccia Jsf di produzione statunitense. Il progetto originario ne prevedeva 131. Il governo, nonostante l’opposizione della sinistra e del mondo pacifista, ha voluto mantenere l’impegno. La notizia, fatta circolare dall’agenzia Reuters, ha trovato conferma dall’ufficio del Pentagono addetto agli F35: “L'Italia comprerà almeno 90 F-35. Il numero giusto (jet) per l'Italia per avere il ruolo industriale che vuole è 90, una cifra che ci permette di garantire le esigenze di difesa del paese” afferma una nota del portavoce del Pentagono. Ma la notizia viene confermata anche da autorevoli fonti militari italiane, secondo le quali si sta lavorando per portare a casa quel numero di velivoli ma con un taglio consistente dello stanziamento originario. In serata, è arrivata la presa di posizione anche del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che in un tweet (ormai pare che si debba twittare su tutto) ha scritto: “Nessuna conferma, nessuna disdetta. Numero di 90 è stato stabilito dal precedente Governo. Il programma prosegue secondo l’illustrazione data al Parlamento”. L’11 dicembre scorso, il Pentagono aveva comunicato di avere scelto l’Italia per la manutenzione della fusoliera dei caccia F35 costruiti da Lockheed Martin, con la Gran Bretagna come paese di sostegno. L’impianto da tempo indicato per l’assemblaggio delle fusoliere degli F35 è quello di Cameri, vicino Novara. “Il riconoscimento del sito di Cameri quale unica struttura in Europa per le attività di logistica e manutenzione ad alto contenuto tecnologico degli F-35 rappresenta un’ulteriore conferma dei livelli di eccellenza di Finmeccanica in campo aeronautico», aveva commentato l’amministratore delegato di Finmeccanica, Mauro Moretti. L’Italia si conferma così partner strategico degli Stati Uniti in materia di armamenti e forse non solo di quelli. Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa a Palazzo Madama aveva commentato così l’annuncio del Pentagono a dicembre: “Questa è una decisione molto importante, perché oltre a confermare l’ottima capacità industriale italiana nel settore aeronautico, è anche un riconoscimento dell’autorevolezza che l’Italia sta riacquistando nel mondo. Si conferma, infine, il solido rapporto di amicizia tra l’Italia e gli Usa”. Non la pensano affatto così un gruppo di ex alti ufficiali dell'Aereonautica Militare e di ex dirigenti dell'Alenia, i quali a marzo del 2014 avevano inviato un documento proprio alla Commissione Difesa sconsigliando l'acquisto degli F35 e motivandolo ampiamente: "E’ significativo – osservano gli estensori del documento – che né Francia né Germania partecipano al JSF, solo il Regno Unito fra le potenze della nostra dimensione è nel programma; da notare però che il Regno Unito ha un bilancio della difesa che è tre volte il nostro ed inoltre ha un rapporto unico con gli Usa”. Inoltre con gli F35 – si legge nella relazione inviata alla Commissione Difesa – “la nostra industria aeronautica retrocede agli anni 60″, cioè al livello di “manifattura su licenza americana”, “vanificando gran parte della crescita tecnologica e progettativa acquisita faticosamente” negli ultimi decenni, visto che nel programma JSF la nostra industria è “esclusa dalle aree tecnologiche più appetibili (motore, guerra elettronica, radar ed altri sensori, integrazione dei sistemi elettronici di bordo e stealth )” a causa dei “vincoli di segretezza posti dal Congresso su moltissime parti del progetto che devono rimanere di esclusiva pertinenza americana”. In pratica una fregatura da molti punti di vista.
Dunque 90 caccia F 35 verranno pagati e acquistati dall’Italia alla Lockeed statunitense nonostante alcune mozioni avessero cercato in qualche modo di imbrigliare le azioni del governo Renzi. Solo a settembre dello scorso anno la Campagna “Tagliamo le ali”, così commentava un esito del dibattito parlamentare che a noi era parso tutt’altro che soddisfacente: “Pur non condividendone l’impostazione, che conferma esplicitamente la partecipazione al programma F-35, la nostra Campagna considera un passo comunque positivo l’approvazione della mozione a prima firma Scanu (PD) che impegna il Governo a un dimezzamento del budget complessivo iniziale a disposizione dei caccia. Ciò comporterebbe, se confermato, un’ulteriore diminuzione sul numero complessivo di velivoli a partire dai 131 previsti inizialmente. Di questa riduzione la nostra Campagna non può che essere contenta” scrivevano allora i pacifici pacifisti aggiungendo “L’impegno che ci prendiamo è però quello di vigilare per verificare la concretezza e l’efficacia delle azioni che il Governo vorrà intraprendere al riguardo”. Se saranno di parola avranno il loro bel da fare. Soprattutto perché nel clima di guerra che ormai si respira a pieni polmoni, la “spesa pubblica militare” sembra essere l’unico capitolo a non trovare ostacoli o moralisti sulla propria strada.
