I suicidi fra le truppe statunitensi sono aumentati del 15% nel 2020 rispetto all’anno precedente, una tendenza preoccupante che ha costretto il Pentagono a moltiplicare le iniziative per combattere il fenomeno. Nel 2020 580 soldati sono morti per suicidio rispetto ai 504 del 2019, secondo i dati del Congresso e del Dipartimento della Difesa. Nel 2018, ci sono stati 543 morti suicidi tra le truppe. Nei rapporti non ci sono spiegazioni sui motivi del calo avvenuto nel 2019 e poi seguito da un aumento notevole nel 2020.
La maggior parte dei militari che si sono tolti la vita sono giovani arruolati da poco. L’ esercito ha registrato il picco di suicidi in particolare fra i suoi soldati stanziati nelle basi dell’Alaska. In quei luoghi il freddo raggiunge temperature di meno 60 gradi, a cui si aggiungono il ritmo serrato dell’addestramento, l’isolamento geografico e sociale, il costo della vita alto, l’abuso di alcol e i disturbi del sonno causati dalla luce che passa dalle 4 ore al giorno in dicembre fino alle 21 ore di giugno. Tutti fattori che hanno creato problemi per la salute mentale negli elementi più giovani fra i militari.
Una ricerca del 2019 condotta nella base di Fort Wainwright, sotto il comando dell’Us Army Garrison Alaska, ha rilevato che il 10,8% dei militari aveva manifestato idee di suicidio. I soldati hanno anche espresso preoccupazione per il cibo fornito e il problema (che riguarda un terzo del campione) della mancanza di soldi per comprare alimenti di qualità. Un altro elemento denunciato concerne la distanza e i costi per le famiglie che vogliono raggiungere i ragazzi in servizio, visite quasi del tutto azzerate durante la pandemia da covid. Il generale dell’esercito Mark Milley ha dichiarato, testimoniando dinanzi alla Commissione della Camera che si occupa delle forze armate, che di sicuro il ritmo dell’addestramento ha influenzato il tasso di suicidi tra le truppe. L’esercito ha speso più di 200 milioni di dollari negli ultimi anni per migliorare la qualità della vita e prevenire il suicidio nelle sue basi in Alaska.
Nel rapporto del 2019 i funzionari dell’esercito hanno prescritto una serie di rimedi che vanno dalle tende oscurate per garantire un sonno migliore all’incremento dei consulenti per la salute mentale. Tuttavia nell’esercito c’è chi considerata ancora una debolezza la ricerca di aiuto per problemi psichici.
Dall’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 l’esercito ha regolarmente schierato soldati dell’Alaska nelle guerre in Medioriente. Chissà se questo c’entra: probabilmente i generali diranno di no (ma loro mica vanno a combattere).
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02/10/2021
10/06/2020
Gli Usa riducono le truppe in Germania. Per spostarle in Polonia
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato il 5 giugno al Pentagono di ridurre di 9.500 unità entro settembre la presenza dei soldati statunitensi in Germania.
La riduzione riguarderebbe un terzo dei 34.500 militari americani stanziati in Germania dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che scenderebbero così a circa 25mila. Ma il dato più inquietante di quella che potrebbe sembrare una buona notizia, è che i soldati statunitensi ritirati dalla Germania verrebbero spostati in Polonia, cioè ancora più a ridosso del confine con la Russia.
Secondo il sito AnalisiDifesa.it Washington rimprovera alla Germania di non aver condannato duramente le responsabilità cinesi nella diffusione del Coronavirus, di non dedicare una quota sufficiente del suo Pil alle spese militari. Occorre ricordare che nel 2017 gli Stati Uniti avevano richiesto che il governo tedesco pagasse i costi del mantenimento delle truppe statunitensi in Germania.
Sembra che l’annuncio di Trump sia arrivato anche come irritata reazione alla mancata partecipazione di Angela Merkel al G7 convocato in fretta e furia negli USA da una amministrazione in forte debito d’ossigeno.
