Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/07/2023

Il grande capitale abbandona persino il greenwashing e torna al fossile

Non ci stancheremo mai di ripetere che il problema della crisi ecologica non può essere risolto all’interno del modo di produzione capitalistico. Di fondo rimane infatti la contraddizione tra la continua messa a valore della natura e la finitezza di un mondo sferico e quindi senza risorse infinite.

Non vogliamo convincere nessuno della bontà del Socialismo, ma torniamo spesso sull’argomento solo per mostrare che al Socialismo non esiste alcuna alternativa se vogliamo sopravvivere. Anzi, a rendercelo evidente è poi la semplice esposizione delle scelte su cui si instrada la ricerca del profitto.

Un paio di settimane fa Wael Sawan, da gennaio amministratore delegato della Shell, la più grande compagnia privata del fossile, ha affermato: “investiremo nei modelli che funzionano, quelli con i rendimenti più alti”.

Il sottinteso è che questi sono legati agli idrocarburi, che continuano a mantenersi redditizi e si prevede resteranno tali.

La società ha deciso di stabilizzare la produzione di petrolio fino al 2030, così come la British Petroleum ha rivisto i suoi piani di tagli sull’oro nero, col valore delle azioni aumentato del 17%. La Shell ha confermato l’impegno a raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, ma senza un piano chiaro e dettagliato per raggiungere questo traguardo.

Intanto, ha chiuso il bilancio 2022 con 40 miliardi di profitti e aumenterà il dividendo degli azionisti del 15%, tra l’altro meno di quel che si aspettavano. La Exxon, che non ha mai nemmeno preso in considerazione di privilegiare le rinnovabili agli idrocarburi, ha raggiunto invece 59 miliardi di profitti, i più alti mai registrati da una compagnia del settore.

Nel rapporto che accompagna il bilancio di quest’ultima compagnia leggiamo: “è altamente improbabile che la società accetti il peggioramento degli standard di vita che richiederebbe il raggiungimento delle emissioni nette zero nel 2050”.

Per Exxon la colpa è dello stile di vita, loro si adattano semplicemente al contesto... macinando miliardi senza dispiacere.

Questa è una narrazione tossica come le emissioni, poiché non è il consumo individuale a determinare il paradigma produttivo ed energetico. Vi sono senza dubbio sprechi, ma è la proprietà privata dei mezzi di produzione e il fatto che le scelte di investimento sono in capo ad essa a modellare le forme stesse del consumo (ad esempio, con la centralità data al trasporto privato).

La onlus Amici della Terra ha dichiarato che si continua a “mettere ancora una volta il profitto davanti a tutto da parte degli inquinatori, a danno della gente e della salute del pianeta”. E questo vale per la Shell, per la Exxon, ma anche per ENI.

È notizia di pochi giorni fa che la multinazionale di cui il ministero dell’Economia è il principale azionista ha acquisito Neptune Energy, per ampliare le esplorazioni e le estrazioni di gas. L’amministratore delegato Descalzi ha ribadito che questa è una “fonte energetica ponte cruciale per la transizione energetica”, ma intanto aumenta ancora l’attenzione al fossile.

Del resto, si prevede che la domanda di petrolio andrà rallentando, ma senza fermarsi mai: ad oggi se ne consumano 100 milioni di barili al giorno, ma l’OPEC prevede si arriverà ai 110 entro il 2045. E aumenterà contestualmente anche la domanda di gas naturale.

Ma ci sono parecchi dubbi sulla disponibilità di riserve di petrolio ancora non sfruttate...

Per questo colossi finanziari come Vanguard e BlackRock non hanno intenzione di rivedere i finanziamenti sugli idrocarburi. Come detto dai dirigenti di quest’ultima, il fondo è “obbligato ad agire sempre nel miglior interesse finanziario dei nostri clienti”, e dunque a discapito dell’intera collettività.

La logica del capitale sta tutta qui, e ci sta rubando il futuro. E ormai non viene nascosta più nemmeno dietro il greenwashing, alla ricerca di una legittimazione: la barbarie capitalista si mostra per quello che è.