Fonte
Dunque 90 caccia F 35 verranno pagati e acquistati dall’Italia alla Lockeed statunitense nonostante alcune mozioni avessero cercato in qualche modo di imbrigliare le azioni del governo Renzi. Solo a settembre dello scorso anno la Campagna “Tagliamo le ali”, così commentava un esito del dibattito parlamentare che a noi era parso tutt’altro che soddisfacente: “Pur non condividendone l’impostazione, che conferma esplicitamente la partecipazione al programma F-35, la nostra Campagna considera un passo comunque positivo l’approvazione della mozione a prima firma Scanu (PD) che impegna il Governo a un dimezzamento del budget complessivo iniziale a disposizione dei caccia. Ciò comporterebbe, se confermato, un’ulteriore diminuzione sul numero complessivo di velivoli a partire dai 131 previsti inizialmente. Di questa riduzione la nostra Campagna non può che essere contenta” scrivevano allora i pacifici pacifisti aggiungendo “L’impegno che ci prendiamo è però quello di vigilare per verificare la concretezza e l’efficacia delle azioni che il Governo vorrà intraprendere al riguardo”. Se saranno di parola avranno il loro bel da fare. Soprattutto perché nel clima di guerra che ormai si respira a pieni polmoni, la “spesa pubblica militare” sembra essere l’unico capitolo a non trovare ostacoli o moralisti sulla propria strada.
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21/01/2015
Riparte il MUOS tra sviste ed errori tecnici
Nella stazione di Cape Canaveral, Florida, le forze armate Usa e i tecnici di Lockheed Martin stanno per avviare il count down per il lancio del vettore spaziale Atlas 5-551 con a bordo il terzo satellite del MUOS (Mobile User Objective System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari che conterà su cinque satelliti geostazionari e quattro terminali terrestri, uno dei quali in via di completamento a Niscemi, Caltanissetta. Il conto alla rovescia prenderà il via la notte del 19 gennaio, mentre il lancio è programmato, salvo imprevisti dell’ultima ora, per martedì 20 tra le 19.42 e le 20.26 locali, dal complesso n. 41 della grande base aerospaziale. L’Atlas 5 condurrà il MUOS 3 nell’orbita prefissata tre ore dopo il lancio; subito dopo il satellite di Lockheed Martin inizierà una serie di manovre indipendenti che lo posizioneranno nell’orbita geostazionaria finale a 22.300 miglia dalla terra. “Questo terzo lancio del MUOS segna un ulteriore passo per raggiungere la completa funzionalità del sistema satellitare entro il 2016”, ha dichiarato il capitano Joseph Kan, direttore del programma MUOS di US Navy. “La Marina, in stretta collaborazione con l’Esercito e l’Aeronautica e le nostre industrie partner, sta creando il futuro delle comunicazioni satellitari mondiali per gli Stati Uniti e, potenzialmente, per le nazioni alleate”.
Per Iris Bombelyn, vice presidente per le comunicazioni in banda larga di Lockheed Martin, con il terzo satellite si espanderà notevolmente la copertura della nuova rete mobile satellitare. “La costellazione del MUOS supporterà le comunicazioni in voce e video e lo scambio di dati tra le unità da guerra”, ha spiegato Bombelyn. “Le antenne del MUOS sono state progettate per facilitare le comunicazioni in UHF (Ultra High Frequency) e quando il sistema satellitare sarà operativo, tutti gli utenti potranno mettersi in rete, in modo sicuro, grazie a una tecnologia basata sul Protocollo Internet per trasmettere e ricevere da qualsiasi parte del mondo essi si trovino”.
A fine dicembre, Lochkeed Martin ha reso noto di aver completato all’interno dei propri stabilimenti di Sunnyvale, California, la costruzione di un mega terminale radio che consentirà di velocizzare le comunicazioni tra le unità e i sistemi di guerra “utenti” del MUOS (cacciabombardieri, sottomarini, unità navali, droni, ecc.). La Test Radio Access Facility (TRAF) di Lockheed Martin, costata più di 6,5 milioni di dollari, consentirà la connessione ultra-veloce tra più di 55.000 terminali, utilizzando il codice d’accesso per le trasmissioni in banda larga del MUOS Wideband Code Division Multiple Access. “La nuova Test Radio Access Facility accrescerà le capacità sperimentali e operative dell’azienda e ci consentirà di sviluppare nuovi software, hardware e ulteriori applicazioni utilizzando i segmenti e i simulatori satellitari”, ha dichiarato Glenn Ladue, manager del programma MUOS TRAF.
