Oltre ad “aggredire la democratica Ucraina”; oltre a mandare in crisi governi guidati dalle “migliori” competenze (anti-operaie e atlantiste) qua e là per un’Europa a marchio UE; oltre a spedire uomini in Cirenaica per “spingere in Italia i barconi coi migranti”; oltre ad “affamare” e mettere al freddo (o al caldo, dipende dalle stagioni politiche) la “libera” Europa, la Russia si dedicherebbe anche ad altro.
Non parliamo dei circa 750.000 rubli (al cambio attuale, appena 12.000 euro; ma chissà che l’idea non venga ripresa da catto-reazionari “europeisti”, anche nostrani) spesi dall’Istituto di filosofia dell’Accademia delle scienze nella ricerca se «L’esistenza dell’inferno costituisca una malvagità».
No; parliamo di qualcosa che sta, sì, sottoterra, e anche molto in profondità, ma che può rappresentare, a seconda dei casi, sia un male che un bene. Proprio come recitava il bandito-contrabbandiere di un film cult tardo-sovietico: «Il pugnale è buono, per chi ce l’ha; ma è cattivo per chi se ne trovi sprovvisto al momento del bisogno».
Ora, per non farla troppo lunga, è di pochissimi giorni fa l’annuncio di Rosneft dell’avvio, nella penisola di Tajmyr (la più estesa e più settentrionale tra le penisole della Russia, racchiusa tra la baia del Enisej, nel mare di Kara, e la baia del Khatanga, nel mare di Laptev) dello sfruttamento dei giacimenti lungo il corso del Pajakha, nel quadro del progetto “Vostok Ojl”, in cui sono impegnate qualcosa come 400.000 persone.
Si tratta, secondo gli osservatori della conservatrice Tsargrad.tv, di un’opera che potrebbe capovolgere le linee energetiche mondiali. Con una capacità di sollevamento che supera le 400 tonnellate e una profondità di perforazione di 6 km, parte dell’infrastruttura è già stata costruita ed è in allestimento il terminale petrolifero “Bukhta Sever”, prossimo all’agglomerato urbano di Dikson.
La lunghezza totale degli ormeggi per il carico di merci e petrolio si avvicina al chilometro e mezzo, con, in una prima fase, 27 serbatoi da 30.000 mc ciascuno, che diventeranno 102 entro il 2030.
Sono inoltre in allestimento speciali petroliere artiche, che seguiranno la rotta del mare del Nord, con maggiore flessibilità logistica, «mettendo il progetto al sicuro da qualsiasi diktat di prezzo e normativo dei consumatori», dichiara l’economista Leonid Krutakov.
Con le riserve di carbone che vanno prosciugandosi; con l’alt a nuove gigantesche centrali idroelettriche; con le centrali nucleari – nota Tsargrad.tv – che «hanno i loro limiti legati alla sicurezza del funzionamento... gas e petrolio rappresentano oggi il nucleo dell’energia mondiale e lo rimarranno ancora a lungo».
Già da tempo Rosneft si occupa dell’estrazione di gas e petrolio nella penisola di Tajmyr; ora che l’era del petrolio della Siberia occidentale sta volgendo al termine, osserva l’economista Valerij Andrianov, l’avvio di “Vostok Ojl” dà il via a un «nuovo distretto di petrolio e gas. Nonostante lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile, la domanda di petrolio continuerà a crescere per molti anni a venire.
Nel contesto dei ridotti investimenti nello sviluppo del settore petrolifero e del gas, che abbiamo visto negli ultimi anni, “Vostok Ojl” è l’unico progetto al mondo in grado di avere un effetto stabilizzante sui mercati degli idrocarburi», con una base di risorse di 6,2 miliardi di tonnellate di petrolio.
Tra l’altro, ricorda il direttore dell’Unione degli industriali gas-petroliferi, Rustam Tankaev, le «tre più grandi regioni di petrolio e gas sul territorio russo vantano riserve che costituiscono il 70% di tutte le risorse del pianeta. Le maggiori riserve, circa la metà del volume globale, sono concentrate sulla piattaforma e sulla costa del mar di Kara, e “Vostok Ojl” rappresenta circa il 15% di queste risorse».
Significativo, dice ancora Leonid Krutakov, che i «fattori economici esteri dovuti alla politica aggressiva dei paesi occidentali nei confronti della Russia, non abbiano influito in alcun modo sul progetto».
