Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/11/2021

Londra-Parigi, la guerra del pesce

La visita a Parigi di giovedì del ministro per la Brexit, David Frost, ha allentato solo in parte le tensioni tra Francia e Regno Unito, esplose da qualche tempo attorno ai diritti di pesca dei due paesi dopo l’addio di Londra all’Unione Europea. Il mancato accordo su una questione più importante dal punto di vista simbolico che economico ha minacciato un clamoroso tracollo dei rapporti anglo-francesi, evitato almeno per il momento dai colloqui rilanciati dopo il passo indietro di Macron e Boris Johnson nel corso del recente vertice sul clima di Glasgow.

Il summit nella capitale francese era stato preceduto mercoledì da un gesto distensivo delle autorità transalpine, con il rilascio di un’imbarcazione britannica sequestrata settimana scorsa nel porto di Le Havre perché sprovvista del permesso di pesca nelle acque territoriali della Francia. Al peschereccio era stata inizialmente imposta una cauzione di 150 mila euro, alla fine sospesa, in cambio della liberazione del capitano e dell’equipaggio, attesi da un processo fissato per il prossimo anno.

Dopo l’incontro tra Frost e il ministro francese per gli affari europei, Clement Beaune, non sono emersi elementi concreti che facciano intravedere una risoluzione della crisi. Un comunicato britannico ha parlato soltanto di “discussioni sulle difficoltà derivanti dall’applicazione degli accordi tra Regno Unito e Unione Europea”. Beaune ha definito il colloquio “utile e positivo”, sia pure ammettendo il persistere di “differenze significative”. I due membri dei rispettivi governi dovrebbero vedersi nuovamente a inizio della prossima settimana.

La contesa è da far risalire alle diverse interpretazioni proposte dai due governi riguardo agli accordi sui diritti di pesca stipulati dopo l’entrata in vigore della Brexit. Nello specifico, la questione che ha infiammato le relazioni bilaterali è rappresentata dall’accesso dei pescherecci francesi alle acque territoriali del Regno Unito nel canale della Manica, vicino alle isole autonome di Jersey e Guernsey. I pescatori francesi hanno in teoria la possibilità di continuare a farlo purché siano in grado di dimostrare che operavano in quest’area anche prima della Brexit.

Il problema è sorto attorno alla natura delle prove da presentare al governo di Londra per ottenere le dovute licenze. Il Regno Unito richiede i dati satellitari e del pescato nelle proprie acque, che molti piccoli pescatori francesi non hanno la possibilità di produrre. Inoltre, a coloro che avevano ottenuto permessi prima della Brexit, ma non ne avevano usufruito, dovrebbe essere ora negato l’ingresso nelle acque britanniche. I francesi, da parte loro, sostengono di avere presentato la documentazione necessaria, ma non tutti hanno ottenuto una nuova licenza. Sul numero delle imbarcazioni ancora sprovviste di un permesso non c’è accordo tra i due governi, ma, al di là di ciò, l’accusa di Parigi è che il governo Johnson stia sfruttando la vicenda per ragioni politiche.

Il rifiuto di concedere i permessi mancanti, che secondo la Francia rappresenterebbe una decisione deliberata da parte di Londra, ha innescato reazioni molto dure a Parigi. Oltre ai toni insolitamente accessi, il governo del presidente Macron aveva minacciato vari provvedimenti concreti, come l’intensificazione dei controlli sulle merci da e per il Regno Unito e sulle imbarcazioni britanniche nelle acque territoriali francesi. Addirittura, esponenti del governo francese erano arrivati a ipotizzare un taglio delle forniture di energia elettrica alle isole britanniche nella Manica.

Il ministro francese responsabile per le questioni legate alla pesca, Annick Girardin, aveva affermato che era giunto il momento di usare “il linguaggio della forza” per risolvere la disputa, dal momento che, a suo dire, “il governo britannico non è in grado di comprendere altro”. Il conflitto anglo-francese ha occupato anche buona parte del vertice sul clima in Scozia, ospitato proprio dal premier Johnson. Quest’ultimo e Macron erano stati protagonisti di un faccia a faccia di un’ora che non aveva tuttavia risolto nulla. Il presidente francese aveva infatti ribadito l’intenzione di attuare le misure minacciate contro gli interessi britannici se Londra non avesse fatto marcia indietro sulle licenze entro il 2 novembre.