Il settimanale tedesco “Der Spiegel” ha pubblicato le reazioni di diversi esponenti politici tedeschi, alle indiscrezioni secondo cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, vorrebbe ridurre gli effettivi delle Forze armate statunitensi del paese di stanza in Germania.
Le reazioni a questa ipotesi sono state assai diversificate. Da quelli che temono l’allentamento delle storiche relazioni con gli Usa all’interno della Nato, a chi considera questa una opportunità/necessità per accelerare sul piano di una Difesa e di un esercito europeo.
Nella CDU c’è chi, come il responsabile della politica estera Juergen Hardt, ritiene che “Trump è una spina nel fianco del lento aumento delle spese per la difesa” da parte della Germania e del progetto del gasdotto Nord Stream 2, che collegherà il paese alla Russia attraverso il Mar Baltico. Gli Usa hanno già approvato sanzioni contro l’infrastruttura e si apprestano a votare provvedimenti analoghi. Non solo. Per Hardt “Il problema è che Trump sta ostacolando l’Alleanza atlantica e gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti”.
Diversamente, secondo Norbert Roettgen, presidente della commissione esteri del Bundestag e candidato alla presidenza della CDU “i militari degli Stati Uniti sono i benvenuti in Germania” e la cooperazione tra i due paesi “sta andando bene”, ma se gli Usa si ritirassero dalla Germania, si presenta una opportunità per “incorporare la politica di sicurezza tedesca in un contesto europeo”, mossa “urgente e ragionevole” data “l’attuale politica degli Stati Uniti”.
Più ambigua e più “tecnica“ invece è la posizione del capogruppo della Spd al Bundestag, Rolf Muetzenich, secondo il quale se le truppe degli Usa lasciassero la Germania si avrebbe “una svolta che metterebbe a repentaglio il buon funzionamento di numerose strutture” delle forze armate statunitensi in territorio tedesco.
Per il deputato e responsabile esteri dei Verdi Omid Nouripour, “lo stile del ricatto di Trump è soprattutto imbarazzante per gli Stati Uniti e quindi non richiede alcuna reazione speciale dalla Germania”. Il deputato dei Verdi ha definito come “altrettanto preoccupante” il fatto che gli Stati Uniti non abbiano comunicato alla Nato l’intenzione di ridispiegare “in Europa orientale” le proprie forze ora in Germania.
Fonte
La riduzione riguarderebbe un terzo dei 34.500 militari americani stanziati in Germania dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che scenderebbero così a circa 25mila. Ma il dato più inquietante di quella che potrebbe sembrare una buona notizia, è che i soldati statunitensi ritirati dalla Germania verrebbero spostati in Polonia, cioè ancora più a ridosso del confine con la Russia.
Secondo il sito AnalisiDifesa.it Washington rimprovera alla Germania di non aver condannato duramente le responsabilità cinesi nella diffusione del Coronavirus, di non dedicare una quota sufficiente del suo Pil alle spese militari. Occorre ricordare che nel 2017 gli Stati Uniti avevano richiesto che il governo tedesco pagasse i costi del mantenimento delle truppe statunitensi in Germania.
Sembra che l’annuncio di Trump sia arrivato anche come irritata reazione alla mancata partecipazione di Angela Merkel al G7 convocato in fretta e furia negli USA da una amministrazione in forte debito d’ossigeno.
Il settimanale tedesco “Der Spiegel” ha pubblicato le reazioni di diversi esponenti politici tedeschi, alle indiscrezioni secondo cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, vorrebbe ridurre gli effettivi delle Forze armate statunitensi del paese di stanza in Germania.
Le reazioni a questa ipotesi sono state assai diversificate. Da quelli che temono l’allentamento delle storiche relazioni con gli Usa all’interno della Nato, a chi considera questa una opportunità/necessità per accelerare sul piano di una Difesa e di un esercito europeo.
Nella CDU c’è chi, come il responsabile della politica estera Juergen Hardt, ritiene che “Trump è una spina nel fianco del lento aumento delle spese per la difesa” da parte della Germania e del progetto del gasdotto Nord Stream 2, che collegherà il paese alla Russia attraverso il Mar Baltico. Gli Usa hanno già approvato sanzioni contro l’infrastruttura e si apprestano a votare provvedimenti analoghi. Non solo. Per Hardt “Il problema è che Trump sta ostacolando l’Alleanza atlantica e gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti”.