Il via al satellite numero 3 e la realizzazione dei nuovi impianti in California non hanno tuttavia placato le polemiche sulla dubbia funzionalità del multimiliardario sistema satellitare. Una serie interminabile di errori progettuali hanno causato rilevanti ritardi all’intero programma. Il lancio del terzo vettore Atlas era stato previsto entro l’autunno 2014, ma un “inatteso” problema rilevato nella primavera 2013, ha costretto a rinviarlo al 20 gennaio 2015. Nello specifico, i tecnici di Lockheed Martin avevano scoperto un insufficiente adattamento dei sistemi di comunicazione UHF nel satellite agli enormi sbalzi di temperatura che si registrano nello spazio.
“Il ritardo per il terzo satellite MUOS non comporterà costi aggiuntivi al programma”, ha dichiarato John Zangardi, vicesegretario di US Navy, nel corso di una sua recente audizione davanti al Sottocomitato per le Forze armate del Senato. La direttrice per la gestione degli acquisti governativi dell’U.S. Government Accountability Office (GAO), la Corte dei Conti statunitense, Cristina Chaplain, ha però pubblicamente criticato l’operato dei militari e delle aziende contractor. “Attualmente più del 90% delle funzioni del primo satellite MUOS messo in orbita sono sottoutilizzate a causa dei ritardi registrati per portare a termine il programma”, afferma Cristina Chaplain in un report pubblicato nel marzo 2014. “Le forze armate fanno affidamento sulle connessioni dei terminali ma non sono in grado di avvantaggiarsi delle maggiori funzioni offerte dal nuovo sistema satellitare”. L’ennesima doccia fredda è giunta nell’ottobre scorso, quando il Comando di US Navy ha reso pubblico che il cosiddetto “test di valutazione operativo multifunzione” del MUOS - previsto inizialmente nell’aprile 2014 e poi rinviato a giugno - è stato posticipato al dicembre 2015 “a causa dei problemi d’integrazione della nuova frequenza radio del sistema con i quattro terminali terrestri”.
I primi due satelliti del MUOS sono stati lanciati, rispettivamente, nel febbraio 2012 e nel luglio 2013. Il lancio del quarto satellite, pianificato per il gennaio 2015, non avverrà prima della fine della prossima estate mentre il quinto e ultimo satellite dovrebbe essere lanciato da Cape Canaveral nel luglio 2016, anche se non è stato ancora scelto il tipo di vettore che lo trasporterà. Se il cronogramma sarà rispettato, la rete tra terminali terrestri e satelliti sarà pienamente operativa a partire del 2017, mentre nel biennio 2018-19 diverranno compatibili con il sistema MUOS i primi 12.000 terminali-utenti. I circa 53.000 terminali finali saranno in rete solo alla fine del 2025.
Fonte
Per Iris Bombelyn, vice presidente per le comunicazioni in banda larga di Lockheed Martin, con il terzo satellite si espanderà notevolmente la copertura della nuova rete mobile satellitare. “La costellazione del MUOS supporterà le comunicazioni in voce e video e lo scambio di dati tra le unità da guerra”, ha spiegato Bombelyn. “Le antenne del MUOS sono state progettate per facilitare le comunicazioni in UHF (Ultra High Frequency) e quando il sistema satellitare sarà operativo, tutti gli utenti potranno mettersi in rete, in modo sicuro, grazie a una tecnologia basata sul Protocollo Internet per trasmettere e ricevere da qualsiasi parte del mondo essi si trovino”.
A fine dicembre, Lochkeed Martin ha reso noto di aver completato all’interno dei propri stabilimenti di Sunnyvale, California, la costruzione di un mega terminale radio che consentirà di velocizzare le comunicazioni tra le unità e i sistemi di guerra “utenti” del MUOS (cacciabombardieri, sottomarini, unità navali, droni, ecc.). La Test Radio Access Facility (TRAF) di Lockheed Martin, costata più di 6,5 milioni di dollari, consentirà la connessione ultra-veloce tra più di 55.000 terminali, utilizzando il codice d’accesso per le trasmissioni in banda larga del MUOS Wideband Code Division Multiple Access. “La nuova Test Radio Access Facility accrescerà le capacità sperimentali e operative dell’azienda e ci consentirà di sviluppare nuovi software, hardware e ulteriori applicazioni utilizzando i segmenti e i simulatori satellitari”, ha dichiarato Glenn Ladue, manager del programma MUOS TRAF.
