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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/07/2019

Un Artico molto pericoloso: la tragedia del batiscafo 'Posejdon'


Aggirandosi qua e là tra le agenzie di stampa russe, par di capire che l'unica certezza su quanto accaduto il 1 luglio nelle acque artiche del mar di Barents sia quella di saperne ben poco: ben poco non solo sulla tragedia in sé, costata la vita a quattordici marinai (tutti ufficiali, tutti inquadrati in un reparto segreto impegnato in ricerche sugli alti fondali), ma sull'apparecchio subacqueo stesso, il “Lasharnik”, o “Posejdon”, in cui la tragedia si è consumata.

Lasciando per un momento da parte le ipotesi di battaglie navali – ventilate da fonti straniere, ma non considerate da quelle russe – la prima versione diffusa martedì dai media, relativa al batiscafo “Lasharik” (il nome attribuitogli per analogia con il cavallino formato da tante palline, protagonista di un cartone animato di qualche anno fa – loshad, cavallo e sharik, pallina. Il nome ufficiale è “Posejdon”) e alla tragedia, diceva che il battello era stato rilasciato dal sommergibile atomico BS-136 “Orenburg”.

Ricordando i marinai periti, il Ministro della difesa Sergej Shojgù ha detto che, serrandosi all'interno del proprio compartimento, nel tentativo di liquidare l'avaria (si parla di corto circuito: l'energia in uso è a 1.000 ampere) verificatasi nel locale accumulatori, con ciò stesso gli ufficiali hanno così salvato la vita di altri undici uomini dell'equipaggio, dello specialista civile a bordo e hanno evitato la perdita del batiscafo, ora al sicuro alla base di Severomorsk. Un battello sperimentale cui Mosca tiene non poco e a cui sta lavorando da tempo.

Secondo Svobodnaja Pressa, d'altro canto, la tragedia sarebbe avvenuta a bordo del nuovo sommergibile atomico progetto 09852 “Belgorod”, cioè quel vascello destinato a divenire il primo vettore del drone subacqueo “Posejdon”, o quando quest'ultimo non si era ancora staccato dal vascello-madre. Ma è un “si dice”.

Il “Belgorod” sarebbe una rielaborazione del 949A “Antej”, analogo al “Kursk”, il sommergibile che nel 2000 portò con se oltre cento marinai, sempre nel mar di Barents. Lasciato in disparte per dieci anni, il Comando della marina ha rimesso mano al progetto “Belgorod” nel 2012, tra l'altro portandone la lunghezza dagli originali 154 metri, a 184, tanto da far ipotizzare che potesse divenire vettore di apparati atomici di profondità, del tipo del “Losharik”, appunto o di stazioni autonome di profondità tipo “Paltus”.

È probabile che il progetto prevedesse l'alloggiamento del “Posejdon” nei container laterali dei compartimenti centrali, al di fuori dello scafo resistente più interno, sede dei 24 missili “Granit”: potrebbe esser questa la ragione dei 30 metri in più, rispetto agli originali. Ma sono ipotesi, dato che il varo è rimasto segreto. Sembra in ogni caso che i “Posejdon” divengano i primi sommergibili di 5° generazione, vettori complessi robotizzati, chiamati a diventare uno degli elementi della deterrenza nucleare strategica, con capacità di distruggere intere squadre di portaerei e obiettivi nelle aree costiere, anche senza avvicinarsi al nemico. Svobodnaja Pressa ipotizza che l'incendio che ha causato la morte dei 14 ufficiali sia scoppiato durante le prove subacquee col “Posejdon”.

Da parte sua, topwar.ru scrive che la prima “ufficializzazione” del progetto 10831 “Losharik” (classificazione NATO “NORSUB-5”) risale al 2012, in occasione della spedizione "Arctic 2012", in base ai cui risultati avrebbe dovuto esser presentata, alla Commissione ONU per il diritto del mare, la richiesta di allargamento della piattaforma artica sotto controllo russo.

All'epoca della spedizione, la stazione sottomarina fu impegnata per una ventina di giorni a raccogliere campioni di roccia e terra ad una profondità di 2,5-3 km (molto più di quanto possano scendere i normali sommergibili), allo scopo di definire i limiti di latitudine della piattaforma continentale, per il cui controllo si fanno oggi più accese le dispute internazionali.

