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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/01/2026

La nuova corsa verso il Polo nord

‘Situazione insolita’ ironizza Mosca

«La situazione è insolita, direi addirittura straordinaria dal punto di vista del diritto internazionale», ha affermato Peskov, citando Trump quando ha affermato «che il diritto internazionale non rappresenta per lui alcuna priorità». Dal Cremlino per ora un morbido avvertimento: «Noi, insieme al resto del mondo, osserveremo quale sarà questa traiettoria». Ma il braccio armato europeo si agita in cerca di rogne. «La Germania è in azione nel Mar Baltico a causa delle navi russe», afferma il portavoce del ministero dell’Interno tedesco. Germania di Merz ‘Volenterosa’ anche verso l’Artico? Non sono stati forniti ulteriori dettagli perché – dicono –, le operazioni sono ancora in corso. Concretamente, la polizia negli ultimi giorni avrebbe impedito il passaggio a navi russe. «La polizia federale ha il compito di controllare il traffico marittimo nel Mar Baltico e nel Mare del Nord, nella zona economica esclusiva tedesca e nelle acque costiere tedesche». «Per prevenire eventuali pericoli», senza spiegare quali.

Negli ultimi tempi la stampa tedesca ha pubblicato diversi rapporti in base ai quali petroliere attribuite alla flotta ombra russa navigavano nel Baltico sotto falsa bandiera o con numeri di identificazione falsificati.

Groenlandia a colpi di dazi

«Potrei imporre dazi doganali per la Groenlandia, di cui abbiamo bisogno per la sicurezza nazionale», ha detto Trump. Minacce tariffarie per garantire il prezzo dei farmaci prima di menzionare la Groenlandia. Definendosi il ‘tariff king’, il re delle tariffe, Trump ha quindi aggiunto che se l’amministrazione non vincesse alla Corte Suprema sui dazi sarebbe una ‘vergogna per il Paese’. Certo danno politico pesante per lui. Risorse e scioglimento dei ghiacci: sia che gli Stati Uniti trovino un modo per annettere la Groenlandia, sia che non ci riescano, l’isola sarà al centro degli interessi dell’insistente personaggio nel futuro prossimo.

L’anschluss della Groenlandia

Donald Trump, ormai senza repertorio novità, rilancia la possibilità di ampliare la guerra commerciale anche a coloro che si mettono di traverso sull’anschluss della Groenlandia. E i sui ‘collaboratori’ obbediscono e gli vanno dietro. «L’inviato speciale Usa per la Groenlandia Jeff Landry – anche governatore della Louisiana – ha parlato della questione come se fosse praticamente cosa fatta, e i groenlandesi fossero in ‘giubilante attesa’ di lanciare fiori all’arrivo degli emissari della potenza occupante. O magari a lui stesso, dato che ai giornalisti di Fox ha detto che intende visitare la Groenlandia a marzo – il suo primo viaggio nel Paese per il quale lo scorso dicembre è stato nominato inviato speciale del governo Usa», denuncia e ironizza Giovanna Branca. «Il presidente è serio sulle sue intenzioni», ha affermato Landry. «Ha dettato le sue condizioni, ha detto alla Danimarca ciò che vuole, e ora spetta a Marco Rubio e al vicepresidente Vance stringere un accordo».

E le ‘visioni’ di Trump diventano verbo

La sera prima, la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt aveva detto alla stampa, come sempre contraddicendo ogni evidenza della realtà, che le delegazioni diplomatiche danesi e groenlandesi si erano dette d’accordo a «continuare il dialogo per l’acquisizione della Groenlandia». Entrambi i ministri degli Esteri che mercoledì avevano partecipato all’incontro alla Casa bianca la hanno subito smentita: Lars Løkke Rasmussen, ministro degli Esteri danese, ha specificato a un quotidiano locale di essersi detto disposto solo a istituire un team che possa occuparsi delle «preoccupazioni per la sicurezza nazionale» che Trump continua ad agitare a proposito del territorio autonomo.

Il troppo di Trump anche in casa

Mentre il presidente Usa minacciava dazi contro i riottosi, un gruppo di 11 senatori e deputati statunitensi (fra cui i senatori repubblicani Thom Tillis e Lisa Murkowski) hanno incontrato a Copenaghen sia la prima ministra danese Mette Frederiksen che quello groenlandese Jens-Frederik Nielsen, in segno di solidarietà e come gesto distensivo, sottolinea il Manifesto. «Credo sia importante sottolineare che quando il popolo americano viene interpellato sull’annessione della Groenlandia – ha dichiarato Murkowski – la stragrande maggioranza, il 75%, sostiene di non ritenerla una buona idea. Questa senatrice dell’Alaska – ha aggiunto parlando di sé – non pensa sia una buona idea». «I segnali sono chiari – ha detto Murkowski – il sostegno del Congresso all’annessione della Groenlandia non c’è».

Peggio del capo chi lo ossequia

Ieri anche l’Islanda ha sobbalzato, dopo una ‘battuta’ fatta dall’uomo scelto da Trump per ricoprire il ruolo di ambasciatore Usa a Reykjavik, Billy Long, riportata da Politico: «L’Islanda potrebbe diventare il 52esimo stato, e io il suo governatore». Il ministero degli Esteri islandese ha comunicato al Guardian di aver subito chiesto chiarimenti all’ambasciata Usa. E una petizione già firmata da quasi 3.500 persone chiede alla prima ministra Kristrún Frostadóttir di rigettare la nomina di Long ad ambasciatore.

E ora anche la Russia

Comunque vada e per ora, avverte Sabato Anghieri, «l’isola artica sarà al centro degli interessi geopolitici del futuro prossimo». Putin dal Forum sull’Artico di Murmansk: «Quello che sta succedendo ora non è sorprendente. I piani Usa sulla Groenlandia hanno profonde radici storiche», ricordando che già nel 1860 Washington aveva ipotizzato di acquisire l’isola, ma il Congresso non aveva appoggiato l’iniziativa. «È ovvio che Washington continuerà a promuovere con coerenza i propri interessi geostrategici, politico-militari ed economici nell’Artico». Le parole, pronunciate dal presidente di uno stato che nel 1867 vendette l’Alaska proprio agli Usa, sono emblematiche di quanto oggi l’interesse sulle terre settentrionali sia crescente. Dalla storia all’attualità: «Con il cambiamento climatico che apre l’Artico, la regione diventerà una frontiera sempre più critica».

L’estremo nord da riscoprire

La Russia possiede più di metà della costa artica (53%) e trae da quelle terre circa il 7% del suo Pil: idrocarburi, metalli preziosi e terre rare ma anche pesca e industrie alle quali sono offerti importanti sgravi fiscali. Inoltre, le esportazioni provenienti dalle terre polari rappresentano circa l’11% del totale annuo. Senza contare le conseguenze del disgelo che stanno accelerando i progetti agricoli sulle provincie del nord e, soprattutto, sulle nuove vie commerciali. Mosca possiede l’unica flotta al mondo di rompighiaccio a propulsione nucleare e il controllo che esercita a quelle latitudini non ha rivali. E il 15 dicembre Putin ha varato un decreto per la costruzione di una nuova base scientifica non permanente vicino al Polo, denominata Artur Chilingarov, che dovrebbe aprire dalla primavera del 2026 e ufficialmente avrà scopi scientifici (e addirittura turistici), ma gli analisti insistono sul fatto che iniziative di questo tipo non possono non avere un valore geopolitico e strategico.

L’Artico che fu sovietico

Esistono decine di postazioni militari russe nell’Artico, alcune dell’epoca sovietica e poi ristrutturate: 13 basi aeree, diverse stazioni radar e stazioni di soccorso. Queste terre desertiche furono usate durante la guerra fredda anche per i test nucleari, come quello del 30 ottobre 1961 per la «bomba zar», il più potente ordigno all’idrogeno mai sperimentato, con un raggio di distruzione totale di 55 km.

Fonte

16/01/2026

Morire per la Groenlandia?

Partiamo dai fatti, che per ora sono soprattutto diplomatici, mentre quelli “militari” sono poco più che simbolici.

Come ormai sapete, gli Stati Uniti di Trump “vogliono la Groenlandia perché ne hanno bisogno per la loro sicurezza”. La narrazione del tycoon recita che “la NATO sarà più formidabile ed efficace quando la Groenlandia sarà nelle mani degli Stati Uniti. Qualsiasi cosa al di sotto di questa cifra è inaccettabile”.

In realtà sia la Nato che Washington sono ampiamente presenti sull’isola più grande del mondo (quasi 2 milioni di km quadrati), con basi collocate nei punti strategici per controllare la Russia (a sua volta con ampi territori che si affacciano sull’Artico). La Danimarca, cui la Groenlandia è federata, è un fedele membro dell’Alleanza atlantica e non ha mai avuto difficoltà nell’esaudire le richieste Usa. Se il problema fosse davvero quello militare, insomma, la questione sarebbe facilmente risolvibile tra buoni alleati.

E questa è stata l’impostazione con cui si sono presentati a Washington i ministri degli esteri di Danimarca e Groenlandia, che hanno incontrato il vicepresidente statunitense J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, per superare i “malintesi” generati dalle minacce “paterne” di Trump che sostiene che il suo paese deve controllare questo territorio perché “altrimenti sarebbe occupato dalla Russia o dalla Cina”.

Zero carbonella. Nessun chiarimento, nessun accordo, i vertici Usa restano fermi al “vogliamo controllare tutto noi”. Perché il problema non sono i russi o i cinesi, ma quel che c’è o ci potrebbe essere nel sottosuolo e nel sottoghiaccio groenlandese. Risorse naturali come oro, petrolio, terre rare (anche se qualche geologo consigli di non farsi troppe illusioni su quest’ultimo punto).

Il ministro danese Lars Løkke Rasmussen dopo l’incontro ha ammesso che “Non siamo riusciti a cambiare la posizione americana. È chiaro che il presidente ha il desiderio di conquistare la Groenlandia. E abbiamo chiarito molto, molto chiaramente che ciò non è nell’interesse del regno di Danimarca”. Anche perché “non ci sono navi da guerra cinesi lungo le coste della Groenlandia (…) Non ci sono nemmeno massicci investimenti cinesi”.

“Le idee che non rispettano l’integrità territoriale del Regno di Danimarca e il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese sono, ovviamente, totalmente inaccettabili”, ha detto Løkke. “Quindi, continuiamo ad avere un disaccordo fondamentale”.

Ma chissenefrega, ripete l’Amerika: “la vogliamo, in qualche modo ce la prenderemo”.

Per far vedere di essere “pronti a tutto” i paesi europei (la Danimarca ne fa parte, anche se conserva ancora la sua moneta nazionale) hanno deciso di inviare i militari tra i ghiacci. Frenate le speranze di una guerra interna alla Nato, si tratta solo di un gesto simbolico, quasi una gita-premio o una lunga settimana bianca per un gruppetto di soldati francesi (15!), svedesi, tedeschi. Nulla insomma che possa effettivamente disturbare le aspirazioni imperiali statunitensi o improbabili visite russe. Ma un gesto di fastidio diplomatico piuttosto esplicito.