Dopo ulteriori discussioni e ripetuti appelli alla de-escalation di media e governi, più che altro per lo spettacolo imbarazzante offerto durante un summit apparentemente organizzato per risolvere i problemi climatici del pianeta, Macron ha abbassato i toni e fatto rientrare l’ultimatum. A ciò è appunto seguita la discussione di giovedì a Parigi tra i ministri Frost e Beaune, ma i pochissimi dettagli che sono circolati fanno pensare che l’epilogo dello scontro sia ancora lontano.

Il rischio di una guerra commerciale o addirittura di uno scontro armato tra due paesi europei sembrerebbe decisamente fuori luogo se si considera che il settore della pesca contribuisce rispettivamente per lo 0,06% e per lo 0,1% al PIL di Francia e Regno Unito. Dietro allo scontro ci sono però questioni di ben altro rilievo. Entrambi i governi stanno ad esempio sfruttando la controversia per accumulare del capitale politico sul fronte interno in un frangente delicato. Macron è atteso l’anno prossimo dalle elezioni presidenziali e la sua eventuale riconferma è minacciata, in assenza di candidati forti a sinistra, dalla destra e dall’estrema destra. Agitare una contesa con il Regno Unito, facendo credere che siano in gioco questioni di sovranità nazionale, può dunque tornare utile per intercettare consensi a destra.

Se per Johnson non ci sono invece calcoli elettorali immediati, la contesa serve comunque al suo governo principalmente per consolidare l’immagine di una Gran Bretagna forte e sovrana dopo l’uscita dall’UE. Legato a questo aspetto c’è poi quello del “protocollo” nordirlandese, motivo di scontro da tempo con Bruxelles. Londra chiede una modifica all’accordo sugli scambi commerciali con l’Irlanda del Nord, che ha stabilito una frontiera marittima di fatto tra quest’ultima e la Gran Bretagna, e potrebbe sfruttare la vicenda dei diritti di pesca per estrarre concessioni dall’Europa.

In un quadro più ampio, la sfida anglo-francese in ambito ittico è il sintomo delle tensioni di carattere strategico scatenate dalla Brexit e dal riassestamento degli equilibri internazionali in atto. L’insistenza di Parigi nel piegare il Regno Unito e favorire i propri pescatori è innanzitutto il tentativo di evitare da subito concessioni a Londra sui numerosi aspetti post-Brexit che restano da regolare nei rapporti con l’UE. Cedere su questo fronte a Johnson rischierebbe di fissare un precedente per le successive trattative. Per la Francia si tratta in sostanza di fare della questione un esempio, ovvero, come ha scritto il primo ministro Jean Castex alla presidente della Commissione europea Von der Layen, di dimostrare che “abbandonare l’Unione è meno vantaggioso rispetto a rimanervi”.

In merito a questo punto ci sono implicazioni che vanno al cuore delle divisioni e delle rivalità che stanno lacerando il panorama internazionale. Il precipitare delle relazioni tra Londra e Parigi si collega all’obiettivo britannico post-Brexit di rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti e, a questo scopo, di alimentare divisioni all’interno dell’UE con l’intenzione di indebolire quello che è diventato a tutti gli effetti un rivale strategico.

D’altro canto, la Francia e l’Europa sono impegnate a ostacolare questi piani e a costruire al contrario un sistema continentale capace di proporsi come forza autonoma sul piano internazionale, ritrovandosi perciò nella necessità di evitare qualsiasi spinta centrifuga che tragga forza o ispirazione dall’esempio britannico.

Per molti osservatori, infine, le scintille anglo-francesi sono un ulteriore motivo di preoccupazione perché rischiano di avvelenare ciò che resta del clima di collaborazione in Europa e in Occidente in genere. Una prospettiva, quest’ultima, vista con ansia da una parte della classe dirigente occidentale che, davanti al rapido evolversi delle dinamiche multipolari, continua a illudersi circa la possibilità di costruire un fronte comune sulle due sponde dell’Atlantico per contrastare la presunta minaccia di potenze emergenti come Russia e, soprattutto, Cina.

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08/05/2021

Guerra del pesce/2. Nel Canale della Manica tensioni tra Francia e Gran Bretagna

Dopo giorni di tensione e l’invio di navi militari, sembra essere calata la tensione tra Francia e Gran Bretagna nel Canale della Manica, attorno all’isola di Jersey, a una ventina di chilometri dalla Normandia ma governata da Londra.

