Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/08/2026

La Borsa rende ricche “famiglie”, aziende partecipate e fondi stranieri

La fotografia scattata da Milano Finanza nel 2026, con la consueta classifica dei più ricchi in borsa (alle quotazioni del 7 agosto) ci restituisce l’immagine del capitalismo rentier che stacca cedole. La composizione vede ancora un ristretto numero di “dinastie”, l’emergere dei fondi speculativi stranieri e delle grandi aziende partecipate dallo Stato.
Il primo posto resta saldamente nelle mani degli eredi di Leonardo Del Vecchio, con un patrimonio azionario di 44,5 miliardi di euro, anche se, la dinastia sta litigando in modo furibondo al proprio interno, un po’ come gli eredi Agnelli.

Al secondo posto c’è la famiglia Rocca che ha visto aumentare il valore della propria partecipazione in Tenaris da 9,9 a 15,2 miliardi, con una crescita del 54%, pari a oltre 5,3 miliardi in dodici mesi.

Al terzo posto sbuca il vecchio palazzinaro romano, ma non solo, Francesco Gaetano Caltagirone che è salito dal quinto al terzo gradino della classifica di Milano Finanza con 12,5 miliardi, +54% e oltre 4 miliardi di valore in più.

Subito dietro, arrivano i Crippa, una famiglia che controlla Technoprobe: erano sedicesimi un anno fa con 2,6 miliardi, adesso sono quarti con 10,4 miliardi. In dodici mesi il valore della loro quota in azienda è letteralmente esploso (quasi +300%) grazie al boom in borsa della società di microelettronica che è il secondo produttore al mondo di probe card, indispensabili per testare il corretto funzionamento dei microchip. In termini assoluti significa quasi 7,8 miliardi di ricchezza azionaria in più, la maggiore crescita tra i grandi patrimoni già presenti nella classifica 2025.

Ma i proventi in Borsa dei titoli tecnologici hanno spinto in alto anche la novità della Bending Spoons, fresca di quotazione al Nasdaq. Se i suoi azionisti comparsi in classifica venissero considerati come un unico blocco imprenditoriale, oggi la società tecnologica milanese si collocherebbe ai piedi del podio.

Le partecipazioni attribuite ai sei soci italiani censiti da Milano Finanza valgono nel complesso oltre 12 miliardi, neanche 500 milioni meno dei 12,5 miliardi di Caltagirone. E i soli quattro fondatori, che entrano direttamente nelle prime 21 posizioni, valgono 11,95 miliardi. Luca Ferrari entra direttamente al 16° posto con una partecipazione valutata 3,18 miliardi. Matteo Danieli debutta al 19° con 2,98 miliardi, Luca Querella al 20° con 2,92 miliardi e Francesco Patarnello al 21° con 2,87 miliardi. Si aggiungono Davide Giorgio Scarpazza, 127° con 90 milioni, ed Enrico Martinelli, 188° con 41,5 milioni. Considerato come blocco, si collocherebbe alle spalle soltanto dei Del Vecchio, dei Rocca e di Caltagirone, davanti ai Crippa, a Prada, agli Agnelli e ai Benetton.

Contestualmente però una delle dinastie simbolo del capitalismo italiano continua invece a perdere terreno. La famiglia Agnelli-Elkann-Nasi è passata dai 9,5 agli 8,05 miliardi, con un calo del 15,3%, scendendo così dal terzo al sesto posto. Si tratta del secondo arretramento consecutivo. Già lo scorso anno il patrimonio aveva ceduto quasi il 10%, penalizzato dalla debolezza di Exor e soprattutto dalla difficile fase attraversata dal settore automotive, tranne che per la Ferrari (i ricchi al lusso non rinunciano mai, ndr).

Arretra anche la famiglia Piero Ferrari, che scende dal sesto al nono posto. Il valore delle partecipazioni passa da 7,84 a 6,73 miliardi, -14,2%, con una perdita di oltre 1,1 miliardi. Scivolano più indietro anche gli eredi di Giorgio Armani: la ricchezza azionaria censita cala da 2,97 a circa 2 miliardi, -32,7%, e la famiglia del fondatore della maison arretra dal 14° al 26° posto.

Tra i grandi vincitori dell’anno ci sono però anche due famiglie legate alla finanza e ai media. I Doris-Tombolato salgono da 4,69 a 7,23 miliardi, con un incremento del 54,3%, e conquistano l’ottavo posto. In valore assoluto significa oltre 2,5 miliardi aggiunti in dodici mesi. Entrano stabilmente nella top ten anche gli eredi Berlusconi. Il valore delle partecipazioni in Banca Mediolanum, Mfe e Mondadori passa da 4,44 a 6,42 miliardi, con un incremento del 44,6%. La famiglia sale dall’undicesimo al decimo posto.

Secondo Milano Finanza basta però allargare lo sguardo alle prime 50 posizioni per trovare movimenti che raccontano quanto sia stata selettiva la borsa nell’ultimo anno. Tra le ascese più vistose c’è quella della famiglia Maramotti, azionista di Credem, che guadagna sei posizioni e sale al 22° posto: il valore della partecipazione passa da 1,35 a 2,15 miliardi, con un incremento del 60%. Ancora meglio fa la famiglia di Ermenegildo Zegna, che avanza dal 29° al 24° posto grazie a una ricchezza azionaria cresciuta del 75%, da 1,19 a 2,08 miliardi.