Mercoledì il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen ha annunciato un aumento della “presenza militare e delle attività di esercitazione” della Danimarca nell’Artico e nel Nord Atlantico, “in stretta collaborazione con i nostri alleati”. Ovviamente sperando che l’alleato principale non si trasformi presto in nemico alle tue spalle...

Poulsen ha affermato in una conferenza stampa che il rafforzamento della presenza militare è necessario in un contesto di sicurezza in cui “nessuno può prevedere cosa accadrà domani”. “Ciò significa che da oggi e nei prossimi anni ci sarà una maggiore presenza militare in Groenlandia e nei suoi dintorni di aerei, navi e soldati, anche di altri alleati della NATO”. Per fare cosa e contro chi? Boh...

In tutta questa successione di eventi e dichiarazioni rischia di perdersi però l’essenziale, che riguarda la nuova “strategia statunitense”. I paesi europei – e tutto il sistema mediatico al loro servizio – continuano a ragionare, comportarsi, “raccontare” alle proprie popolazioni un mondo fantastico che non è mai esistito: quello delle “democrazie” contrapposte per ragioni etiche ed ideali alle “dittature” (quasi tutte orientali o “meridionali”), e che si muovono solo per raddrizzare torti e restituire “libertà” a popoli che ne sono privi. Imperialismo “umanitario”, insomma... 

È sempre stato piuttosto facile sbugiardare questa narrazione indicando, uno per uno, i crimini compiuti da questi paesi “civilissimi” nei confronti del resto del mondo. E non solo ai tempi dei colonizzatori, ma anche in quelli recenti (la stessa Danimarca si era impegnata militarmente in Iraq e Afghanistan, per esempio).

Ora però quel “racconto fantastico” viene fatto a pezzi, tra risate omeriche, proprio dal capofila dell’occidentale “giardino contrapposto alla giungla”. Come spiega senza diplomazia Stephen Miller, consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca, «Viviamo in un mondo, nel mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dalla coercizione, che è governato dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo fin dall’inizio dei tempi».

In questo mondo reale – lo stesso di prima, ma senza più maschere e belletti – non c’è spazio per il diritto, né interno né internazionale. Ossia non c’è limite all’uso della forza che non sia costituito da una forza eguale e contraria, o addirittura superiore, o comunque in grado di procurare un danno tale da annullare il guadagno eventuale cui si mira.

In questo mondo, insomma, non ci sono neanche “alleati a tempo indeterminato”, ma solo nemici o vassalli che possono diventare nemici quando “al più forzuto” sorge un “bisogno” o una cupidigia nuova.

Questi erano, sono e saranno gli Stati Uniti, l’imperialismo occidentale, il suprematismo genocida e criminale che conosciamo.

Il problema ce l’ha chi se li è fatti piacere ascoltando la musica o guardando i film... ovvero chi ha creduto alla “narrativa” chiudendo gli occhi sul mondo reale.

Fonte

13/12/2025

Il nuovo disordine mondiale / 31 – Le guerre del Nord e il futuro degli equilibri geopolitici ed economici mondiali

di Sandro Moiso

Mary Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 340, 22 euro

Il titolo scelto dalla Luiss University Press per la traduzione italiana della ricerca di Mary Thompson-Jones, pubblicata negli Stati Uniti con il titolo America in the Arctic: Foreign Policy and Competition in the Melting North, evoca più un romanzo di Jack London che non un saggio di geopolitica quale in effetti è. A ben guardare, però, lo scontro apertosi ormai da anni, per il controllo delle rotte artiche e delle materie prime custodite dal mare di ghiaccio che corrisponde al nome di Artico ricorda per più di un motivo la saga della corsa all’oro del Grande Nord che l’autore americano narrò oppure utilizzò come sfondo in molti dei suoi romanzi e racconti.

Un Nord gelido, al limite della sopravvivenza umana, che nasconde grandi tesori verso cui uomini (un tempo) e governi avidi di ricchezze e risorse (in quello attuale) indirizzano i propri sforzi e la propria forza muscolare oppure militare al fine di appropriarsene. In questo facilitati e stimolati, oggi, dal generale riscaldamento climatico che ha definitivamente reso possibili tali iniziative o perlomeno i tentativi di realizzarle.

Infatti, secondo le più recenti analisi del Copernicus Climate Change Service, il 2025 è destinato a classificarsi come il secondo anno più caldo mai registrato insieme al 2023, subito dopo il 2024. Analisi che hanno evidenziato come la media triennale 2023-2025 stia per superare la soglia critica di 1,5 gradi. Un risultato che non rappresenta un semplice dato statistico, ma la conferma di un riscaldamento globale sempre più veloce. Cosa che ha contribuito a far rilevare come il mese di novembre abbia visto registrare anomalie di caldo particolarmente marcate in Canada settentrionale e lungo l’Oceano Artico, dove il ghiaccio marino artico ha mostrato una riduzione del 12% rispetto alla media di riferimento, il secondo valore più basso mai osservato per lo stesso mese1.

Così i buoni e i cattivi di oggi, nel nuovo grande romanzo della conquista del Nord polare, non sono più i desperados, i nativi americani, i violenti e i famelici, ma spesso sfortunati, cercatori d’oro che hanno animato le pagine e le vicende vissute in prima persona e poi narrate romanzescamente da London tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo. No, i protagonisti di La legge del Nord sono prima di tutto gli Stati Uniti con i loro attuali interessi globali insieme a Canada, Islanda, Groenlandia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia, Russia e, in una più ampia e dinamica prospettiva, la Cina.

Tutti stati che si affacciano sull’Artico e la cui estensione territoriale potrebbe definire le dimensioni delle fette di torta, proporzionali alle parti di territorio di ognuno degli stessi compreso al di là del circolo polare artico, destinate a spartire le ricchezze di quel continente. E anche se la Cina non confina con l’area interessata, sicuramente è enormemente interessata alle nuove rotte marittime che il riscaldamento globale già permette e sempre più permetterà di aprire nel prossimo futuro.

Rotte che abbrevieranno di parecchie settimane il trasporto delle merci da un capo all’altro del mondo, così come già è successo con l’utilizzo delle rotte tracciate sul settentrione del pianeta per il traffico aereo destinato al trasporto di merci e passeggeri. Una autentica rivoluzione marittima che potrebbe avere gli stessi effetti sull’Europa, in particolare mediterranea, che già ebbe quasi sei secoli fa l’apertura delle rotte atlantiche per i traffici e i commerci intercontinentali.

L’autrice, Mary Thompson-Jones, è tra le massime esperte mondiali di sicurezza nazionale, con esperienza nel campo della marina militare e della geopolitica delle rotte oceaniche. Già Foreign Service Officer ha ricevuto incarichi diplomatici in Canada, Guatemala e Spagna. Professoressa in Sicurezza nazionale presso l’U.S. Naval War College, e il testo appena pubblicato dalla Luiss University Press è il suo primo libro tradotto in italiano.

Il curriculum professionale dell’autrice indica già di per sé che lo sguardo sulla questione è impostato a partire dagli interessi nazionali, economici e militari, degli USA, ma questo non inficia affatto la lettura che la relatrice dà delle forze e delle contraddizioni in atto in quell’area che, da marginale quale poteva essere considerata dalla politica internazionale, si è trasformata in uno dei possibili epicentri dei conflitti, anche militari, a venire.

Infatti, il rapido scioglimento dei ghiacci artici sta riscrivendo la geografia del potere globale. Sotto questo punto di vista il Grande Nord non è più quello remoto e impenetrabile dei romanzi d’avventura, ma la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il disgelo impone una diversa geografia del pianeta, apre passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e terre rare.

Non è certo un caso che il primo atto strategico del Cremlino dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022 sia stato il varo della nuova «dottrina marittima» del luglio di quell’anno, il cui punto essenziale non riguardava affatto il Mar Nero, ma l’Artico. Senza quel testo, gli obiettivi che esso esplicita e i rapporti con la Cina che implica, sarebbe più difficile comprendere le insistenti pretese di Donald Trump sulla Groenlandia.

La posta in gioco commerciale è potenzialmente immensa, considerato che ancora nel 2018 si pensava che la via artica aperta dal cambio climatico potesse essere navigabile, al massimo, tre o quattro mesi all’anno, mentre l’accelerarsi del riscaldamento globale permette a Mosca, che ha la più potente flotta di rompighiaccio al mondo, di puntare a tenere quella via sempre aperta.

Per questo Pechino ora mira a consolidare nella regione la relazione con Mosca, considerato che già dal 2018 un «Libro bianco» del governo definisce la Cina «uno Stato quasi-artico» e un’«importante parte in causa» nell’area. L’obiettivo è ottenere dal Cremlino un diritto esclusivo di transito, condiviso solo con i russi e in cambio di contenute commissioni, per trasportare prodotti cinesi verso l’Europa e l’Atlantico a costi più che competitivi nei confronti di tutti gli altri concorrenti commerciali.

Secondo il linguaggio ufficiale del governo cinese si aprirebbe così una «Via della Seta polare» fondata sul rapporto privilegiato fra Xi Jinping e Vladimir Putin. Uno dei vantaggi per la grande potenza asiatica, peraltro, sarebbe in direzione opposta: avere una rotta nordica completamente navigabile significa, per la Repubblica popolare, poter portare gas liquefatto e greggio russi verso Shanghai, Shenzhen o Hong Kong senza temere l’eventuale strangolamento occidentale all’altezza dello Stretto di Malacca. Del resto, era stato proprio il blocco anglo-americano di quello snodo nell’Asia del Sud-Est a indebolire fatalmente il Giappone nella Seconda guerra mondiale2.

Il confine tra cooperazione e conflitto è più sottile del ghiaccio che si frantuma e Thompson-Jones andando oltre la cronaca, intrecciando mito e realtà in un fragile equilibrio tra sicurezza, diplomazia e giustizia climatica, fa sì che La legge del Nord dimostri come, tra i ghiacci che si ritirano, si stia decidendo il vero futuro del dominio mondiale.

Questa impostazione permette di interpretare meglio le affermazioni del «Wall Street Journal» che vede gli accordi possibili tra Trump e Putin sulla questione ucraina ruotare, oltre che sul controllo dei giacimenti minerari ucraini, anche sullo sfruttamento dei giacimenti situati in area polare3, ma anche di andare al di là delle semplicistiche letture filo-europeistiche o monotonamente antimperialiste antiamericane fatte a proposito delle “minacce” trumpiane alla Groenlandia e per il suo controllo. Mentre, allo stesso tempo, può anche aiutare a comprendere la centralità che i paesi dell’Europa del Nord hanno assunto in ambito Nato e nello svolgimento del conflitto ucraino.

In realtà però, per quanto riguarda gli spazi e le rotte marittime, si tratta di questioni che risalgono alle origini delle società imperiali, per le quali il dominio dei mari ha sempre rappresentato un enorme vantaggio, tanto da far parlare gli storici di autentiche talassocrazie a proposito di quelle come Atene, Roma, Portogallo, Spagna, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti e magari domani la Cina, considerato il numero e la qualità delle portaerei già varate oppure messe in cantiere dalla marina militare della Repubblica popolare, che in epoche successive hanno fondato e sviluppato la propria espansione e la propria potenza, sia economica che militare, sul controllo e il dominio, prima, del Mediterraneo e, successivamente, degli oceani.

