Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/08/2025
Dall’Alaska a piccoli passi
Se dovessimo stare alle cronache in stile “pensiero unico” – non ci sono differenze tra tv e media di estrema destra e tutti quelli che si dicono liberal o “democratici” – dovremmo parlare di un fallimento o quasi. Ma questa prognosi ha senso solo se si accettava, prima dell’incontro, uno schema bipolare secondo cui o si arrivava ad un accordo completo e dettagliato subito, oppure se ne usciva con una corsa alla guerra più generale.
La linea guerrafondaia seguita dall’“Europa unita” ha conquistato facilmente le menti servili degli operatori della disinformazione mainstream, al punto da non lasciare più alcuno spazio neanche all’esperienza storica più disincantata.
E la storia dovrebbe insegnare che ogni decisione di pace – o di guerra – è arrivata al termine di un percorso né breve né semplice, in cui si cerca di stabilire un nuovo equilibrio accettabile insistendo su molti dettagli ma a partire da un quadro condiviso. Ci si possono mettere anni, se va bene diversi mesi, ma mai giorni o addirittura poche ore.
Come dovrebbe essere noto, se non altro perché i vertici russi lo ripetono da anni senza cambiare una virgola, “il quadro” per una pace duratura con l’area euro-atlantica deve fondarsi sulla cessazione dell’espansione ad est della NATO (l’unica espansione reale che c’è stata negli ultimi 35 anni), sulla smilitarizzazione e “denazificazione” dell’Ucraina, la riscrittura di una serie di trattati che sono scaduti, stanno per scadere o sono stati disdettati dagli Stati Uniti.
Parliamo per esempio del trattato sui missili a testata nucleare di portata intercontinentale (che scade tra alcuni mesi), di quello sui missili a medio raggio (da cui gli Usa sono usciti sei anni fa e che anche Mosca ha denunciato solo nei mesi scorsi), e tutta una lunga serie di altri nodi critici tra le due superpotenze nucleari. Non una “nuova Yalta”, ma qualcosa di altrettanto serio e cogente per tutti.
Su questa scala di problemi è evidente che l’Ucraina – e qualsiasi possibile soluzione diplomatica alla guerra in corso – è solo uno dei nodi da sciogliere, anche se chiaramente il più evidente e “caldo”.
Rispetto a questa dimensione strategica è quasi puerile l’insistenza europea su slogan da liceali sul “diritto di Kiev a non cedere territori” (mentre, contemporaneamente, lo si nega ai palestinesi sottoposti a genocidio e pulizia etnica, sia a Gaza che in Cisgiordania). Non perché sbagliati in linea di principio – il diritto all’autodeterminazione è alla base di ogni regolazione internazionale seria – ma per l’evidente “doppio standard” che informa l’azione e la propaganda euro-atlantica. I diritti esistono “per i nostri” (alleati o vassalli), ma non per gli altri...
Anche la ridicola polemica contro il “ritorno alla logica delle sfere di influenza” – il principio di “real politik” per cui una superpotenza non può piazzare i propri armamenti strategici ai confini dell’altra, utilizzando paesi “amici” o succubi – è tessuta con la stessa ipocrisia. Se Cuba o il Messico dovessero prepararsi ad ospitare missili russi o cinesi nessun “pensatore euro-atlantico” troverebbe sbagliata una durissima risposta statunitense. Come nel 1962, del resto...
Messe momentaneamente da parte le sciocchezze dei guerrafondai di secondo piano, bisogna rendersi conto che l’incontro tra Trump e Putin era stato preparato dagli sherpa abbastanza bene, tanto da far concludere la discussione dopo appena due ore e mezza invece delle annunciate sei o sette.
Da entrambe le parti, in sede di conferenza stampa finale o dichiarazioni successive, si è stati ben attenti a non lasciar trapelare nulla sul merito ma a spargere ottimismo sugli sviluppi. Tanto da far prevedere una seconda tappa a Mosca tra pochi mesi, se non settimane.