A seguito del ritiro di una flotta di circa 80 pescherecci francesi che avevano bloccato la circolazione per protesta contro il nuovo sistema di licenze applicato da Jersey dopo la Brexit che limita i diritti di pesca francesi, la Gran Bretagna ha richiamato le due navi da pattugliamento della Marina. I pescherecci francesi si erano piazzati per alcune ore davanti al porto principale dell’isola, Saint-Helier. Poi avevano lasciato le acque di Jersey. A quel punto il governo britannico ha ordinato a sua volta il ritiro delle sue navi militari.

A seguito della Brexit, il governo britannico ha ribadito che “l’Accordo di Commercio e Cooperazione ha comportato modifiche degli accordi sulla pesca tra Regno Unito e Unione Europea”. Secondo Londra “le autorità di Jersey hanno facoltà di regolare la pesca nelle loro acque sulla base di questo accordo e le sosteniamo nell’esercizio di questo diritto”.

Ma i pescatori francesi che hanno bloccato la circolazione nel mare davanti all’isola, ritengono “illegale” il nuovo sistema di licenze applicato da Jersey che limiterebbe i loro diritti, stabiliti nell’ambito del faticoso accordo sulla pesca post-Brexit.

Questo sui diritti di pesca può sembrare un problema da poco, eppure è bene rammentare che questo tema si era rivelato esplosivo proprio durante i lunghi negoziati tra Londra e Bruxelles sulla Brexit.

Per trovare una soluzione, le rappresentanze dei governi di Francia e Gran Bretagna si incontreranno con i leader dei pescatori ma lo faranno a metà strada, ossia in mezzo al mare conteso e a bordo del peschereccio Norman Le Brocq.

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La guerra del pesce/1. Mediterraneo: tensioni tra Italia e Libia

Mercoledì una motovedetta della Guardia costiera libica è intervenuta contro tre pescherecci italiani. Secondo le testimonianze dei pescatori italiani dall’imbarcazione sono stati sparati alcuni colpi e Giuseppe Giacalone, comandante del peschereccio “Aliseo” della flotta di Mazara del Vallo, è rimasto ferito dalle schegge di vetro causate da alcuni proiettili.

L’incidente è avvenuto una trentina di miglia al largo di Misurata e ha coinvolto i pescherecci “Aliseo”, “Artemide” “Nuovo Cosimo”, spintisi in una zona molto pescosa che lo stesso governo italiano considera “ad alto rischio”.

Un portavoce della Marina libica ha assicurato che sono stati sparati soltanto “colpi di avvertimento in aria per fermare imbarcazioni che avevano sconfinato nelle nostre acque territoriali”. Ma questa versione respinta viene dai pescatori.

La Marina militare italiana è intervenuta con la fregata Libeccio in soccorso dei tre pescherecci mitragliati e ha curato a bordo Giacalone, le cui ferite sono lievi.

Le imbarcazioni italiane si trovavano “nella Zona di protezione di pesca libica” a 35 miglia a nord della costa di Al Khums. Nei giorni scorsi da una motovedetta libica erano stati sparati colpi contro un altro peschereccio mazarese, il “Michele Giacalone”.

Nella serata di ieri il ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere che “sono in corso accertamenti sulla dinamica di quanto avvenuto” sottolineando che da tempo il governo ha avvertito che quel tratto di mare è “ad alto rischio” e il 28 aprile aveva avvertito otto pescherecci italiani che si erano spostati a circa 35-40 miglia dalle coste di Bengasi nonostante fosse sconsigliato.

“L’incidente“, si legge nella nota del ministero degli Esteri, “conferma nondimeno la pericolosità della zona prospiciente le coste della Libia dove“, viene sottolineato, “non si può pescare“.

Secondo i racconti dei marittimi, all’arrivo della nave militare italiana “Alpino” e di un elicottero della Marina Militare, un militare libico che aveva abbordato un peschereccio italiano danneggiando il radar di bordo, sarebbe tornato sulla motovedetta libica, intimando ai pescatori di abbandonare la zona.

La vicenda rientra nella cosiddetta ‘Guerra del pesce’, nella quale rischiano il sequestro i pescherecci siciliani impegnati nelle acque antistanti le coste libiche e incluse nella Zee (Zona Economica Esclusiva), tutelata dalla comunità internazionale entro le 12 miglia, ma rivendicata da Tripoli fino a 62 miglia e recentemente diventata oggetto di contenzioso con l’Egitto ma anche con l’Italia.