Una questione che fin dagli inizi del Novecento e, successivamente, per tutto il XX secolo si era spesso identificata nella divisione principale tra due grandi aree geopolitiche del continente euroasiatico: l’Heartland (letteralmente: il Cuore della Terra) e Rimland (la fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia e che si divide in tre zone: zona della costa europea, zona del Medio Oriente e zona asiatica).

L’ideatore del concetto di Heartland era stato un generale britannico, Sir Halford Mackinder, che lo sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904. Il termine derivava dal fatto che tale vastissimo territorio era delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya. Per Mackinder, che basava la sua teoria sulla contrapposizione tra mare e terra, l’Heartland costituiva il “cuore” di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia.

A “coglierne” in pieno il significato politico fu il generale, geografo e politologo tedesco Karl Haushofer che sottolineò, a partire dagli anni ’20 nella rivista “Zeitschrift für Geopolitik”, come le potenze marittime (la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti) avessero costruito una sorta di “anello” per soffocare le potenze continentali. A suo avviso le potenze marittime si ergevano come custodi dello status quo non solo attraverso il colonialismo inglese e francese, ma anche tramite l’ideologia wilsoniana che, attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, aveva contribuito allo smantellamento dell’impero austro-ungarico e del Reich guglielmino e alla creazione di una serie di stati cuscinetto destinati a contenere il risorgere della potenza tedesca e l’espansione bolscevica in Europa, compromettendo seriamente “il diritto classico dei popoli”. Entrambi i temi, quello dell’inevitabile scontro tra potenze marittime e terrestri e quello del soffocamento dello jus publicum europeo, sarebbero poi stati ripresi da Carl Schmitt, giurista e filosofo tedesco accusato di essere vicino al regime hitleriano, negli anni precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale4.

Il concetto di Rimland invece è frutto delle teorie elaborate da Alfred Thayer Mahan (1840 – 1914), che nel 1890, con il suo studio The Influence of Sea Power in History, definì la dottrina marittima degli Stati Uniti andando oltre la Dottrina di Monroe che, nel 1823, aveva già delineato una prima area di interesse statunitense su tutto il continente americano dal Canada alla Terra del Fuoco. Tale teoria sarebbe poi stata ripresa ed impugnata con forza da Nicholas Spykman che, pur essendo di origini olandesi, sarebbe diventato il padre della geopolitica statunitense.

Spykman negli anni trenta rivisitò la geopolitica così come era stata concepita da Mackinder. Contrariamente al geografo britannico, Spykman non credeva che il “cuore”, il perno geografica del mondo, come un focus economico e territoriale, dovesse essere situato nell’Europa Centrale o in Russia, ma sulle coste. Secondo lui, il centro del mondo era formato dalle regioni costiere, che egli definiva “terra di confine” o “terre anello”, il Rimland per l’appunto. Spykman pensava che gli USA, in un modo o nell’altro, dovessero controllare questo Rimland, al fine di imporsi come una superpotenza, e quindi dominare il mondo.

La teoria di Spykman fu adottata dagli strateghi americani sia nel corso del secondo conflitto mondiale che durante la Guerra Fredda e fu alla base della politica di contenimento messa in atto nei confronti dell’Unione Sovietica e nulla impedisce di cogliere come tale teoria sia valida ancora oggi per gli Stati Uniti, dal mar della Cina e dal Pacifico orientale fino al Medio Oriente attuale. Sia in chiave anti-russa e anti-cinese che anti-europea.

Ma è chiaro che la situazione cui si accennava più sopra, venutasi a creare con lo scioglimento dei ghiacci polari artici, richieda una sorta di cambio di strategia transcontinentale e marittima da parte degli USA. Motivo per cui le apparenti “smargiassate” di Donald Trump, sul Canada come 51° stato dell’Unione o dell’occupazione della Groenlandia a discapito della Danimarca, rispondono in realtà alla necessità di una nuova strategia difensiva-offensiva.

Sicuramente uno degli elementi che spingono in tale direzione è costituito dal riscaldamento delle acque settentrionali della Russia, cosa che ha fatto sì che Putin e i suoi strateghi, nonostante le sanzioni imposte ai suoi commerci successivamente all’invasione dei territori ucraini, abbiano potuto ipotizzare e sperimentare:

una rotta che permette di navigare dall’Asia all’Europa risparmiando tempo e denaro, la rotta marina artica russa (o rotta del Nord – Northern Sea Route, Nsr). La Nsr va dallo stretto di Bering al mare di Barents, per una distanza di circa 5470 km. In condizioni ottimali, riduce distanza e durata del viaggio dal 35 al 40% rispetto alla consueta rotta attraverso il canale di Suez. Per esempio, il viaggio di una nave dalla Corea del Sud alla Germania non durerebbe più 34 giorni, ma 23.
La Nsr nonè una novità. Già negli anni Ottanta dell’Ottocento, una nave finanziata da Svezia e Russia riuscì a percorrerla. Nel 1934, i sovietici vi mandarono una nave rompighiaccio, e continuarono a navigarla soprattutto per piccoli spostamenti da un avamposto artico all’altro, finché gradualmente non venne accantonata. «Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, l’utilizzo della rotta terminò quasi del tutto, e il tonnellaggio dei carichi calò a picco, persino tra una città russa e l’altra. Oggi, con l’aumento delle temperature, ci si aspetta che la costa nord, un tempo una frontiera ghiacciata, possa diventare un’animata rotta per la navigazione5 »6.

Osservazioni dell’autrice del libro cui, però, vanno aggiunte quelle recentissime di Mauro De Bonis, giornalista esperto di Russia e paesi ex-sovietici, sul numero 10, ottobre 2025 di «Limes»:

La via d’acqua polare lavora attualmente a basso regime. Oltre alle turbolenze geopolitiche dovute al non roseo rapporto russo-occidentale, la rotta è ancora poco navigabile e quando lo è resta soggetta a regole e vincoli che scoraggiano le compagnie straniere dall’utilizzarla. La Federazione Russa, in base all’articolo 234 della convenzione Onu sul diritto del mare, ne regolamenta la navigazione visto che il percorso si snoda all’interno delle acque comprese nella propria Zona economica esclusiva. Mosca concepisce dunque la rotta come un sistema di trasporto nazionale unificato e storicamente consolidato. E ne stabilisce le regole di utilizzo, come il dovere di preavviso per navi militari di altri paesi che intendano percorrerla e conseguente autorizzazione. Oppure un sistema di tariffe a oggi meno conveniente di quello applicato a Suez o la norma sancita da Rosatom7 che costringe i cargo di passaggio a utilizzare il supporto di navi rompighiaccio. Inutile dire che Stati Uniti e satelliti europei rifiutano la lettura russa della gestione artica, e che le compagnie di navigazione occidentali ne trascurano per il momento la convenienza.
Così, a solcare il tragitto artico, oltre alle russe, restano le navi cinesi, che nel 2024 hanno raddoppiato la presenza e rappresentato il 95% dei carichi in transito. L’anno passato ha registrato 37,9 milioni di tonnellate di merci trasportate lungo quelle acque polari, tonnellate che dovranno diventare 109 entro il 2030 secondo quanto stabilito dal Cremlino. Obiettivo ambizioso ma raggiungibile, almeno stando ai dati snocciolati da Maksim Kulinko, della direzione rotte marittime di Rosatom, sicuro che proprio entro fine decennio il trasporto attraverso itinerari artici diventerà consuetudine, con un tempo medio di transito garantito per l’intero arco dell’anno di soli dieci giorni. A salvaguardia di questo tesoro d’acqua, della sovranità sulla Zona economica esclusiva, dei suoi interessi economici, delle ricchezze minerarie e aree contese nella regione, da Mosca si procede a un rafforzamento della capacità militare presente lungo la rotta e al necessario aumento della flotta di navi rompighiaccio8.

Alla luce di quanto fin qui scritto, diventa più facile individuare alcuni dei motivi che hanno fatto sì che l’incontro ufficiale tra Trump e Putin sia avvenuto il 15 agosto 2025 nella base militare di Elmendorf-Richardson ad Anchorage, in Alaska, e questo rende anche evidente come tale incontro al suo interno abbia obbligatoriamente affrontato temi che sono andati ben al di là della questione ucraina. Considerata anche l’irrilevanza numerica della flotta di navi rompighiaccio statunitensi a fronte di quella già attuale russa, quasi interamente composta da navi a propulsione nucleare, e il problema rappresentato, già ora e non soltanto in prospettiva, dal traffico navale artico cinese.

Problemi e prospettive, sia di accordo che di conflitto, che sicuramente la potenza, pur declinante, statunitense preferisce trattare con il gigante russo accantonando i nani europei. Come Mara Morini che, sulle colonne del «Domani», ha sottolineato: «i due presidenti (Putin e Trump) sono in sintonia perfetta nell’accerchiare e isolare l’Unione europea senza alcuno scrupolo»9. Sintonia dovuta non solo a una scelta di Trump e del suo entourage, ma derivante dalla storia della strategia americana di condivisione di prospettive geopolitiche, militari ed economiche con la Russia, oggi, e l’Unione Sovietica, ieri, che risale, al di là delle leggende narrate dopo il 1945 e in età, altrettanto leggendaria, di “Guerra fredda”, almeno ai rapporti instauratisi tra Roosevelt e Stalin già durante il secondo conflitto mondiale, sia durante le conferenze di Teheran (1944)10 che di Yalta (1945).

Il testo edito dalla Luiss University Press si rileva, proprio per questi motivi e molti altri, una lettura utilissima; ricca di dati, osservazioni e commenti indispensabili per chiunque voglia avvicinarsi ai problemi di quello che abbiamo da tempo definito, proprio su queste pagine, il nuovo disordine mondiale.

Note

1) Clima, il 2025 potrà essere il secondo anno più caldo mai registrato, «Il Messaggero», 9 dicembre 2025.

2) F. Fubini, La «rotta artica» di Russia e Cina: ecco perché Trump vuole la Groenlandia (e a Xi va bene il climate change), «Corriere della sera», 10 gennaio 2025.

3) In proposito si veda, tra i tanti, A. Simoni, Il patto tra Usa e Mosca dettato solo dagli affari, «La Stampa», 3 dicembre 2025, oppure il più recente articolo di Alan Friedman, ancora su «La Stampa» del 7 dicembre 2025: Se Putin diventa il partner di Trump.

4) C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Edizioni Adelphi, Milano 2002 e C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.

5) K. Hille, Russia’s Arctic Obsession, “Financial Times”, 21 ottobre 201.

6) M. Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 245-246.

7) Rosatom acronimo della Corporazione statale russa per l’energia atomica

8) M. De Bonis, Per Mosca l’Artico è russo, in Tutti contro tutti, «Limes», numero 10, ottobre 2025 pp. 66-67.

9) M. Morini, La strategia di Putin e Trump. Accerchiare Kiev (e pure l’Ue), «Domani», 4 dicembre 2025.

10) Si veda in proposito: J. Dimbleby, 1944. Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025, in particolare il capitolo 5 – I Due Grandi, più uno, pp. 122-138.