Trump ha dichiarato di aver tenuto un costruttivo vertice con Putin, ma che “non siamo arrivati” a un cessate il fuoco o a un accordo di pace per l’Ucraina. La sintonia è stata registrata sulla maggior parte delle questioni rilevanti, ma non hanno raggiunto un’intesa su “quella più importante”. E come consiglia il realismo, “Non c’è alcun accordo finché non c’è un accordo”.
Chiarificatrici anche le poche frasi pronunciate da un Putin decisamente a suo agio: una base per un accordo globale è stata disegnata, invitando perciò “Kiev e le capitali europee” a “percepirlo in modo costruttivo” e a non “affossare i progressi appena iniziati”.
Il riferimento esplicito è alle manovre dei “volenterosi” che insistono nel volere un cessate il fuoco immediato dichiarando pure, da veri idioti, di volerlo sfruttare per inviare armi e truppe europee in Ucraina. Praticamente per preparare un’escalation che porterebbe al confronto diretto tra NATO e Russia, con tutte le conseguenza – nucleari – del caso...
Sembra però evidente che sia Kiev che la UE hanno poche carte da giocare. Possono certamente gettare un po’ di ostacoli sul percorso appena abbozzato, ma sul piano strategico non hanno un obiettivo praticabile. La loro idea di fondo – spesso confessata apertamente dai più cretini – è quella di “costringere” gli Stati Uniti ad intervenire militarmente nel conflitto, provocando Mosca con attacchi diretti o manovre azzardate (nel mar Baltico, soprattutto).
Una “strategia” per cui è difficile trovare aggettivi appropriati...
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09/08/2025
Il 15 agosto ci sarà l’incontro tra Trump e Putin
Il prossimo 15 agosto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump incontrerà il presidente russo Vladimir Putin in Alaska per discutere la fine del conflitto russo-ucraino. L’annuncio è stato dato da Trump tramite il suo social media Truth Social, in cui ha parlato di un incontro «attesissimo». Le autorità russe hanno confermato la data e l’oggetto del meeting, sottolineando la logica della scelta dell’Alaska come sede, data la vicinanza geografica tra i due Paesi. Piccata la reazione ucraina, con il presidente Zelensky che ha dichiarato l’inutilità di ogni accordo senza la partecipazione di Kiev. Si tratta del primo incontro di vertice tra un presidente statunitense e Putin dal 24 febbraio 2022, giorno dello scoppio del conflitto.
Mettendo piede in Alaska, Putin fa ritorno negli Stati Uniti per la prima volta da 10 anni. L’ultimo suo viaggio in terra USA risale al 2015, quando era ancora presidente Barack Obama. All’agenzia Interfax, il consigliere di Putin Yuri Ushakov ha dichiarato che «Russia e Stati Uniti sono vicini di casa, Paesi confinanti, e sembra del tutto logico che la nostra delegazione attraversi lo Stretto di Bering e che un incontro così importante e atteso si tenga in Alaska», aggiungendo che «il Cremlino si aspetta che, dopo l’Alaska, il successivo incontro tra i presidenti russo e statunitense si svolga in territorio russo», facendo riferimento a un invito che è «già stato esteso». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha messo in guardia contro qualunque «decisione presa senza la presenza dell’Ucraina», ribadendo che gli ucraini «non abbandoneranno la loro terra agli occupanti». «Qualsiasi decisione presa contro di noi, qualsiasi decisione presa senza l’Ucraina, sarebbe una decisione contro la pace» e «non potrebbe funzionare», ha avvertito sui propri account social. «Tutti abbiamo bisogno di una pace vera e autentica, una pace che la gente rispetti», ha concluso.
Oltre ad avere chiesto la sospensione degli aiuti occidentali all’Ucraina e la fine dei tentativi di Kiev di aderire alla NATO, Putin ha ripetutamente affermato che qualsiasi accordo dovrà contemplare la rinuncia da parte ucraina ad alcuni dei territori che la Russia ha conquistato dal 2014. Kiev e i suoi alleati europei si oppongono invece da tempo a qualsiasi accordo che preveda la cessione a Mosca di territori occupati, tra cui Crimea, Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhia. Nelle ultime ore si è appreso che funzionari americani, ucraini e di diversi Paesi europei si incontreranno questo fine settimana nel Regno Unito per cercare di raggiungere una posizione comune prima dell’incontro tra i presidenti americano e russo.