Diversamente, secondo Norbert Roettgen, presidente della commissione esteri del Bundestag e candidato alla presidenza della CDU “i militari degli Stati Uniti sono i benvenuti in Germania” e la cooperazione tra i due paesi “sta andando bene”, ma se gli Usa si ritirassero dalla Germania, si presenta una opportunità per “incorporare la politica di sicurezza tedesca in un contesto europeo”, mossa “urgente e ragionevole” data “l’attuale politica degli Stati Uniti”.
Più ambigua e più “tecnica“ invece è la posizione del capogruppo della Spd al Bundestag, Rolf Muetzenich, secondo il quale se le truppe degli Usa lasciassero la Germania si avrebbe “una svolta che metterebbe a repentaglio il buon funzionamento di numerose strutture” delle forze armate statunitensi in territorio tedesco.
Per il deputato e responsabile esteri dei Verdi Omid Nouripour, “lo stile del ricatto di Trump è soprattutto imbarazzante per gli Stati Uniti e quindi non richiede alcuna reazione speciale dalla Germania”. Il deputato dei Verdi ha definito come “altrettanto preoccupante” il fatto che gli Stati Uniti non abbiano comunicato alla Nato l’intenzione di ridispiegare “in Europa orientale” le proprie forze ora in Germania.
Fonte
03/06/2020
USA - Una dichiarazione di guerra
“Non parlarci dei saccheggi. Siete tutti saccheggiatori. L’America ha saccheggiato i neri. L’America ha saccheggiato i nativi americani quando sono venuti qui per la prima volta, quindi il saccheggio è quello che fai. L’abbiamo imparato da te. Abbiamo imparato la violenza da te. La violenza è stata ciò che abbiamo imparato da te. Quindi se vuoi che facciamo meglio, allora, dannazione, fai di meglio”.
Tamika Malcony, attivista afro-americana
Anche lunedì gli Stati Uniti sono stati teatro di mobilitazioni “pacifiche” diurne e di insurrezioni urbane notturne, che hanno sfidato il coprifuoco imposto in varie città e dato vita a saccheggi, come a Los Angeles o New York, dove sono impiegati ben 8 mila poliziotti.
Ci sono stati feriti sia tra i manifestanti sia tra gli agenti intervenuti, la polizia ha usato gas lacrimogeni, pallottole di gomma e “granate stordenti” (flash granades), anche in contesti differenti dal riot.
New York, Filadelfia, Los Angeles, Minneapolis, Louisville, Austin, Seattle, Las Vegas sono state teatro di violenza.
I media mainstream si concentrano sulle sommosse, producendo una narrazione che tenta di sviare l’attenzione dalle profonde ragioni delle rivolte in corso e dalle responsabilità bipartisan dell’establishment.
Rimangono tutt’ora valide le parole pronunciate a suo tempo da Martin Luther King: “la rivolta è il linguaggio degli inascoltati”.
L’America scopre che le lancette dell’orologio sociale si sono in gran parte fermate alla fine degli anni ’60, quando la Kerver Commision voluta dal presidente Lyndon Johnson, il 28 luglio del 1967, per indagare sulle cause delle rivolte urbane sentenziò: “le istituzioni bianche le hanno create, le istituzioni bianche le mantengono, e la società bianca le perdona”.
È l’establishment, oggi più di ieri, quell’1% che è riuscito ad approfittare anche della pandemia per arricchirsi, che ne porta la responsabilità.
Trump, alla fin fine, ne è l’espressione più coerente. Senza ipocrisie...
Dopo essersi fatto spianare la strada dalle forze dell’ordine, a Washington, per recarsi dalla Casa Bianca alla Chiesa Episcopale di San Giorno e farvi ritorno, il tutto per posare per una foto con la Bibbia, Trump si rifiuta di rispondere alle domande dei giornalisti.
