Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Islanda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Islanda. Mostra tutti i post

31/08/2026

Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste

Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013.

Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla UE di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa.

Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha invogliato gli islandesi ad aggregarsi alle UE, anche se le concionerie di Trump, che in alcune occasioni ha anche confuso la Groenlandia con l’Islanda, hanno messo in evidenza la crescente importanza di una regione cruciale per gli equilibri geopolitici nell’Artico.

Per i sostenitori dell’adesione all’UE, la postura degli Stati Uniti doveva rafforzare l’argomento secondo cui il Paese sarebbe più al sicuro all’interno dell’Unione.

La campagna referendaria è stata invece dominata dalle divergenze che da anni plasmano il dibattito islandese sull’adesione all’UE: la sovranità, il modello economico del Paese e il controllo della pesca e dell’agricoltura rispetto alle ingerenze europee.

L’Islanda aveva già dimostrato la propria dignità durante la crisi bancaria del 2008. Il 7 ottobre 2008, mentre i mercati finanziari globali sprofondavano nel panico dopo il collasso della Lehman Brothers, il governo islandese decretava la nazionalizzazione delle principali banche del paese, i cui attivi, dopo un periodo di deregolamentazione e rapida espansione, avevano raggiunto una dimensione equivalente a 10 volte il totale dell’economia nazionale.

L’UE puntava molto sull’Islanda in quanto sta cercando di rilanciare l’annessione di altri stati europei come progetto strategico, accelerando il percorso di adesione per Ucraina e Moldova, tentando di includere la Georgia e tenendo all’amo i Paesi dei Balcani occidentali tramite promesse di investimenti e partenariati.

L’inclusione dell’Islanda nel gruppo dei Paesi candidati avrebbe offerto una nuova immagine sulla strategia di allargamento, dimostrando che l’adesione è ancora attrattiva anche per i Paesi ricchi e non solo per quelli più arretrati.

Quello che voleva essere un nuovo fattore di successo si è trasformata in un danno di immagine per Bruxelles ma è anche una ulteriore conferma che ogni volta che sulla UE e i suoi trattati vengano chiamati ad esprimersi democraticamente le popolazioni, queste ultime bocciano sonoramente l’apparato dell’Unione Europea che le classi dominanti hanno costruito e imposto all’Europa.

È bene ricordare che nel 2005 i francesi e olandesi respinsero nei referendum il Trattato costituzionale proposto, infliggendo un duro colpo al tentativo dell’UE di dotare il proprio progetto politico di una legge costituzionale di ispirazione chiaramente liberista. La Grecia disse No al memorandum della troika europea nel 2015. La Danimarca, l’Irlanda e la Svezia hanno visto più volte la popolazione dire NO ai trattati europei nei referendum. E poi c’è stata la Brexit nel 2016. In Italia non si è voluta nemmeno discutere la legge di iniziativa popolare di modifica costituzionale per consentire un referendum sui Trattati Europei.

Come nei casi precedenti, questo “no” a nuovi negoziati per la adesione dell’Islanda alla UE indica che a livello popolare “l’europeismo” delle classi dirigenti non trova affatto consensi e che marcia sempre più spesso per imposizione e negazione della verifica democratica attraverso i referendum. Se l’Europa è uno spazio politico importante, l’Unione Europea è una montagna di merda, è bene dirselo con estrema franchezza.

Rompere questa gabbia costruita dalle classi dominanti europee rimane un tema centrale dell’agenda politica, soprattutto adesso che la UE mostra chiaramente la sua natura reazionaria e guerrafondaia.

Fonte

18/01/2026

La nuova corsa verso il Polo nord

‘Situazione insolita’ ironizza Mosca

«La situazione è insolita, direi addirittura straordinaria dal punto di vista del diritto internazionale», ha affermato Peskov, citando Trump quando ha affermato «che il diritto internazionale non rappresenta per lui alcuna priorità». Dal Cremlino per ora un morbido avvertimento: «Noi, insieme al resto del mondo, osserveremo quale sarà questa traiettoria». Ma il braccio armato europeo si agita in cerca di rogne. «La Germania è in azione nel Mar Baltico a causa delle navi russe», afferma il portavoce del ministero dell’Interno tedesco. Germania di Merz ‘Volenterosa’ anche verso l’Artico? Non sono stati forniti ulteriori dettagli perché – dicono –, le operazioni sono ancora in corso. Concretamente, la polizia negli ultimi giorni avrebbe impedito il passaggio a navi russe. «La polizia federale ha il compito di controllare il traffico marittimo nel Mar Baltico e nel Mare del Nord, nella zona economica esclusiva tedesca e nelle acque costiere tedesche». «Per prevenire eventuali pericoli», senza spiegare quali.

Negli ultimi tempi la stampa tedesca ha pubblicato diversi rapporti in base ai quali petroliere attribuite alla flotta ombra russa navigavano nel Baltico sotto falsa bandiera o con numeri di identificazione falsificati.

Groenlandia a colpi di dazi

«Potrei imporre dazi doganali per la Groenlandia, di cui abbiamo bisogno per la sicurezza nazionale», ha detto Trump. Minacce tariffarie per garantire il prezzo dei farmaci prima di menzionare la Groenlandia. Definendosi il ‘tariff king’, il re delle tariffe, Trump ha quindi aggiunto che se l’amministrazione non vincesse alla Corte Suprema sui dazi sarebbe una ‘vergogna per il Paese’. Certo danno politico pesante per lui. Risorse e scioglimento dei ghiacci: sia che gli Stati Uniti trovino un modo per annettere la Groenlandia, sia che non ci riescano, l’isola sarà al centro degli interessi dell’insistente personaggio nel futuro prossimo.

L’anschluss della Groenlandia

Donald Trump, ormai senza repertorio novità, rilancia la possibilità di ampliare la guerra commerciale anche a coloro che si mettono di traverso sull’anschluss della Groenlandia. E i sui ‘collaboratori’ obbediscono e gli vanno dietro. «L’inviato speciale Usa per la Groenlandia Jeff Landry – anche governatore della Louisiana – ha parlato della questione come se fosse praticamente cosa fatta, e i groenlandesi fossero in ‘giubilante attesa’ di lanciare fiori all’arrivo degli emissari della potenza occupante. O magari a lui stesso, dato che ai giornalisti di Fox ha detto che intende visitare la Groenlandia a marzo – il suo primo viaggio nel Paese per il quale lo scorso dicembre è stato nominato inviato speciale del governo Usa», denuncia e ironizza Giovanna Branca. «Il presidente è serio sulle sue intenzioni», ha affermato Landry. «Ha dettato le sue condizioni, ha detto alla Danimarca ciò che vuole, e ora spetta a Marco Rubio e al vicepresidente Vance stringere un accordo».

E le ‘visioni’ di Trump diventano verbo

La sera prima, la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt aveva detto alla stampa, come sempre contraddicendo ogni evidenza della realtà, che le delegazioni diplomatiche danesi e groenlandesi si erano dette d’accordo a «continuare il dialogo per l’acquisizione della Groenlandia». Entrambi i ministri degli Esteri che mercoledì avevano partecipato all’incontro alla Casa bianca la hanno subito smentita: Lars Løkke Rasmussen, ministro degli Esteri danese, ha specificato a un quotidiano locale di essersi detto disposto solo a istituire un team che possa occuparsi delle «preoccupazioni per la sicurezza nazionale» che Trump continua ad agitare a proposito del territorio autonomo.

Il troppo di Trump anche in casa

Mentre il presidente Usa minacciava dazi contro i riottosi, un gruppo di 11 senatori e deputati statunitensi (fra cui i senatori repubblicani Thom Tillis e Lisa Murkowski) hanno incontrato a Copenaghen sia la prima ministra danese Mette Frederiksen che quello groenlandese Jens-Frederik Nielsen, in segno di solidarietà e come gesto distensivo, sottolinea il Manifesto. «Credo sia importante sottolineare che quando il popolo americano viene interpellato sull’annessione della Groenlandia – ha dichiarato Murkowski – la stragrande maggioranza, il 75%, sostiene di non ritenerla una buona idea. Questa senatrice dell’Alaska – ha aggiunto parlando di sé – non pensa sia una buona idea». «I segnali sono chiari – ha detto Murkowski – il sostegno del Congresso all’annessione della Groenlandia non c’è».