Questo perché, quando ad esempio Joe Biden chiede ai petrolieri americani di aumentare la produzione, quelli rispondono che è impossibile, a causa delle scelte dell’Amministrazione USA: «l’industria gas-petrolifera non funziona “a comando”», afferma Krutakov; «servono investimenti, tempo per avviare nuovi progetti e ampliare quelli esistenti. Questa volta l’Occidente ha, nel senso letterale, “sputato nel pozzo”».
Così che, da qui al 2030, la Russia non rivestirà più lo status di “superpotenza energetica”: semplicemente, sarà l’unica potenza energetica.
Sarcasticamente, di nuovo Tsargrad.tv osserva che “Vostok Ojl” è il progetto «più importante non solo per la Russia, ma per il mondo intero (tranne, ovviamente, quei paesi che cercheranno di sopravvivere senza idrocarburi russi). La base di risorse del progetto supera i sei miliardi di tonnellate di petrolio a basso contenuto di zolfo Premium, quasi una tonnellata per ogni abitante dei paesi che non hanno aderito alle sanzioni».
E, però, in conseguenza dell’embargo deciso dalla UE il 31 maggio sull’export di petrolio russo via mare (l’embargo non riguarda le forniture via oleodotto per quei paesi, come ad esempio l’Ungheria, che non hanno sbocchi sul mare), da metà luglio, l’export di petrolio russo per nave si è ridotto di 480.000 barili al giorno, scrive il canale telegram Gaz-batjuška.
Tra l’11 e il 15 luglio tre petroliere in meno sono salpate dal terminale di Primorsk e due in meno da Ust’-Luga (da qui, con 5-6 petroliere al mese, transita anche parte del petrolio del Kazakhstan), sul Baltico, rispetto alla settimana precedente.
Diminuiti i carichi anche dal Baltico verso l’Asia e dai terminali di Novorossijsk, sul mar Nero. Sceso a 840.000 barili al giorno il carico dai tre terminal petroliferi orientali di Kozmyno, De-Kastri e Prigorodnoe. Di contro, i volumi di carico nei terminali baltici con destinazioni nel nord Europa sono saliti al livello più alto dal marzo scorso.
Per la UE, scrive IARex.ru, sarà presto all’ordine del giorno la questione delle raffinerie di proprietà russa, che ora possono ricevere petrolio solo dalle società madri, comprese Rosneft e Lukojl. Con l’embargo sulle forniture via mare, è serio il rischio che quelle debbano fermare il lavoro, aggravando ulteriormente la crisi dei combustibili nella UE; e lasciando a casa migliaia di lavoratori, aggiungiamo noi.
In questa cornice si inquadra anche la questione del trasporto del petrolio kazakho, attraverso il KTK (Consorzio dell’oleodotto del Caspio) da cui passa circa l’80% del petrolio dai campi di Tengis al terminale russo di Novorossijsk-2.
Dopo gli avvenimenti del gennaio scorso, con gli estesi scioperi dei lavoratori gas-petroliferi, in Kazakhstan si amplificano le voci sulla ricerca di vie alternative (passando pur sempre dal territorio russo) per la principale merce d’esportazione kazakha. Nel 2021, per il KTK sono transitate 53 milioni di tonnellate di petrolio, con il 70% del greggio kazakho destinato all’Europa.
Una alternativa al KTK potrebbe essere rappresentata dall’oleodotto “Družba”. Se dal 1 gennaio la UE ridurrà a zero le forniture di petrolio russo, si arriverebbe alla chiusura del ramo settentrionale dell’oleodotto.
Dal momento però che l’embargo non si applica al petrolio kazakho, stando a Deutsche Welle, Rosneft sta proponendo alla Germania di organizzare il pompaggio di petrolio kazakho attraverso il “Družba” fino alla raffineria PCK Schwedt, di cui è il maggior azionista, insieme a Shell e ENI. Per ora, però, Berlino tace.
Incertezze anche per il ramo sud del “Družba”, che rifornisce Ungheria Re. Ceca e Slovacchia; mentre il tragitto del petrolio kazakho fino ai terminali baltici di Primorsk e Ust’-Luga aumenta i costi di trasporto dai 38 $/tonnellata del KTK, ai 63-68 $. Poco significative le varianti verso Baku (Azerbajdžan)-Tbilisi (Georgia)-Ceyhan (Turchia), oppure verso Makhačkala (Daghestan)-Novorossijsk.