In questa cornice che ricorda una delle scene cult di Apocalypse Now, in cui, per fare surf un ufficiale statunitense in Vietnam fa “ripulire” la baia popolata di vietnamiti – ci mancava solo il Presidente che dichiarasse: I love the smell of teargas in the morning – un giornalista gli ha chiesto: “Presidente è ancora una democrazia?”.
Se dovessimo giudicare dalle sue parole, dovremmo definirla una democrazia piuttosto “castrense”, dove la vocazione bellica esterna si coniuga con la militarizzazione all’interno.
Come ha ricordato Cornel West, storico studioso e militante afroamericano sul The Guardian, questo martedì: “l’incremento della militarizzazione della società statunitense è inseparabile dalle sue politiche imperiali” (211 interventi delle forze armate degli USA in 67 paesi dal 1945).
Ma stavolta il mentitore seriale, imprenditore del razzismo e istigatore all’odio, forse ha superato la soglia dello sceriffo “Legge ed Ordine” – una reincarnazione in sedicesimi di Nixon – con una vera e propria dichiarazione di guerra al popolo americano.
Persino il capo della polizia di Houston, Art Acevedo, ha dichiarato di fronte alle telecamere della CNN, rivolgendosi direttamente al Presidente “se non hai niente di costruttivo da dire, per favore, tieni la bocca chiusa!”
Ecco cos’ha detto Trump:
“Se una città o uno stato rifiuta di intraprendere le azioni necessarie per difendere la vita e la proprietà dei propri residenti, dispiegherò l’esercito degli Stati Uniti e risolverò rapidamente il problema al posto loro. Sto anche intraprendendo azioni rapide e decisive per proteggere la nostra grande capitale, Washington, DC. Quello che è successo in questa città ieri sera è stato una vera vergogna. Mentre parliamo, sto inviando migliaia e migliaia di soldati pesantemente armati, personale militare e forze dell’ordine per fermare la rivolta, il saccheggio, il vandalismo, gli assalti e la distruzione sfrenata della proprietà”.
Parole che sono macigni, e che colpiscono per il doppio standard che il Presidente ha sempre tenuto, da un lato, nei confronti dei suprematisti bianchi armati di tutto punto, nonostante i reiterati episodi di violenza di cui sono stati protagonisti – tra cui la morte di Heather Heyers nel 2017 a Charlottesville – e dall’altro nei confronti di coloro che si stanno mobilitando (anche pacificamente) contro l’ennesimo omicidio di un afroamericano da parte della polizia.
Lasciamo il commento a Kristen Clarke intervistato dal canale di informazione nord-americana indipendente “Democracy Now”.
Queste le parole del presidente e direttore esecutivo del Lawyers’ Committee for Civil Rights Under Law:
“Il discorso del presidente Trump equivaleva quasi a una dichiarazione di guerra agli americani, agli americani pacifici che sono in strada in questo momento e stanno esercitando il Primo Emendamento per parlare, e per discutere del problema di lunga data della violenza della polizia e della violenza razziale che ha assediato la nostra nazione.
Il presidente Trump ha invocato l’Insurrection Act del 1807. È una legge che è stata usata in passato per schierare i militari negli Stati per affrontare, ad esempio, la resistenza agli ordini di “desegregazione” messi in atto per l’Università del Mississippi. Quando i funzionari erano ostili e recalcitranti, il presidente Kennedy ordinò che le truppe entrassero per costringere lo Stato a conformarsi alla legge, in questo caso la legge sui diritti civili che richiedeva la desegregazione.
Abbiamo visto il presidente Bush schierare le forze armate in Louisiana per aiutare i soccorsi dopo l’uragano Katrina, ma ciò è accaduto in coordinamento con i funzionari dello Stato della Louisiana.
Oggi, invece, Trump cerca di schierare i militari negli Stati di tutto il nostro paese passando sopra le obiezioni dei funzionari statali e con l’unico e singolare scopo di mettere a tacere gli americani.
In molti modi, questa è la morte della democrazia, perché le persone che sono in strada in questo momento hanno un unico obiettivo: garantire che in questo momento non voltiamo le spalle al lavoro da tempo necessario per liberare la nostra nazione dal flagello della violenza della polizia, che ha provocato innumerevoli morti di afroamericani disarmati.”