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13/01/2025

USA - La Groenlandia è solo la punta dell’iceberg della "ossessione artica"

di Marco Santopadre

Nei giorni scorsi il presidente eletto ha esplicitamente minacciato sanzioni nei confronti della Danimarca nel caso in cui essa non dovesse accettare l’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, ha espresso la volontà di fare del Canada il 51esimo stato membro degli USA, ha minacciato Panama ed ha promesso un nuovo inferno a Gaza nel caso in cui gli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre del 2023 non vengano immediatamente liberati, chiedendo ai membri della Nato di aumentare le spese militari sino al 5% del proprio Pil.

In generale, Trump sembra voler imporre una politica estera aggressiva e interventista, in linea con la sua volontà di lasciare il segno nella storia e di “fare di nuovo grande” un paese che negli ultimi decenni sta sperimentando una crisi della propria egemonia mondiale e l’affermazione di potenze concorrenti.

Le pretese annessionistiche nei confronti della Groenlandia non sono nuove. Non solo Trump le aveva già esplicitate nel mese di dicembre, ma “l’acquisto” dell’isola artica dalla Danimarca era stato già citato tra le priorità di politica estera durante il primo mandato dell’allora outsider repubblicano. Già nel 2019 il tycoon tentò inutilmente di convincere il regno scandinavo a cedergli l’isola più grande del pianeta.

D’altronde l’interesse strategico di Washington per il territorio autonomo tuttora sottoposto alla sovranità danese risale a parecchi decenni fa. Da oltre un secolo amministrazioni statunitensi di diverso colore politico hanno cercato di mettere le mani sulla distesa di ghiaccio ma senza riuscirci fino in fondo. Già nel 1867, dopo aver acquistato l’Alaska dall’impero russo, il segretario di stato William H. Seward tentò inutilmente di convincere il regno scandinavo a cedere la Groenlandia.

Dopo che nel 1940 la Germania nazista invase la Danimarca, le truppe statunitensi occuparono la Groenlandia installandovi numerosi basi militari e stazioni radar, parte delle quali sopravvivono ancora. Dopo la fine del conflitto, Washington ha infatti continuato a gestire una grande base aerea denominata Thule, recentemente ribattezzata Pituffik in ossequio alle popolazioni Inuit che abitano storicamente quel territorio.

Nel 1946 il presidente Harry Truman offrì segretamente alla Danimarca 100 milioni di dollari (l’equivalente di 1,2 miliardi di euro di oggi) ricevendo però un nuovo diniego.

Dal 1951 un accordo con Copenaghen garantisce comunque agli Stati Uniti un ruolo fondamentale nella “difesa” della Groenlandia in caso di attacco, concedendo intanto a Washington il diritto di realizzare e mantenere basi militari.

Ma evidentemente il solo controllo militare del territorio groenlandese non basta a Trump, che sembra realmente intenzionato ad acquisirlo sia per lasciare il segno nella storia sia per espandere la sfera d’influenza statunitense in una zona che sta diventando sempre più strategica nella competizione tra le grandi potenze. Le ripetute menzioni da parte del presidente eletto, unite al ventilato ricorso a dazi punitivi e a pressioni di carattere militare nei confronti della Danimarca, sembrano dimostrare che l’obiettivo costituisce per Trump un’ambizione radicata e non un capriccio passeggero.

Secondo un collaboratore del tycoon citato anonimamente da Reuters, l’acquisizione della Groenlandia farebbe parte delle priorità del presidente, che non a caso ha descritto il passo come un imperativo per la difesa nazionale statunitense. Trump vorrebbe anche essere ricordato come il presidente che ha aggiunto nuovi territori alla federazione, cosa che non avviene dal 1959, quando le Hawaii e l’Alaska divennero rispettivamente il 49° e il 50° stato dell’Unione durante la presidenza del repubblicano Dwight Eisenhower.

La futura amministrazione Trump intende contrastare l’aumento dell’influenza russa e cinese nella regione artica, considerato un serio pericolo per gli interessi statunitensi e per la stessa sicurezza nazionale. In questo senso vanno lette anche le aggressive dichiarazioni del tycoon nei confronti del Canada, “invitato” ad entrare a far parte degli Stati Uniti mentre sul web girano delle mappe, approntate dall’entourage di Trump, che mostrano dei “super Stati Uniti” che includono appunto il vicino settentrionale e la Groenlandia.

Il governo della Danimarca ha risposto duramente alle minacce di Washington ed ha stanziato una cifra consistente per rafforzare la sicurezza dell’isola, decidendo l’invio in zona di alcune navi da guerra. Al tempo stesso Copenaghen – che rappresenta insieme alla Polonia il paese europeo più atlantista – non ha escluso una maggiore collaborazione militare con gli Stati Uniti diretta a soddisfare le “esigenze di sicurezza” del Pentagono.

Un atteggiamento simile a quello manifestato dal governo groenlandese, formato da una coalizione tra la “Comunità del popolo Inuit” (Inuit Ataqatigiit, di sinistra) e i Socialdemocratici (centrosinistra), entrambi con ambizioni indipendentiste. Il premier locale Mute Egede e i suoi collaboratori hanno ribadito più volte che “la Groenlandia appartiene ai groenlandesi” e che “non è in vendita”, ma non hanno chiuso del tutto la porta ad un aumento della cooperazione con Washington e ad un approfondimento dei legami economici con gli Stati Uniti.

Secondo molti analisti, l’amministrazione Trump potrebbe sostenere l’opzione indipendentista – il 6 aprile si vota per il rinnovo del parlamento di Nuuk e il governo è intenzionato a indire anche un referendum per il distacco definitivo da Copenaghen, opzione riconosciuta dalla madrepatria sin dal 2009 ma finora non esercitata – per poi proporre alla Groenlandia la firma di un Compact of Free Association (Cofa), un tipo di trattato di integrazione economica e politica sperimentato negli ultimi decenni con tre paesi insulari del pacifico. Del resto gli indipendentisti groenlandesi sono consci delle difficoltà economiche e logistiche derivanti da un eventuale distacco dalla Danimarca, che ogni anno copre, stanziando più di 500 milioni di dollari, oltre metà del fabbisogno finanziario dell’enorme territorio abitato solo da 57 mila persone.

Il territorio artico potrebbe utilizzare i vasti giacimenti di idrocarburi e di materie prime, il cui sfruttamento è stato finora minimo a causa di problemi logistici e delle preoccupazioni del governo locale per il forte impatto ambientale delle attività estrattive. Nel sottosuolo groenlandese si trovano quantità spesso abbondanti di “terre rare” e di altri minerali indispensabili per l’industria delle tecnologie che sfruttano le energie rinnovabili o per la produzione di batterie e veicoli a trazione elettrica. Inoltre la Groenlandia potrebbe contare su riserve di petrolio stimate in ben 31 miliardi di barili, finora sfruttate in minima parte.

Dal 2021, anno in cui si è affermato a Nuuk il partito Inuit Ataqatigiit dall’impronta fortemente ecologista, il governo locale ha praticamente smesso di concedere licenze per nuove esplorazioni.
Il rapido e progressivo scioglimento dei ghiacci sta però rendendo sempre più appetibile lo sfruttamento minerario della Groenlandia, abbassando i prezzi e diminuendo le difficoltà tecniche e logistiche, e il governo che uscirà dal voto di aprile potrebbe inaugurare una stagione più permissiva nei confronti delle imprese straniere, allo scopo di attirare investimenti e rafforzare l’autosufficienza economica dell’isola.

Se gli Stati Uniti riuscissero a mettere le mani sul grosso delle risorse groenlandesi (la qual cosa suscita già le preoccupazioni della Danimarca e dell’intera Unione Europea) Washington ridurrebbe fortemente lo scarto rispetto alla Repubblica Popolare Cinese, che attualmente controlla più del 60% del mercato delle cosiddette “terre rare” e recentemente ha imposto il divieto di esportazione di alcune di esse.

Ma ci sono anche questioni di ordine commerciale e strategico ad animare l’interesse di Washington per la Groenlandia e per l’intera area artica. A causa dello scioglimento dei ghiacci provocato dal riscaldamento globale, infatti, l’Artide si appresta a diventare il crocevia di una serie di rotte di navigazione e trasporto globali più vantaggiose e rapide rispetto a quelle tradizionali. Negli ultimi dieci anni il traffico navale nell’area è aumentato già del 37%. L’area artica è sempre più ambita dalle diverse potenze mondiali e regionali, sempre più in competizione per aggiudicarsi una posizione di rilievo nel nuovo scenario determinato dai rapidi mutamenti climatici e geografici.

Secondo i servizi di intelligence occidentali, la Cina starebbe cercando di utilizzare la sua alleanza con la Russia – che possiede il 53% della costa artica – per ottenere da Mosca una proiezione economica e strategica nei territori del Polo Nord che finora Pechino non è riuscita ad ottenere. Otto anni fa la Cina ha tentato inutilmente, bloccata da Washington e Copenaghen, di acquistare una vecchia base navale Usa e di costruire tre aeroporti in Groenlandia. Ma nel 2018 Pechino ha avviato la Polar Silk Road, (la Via della Seta Polare), un piano per aprire rotte commerciali ed energetiche attraverso l’estremo nord russo, e le aziende energetiche cinesi hanno già acquisito importanti quote nei progetti di sfruttamento del gas siberiano o in quelli di sviluppo delle infrastrutture portuali russe. 

Da parte sua Mosca negli ultimi anni ha moltiplicato le basi militari nelle sue regioni artiche e rafforzato i porti nella penisola di Kola (dove stazione una grande flotta da guerra) e a Murmansk, l’unico porto non ghiacciato situato oltre il Circolo Polare Artico.

La sempre più accesa competizione ha ovviamente anche delle ragioni di ordine militare, visto che dall’artico potrebbe passare un eventuale attacco missilistico lanciato dagli Stati Uniti o dalla Russia contro l’avversario. Non a caso la Pituffik Space Base, in Groenlandia, (l’installazione militare statunitense più a nord, distante 1200 km dal circolo polare artico) ospita il dodicesimo squadrone di allerta spaziale che gestisce il “Ballistic Missile Early Warning System”, un sistema progettato per rilevare eventuali attacchi missilistici contro il territorio americano.

Se finora gli Stati Uniti hanno dovuto subire, nella regione artica, la preponderanza e l’iniziativa russa, l’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Finlandia e Svezia ha rafforzato lo schieramento di Washington nell’area. Ma le minacce e le mire annessionistiche di Trump nei confronti di Groenlandia e Canada dimostrano che gli Stati Uniti vogliono un controllo totale di tutti i territori che si affacciano sul polo, evidenziando una vera e propria “ossessione artica” di Washington.

Da questo punto di vista, la Groenlandia rappresenterebbe solo la punta dell’iceberg. «Non si tratta solo della Groenlandia. Si tratta dell’Artico. (...) Si tratta di petrolio e gas. Si tratta della nostra sicurezza nazionale. Si tratta di minerali essenziali» ha spiegato nei giorni scorsi, nel corso di un intervento sull’emittente conservatrice Fox News, il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, Mike Waltz.