Teoricamente, un’alternativa potrebbe essere rappresentata dall’invio di greggio alle raffinerie nel nord iraniano attraverso il porto di Neka, sul Caspio; giungere quindi fino al Golfo Persico, per essere quindi diretto ai mercati asiatici più promettenti, principalmente India e Cina, ma anche Corea del Sud, Taiwan, Giappone, oltre a Grecia, Turchia e Italia a ovest. Una variante, questa, cui potrebbe essere interessata la stessa Russia, dopo aver sviluppato i propri corridoi nord-sud, verso Makhačkala e Astrakhan, sul Caspio.
Altra alternativa è quella dell’oleodotto Kazakhstan-China, controllato alla pari da KazMunayGaz JSC e CNODC (China National Oil and Gas Exploration and Development Corporation), lungo i rami Kenkijak-Kumkol (10 milioni di tonnellate/anno con prospettiva fino a 20 milioni) e Atasu-Alašankou (20 milioni di tonn/anno).
Da notare che nel 2021, dei 10,9 milioni pompati attraverso il Atasu-Alašankou, quasi 10 milioni provenivano da Rosneft e circa 1 milione erano davvero petrolio kazakho e lo scorso febbraio Putin e Xi hanno prorogato tale accordo per altri 10 anni.
Allora, come la mettiamo con le sanzioni? Vediamo se l’“impero del male” finirà all’inferno o ci finiranno le “democrazie in lotta con la dittatura” dei paesi nemici?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2022
23/10/2014
Usa-Russia-Ucraina, rivoluzione, energia e conti molto salati
Anche gli Stati Uniti pagano pegno. Le nuove sanzioni occidentali contro Mosca impongono alla società americana ExxonMobil di interrompere la partnership con la russa Rosneft nel Mar Artico. E per Kiev solo il saldo di pagamenti arretrati può sbloccare la situazione. Prossimo caldo gelido inverno.
Proprio adesso che la partnership con la società russa Rosneft cominciava a dare i suoi frutti. Brutto colpo per ExxonMobil, costretta ad abbandonare i ricchi fondali del Mar Artico. Beffa per gli Stati Uniti è che lo strappo è avvenuto a sole 48 ore dalla scoperta da parte di Rosneft di un immenso giacimento petrolifero nel Mare di Kara, nella porzione russa dell’Artico. Secondo le prime stime potrebbe trattarsi di una vera e propria ‘miniera di idrocarburi’, una enormità capace di ospitare fino a 100 milioni di tonnellate di greggio e circa 338 miliardi di metri cubi di gas. Da record planetario.*
Numeri che fanno schizzare il patrimonio di quest’area ai livelli di quello posseduto dall’Arabia Saudita e ridisegnare gli equilibri energetici del pianeta. Ma la ExxonMobil Usa non potrà essere della partita. La compagnia di Stato russa e il suo numero uno Igor Sechin sono nella black list dei soggetti sanzionati dall’Occidente. Qualche problema anche per la Rosneft. Le ultime sanzioni le impediscono di ricevere da USA e UE tecnologie di ricerca e perforazione. Caccia a nuovi partner. Con un tesoro così grande come quello scovato nel Mar Artico, non sarà difficile ricevere proposte.
Sul fronte diretto con l’Ucraina - quello energetico - i negoziati di Berlino condotti dall’Ue scoprono l’ovvio. Solo il saldo di pagamenti arretrati da parte di Kiev garantirà le forniture dalla Russia. L’Ue ci prova e propone il pagamento di 3,1 miliardi dollari entro la fine dell’anno contro 5 miliardi di metri cubi di gas a Kiev per permetterle di superare i mesi invernali. Ma Kiev s’inalbera. Questione sottoposta a un tribunale arbitrale di Stoccolma ma il verdetto è atteso per l’anno prossimo. Il duro primo ministro ucraino Yatsenyuk assicura che Kiev non ritirerà la sua denuncia. Adesso, autunno.
Caldo gelido inverno per i nazionalisti più accesi attorno a cui si stanno gradatamente spegnendo molto simpatie anche in casa occidentale. Già prima dell’inizio dei negoziati di Berlino, il ministro russo Novak aveva spiegato che i Paesi dell’Unione non potranno vendere gas russo all’Ucraina “a flusso invertito”. Pena il blocco dei loro stessi rifornimenti. Va ricordato che i Paesi Ue importano un terzo del loro gas dalla Russia e la metà di questo flusso passa per l’Ucraina.