Il via al satellite numero 3 e la realizzazione dei nuovi impianti in California non hanno tuttavia placato le polemiche sulla dubbia funzionalità del multimiliardario sistema satellitare. Una serie interminabile di errori progettuali hanno causato rilevanti ritardi all’intero programma. Il lancio del terzo vettore Atlas era stato previsto entro l’autunno 2014, ma un “inatteso” problema rilevato nella primavera 2013, ha costretto a rinviarlo al 20 gennaio 2015. Nello specifico, i tecnici di Lockheed Martin avevano scoperto un insufficiente adattamento dei sistemi di comunicazione UHF nel satellite agli enormi sbalzi di temperatura che si registrano nello spazio.
“Il ritardo per il terzo satellite MUOS non comporterà costi aggiuntivi al programma”, ha dichiarato John Zangardi, vicesegretario di US Navy, nel corso di una sua recente audizione davanti al Sottocomitato per le Forze armate del Senato. La direttrice per la gestione degli acquisti governativi dell’U.S. Government Accountability Office (GAO), la Corte dei Conti statunitense, Cristina Chaplain, ha però pubblicamente criticato l’operato dei militari e delle aziende contractor. “Attualmente più del 90% delle funzioni del primo satellite MUOS messo in orbita sono sottoutilizzate a causa dei ritardi registrati per portare a termine il programma”, afferma Cristina Chaplain in un report pubblicato nel marzo 2014. “Le forze armate fanno affidamento sulle connessioni dei terminali ma non sono in grado di avvantaggiarsi delle maggiori funzioni offerte dal nuovo sistema satellitare”. L’ennesima doccia fredda è giunta nell’ottobre scorso, quando il Comando di US Navy ha reso pubblico che il cosiddetto “test di valutazione operativo multifunzione” del MUOS - previsto inizialmente nell’aprile 2014 e poi rinviato a giugno - è stato posticipato al dicembre 2015 “a causa dei problemi d’integrazione della nuova frequenza radio del sistema con i quattro terminali terrestri”.
I primi due satelliti del MUOS sono stati lanciati, rispettivamente, nel febbraio 2012 e nel luglio 2013. Il lancio del quarto satellite, pianificato per il gennaio 2015, non avverrà prima della fine della prossima estate mentre il quinto e ultimo satellite dovrebbe essere lanciato da Cape Canaveral nel luglio 2016, anche se non è stato ancora scelto il tipo di vettore che lo trasporterà. Se il cronogramma sarà rispettato, la rete tra terminali terrestri e satelliti sarà pienamente operativa a partire del 2017, mentre nel biennio 2018-19 diverranno compatibili con il sistema MUOS i primi 12.000 terminali-utenti. I circa 53.000 terminali finali saranno in rete solo alla fine del 2025.
Fonte
23/12/2014
F-35 e l’export Usa Se tu compri campi se non compri crepi
Il Joint Strike Fighter Program Office del Dipartimento della Difesa americana ha annunciato che il centro di manutenzione per gli F-35 europei e Usa nel Vecchio Continente, verrà stabilito inizialmente nella base aerea italiana di Cameri. Applausi di Pinotti e Renzi. Ma c’è il trucco e la bugia.
Attività di manutenzione, riparazione, revisione generale e aggiornamento del fantasmatico F-35 negli impianti industriali costruiti dalla Difesa nella base novarese dell’Aeronautica Militare. Si comincerà nel 2018, l’attività riguarderà la sola ‘cellula’ del velivolo - ala, fusoliera, piani di coda, carrello - senza sistemi ed equipaggiamenti, e senza il motore. Il corpo del velivolo. L’Italia potrà aumentare le commesse se altri partner o gli stessi Stati Uniti volessero far costruire lì i loro aerei. Ma se gli impianti ritarderanno per colpa dei risparmi da crisi, tutto passa alla fedele Gran Bretagna.
Meccanismo impietosamente interessante quello del “best value”, che negli Usa definiscono un ‘criterio selettivo su base competitiva’ già seguito da Pentagono e Lockheed Martin per la scelta dei fornitori. In lingua italiana si potrebbe anche definire ‘ricatto’. Testuale: «Ogni Paese in grado di mettere in piedi una ‘capacità regionale’ - spiegano alla Difesa Usa - avrà la garanzia di ricevere commesse rapportate alla quantità aerei acquistati. Se modificherà i suoi programmi di acquisto, il carico di lavoro ‘regionale’ potrebbe essere dirottato verso chi assicura la migliore ‘best value’».
Come da titolo, ‘se compri campi, se non compri crepi’. Più che ‘criterio selettivo’ nella lingua di Dante si potrebbe definire più appropriatamente una ‘porcata ricattatoria’. Se vuoi mantenere lavoro a Cameri devi comprare tanti F-35. Ma il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e l’Amministratore Delegato di Finmeccanica Mauro Moretti applaudono, ‘best value’ compreso. Orgoglio legittimo invece per le qualità riconosciute allo stabilimento a Cameri e per le ricadute tecnologiche previste. Ma è davvero un così importante e netto successo italiano come vogliono farci credere? Non pare.