Fonte

12/07/2017

Crisi del Golgo - Lo strano triangolo Usa-Qatar-Iran

Gli Stati Uniti entrano a gamba tesa nella crisi del Golfo: ieri il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson a Doha ha stretto con il Qatar un “un memorandum d’intesa in merito ai futuri sforzi che il Qatar può fare per rafforzare la lotta contro il terrorismo e il suo funzionamento”. Così il consigliere Hammond spiegava ieri il contenuto dell’accordo tra Washington e Doha, “passo avanti” nella risoluzione della guerra fredda in corso con i paesi del fronte sunnita, Arabia Saudita, Egitto, Bahrain e Emirati Arabi.

Da settimane il segretario di Stato getta acqua sul fuoco acceso da Trump dopo la visita di fine maggio in Arabia Saudita, ponendosi come mediatore della crisi: prima di raggiungere Doha ha fatto tappa in Kuwait, paese impegnato nel negoziato, e oggi volerà a Gedda per incontrare l’altro fronte, i rappresentanti saudita, egiziano, bahrenita e emiratino. 

L’accordo siglato ieri ha un peso politico importante, una chiara presa di posizione di un’amministrazione che ora, per bocca dello stesso Tillerson, definisce “ragionevole” la richiesta di fine dell’embargo mossa dal Qatar. In aperta opposizione alla posizione del fronte guidato dai sauditi che di nuovo ieri hanno accusato Doha di aver violato gli accordi stretti in sede di Consiglio di Cooperazione del Golfo in merito al sostegno al terrorismo e di finanziamento della Fratellanza Musulmana, arci-nemico saudita.

L’emirato isolato risponde minacciando di uscire dal Ccg, insistendo nel rifiutarsi di accettare le 13 richieste mosse da Riyadh, Manama, Il Cairo e Abu Dhabi (tra cui la chiusura di al Jazeera e la cacciata della rappresentanza diplomatica iraniana, oltre al pagamento di non meglio precisati risarcimenti danni).

La giravolta statunitense ha basi solide: all’iniziale plauso del presidente Trump che con una serie di tweet aveva appoggiato l’isolamento del Qatar da parte dell’alleato di ferro Riyadh, è seguita la solita e ovvia realpolitik Usa, ben rappresentata da Tillerson, ex presidente della Exxon e testa d’ariete della lobby energetica e petrolifera americana.

Se sottobanco a muoversi è proprio la Exxon – insieme a Total e Shell – che ha aderito ufficiosamente al faraonico progetto qatariota di aumento della produzione di gas liquido del 30% entro il 2024, le relazioni economiche tra Washington e Doha sono troppo fiorenti per metterle in serio pericolo. Anche se a premere sull’acceleratore è Riyadh: l’interesse saudita per l’annichilimento del principale avversario interno all’asse sunnita non fa il gioco di Washington, più interessata a costruire una Nato araba in chiave anti-Iran che a veder spezzettato il fronte sunnita.

Gli Stati Uniti sono il principale investitore straniero in Qatar e il primo importatore nell’emirato di beni di ogni genere, macchinari, automobili, strumenti medici, prodotti agricoli: una ricchezza che fa del Qatar il quarto importatore di beni statunitensi al mondo.

Oltre 120 compagnie statunitensi sono attive nel paese, per lo più nel settore energetico ampiamente sviluppato da società americane, sia per quanto riguarda le infrastrutture petrolifere che quelle per il gas liquido (di cui il Qatar è primo fornitore al mondo). Dall’emirato agli Stati Uniti arrivano invece gas naturale, alluminio e fertilizzanti. L’interscambio, dal decennio scorso, si attesta sui 6,3 miliardi di dollari l’anno in prodotti commerciali.

Senza dimenticare gli investimenti che la petromonarchia ha negli Stati Uniti (l’ultimo accordo prevede l’investimento di 45 miliardi di dollari in fondi sovrani Usa entro il 2021, denaro che porta con sé un potenziale enorme in termini di occupazione*) e il ruolo dell’industria bellica (anche qui la più recente intesa è stata siglata a crisi già esplosa, con la vendita di jet F-15 per un totale di 21 miliardi di dollari).