Peggio del capo chi lo ossequia

Ieri anche l’Islanda ha sobbalzato, dopo una ‘battuta’ fatta dall’uomo scelto da Trump per ricoprire il ruolo di ambasciatore Usa a Reykjavik, Billy Long, riportata da Politico: «L’Islanda potrebbe diventare il 52esimo stato, e io il suo governatore». Il ministero degli Esteri islandese ha comunicato al Guardian di aver subito chiesto chiarimenti all’ambasciata Usa. E una petizione già firmata da quasi 3.500 persone chiede alla prima ministra Kristrún Frostadóttir di rigettare la nomina di Long ad ambasciatore.

E ora anche la Russia

Comunque vada e per ora, avverte Sabato Anghieri, «l’isola artica sarà al centro degli interessi geopolitici del futuro prossimo». Putin dal Forum sull’Artico di Murmansk: «Quello che sta succedendo ora non è sorprendente. I piani Usa sulla Groenlandia hanno profonde radici storiche», ricordando che già nel 1860 Washington aveva ipotizzato di acquisire l’isola, ma il Congresso non aveva appoggiato l’iniziativa. «È ovvio che Washington continuerà a promuovere con coerenza i propri interessi geostrategici, politico-militari ed economici nell’Artico». Le parole, pronunciate dal presidente di uno stato che nel 1867 vendette l’Alaska proprio agli Usa, sono emblematiche di quanto oggi l’interesse sulle terre settentrionali sia crescente. Dalla storia all’attualità: «Con il cambiamento climatico che apre l’Artico, la regione diventerà una frontiera sempre più critica».

L’estremo nord da riscoprire

La Russia possiede più di metà della costa artica (53%) e trae da quelle terre circa il 7% del suo Pil: idrocarburi, metalli preziosi e terre rare ma anche pesca e industrie alle quali sono offerti importanti sgravi fiscali. Inoltre, le esportazioni provenienti dalle terre polari rappresentano circa l’11% del totale annuo. Senza contare le conseguenze del disgelo che stanno accelerando i progetti agricoli sulle provincie del nord e, soprattutto, sulle nuove vie commerciali. Mosca possiede l’unica flotta al mondo di rompighiaccio a propulsione nucleare e il controllo che esercita a quelle latitudini non ha rivali. E il 15 dicembre Putin ha varato un decreto per la costruzione di una nuova base scientifica non permanente vicino al Polo, denominata Artur Chilingarov, che dovrebbe aprire dalla primavera del 2026 e ufficialmente avrà scopi scientifici (e addirittura turistici), ma gli analisti insistono sul fatto che iniziative di questo tipo non possono non avere un valore geopolitico e strategico.

L’Artico che fu sovietico

Esistono decine di postazioni militari russe nell’Artico, alcune dell’epoca sovietica e poi ristrutturate: 13 basi aeree, diverse stazioni radar e stazioni di soccorso. Queste terre desertiche furono usate durante la guerra fredda anche per i test nucleari, come quello del 30 ottobre 1961 per la «bomba zar», il più potente ordigno all’idrogeno mai sperimentato, con un raggio di distruzione totale di 55 km.

Fonte

28/10/2016

I Pirati islandesi, antisistema ma non troppo

Il Partito Pirata, una nuova formazione politica anti-establishment islandese, si prepara a invadere il parlamento di Reykjavik con il voto anticipato di domani, nel quale gli elettori – stando ai sondaggi – sembrano intenzionati a punire un governo di centrodestra la cui reputazione è stata nettamente offuscata dallo scandalo “Panama Papers”.

L'Islanda ha indetto elezioni anticipate ad agosto dopo lo scandalo di evasione fiscale di livello internazionale che ha coinvolto anche vari politici ed è costato la poltrona al premier. Le rivelazioni sull'evasione fiscale hanno sconvolto l'opinione pubblica e riacceso la rabbia popolare esplosa già durante la crisi finanziaria del 2008 che ha squassato il sistema bancario islandese e condotto a una grave depressione economica.

Nonostante da allora l'Islanda sia tornata a una crescita solida del quattro per cento e la disoccupazione sia diminuita, anche grazie alla pressione popolare che ha disarcionato il governo di allora e frenato nettamente il pagamento del debito contratto nei confronti delle banche britanniche e olandesi, nel paese è in crescita un sentimento di severa critica nei confronti del sistema politico tradizionale, a partire dalle manifestazioni di massa scoppiate dallo scorso aprile dopo le rivelazioni dei Panama Papers.

Le elezioni sono state indette dopo le dimissioni ad aprile del premier Sigmundur David Gunnlaugsson, la prima importante figura pubblica a cadere vittima dei Panama Papers, che hanno rivelato che ben 600 cittadini islandesi, tra cui vari ministri, banchieri e imprenditori hanno accumulato consistenti tesoretti nei paradisi fiscali. Il governo è rimasto in carica, ma il successore di Gunnlaugsson, Sigurdur Ingi Johannsson, resta profondamente impopolare perché legato alla classe imprenditoriale e invischiato nel sistema che ha tollerato l'evasione fiscale. Anche il presidente Olafur Ragnar Grimsson, a giugno, ha rinunciato a candidarsi per un sesto mandato dopo che nelle carte panamensi era emerso il nome della moglie.

Piuttosto che rivolgersi alla destra populista e xenofoba, come avviene in vari Paesi europei, gli elettori islandesi sembrano voler dare una chance ai partiti di sinistra, in particolare al Partito dei Pirati nato solo 4 anni fa. Ma la futura composizione del parlamento è tutt'altro che chiara in un Paese di poco più di 330mila abitanti.

In base all'ultimo sondaggio il Partito Pirata è dato testa a testa con il Partito dell'Indipendenza, di destra, che governa dal 2013 l'Islanda in coalizione con i centristi del partito Progressista.

I Pirati, fondati nel 2012 da alcuni attivisti per lo più di tendenza libertaria e da alcuni “ex hacker”, si preparano a ottenere oltre il 22% dei voti, secondo un sondaggio dell'università di Reykjavik. La percentuale si tradurrebbe in 15 dei 63 seggi dell'Althingi, il parlamento islandese, rispetto ai cinque conquistati alle precedenti elezioni.

Il partito dell'Indipendenza è dato come secondo con il 21%. Un esito del genere, ammesso che venga confermato, non consentirebbe evidentemente ai Pirati di governare da soli ma potrebbe dar loro il potere di formare una coalizione di governo. Il partito ha già escluso di poter governare insieme alle formazioni di destra e centrodestra che osteggia, ma ha auspicato un dialogo con l'attuale opposizione rappresentata dal movimento Sinistra-Verdi, che potrebbe ottenere circa il 18% contro il 9% assegnato dai polls al Partito dei Progressisti.

Il Partito Pirata, guidato dalla fondatrice Birgitta Jonsdottir, spera di capitalizzare la profonda sfiducia nella élite politica soprattutto tra i giovani, che però sono i meno propensi ad andare alle urne. Anche se alcuni media definiscono i Pirati come 'antisistema', il programma della formazione non è affatto radicale: si va dalla lotta contro la corruzione e per una maggiore trasparenza delle istituzioni pubbliche, alla libertà di accesso ad internet, dalla lotta contro il copyright alla depenalizzazione delle droghe, dall'aumento degli istituti di democrazia diretta all'ampliamento dei diritti civili.

Nessuna particolare proposta in campo economico – a parte la proposta di aumentare la tassazione sui cittadini più ricchi – contraddistingue il Partito che non nasconde di essersi ispirato ad una analoga formazione attiva in Svezia e anche all'italiano Movimento Cinque Stelle.

In caso di vittoria, inoltre, i Pirati hanno anche promesso l'indizione di un referendum sulla ripresa dei negoziati di ingresso dell'Islanda nella Unione Europea, bloccati qualche tempo fa dai partiti di centro e destra.

Fonte

11/04/2015

Sfiorata collisione tra caccia di Usa e Russia, i paesi scandinavi contro Mosca


I cinque Paesi scandinavi si sono impegnati nei giorni scorsi a rafforzare la propria cooperazione militare. I paesi nordici si dicono preoccupati dalla politica russa, che definiscono "la principale minaccia alla sicurezza in Europa", e decidono di aumentare la cooperazione militare tra loro e con una Nato che ha rapidamente militarizzato tutti i paesi al confine con la Russia e con altri paesi aderenti all'ex Patto di Varsavia.