Il Pentagono ci assegna attività ‘iniziali’ per la semplice ‘cellula dell’aeroplano’ che di tecnologico avanzato non ha granché. E poi il ricatto: o aumentate la produzione di aerei, comprando cioè gli F-35 che avevate in mente di ordinare all’inizio (i famosi 90-100 cacciabombardieri), oppure, per la manutenzione, riparazione e quant’altro serve a tenere in efficienza le flotte europee di JSF, vi affiancheremo la Gran Bretagna. Per tenersi stretta questa commessa ora la Difesa deve ordinare più aeroplani, altro che dimezzare la spesa. Queste le regole del gioco (sporco), cara ministra Pinotti.
Le ricadute positive di commesse e di lavoro proclamate dal governo in Parlamento impongono di fatto di confermare i 90 esemplari della cosiddetta ‘flotta Monti’ prevista due-tre anni fa se non di aumentane il numero. Gioco sporco sul fronte industrial-militare e fine delle favole. Ora qualcuno dovrà iniziare a dire la verità. Perché la concorrenza preme. La Gran Bretagna e la sua industria è sulla breccia in Europa, e non è difficile immaginare che qualcosa, se non la gran parte delle attività dedicate all’efficienza e all’aggiornamento dei sistemi più ‘nobili’ dell’F-35 le saranno assegnate.
Fonte
Sarebbe anche il caso di quantificare queste benedette ricadute occupazionali, che restando nei meri calcoli contabili, più fonti hanno quantificato come marcatamente più ridotte rispetto a quelle che avrebbe garantito la prosecuzione di un altro (in gran parte) inutile programma, quello relativo all'Eurofighter EF-2000.
Attività di manutenzione, riparazione, revisione generale e aggiornamento del fantasmatico F-35 negli impianti industriali costruiti dalla Difesa nella base novarese dell’Aeronautica Militare. Si comincerà nel 2018, l’attività riguarderà la sola ‘cellula’ del velivolo - ala, fusoliera, piani di coda, carrello - senza sistemi ed equipaggiamenti, e senza il motore. Il corpo del velivolo. L’Italia potrà aumentare le commesse se altri partner o gli stessi Stati Uniti volessero far costruire lì i loro aerei. Ma se gli impianti ritarderanno per colpa dei risparmi da crisi, tutto passa alla fedele Gran Bretagna.
Meccanismo impietosamente interessante quello del “best value”, che negli Usa definiscono un ‘criterio selettivo su base competitiva’ già seguito da Pentagono e Lockheed Martin per la scelta dei fornitori. In lingua italiana si potrebbe anche definire ‘ricatto’. Testuale: «Ogni Paese in grado di mettere in piedi una ‘capacità regionale’ - spiegano alla Difesa Usa - avrà la garanzia di ricevere commesse rapportate alla quantità aerei acquistati. Se modificherà i suoi programmi di acquisto, il carico di lavoro ‘regionale’ potrebbe essere dirottato verso chi assicura la migliore ‘best value’».
Come da titolo, ‘se compri campi, se non compri crepi’. Più che ‘criterio selettivo’ nella lingua di Dante si potrebbe definire più appropriatamente una ‘porcata ricattatoria’. Se vuoi mantenere lavoro a Cameri devi comprare tanti F-35. Ma il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e l’Amministratore Delegato di Finmeccanica Mauro Moretti applaudono, ‘best value’ compreso. Orgoglio legittimo invece per le qualità riconosciute allo stabilimento a Cameri e per le ricadute tecnologiche previste. Ma è davvero un così importante e netto successo italiano come vogliono farci credere? Non pare.
Il Pentagono ci assegna attività ‘iniziali’ per la semplice ‘cellula dell’aeroplano’ che di tecnologico avanzato non ha granché. E poi il ricatto: o aumentate la produzione di aerei, comprando cioè gli F-35 che avevate in mente di ordinare all’inizio (i famosi 90-100 cacciabombardieri), oppure, per la manutenzione, riparazione e quant’altro serve a tenere in efficienza le flotte europee di JSF, vi affiancheremo la Gran Bretagna. Per tenersi stretta questa commessa ora la Difesa deve ordinare più aeroplani, altro che dimezzare la spesa. Queste le regole del gioco (sporco), cara ministra Pinotti.