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11/01/2025

Trump non è “il caos”, ma l’impero in stile western

Passato il primo momento di sconcerto, sulle più recenti sparate di Donald Trump – Groenlandia, Panama, Canada, ecc. – hanno affondato il bisturi analisti piuttosto seri. Mentre i più rimbambiti cantori dell’establishment bipartisan (non facciamo nomi, ma ve li ritrovate su tutti i giornali e soprattutto talk show, con bretelle o senza) stanno ancora lì a recitare giaculatorie scandalizzate per il modo in cui si esprime il miliardario indebitato, campione della reazione parafascista dell’Impero in crisi.

Si può capirli... vorrebbero poter conservare l’immaginario dell’America liberal, faro dei “diritti umani” ma disposta persino a fare “guerre umanitarie” senza giustificazione, o genocidi che non si devono chiamare col loro nome, tra un volto hollywoodiano e una serata da Grammy Awards mentre si cosparge il mondo di cadaveri.

E invece si ritrovano questo buzzurro che squaderna i peggiori tratti del colonialismo ottocentesco, quasi una generale Custer fuori tempo, trattando gli stessi Alleati come potenziali nemici da mettere a posto a suon di sganassoni.

Sotto il velo dell’apparente “pazzia”, però, il tycoon newyorkese sta soltanto indicando alcuni degli obiettivi che risultano “indispensabili” a realizzare l’altrettanto passatista programma del “make America great again”.

E allora, grattando nella storia neanche troppo recente, per esempio a proposito di Groenlandia, si può scoprire che durante la seconda guerra mondiale gli Usa l’avevano già occupata con reparti della Guardia Costiera “liberati dal servizio“, formalmente solo “volontari” senza legami con il governo statunitense.

Il governo danese tacque perché era tutto in esilio, visto che a Copenhagen campeggiavano le SS. L’accordo con gli Usa che legalizzava la presenza di militari sull’isola arrivò un po’ dopo, senza troppe trattative.

Nel 1951 venne poi firmato un altro accordo che consentiva agli USA di costruire ed equipaggiare basi militari statunitensi, diventate alla fine una cinquantina (quasi tutte stazioni di osservazione radar, tranne la più grande, Thule). Era iniziata la “guerra fredda” contro l’Unione Sovietica e dalla Groenlandia era molto più facile controllare le possibili rotte di eventuali missili sovietici verso l’America.

Caduta l’URSS, anche le basi vennero quasi tutte smantellate, ma il trattato è rimasto valido. Volendo – e ora vogliono – possono riprendere a seminare presidi militari di qualsiasi dimensione.

Cambia però la loro funzione strategica. La rotta artica, che la Russia attuale usa abitualmente, vista la grande dimensione del suo confine su quell’oceano, serve ora anche alla Cina (grande risparmio di tempo sui traffici commerciali).

Ma soprattutto c’è il peso immenso delle risorse minerarie (oro e “terre rare”, in primo luogo) per cui i cinesi hanno firmato negli ultimi 20 anni alcuni contratti di ricerca e sfruttamento.

Investimenti che da un decennio trovano però molti ostacoli posti proprio dagli Usa, che hanno nel frattempo abbandonato l’idea di poter controllare comunque il mondo con la “globalizzazione” dell’economia capitalistica grazie al sistema finanziario, il controllo dei sistemi di pagamento, del dollaro, nonché alla potenza militare per i casi estremi.

Per la povera Groenlandia (e per la Danimarca) ne deriva quindi già da tempo un serio rallentamento dei progetti economici che prevedono, se non altro, l’uso o la costruzione di nuovi porti, l’apertura di miniere, ecc.

Da questo punto di vista, insomma, Trump non sta facendo nulla di realmente nuovo. Si limita a gridare ai quattro venti quel che le amministrazioni precedenti (compresa la sua) facevano sottotraccia.

Stesso discorso con il Canada, certo un boccone parecchio più grande, tanto da essere membro del G7, della Nato, nonché autorevole interlocutore di mezzo mondo. Alleato fedele e silente, ma comunque indipendente...

E altrettanto con Panama, dove il Canale era stato voluto, costruito e pagato dagli Usa per poi finire sotto la sovranità del paese centroamericano quando si provò a sostituire gli strumenti di controllo militare con i più presentabili contratti-capestro.

Il problema è che i contratti li possono proporre proprio tutti, e a quel punto i cinesi – come usano fare – ne presentarono di molto più vantaggiosi. Ottenendo così un diritto di controllo senza sbraitare tanto e senza organizzare golpe interni.

Dal punto di vista economico, insomma, i tre paesi al centro dell’offensiva verbale trumpiana sono obiettivi di vecchia data per Washington, ma chiaramente buttarla giù piatta come ha fatto “The Donald” significa mandare in pensione qualsiasi pretesa di rappresentare un “ordine mondiale fondato sulle regole”, nonché considerare ormai carta straccia la sovranità nazionale e l’autodeterminazione dei popoli. Con buona pace dell’Onu, del diritto internazionale e della “pace nel mondo”.

Con molta freddezza altri analisti di livello – per esempio Guido Salerno Aletta, su MilanoFinanza – sbugiardano ogni intenzione “pacifista” di Trump nei confronti della Russia. La disponibilità ad abbandonare l’Ucraina al suo destino – visto che è ormai dimostrato che quella guerra è persa e che la Russia otterrà la “zona cuscinetto smilitarizzata” ritenuta necessaria alla sua sicurezza – è controbilanciata proprio dal progetto di incrementare notevolmente il controllo Usa dell’Artide. Costruendo praticamente lì una analoga “zona cuscinetto” a protezione degli Stati Uniti.

Tutto molto razionale, senza dubbio. Ma tutto questo significa abbracciare di nuovo una visione “realistica” (kissingeriana, si potrebbe dire) dei rapporti internazionali e abbandonare quella “moralistica” invalsa a partire dagli anni ‘90, quando appunto l’imperialismo Usa (e occidentale in genere) si è trovato ad essere “l’unica superpotenza”, quasi obbligata a “governare il mondo” secondo i propri interessi, ma travestiti da “valori etici”, “umanitari” e via bombardando...

Del resto, vediamo ormai da tempo un intollerabile “doppio standard” nella regolazione di tutti i conflitti, e persino dei risultati elettorali in quasi tutti i paesi (Francia, Romania, Georgia, Moldavia, ecc., per non dire dell’atteggiamento nei confronti dei paesi “altri”). Diventa sempre più difficile difendere un assetto aggressivo e criminale sfoderando sorrisi e buoni sentimenti.

Ecco quindi “The Donald” sgombrare il campo dai giri di parole. Ci sono gli “interessi dell’America” davanti a tutto, si farà buon viso a cattivo gioco – finché possibile – solo con chi ha un arsenale nucleare paragonabile.

Gli altri, a cominciare dall’Unione Europea, si mettano la coda tra le gambe... A noi, e ai lavoratori di tutto il mondo, non spetta davvero di “schierarsi” con uno dei due volti di questa macchina divoratutto...

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Donald Trump vuole la Nato dell’Artico per contrastare Russia e Cina

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Niente è come appare: anche quello che può sembrare un ripiegamento o un ritorno all’isolazionismo della dottrina Monroe, in realtà è una nuova mossa americana giocata sullo scacchiere globale nel confronto con Russia e Cina.

Trump ha giocato d’anticipo aprendo un nuovo fronte: il realismo ha fatto irruzione nella sua strategia geopolitica che, se pure ha abbandonato la retorica del globalismo economico e finanziario dominato dagli Usa, non per questo ha manifestato ambizioni meno grandiose, anche se altrettanto strumentali.

Il mondo si è dimostrato davvero troppo grande, e soprattutto complesso, anche per quella che è rimasta l’unica superpotenza globale dopo la dissoluzione dell’URSS: ormai ognuno deve fare la sua parte, perché lo Zio Sam non può pagare per la sicurezza di tutti.

Finisce così, con gli auspici pronunciati da Donald Trump in occasione delle festività natalizie e in vista di assumere per la seconda volta il ruolo di presidente, l’era dell’eccezionalismo e dell’unilateralismo americano che aveva trovato l’apogeo con Bill Clinton, il presidente che aveva fatto a pezzi la Jugoslavia, ultimo residuo del comunismo in Europa, e aveva spalancato le porte del Wto alla Cina di Deng Xiaoping, coronando così nel 2001 il cinquantennio della Lunga Marcia che era stata intrapresa da Henry Kissinger per concedere a Mao Zedong l’abbandono del Vietnam in cambio dell’allontanamento dall’URSS.

Il ruolo cruciale del Canale di Panama

Il discorso di Trump sembra tornare indietro di un secolo, alla dottrina del suo predecessore James Monroe: gli Stati Uniti devono avere come obiettivo primario la supremazia territoriale sull’intero continente nordamericano.

E non si tratta solo del «cortile di casa» da tenere sgombro da pericolose influenze esterne, come accadde ai tempi della crisi di Cuba che fu innescata dall’arrivo di missili sovietici che avrebbero minacciato da vicino la Florida: Trump concilia infatti una sorta di neo-isolazionismo statunitense con la realizzazione di una infrastruttura geopolitica completamente nuova, pur sempre coerente con l’ossessione mai sopita di circondare l’Heartland, il cuore del mondo rappresentato dalla Russia sterminata.

Gli Usa devono innanzitutto riprendere il controllo del transito navale tra il Pacifico e l’Atlantico che utilizza il Canale di Panama, un’infrastruttura di importanza strategica per i traffici commerciali che fu costruita con capitali e da lavoratori americani e che era stata sotto il pieno controllo statunitense dal 1903 al 2000, mentre ora viene addirittura controllata da soldati cinesi: questo è un rischio enorme, che va assolutamente eliminato.

D’altra parte fu la necessità di garantire la libertà dei mari in tempi sia di pace che di guerra, e così i commerci che arricchivano gli Stati Uniti, che indusse T. W. Wilson a intervenire nel primo conflitto mondiale dichiarando guerra alla Germania che insidiava le rotte atlantiche.

Questo ora vale anche per il Mar Glaciale Artico, che sarebbe altrimenti un monopolio della Russia a beneficio soprattutto della Cina, che sottrarrebbe così i suoi traffici commerciali allo storico controllo degli Stretti: da quello di Malacca a quello di Aden, dal Canale di Suez a Gibilterra, sarebbero completamente bypassati.

Dal Canada alla Groenlandia

C’è quindi da coinvolgere il Canada, un Paese già legatissimo dal punto di vista commerciale agli Stati Uniti e per questo assai prospero, che avrebbe tutto da guadagnare nel divenire il 51° Stato dell’Unione: non solo perché la taglia della sua economia raddoppierebbe in breve tempo mentre le tasse si dimezzerebbero, ma soprattutto perché beneficerebbe gratuitamente di una difesa imbattibile rispetto alle aggressioni esterne.

Impacchettato com’è tra l’Alaska e il resto degli Usa, finora il Canada ha beneficiato troppo comodamente e soprattutto gratuitamente della difesa strategica statunitense: come gli alleati europei della Nato, anche i canadesi non possono rimanere coperti, a scrocco, sotto l’ombrello di Washington.

E quindi c’è da considerare la sterminata e disabitata Groenlandia, il cui territorio è grande quattro volte quello della Francia e i cui cittadini, sempre secondo Trump, vorrebbero diventare americani se solo potessero.