Citando l'annessione della Crimea e il ruolo russo nella crisi ucraina, i Ministri della Difesa di Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda e Danimarca spiegano in un editoriale collettivo pubblicato dal quotidiano norvegese Aftenposten che "in materia di sicurezza, la situazione nelle immediate vicinanze dei Paesi nordici si è sensibilmente degradata nel corso dell'anno passato". Ma lungi dall'incolpare la folle strategia della Nato e dell'Unione Europea che hanno dato il loro sostegno al golpe filoccidentale a Kiev e poi alla guerra scatenata dal nuovo regime nazionalista ucraino contro le popolazioni del sudest del paese, i paesi scandinavi decidono di legarsi ancora di più al meccanismo militare guidato da Washington e in parte da Bruxelles.

"Dobbiamo essere pronti ad eventuali crisi od incidenti: ma una più stretta cooperazione in Europa settentrionale e una solidarietà con i Paesi baltici contribuiranno a rafforzare la sicurezza nella nostra regione, allontanando il rischio di incidenti militari", concludono i Ministri nell'intervento.

Norvegia, Danimarca e Islanda (che non dispone di un esercito ma solo di un corpo di polizia) fanno parte della Nato e dunque godono della sicurezza collettiva garantita ai Paesi membri; Svezia e Finlandia non fanno parte dell'Alleanza che però sta esercitando forti pressioni per un loro ingresso nel meccanismo di cooperazione militare, il che costituirebbe una ulteriore provocazione nei confronti di Mosca e un ennesimo passo in avanti di un'escalation che potrebbe avere esiti imprevisti e gravi.

Come quelle che avrebbero potuto essere originate da una collisione tra un caccia russo ed un velivolo statunitense evitata a quanto pare per un soffio. L'incidente risale a martedì scorso quando un Sukhoi Su-27 russo ed un aereo spia statunitense RC-135 si sono praticamente sfiorati nello spazio aereo internazionale sul Mar Baltico.

A riferire la sua versione dei fatti è stata una dei portavoce del Pentagono, Eileen M. Lainez, rendendo noto che Washington ha notificato a Mosca una protesta diplomatica addossando all'aviazione russa la responsabilità per la mancata collisione. Quando i due velivoli sono entrati in contatto, l'Rc-135 (versione militare del vecchio quadrigetto Boeing 707 modificata per permettere la rilevazione di informazioni sul terreno) era impegnato nella raccolta dati "ai margini" dello spazio aereo russo dell'enclave di Kaliningrad, tra Polonia e Lituania, dove si teme che Mosca abbia schierato missili balistici tattici a corto raggio Iskander con una gittata di 415 km, afferma la versione statunitense che di fatto ammette che gli aerei di Washington stanno spiando il territorio russo.

Fonte

Si prosegue a giocare stupidamente col fuoco.

14/03/2015

L’Islanda non entrerà nell’Unione Europea

Brutto colpo per Bruxelles, d’immagine e non solo, che vede calare inesorabilmente il proprio potere d’attrazione. Giovedì scorso il ministro degli Esteri di Reykjavik ha infatti ufficializzato con una lettera indirizzata alla Commissione Europea e alla Lettonia, presidente di turno dell’Ue, la decisione dell’Islanda di non entrare a far parte dell’Unione. Nella fattispecie, l’esponente del governo nordico Gunnar Bragi Sveinsson ha reso noto che l’Islanda ha deciso di ritirare la sua candidatura per l’adesione all’Ue. “Gli interessi dell’Islanda sono serviti meglio fuori dall’Unione europea” ha detto il Ministro degli Esteri di Reykjavik.

L’intenzione di rinunciare all’adesione era già stata annunciata, a gennaio, nel corso di un’intervista del Primo Ministro del governo di centrodestra, Sigmundur Gunnlaugsson, che prometteva il ritiro formale della domanda di adesione all’inizio di quest’anno, avendo già bloccato i negoziati subito dopo la sua elezione.

L’Islanda aveva chiesto di entrare a far parte dell’Ue nel 2010, quando a governare erano i socialdemocratici, suscitando le proteste di un settore consistente dell’opinione pubblica. Il processo di avvicinamento all’Ue era stato avviato nel 2009, dopo la tremenda crisi finanziaria del 2008 che aveva visto il fallimento delle tre principali banche del paese e il dimezzamento del valore della Corona. All’epoca all’Islanda era stata concessa una corsia preferenziale rispetto ad altri paesi in fila in quanto membro dell’Area Economica Europea. Ma le elezioni del 27 aprile del 2013 videro l’affermazione del Partito Progressista, sostenuto da pescatori e agricoltori, in coalizione con il Partito Indipendentista. I due partiti di centrodestra hanno vinto ponendo al centro della propria campagna elettorale una forte critica nei confronti delle condizioni poste da Bruxelles all’Islanda per l’ingresso nell’Unione e dopo anni di tira e molla è apparso evidente che l’ingresso nel polo europeo avrebbe imposto agli islandesi duri sacrifici in campi come l’agricoltura e la pesca che sono il settore economico fondamentale per il paese.

Se generalmente i partiti di centrosinistra sono 'euroentusiasti' - i socialdemocratici ma anche gran parte della Sinistra-Movimento Verde - esistono nello schieramento progressista alcune forze che si sono opposte fin dall'inizio all'ingresso del paese nell'Ue, avvertendo che lo stato sociale e i diritti dei lavoratori avrebbero rischiato un consistente taglio.

L’isola abitata da neanche 350 mila persone continuerà comunque a rimanere all’interno dell’Area Schengen e dell'Area economica europea (oltre che all’interno della Nato) garantendo così la libera circolazione di persone e merci da e con l’Unione Europea. Ma si registrano in queste ore le proteste dei partiti di centrosinistra che rivendicano le scelte del precedente governo e comunque propongono che a prendere la decisione definitiva siano i cittadini attraverso la convocazione di un referendum popolare.

Fonte

03/03/2014

Islanda. Il governo dice no all’Ue, gli europeisti si arrabbiano


Era da un po’ di tempo che nella fredda Islanda non si vedevano manifestazioni di piazza così partecipate e numerose. Dai tempi - era il 2009 - in cui il paese ha fatto crack e a decine di migliaia hanno protestato con veemenza affinché il modello sociale tipico del piccolo ma prospero paese nordico non fosse sacrificato sull’altare del pagamento del debito, tra l’altro nei confronti di banche private, per lo più olandesi e britanniche. Ora il paese – dopo alcuni cambi di governo e la riscrittura della Costituzione – è rientrato in carreggiata, e alle ultime elezioni ha vinto una coalizione di centrodestra. Per la quale hanno votato anche numerosi elettori fino a quel momento di centrosinistra, desiderosi di mandare un segnale chiaro alla classe politica locale e alla burocrazia di Bruxelles. Un no pragmatico ma chiaro: fuori dall’Unione Europea.

Ed in effetti il nuovo governo formato dai centristi del Partito progressista e dai “conservatori” del Partito dell'Indipendenza ha subito interrotto i colloqui per l’adesione di Reykjavik all’Unione Europea, iniziati nel 2010 dall’esecutivo di coalizione tra socialdemocratici e verdi, demandando la decisione finale ad un referendum popolare da organizzare in seguito. Referendum che però, ha detto ora il governo guidato da Sigmundur Gunnlaugsson, non c’è bisogno di tenere. Il 21 febbraio scorso l’esecutivo di Reykjavik ha approvato una legge che sancisce il no definitivo all’ingresso nell’Unione Europea affermando che rimanere fuori è il modo migliore per tutelare gli interessi economici degli islandesi.

Naturalmente a Bruxelles non l’hanno presa bene, ed hanno accusato Gunnlaugsson di aver fatto una scelta egoistica e poco lungimirante, dettata più che altro dal conflitto in corso da tempo sul tema delle quote di pesca, uno dei settori chiave per l’economia islandese.
Neanche i settori europeisti di centrosinistra locali hanno preso bene la decisione del governo e così a migliaia sono scesi in piazza per contestarla, mentre finora circa 35 mila persone hanno firmato una petizione che chiede che il referendum sull’UE si celebri al più presto.