Primo di quest’ultimo episodio, alla fine dello scorso anno, c'era stato il sequestro dei pescherecci Antartide e Medinea, dove le forze navali militari del gen. Haftar sequestrarono 18 pescatori per 108 giorni, fino al rilascio avvenuto in seguito ad una visita istituzionale a Bengasi dell’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e del ministro degli Esteri, Luigi di Maio.

Di fronte a quest’ultimo incidente nelle acque del Mediterraneo, Fratelli d’Italia, Liberi e Uguali e Noi con l’Italia hanno chiesto che il governo riferisca immediatamente in Parlamento.

E in Italia gli ambiti politici ed economici che spingono affinché l’Italia “mostri i muscoli” con la propria Marina Militare nel Mediterraneo (ma anche nel Mar Rosso e nel Golfo Persico) stanno crescendo. Anche questo è un segno dei brutti tempi in cui ci è toccato di vivere.

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14/03/2015

L’Islanda non entrerà nell’Unione Europea

Brutto colpo per Bruxelles, d’immagine e non solo, che vede calare inesorabilmente il proprio potere d’attrazione. Giovedì scorso il ministro degli Esteri di Reykjavik ha infatti ufficializzato con una lettera indirizzata alla Commissione Europea e alla Lettonia, presidente di turno dell’Ue, la decisione dell’Islanda di non entrare a far parte dell’Unione. Nella fattispecie, l’esponente del governo nordico Gunnar Bragi Sveinsson ha reso noto che l’Islanda ha deciso di ritirare la sua candidatura per l’adesione all’Ue. “Gli interessi dell’Islanda sono serviti meglio fuori dall’Unione europea” ha detto il Ministro degli Esteri di Reykjavik.

L’intenzione di rinunciare all’adesione era già stata annunciata, a gennaio, nel corso di un’intervista del Primo Ministro del governo di centrodestra, Sigmundur Gunnlaugsson, che prometteva il ritiro formale della domanda di adesione all’inizio di quest’anno, avendo già bloccato i negoziati subito dopo la sua elezione.

L’Islanda aveva chiesto di entrare a far parte dell’Ue nel 2010, quando a governare erano i socialdemocratici, suscitando le proteste di un settore consistente dell’opinione pubblica. Il processo di avvicinamento all’Ue era stato avviato nel 2009, dopo la tremenda crisi finanziaria del 2008 che aveva visto il fallimento delle tre principali banche del paese e il dimezzamento del valore della Corona. All’epoca all’Islanda era stata concessa una corsia preferenziale rispetto ad altri paesi in fila in quanto membro dell’Area Economica Europea. Ma le elezioni del 27 aprile del 2013 videro l’affermazione del Partito Progressista, sostenuto da pescatori e agricoltori, in coalizione con il Partito Indipendentista. I due partiti di centrodestra hanno vinto ponendo al centro della propria campagna elettorale una forte critica nei confronti delle condizioni poste da Bruxelles all’Islanda per l’ingresso nell’Unione e dopo anni di tira e molla è apparso evidente che l’ingresso nel polo europeo avrebbe imposto agli islandesi duri sacrifici in campi come l’agricoltura e la pesca che sono il settore economico fondamentale per il paese.

Se generalmente i partiti di centrosinistra sono 'euroentusiasti' - i socialdemocratici ma anche gran parte della Sinistra-Movimento Verde - esistono nello schieramento progressista alcune forze che si sono opposte fin dall'inizio all'ingresso del paese nell'Ue, avvertendo che lo stato sociale e i diritti dei lavoratori avrebbero rischiato un consistente taglio.

L’isola abitata da neanche 350 mila persone continuerà comunque a rimanere all’interno dell’Area Schengen e dell'Area economica europea (oltre che all’interno della Nato) garantendo così la libera circolazione di persone e merci da e con l’Unione Europea. Ma si registrano in queste ore le proteste dei partiti di centrosinistra che rivendicano le scelte del precedente governo e comunque propongono che a prendere la decisione definitiva siano i cittadini attraverso la convocazione di un referendum popolare.