Sola notizia positiva, regge la tregue militare pur nell’orrore dei 3.200 morti accertati in Ucraina orientale.
Fonte
* Come ho già avuto modo di riportare, non è la prima volta che si parla di enormità, negli ultimi 15 anni, all'indomani della scoperta di un nuovo giacimento, poi chissà come mai gli entusiasmi calano, i numeri da ingegner cane finiscono nel dimenticatoio e si torna con ansia a fare stime ed elaborare modelli matematici che spostino un po' più avanti l'orizzonte temporale - ormai sempre più prossimo - del collasso anche materiale di un modello di sviluppo che in 150 anni ha prodotto e scoperto di tutto ad eccezione di una fonte energetica alternativa a buon mercato capace di perpetrarlo.
03/09/2014
USA preme su Parigi: “non vendete navi da guerra a Mosca”
La Francia dice no alla consegna della prima nave da guerra Mistral alla Russia. "Non ci sono le condizioni", annuncia la presidenza francese.
Dopo settimane di tira e molla il governo francese sembra così dare ragione a Washington. Da tempo gli Stati Uniti hanno esercitato forti pressioni sulla Francia affinché sospendesse la vendita di navi da guerra di classe Mistral alla Russia nei confronti della quale la Nato e l’Ue hanno varato pesanti sanzioni economiche, politiche e militari che nei prossimi giorni potrebbero essere ulteriormente ampliate.
"Questa vendita non è la benvenuta, tenuto conto di quello che sta accadendo in quella parte del mondo" aveva dichiarato ieri l'ambasciatore di Washington presso l'Ue, Anthony Gardner, parlando di fronte al Parlamento europeo. Il diplomatico ha tuttavia ammesso che l'annullamento della vendita comporterebbe per Parigi "un risarcimento importante" da pagare a Mosca.
Le Mistral sono modernissime portaelicotteri leggere di costruzione francese. Parigi ha firmato nel 2011 un contratto da ben 1,2 miliardi di euro per la fornitura di due navi e la costruzione futura di altre due.
Nei giorni scorsi invece il gigante petrolifero statale russo Rosneft ha annunciato l'avvio dei lavori d'esplorazione con il suo partner statunitense ExxonMobil nel mare di Laptev, a nord della Siberia, a dispetto delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro Mosca. Nonostante Rosneft sia stata aggiunta già a luglio alla lista delle società sottoposte a sanzioni da parte Usa - la compagnia è guidata da Igor Sechin, un uomo dell’entourage del presidente Vladimir Putin - i due gruppi hanno cominciato i loro lavori d'esplorazione su due blocchi petroliferi che coprono qualcosa come 200mila km quadrati. I lavori, ha spiegato Rosneft in un comunicato, dovrebbero terminare a ottobre. Ad agosto la compagnia aveva già avviato un altro progetto con ExxonMobil nel mar di Kara, sempre a nord della Siberia.
Fonte
25/05/2014
Sanzioni alla Russia? Rosneft si compra Pirelli
Quanto vale la "determinazione italiana" strombazzata da Renzi e i media maninstream nell'"imporre sanzioni alla Russia" in appoggio ai nazisti ucraini?
Un po' meno di niente, com'era ovvio fin dall'inizio. I rapporti di forza sono quelli che sono, il fabbisogno energetico nazionale ed europeo molto alto, quindi non è possibile fare davvero "i coatti" con i russi. Al massimo lo si può dire sui circuiti mediatici nazionali, che sono notoriamente di bocca più che buona. Ma i fatti concreti sono un altro affare...
Anzi, gli affari sono un'altra cosa, molto concreta. E dunque mentre la canea monta per sostenere il cioccolataro ucraino che dovrebbe vincere facile elezioni al di fuori di ogni criterio anche minimo di credibilità, ai piani alti delle aziende multinazionali con storia e sede in Italia - sempre meno, come sappiamo - si procede in direzione esattamente opposta. Complice anche la solita tendenza degli "imprenditori" di questo paese: vendere, fare cassa e poi reinvestire in finanza pura.
La russa Rosneft entra nel capitale di Pirelli per un investimento totale di 552,7 milioni di euro. Dopo le prime intese a metà marzo è arrivata l'attesa firma ufficiale che segna una svolta storica nel gruppo della Bicocca. Nel dettaglio, Rosneft - tramite un intreccio complesso di soggetti investitori in cui spicca il fondo istituzionale russo Neftgarant - avrà il 50% di Camfin, che a sua volta possiede il 26,19% di Pirelli (controllata da una catena di S. Antonio o da una "matrioska" di partecipazioni).