I sondaggi continuano a mostrare che una maggioranza netta della popolazione dell’isola è fermamente contraria all’unione. Molti dei manifestanti infatti voterebbero no all’ingresso nell’Ue ma pretendono che la decisione sia il frutto di un momento di partecipazione popolare e non di un accordo tra i due partiti di governo, mentre altri pur essendo favorevoli affermano che occorre alzare il prezzo per una eventuale integrazione nello spazio geopolitico europeo, in modo da strappare a Bruxelles qualche cosa in più.

Fonte

La foga europeista che pervade tutte le forze socialdemocratiche e generalmente di sinistra in Europa non la capirà mai.

29/04/2013

L’Islanda svolta a destra, contro l’UE

Nel voto di ieri gli elettori islandesi hanno punito i partiti di centrosinistra e premiato quelli di centrodestra. Mandando un chiaro messaggio: contro l’adesione all’UE, l’adozione dell’euro e l’austerity.

Come ampiamente previsto dai sondaggi dei giorni scorsi, l'opposizione di centrodestra - composta dai liberali del Partito progressista (19 seggi, 24,4%) e dai conservatori del Partito dell'Indipendenza (19 deputati, 26,7%) - si è assicurata una maggioranza di 38 dei 63 seggi totali del parlamento, stando ai risultati quasi definitivi delle elezioni parlamentari celebrate ieri in Islanda. Il voto ha premiato i due partiti di centrodestra, che insieme ottengono circa il 51% dei consensi, e ha pesantemente punito l'Alleanza socialdemocratica (9 seggi, 12,9%) ed il Movimento Sinistra-Verde (7 deputati, 10,9%), partner nella coalizione di governo uscente, che perdono circa la metà dei rappresentanti all’Althing (così si chiama la camera di Reykjavik).
L'esecutivo uscente, guidato dalla premier Johanna Sigurdardottir , era salito al potere nel 2009 dopo il fallimento delle grandi banche del paese. Colpa, senza dubbio, della gestione dei partiti di centrodestra allora al governo, caratterizzata da una mancanza assoluta di controlli e dalla subordinazione delle politiche dell’esecutivo agli interessi dei grandi gruppi bancari e finanziari locali ed esteri. Socialdemocratici e verdi hanno rifiutato il pagamento del debito accumulato dal sistema finanziario locale nei confronti delle banche inglese e olandesi, il che ha scatenato un conflitto internazionale non ancora estinto salvando però il paese dalla bancarotta e i suoi cittadini da un salasso superiore a quello comunque subito. Ma il centrosinistra islandese non ha mai fatto mistero della propria volontà di traghettare il piccolo paese all’interno dell’Unione Europea, a tappe forzate. I dati sulla disoccupazione – sotto al 5%
e sulla crescita – più 1,6% nel 2012 – farebbero invidia a qualsiasi altro paese del continente. Ma l’opinione pubblica non ha gradito le misure di austerity imposte dalla settantenne primo ministro ai cittadini dell’isola, in vista di un ingresso all’interno dell’UE, e dettate dal Fondo Monetario Internazionale in cambio di un prestito di 1,6 miliardi di euro tra il 2008 e il 2011. Inoltre un terzo degli abitanti dell'isola affermano di non essere in grado di poter far fronte a spese impreviste, anche di soli 1.000 euro.

E quindi, malgrado i successi conseguiti dal governo uscente nella riduzione della disoccupazione e nelle misure per far fronte alla crisi del settore bancario, gli elettori hanno preferito il messaggio centrale della campagna elettorale del centrodestra, che ha promesso più crescita e meno austerità. E soprattutto ha affermato di voler rallentare o addirittura di riconsiderare l’adesione dell’Islanda ad una Unione Europea sempre più invisa all’opinione pubblica del paese. Che non ne vuole proprio sapere di rinunciare alla sua moneta per adottare l’Euro. Inoltre, in una situazione in cui le famiglie sono sempre più indebitate e le statistiche ufficiali che parlano di un nucleo su dieci in ritardo nei pagamenti dei mutui per la casa o nei rimborsi di prestiti immobiliari, il centrodestra ha promesso un alleggerimento del peso dei mutui, riportando i parametri di riferimento ai livelli 2008.

Oltre ai quattro partiti maggiori, altre undici formazioni politiche si presentavano alla tornata elettorale di ieri. Di queste undici due – entrambi di recente formazione – sono riuscite a superare lo sbarramento del 4% e ad entrare quindi nel nuovo Althing. Futuro Luminoso (formazione centrista) che con l’8,2% dovrebbe ottenere sei seggi e il Partito Pirata che avrebbe preso tre seggi col 5,1% dei voti, togliendo consensi ai partiti di centrosinistra.

L'incarico di premier andrà al leader del partito conservatore, il 43enne Bjarni Benediktsson. Che ha già affermato che ritirerà la richiesta di adesione all’UE presentata dalla premier sconfitta. E anche che non ha nessuna intenzione di sottoporre all’approvazione del parlamento la bozza di nuova Costituzione scritta ed emendata da migliaia di cittadini dopo il crollo delle tre principali banche del paese. D’altronde non lo aveva fatto neanche la leader del governo di centrosinistra, non rispettando gli impegni presi e facendo perdere così numerosi voti ai due partiti che la sostenevano.


Fonte

Anche in Islanda si sa cosa si vuole, ma non si ha la minima idea di come ottenerlo, a dimostrazione che lo scollamento tra società e politica non è affatto una questione tutta italiana. 

04/02/2013

La vittoria islandese

La Corte di giustizia dell'Efta dà ragione all'Islanda e alla sua decisione di non rimborsare il debito dei correntisti stranieri. Una novità giuridica internazionale.

La Corte di Giustizia dell'Associazione Europea di Libero Scambio (Efta, una associazione a cui aderiscono oltre i paesi Ue, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) consegna una sentenza importante per quanto attiene le regole possibili di una nuova finanza. L'Islanda ha ottenuto un importante riconoscimento rispetto al suo rifiuto di garantire correntisti stranieri di fronte al fallimento della banca islandese Landsbanki. Il collasso di questa banca incluse la sua versione on line, chiamata Icesave, in cui investirono circa 230 mila cittadini britannici e 100 mila olandesi invogliati dagli elevati rendimenti offerti. La crisi finanziaria islandese produsse il crack bancario e Icesave divenne insolvente. I governi inglese e olandese garantirono i correntisti autoctoni e successivamente chiesero rivalsa direttamente al governo di Reykjavik. Questi fece appello alla Corte dell'Associazione europea. Ieri la sentenza riconosce che l'Islanda non è obbligata al rimborso dei correntisti stranieri. La cifra benché non enorme, si parla di circa 2 miliardi di Euro, rappresentava qualcosa come il 20% del Pil del piccolo paese nordico. Un indiscutibile successo non solo nel merito della contesa, ma anche perché tale sentenza è automaticamente eseguibile e non appellabile. Un punto fermo insomma.

In questi tempi di crisi del sistema bancario, dove i governi sono pronti a garantire immediatamente con soldi pubblici le perdite private, questa sentenza segnala come in realtà di fronte all'insolvenza per lo meno esista un vuoto legislativo che non favorisce espressamente le banche e gli investitori. In Islanda, infatti, il fondo di garanzia è stato incapace di far fronte alle sue obbligazioni, ma nei trattati internazionali non sono previste norme che prevedano un obbligo per l'Islanda al rimborso. Vano è stato l'intento dei governi inglese e olandese di appellarsi alla direttiva europea del 2009 che prevedeva una copertura massima fino a 100 mila euro di depositi.

La sentenza, naturalmente, va contestualizzata, come va considerato l'ammontare complessivo conteso, ma certamente rappresenta una significativa novità sul versante giuridico internazionale. Non è un caso che vi sia stata una reazione piuttosto piccata da parte della Commissione europea. Questa sentenza potrebbe rappresentare un'inversione di tendenza nei rapporti finanziari capestro esistenti e magari l'inizio di un ripensamento persino sulle regole nei confronti dei debiti sovrani. Esistono paesi che chiaramente non sono più in grado di sopportare i propri debiti e che necessitano nuove formule per uscire da questa morsa. Il problema dunque non è solo nella relazione tra investitori e banche ma più in generale tra creditori e debitori. Dal non garantire necessariamente gli investitori stranieri delle banche a non garantire neppure quelli del debito pubblico il passo potrebbe essere breve. Si tratta di ragionare come ristrutturare dal basso un debito sovrano e come tutelare i piccoli risparmiatori di qualunque nazionalità essi siano.