C’è di mezzo la sovranità sul Mar Glaciale Artico: una continuità geopolitica che consolidasse le proiezioni di Alaska, Canada e Groenlandia consentirebbe agli Usa di fronteggiare da pari a pari, e senza soluzione di continuità, la Russia, che invece oggi domina incontrastata sul versante opposto dell’emisfero questa promettente e strategica nuova rotta commerciale

Il tempismo dell’annuncio di Trump

La strategia degli Usa nell’Artico andrebbe così a completare il circondamento dell’Heartland, che è proseguito anche di recente sul versante Atlantico con l’adesione della Svezia e della Finlandia alla Nato: ha determinato non solo la chiusura del Golfo di Finlandia ma soprattutto l’isolamento di San Pietroburgo, che finora aveva rappresentato l’unico sbocco libero e diretto della Russia in Europa.

Inutile dire che a fronte di questi auspici di Trump le reazioni politiche a Panama in Canada e in Groenlandia sono state quasi scandalizzate: è stata una vera e propria provocazione, che ha dimostrato come tutte le pretese di egemonia debbano tener conto del principio di autodeterminazione dei popoli.

C’è dunque da chiedersi il perché, e proprio ora, dell’annuncio da parte di Trump di una strategia così palesemente aggressiva nei confronti di Mosca, quando sono in vista i colloqui per la sistemazione dell’Ucraina, a proposito della quale la Russia ha la pretesa di mantenere sotto controllo le aree già conquistate militarmente, oltre alla Crimea già annessa, e vuole che Kiev venga smilitarizzata e rimanga fuori dalla Nato.

Se Mosca, a dispetto del diritto dei popoli all’autodeterminazione, continua a insistere per avere comunque una zona di sicurezza ai propri confini verso l’Europa, deve subire la prospettiva che gli Usa se ne costruiscano una sull’Artico che rappresenti una minaccia altrettanto simmetrica: equivalent retailation, tit for tat.

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vendita al dettaglio equivalente, pan per focaccia

23/11/2024

Genova una nave ha imbarcato mezzi militari USA diretti in Alaska

Nella giornata di venerdi nel porto di Genova la nave “Ocean Freedom” ha caricato mezzi militari statunitensi con destinazione Anchorage in Alaska.

La Joint Base Elmendorf–Richardson, o J-BER com’è nota a gran parte dei militari americani, è una struttura militare statunitense situata proprio ad Anchorage, la più grande città dell’Alaska.

L’esercito statunitense sta infatti aumentando la sua presenza nei pressi dell’Alaska, schierando un cacciatorpediniere e squadre dell’esercito dotate di sistemi missilistici a lungo raggio. Nello scontro con la Russia – e con la Cina – la regione Artica è venuta assumendo un crescente valore strategico.

Gli Stati Uniti a settembre hanno dispiegato circa 130 soldati e lanciarazzi mobili su un’isola dell’Alaska occidentale, mentre Russia e Cina conducevano esercitazioni militari congiunte vicino al territorio americano. Le esercitazioni militari congiunte “Ocean-24” russo-cinesi hanno provocato una reazione degli Stati Uniti che hanno dispiegato 130 soldati aviotrasportati in una lontana base delle Isole Aleutine.

L’esercito statunitense ha inviato i soldati alla stazione aerea di Eareckson sull’isola di Shemya, a meno di 300 miglia dalla Kamchatka, in Russia. Ma la Fox News riporta che il senatore repubblicano dell’Alaska, Don Sullivan, ha annunciato la nuova presenza dell’11° Airborne sulla catena delle isole Aleutine, aggiungendo che un’altra task force arriverà dalla Joint Base Lewis-McChord di Olympia, Washington.

Numerosi documenti prodotti dal think thank strategico statunitense Rand, insistono da tempo sul carattere strategico della regione artica e sulla necessità del rafforzamento militare USA in quest’area, al punto di farvi addirittura pervenire mezzi dai loro hub logistici in Italia.

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23/03/2023

Artico: area di concorrenza strategica economica e militare

Alcune recenti decisioni della Casa Bianca, scrive The Heritage Foundation, si sono rivelate oltremodo vantaggiose per la Russia. Si tratta, in particolare, del decreto che limita l’esplorazione e lo sviluppo di giacimenti di petrolio e gas nell’Oceano artico e in Alaska. Il fatto è, a detta del think tank americano legato ai repubblicani, che Mosca si ritrova la strada spianata al dominio in aree ricche di preziose risorse, sulle quali, tra l’altro, punta da tempo.

Per di più, in questo modo si offrirebbe la vittoria finale a Pechino su un piatto d’argento: puntando, come fa Joe Biden, all’energia eolica e solare, si arricchisce la Cina, uno dei principali produttori di componenti per energie rinnovabili.

Pur se il materiale di Heritage pare diretto, in particolare, a un auditorio interno, fungendo da portavoce dei settori che puntano alle risorse minerarie, il vantaggio russo nell’area artica rimane al momento fuori discussione.

E, in effetti, tra le vaste prospettive di cooperazione a livello globale Russia-Cina, quella sullo sviluppo dell’Artico non pare affatto secondaria: dallo sfruttamento delle sue risorse, alle possibilità di rotte commerciali alternative, e anche ai pericoli militari che possono derivare dalla corsa americana per recuperare il forte ritardo accumulato in un’area che, “grazie” anche ai rovinosi cambiamenti climatici innescati dalla bramosia di profitto, sta diventando sempre più strategica.

Interessante, al proposito, una “ricognizione” geo-economica della russa Stoletie, che parte dalla nota del Military Times sulle esercitazioni “Northern Strike”, svoltesi lo scorso gennaio nel nord del Michigan, che hanno visto impegnati reparti della Guardia Nazionale USA, insieme a forze speciali lettoni e di altri paesi, per addestrarsi a possibili conflitti con Russia e Cina nell’Artico.

Mosca, dicono al Ministero degli esteri, non si lascia intimidire da simili prove, è però allarmata e preoccupata, pur se – ammette la rivista americana Politico – la Russia è molto avanti rispetto a Stati Uniti e Occidente nella battaglia per l’Artico e ci sono forti dubbi che USA e NATO riescano a «superare le capacità e le ambizioni della Russia» nella regione.

Stoletie ricorda che, dalla fine della “Guerra Fredda”, in Artico non si sono verificati significativi conflitti. Dal 1996, otto paesi formano il Consiglio artico (oltre alla Russia, ne fanno parte Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia e USA; membri osservatori sono Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Italia, Singapore, Svizzera: tanto per dire dell’interesse per l’area artica), che concordano standard ambientali e mettono in comune tecnologia e fondi per estrarre congiuntamente le risorse naturali.

L’arcipelago delle Svalbard – considerato zona smilitarizzata da 42 paesi – è l’insediamento più settentrionale d’Europa e, pur appartenendo alla Norvegia, è aperto a 50 paesi per le estrazioni di risorse naturali. Spitzbergen è una sorta di stazione artica internazionale, in cui operano laboratori di ricerca di dozzine di paesi, oltre alla stazione satellitare KSAT; ospita un deposito di semi da tutto il mondo, per l’eventualità di perdita globale di diversità delle colture, dovuta a cambiamenti climatici o ricadute radioattive.

Proprio per i cambiamenti climatici, che vedono una preoccupante regressione dei ghiacci nell’Artico, non pochi paesi hanno messo gli occhi su quei territori, nella corsa al loro controllo militare e commerciale. E siccome, negli ultimi due decenni, è stata la Russia a dominare praticamente l’Artico, ecco che i concorrenti cercano di riguadagnare terreno.

Mosca dispone di un’intera flotta di rompighiaccio, navi e sommergibili nucleari; allarga le prospezioni minerarie e apre nuovi pozzi petroliferi lungo i suoi quasi 20.000 km di costa artica. Da qui al 2035, l’obiettivo è quello della rotta marina settentrionale.

Ancora Politico scrive che gli Stati Uniti «cercano di recuperare terreno in quelle condizioni climatiche di cui hanno poca esperienza e opportunità. Governo e militari USA sembrano essere consapevoli delle minacce dovute ai cambiamenti climatici e al dominio russo nell’Artico»: cresce così il pericolo di conflitti internazionali nei territori del Grande nord.

Di recente, Washington ha approvato la Strategia nazionale per la regione artica e un rapporto su come il cambiamento climatico influisca sulle basi militari statunitensi; gli USA hanno aperto un consolato in Groenlandia e nominato un rappresentante del Dipartimento di Stato come Ambasciatore Generale per la regione artica; nel Dipartimento della Difesa hanno introdotto la carica di Vice Assistente Segretario alla difesa per l’Artico e la stabilità globale.

Anche i paesi UE sono in allerta: aumentano i bilanci della difesa per consolidare l’influenza sulle infrastrutture energetiche nell’Artico.

In ogni caso, il vantaggio russo nella regione, per infrastrutture civili e militari, appare oggi difficile da colmare, almeno in tempi brevi. Così, sette degli otto Paesi del Consiglio artico cominciano a lanciare l’allarme sulla “minaccia russa” anche al Nord. Questo perché – secondo numerosi esperti internazionali – gli Stati Uniti non dispongono di risorse sufficienti nell’Artico e non sono «preparati a far fronte alla crescente minaccia climatica, che richiederà nuove tecnologie, formazione e infrastrutture, di cui gli USA hanno poca esperienza».

La Norvegia, nota Stoletie, considerata l’avamposto di osservazione settentrionale della NATO, ha limitato l’accesso ai suoi porti ai pescherecci russi. Il vice segretario alla difesa “per l’Artico e la resilienza globale”, Iris Ferguson ha definito la Russia una grave minaccia, e la Cina una «minaccia crescente», poiché tende a «una presenza permanente nell’Artico».

Per Vladimir Putin, la regione artica rappresenta «una concentrazione di quasi tutti gli aspetti della sicurezza nazionale: militare, politica, economica, tecnologica, ambientale e delle risorse». Le coste russe costituiscono il 53% delle coste dell’Artico. Oltre il Circolo Polare Artico si produce il 10% del PIL russo e il 20% delle sue merci esportate.

Così, Mosca corre a difendere il proprio estremo nord: apre o modernizza decine di basi militari, la marina pattuglia la rotta del Nord al largo della costa sud-orientale delle Svalbard.

Per parte loro, gli USA hanno cinque basi militari in Alaska e una a ovest della Groenlandia, costruita negli anni ’50 come prima zona di allerta da attacchi nucleari. E, però, dispongono di appena due rompighiaccio (il Canada ne ha 18) contro gli oltre 50 della Russia, tra nucleari e diesel-elettrici, che ha in programma la costruzione di altre 153 navi per la flotta artica, di cui 46 di salvataggio e 12 rompighiaccio, oltre ai circa 600 vascelli civili della flotta artica.

La Russia sta lavorando all’ammodernamento e alla costruzione di infrastrutture portuali, agli accessi e ai corridoi di trasporto ferroviario e fluviale.

Poco più a sud, nella regione di Murmansk, è in fase di realizzazione un Centro per la costruzione di strutture di grande tonnellaggio, come “fabbriche” galleggianti in cemento armato che estrarranno gli idrati di gas, li convertiranno in metano e il gas liquefatto verrà spedito via mare in tutto il mondo.