I primi lavori attorno al batiscafo si fanno risalire (ma sono tutte ipotesi) al 1988, per poi esser sospesi (si dice) per mancanza di finanziamenti a metà dei terribili anni '90 eltsiniani e ripresi solo a inizi anni 2000. A detta degli specialisti, questo nuovo sommergibile, all'aspetto, dice poco ai non iniziati, ed è difficile giudicarne le potenzialità. Si può solo dire che il “Losharik” è il sottomarino meno vulnerabile e più silenzioso dell'intera flotta russa; è probabile che, a una certa velocità e a una data profondità, sia semplicemente invulnerabile. Lo scafo sarebbe assemblato in compartimenti in titanio ad alta resistenza, a forma sferica, implementando il principio del batiscafo: tutto è al condizionale, dato che le caratteristiche tecniche sono classificate. Secondo le poche informazioni di pubblico dominio, il battello ha una lunghezza di 79 metri, stazza 2.000 tonnellate e, secondo alcune fonti, può immergersi fino a 6.000 metri e raggiungere i 30 nodi; privo di armamento. Secondo topwar.ru, una delle sfere del "Losharik" sarebbe occupata dal reattore nucleare E-17. Spinto da un'elica racchiusa in una speciale carena anulare, sarebbe equipaggiato con una benna, un sistema di pulitura delle rocce e un tubo idrostatico. L'equipaggio è di 25 ufficiali. Il “Losharik” sarebbe in grado di rimanere in immersione per diversi mesi.

Secondo informazioni non confermate, all'autunno 2009 il sommergibile-madre “Belgorod” avrebbe completato il programma di test nei mari Bianco, di Barents, di Groenlandia e Norvegia e nel 2010 sarebbe stato inquadrato nella flotta russa del Nord. Al contrario, il “Losharik” non sarebbe soggetto al comando della Marina, ma farebbe parte della Direzione per la ricerca in acque profonde del Ministero della difesa, che risponde direttamente al Ministro della difesa.

Appositamente per il “Losharik”, sarebbe stato rielaborato anche il sommergibile strategico K-129 della classe “Kalmar”, quale suo vascello vettore; in particolare, nel K-129 “Orenburg” sarebbero stati smantellati i silos dei missili balistici e sarebbe stato irrobustito, per scendere fino a 1.000 metri. Si riferivano proprio al “Orenburg” alcune immagini prese al Polo Nord durante la spedizione del 2012 nell'Artico.

Un Artico che, nella sua piattaforma continentale, promette enormi ricchezze, da contendersi tra soggetti, planetari o regionali che siano: secondo gli scienziati russi, una parte significativa dell'Artico (le creste sottomarine “Lomonosov” e “Mendeleev”) sarebbe una continuazione della placca continentale e, in base alla Convenzione sul diritto del mare, la zona economica russa potrebbe essere così estesa oltre le 200 miglia nautiche. Ma all'allargamento pretendono anche Canada, USA, Norvegia, Danimarca. In ciò, dunque, l'Artico si rivela un Oceano pieno di gas e di petrolio, ma si rivela anche ogni giorno più pericoloso.

Fonte

03/07/2019

Sommergibile russo in fiamme nel Mare di Barents, 14 morti. Incidente o scontro a fuoco?

Quattordici sommergibilisti della marina russa sono morti dopo un incendio scoppiato su un sottomarino. I membri dell’equipaggio sono stati avvelenati dai vapori emessi dall’incendio, ha detto il ministero della difesa di Mosca.

Citando le fonti di sicurezza coinvolte nelle indagini, l’agenzia di stampa russa RBC ha identificato la nave come un sottomarino a propulsione nucleare di tipo AS-12. Ha un equipaggio massimo di 25 persone e può lavorare fino ad una profondità di oltre 4mila metri. Le segnalazioni suggeriscono che l’esplosione sia avvenuta lunedì verso le 20:30 ora locale.

Non è chiaro quanti siano i marinai sopravvissuti. Il giornale inglese the Indipendent riferisce che martedì sera, Baza, un account di social media associato alle forze dell’ordine russe, ha riferito che “quattro o cinque membri dell’equipaggio stavano ricevendo cure nell’ospedale militare di Severomorsk per avvelenamento e lesioni cerebrali. Un altra pagina web, Mash, ha detto che la maggior parte degli ufficiali è morta o è ricoverata in ospedale.

Finora, il ministero della Difesa russo ha fornito pochi dettagli.

“Un incendio è esploso a bordo di una nave di ricerca scientifica in acque profonde che stava studiando l’ambiente marino per conto della marina russa”, ha detto l’agenzia Interfax citando una dichiarazione del ministero.

Il sommergibile era basato a Severomorsk, nella regione di Murmansk, che è la base principale della Flotta del Nord.