Fonte

30/12/2012

Il FMI ammette: l’Islanda aveva ragione e noi torto

di Jeff Neilson – 26 dicembre 2012

Per circa tre anni, i nostri governi, la cricca dei banchieri e i media industriali ci hanno garantito che loro conoscevano l’approccio corretto per aggiustare le economie che loro avevano in precedenza paralizzato con la loro mala gestione. Ci è stato detto che la chiave stava nel balzare sul Popolo Bue imponendo “l’austerità” al fine di continuare a pagare gli interessi ai Parassiti delle Obbligazioni, a qualsiasi costo.

Dopo tre anni di questo continuo, ininterrotto fallimento, la Grecia è già insolvente per il 75% dei suoi debiti e la sua economia è totalmente distrutta. La Gran Bretagna, la Spagna e l’Italia stanno tutte precipitando in una spirale suicida, in cui quanta più austerità quei governi sadici infliggono ai loro stessi popoli tanto peggiore diventa il problema del loro debito/deficit. L’Irlanda e il Portogallo sono quasi nella stessa condizione.

Ora, in quello che potrebbe essere il più grande “mea culpa” economico della storia, i media ammettono che questa macchina governativa-bancaria-propagandistica della Troika ha avuto torto per tutto il tempo. Sono stati costretti a riconoscere che l’approccio dell’Islanda al pronto intervento economico è stato quello corretto sin dall’inizio.

Quale è stato l’approccio dell’Islanda? Fare l’esatto contrario di tutto ciò che i banchieri che gestivano le nostre economie ci dicevano di fare. I banchieri (naturalmente) ci dicevano che dovevamo salvare le Grandi Banche criminali a spese dei contribuenti (erano Troppo Grandi Per Fallire). L’Islanda non ha dato nulla ai banchieri criminali.

I banchieri ci dicevano che nessuna sofferenza (del Popolo Bue) sarebbe stata troppo grande pur di garantire che i Parassiti delle Obbligazioni fossero rimborsati al cento per cento di ogni dollaro. L’Islanda ha detto ai Parassiti delle Obbligazioni che avrebbero ricevuto quel che sarebbe rimasto dopo che il governo si fosse preso cura del popolo.

I banchieri ci dicevano che i nostri governi non potevano più permettersi la stessa istruzione, lo stesso sistema pensionistico e d'assistenza sanitaria che i nostri genitori avevano dato per scontato. L’Islanda ha detto ai banchieri che quello che il paese non poteva più permettersi era di continuare a vedersi succhiare il sangue dai peggiori criminali finanziari della storia della nostra specie. Ora, dopo tre anni abbondanti di questa assoluta dicotomia nelle scelte politiche, è emerso un quadro chiaro (nonostante gli sforzi migliori della macchina della propaganda per celare la verità).

Nel loro stile tipico, nel momento in cui i media dell’industria sono costretti ad ammettere di averci gravemente disinformati per molti degli ultimi anni, vengono immediatamente schierati i revisionisti per riscrivere la storia, come dimostrato da questo estratto da Bloomsberg Businessweek:

… l’approccio dell’isola al proprio salvataggio ha portato a una ripresa “sorprendentemente” forte, ha affermato il capo della missione del Fondo Monetario Internazionale nel paese.

In realtà, dal momento in cui è stato orchestrato il Crollo del 2008 e i nostri governi moralmente in bancarotta hanno cominciato ad attuare i piani dei banchieri, io ho scritto che l’unica strategia razionale era di mettere il Popolo prima dei Parassiti. Anche se non mi aspettavo che i decisori della politica nazionale traessero la loro ispirazione dai miei scritti, quando stilavo le ricette economiche per le nostre economie non ho basato le mie idee sulla compassione o semplicemente sul “fare la cosa giusta”.

Ho, invece, costantemente sostenuto che il fatto che “l’approccio islandese” fosse l’unica strategia che aveva una possibilità di riuscita era una questione di semplice aritmetica e dei più elementari principi dell’economia. Quando Plutarco, 2.000 anni fa, scriveva che “uno squilibrio tra i ricchi e i poveri è il male più fatale di tutte le repubbliche” non stava ripetendo a pappagallo un dogma socialista (1.500 anni prima della nascita del socialismo).

Plutarco stava semplicemente esprimendo il Primo Principio dell’economia; qualcosa su cui tutti gli economisti capitalisti moderni che ne hanno seguito le orme hanno basato le loro stesse teorie. Quando gli economisti moderni esibiscono il loro gergo, come nel caso della Propensione Marginale al Consumo, esso è francamente basato sulla saggezza di Plutarco: che un’economia sarà sempre più sana con la sua ricchezza nelle mani dei poveri e della Classe Media invece che essere accumulata da ricchi pidocchiosi (e giocatori d’azzardo).

Così quando i Revisionisti di Bloomberg tentano di convincerci che la forte (e reale) ripresa economica dell’Islanda è stata una “sorpresa” ciò potrebbe essere vero se nessuno dei nostri governi, nessuno dei banchieri e nessuno dei preziosi “esperti” dei media comprendesse i più elementari principi dell’aritmetica e dell’economia. E’ questo il messaggio che i media vogliono comunicare?

Quello che qui è ancor più insincero è il tono congratulatorio di questo esercizio di Revisionismo, poiché nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Come ho detto in dettaglio in una serie di quattro articoli un anno fa, la campagna di “stupro” economico perpetrata contro i governi d’Europa negli ultimi due anni e mezzo (in particolare) è stata espressamente mirata a cancellare “l’opzione islandese” per gli altri governi dell’Europa.

Uno dei motivi per cui l’Islanda è stata in grado di sfuggire alla garrota della cricca bancaria occidentale è che la sua economia (e il suo popolo) conservavano ancora una prosperità residua sufficiente a resistere, mentre la cricca bancaria cercava di strangolare l’economia dell’Islanda come punizione per aver respinto la loro Schiavitù del Debito.

Così, l’austerità non è stata niente di meno di una campagna deliberata per distruggere le economie europee in modo tale che gli Schiavi fossero troppo economicamente deboli per essere in grado di recidere il loro collare. Missione compiuta!

Si può solo ritenere che né i media dell’industria né i Banchieri Padroni avrebbero consentito che questo chiaro riconoscimento che l’Islanda aveva ragione e noi avevamo torto comparisse sulle loro pagine, a meno che si sentissero sicuri di sapere che tutti gli altri Schiavi del Debito erano stati paralizzati oltre la loro capacità di sfuggire a questa oppressione economica.

In effetti, a prova di questo fatto, non dobbiamo che guardare alla Grecia, l’unica altra nazione europea in cui c’erano state “avvisaglie” (cioè rivolte) mirate a rovesciare il Governo Traditore che aveva servito la cricca dei banchieri. Dopo due elezioni, la combinazione di paura e propaganda ha intimidito il popolo greco da lungo tempo sofferente, al punto da fargli scegliere un altro Governo Traditore, che si era espressamente impegnato a rafforzare i vincoli della schiavitù economica. Quando gli Schiavi votano per la schiavitù, i Padroni degli Schiavi possono permettersi di gongolare.

Qui, lo scopo di questa propaganda di Bloomberg non è stato di elogiare il governo islandese (quando sia i banchieri sia i media dell’industria disprezzano l’Islanda con tutta la loro considerevole malignità).  Piuttosto, l’obiettivo di questa disinformazione è stato di costruire una nuova Grande Bugia.

Invece della Verità, in base alla quale dal primo giorno l’approccio islandese era l’unica strategia possibile che avrebbe potuto avere successo, mentre i nostri governi hanno scelto una strategia destinata a fallire, otteniamo la Grande Bugia. I nostri Governi Traditori avevano agito onestamente e onorevolmente e il successo dell’Islanda e il nostro fallimento sono stati ancora un’altra “sorpresa che nessuno avrebbe potuto prevedere”.