Bisogna sempre distinguere tra le semplici minacce e l’iniziativa vera e propria. Ma con la Guardia Nazionale dispiegata in 26 Stati – più della metà, quindi – per volere dei governatori locali, sarebbe comunque un discreto salto di qualità.
Lasciamo la parola a Wiliam Arkin – autore tra l’altro di Top Secret America: The Rise of the New American Security State – intervistato insieme a Clark dallo stesso canale di informazione:
“Questa non è l’unica condizione in cui il presidente può chiamare le forze federali. E nel caso del Distretto di Columbia, ad esempio, ha già attivato la Guardia Nazionale.
Quindi, in effetti, ora abbiamo una guardia nazionale nel nostro paese, da ieri, sotto il controllo federale. E ci sono stati poliziotti militari e soldati di fanteria trasferiti da Fort Drum, New York, da Fort Riley, Kansas e da Fort Bragg, nella Carolina del Nord, verso l’area DC, e ora si stanno radunando nelle basi militari in quella che viene chiamata Force Protection Condizione Delta, la più alta condizione, pronta a prendere il controllo di Washington, DC, se il presidente lo ordina.
Quindi abbiamo questa situazione molto fluida e difficile perché ci sono già 20.000 guardie nazionali per le strade dell’America. La Guardia è stata mobilitata in 26 diversi stati e nel Distretto di Columbia.”
Ma non si tratta solo di un dispiegamento di forza che non ha precedenti recenti; è un controllo “molecolare” di tutto ciò che sta accadendo, come se chi si stesse mobilitando risultasse più all’interno del paradigma del “nemico interno”, un vecchio vizio degli apparati che dal maccartismo degli anni ’50 al Cointelpro negli anni ’60-‘70 – rimanendo al “Dopoguerra” – non è mai stato dismesso.
Ancora Arkin:
“Il governo federale ha fatto molte cose, tra cui il monitoraggio dei social media, l’intercettazione delle telefonate, l’intercettazione dei cellulari, l’uso dei cellulari per localizzare le persone, l’uso di droni, aerei di sorveglianza, pilotati dall’FBI, dalla dogana e Protezione delle frontiere e da parte dei militari, compresi elicotteri che hanno sorvolato le città degli Stati Uniti per condurre missioni di sorveglianza.
Tutto ciò è stato fatto nelle ultime 24-48 ore. Ed è un uso discutibile della forza militare. Ma in aria e facendo quella sorveglianza, se in effetti è fatto sotto il controllo dei governatori e fornisce tali informazioni ai governatori in modo che siano in grado di comandare le loro forze, per ottenere una migliore consapevolezza della situazione e migliorare”.
La rabbia non sembra placarsi, non sembrano esserci exit strategy all’orizzonte vista tra l’altro la pandemia e le sue conseguenze.
“Enough is enough” ha gridato Tamika Malcony, più che uno sfogo una canzone di battaglia che sta risuonando ogni giorno e soprattutto ogni notte negli States.
Fonte
01/06/2020
USA - L’esercito spara sulla gente per le strade di Minneapolis
L’esercito a Minneapolis impone il coprifuoco e spara sui cittadini che non fuggono immediatamente dentro le case. Nel video, girato da una signora dalla porta di casa, si sente distintamente l’ufficiale gridare “Sparagli!” in direzione della persona che sa riprendendo la scena.
Non è la prima volta nella storia, che l’esercito o la marina Usa aprono il fuoco contro i propri concittadini, ma il fatto che avvenga ancora oggi chiarisce chi sia – per il Potere – “il nemico”.
Ma naturalmente quello è un Paese altamente democratico...
Da “prendere ad esempio” anche da queste parti, no?
Hanno anche hackerato la radio della polizia di Chicago in modo tale non potessero più comunicare tra loro e ha lasciato la canzone “Fuck the police” in ripetizione.
Altre immagini della capitale del Minnesota, con i blindati dell’esercito a presidiare la sede del governatore.