Alla porta dell’emirato, però, sta anche il nemico numero uno della Casa Bianca, l’Iran. Dopo aver offerto – insieme alla Turchia – al Qatar isolato l’invio di beni alimentari e l’utilizzo del proprio spazio aereo, Teheran punta più in alto. E ieri il ministro degli Esteri qatariota, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al Thani, ha espresso l’interesse a sviluppare una maggiore cooperazione con la Repubblica Islamica.

A partire dallo sfruttamento del giacimento di gas South Pars, nel Golfo Persico, su cui ha messo le mani la Total (la stessa che intende sviluppare la produzione qatariota nei prossimi anni): la multinazionale francese, dopo la firma dell’accordo pochi giorni fa, si è assicurata oltre il 50% delle quote, a cui prendono parte anche la cinese Cnpc e l’iraniana Petropars. Un investimento totale di 4,8 miliardi.

Fonte

* affermazione opinabilissima... 

30/03/2016

Libia - Una guerra per il petrolio

Se si dovesse fare una statistica delle parole più usate dai media per descrivere la situazione libica troveremmo sicuramente in testa il “caos” (libico) e “avanza” (l’ISIS). Poco spazio viene invece dato a due altre parole che aiuterebbero a spiegare il presunto caos libico: “petrolio” e “gas”.

La Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo. Si tratta di un quantitativo imponente, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali, dato al 2009).

Se si da uno sguardo alla cartina della Libia si vede che i pozzi petroliferi (leggi interessi francesi, inglesi e americani ma anche cinesi, russi e brasiliani) sono concentrati nell’area fra Bengasi e Sirte, dove ci sono l’80% delle riserve conosciute di petrolio del paese. Il gas (leggi interessi italiani) si trova invece soprattutto nel mare ad est di Tripoli e nella regione di Gadames anch’essa ad est della vecchia capitale.

Prima della guerra del 2011, il maggior produttore estero di petrolio era l’italiana ENI con 244.000 barili/giorno (b/g) estratti nel 2010, ma c’erano anche compagnie americane (Chevron, Exxon Mobil, Occidental petroleum, Phillips), 124.000 b/g, tedesche (BASF), 100.000 b/g, cinesi (CNPC), spagnole (Repsol), francesi (Total), inglesi (BP) e russe (Gazprom). Tutte queste compagnie avevano un contratto di collaborazione con la compagnia nazionale libica, NOC, che da parte sua produceva circa 1 milione di b/g. In pratica una parte dei proventi delle multinazionali estere venivano versati alla NOC, cioè allo stato libico. Questa collaborazione con la NOC prosegue anche oggi, esattamente come durante il regime di Gheddafi, solo che oggi la NOC versa le quote della rendita petrolifera sia al governo di Tobruk (“internazionalmente riconosciuto” come ci viene detto) sia a quello di Tripoli (“Islamico moderato” come ci avvertono spesso i media).

Gheddafi era uso dire che agli occidentali della Libia interessava solo il petrolio. Aveva ragione. La guerra del 2011, come sappiamo bene, fu voluta dai francesi e gli inglesi si affrettarono ad affiancarli con la speranza neppure tanto segreta di rientrare in Libia dalla quale erano stati scacciati nel 1969 dal golpe dei giovani colonnelli.

Nell’autunno 2011 i media francesi non completamente allineati erano pieni di articoli che denunciavano il ruolo guerrafondaio della Total, che fino a quel punto aveva avuto un ruolo marginale fra le compagnia straniere (appena 55.000 b/g estratti nel 2010). “Fra gli agenti francesi infiltrati tra i ribelli di Bengasi c’erano anche rappresentanti della Total”, denunciò il quotidiano Liberation che rivelò anche i termini dell’accordo concluso: i francesi avrebbero appoggiato la ribellione in cambio della promessa di affidare alla Total il 35% delle concessioni petrolifere.