Abbiamo assistito esattamente allo stesso Revisionismo dopo il Crollo economico del 2008, quando i media convenzionali hanno tirato in ballo tutti i loro esperti nell’imbonimento per dirci che erano rimasti “sorpresi” da tale evento, mentre quelli del settore dei metalli preziosi erano andati profetizzando un tal cataclisma, in termini ancora più energici, per molti anni.

Il vero messaggio, per i lettori, è che quando una strategia economica del Popolo prima dei Parassiti ha successo non c’è nulla di minimamente “sorprendente” al riguardo. Così come non è sorprendente che il fatto che tutto il resto del mondo intorno a noi  promuova il benessere dei Parassiti, sia un bene soltanto per i Parassiti stessi.

Fonte: http://www.zcommunications.org/iceland-was-right-we-were-wrong-the-imf-by-jeff-neilson

traduzione di Giuseppe Volpe

03/03/2012

L’Islanda cancella i mutui ipotecari di un quarto dei suoi cittadini

Lo stato islandese ha deciso di pagare il 13% del PIL nazionale (come se l’Italia investisse circa 250 miliardi di Euro) per cancellare i mutui ipotecari del quarto dei cittadini del paese più in difficoltà a pagare.

È un investimento che si è reso necessario a causa del fatto che i mutui erano contratti in valute straniere e la Corona ha subito grandi oscillazioni dal 2007 ad oggi per attestarsi alla metà del valore del decennio anteriore dopo la crisi che ha portato il 93% degli islandesi a votare no al pagamento di un debito estero causato da banchieri e politici. Senza tale decisione migliaia di famiglie islandesi avrebbero perso le loro case. Sì, d’accordo, l’Islanda è piccola, ma se si vuole si può fare, in Grecia, in Italia, ovunque.
Fonte principale: Bloomberg

Fonte.

Belìn se ste cose le racconti a un bocconiano gli viene un infarto.

21/02/2012

La vittoria vichinga degli islandesi

Congratulazioni all'Islanda.
Fitch ha migliorato il rating di credito del paese, portandolo a BBB con prospettiva stabile, aspettandosi che il debito tocchi il 100% del PIL.
L'ultima previsione dell'OCSE ha ipotizzato un crescita del 2,4% per quest’anno, dopo il 2,9 nel 2011.
La disoccupazione cadrà dal 7% dello scorso anno al 6,1 di questo esercizio, e poi al 5,3 nel 2013.
Il deficit delle partite correnti era dell’11,2% nel 2010. Si ridurrà al 3,4% questo anno, e sparirà quasi del tutto nel prossimo.

La strategia di svalutazione sostenuta dai controlli sui capitali ha salvato l'economia. (Sì, lo so c'è una disputa su controlli del cambio, ma è un dettaglio.) Il paese ha tenuto insieme il suo welfare nordico e ha preservato la coesione sociale. Sta di nuovo lentamente prosperando, anche se il debito privato è pesante.
Nessuno sta costringendo il governo eletto a rimettere il mandato o a nominare un tecnocrate primo ministro. L'Althingi siede senza intralci all’interno della gloria isolana, il parlamento più vecchio del mondo (930 D.C.).
Il risultato è una rivendicazione delle monete sovrane e delle banche centrali nazionali che sono capaci di rispondere agli shock.
Il contrasto con la catastrofe della disoccupazione e della deflazione del debito che coglie tutto l’arco depressionario in Europa è lampante. I menagrami dell’UEM, che persistono nel dibattere che l'uscita dall'Europa sarebbe suicida, dovrebbero iniziare a trovare un argomento migliore.
Siamo sicuri che l'Islanda si assocerà all'UE e all'euro? Non ci scommettete.
Ecco il testo di Fitch:
Fitch Ratings ha migliorato il rating di credito (IDR) a lungo termine dell’Islanda per l’emissione in moneta estera da 'BB+’ a 'BBB-' e ha portato la valutazione a lungo termine per le emissioni in moneta locale a 'BBB+'. Il suo IDR a breve termine per le emissioni in divisa estera è stato promosso a 'F3' da 'B' e la valutazione per la quantità di debito da 'BB+' a 'BBB-'. Le prospettive sui rating a lungo termine sono stabili.
“Il recupero della valutazione a lungo termine di investment grade riflette i progressi che sono stati fatti per ripristinare la stabilità macroeconomica, favorendo le riforme strutturali per ristabilire la solvibilità sovrana dalla crisi monetaria e bancaria del 2008”, ha detto Paul Rawkins, Direttore Senior del gruppo addetto ai rating del debito pubblico di Fitch.
"L'Islanda è uscita con successo dal programma del FMI e ha riguadagnato un nuovo accesso ai mercati internazionali del capitale. È in corso una promettente ripresa economica, la ristrutturazione del settore finanziario è ben avanzata, mentre il rapporto tra debito pubblico e PIL sembra essere vicino a un robusto programma di consolidamento fiscale", ha aggiunto Rawkins.
Essendo stato il primo paese ad aver sofferto la crisi finanziaria globale, l'Islanda ha completato con successo un programma triennale di salvataggio del FMI nell’agosto del 2011. Nonostante alcuni contrattempi, questo piano ha gettato le fondamenta per un accesso rinnovato ai mercati internazionali del capitale alla metà del 2011 e per un impulso incoraggiante sulla crescita economica, pari al 3% nel 2011. La flessibilità del lavoro, dei mercati produttivi e un tasso di cambio oscillante hanno facilitato la correzione degli squilibri esterni e contenuto l'aumento della disoccupazione, mentre il sistema finanziario si è ridotto a un quinto delle dimensioni precedenti.
L'Islanda è stata tra le prime a operare un consolidamento fiscale tra le economie avanzate: il deficit primario si è contratto dal 6,5% del PIL nel 2009 allo 0,5% nel 2011, e sembra poter raggiungere un’eccedenza fiscale primaria dal 2012 e un surplus dal 2014.
Fitch ritiene che il debito governativo lordo potrebbe aver raggiunto il picco nel 2011 a circa il 100% del PIL (escludendo le potenziali passività di Icesave); il debito netto è significativamente più basso, circa il 65% del PIL, riflettendo cospicui depositi alla Banca Centrale (CBI). Riuscendo a contenere ulteriori shock, l'Islanda dovrebbe vedere una forte riduzione nel suo rapporto tra debito e PIL dal 2012, nel caso in cui continui la ripresa economica e che il governo raggiunga gli obbiettivi fiscali di medio termine. Gli ingenti depositi del governo presso la CBI e le riserve record in divise straniere alleviano le preoccupazioni di finanziamento a breve termine. Comunque, il rischio di eventuali e ulteriori passività che verranno scaricate nei bilanci governativi resta alto.
La risposta politica non ortodossa dell’Islanda alla crisi è riuscita a preservare la solvibilità sovrana, malgrado le difficoltà del settore finanziario senza precedenti. Comunque, rimangono problemi insoluti, come per la disputa protratta su Icesave, una branca off-shore della fallita Landsbanki che accettava depositi in divisa estera dal Regno Unito e dai Paesi Bassi, e il lento alleggerimento dei controlli sui capitali imposti nel 2008.
L’impatto di Icesave sulla solvibilità dell’Islanda si è affievolito col passare del tempo e Landsbanki ha cominciato a retribuire i conti di deposito. Comunque, Fitch ritiene che Icesave abbia ancora la capacità di far alzare il debito pubblico tra il 6 e il 13% del PIL, se un tribunale E.F.T.A. dovesse pronunciarsi contro l'Islanda. La risoluzione del problema Icesave sarà importante per il ripristino di normali relazioni con i creditori esteri e per rimuovere l’incertezza per le finanze pubbliche.
I controlli sui capitali continuano a bloccare il rimpatrio di una somma tra i 3 e i 4 miliardi di dollari di investimenti di soggetti non residenti in debito pubblico denominato nella corona islandese e in altri strumenti di deposito. Fitch ammette che l'abbandono dell'Islanda dei controlli sui capitali sarà un processo lungo, dati i rischi sottostanti di stabilità macroeconomica, di finanziamento fiscale e della nuova base, appena ristrutturata, della banche commerciali.
Sinora, l'Islanda è stata relativamente poco toccata dalla crisi del debito sovrano dell’eurozona e, anche se ci si attende che la sua crescita rallenti fino al 2–2,5% nel 2012-13, Fitch non prevede che torni in recessione. In ogni caso, il settore privato rimane molto indebitato. Il debito delle famiglie supera il 200% del reddito disponibile e quello delle imprese il 210% del PIL, evidenziando la necessità di un’ulteriore ristrutturazione del debito nazionale, mentre il settore fondamentale per le esportazioni è stato frenato dai limiti di capacità produttiva e da una mancanza di investimenti, aggravate in parte dal lento alleggerimento dei controlli sui capitali.
Fitch ritiene che le iniziative future per il rating sovrano prenderanno in considerazione una lunga serie di fattori, che includono il proseguimento della ripresa economica, il consolidamento fiscale e i progressi verso la riduzione del debito pubblico e di quello estero. L'Islanda è ancora un paese con un reddito relativamente alto, con standard di governabilità, uno sviluppo umano e una facilità di impresa più simili a uno stato con un credito di primo livello che a uno con un rating basso. L’accelerazione della ristrutturazione del debito privato, un rilassamento progressivo dei controlli sui capitali, la normalizzazione delle relazioni, oltre a una durevole stabilità monetaria e dei tassi di cambio, aiuterebbero il miglioramento dello status creditizio dell’Islanda.
Fonte.