Le ricadute positive di commesse e di lavoro proclamate dal governo in Parlamento impongono di fatto di confermare i 90 esemplari della cosiddetta ‘flotta Monti’ prevista due-tre anni fa se non di aumentane il numero. Gioco sporco sul fronte industrial-militare e fine delle favole. Ora qualcuno dovrà iniziare a dire la verità. Perché la concorrenza preme. La Gran Bretagna e la sua industria è sulla breccia in Europa, e non è difficile immaginare che qualcosa, se non la gran parte delle attività dedicate all’efficienza e all’aggiornamento dei sistemi più ‘nobili’ dell’F-35 le saranno assegnate.
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Sarebbe anche il caso di quantificare queste benedette ricadute occupazionali, che restando nei meri calcoli contabili, più fonti hanno quantificato come marcatamente più ridotte rispetto a quelle che avrebbe garantito la prosecuzione di un altro (in gran parte) inutile programma, quello relativo all'Eurofighter EF-2000.
05/12/2014
F-35 Lockheed Martin batte la concorrenza a colpi di monopolio
F-35 e il monopolio della Lockheed Martin sui jet da combattimento, una sporca storia di guerra economica e tecnologica dove si annidano servi e corrotti. Di fatto tra 5 anni in Europa non produrremo più aerei da combattimento e dovremo rivolgerci a un unico prodotto e produttore: statunitense.
Per qualcuno è forse il peggior oggetto volante dal 1903 ad oggi, ovviamente facendo un rapporto tra costi e ricavi. Che sia il peggior aereo dai fratelli Wright è forse esagerato. Che sia il più costoso, e di molto, è un fatto accertato. Il suo sviluppo, scrive Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa, cose da specialisti, ‘sarà ancora lungo, almeno fino al 2018 e irto di difficoltà tecniche’. Risultati incerti e costo definitivo non valutabile oggi. Nonostante tutto - spiega lo specialista - il cacciabombardiere l’F-35 si è già assicurato il monopolio sul mercato degli aerei da combattimento occidentali. Follia?
Attenzione ai numeri. Un monopolio che per l’azienda texana si declina in trilioni di dollari visto che i ‘jet fighter’ sono i mezzi militari più costosi e che tra dieci anni le forze aeree di quasi tutti i Paesi occidentali disporranno tutte solo o quasi di questo velivolo. Negli Stati Uniti il settore è dominato da Lockheed Martin e Boeing ma la decisione del Pentagono di acquisire l’F-35 rischia di far chiudere i battenti a parte degli stabilimenti aeronautici militari della Boeing, anche lo storico stabilimento di Wichita in Kansas dove si producevano le Fortezze Volanti B-29 della seconda guerra mondiale.
Concepito come velivolo da combattimento comune a tutte le forze aeree statunitensi, l’F-35 verrà prodotto in tre versioni sostituendo di fatto tutti i velivoli oggi in servizio negli USA: F-15, F-16, F/A-18, A-10, AV-8B. Per Boeing significa l’uscita dal settore degli aerei da combattimento entro pochi anni, quando verranno esauriti gli ordini per l’export di F/A-18 e F-15S. La Boeing Defense, Space & Security, conta di poter tenere aperte le linee produttive al massimo fino al 2019 con le attuali commesse per poi puntare solo sull’assistenza e l’aggiornamento dei velivoli in servizio.
Già l’anno scorso le entrate di Boeing dal settore Difesa sono state di 88,6 miliardi di dollari: in 10 anni un crollo del 56% rispetto alle commesse militari del 2003. Ma l’F-35 per tutte le forze armate Usa non solo lascia aperti molti interrogativi tecnici sulle reali capacità del velivolo. Ad esempio - ci spiega Gianandrea Gaiani - sulle portaerei la Marina impiega da decenni bimotori, più affidabili dei monomotori. Peggio: per la prima volta nella storia, dal 2020 gli Stati Uniti dovranno dipendere da un unico fornitore di velivoli da combattimento, un monopolista senza alternative a dettare i prezzi.
Ma il monopolio di Lockheed Martin diverrà totale in Occidente e usciranno dal mercato le aziende europee oggi in grado di progettare, produrre ed esportare aerei da guerra in concorrenza con quelli Usa. L’adesione di molti alleati degli Stati Uniti al programma F-35 - Italia al primo banco - ha già determinato il taglio al programma Typhoon del consorzio europeo Eurofighter, velivolo italo-anglo-tedesco-spagnolo che cesserà la produzione entro il 2018, salvo nuove commesse. Entro il 2020 cesserà la produzione del francese Dassault Rafale e dello svedese Saab Gripen che resiste.