L’obiettivo era certamente togliere di mezzo l’ingombrante figura di Gheddafi (che nel 2009 aveva annunciato il progetto di nazionalizzare completamente il settore petrolifero) ma il fine ultimo era anche togliere all’ENI una fetta delle sue concessioni petrolifere. L’Italia, molto riluttante, si accodò, diversamente dalla Germania che si tenne alla larga dai bombardamenti NATO. Gli stessi americani si tirarono ben presto indietro; una volta liquidato Gheddafi a loro della Libia non interessava niente. Esattamente come adesso.

Ma torniamo all’attualità. Fallito il comico tentativo di costituire/imporre un governo di “unità nazionale” (si potrebbe ironizzare dicendo che si erano dimenticati di avvisare i libici), i nuovi colonialisti stanno portando avanti ognuno la propria strategia, spesso in contrasto con le altre.

Si è così “scoperto” che in Libia ci sono le forze “speciali” francesi e inglesi che addestrerebbero i combattenti del generale Haftar i primi, le milizie di Misurata i secondi. Ci sono anche gli americani, naturalmente, anche loro dalla parte di Tobruk. Gli italiani, ci viene detto, sono pochi ma fra qualche giorno arriveranno una cinquantina di incursori del Col Moschin (detti le “fiamme nere”, un appellativo parecchio inquietante ma trattandosi di paracadutisti non ci si meraviglia di niente). Gli italiani dovrebbero posizionarsi nella regione di Tripoli (dove l’ENI ha il controllo del terminale gasiero di Mellita). Insomma gli italiani vanno in Libia per proteggere gli interessi dell’ENI da... francesi e inglesi!

Il rischio concreto è che si arrivi ad un contrasto forte fra le potenze europee: i francesi addestrano le truppe di Haftar che sta riconquistando Bengasi. Il passo successivo sarà quello di mettere in sicurezza l’area petrolifera, ora in mano a milizie indipendenti sia dal governo di Tobruk sia da quello di Tripoli ma che rispondono alla NOC e alle compagnie petrolifere straniere, fra cui la Total. L’ambizione di Haftar, sostenuto da francesi e americani (oltre che da Emirati arabi uniti ed Egitto) è quella di riconquistare Tripoli – dove ci saranno gli italiani – il cui governo è alleato con la città-stato di Misurata – dove ci sono gli inglesi. Notoriamente Tripoli è sostenuta da Qatar e dalla Turchia. C’è da ritenere che questi ultimi sostengano di fatto anche l’ISIS libico, come hanno fatto con quello siroirakeno.

E poi, naturalmente c’è l’ISIS o Daesh o califfato che, a sentire i media di regime dovrebbe essere la causa dell’intervento. Assestatosi a Sirte e nei suoi dintorni effettua le sue incursioni soprattutto nella vicina zona petrolifera cercando di fare più danni possibile e di avere quindi una grande visibilità che i media occidentali sono ben contenti di dargli. A Sirte, ultima roccaforte di Gheddafi, l’ISIS ha occupato un vuoto lasciato dall’incapacità libica di dare un futuro a questa città. L’occupazione di Sirte non è avvenuta pacificamente: ad ottobre l’ISIS ha represso nel sangue una rivolta. Non è detto che il controllo della città sia così ferreo come la propaganda ISIS vorrebbe farci credere. Comunque è certo che l’ISIS non “avanza” come cercano di farci credere i media.

In realtà come ha dimostrato la vicenda siriana, le potenze occidentali non hanno alcuna intenzione di eliminare l’ISIS, che è servito e serve ancora come pretesto per compiere missioni militari finalizzate a ridistribuire le zone di influenza ed il controllo delle aree petrolifere. La politica estera la fanno l’ENI, la Total, la BP, la Exxon e le altre multinazionali e durerà – ci viene detto – almeno trent’anni: cioè fino a quando ci sarà petrolio e gas da rapinare.