30/01/2025
USA - Precipitato un'altro F-35
La causa dell’incidente
A quanto si apprende, il pilota ha segnalato una situazione di emergenza alla torre di controllo e si è eiettato dalla cabina di pilotaggio. Attualmente si trova ricoverato presso il Bassett Army Hospital, sotto osservazione.
L’Associated Press riporta che il pilota “ha avuto un malfunzionamento in volo”, come ha dichiarato in una conferenza stampa il colonnello dell’Aeronautica Militare Paul Townsend, comandante del 354° Fighter Wing.
I tanti incidenti accaduti all’F-35
Quello di martedì è l’ennesimo incidente negli ultimi anni che riguarda il caccia di quinta generazione prodotto da Lockheed Martin.
Nel settembre 2018, un F-35B del Corpo dei Marines si è schiantato nella Carolina del Sud.
Nell’aprile 2019, un F-35A giapponese è precipitato nell’Oceano Pacifico al largo del Giappone settentrionale.
Nel maggio dell’anno successivo, un F-35A dell’aeronautica statunitense si è schiantato in Florida durante un’addestramento di routine.
Nel settembre del 2023, un incidente analogo a quello occorso cinque anni prima è occorso a un altro F-35B dei Marine, caduto ancora nella Carolina del Sud.
Nel 2024, ad aprile, un F-35B sempre dei Marines è stato danneggiato da un colpo sparato con il suo stesso cannone. A maggio invece lo stesso modello di caccia si è schiantato fuori dal perimetro della base aerea di Albuquerque.
La produzione di Lockheed Martin
Lo scorso anno Lockheed Martin ha consegnato 110 caccia F-35 alle forze armate statunitensi e ai suoi alleati, raggiungendo il massimo della consegne pianificate per il periodo, comprese tra i 75 e i 110 aerei.
Dall’inizio della produzione, i caccia prodotti sono stati più di 1.000, numero accreditato di triplicare nel corso del prossimo decennio, al ritmo di 100-150 modelli annui.
Si può ancora parlare di superiorità tecnologica occidentale?
La scorsa settimana avevamo trattato il dilemma in cui si trova il Regno Unito, alle prese con la scelta di valore strategico tra la scelta dell’F-35 statunitense o l’Eurofigheter europeo, il primo tecnologicamente più avanzato, il secondo con un maggior impatto per l’industria e il lavoro nell’Isola – al netto delle considerazioni geopolitiche.
La realtà è che la superiorità tecnologica occidental-statunitense, anche in campo militare, mostra i segni del tempo e della crisi in cui sì è ficcato il blocco euroatlantico.
La vicenda DeepSeek, così come accaduto per Huawei o Lenovo in altri settori, non sono che manifestazioni di un tendenza che emerge con sempre più frequenza: l’inizio della fine dell’egemonia occidentale anche nel campo dello sviluppo tecnologico, dove la Cina sta lanciando la sfida non più come “fabbrica del mondo”, ma come “segmento più sviluppato della catena del valore”.
A giudicare dalle performance dell'“avanzatissimo” F-35, al pari degli andamenti dei maggiori titoli hi-tech sui mercati finanziari, forse al Pentagono hanno smesso di dormire sonni tranquilli.
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23/11/2024
Genova una nave ha imbarcato mezzi militari USA diretti in Alaska
La Joint Base Elmendorf–Richardson, o J-BER com’è nota a gran parte dei militari americani, è una struttura militare statunitense situata proprio ad Anchorage, la più grande città dell’Alaska.
L’esercito statunitense sta infatti aumentando la sua presenza nei pressi dell’Alaska, schierando un cacciatorpediniere e squadre dell’esercito dotate di sistemi missilistici a lungo raggio. Nello scontro con la Russia – e con la Cina – la regione Artica è venuta assumendo un crescente valore strategico.