Non è la prima volta nella storia, che l’esercito o la marina Usa aprono il fuoco contro i propri concittadini, ma il fatto che avvenga ancora oggi chiarisce chi sia – per il Potere – “il nemico”.
Ma naturalmente quello è un Paese altamente democratico...
Da “prendere ad esempio” anche da queste parti, no?
Also in today's criminal justice news, National Guard and Minneapolis PD officers illegally demand taxpayers stop filming from their porch and go inside – you'll hear "Light 'em up!" as they then shoot at these people *WHO ARE ON THEIR OWN PORCH*Sul fronte opposto, e con tutt’altri strumenti, hacker di Anonymous hanno rimosso il sito web della polizia di Minneapolis.
pic.twitter.com/151AkaMhSH
— T. Greg Doucette (@greg_doucette) May 31, 2020
Hanno anche hackerato la radio della polizia di Chicago in modo tale non potessero più comunicare tra loro e ha lasciato la canzone “Fuck the police” in ripetizione.
Altre immagini della capitale del Minnesota, con i blindati dell’esercito a presidiare la sede del governatore.
National Guard protecting the state Capitol.#riots2020 #BlackLivesMatter #JusticeForGeorge #Minneapolis #MinneapolisRiot #ICantBreath pic.twitter.com/Cs9NEk5e7kIn completa controtendenza a Camden, nel New Jersey, i poliziotti si sono uniti alla cittadinanza nella protesta contro i loro “colleghi” assassini...
— dcphotolv (@DamairsCarter) May 31, 2020
In New Jersey police have literally started marching with protesters.#BLACK_LIVES_MATTERFonte
pic.twitter.com/w6FJ3qowUG
— Joshua Potash (@JoshuaPotash) May 31, 2020
09/06/2015
Hacker siriani oscurano il sito dell’esercito degli Stati Uniti
Si tratta davvero un brutto colpo per l’orgoglio, l’immagine e la propaganda del più forte esercito del mondo. Il sito dell’esercito statunitense è stato attaccato ieri da un gruppo di hacker ed è stato oscurato per diverse ore. Responsabile dell’hacker attacco è il “Syrian electronic army”, che ha rivendicato prontamente l’azione, un gruppo giudicato vicino al governo di Damasco.
In un messaggio apparso sul sito dell’Us Army dopo l’intrusione, gli hacker hanno scritto che l’esercito statunitense è corrotto e che sostiene il terrorismo in Siria e altrove, invitando i cittadini statunitensi a non dargli retta. Il ministero della Difesa di Washington è stato costretto a confermare l’attacco informatico, precisando però che nessun dato è stato sottratto. Proprio ieri il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nel corso di una conferenza stampa realizzata alla fine del G7 tenutosi in Germania, aveva detto che i sistemi informatici statunitensi sono troppo antiquati e che servono maggiori tutele contro i tentativi di violazione, rilanciando la sua proposta di una legge sulla “sicurezza informatica” che in realtà poco ha a che fare con la lotta contro le intrusioni e molto con il controllo e il monitoraggio della rete.
Per l'esercito degli Stati Uniti quello di ieri non è certo il primo attacco hacker subito, anche se quello ad opera del “Syrian electronic army” è il primo messo a segno contro la pagina web destinata al pubblico (www.army.mil). Lo scorso gennaio hacker ritenuti vicini allo Stato Islamico avevano attaccato gli account YouTube e Twitter del Us Central Command, anche in quel caso senza riuscire a rubare alcuna informazione (sempre a detta dei comandi militari statunitensi). Inoltre la scorsa settimana un altro pesante attacco ha piegato la rete statunitense, quando con un'azione coordinata di diversi pirati informatici sono stati sottratti i dati di milioni di dipendenti del governo di Washington. Un maxi attacco di cui Washington considera responsabili gli hacker al servizio del governo cinese malgrado le numerose smentite di Pechino.
E’ evidente che quello informatico è uno dei tanti fronti sui quali si sta combattendo uno scontro tra grandi potenze mondiali e regionali in un contesto segnato dall’escalation militare ma anche dall’inasprirsi della competizione tecnologica tra soggetti statuali concorrenti.