Alle guerre “umanitarie” si sostituiscono oggi le operazioni militari di “stabilizzazione”, modo raffinato per definire i nuovi colonialismi. A piccoli passi stanno entrando in guerra. Una guerra per il petrolio. L’ennesima guerra per il petrolio.

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11/06/2015

Il Venezuela respinge le provocazioni di Exxon e Guyana

Ancora guerra fredda contro il Venezuela da parte dell’imperialismo. Questa volta a farsi strumento e tramite dell’aggressione sono la compagnia petrolifera Exxon Mobil e il nuovo Governo della Guyana presieduto dal Presidente Granger, che ha da poco tempo preso il posto di un esecutivo progressista che aveva permesso lo sviluppo di buone relazioni con Caracas.

L’oggetto del contendere è la scoperta, da parte della suddetta compagnia petrolifera, di un giacimento petrolifero sottomarino in un tratto di oceano conteso tra i due paesi. Venezuela e Guyana si contendono dalla fine dell’Ottocento la regione di confine dell’Esequibo, attualmente incorporata nella Guyana, di cui costituisce ben più della metà del territorio. Un accordo firmato nel 1966 e riconosciuto dall’ONU stabilisce ufficialmente come “pendente” la questione della sovranità sul tratto di mare dove la Exxon Mobil vuole trivellare; in violazione di tale accordo, la Guyana pretende di concedere comunque l’autorizzazione alla compagnia petrolifera, estendendo d’imperio i propri confini marittimi.

La tensione si è immediatamente innalzata, con il Venezuela che pretende, ovviamente, di far valere l’accordo del 1966 e la Guyana che accusa i rivali di sconfinamenti militari nel proprio territorio.

Il Presidente venezuelano Maduro ha ribadito che l’intera disputa territoriale va risolta con mezzi diplomatici ed ha esplicitamente accusato la Exxon Mobile di voler provocare e destabilizzare il proprio governo.

Insomma, siamo alle solite: l’imperialismo tenta di strumentalizzare anche le dispute territoriali locali per attaccare i paesi ad esso non allineati, provocando scontri spesso basati sul nulla, nella speranza che la miccia deflagri e si creino le condizioni per un intervento esterno diretto contro tali paesi.

Per quanto riguarda la Rivoluzione Bolivariana, aggressioni di questo tipo, che includono la guerra economica, l’utilizzo di bande di criminali o provocazioni come questa sono in corso da anni, senza sortire per ora l’effetto sperato, cioè porre fine alla rivoluzione stessa per riportare il paese in una condizione di semi-colonia.

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23/10/2014

Usa-Russia-Ucraina, rivoluzione, energia e conti molto salati


Anche gli Stati Uniti pagano pegno. Le nuove sanzioni occidentali contro Mosca impongono alla società americana ExxonMobil di interrompere la partnership con la russa Rosneft nel Mar Artico. E per Kiev solo il saldo di pagamenti arretrati può sbloccare la situazione. Prossimo caldo gelido inverno.

Proprio adesso che la partnership con la società russa Rosneft cominciava a dare i suoi frutti. Brutto colpo per ExxonMobil, costretta ad abbandonare i ricchi fondali del Mar Artico. Beffa per gli Stati Uniti è che lo strappo è avvenuto a sole 48 ore dalla scoperta da parte di Rosneft di un immenso giacimento petrolifero nel Mare di Kara, nella porzione russa dell’Artico. Secondo le prime stime potrebbe trattarsi di una vera e propria ‘miniera di idrocarburi’, una enormità capace di ospitare fino a 100 milioni di tonnellate di greggio e circa 338 miliardi di metri cubi di gas. Da record planetario.*

Numeri che fanno schizzare il patrimonio di quest’area ai livelli di quello posseduto dall’Arabia Saudita e ridisegnare gli equilibri energetici del pianeta. Ma la ExxonMobil Usa non potrà essere della partita. La compagnia di Stato russa e il suo numero uno Igor Sechin sono nella black list dei soggetti sanzionati dall’Occidente. Qualche problema anche per la Rosneft. Le ultime sanzioni le impediscono di ricevere da USA e UE tecnologie di ricerca e perforazione. Caccia a nuovi partner. Con un tesoro così grande come quello scovato nel Mar Artico, non sarà difficile ricevere proposte.