Gli Stati Uniti a settembre hanno dispiegato circa 130 soldati e lanciarazzi mobili su un’isola dell’Alaska occidentale, mentre Russia e Cina conducevano esercitazioni militari congiunte vicino al territorio americano. Le esercitazioni militari congiunte “Ocean-24” russo-cinesi hanno provocato una reazione degli Stati Uniti che hanno dispiegato 130 soldati aviotrasportati in una lontana base delle Isole Aleutine.
L’esercito statunitense ha inviato i soldati alla stazione aerea di Eareckson sull’isola di Shemya, a meno di 300 miglia dalla Kamchatka, in Russia. Ma la Fox News riporta che il senatore repubblicano dell’Alaska, Don Sullivan, ha annunciato la nuova presenza dell’11° Airborne sulla catena delle isole Aleutine, aggiungendo che un’altra task force arriverà dalla Joint Base Lewis-McChord di Olympia, Washington.
Numerosi documenti prodotti dal think thank strategico statunitense Rand, insistono da tempo sul carattere strategico della regione artica e sulla necessità del rafforzamento militare USA in quest’area, al punto di farvi addirittura pervenire mezzi dai loro hub logistici in Italia.
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02/10/2021
USA - Il costo umano del militarismo
La maggior parte dei militari che si sono tolti la vita sono giovani arruolati da poco. L’ esercito ha registrato il picco di suicidi in particolare fra i suoi soldati stanziati nelle basi dell’Alaska. In quei luoghi il freddo raggiunge temperature di meno 60 gradi, a cui si aggiungono il ritmo serrato dell’addestramento, l’isolamento geografico e sociale, il costo della vita alto, l’abuso di alcol e i disturbi del sonno causati dalla luce che passa dalle 4 ore al giorno in dicembre fino alle 21 ore di giugno. Tutti fattori che hanno creato problemi per la salute mentale negli elementi più giovani fra i militari.
Una ricerca del 2019 condotta nella base di Fort Wainwright, sotto il comando dell’Us Army Garrison Alaska, ha rilevato che il 10,8% dei militari aveva manifestato idee di suicidio. I soldati hanno anche espresso preoccupazione per il cibo fornito e il problema (che riguarda un terzo del campione) della mancanza di soldi per comprare alimenti di qualità. Un altro elemento denunciato concerne la distanza e i costi per le famiglie che vogliono raggiungere i ragazzi in servizio, visite quasi del tutto azzerate durante la pandemia da covid. Il generale dell’esercito Mark Milley ha dichiarato, testimoniando dinanzi alla Commissione della Camera che si occupa delle forze armate, che di sicuro il ritmo dell’addestramento ha influenzato il tasso di suicidi tra le truppe. L’esercito ha speso più di 200 milioni di dollari negli ultimi anni per migliorare la qualità della vita e prevenire il suicidio nelle sue basi in Alaska.
Nel rapporto del 2019 i funzionari dell’esercito hanno prescritto una serie di rimedi che vanno dalle tende oscurate per garantire un sonno migliore all’incremento dei consulenti per la salute mentale. Tuttavia nell’esercito c’è chi considerata ancora una debolezza la ricerca di aiuto per problemi psichici.
Dall’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 l’esercito ha regolarmente schierato soldati dell’Alaska nelle guerre in Medioriente. Chissà se questo c’entra: probabilmente i generali diranno di no (ma loro mica vanno a combattere).
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29/08/2019
Non brucia solo l’Amazzonia, e molti fanno i finti tonti
In questo pianeta e in questa estate non sta bruciando solo l’Amazzonia, eppure governi e il sistema dei mass media parlano solo di questo. Le foto che vedete in pagina non vengono dal Brasile ma dall’Africa. È stata Greenpeace a lanciare l’allarme: dopo la Siberia e l’Amazzonia, anche la foresta pluviale del bacino del Congo, la seconda più grande al mondo, rischia di essere colpita da incendi indomabili, come già accaduto nel 2016.
Dal 21 agosto, ossia in meno di una settimana – scrive Greenpeace – sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa.
La foresta del bacino del Congo ospita milioni di indigeni che ne sono anche i principali custodi, nonché migliaia di specie animali e vegetali. Immagazzina inoltre 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando quindi un ruolo fondamentale per regolare il clima del Pianeta.