Entro il 2033 saranno costruiti tre rompighiaccio “Lider”, primi al mondo a consentire la navigazione tutto l’anno sul corridoio orientale della rotta del Nord, costeggiando la Čukotka e attraverso lo stretto di Bering: non è azzardato parlare di una rivoluzione del trasporto marittimo, in particolare per il mercato del GNL, in forte concorrenza alle rotte del Canale di Suez, di Capo di Buona Speranza e ai corridoi terrestri dell’Eurasia. Allo scopo, Mosca punta alla costruzione di ulteriori rompighiaccio, di piattaforme petrolifere, navi gasiere e petroliere di grande tonnellaggio.

Ma, ecco l’allarme lanciato da Stoletie, la “dottrina artica” del Pentagono, che mira a bloccare la rotta marittima del Nord e a militarizzare la regione, dando vita a una task force in Alaska, schierando cacciatorpediniere lanciamissili nel mar di Barents, creando basi navali e sottomarine e addestrare il personale alle operazioni di combattimento nell’estremo Nord.

Così che Jens Stoltenberg parla di uno spostamento dell’attenzione verso l’Artico, tallone d’Achille della NATO. Il Dipartimento di Stato ha reso nota la strategia nazionale USA per la regione artica e il Congresso ha approvato il finanziamento per un porto in acque profonde in Alaska; tramite il North American Aerospace Defense Command, Washington aiuta il Canada nell’ammodernamento della sua più grande base aerea per sostituire i sistemi di preallarme per i lanci di missili nucleari dell’era della Guerra Fredda.

Da copione, la nuova strategia indica Russia e Cina quali principali minacce e sottolinea l’importanza della cooperazione con paesi artici come Finlandia e Svezia.

Mosca ribatte con nuove proposte del Ministero della difesa sul permesso di navigazione a non più di una nave straniera sulla rotta del Nord, a meno di permessi speciali russi. I sommergibili potranno procedere solo in superficie. Si ipotizza di introdurre anche il diritto russo di sospendere del tutto, per periodi limitati, l’accesso a navi da guerra straniere sulla rotta del Nord.

E, di contro, si attirano capitali stranieri: l’Arabia Saudita sta investendo in progetti russi di GNL nell’Artico; Pechino e Mosca hanno già firmato accordi per costruirvi transponder satellitari per competere con i sistemi GPS di proprietà USA.

L’attiva interazione russo-cinese alle latitudini settentrionali, conclude Stoletie, è «percepita nei paesi occidentali come una minaccia alla loro presenza nell’Artico. Non c’è dubbio che la Russia assicurerà i propri interessi e non permetterà agli avversari di fare ciò che vogliono nei territori artici».

La lotta è aperta e si fa sempre più pericolosa.

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23/08/2019

Dalla Siberia all’Amazzonia la Terra brucia, una ipoteca sul futuro


Già a luglio il Servizio di monitoraggio atmosferico Copernicus (Cams) dell’Ue, segnalava che dall’inizio di giugno c’erano stati oltre cento incendi lungo le coste artiche, coinvolgendo non solo la Russia, ma anche l’Alaska, il Canada e la Groenlandia. Negli stessi giorni, sono arrivate le notizie secondo cui ci sarebbe un record di incendi in Amazzonia, mentre da sabato un violento incendio ha devastato l’isola di Gran Canaria, la seconda più grande dell’arcipelago spagnolo nell’Atlantico. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite (Omm) conferma che il fumo dei roghi in Siberia è arrivato a ricoprire una superficie di circa 5 milioni di chilometri quadrati. Un’area più vasta dell’Europa e superiore alla metà degli Stati Uniti. A fare il punto sulla situazione degli incendi nel mondo, è un interessante servizio dell’agenzia Agi.

A monitorare un fenomeno come quello degli incendi ci sono diverse agenzie e organizzazioni – oltre quelle già citate – che cercano di quantificare il numero di roghi in singole aree del pianeta, attraverso strumenti diversi, come le immagini satellitari e non solo.

I ricercatori si concentrano su una serie di parametri diversi, che vanno dalla superficie bruciata alle emissioni prodotte. Secondo il Global Fire Atlas, gli incendi sono una fonte significativa dei gas e dell’areosol atmosferico: le aree che di recente hanno visto un aumento della frequenza dei roghi di conseguenza hanno poi registrato anche maggior CO2 nell’aria.

Di conseguenza, a seconda della metodologia utilizzata, i numeri possono essere diversi. Sono necessari anni per avere stime precise sulla quantità di roghi effettivamente verificatasi.

Le immagini satellitari in tempo reale sono comunque un buon punto di partenza per quantificare il fenomeno.

Dall’inizio anno a oggi, secondo il Global Forest Watch Fires, le osservazioni registrate dal Moderate-resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS), anche dal sito della Nasa, rilevano oltre 2 milioni e 910 mila “allerte incendio”. Nello stesso periodo del 2018, erano stati quasi 100 mila in meno; nel 2017, circa 200 mila in meno. Nel 2016 e nel 2015 questo dato era stato più alto, aggirandosi intorno ai 3 milioni di allerta incendio in tutto il mondo.

È vero però che alcune anomalie si stanno registrando in alcune regioni raramente coinvolte in passato. Ad esempio quest’anno nel Circolo Polare Artico gli incendi registrati sono stati costantemente sopra la media rispetto al periodo tra il 2003 e il 2018.

In regioni come l’Amazzonia, invece, in questi giorni sta circolando una statistica dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (Inpe), che – oltre ad avere suscitato le ire del presidente Bolsonaro – segnala come dall’inizio dell’anno sono stati calcolati oltre 75.300 incendi in tutto lo stato sudamericano, l’84% in più rispetto all’anno scorso. Secondo l’Inpe, inoltre, la superficie andata a fuoco ad agosto 2019 è stata il 40% in più rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

È vero dunque che in Brasile quest’anno si sta registrando un numero di incendi record almeno rispetto agli ultimi 7 anni, anche se occorre tenere conto che l’area dell’Amazzonia è più ampia di quella contenuta nei soli confini brasiliani.

Il 60 per cento della foresta pluviale (si tratta di oltre 4 milioni di chilometri quadrati) è incluso nel Brasile, mentre il restante 40 per cento è suddiviso tra altri Paesi sudamericani, come l’Ecuador, la Guyana, il Perù e il Venezuela.

Secondo i numeri del Global Fires Atlas (elaborati sulla base di quelli della Nasa), dal 1° gennaio 2019 ad oggi, in tutta la regione amazzonica sono stati registrati 99.590 incendi, contro i 53.935 dello stesso periodo del 2018. Tra il 1° gennaio 2016 e il 21 agosto 2016 (anno con il dato più lontano nel tempo disponibile) però erano stati più numerosi: 106.404. A fine 2018, il numero totale dei roghi in Amazzonia registrato era di 192.515, contro i 301.2016 dell’anno precedente.

La domanda che molti si pongono è se ci sia un nesso tra i cambiamenti climatici e i grandi incendi che si stanno registrando nel globo.

Secondo alcune fonti il riscaldamento globale sta facilitando e rendendo più diffuse le condizioni che permettono alle fiamme di divampare in grandi aree geografiche. Un fenomeno non dissimile da quello degli uragani che ormai si manifestano anche in regioni dove erano eventi rarissimi.

È evidente come un pianeta sempre più caldo risenta di periodi di siccità sempre più lunghi e su aree sempre più vaste. Sia il suolo che la vegetazione, privati dell’acqua, saranno più predisposte a prendere fuoco.

Secondo un ricercatore del servizio Copernicus, le ondate anomale di caldo registrato nell’Artico sono indubbiamente tra le cause dei roghi tra Siberia e Alaska. Analogamente secondo uno studio prodotto dalla rivista Nature, “maggiore sarà il livello di aumento medio delle temperature in futuro, maggiore sarà la quantità di superficie devastata dalle fiamme, in un intervallo che va dal 40 per cento al 100 per cento a seconda degli scenari”

Una pianeta più caldo inevitabilmente sarà un pianeta con un maggiore rischio incendi, un processo che alimenta un circolo vizioso e rovinoso aumentando con gli incendi le emissioni nell’atmosfera, che a loro volta portano ad un aumento delle temperature.

Gli eventi “naturali” di queste settimane ci dicono che alcune aree come l’Artico e l’intero Brasile stanno vivendo delle situazioni più critiche rispetto agli anni scorsi. I dati e le rilevazioni scientifiche continuano a rilevare – e prevedere – peggioramenti a causa del riscaldamento globale. Con grande probabilità, in un futuro prossimo, l’aumento generale delle temperature medie renderebbe così “normali” situazioni fino a ieri “anomale” come gli incendi nell’Artico e in Siberia.

Non c’è molto tempo per correre ai ripari. Né si può fare affidamento sempre e solo sulla resilienza della natura. Il problema non è se ci è simpatica o meno Greta. Una rivoluzione ecologica, e la sua pianificazione, sono all’ordine del giorno, quello di oggi.

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05/07/2019

Un Artico molto pericoloso: la tragedia del batiscafo 'Posejdon'


Aggirandosi qua e là tra le agenzie di stampa russe, par di capire che l'unica certezza su quanto accaduto il 1 luglio nelle acque artiche del mar di Barents sia quella di saperne ben poco: ben poco non solo sulla tragedia in sé, costata la vita a quattordici marinai (tutti ufficiali, tutti inquadrati in un reparto segreto impegnato in ricerche sugli alti fondali), ma sull'apparecchio subacqueo stesso, il “Lasharnik”, o “Posejdon”, in cui la tragedia si è consumata.

Lasciando per un momento da parte le ipotesi di battaglie navali – ventilate da fonti straniere, ma non considerate da quelle russe – la prima versione diffusa martedì dai media, relativa al batiscafo “Lasharik” (il nome attribuitogli per analogia con il cavallino formato da tante palline, protagonista di un cartone animato di qualche anno fa – loshad, cavallo e sharik, pallina. Il nome ufficiale è “Posejdon”) e alla tragedia, diceva che il battello era stato rilasciato dal sommergibile atomico BS-136 “Orenburg”.

Ricordando i marinai periti, il Ministro della difesa Sergej Shojgù ha detto che, serrandosi all'interno del proprio compartimento, nel tentativo di liquidare l'avaria (si parla di corto circuito: l'energia in uso è a 1.000 ampere) verificatasi nel locale accumulatori, con ciò stesso gli ufficiali hanno così salvato la vita di altri undici uomini dell'equipaggio, dello specialista civile a bordo e hanno evitato la perdita del batiscafo, ora al sicuro alla base di Severomorsk. Un battello sperimentale cui Mosca tiene non poco e a cui sta lavorando da tempo.

Secondo Svobodnaja Pressa, d'altro canto, la tragedia sarebbe avvenuta a bordo del nuovo sommergibile atomico progetto 09852 “Belgorod”, cioè quel vascello destinato a divenire il primo vettore del drone subacqueo “Posejdon”, o quando quest'ultimo non si era ancora staccato dal vascello-madre. Ma è un “si dice”.