Sul fronte diretto con l’Ucraina - quello energetico - i negoziati di Berlino condotti dall’Ue scoprono l’ovvio. Solo il saldo di pagamenti arretrati da parte di Kiev garantirà le forniture dalla Russia. L’Ue ci prova e propone il pagamento di 3,1 miliardi dollari entro la fine dell’anno contro 5 miliardi di metri cubi di gas a Kiev per permetterle di superare i mesi invernali. Ma Kiev s’inalbera. Questione sottoposta a un tribunale arbitrale di Stoccolma ma il verdetto è atteso per l’anno prossimo. Il duro primo ministro ucraino Yatsenyuk assicura che Kiev non ritirerà la sua denuncia. Adesso, autunno.

Caldo gelido inverno per i nazionalisti più accesi attorno a cui si stanno gradatamente spegnendo molto simpatie anche in casa occidentale. Già prima dell’inizio dei negoziati di Berlino, il ministro russo Novak aveva spiegato che i Paesi dell’Unione non potranno vendere gas russo all’Ucraina “a flusso invertito”. Pena il blocco dei loro stessi rifornimenti. Va ricordato che i Paesi Ue importano un terzo del loro gas dalla Russia e la metà di questo flusso passa per l’Ucraina.
Sola notizia positiva, regge la tregue militare pur nell’orrore dei 3.200 morti accertati in Ucraina orientale.

Fonte

* Come ho già avuto modo di riportare, non è la prima volta che si parla di enormità, negli ultimi 15 anni, all'indomani della scoperta di un nuovo giacimento, poi chissà come mai gli entusiasmi calano, i numeri da ingegner cane finiscono nel dimenticatoio e si torna con ansia a fare stime ed elaborare modelli matematici che spostino un po' più avanti l'orizzonte temporale - ormai sempre più prossimo - del collasso anche materiale di un modello di sviluppo che in 150 anni ha prodotto e scoperto di tutto ad eccezione di una fonte energetica alternativa a buon mercato capace di perpetrarlo.

03/09/2014

USA preme su Parigi: “non vendete navi da guerra a Mosca”


La Francia dice no alla consegna della prima nave da guerra Mistral alla Russia. "Non ci sono le condizioni", annuncia la presidenza francese.

Dopo settimane di tira e molla il governo francese sembra così dare ragione a Washington. Da tempo gli Stati Uniti hanno esercitato forti pressioni sulla Francia affinché sospendesse la vendita di navi da guerra di classe Mistral alla Russia nei confronti della quale la Nato e l’Ue hanno varato pesanti sanzioni economiche, politiche e militari che nei prossimi giorni potrebbero essere ulteriormente ampliate.

"Questa vendita non è la benvenuta, tenuto conto di quello che sta accadendo in quella parte del mondo" aveva dichiarato ieri l'ambasciatore di Washington presso l'Ue, Anthony Gardner, parlando di fronte al Parlamento europeo. Il diplomatico ha tuttavia ammesso che l'annullamento della vendita comporterebbe per Parigi "un risarcimento importante" da pagare a Mosca.

Le Mistral sono modernissime portaelicotteri leggere di costruzione francese. Parigi ha firmato nel 2011 un contratto da ben 1,2 miliardi di euro per la fornitura di due navi e la costruzione futura di altre due.
Nei giorni scorsi invece il gigante petrolifero statale russo Rosneft ha annunciato l'avvio dei lavori d'esplorazione con il suo partner statunitense ExxonMobil nel mare di Laptev, a nord della Siberia, a dispetto delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro Mosca. Nonostante Rosneft sia stata aggiunta già a luglio alla lista delle società sottoposte a sanzioni da parte Usa - la compagnia è guidata da Igor Sechin, un uomo dell’entourage del presidente Vladimir Putin - i due gruppi hanno cominciato i loro lavori d'esplorazione su due blocchi petroliferi che coprono qualcosa come 200mila km quadrati. I lavori, ha spiegato Rosneft in un comunicato, dovrebbero terminare a ottobre. Ad agosto la compagnia aveva già avviato un altro progetto con ExxonMobil nel mar di Kara, sempre a nord della Siberia.