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11/08/2013

Rigassificatore di Rovigo: da quando è entrato in funzione il pesce è "scomparso"

Dopo la "scoperta" che con il rigassificatore offshore la bolletta del gas sarà più cara, che le assunzioni riguarderanno soprattutto lavoratori provenienti da fuori Livorno e che se l'impianto resterà inattivo i profitti della OLT verranno garantiti con soldi pubblici, ecco un altro esempio di come il mostro marino offshore stimolerà l'economia del nostro territorio. L'articolo, tratto da La Nuova Ferrara, parla della "sparizione" del pesce nella zona circostante il rigassificatore di Porto Viro (nella foto a fianco) a partire dall'entrata in funzione dell'impianto. Pura coincidenza naturalmente. (red.).


«Da due anni i pesci sono scomparsi»
di Samuele Govoni

PORTO GARIBALDI. Da due anni per i pescatori di Porto Garibaldi qualcosa è cambiato. Il pesce è calato in maniera impressionante anzi, seguendo le parole dei pescatori: non ce n’è più. Ariberto Felletti svolge la professione da 23 anni e da giugno scorso è anche presidente della Cooperativa della piccola grande pesca e parla a nome di tutti i 130 soci quando dice che il peggioramento dell’attività coincide proprio con l’entrata in funzione del rigassificatore di Porto Viro in provincia di Rovigo. «Abbiamo cercato di fare luce su questa problematica ma nessuno ci ha presi sul serio - afferma Felletti - Eravamo in contatto con l’Unimar di Roma (Consorzio che associa i centri di ricerca del settore della pesca ed acquacoltura, ndr) ma anche da loro non abbiamo ricevuto riscontri concreti». Nel 2010 è stato installato e messo in funzione nelle acque dell’alto Adriatico, precisamente al largo di Porto Tolle, dalla società Adriatic Lng un rigassificatore “a ciclo aperto” che provvede alla rigassificazione del gas metano liquefatto utilizzando il sistema del recupero di calore dell’acqua di mare per sottrazione. In altre parole, preleva l’acqua del mare alla temperatura ambiente la restituisce clorata a temperature inferirori. Ed è proprio questo sistema che, secondo la Cooperativa della piccola grande pesca (fondata nel 1963), sta alterando il già precario equilibrio delle acque, facendo allontanare i pesci. «Nel Veneto a seguito dell’entrata in funzione di questa apparecchiatura - prosegue il presidente - è stato dato un incentivo ma noi non abbiamo ricevuto nulla e in più non riusciamo nemmeno a pescare». Traspare netta e delineata dalla voce di Felletti la preoccupazione per un mercato sempre più difficile e «mai così compromesso».

Il rigassificatore dista una trentina di chilometri da Porto Garibaldi e il suo ampio raggio di azione, di cui il nome “a ciclo aperto” potrebbe già essere un valido indicatore, sembrerebbe allontanare tutti i pesci dalle acque comacchiesi. «Non abbiamo la certezza che sia questa la motivazione ma abbiamo buone ragioni per crederlo. Sono tanti i punti che coincidono. Vorremmo che ci venisse riconosciuta un po’ di attenzione, che ascoltassero e prendessero atto delle nostre difficoltà perché così - chiude - non è più possibile andare avanti».

Ad aumentare il disagio il tempo inclemente delle ultime settimane che ha impedito l’uscita in mare, costringendo i pescatori ad un riposo malvoluto e forzato.

Fonte: http://lanuovaferrara.gelocal.it/cronaca/2013/04/03/news/da-due-anni-i-pesci-sono-scomparsi-1.6811750

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08/04/2013

Oceani, “oltre 400 zone morte, riserve di pesce al limite, barriere coralline in pezzi”

Stime della Fao, della Banca mondiale e della National Geographic Society fotografano uan grande malattia. Da alcune settimane al centro delle discussioni di scienziati, ex Capi di Stato ed ex ministri, economisti, giuristi e organizzazioni non governative, riunite in un nuovo organismo indipendente, la Global Ocean Commission.


L’80 per cento delle riserve di pesce sfruttate fino a raggiungere o superare il loro livello massimo di sostenibilità, con il rischio estinzione per molte specie. Più di 400 zone morte, che coprono una superficie pari a 250mila chilometri quadrati, dove la maggior parte degli organismi marini non riesce più a sopravvivere. Il 35 per cento delle foreste di mangrovie e il 20 per cento delle barriere coralline distrutte a causa dell’urbanizzazione delle coste. Sono le cifre che raccontano di un malato grave: l’oceano. Stime della Fao, della Banca mondiale e della National Geographic Society (schematizzate in questo grafico), da alcune settimane al centro delle discussioni di scienziati, ex Capi di Stato ed ex ministri, economisti, giuristi e organizzazioni non governative, riunite in un nuovo organismo indipendente, la Global Ocean Commission. Un gruppo di studio che nei prossimi mesi dovrà formulare delle proposte, da sottoporre nel 2014 all’attenzione dell’Assemblea generale dell’Onu, per invertire lo stato di degrado in cui versano gli oceani e fermare la corsa allo sfruttamento indiscriminato delle loro risorse naturali.