Il “Belgorod” sarebbe una rielaborazione del 949A “Antej”, analogo al “Kursk”, il sommergibile che nel 2000 portò con se oltre cento marinai, sempre nel mar di Barents. Lasciato in disparte per dieci anni, il Comando della marina ha rimesso mano al progetto “Belgorod” nel 2012, tra l'altro portandone la lunghezza dagli originali 154 metri, a 184, tanto da far ipotizzare che potesse divenire vettore di apparati atomici di profondità, del tipo del “Losharik”, appunto o di stazioni autonome di profondità tipo “Paltus”.

È probabile che il progetto prevedesse l'alloggiamento del “Posejdon” nei container laterali dei compartimenti centrali, al di fuori dello scafo resistente più interno, sede dei 24 missili “Granit”: potrebbe esser questa la ragione dei 30 metri in più, rispetto agli originali. Ma sono ipotesi, dato che il varo è rimasto segreto. Sembra in ogni caso che i “Posejdon” divengano i primi sommergibili di 5° generazione, vettori complessi robotizzati, chiamati a diventare uno degli elementi della deterrenza nucleare strategica, con capacità di distruggere intere squadre di portaerei e obiettivi nelle aree costiere, anche senza avvicinarsi al nemico. Svobodnaja Pressa ipotizza che l'incendio che ha causato la morte dei 14 ufficiali sia scoppiato durante le prove subacquee col “Posejdon”.

Da parte sua, topwar.ru scrive che la prima “ufficializzazione” del progetto 10831 “Losharik” (classificazione NATO “NORSUB-5”) risale al 2012, in occasione della spedizione "Arctic 2012", in base ai cui risultati avrebbe dovuto esser presentata, alla Commissione ONU per il diritto del mare, la richiesta di allargamento della piattaforma artica sotto controllo russo.

All'epoca della spedizione, la stazione sottomarina fu impegnata per una ventina di giorni a raccogliere campioni di roccia e terra ad una profondità di 2,5-3 km (molto più di quanto possano scendere i normali sommergibili), allo scopo di definire i limiti di latitudine della piattaforma continentale, per il cui controllo si fanno oggi più accese le dispute internazionali.

I primi lavori attorno al batiscafo si fanno risalire (ma sono tutte ipotesi) al 1988, per poi esser sospesi (si dice) per mancanza di finanziamenti a metà dei terribili anni '90 eltsiniani e ripresi solo a inizi anni 2000. A detta degli specialisti, questo nuovo sommergibile, all'aspetto, dice poco ai non iniziati, ed è difficile giudicarne le potenzialità. Si può solo dire che il “Losharik” è il sottomarino meno vulnerabile e più silenzioso dell'intera flotta russa; è probabile che, a una certa velocità e a una data profondità, sia semplicemente invulnerabile. Lo scafo sarebbe assemblato in compartimenti in titanio ad alta resistenza, a forma sferica, implementando il principio del batiscafo: tutto è al condizionale, dato che le caratteristiche tecniche sono classificate. Secondo le poche informazioni di pubblico dominio, il battello ha una lunghezza di 79 metri, stazza 2.000 tonnellate e, secondo alcune fonti, può immergersi fino a 6.000 metri e raggiungere i 30 nodi; privo di armamento. Secondo topwar.ru, una delle sfere del "Losharik" sarebbe occupata dal reattore nucleare E-17. Spinto da un'elica racchiusa in una speciale carena anulare, sarebbe equipaggiato con una benna, un sistema di pulitura delle rocce e un tubo idrostatico. L'equipaggio è di 25 ufficiali. Il “Losharik” sarebbe in grado di rimanere in immersione per diversi mesi.

Secondo informazioni non confermate, all'autunno 2009 il sommergibile-madre “Belgorod” avrebbe completato il programma di test nei mari Bianco, di Barents, di Groenlandia e Norvegia e nel 2010 sarebbe stato inquadrato nella flotta russa del Nord. Al contrario, il “Losharik” non sarebbe soggetto al comando della Marina, ma farebbe parte della Direzione per la ricerca in acque profonde del Ministero della difesa, che risponde direttamente al Ministro della difesa.

Appositamente per il “Losharik”, sarebbe stato rielaborato anche il sommergibile strategico K-129 della classe “Kalmar”, quale suo vascello vettore; in particolare, nel K-129 “Orenburg” sarebbero stati smantellati i silos dei missili balistici e sarebbe stato irrobustito, per scendere fino a 1.000 metri. Si riferivano proprio al “Orenburg” alcune immagini prese al Polo Nord durante la spedizione del 2012 nell'Artico.

Un Artico che, nella sua piattaforma continentale, promette enormi ricchezze, da contendersi tra soggetti, planetari o regionali che siano: secondo gli scienziati russi, una parte significativa dell'Artico (le creste sottomarine “Lomonosov” e “Mendeleev”) sarebbe una continuazione della placca continentale e, in base alla Convenzione sul diritto del mare, la zona economica russa potrebbe essere così estesa oltre le 200 miglia nautiche. Ma all'allargamento pretendono anche Canada, USA, Norvegia, Danimarca. In ciò, dunque, l'Artico si rivela un Oceano pieno di gas e di petrolio, ma si rivela anche ogni giorno più pericoloso.

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23/10/2014

Usa-Russia-Ucraina, rivoluzione, energia e conti molto salati


Anche gli Stati Uniti pagano pegno. Le nuove sanzioni occidentali contro Mosca impongono alla società americana ExxonMobil di interrompere la partnership con la russa Rosneft nel Mar Artico. E per Kiev solo il saldo di pagamenti arretrati può sbloccare la situazione. Prossimo caldo gelido inverno.

Proprio adesso che la partnership con la società russa Rosneft cominciava a dare i suoi frutti. Brutto colpo per ExxonMobil, costretta ad abbandonare i ricchi fondali del Mar Artico. Beffa per gli Stati Uniti è che lo strappo è avvenuto a sole 48 ore dalla scoperta da parte di Rosneft di un immenso giacimento petrolifero nel Mare di Kara, nella porzione russa dell’Artico. Secondo le prime stime potrebbe trattarsi di una vera e propria ‘miniera di idrocarburi’, una enormità capace di ospitare fino a 100 milioni di tonnellate di greggio e circa 338 miliardi di metri cubi di gas. Da record planetario.*

Numeri che fanno schizzare il patrimonio di quest’area ai livelli di quello posseduto dall’Arabia Saudita e ridisegnare gli equilibri energetici del pianeta. Ma la ExxonMobil Usa non potrà essere della partita. La compagnia di Stato russa e il suo numero uno Igor Sechin sono nella black list dei soggetti sanzionati dall’Occidente. Qualche problema anche per la Rosneft. Le ultime sanzioni le impediscono di ricevere da USA e UE tecnologie di ricerca e perforazione. Caccia a nuovi partner. Con un tesoro così grande come quello scovato nel Mar Artico, non sarà difficile ricevere proposte.

Sul fronte diretto con l’Ucraina - quello energetico - i negoziati di Berlino condotti dall’Ue scoprono l’ovvio. Solo il saldo di pagamenti arretrati da parte di Kiev garantirà le forniture dalla Russia. L’Ue ci prova e propone il pagamento di 3,1 miliardi dollari entro la fine dell’anno contro 5 miliardi di metri cubi di gas a Kiev per permetterle di superare i mesi invernali. Ma Kiev s’inalbera. Questione sottoposta a un tribunale arbitrale di Stoccolma ma il verdetto è atteso per l’anno prossimo. Il duro primo ministro ucraino Yatsenyuk assicura che Kiev non ritirerà la sua denuncia. Adesso, autunno.

Caldo gelido inverno per i nazionalisti più accesi attorno a cui si stanno gradatamente spegnendo molto simpatie anche in casa occidentale. Già prima dell’inizio dei negoziati di Berlino, il ministro russo Novak aveva spiegato che i Paesi dell’Unione non potranno vendere gas russo all’Ucraina “a flusso invertito”. Pena il blocco dei loro stessi rifornimenti. Va ricordato che i Paesi Ue importano un terzo del loro gas dalla Russia e la metà di questo flusso passa per l’Ucraina.
Sola notizia positiva, regge la tregue militare pur nell’orrore dei 3.200 morti accertati in Ucraina orientale.

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* Come ho già avuto modo di riportare, non è la prima volta che si parla di enormità, negli ultimi 15 anni, all'indomani della scoperta di un nuovo giacimento, poi chissà come mai gli entusiasmi calano, i numeri da ingegner cane finiscono nel dimenticatoio e si torna con ansia a fare stime ed elaborare modelli matematici che spostino un po' più avanti l'orizzonte temporale - ormai sempre più prossimo - del collasso anche materiale di un modello di sviluppo che in 150 anni ha prodotto e scoperto di tutto ad eccezione di una fonte energetica alternativa a buon mercato capace di perpetrarlo.

15/10/2014

La Russia aprirà una base aerea in Bielorussia ed altre nell’Artico


C’era da aspettarselo che, di fronte alle sanzioni e all’accerchiamento militare in atto ad est e a nord da parte degli Stati Uniti, della Nato e dell’Unione Europea, prima o poi la Russia avrebbe adottato contromisure anche di natura militare.

Che ora, sulla base di scarne informazioni disponibili, cominciano a prendere forma. L’agenzia russa Interfax informa infatti che il governo della Federazione Russa ha deciso di aprire nel 2016 una base aerea militare a Bobruisk, in Bielorussia, dove saranno stanziati alcuni caccia Su-27. L’annuncio è arrivato ieri dal capo dell'aviazione militare russa, generale Viktor Bondarev. Secondo Interfax alcuni caccia di Mosca saranno dislocati invece in un altro aeroporto bielorusso, a Baranovici. Inoltre il generale Baranov ha anche annunciato l'invio di caccia Mig-31 nell'aerodromo di Tiski, in Yakuzia, dove l'anno prossimo saranno effettuati i necessari lavori di ammodernamento dello scalo nell’ottica di creare basi permanenti nell’Artico e rafforzare così il fronte nord. Il mese scorso il ministero della Difesa di Mosca ha già rivelato che si sta lavorando per una base permanente della Flotta del Nord nella regione.

Intanto l'annunciata presenza del presidente russo Vladimir Putin domani in Serbia in occasione delle commemorazioni della sconfitta nazifascista ha provocato un'evidente irritazione a Bruxelles. Maja Kojicancic, una portavoce dell'Ue, ha ricordato ieri a Belgrado che la Serbia ha preso degli impegni come futuro membro dell'Unione, tra i quali quello di rispettare le sanzioni nei confronti di Mosca. La Serbia si trova da tempo in una posizione delicata come candidato all'adesione all'Ue e nello stesso tempo paese legato da una lunga tradizione di solidarietà con la Russia.
Kojincancic, portavoce del ministero degli Esteri uscente dell'Ue Catherine Ashton, ha affermato che l'Ue "prende atto della programmata visita del presidente Putin in Serbia", ma ha precisato che "la Serbia, come tutti i paesi candidati... Ha preso impegni di convergenza... anche sulle misure restrittive".

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Senza nemmeno rendersene chiaramente conto, il mondo è scivolato verso un'instabilità che fa impallidire quella vissuta nei momenti più tesi della guerra fredda.