05/02/2012

Monti dica da che parte sta


Il 29 gennaio in Europa tutto bene. Bruxelles approva il Fiscal Compact e Monti trionfalmente dichiara: «I tassi di interesse scenderanno. Siamo confortati dall'andamento dei mercati e dai giudizi sulla politica economica italiana». I mercati non hanno dunque più alcun motivo di dubitare dei nostri sacrifici durissimi. Ma i mercati sono come gli scorpioni che attraversano il fiume a dorso di rana: pungono. Pungono la rana proprio dove l'acqua è alta, anche se sanno che moriranno annegati entrambi.
E così, il giorno dopo lo spread sale. Sale vertiginosamente. Perché? Perché l'Italia va all'asta con un bel po' di titoli di stato, i btp a medio e lungo termine. Dunque c'è da alzare i tassi di interesse, alla faccia di Monti, delle sue dichiarazioni e dei nostri sacrifici. E così il rendimento aumenta, i bot vengono acquistati in cambio di interessi salatissimi e qualcuno fa i salti di gioia. E il giorno dopo? Il giorno dopo i mercati premiano il grande lavoro di Monti e fanno scendere nuovamente lo spread, tanto dove dovevano speculare hanno speculato. Che gli frega? E il Corriere della Sera titola con soddisfazione: spread sotto i 390 punti. Ma non dicono, in mezzo a tanto incenso, che il giorno prima lo spread si era innalzato improvvisamente, come una febbre sospetta, in concomitanza con le nostre aste. Del resto, Monti ce lo hanno messo loro. Cosa vuoi che ti vengano a raccontare, adesso?

Pensate che siano questioni lontane? Pensate che ci sia altro di cui interessarvi? Sbagliate di grosso. Lo sapete quanti miliardi di interessi pagheremo per queste micro-speculazioni innescate con precisione chirurgica, esattamente quando serve? Lo sapete che "più interessi da pagare" equivale a "più sacrifici in arrivo", "più pensioni tagliate", "più articolo 18 che se ne va", "più tasse per tutti"? Questa è la questione! Questo è il furto, la guerra, il saccheggio barbarico in atto nella sua nuova edizione rilegata in stile XXI secolo. Ci stanno derubando giorno dopo giorno. Ci stanno impoverendo. Stanno riducendo un intero popolo sul lastrico, in condizioni di miseria, per poi avere più manodopera a costi bassi, più tecnologia da arraffare, più territorio da sfruttare, più edifici da saccheggiare. Calano sulle borse, rubano, devastano e sottomettono le popolazioni locali che, mute, si autoflagellano, credendosi colpevoli di "debito pubblico", quando è tutta la nostra economia che si basa sul debito, perché la creazione di moneta non può che avvenire a fronte di un segno meno che tuttavia è un'operazione virtuosa, quando è finalizzata al corretto funzionamento di un'economia. I soldi sono un servizio, sono un bene pubblico a disposizione di tutti, non una proprietà privata da accumulare, un supplizio da infliggere, una necessità da cui far dipendere la vita stessa. L'unica cosa da cui vale la pena dipendere è l'aria, è l'acqua, è l'ecosistema. Tutto il resto è truffa.

Monti li conosce tutti, uno per uno, questi vandali, questi assassini, questi usurpatori, questi eserciti di usurai becchini. Li conosce perché ci ha lavorato insieme, dalla Goldman Sachs alle agenzie di rating alla commissione Trilaterale. Sta davvero facendo il bene dell'Italia? Allora dichiari pubblicamente che si dissocia dalla materia che insegna, così come viene declinata nel mondo dell'alta finanza e della speculazione internazionale. Dichiari pubblicamente da che parte sta. Faccia i nomi. Denunci lo stato di guerra. Non se la prenda con i tassisti, con i pensionati, con le famiglie, con chi ancora ha la fortuna di avere un posto fisso, no: nonno Mario se la prenda con Londra, con New York, con Francoforte. Dica chi sono i nostri nemici. E se l'Europa politicamente Unita serve a difendersi da questi assassini di democrazie, allora che venga a spiegarlo in televisione. Ci lasci decidere se mandare affanculo i mercati e fare come l'Argentina e come l'Islanda, che crescono all'8% e al 4% annuo, oppure se stringerci a coorte insieme ai 25 del Fiscal Compact, sotto lo scudo della BCE che deve però fungere anche da prestatore di ultima istanza, dopo che i tedeschi abbiano però abbassato le loro alucce un po' presuntuose e quel ciglio strafottente da ingiustificata aria di superiorità.

Monti parli al Paese e dica chiaramente da che parte sta, se da quella dei suoi ex colleghi di pianificazione geopolitica mondiale o se della parte degli italiani che non ce la fanno più e vogliono la riscossa. Venga a dirlo a L'Ultima Parola, dove la politica si lancia senza rete tra gli interventi privi di filtro degli italiani seduti tutti intorno. Monti dimostri che non è capace di destreggiarsi abilmente solo dietro ad una cattedra, seppure internazionale, o davanti ai suoi studenti devoti, ma anche di fronte al Paese reale che ha l'ambizione di voler governare.

02/12/2011

Alla fine l'Islanda ha vinto

L’OCSE è davvero arrivato vicino a prevedere una recessione per l’Europa se i leader dell’UE non faranno apparire molto velocemente un prestatore di ultima istanza, e non riusciranno in qualche modo a far credere al mondo che il fondo di salvataggio EFSF esista davvero.
Anche se il disastro venisse evitato, la previsione di crescita per l’eurozona è terribile. Italia, Portogallo, Grecia avranno tutte una contrazione nel 2012, mentre Spagna, Francia, Paesi Bassi e Germania rimarranno ferme.

La disoccupazione raggiungerà il 18,5 per cento il Grecia, il 22,9 in Spagna, il 14,1 in Irlanda e il 13,8 per cento in Portogallo.
E l’Islanda svetta, con il 2,4 per cento di crescita e la disoccupazione che è scesa al 6,1. Bene, bene.
Ecco i dati dell’OCSE:


La politica islandese di drastica svalutazione assieme al controllo dei capitali non è stata il disastro che in tanti avevano diagnosticato. Il suo rifiuto di accettare il fardello delle perdite delle banche private non ha trasformato la nazione in una terra di lebbrosi.
Il paese è riuscito a tenere salda la coesione sociale. Se l’Islanda fosse stata nell’eurozona, sarebbe stata costretta a seguire le stesse politiche reazionarie della "svalutazione interna" e della deflazione del debito inflitte oggi alla massa dei disoccupati in tutta l’area soggetta a recessione.

Fonte.

07/10/2011

L'Islanda non molla.