Nel riassetto il colosso petrolifero della Russia andrà a rilevare tutte le quote di Clessidra e metà di quelle delle banche, Unicredit e Intesa, che restano così, seppur con peso dimezzato, accanto alla Nuove partecipazioni di Marco Tronchetti Provera e soci.
L'ipotesi iniziale era quella di un ingresso dei russi in Pirelli tramite la creazione di una nuova società veicolo, in cui avrebbero avuto il 50%. Il gruppo guidato da Igor Sechin acquisterà invece direttamente le quote del 24% di Camfin in mano a Clessidra (comprandone il veicolo Lauro54) e poco meno del 26% in capo a Intesa e Unicredit (tramite Lauro 61). Di fatto, diventa l'azionista di riferimento (se si calcola anche il flottante di borsa, com'è doveroso fare, i russi diventano padroni assoluti di Pirelli).
Per Rosneft, nel dettaglio, interviene la società Long-Term Investments Luxembourg, che fa capo a Long-Term Investments Llc, che fa capo a sua volta al fondo Rfr Long-Term Investments gestito da una 'Società di gestione' e in cui Neftgarant, definito «investitore istituzionale autonomo e indipendente» figura come unico investitore. La matrioska Pirelli verrà insomma sussunta da una matrioska autentica, almeno dal punto di vista linguistico...
Le intese prevedono che Camfin si concentri solo sulla gestione della partecipazione Pirelli. Verrà quindi fatta una scissione parziale non proporzionale in una nuova società veicolo con attività e passività diverse, innanzitutto la partecipazione in Prelios e altre quote minori. Nuove partecipazioni, Intesa e Unicredit conferiranno poi le loro quote in una newco. Per semplificare la struttura Lauro61, ed eventualmente anche Lauro54, verrà poi fusa con Camfin.
Come detto, alla fine del processo Camfin farà capo per il 50% ai russi e per metà alle Nuove partecipazioni di Tronchetti (38,78%), Intesa e Unicredit (5,61% ciascuna). Le varie fasi del riassetto prevedono che i soci italiani stringano patti di sindacato, mentre a valle del riassetto ci sarà un ulteriore patto anche con i russi. Il perfezionamento del riassetto è atteso il 30 giugno, per quella data si prevede che metà dei sei consiglieri Camfin sarà espressione dell'investitore russo.
L'aspetto strategico dell'ingresso di Rosneft in Pirelli è già stato sottolineato in giornata con due nuovi memorandum d'intesa siglati dai due gruppi per consolidare la cooperazione industriale e commerciale già avviata in passato. Un nuovo accordo di carattere commerciale prevede tra l'altro che siano aperti, attraverso il network di stazioni di rifornimento della compagnia russa, dei punti Pirelli dove vendere prodotti a marchio Pirelli: ne sono previsti almeno 60 fra il 2014 e il 2015 e in totale almeno 200 entro il 2019.
Sul fronte industriale, poi, è prevista una collaborazione nella produzione di gomma sintetica, inclusa la gomma stirene-butadiene, nella città russa di Nakhodka.
Le "facilitazioni" per la controparte russa non sono state - pudicamente - comunicate alla stampa.
Fonte
Siamo un paese industrialmente parlando sempre più allo sfascio, preda di ogni appetito internazionale.
Se gente come Fonzie se la ride a reti unificate è semplicemente perché non ha la minima idea della portata distruttiva - anche per i propri interessi di riferimento - di ciò che gli succede intorno e che "auspica".
Ancora un lustro in quesa direzione e ci ridurremo come l'Argentina di Menem.
Un po' meno di niente, com'era ovvio fin dall'inizio. I rapporti di forza sono quelli che sono, il fabbisogno energetico nazionale ed europeo molto alto, quindi non è possibile fare davvero "i coatti" con i russi. Al massimo lo si può dire sui circuiti mediatici nazionali, che sono notoriamente di bocca più che buona. Ma i fatti concreti sono un altro affare...