La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali. “Invece di dare concessioni a multinazionali che traggono profitto dalla distruzione delle foreste – denuncia Greenpeace – i diritti di gestione delle foreste devono essere trasferiti alle Popolazioni Indigene, nel rispetto delle loro conoscenze tradizionali e degli standard ambientali”.
Ma è bene ricordare ai distratti e ai finti tonti che, solo ad agosto, in Siberia sono andati a fuoco oltre cinque milioni di ettari di foreste, si tratta di una superficie che equivale a poco meno di tutto il patrimonio forestale dell’Italia. La nuvola di fumo ha coperto il Paese e ha attraversato l’Oceano Pacifico, fino a raggiungere gli Stati Uniti. Ed anche in Alaska questa estate si sono susseguiti incendi di dimensioni particolarmente estese.
Il problema, dunque, non è solo l’Amazzonia. Ma le élite, la loro pervasività mediatica e le loro sospette ipotesi di transizione ecologica non avevano sempre detto che occorre avere una visione globale di un problema globale? E allora che non si accendano i riflettori solo sull’Amazzonia, ma anche sull’Africa e la Siberia, non stiamo andando ad un concerto di Sting, stiamo andando incontro all’infarto ecologico del pianeta. Per provare a metterci mano, rapidamente, non si può che ricominciare a ragionare sulla pianificazione ecologica, qualcosa di più e di meglio delle soluzioni ecoprofittevoli della green economy che stanno maturando nei progetti dei grandi gruppi capitalisti. Se continueremo a tenere le volpi a guardia del pollaio non ci saranno alternative sostenibili né praticabili.
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26/08/2019
Battesimo del fuoco
È un Agosto caldissimo. Incendi divampano dall’Artico al Brasile, liberando nell’atmosfera tonnellate di anidride carbonica e devastando comunità umane oltre che veri e propri patrimoni naturali globali. Incendi talvolta spontanei, talvolta dolosi, che a causa dell’aumento delle temperature sono destinati a divenire sempre più inarrestabili. In Amazzonia si calcola un aumento dei roghi dell’83%. 1
Si tratta di roghi essenzialmente dolosi, appiccati da chi spera di ottenere vantaggi economici dalla distruzione delle zone forestali o da chi cerca di allontanare le popolazioni indigene che vivono all’interno della foresta. L’innalzamento delle temperature amplifica la portata degli incendi, con i risultati devastanti riportati un po’ ovunque sui media.
Di diversa natura, invece, gli incendi scoppiati nel circolo polare artico, dall’Alaska alla Siberia2. In questo caso gli incendi sono provocati dall’aumento stesso delle temperature, testimonianza di un cambiamento climatico in rapido avanzamento ma che non si manifesta equamente in tutte le zone del Pianeta, incidendo maggiormente su alcune zone rispetto ad altre. In questi casi, il rischio è doppio: lo scioglimento di strati di permafrost libera grandi quantità di gas rimaste intrappolate sotto i ghiacci, che amplificano le emissioni.
Delle due esperienze esaminate, quella amazzonica merita ulteriori approfondimenti, proprio in quanto caratterizzata da un alto grado di dolosità. Il neo-Presidente Bolsonaro3 non ha mai nascosto la sua scarsa attenzione verso le tematiche ambientali e verso la tutela della foresta Amazzonica. Tenendo fede alle sue promesse, ha condotto una politica volta all’eliminazione delle sanzioni e dei sequestri condotti contro le società colpevoli del disboscamento dell’Amazzonia. Questo, indirettamente, consente di procedere con relativa tranquillità al disboscamento di intere aree, nella speranza che le terre così “liberate” possano essere coltivate o destinate all’allevamento. Tale liberazione avviene in maniera più rapida appiccando incendi. Questa pratica non è estranea neanche, si badi bene, all’Italia, dove pure annualmente gli incendi aumentano sia in quantità che in qualità, in particolar modo al Centro-Sud4. Non possiamo ignorare che gli stessi fenomeni sono in aumento anche nella zona del Mediterraneo.