Insediatasi lo scorso 12 febbraio sotto la guida di José María Figueres, ex presidente del Costa Rica, Trevor Manuel, dello staff della Presidenza del Sudafrica e David Miliband, ex ministro degli Esteri britannico, la commissione si è data appuntamento in questi giorni a Cape Town, in Sudafrica, per il suo meeting inaugurale. “In questo primo incontro di lavoro abbiamo ascoltato il parere di molti esperti e discusso dei principali problemi degli oceani – afferma Trevor Manuel, a fare gli onori di casa -. Nessuno di noi è stupido abbastanza da pensare che sarà semplice delineare un futuro per la salute e la salvaguardia dei nostri oceani. Ma al punto in cui ci troviamo non è azzardato affermare che la situazione può solo migliorare”. Gli fa eco David Miliband: “La commissione produrrà solo proposte capaci di tradursi in azioni concrete. Ho fatto parte di numerose commissioni e ho, pertanto, imparato a mie spese – precisa l’ex responsabile della politica estera inglese – che quando i gruppi di studio producono troppe raccomandazioni vuol dire che hanno fallito nel compito per cui erano stati creati”.

Molte sono le questioni aperte, a partire dall’inquinamento degli ecosistemi marini. Come dimostra la cosiddetta “Isola dei rifiuti”, una discarica nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, formatasi negli anni grazie alle correnti, la cui estensione non è nota con precisione – si stima che le sue dimensioni oscillino tra quelle della penisola Iberica e l’intera superficie degli Stati Uniti -. Eppure solo il due per cento della superficie degli oceani costituisce un area marina protetta, contro il dodici per cento delle corrispondenti regioni terrestri.

Non si tratta solo di rivendicazioni ambientaliste. La salvaguardia degli oceani e della loro biodiversità ha profonde ricadute economiche e sociali. “Noi tutti dipendiamo dagli oceani – sottolinea José María Figueres -. Che ci danno ciboossigeno e catturano l’anidride carbonica responsabile del surriscaldamento del pianeta”. Basta scorrere alcuni dati della Fao o della Banca Mondiale. Gli oceani, che coprono il 71 per cento della superficie della Terra, hanno, infatti, un ruolo fondamentale nella regolazione globale del clima. Assorbono calore, catturano un quarto dell’anidride carbonica emessa dalle attività dell’uomo – una quantità cinque volte superiore a quella delle foreste tropicali – e liberano quasi la metà dell’ossigeno che respiriamo. Per un miliardo di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo, inoltre, la pesca rappresenta la fonte primaria di proteine. Il ricavato del commercio di pesce per i paesi in via di sviluppo è pari a circa 25 miliardi di dollari l’anno, due volte quello del caffè. Solo dalla pesca e commercializzazione del tonno derivano, ad esempio, dieci miliardi d’introiti e nove dall’ecoturismo subacqueo. Sono 85 le nazioni coinvolte nel commercio internazionale di pesce, stimato complessivamente in 102 miliardi di dollari l’anno e 350 milioni i posti di lavoro legati alla salute degli oceani.

“Sfortunatamente, però, molte evidenze scientifiche dimostrano che la pressione dell’uomo sugli oceani è in continua crescita. Basti pensare alla pesca illegale o all’incremento delle emissioni di anidride carbonica che rende le acque più acide – denuncia José María Figueres -. La salute degli oceani rappresenta sia un imperativo etico che un’opportunità economica. Si tratta di una questione di cui è assolutamente necessario interessarci, se vogliamo che i nostri figli e i nostri nipoti ottengano da essi gli stessi benefici di cui ha goduto la nostra generazione”.