Di fatto tra 5 anni in Europa non produrremo più aerei da combattimento e dovremo rivolgerci per forza di cose a un unico prodotto e a un unico produttore statunitensi per il quale le nostre aziende potranno al massimo fare da sub-fornitore. Un allarme lanciato un un anno fa da Tom Enders, boss di Airbus. L’Europa sarà costretta in futuro a comprare negli Usa il prossimo aereo da combattimento o, in alternativa, a rivolgersi a Russia, Cina o «a qualche Paese emergente dell’Asia». Va aggiunto che i tre Paesi della compagnia Airbus, Francia, Germania e Spagna, non acquisteranno l’F-35.
Storia non solo commerciale e fortemente sospetta. La determinazione Usa a imporre l’F-35 in tutto il mondo occidentale o amico. Israele, Giappone e Corea del Sud sono stati incentivati ad acquistare con compensazioni industriali e contratti per produrre parti simili a quelli concessi agli 8 partner del programma che si sono sobbarcati gli oneri di sviluppo dell’F-35. Italia, con Olanda e Gran Bretagna nel mezzo. Al di là del dibattito su costi e capacità del velivolo - conclude Analisi Difesa - l’F-35 è un ‘cavallo di Troia’ per eliminare ogni concorrenza nel mercato dei velivoli da combattimento occidentali.
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E monopolizzando le forze armate di un paese a livello tecnologico, si finisce per monopolizzare anche la sua politica estera.
16/11/2014
Anche il Canada compra gli F-35, ma di nascosto
Il Canada compra “in segreto” quattro F-35A. In ottobre il governo canadese del conservatore Stephen Harper si sarebbe accordato in ‘via riservata’ con gli Stati Uniti per l’acquisto di un primo lotto di F-35A, quattro esemplari nella versione a decollo convenzionale da consegnare dal 2015.
In ottobre il governo canadese del conservatore Stephen Harper si sarebbe accordato in ‘via riservata’ con gli Stati Uniti per l’acquisto di un primo lotto di quattro F-35A nella versione a decollo convenzionale da consegnare entro la primavera del 2015. Questo mentre l’esecutivo Harper è ancora ufficialmente impegnato con la Royal Canadian Air Force nella valutazione dei requisiti necessari agli aerei da combattimento che dovranno sostituire gli anziani CF-18, avendo confermato anche di recente che nessuna decisione sul possibile sostituto è ancora stata presa. Come in Italia.
A dare la notizia - in Canada - è stato il “Toronto Globe and Mail”, citando come fonte un briefing riservato del capo del programma al Pentagono, il generale Chris Bogdan. Nel corso del briefing il generale Bogdan ha mostrato lo schema dell’accordo che prevede la sottoscrizione di una lettera di intenti per l’acquisto dei velivoli di Lockheed Martin da parte del Governo canadese entro la metà di novembre. I quattro aerei in questione sono attualmente in costruzione con il 7° lotto, 29 aerei per gli USA e 14 per i partner. Erano destinati all’Air Force americana che li cede volentieri: 2 all’Italia.
Da parte sua il Canada firmerà il contratto d’acquisto che è in calendario nel 2015 e secondo i piani originari dovrebbe interessare anche l’Aeronautica Militare Italiana. Non è chiaro se Ottawa pagherà questi suoi primi F-35 al prezzo in vigore due anni fa, o a quello, inferiore, del 9° lotto del 2015. E l’Italia come e quanto li pagherà? Ma restiamo in Canada dove molti restano contrari allo ‘stealth’ monomotore americano ben poco adatto agli sconfinati e severi teatri d’operazione artici. In più, l’accordo segreto è un vero e proprio ‘inganno ai danni del popolo canadese’, dice l’opposizione.
Analisi Difesa, nel pezzo di Silvio Lora, va oltre, sottolineando due aspetti di particolare rilievo. Il conservatore Stephen Harper aveva promesso di rendere pubblico il rapporto finale sulle valutazioni del possibile sostituto dei CF-18 prima di assumere qualsiasi decisione in merito. Infine, proprio di recente, il suo governo aveva deciso di stanziare gli investimenti necessari ad ammodernare la flotta degli anziani cacciabombardieri F/A-18 di Boeing, allungandone la vita almeno fino al 2025. Tutto molto simile ad alcuni impegni governatici italiani sempre sui contestati F-35.
La Corte dei Conti di Ottawa ha criticato l’esecutivo per ‘la più grossa spesa militare mai sostenuta dai contribuenti canadesi’. ‘Il Dipartimento non ha fornito ai parlamentari le dovute informazioni sui costi e sui rischi connessi al problematico sviluppo del programma F-35′, dice ancora il documento. La cifra stimata inizialmente dai vertici dell’esercito per il programma F-35 doveva essere di 9 miliardi di dollari. Una somma ottimistica che secondo il revisore dei conti è destinata a raggiungere i 25 miliardi, escluso il mantenimento dei velivoli. In Italia tutto tace, Corte dei Conti compresa.