Ma su quanto accaduto nel mare del Nord, circolano anche altre notizie – tutte da confermare – che arrivano dal sito israeliano di intelligence Debka file (vicino ad ambienti militari e dei servizi segreti di Tel Aviv) e che parla di un conflitto a fuoco in mare tra unità russe e statunitensi. Secondo quanto rivela Debka, un sottomarino statunitense avrebbe intercettato un sottomarino nucleare russo di fronte all’Alaska. Un altro sottomarino russo che scortava il sottomarino nucleare avrebbe risposto con un siluro Balcan 2000 affondando la nave statunitense.

Sono ipotesi pesanti ma ancora in attesa di conferma o smentita. Certo è che non sono passate inosservate alcune reazioni inusuali dei capi di stato di Russia e Stati Uniti nelle scorse ore.

Ieri sera si sono svolte consultazioni urgenti sia alla Casa Bianca sia al Cremlino. Il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, ha interrotto la sua visita nel New Hampshire dopo essere stato richiamato a Washington per una conferenza convocata dal presidente Donald Trump senza alcuna spiegazione.

Il presidente russo Vladimir Putin ha annullato un appuntamento e si è diretto verso il Cremlino per conferire con il ministro della Difesa Sergei Shoigu e con i capi militari, dopo aver appreso che 14 marinai sono morti in un incendio scoppiato su un “sottomarino sperimentale a propulsione nucleare nelle acque russe”.

Fonte

17/05/2017

L’accerchiamento Nato e gli strumenti di risposta russi


Sei vascelli militari Nato sono entrati nei giorni scorsi nel porto di Tallin per rifornimenti, franchigia degli equipaggi e varie esercitazioni. Si tratta delle navi ammiraglie estone “Wambola” e norvegese “Roald Amundsen”, dei dragamine norvegese “Hinnoey”, inglese “Ramsey e belga “Primula” e della fregata olandese “Evertsen”.

In visita nei Paesi baltici era giunto anche il Ministro della difesa USA James Mattis, con l'annuncio che Washington avrebbe intenzione di dislocare anche in quell'area sistemi “antimissile”, ovviamente per difendersi dalla Russia. Già alla vigilia del suo arrivo si era parlato, nello specifico, del sistema missilistico “Patriot”, più moderno di quelli attualmente dislocati nella regione. Ma Mattis non vi ha fatto cenno. Per ora. Intanto, sono iniziate a Orzysz (nel voivodato di Varmia-Masuria, nord-est della Polonia), le manovre “Puma”, con l'impiego di mezzi corazzati, blindati e artiglieria; vi partecipano 2.500 soldati, tra cui quelli del battaglione Nato schierato in Polonia e composto da militari USA, britannici e rumeni.

La Nato sta rafforzando anche i gruppi operativi di radiolocalizzazione in Europa orientale: un aereo da ricognizione “Awacs”, di stanza in Germania, è stato ora trasferito a Bucarest. La versione ufficiale recita che si tratta di un trasferimento temporaneo, in occasione di una conferenza di coordinamento tra comandi regionali sulla radiolocalizzazione; secondo alcuni media rumeni, la destinazione del velivolo sarebbe la sorveglianza delle basi aeree russe in Crimea e, in generale, del bacino del mar Nero.

Per non sentirsi tagliati fuori dalla crociata “difensiva” e a suo modo geloso dei privilegi accordati ai Paesi baltici, il Ministro degli esteri ucraino, Pavel Klimkin, ha chiesto che il suo paese venga inserito nel fianco orientale della Nato; e che la questione venga affrontata al più presto, già al vertice di Bruxelles dell'Alleanza atlantica, il prossimo 25 maggio. Una variante accettabile per Kiev sarebbe quella di “alleato fondamentale USA al di fuori della Nato”, come richiesto – sul modello di Australia, Nuova Zelanda e Giappone – in un appello della Rada ucraina al Congresso americano. Ciò, consentirebbe tra l'altro di aggirare l'assenso dei paesi membri della Nato, dal momento che la decisione dipende solamente da Washington e, come affermato dai deputati ucraini, ciò avrebbe “un'enorme influenza per la cessazione dell'aggressione russa”.

Forse anche per oliare il meccanismo yankee, sembra che lo stesso Klimkin, a detta di alcuni deputati della Rada, abbia sborsato qualcosa come quattrocentomila dollari per essere ricevuto per sei minuti da Trump alla Casa Bianca, lo scorso 10 maggio. La voce è ripresa da RIA Novosti, che precisa come il Ministero degli esteri ucraino smentisca il fatto, di cui resterebbe però traccia nei documenti ufficiali del Ministero della giustizia USA.