La questione climatica già segna un punto cruciale per la politica internazionale e nazionale. È la Politica infatti ad amplificare gli effetti del cambiamento climatico “alla fonte”, come nel caso del Brasile, oppure “a valle”, non riuscendo a gestire incendi che scoppiano in zone spesso difficili da raggiungere e con delle portate mostruose. È evidente che una soluzione in entrambi i sensi non può venire da un modello economico, quello capitalista, che innalza a valore unico l’aumento del profitto.
Non c’è ragione che tenga, se per aumentare la propria ricchezza si può passare sopra i diritti dei propri simili, a maggior ragione è possibile ignorare completamente gli aspetti relativi alla tutela dell’ambiente. Tra la corsa al profitto e la salvezza dell’ambiente, si preferirà sempre la prima. Siamo di fronte alla lucida follia di un sistema che necessita oggi più che mai di essere trasformato.
Una soluzione può venire da Paesi come la Cina5, che da anni si impegnano concretamente nella riduzione di emissioni, nella riforestazione di intere aree e persino nella realizzazione di nuovo città “verdi”, peraltro con un grande apporto di professionisti italiani6.
Invece, in questa parte dell’emisfero, più che sul sistema nella sua totalità, ci si concentra sulle abitudini del singolo. La riduzione delle emissioni e dei consumi viene addossata alle classi sociali più deboli, mentre i grandi poli industriali continuano (quasi) indisturbati a inquinare e de localizzare in Paesi dove le normative sulla tutela ambientale sono minori.
Indubbiamente è necessaria una presa di coscienza collettiva, che porti a una maggiore consapevolezza, e a mutare le proprie abitudini (raccolta differenziata, riduzione dell’uso della plastica, riduzione dell’uso di mezzi inquinanti, etc per fare qualche semplice esempio) ma non è su questo mutamento che può basarsi una politica di tutela dell’ambiente efficace. Una politica efficace si basa sul sanzionare le grandi imprese che aggirano le norme sull’ambiente, producono tonnellate di sostanze inquinanti ma puntualmente non ne pagano le conseguenze. Serve, in definitiva, un approccio all’economia che sia più legata alla tutela dell’ambiente, ma tale approccio è possibile solo se si scardina la logica del profitto ad ogni costo, della prevaricazione sull’altro, e se li si sostituisce con la tutela di interessi e beni comuni, con un intervento più deciso contro i soprusi dei grandi gruppi imprenditoriali, con una riqualificazione industriale che sia anche ecologica7.
Come giovani, la questione climatica è per noi di primo interesse, ne va del nostro futuro e per questo ci impegneremo in tutte le manifestazioni per fare in modo che portino con se delle rivendicazioni incentrate sul cambiamento di un sistema economico non più sostenibile, e che nel corso8 dei prossimi decenni favorirà conflitti per il possesso di beni fondamentali, come l’acqua.
“Socialismo o barbarie”, verrebbe da dire, ed è vero oggi più che mai.
Note:
1 https://www.agi.it/fact-checking/numero_incendi_mondo-6069113/news/2019-08-23/
2 https://www.smithsonianmag.com/smart-news/arctic-experiencing-its-worst-wildfire-season-record-180972749/
3 Bolsonaro prima ha giudicato come normale il numero di incendi, poi ha accusato ONG di provocare gli incendi (https://www.reuters.com/article/us-brazil-politics/brazils-bolsonaro-says-ngos-may-be-setting-fires-in-amazon-rainforest-idUSKCN1VB1BY) e ha licenziato il presidente dell’INPE, che lo aveva accusato dell’aumento del disboscamento (https://www.wsj.com/articles/brazil-official-is-fired-after-he-reports-rising-amazon-deforestation-11564772184)
4 Basta ricordare gli incendi del 2007 (http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/cronaca/incendi-2/incendi-2/incendi-2.html)
5 A tal proposito si veda “La Cina della Nuova Era”, di Fosco Giannini e Francesco Maringiò, La città del Sole. 2018 (pp 245-275)
6 https://www.stefanoboeriarchitetti.net/project/liuzhou-masterplan-2/
7 Ne abbiamo scritto qui: https://www.fgci.info/2019/05/23/fridays-for-future-qualche-considerazione-politica-e-ambientale/
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