La commissione si occuperà delle acque internazionali, il 45 per cento circa della superficie del pianeta, che non rientrano nella giurisdizione dei Governi, ma sono soggette alla cosiddetta “Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare” nata trent’anni fa allo scopo di definire i diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani. Un trattato che, secondo gli esperti, però, a causa dello sviluppo tecnologico non sempre ha frenato lo sfruttamento delle risorse naturali. Ne è un esempio la corsa che si è aperta negli ultimi anni tra i Paesi che si affacciano sul Circolo polare artico, Usa e Russia su tutti, per il controllo e l’estrazione delle riserve energetiche rese accessibili dal progressivo scioglimento dei ghiacciai a causa dei mutamenti climatici. “Il trattato delle Nazioni Unite è stato un grande successo – spiega Miliband -, ma adesso abbiamo bisogno di una nuova governance, che guidi gli obiettivi indicati trent’anni fa adattandoli agli scenari attuali”.

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22/07/2012

Thalassa: uomini e mare. E un disastro ecologico di cui non si parla

“Ci sono pescatori che se li bendi e li porti in alto mare, dove non si vede la costa, ti sanno dire esattamente dove sono e quanto è profondo il mare in quel punto”. Bastano poche parole dello storico della marineria Augusto Aliffi per dare l’idea di quel mondo antico e affascinante in cui si muovono, o sarebbe meglio dire si muovevano, i pescatori di Siracusa. Un mondo che sta scomparendo e che, in parte, rivive in Thalassa. Uomini e mare, documentario prodotto da MySiracusae, opera prima di Gianluca Agati, promettente documentarista siracusano. E il mensile on line lo ha intervistato.

Il documentario dura 26 minuti, non è molto lungo ma è piuttosto denso. Hai messo molta carne al fuoco. Si parte dalla scomparsa di un mestiere e di un mondo più in generale per poi, indagandone le cause, arrivare a parlare di problemi che hanno un’altra dimensione, come la scomparsa del tonno rosso e le devastazioni ambientali inferte al Mediterraneo.
Si è vero, in Thalassa ho toccato almeno quattro temi ciascuno dei quali avrebbe meritato un intero documentario da solo. Qui non si parla solo di marineria siracusana, ma anche di alimentazione, della necessità di promuovere il consumo di certe specie piuttosto che di altre, di economia e di ambiente.

E allora procediamo con ordine. In Thalassa come prima cosa racconti la scomparsa di mestieri, quelli legati alla pesca, e la scomparsa di un mondo.
Certi mestieri hanno cominciato a scomparire molti anni fa, negli anni Quaranta, più o meno, con l’arrivo dell’industria chimica, quando, molto prima dei russi di adesso, arrivarono i Moratti, che fecero i primi investimenti ad Augusta, per la grande gioia dei primi governi democristiani locali ma anche della popolazione. Questo ha avuto un profondo impatto sociale, perché in molti preferirono alla fatica nel cantiere navale o a una vita da pescatore, senza la certezza di un guadagno, la sicurezza di una vita da impiegato, con tredicesima, servizio mensa, e tutto ciò che comportava, come maggiori possibilità di accendere un mutuo, comprare casa. Sia chiaro, la mia non è una critica. Ma questo, a lungo andare, dopo quaranta, cinquant’anni, oltre ai danni ambientali che ha procurato, ha trasformato il tessuto della città. Adesso si parla di Erg, di rigassificatori, di raffinazione di benzina, non si parla più di pesca tradizionale. La città non ha più la stessa anima.

Rimanendo alla questione sociale, prima di affrontare quella ambientale, quali sono i danni prodotti da questa trasformazione? Cosa si è perso con questi pescatori, che nel documentario emergono come personaggi meravigliosi?
Sono gli ultimi, considera che tra le nuove generazioni di pescatori non ci sono più italiani. Se fai un giro, scoprirai che sono tutti nordafricani. Tra Siracusa e Bengasi ci sono sempre stati traffici. Un sacco di siracusani hanno lavorato giù con la pesca, e ora c’è un sacco di gente che ha effettuato il percorso inverso. Però adesso non trovi più il ragazzetto ma nemmeno il trentenne italiano, siciliano che pesca. A Siracusa non ne trovi, a sud verso Marzameli c’è ancora qualcosa. La maggior parte sono stranieri. I vecchi sono gli ultimi e sono loro che parlano nel documentario. Quindi direi che si è perso un patrimonio culturale. Però, ripeto, capisco perfettamente le ragioni per le quali sono stati abbandonati certi mestieri, perché, oltre che molto faticosi, da un punto di vista economico non offrivano nemmeno troppe sicurezze. Quello che pesca con le nasse nel video dice che se la battuta di pesca andava male, magari per il maltempo, loro a casa dovevano stringere la cinghia, perché si tornava con poca roba.