Fonte
Il primo ministro canadese sarà stato oggetto di pressioni notevoli per impelagarsi nel programma F-35. La scelta più naturale per l'aviazione canadese, infatti, sarebbe stata quella di pensionare l'attuale linea volo con l'acquisto degli F/A-18E/F Super Hornet.
05/11/2014
Arrivano altri 2 F-35 e siamo a 8
La notizia è di quelle che tendono a scomparire perché praticamente invisibili, come gli aerei ‘stealth’. Notizie invisibili perché non appaiono come fatti in grado di attirare l’ attenzione dei ‘non addetti ai lavori i quali, in genere, sono più interessati a ‘tutelare’ la riservatezza che a diffondere il conoscere.
Il Dipartimento per la Difesa Usa e Lockheed Martin hanno raggiunto un accordo di principio per la produzione nel 2015 di 43 caccia F-35. Bene, interessante, ma a noi italiani? A noi italiani interessa molto visto che quella partita contrattata dal Dipartimento per la difesa Usa, include anche 2 velivoli in versione A per l’Aeronautica Italiana. Carinamente il Pentagono l’ha reso noto il 29 ottobre. Con dettagli molto ‘american style’. 29 dei 43 F-35 sono destinati alle forze aeree Usa, 2 F-35A per Israele, 4 per il Giappone, 2 per la Norvegia. La Gran Bretagna riceverà 4 F-35B.
Trova così conferma definitiva l’ordine per il 7° e 8° F-35 italiani che tante polemiche aveva suscitato a inizio ottobre quando il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, aveva comunicato al Parlamento che il programma relativo ai caccia F35 andrà definito sulle esigenze evidenziate nel Libro Bianco della Difesa. Intanto prosegue la partecipazione italiana al programma che richiede “entro la fine dell’anno il mandato di procedere almeno alla firma dell’impegno relativo all’anno in corso per la produzione di un lotto di due velivoli e che siano effettuati i relativi pagamenti”. Messa così sapore di beffa.
Qualche problema di comunicazione e trasparenza al ministero della difesa. Intanto il contingente italiano assegnato alla Coalizione contro lo Stato Islamico ha iniziato le operazioni. Ha raggiunto l’area operativa un aereo da rifornimento in volo Boeing KC-767A del 14° Stormo. Dovrebbero invece arrivare a Kuwait City entro metà novembre 2 droni Predator, attualmente in fase di ritiro dall’Afghanistan. Accantonata l’ipotesi di inviare cacciabombardieri Amx o Tornado. Dove sarà la base italiana che ospiterà 200 militari? Erbil, Kurdistan, o vicino a Baghdad, o Tallil, sud di Nassiryah.
Fonte
Il Dipartimento per la Difesa Usa e Lockheed Martin hanno raggiunto un accordo di principio per la produzione nel 2015 di 43 caccia F-35. Bene, interessante, ma a noi italiani? A noi italiani interessa molto visto che quella partita contrattata dal Dipartimento per la difesa Usa, include anche 2 velivoli in versione A per l’Aeronautica Italiana. Carinamente il Pentagono l’ha reso noto il 29 ottobre. Con dettagli molto ‘american style’. 29 dei 43 F-35 sono destinati alle forze aeree Usa, 2 F-35A per Israele, 4 per il Giappone, 2 per la Norvegia. La Gran Bretagna riceverà 4 F-35B.
Trova così conferma definitiva l’ordine per il 7° e 8° F-35 italiani che tante polemiche aveva suscitato a inizio ottobre quando il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, aveva comunicato al Parlamento che il programma relativo ai caccia F35 andrà definito sulle esigenze evidenziate nel Libro Bianco della Difesa. Intanto prosegue la partecipazione italiana al programma che richiede “entro la fine dell’anno il mandato di procedere almeno alla firma dell’impegno relativo all’anno in corso per la produzione di un lotto di due velivoli e che siano effettuati i relativi pagamenti”. Messa così sapore di beffa.
Qualche problema di comunicazione e trasparenza al ministero della difesa. Intanto il contingente italiano assegnato alla Coalizione contro lo Stato Islamico ha iniziato le operazioni. Ha raggiunto l’area operativa un aereo da rifornimento in volo Boeing KC-767A del 14° Stormo. Dovrebbero invece arrivare a Kuwait City entro metà novembre 2 droni Predator, attualmente in fase di ritiro dall’Afghanistan. Accantonata l’ipotesi di inviare cacciabombardieri Amx o Tornado. Dove sarà la base italiana che ospiterà 200 militari? Erbil, Kurdistan, o vicino a Baghdad, o Tallil, sud di Nassiryah.
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