Anzi, gli affari sono un'altra cosa, molto concreta. E dunque mentre la canea monta per sostenere il cioccolataro ucraino che dovrebbe vincere facile elezioni al di fuori di ogni criterio anche minimo di credibilità, ai piani alti delle aziende multinazionali con storia e sede in Italia - sempre meno, come sappiamo - si procede in direzione esattamente opposta. Complice anche la solita tendenza degli "imprenditori" di questo paese: vendere, fare cassa e poi reinvestire in finanza pura.
La russa Rosneft entra nel capitale di Pirelli per un investimento totale di 552,7 milioni di euro. Dopo le prime intese a metà marzo è arrivata l'attesa firma ufficiale che segna una svolta storica nel gruppo della Bicocca. Nel dettaglio, Rosneft - tramite un intreccio complesso di soggetti investitori in cui spicca il fondo istituzionale russo Neftgarant - avrà il 50% di Camfin, che a sua volta possiede il 26,19% di Pirelli (controllata da una catena di S. Antonio o da una "matrioska" di partecipazioni).
Nel riassetto il colosso petrolifero della Russia andrà a rilevare tutte le quote di Clessidra e metà di quelle delle banche, Unicredit e Intesa, che restano così, seppur con peso dimezzato, accanto alla Nuove partecipazioni di Marco Tronchetti Provera e soci.
L'ipotesi iniziale era quella di un ingresso dei russi in Pirelli tramite la creazione di una nuova società veicolo, in cui avrebbero avuto il 50%. Il gruppo guidato da Igor Sechin acquisterà invece direttamente le quote del 24% di Camfin in mano a Clessidra (comprandone il veicolo Lauro54) e poco meno del 26% in capo a Intesa e Unicredit (tramite Lauro 61). Di fatto, diventa l'azionista di riferimento (se si calcola anche il flottante di borsa, com'è doveroso fare, i russi diventano padroni assoluti di Pirelli).
Per Rosneft, nel dettaglio, interviene la società Long-Term Investments Luxembourg, che fa capo a Long-Term Investments Llc, che fa capo a sua volta al fondo Rfr Long-Term Investments gestito da una 'Società di gestione' e in cui Neftgarant, definito «investitore istituzionale autonomo e indipendente» figura come unico investitore. La matrioska Pirelli verrà insomma sussunta da una matrioska autentica, almeno dal punto di vista linguistico...
Le intese prevedono che Camfin si concentri solo sulla gestione della partecipazione Pirelli. Verrà quindi fatta una scissione parziale non proporzionale in una nuova società veicolo con attività e passività diverse, innanzitutto la partecipazione in Prelios e altre quote minori. Nuove partecipazioni, Intesa e Unicredit conferiranno poi le loro quote in una newco. Per semplificare la struttura Lauro61, ed eventualmente anche Lauro54, verrà poi fusa con Camfin.
Come detto, alla fine del processo Camfin farà capo per il 50% ai russi e per metà alle Nuove partecipazioni di Tronchetti (38,78%), Intesa e Unicredit (5,61% ciascuna). Le varie fasi del riassetto prevedono che i soci italiani stringano patti di sindacato, mentre a valle del riassetto ci sarà un ulteriore patto anche con i russi. Il perfezionamento del riassetto è atteso il 30 giugno, per quella data si prevede che metà dei sei consiglieri Camfin sarà espressione dell'investitore russo.
L'aspetto strategico dell'ingresso di Rosneft in Pirelli è già stato sottolineato in giornata con due nuovi memorandum d'intesa siglati dai due gruppi per consolidare la cooperazione industriale e commerciale già avviata in passato. Un nuovo accordo di carattere commerciale prevede tra l'altro che siano aperti, attraverso il network di stazioni di rifornimento della compagnia russa, dei punti Pirelli dove vendere prodotti a marchio Pirelli: ne sono previsti almeno 60 fra il 2014 e il 2015 e in totale almeno 200 entro il 2019.
Sul fronte industriale, poi, è prevista una collaborazione nella produzione di gomma sintetica, inclusa la gomma stirene-butadiene, nella città russa di Nakhodka.
Le "facilitazioni" per la controparte russa non sono state - pudicamente - comunicate alla stampa.
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Siamo un paese industrialmente parlando sempre più allo sfascio, preda di ogni appetito internazionale.
Se gente come Fonzie se la ride a reti unificate è semplicemente perché non ha la minima idea della portata distruttiva - anche per i propri interessi di riferimento - di ciò che gli succede intorno e che "auspica".
Ancora un lustro in quesa direzione e ci ridurremo come l'Argentina di Menem.
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