Guardando il documentario però viene il sospetto che non tutto sia imputabile all’industria.
No, infatti, c’è da fare un discorso più ampio, ed è poi questa la ragione che mi ha spinto a farmi dare da Greenpeace l’autorizzazione ad usare alcuni suoi video. Se tu abiti in un paesino che vive della tonnara ma a un certo punto di tonni non ne vedi più, perché c’è qualcun altro che ha molti più soldi, barche gigantesche, elicotteri, che si apposta a Gibilterra, nel punto in cui passano i tonni, e li prende tutti, il paesino muore, è costretto a reimpostare la sua economia.

In concreto cosa è successo?
Le cose sono cambiate quando il Giappone ha fatto degli investimenti mostruosi con l’avallo di tutti i Paesi del Mediterraneo, i cui pescatori pescano per i giapponesi. Gli stessi siciliani che vanno a pescare il tonno di frodo, o non rispettando le quote stabilite dall’Iccat (International Commission for the Conservation of Atlantic Tuna, ndr), subito dopo lo rivendono ai giapponesi. In questo modo le tonnare fisse non hanno più motivo di esistere. E così un altro pezzo di storia scompare. Con le battute di pesca tradizionali, se il banco di tonni conta – supponiamo – cinquecento esemplari, ne puoi prendere duecento, trecento, quattrocento se sei davvero fortunato, ma comunque cento non li prendi. Con la tecnologia messa in campo dai giapponesi invece non c’è possibilità di errore: hanno radar, usano elicotteri per l’avvistamento dall’alto del banco, che viene così accerchiato e preso in blocco. Non si salva mai nessun esemplare. In questo modo prima o poi i tonni finiranno.

Da quanto tempo sono presenti i giapponesi nel Mediterraneo?
Da quel che mi risulta, dai primi anni anni Novanta. Il pesce viene pescato nel modo che ho descritto prima e poi può essere lavorato subito sulle navi fattoria: allora viene ucciso, dissanguato, trasformato, inscatolato e spedito subito. Quando però la pezzatura è sottodimensionata, il pesce viene trasferito in uno degli allevamenti. Nell’Adriatico ce ne sono una quantità incredibile. La più alta concentrazione ce l’ha Malta. Mi dispiace non aver potuto inserire nel documentario, perché troppo sgranate, le immagini girate sott’acqua che mostrano cosa rimane sul fondale dopo che concentri diecimila tonni all’interno di un cerchio e dai loro da mangiare tonnellate di pezzame, mangime, acciughe, medicine e porcherie varie. I danni ambientali, gravi, si vedono chiaramente: su
quei fondali sembra che siano passati gli alieni.

Eppure il tema non è molto noto né dibattuto.
Purtroppo in materia non ci sono politiche efficaci a livello comunitario, anche perché tutti i Paesi del Mediterraneo hanno da guadagnarci. Inoltre qui non parliamo di imprese di piccole dimensioni. I giapponesi sono presenti con veri e propri colossi. Il più grande si chiama Mitsubishi ed è proprio quello che costruisce le macchine e che avendo la possibilità di contare su impianti di stoccaggio, ha creato delle riserve di tonno, cosa che le permette di controllare il prezzo mondiale del prodotto. Più il tonno comincia a scarseggiare nei mari, più Mitsubishi acquista potere e riesce a condizionare il prezzo.

Prima dei titoli di coda, compaiono le cifre, sconcertanti, che raccontano il disastro in corso. Tra il 1957 e il 2007 la presenza del tonno nel Mediterraneo è diminuita del 74,2 per cento. Continuando così, nel 2015 nove tonni su dieci saranno scomparsi.
Si, e considera che sono dati vecchi di due anni.

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Un mondo a puttane, quando verrà il momento di rimettere insieme la baracca probabilmente non ci sarà più un cazzo da poter tirare nuovamente in piedi e nemmeno nessuno in grado di farlo vista la gente di merda che popola sto pianeta.
Mi auguro che per qualcuno venga almeno la soddisfazione di prendere i petrolieri a calci nei coglioni e rimandare i giapponesi a mangiare il loro pesce radioattivo del cazzo (Fukushima insegna).