Su fronti opposti, sia i jihadisti dello Stato Islamico sia i supporter del governo siriano sono molto attivi nella cyberguerra in atto su scala mondiale.
Il Sea è un team di hacker siriano nato nel 2011 che, tramite diversi attacchi condotti in tutto il pianeta, prova a colpire le varie istituzioni ed enti schierati contro il governo del Paese sottoposto a una violenta opera di destabilizzazione da parte delle Petromonarchie arabe, della Turchia e delle potenze occidentali.
Più volte il “Syrian electronic army” è riuscito a violare i sistemi informatici di entità statunitensi. Ad esempio nel 2013 il Sea riuscì ad hackerare l’account Twitter della Associated Press, inviando un falso tweet su un attacco terroristico alla Casa Bianca. Un colpo che causò un enorme danno economico, visto che la mossa causò un immediato collasso del valore dell'indice Dow Jones che perse ben 150 punti in soli due minuti. Sempre nel 2013, il Sea prese di mira il New York Times, “spegnendo” per diverse ore il portale di uno dei più importanti quotidiani al mondo.
Fonte
In un messaggio apparso sul sito dell’Us Army dopo l’intrusione, gli hacker hanno scritto che l’esercito statunitense è corrotto e che sostiene il terrorismo in Siria e altrove, invitando i cittadini statunitensi a non dargli retta. Il ministero della Difesa di Washington è stato costretto a confermare l’attacco informatico, precisando però che nessun dato è stato sottratto. Proprio ieri il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nel corso di una conferenza stampa realizzata alla fine del G7 tenutosi in Germania, aveva detto che i sistemi informatici statunitensi sono troppo antiquati e che servono maggiori tutele contro i tentativi di violazione, rilanciando la sua proposta di una legge sulla “sicurezza informatica” che in realtà poco ha a che fare con la lotta contro le intrusioni e molto con il controllo e il monitoraggio della rete.
Per l'esercito degli Stati Uniti quello di ieri non è certo il primo attacco hacker subito, anche se quello ad opera del “Syrian electronic army” è il primo messo a segno contro la pagina web destinata al pubblico (www.army.mil). Lo scorso gennaio hacker ritenuti vicini allo Stato Islamico avevano attaccato gli account YouTube e Twitter del Us Central Command, anche in quel caso senza riuscire a rubare alcuna informazione (sempre a detta dei comandi militari statunitensi). Inoltre la scorsa settimana un altro pesante attacco ha piegato la rete statunitense, quando con un'azione coordinata di diversi pirati informatici sono stati sottratti i dati di milioni di dipendenti del governo di Washington. Un maxi attacco di cui Washington considera responsabili gli hacker al servizio del governo cinese malgrado le numerose smentite di Pechino.
E’ evidente che quello informatico è uno dei tanti fronti sui quali si sta combattendo uno scontro tra grandi potenze mondiali e regionali in un contesto segnato dall’escalation militare ma anche dall’inasprirsi della competizione tecnologica tra soggetti statuali concorrenti.
Su fronti opposti, sia i jihadisti dello Stato Islamico sia i supporter del governo siriano sono molto attivi nella cyberguerra in atto su scala mondiale.
Il Sea è un team di hacker siriano nato nel 2011 che, tramite diversi attacchi condotti in tutto il pianeta, prova a colpire le varie istituzioni ed enti schierati contro il governo del Paese sottoposto a una violenta opera di destabilizzazione da parte delle Petromonarchie arabe, della Turchia e delle potenze occidentali.
Più volte il “Syrian electronic army” è riuscito a violare i sistemi informatici di entità statunitensi. Ad esempio nel 2013 il Sea riuscì ad hackerare l’account Twitter della Associated Press, inviando un falso tweet su un attacco terroristico alla Casa Bianca. Un colpo che causò un enorme danno economico, visto che la mossa causò un immediato collasso del valore dell'indice Dow Jones che perse ben 150 punti in soli due minuti. Sempre nel 2013, il Sea prese di mira il New York Times, “spegnendo” per diverse ore il portale di uno dei più importanti quotidiani al mondo.
Fonte
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