Fonte

13/05/2014

I saggi consigli di Exxon

Prevedere il futuro è complicato, come noto. Ad aiutarci in queso difficile compito c’è però la Exxon (Esso in Europa) che ha pubblicato un corposo paper (The Outlook for Energy: a wiev to 2040) dove viene analizzato il futuro del consumo mondiale di combustibili fossili (carbone fossile, gas naturale e petrolio).

La natura sostanzialmente pubblicitaria di questo testo è meravigliosamente chiara quando si legge, nell’avvertenza che precede il testo, che “Le effettive condizioni future (inclusa la situazione e la crescita economica, l’aumento demografico, la crescita della domanda di energia e il relativo mix, le future fonti di approvvigionamento energetico, i riflessi dello sviluppo tecnologico e le emissioni di carbonio) potrebbero differire in maniera sostanziale a causa di variazioni della domanda, dell’offerta di energia e di situazioni di mercato che potrebbero avere riflessi sui prezzi di petrolio, gas e prezzi di altre commodities energetiche, di cambiamenti normativi e altri eventi politici, dello sviluppo tecnologico, di iniziative di competitors, dello sviluppo di nuove fonti di approvvigionamento, di cambiamenti demografici e di altri fattori trattati negli Scenari [...]”. 

Con un’avvertenza del genere chiunque potrebbe permettersi di pubblicare un Outlook contenente più o meno qualsiasi cosa, anche la meno probabile: ed in effetti la Exxon ci è riuscita, pubblicando un documento in cui la parte più interessante sono inevitabilmente le belle fotografie che fanno da complemento al testo.

Meglio farebbe la Exxon ad anticipare i tempi dichiarando pubblicamente quale sia la situazione dei propri giacimenti di petrolio ed ammettendo francamente che la produzione futura di greggio è destinata a calare inesorabilmente creando una complessissima serie di contraccolpi sull’economia mondiale; ovviamente questo non avverrà, dato il fatto che già oltre 10 anni fa sarebbe stato possibile non pubblicare ma anche solamente commentare dati da lungo tempo pubblici che preannunciavano esattamente questo.

E’ anche da notare che giusto quasi 10 anni fa la British Petroleum ha cambiato slogan in “Beyond Petroleum”: non sono seguiti poi atti di grande coerenza neanche nel caso della BP, ma la Exxon, pubblicando dei report come quello del 2014 si conferma sempre di più come una delle punte di diamante del negazionismo e di un approccio volutamente minimale ad un problema di dimensioni assolutamente schiaccianti che la stessa Exxon ha contribuito per prima in assoluto a far sorgere. 

Avvertenza:

“Gli Scenari Energetici contengono informazioni che hanno carattere di previsione. Le effettive condizioni future (inclusa la situazione e la crescita economica, l’aumento demografico, la crescita della domanda di energia e il relativo mix, le future fonti di approvvigionamento energetico, i riflessi dello sviluppo tecnologico e le emissioni di carbonio) potrebbero differire in maniera sostanziale a causa di variazioni della domanda, dell’offerta di energia e di situazioni di mercato che potrebbero avere riflessi sui prezzi di petrolio, gas e prezzi di altre commodities energetiche, di cambiamenti normativi e altri eventi politici, dello sviluppo tecnologico, di iniziative di competitors, dello sviluppo di nuove fonti di approvvigionamento, di cambiamenti demografici e di altri fattori trattati negli Scenari e nella sezione “Factor Affecting Future Results” – alla pagina “Investors” – del sito www.exxonmobil.com. Si invita a consultare anche il punto 1A dell’ultimo Form 10-K della ExxonMobil.”