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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/09/2019

Rousseau si rivolta nella tomba...

Oggi i grillini registrati voteranno sulla piattaforma Rousseau se approvare o meno la formazione di un governo presieduto da Giuseppe Conte e in alleanza col Pd. Ma comunque vada è il funerale della “democrazia della piattaforma”.

Se la scelta verrà approvata, si tratterà di una ratifica ex post, obbligata come un’operazione per strapparsi un tumore, per non sfasciare del tutto un movimento che ha visto quasi tutti i suoi princìpi sbattere clamorosamente contro la realtà.

Se venisse respinta, ma non crediamo, si tratterebbe della sconfessione piena del gruppo dirigente e dello stesso fondatore storico, che è stato il primo ad indicare la direzione da prendere una volta che Salvini aveva affossato il “Conte primo”.

Una situazione lose-lose, con l’unica speranza di sopravvivere affidata alla tenuta del nuovo esecutivo abbastanza a lungo da far passare nel dimenticatoio i problemi della prima esperienza al governo.

Comunque vada, bisognerà ammettere che i tempi della decisione politica non vanno affatto d’accordo con quelli della discussione – fisica o online – fino a raggiungere una “unanimità” sostanziale (o una maggioranza larghissima).

Il movimento Cinque Stelle, come il Partito Pirata in Germania, aveva fatto della “democrazia online” un pilastro della propria non originalissima “visione del mondo”. E in astratto, cosa c’è di più democratico che discutere fino ad esaurimento per raggiungere un punto di vista largamente condiviso? In astratto, appunto...

Il problema è che la politica è un campo di battaglia, non un teatro dell’auto rappresentazione.

Se ricordate la massima di Von Clausewitz – “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” – è logico trarne il rovesciamento dialettico: la politica è continuazione della guerra con altri mezzi. Tolte le armi (e nemmeno sempre), la sostanza è una lotta senza esclusione di colpi, appena mediata dalle regole costituzionali per gestire il potere.

Che poi questo potere sia attualmente ben poca cosa, visto che le decisioni sostanziali (politiche di bilancio, relazioni internazionali e alleanze militari) sono prese da altri in altra sede (Unione Europea e Nato), aggrava e non diminuisce la durezza dello scontro tra “parti” che si contendono le briciole. Scade a rissa di strada, tra tweet e post Facebook di violenza proporzionale all’impotenza.

Il conflitto politico è dunque come una rissa da strada, e se bisogna parare un pugno o sferrare un calcio va fatto nel tempo necessario ad evitare di essere colpiti. La discussione, insomma, si è costretti a farla prima di affrontare la rissa (su strategie, obbiettivi, valori, ecc.), ma quando si è cominciato bisogna agire e reagire in tempo reale.

Cosa significa? Che devi per forza avere dei dirigenti capaci, abili ed esperti in quest’arte antica e brutale. Devi poterli scegliere con un’ampia discussione, e defenestrarli se ti hanno portato alla sconfitta.

Ma quando “si mena” si discute poco. I conti si fanno poi...

La logica della “piattaforma”, invece, è più simile ad un gruppo di autocoscienza, mentre il palazzo subisce un terremoto. Non ci sembra un caso che, per esempio, il Partito Pirata tedesco, grande novità delle elezioni politiche precedenti, sia scomparso di fatto in quelle successive. La grande disponibilità alla discussione, se non produce risultati, provoca sconforto e depressione, non “soddisfazione” perché sei comunque riuscito a “dire la tua”.

I Cinque Stelle hanno adottato una “piattaforma” diversa, proprietà della famiglia Casaleggio e gestita non per “discutere”, ma per ratificare decisioni da prendere e già sintetizzate in “quesiti”. E non è davvero necessario essere grandi logici per sapere che ogni domanda, a seconda di come viene posta, ha in sé anche la risposta.

Perciò il responso di stasera, comunque vada, sarà il canto del cigno per una stagione politica caratterizzata da una antipolitica ingenua. O furbetta... Il povero Rousseau si rivolta nella tomba.

Per chi si vuol porre come alternativa davvero radicale all’esistente sarà il caso di prenderne velocemente atto.

Fonte

28/10/2016

I Pirati islandesi, antisistema ma non troppo

Il Partito Pirata, una nuova formazione politica anti-establishment islandese, si prepara a invadere il parlamento di Reykjavik con il voto anticipato di domani, nel quale gli elettori – stando ai sondaggi – sembrano intenzionati a punire un governo di centrodestra la cui reputazione è stata nettamente offuscata dallo scandalo “Panama Papers”.