Reykjavik. Il primo ministro Johanna Sigurdardóttir è rinchiusa all'interno dell'Althingi, il parlamento islandese, per spiegare al governo e ai deputati perchè non è possibile rimandare o peggio ancora cancellare il pagamento dei debiti nei confronti di Gran Bretagna e Olanda. Fuori dal parlamento il popolo islandese non ci sta. Persone di tutte le età e di ogni estrazione sociale si sono radunate, prima a decine, poi a centinaia, per mostrare il prorpio dissenso battendo su pentole, bidoni e pali della Luce. Trombe, fischietti e megafoni portano il frastuono all'inverosimile. Di tanto in tanto dalle finestre del Palazzo fa capolino qualche testa Che guarda preoccupata. I manifestanti non mollano, continuano per ore fino a buio inoltrato. Saltano all'unisono, la terra trema. "Abbiamo già mandato a Casa un governo e un parlamento. Faremo lo stesso con loro", dice uno dei tanti giovani presenti. Kristin, Che di anni ne ha 72, è agguerrita: "Stiamo perdendo tutto, I nostri risparmi, le nostre case. Noi non ci stiamo a pagare I debiti di pochi farabutti banchieri Che sono fuggiti all'estero e viaggiano Sui loro jet privati a nostre spese. Non lo permetteremo!"
Dopo il default del 2008 a causa del crollo del sistema bancario, per due volte il popolo islandese ha votato dei referendum per opporsi al pagamento di debiti mostruosi generati dalla gestione criminale delle tre principali banche del Paese.



Fonte.

Gente così tenace e partecipativa meriterebbe la copertina del Time, ma penso che il periodico americano, anche quest'anno riserverà al proprio pubblico un vincitore molto più scontato.

26/09/2011

Dove i banchieri pagano.

A oggi (1 settembre 2011), se digitate "Hördur Torfason" su Google, vi ritorneranno relativamente pochi risultati in lingua inglese. Se poi ci provate con Google News, in tutta la prima pagina compariranno solo notizie in lingue diverse da quella.
Di lui, nel modo anglosassone si parla poco. Si cerca di ignorarlo, se non in poche testate "alternative". Forse perché quello è il mondo (e la lingua) del business, del capitalismo finanziario, delle ricette "lacrime e sangue" per le economie in crisi.
Hördur Torfason è infatti il leader piuttosto casuale di un'Islanda "altra" che è riuscita a divenire maggioritaria e a indicare l'unica ricetta equa contro le crisi - che messe insieme diventano la crisi globale - provocate dalla speculazione finanziaria: non pagare.
Intervistato dal Mundo durante un suo viaggio spagnolo al fianco degli indignados, ha detto l'ovvio così ovvio da spaventare la stanza dei bottoni: i responsabili del crack finanziario ci hanno truffati e perciò sono loro a dover pagare (leggi "finire in galera"). Non è vendetta, è solo giustizia.
Ex attore e militante gay, il 65enne Torfason non è un forcaiolo. Al di là dell'esito giudiziario, è il principio che conta. In base a una delle ricette che le istituzioni del capitalismo internazionale - Fmi, Banca Mondiale e, dalla nostre parti, Bce - stanno imponendo a tutti gli Stati che non riescono a sostenere il proprio debito pubblico, ogni famiglia islandese avrebbe dovuto versare 50mila euro per "salvare" le proprie banche sull'orlo del fallimento.
Nel 2008, dopo anni di neoliberismo galoppante e di finanza creativa, gli istituti islandesi erano stati infatti travolti dalla crisi dei mutui subprime, accumulando un debito verso i propri creditori stranieri (soprattutto britannici e olandesi) che superava di gran lunga il Prodotto interno lordo del Paese. Il governo di allora, presieduto dal leader del Partito dell'Indipendenza (centro-destra) Geir Haarde nazionalizzò le maggiori banche (Landbanki, Kapthing and Glitnir), accettò l'"aiuto" del Fondo Monetario e della Comunità Europea (un prestito da 4 milioni e 600mila dollari) e decise di redistribuire il fardello tra la popolazione.
Aveva fatto male i suoi conti. Ogni sabato, gli islandesi scesero in piazza a migliaia, ci furono scontri e il governo si dimise. Dalle elezioni del 2009 uscì vincitrice una coalizione di sinistra (senza "centro" di mezzo) che nonostante i proclami contro il neoliberismo non riuscì per ad emanciparsi dalla logica del debito e finì per proporre solo una diversa soluzione di pagamento alle famiglie.
Furono allora gli stessi islandesi a prendere in mano la situazione: in un referendum del marzo del 2010, il 93 per cento votò contro la restituzione del debito, nonostante strilli e minacce della finanza internazionale. Il Fondo Monetario Internazionale congelò immediatamente il prestito e il governo islandese, incoraggiato dal consenso della stragrande maggioranza della popolazione, lanciò un'inchiesta civile e penale contro i responsabili del crack.
È tutto incredibilmente semplice: il debito che privati (le banche) contraggono con altri privati (gli investitori stranieri) non deve ricadere sulla testa di tutti.
Oggi l'Islanda ha tranquillamente dichiarato default, cancellando con un colpo di spugna i debiti contratti da banchieri senza scrupoli e anche la vecchia classe politica: un'assemblea di semplici cittadini sta riscrivendo la Costituzione, per svincolare il benessere collettivo dagli interessi dei poteri forti internazionali. È composta da 25 adulti eletti tra 522 candidati, non appartenenti a nessun partito politico ma segnalati da almeno 13 cittadini. La carta costituzionale su cui stanno lavorando è disponibile online ed evolve secondo suggerimenti e integrazioni che arrivano attraverso i social network.
Al giornalista spagnolo che gli chiede se non è troppo comodo vivere anni di vacche grasse per poi rifiutarsi di pagare, Hördur Torfason risponde così: "Non sono d'accordo [...] ci hanno fatto credere di vivere nel Paese più felice del mondo.. ci hanno ingannato in forma sistematica".
Tutto estremamente ovvio. È per questo che di Hördur è meglio che si parli poco.

Fonte.

12/08/2011

Crisi, la ricetta islandese.

La divulgazione di ricette volte a porre rimedio alla devastante spirale finanziario-economica che sta mettendo in ginocchio le popolazioni di mezzo mondo a partire dal mitico occidente, è divenuto il tormentone dell'estate, roba da hit parade per capirci.
Ci sì sono messi proprio tutti, dai mercati finanziari che ormai governano dovunque (alla faccia delle sovranità popolari sancite dalle carte costituzionali) ai lacchè politici dei medesimi mercati, solamente in grado, per ovvi motivi (il Bilderberg insegna), di riproporre il problema (il neo-liberismo) come soluzione di se stesso.
Ogni discorso pronunciata dai vari Obama, Merkel, Sarkozy, Cameron, Berlusconi, Tremonti, Bersani, D'Alema, Prodi, Amato, Trichet, Draghi ecc. che costantemente contiene la parola "sacrifici" (per le classi medio-basse ovviamente) andrebbe, quindi, considerato alla stregua di un rutto post convivio, perché unicamente volto a un solo obiettivo: il drenaggio di risorse pubbliche da devolvere al mondo finanziario che privatizza i profitti e socializza le perdite.
A meno di un'ora dalla presentazione della manovra suppletiva che il Governo Italiano si prepara a varare per rassicurare i mercati (che non andrebbero rassicurati, ma mandati solennemente a cagare!) e che probabilmente asciugherà altri 45 miliardi di Euro dalle nostre tasche già svuotate da qui al 2014 di altri 75 miliardi (fermo restando il permanere di tutte le criticità che ci hanno reso facile preda della speculazione), trovo doveroso proporre l'esposizione dell'unica ricetta funzionale alla sconfitta del perverso sistema economico a debito che negli ultimi 30 anni ha lentamente asfissiato la maggioranza delle nazioni evolute.
Parlo del caso islandese, situazione unica (insieme a quella del movimento NO-TAV) d'avanguardia sociale che produce risultati inconcepibili e spaventosi per i criminali d'ogni colore che siedono sulle poltrone politiche di mezzo mondo.


L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
 
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi. L'Islanda.
Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito. Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime  -il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati- privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia. 15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto.
Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi. Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008.
Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro -che perse in breve l'85 per cento- non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta. Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano. A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini. Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento. Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipolo di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare. Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere. La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo Stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere per ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord -ha continuato Grímsson nell'intervista- ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo  -incalzato dalla folla inferocita- si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda. In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're'). Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito. Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo  -ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente- che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet". Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione. Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

Fonte.