Come che sia, sembra che nei circoli della Direzione operativa principale (GOU) dello Stato maggiore russo, si parli della realizzazione, da parte USA, di un “potente componente segreto” per un “repentino attacco globale”, che consentirebbe di distruggere la maggior parte del potenziale atomico russo e, successivamente, anche delle rimanenti testate in uso nei sistemi di difesa antimissilistica, nel caso la Russia fosse ancora in grado di rispondere al primo attacco. In altri ambienti, come scrive Vladimir Krjažev su topwar.ru, si getta acqua sul fuoco, nel senso che gli USA non sarebbero in grado di neutralizzare il colpo di risposta russo, nemmeno se, invece degli attuali 700 sistemi antimissile, gli yankee disponessero di 2-3 missili per ogni testata nucleare russa. Data qualunque evenienza, Mosca sarebbe comunque in grado di lanciare “almeno” una quantità di testate tale da ripetere negli USA, come minimo, 300 Hiroshima: “Washington è disposta a rischiare?” si chiede Krjažev; “tanto più che un'auspicata e non irreale alleanza russo-cinese” potrebbe togliere ogni prospettiva di successo alle avventure USA.

Secondo l'americana National Interest, Russia e Cina stanno mettendo a punto sistemi elettronici e cibernetici o anche cinetici di neutralizzazione i satelliti USA. D'altra parte, nota Pravda.ru, gli USA stessi dispongono del RIM-161 Standard Missile 3 (nel sistema Aegis) in grado di distruggere i satelliti avversari. I colpi nucleari russi di risposta all'eventuale “attacco globale improvviso” USA arriverebbero sia dai treni in continuo movimento, che portano missili con testate nucleari, sia dai sommergibili strategici atomici nelle proprie basi, sia da quelli che incrociano al largo delle coste USA.

Tra le unità subacquee che, secondo Mikhail Timošenko, su tvzvezda.ru, maggiormente possono destare serie preoccupazioni nei comandi USA, c'è il vascello plurifunzionale “Kazan” (modernizzazione della classe “Borea”), destinato alla lotta sia contro portaerei e sottomarini strategici, sia contro infrastrutture costiere e armato di siluri e missili alati. Praticamente silenzioso, è in grado di scoprire il nemico prima di essere scoperto a sua volta. Prima del “Kazan” era entrato in servizio il “Severodvinsk”, inaugurando la generazione che ha preso il posto dei vascelli di terza generazione della classe “Ščuka-B” (“Luccio”). Questi costavano circa 785 milioni di dollari: non poco per l'Urss, ma una quisquilia, rispetto ai 4,6 miliardi di dollari che costavano i “Seawolf”, prodotti dagli USA proprio per la caccia ai Lucci.

Ai sommergibili di 4° generazione della classe “Jasen”, modernizzati con il “Severodvinsk” e il “Kazan”, si uniranno presto i “Novosibirsk”, “Krasnojarsk”, “Arkhangelsk”, “Perm” e “Uljanovsk”. La silenziosità degli “Jasen”, osserva Timošenko, è dovuta in gran parte al fatto che non dispongono del corpo “leggero”, che di solito abbraccia quello “robusto”, aumentando però il rumore di risonanza durante la navigazione. Negli “Jasen”, il corpo leggero riveste quello robusto solo a prora, ove è sistemata la grande antenna sferica del sonar digitale. Sempre qui, nel primo compartimento, è anche la centrale di comando, per far posto alla quale si sono dovuti trasferire nel secondo compartimento, in diagonale rispetto al piano diametrale del vascello, i cinque tubi di lancio e i 30 siluri. Ancora nel primo comparto, c'è la camera con l'uscita di soccorso, che può ospitare l'intero equipaggio di 64 uomini. Nel terzo comparto ci sono le apparecchiature generali; nel quarto, l'alloggio dell'equipaggio; nel quinto, otto silos, in grado di ospitare 24 missili antinave “Oniks”, “Birjuza” o “Kalibr-PL”.