L'Islanda ha indetto elezioni anticipate ad agosto dopo lo scandalo di evasione fiscale di livello internazionale che ha coinvolto anche vari politici ed è costato la poltrona al premier. Le rivelazioni sull'evasione fiscale hanno sconvolto l'opinione pubblica e riacceso la rabbia popolare esplosa già durante la crisi finanziaria del 2008 che ha squassato il sistema bancario islandese e condotto a una grave depressione economica.

Nonostante da allora l'Islanda sia tornata a una crescita solida del quattro per cento e la disoccupazione sia diminuita, anche grazie alla pressione popolare che ha disarcionato il governo di allora e frenato nettamente il pagamento del debito contratto nei confronti delle banche britanniche e olandesi, nel paese è in crescita un sentimento di severa critica nei confronti del sistema politico tradizionale, a partire dalle manifestazioni di massa scoppiate dallo scorso aprile dopo le rivelazioni dei Panama Papers.

Le elezioni sono state indette dopo le dimissioni ad aprile del premier Sigmundur David Gunnlaugsson, la prima importante figura pubblica a cadere vittima dei Panama Papers, che hanno rivelato che ben 600 cittadini islandesi, tra cui vari ministri, banchieri e imprenditori hanno accumulato consistenti tesoretti nei paradisi fiscali. Il governo è rimasto in carica, ma il successore di Gunnlaugsson, Sigurdur Ingi Johannsson, resta profondamente impopolare perché legato alla classe imprenditoriale e invischiato nel sistema che ha tollerato l'evasione fiscale. Anche il presidente Olafur Ragnar Grimsson, a giugno, ha rinunciato a candidarsi per un sesto mandato dopo che nelle carte panamensi era emerso il nome della moglie.

Piuttosto che rivolgersi alla destra populista e xenofoba, come avviene in vari Paesi europei, gli elettori islandesi sembrano voler dare una chance ai partiti di sinistra, in particolare al Partito dei Pirati nato solo 4 anni fa. Ma la futura composizione del parlamento è tutt'altro che chiara in un Paese di poco più di 330mila abitanti.

In base all'ultimo sondaggio il Partito Pirata è dato testa a testa con il Partito dell'Indipendenza, di destra, che governa dal 2013 l'Islanda in coalizione con i centristi del partito Progressista.

I Pirati, fondati nel 2012 da alcuni attivisti per lo più di tendenza libertaria e da alcuni “ex hacker”, si preparano a ottenere oltre il 22% dei voti, secondo un sondaggio dell'università di Reykjavik. La percentuale si tradurrebbe in 15 dei 63 seggi dell'Althingi, il parlamento islandese, rispetto ai cinque conquistati alle precedenti elezioni.

Il partito dell'Indipendenza è dato come secondo con il 21%. Un esito del genere, ammesso che venga confermato, non consentirebbe evidentemente ai Pirati di governare da soli ma potrebbe dar loro il potere di formare una coalizione di governo. Il partito ha già escluso di poter governare insieme alle formazioni di destra e centrodestra che osteggia, ma ha auspicato un dialogo con l'attuale opposizione rappresentata dal movimento Sinistra-Verdi, che potrebbe ottenere circa il 18% contro il 9% assegnato dai polls al Partito dei Progressisti.

Il Partito Pirata, guidato dalla fondatrice Birgitta Jonsdottir, spera di capitalizzare la profonda sfiducia nella élite politica soprattutto tra i giovani, che però sono i meno propensi ad andare alle urne. Anche se alcuni media definiscono i Pirati come 'antisistema', il programma della formazione non è affatto radicale: si va dalla lotta contro la corruzione e per una maggiore trasparenza delle istituzioni pubbliche, alla libertà di accesso ad internet, dalla lotta contro il copyright alla depenalizzazione delle droghe, dall'aumento degli istituti di democrazia diretta all'ampliamento dei diritti civili.

Nessuna particolare proposta in campo economico – a parte la proposta di aumentare la tassazione sui cittadini più ricchi – contraddistingue il Partito che non nasconde di essersi ispirato ad una analoga formazione attiva in Svezia e anche all'italiano Movimento Cinque Stelle.

In caso di vittoria, inoltre, i Pirati hanno anche promesso l'indizione di un referendum sulla ripresa dei negoziati di ingresso dell'Islanda nella Unione Europea, bloccati qualche tempo fa dai partiti di centro e destra.

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