Nel sesto comparto, il nuovo reattore, con condotti refrigeranti che riducono il rischio di incidenti e, soprattutto, la rumorosità del sommergibile, dal momento che questo sarà in grado di navigare ad alta velocità senza l'utilizzo di pompe di circolazione, una delle principali fonti di rumore. Nel settimo comparto, la turbina e altre apparecchiature di alimentazione. Motore elettrico nell'ottavo e timoneria nel nono. L'intera nave ha un rivestimento in gomma speciale che ne riduce la rintracciabilità sui sonar; tutta la classe “Jasen” è dotata di eliche a basso rumore con sette lame a forma di sciabola. Lo scafo ha una lunghezza di 139 m e una larghezza di 13. Sembra che gli USA debbano mettersi davvero alla caccia di “Ottobre Rosso”.

Fonte

22/12/2015

Un nuovo sottomarino per l'arsenale nucleare d'Israele

Un sommergibile classe Dolphin
di Michele Giorgio – il manifesto

Mentre il Congresso discute il rinnovo, sicuro, del finanziamento annuale statunitense di tre miliardi di dollari, in gran parte ad uso militare, destinato a Israele, il portavoce delle Forze Armate dello Stato ebraico ha diffuso le foto del sottomarino “Rahav” (“Nettuno”, in ebraico) che lascia il porto tedesco di Kiel diretto ad Haifa. Il “Rahav” è l’ultimo dei sommergibili di classe Dolphin II, di fabbricazione tedesca, a entrare in servizio e, nel silenzio internazionale, accrescerà ulteriormente le capacità atomiche di Israele che non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione nucleare e continua a mantenere segreto il suo arsenale atomico costituito, secondo alcuni esperti internazionali, da 100 forse 200 bombe.

Costruito nei cantieri Howaldtswerke-Deutsche Werft, con un costo di 2 miliardi di dollari sostenuto dalla Germania (nel quadro dei risarcimenti tedeschi per l’Olocausto), il “Rahav” non è a propulsione atomica ma, come altri due dei quattro sommergibili israeliani costruiti in Germania già in servizio, è in grado di trasportare missili con testate nucleari nei mari del Medio Oriente e nell’Oceano Indiano. Se gli Stati Uniti sono garanti della superiorità bellica di Israele nei confronti degli altri Paesi della regione, la Germania di Angela Merkel da anni contribuisce alla costituzione di una flotta di sottomarini israeliani dotati anche di armi non convenzionali.

Grazie all’aiuto di Berlino, Israele può tenere sotto il tiro dei suoi missili Popeye con una gittata di 1500 km e armati con atomiche fino a 200 chilogrammi non solo il “nemico” Iran, la Siria, tutti gli altri Paesi arabi e parte dell’Asia centrale. Tre anni fa, la rivista tedesca Der Speigel, in un servizio di 12 pagine intitolato “L’Operazione Sansone”, scrisse che i missili israeliani con testata nucleare possono essere lanciati dai sommergibili grazie a un sistema idraulico speciale di ultima generazione. «Utilizzando la tecnologia tedesca, Israele ha creato un arsenale nucleare galleggiante in Medio Oriente», aggiunse il giornale. Angela Merkel ha sempre negato che i sottomarini consegnati a Israele siano in grado di trasportare testate nucleari. In realtà, spiegava Der Spiegel, il governo tedesco è consapevole della capacità nucleare dei sommergibili però accetta di guardare da un’altra parte in nome della “sicurezza di Israele”.

Nella visione strategica israeliana, ha scritto Ronen Bergman, analista militare per il quotidiano di Tel Aviv Yedioth Ahronot, il “Rahav” e gli altri sottomarini garantirebbero a Israele la capacità del “secondo colpo”, ossia la possibilità di rispondere con le atomiche ai nemici anche dopo aver subito un attacco nucleare. Altri esperti, non israeliani, sostengono che i sommergibili hanno il compito di affermare la superiorità militare e la potenza nucleare dello Stato ebraico nella regione, quindi di rappresentare un potere di deterrenza, o, secondo un altro punto di vista, una costante minaccia non dichiarata davanti alle coste degli avversari. È perciò strategica la capacità che il “Rahav”, il suo predecessore “Tanin” e il sesto sommergibile israeliano ora in costruzione in Germania, hanno di rimanere in immersione anche per 18 giorni consecutivi.

Sarebbe l’Eritrea, secondo il centro ricerche strategiche Stratfor, a fornire una base navale strategica, nell’arcipelago di Dahlak, ai sottomarini di Israele che si alternano nella missione di tenere sotto tiro l’Iran e nel controllo delle navi di Tehran che entrano nel Mar Rosso. Allo stesso tempo l’Eritrea assicura un porto, ad Assab, anche alla Marina militare iraniana, ottenendo dai due Paesi avversari armi e aiuti finanziari.

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