A beneficiare della corsa dei titoli industriali sono anche le famiglie legate a Danieli. Camilla e Matilde Benedetti e i Danieli Mareschi salgono rispettivamente al 31° e al 32° posto: per entrambi i rami il patrimonio azionario arriva a 1,52 miliardi, il 66% in più rispetto ai 911 milioni di un anno prima.

Ma uno degli scatti più sorprendenti arriva ancora una volta dalla finanza. La famiglia Gavazzi-Lado, azionista del Banco di Desio e della Brianza, vede più che raddoppiata la ricchezza, che passa da 666 milioni a 1,47 miliardi (+121%), e guadagna sette posizioni fino alla 33ª. Davide Leone, con la partecipazione in Banco Bpm, sale invece a 1,29 miliardi, +30%.Fa rumore anche la risalita della famiglia Ferragamo: dal 50° al 44° posto, con la partecipazione nella maison che passa da 450 a 925 milioni e mette a segno un +106%. La famiglia Storchi invece, grazie a Comer Industries e Vimi Fasteners, guadagna il 45% e sale a 827 milioni, mentre Massimo Perotti di Sanlorenzo cresce del 34% a 774 milioni. Appena dentro la top 50, infine, la famiglia D’Amico porta a 698 milioni il valore delle quote in D’Amico e Tamburi Investment Partners, quasi il 60% in più rispetto a un anno fa.

Ad essersi arricchite in Borsa nel 2026 sono state anche le aziende partecipate dallo Stato. Se nel 2025 il valore delle partecipazioni pubbliche censite da Milano Finanza aveva raggiunto 81,5 miliardi, dodici mesi dopo il totale sfonda la tripla cifra e arriva a 111,1 miliardi. L’incremento in termini assoluti è di oltre 29,5 miliardi, pari al 36,2%.

Il ministero dell’Economia, dispone direttamente di partecipazioni per 55,5 miliardi, mentre Cassa Depositi e Prestiti arriva a 54,7 miliardi. Nel portafoglio diretto del Mef il peso maggiore è quello di Enel, con una quota valutata oltre 24 miliardi, seguita da Poste Italiane con 10,42 miliardi e Leonardo con 10,14 miliardi. STMicroelectronics vale oltre 6 miliardi.

Cassa Depositi e Prestiti ha invece in Eni la gallina dalle uova d’oro: la propria quota vale quasi 21,8 miliardi, seguita da Poste Italiane con 12,46 miliardi, Snam con 6,15 miliardi e Terna con 6,05 miliardi. Italgas supera 2,67 miliardi, Fincantieri vale quasi 3 miliardi e Saipem oltre 1,1 miliardi.

Infine ci sono i grandi fondi di investimento stranieri che hanno ormai quasi 100 miliardi di Piazza Affari nel proprio portafoglio. Alla chiusura del 7 agosto, le partecipazioni riconducibili ai principali investitori istituzionali esteri censiti da Milano Finanza valgono complessivamente 97,7 miliardi di euro.

A dominare la graduatoria è il fondo BlackRock. Il gigante americano guidato da Larry Fink detiene partecipazioni per 37,88 miliardi, oltre un terzo dell’intero patrimonio censito. Il suo portafoglio abbraccia tutti i settori strategici di Piazza Affari: dalle banche, con Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper, Mps e Fineco Bank, all’energia con Eni, Enel, Snam e Italgas, passando per Ferrari, Stellantis, Telecom Italia, Prysmian e Moncler. Se fosse inserita nella classifica dei Paperoni privati, BlackRock sarebbe seconda, dietro soltanto ai 44,5 miliardi degli eredi Del Vecchio e davanti ai 15,2 miliardi della famiglia Rocca. E metterebbe nel mirino lo Stato italiano (111 miliardi).

Alle spalle del colosso americano c’è Norges Bank, il braccio operativo del gigantesco fondo sovrano norvegese, con partecipazioni per 15,45 miliardi distribuite su 81 società italiane.

Al terzo posto c’è Capital Research and Management con 9,34 miliardi investiti tra Carel Industries, Interpump, Lottomatica, Moncler, Prysmian, Reply e Unicredit.

Ma la mappa del capitale straniero non è fatta soltanto di asset manager. Cvc Capital Partners vale 5,21 miliardi grazie alla partecipazione in Recordati, mentre Credit Agricole arriva a 5,18 miliardi con la quota di maggioranza relativa in Banco Bpm. Oak Holdings-Vodafone ha 2,27 miliardi in Inwit. JP Morgan Asset Management supera i 2 miliardi con quote in Azimut, Bff Bank, Bper e altri titoli, mentre Lazard è appena dietro, sempre sopra quota 2 miliardi.

Teradyne possiede quasi 2 miliardi di Technoprobe, la società che ha fatto esplodere anche la ricchezza dei Crippa. Fmr vale 1,70 miliardi attraverso Lottomatica, Marr, Prysmian e Sesa; Morgan Stanley 1,69 miliardi con Moncler e Telecom Italia; Vanguard 1,56 miliardi con Prysmian. Goldman Sachs conta 1,52 miliardi in Banco Bpm, mentre Sinochem conserva 1,43 miliardi in Pirelli e Ardian quasi 1,4 miliardi in Inwit.

Prysmian poi compare nei portafogli di BlackRock, Capital Research, Lazard, Fmr, Vanguard, AllianceBernstein, T. Rowe Price, Amundi, State Street e Baillie Gifford. Più in basso ci sono anche altri investitori industriali e sovrani o gruppi esteri: Advantest ha 991 milioni in Technoprobe, Suez 883 milioni in Acea, Temasek 432 milioni in Moncler e la cinese Shandong Sasac circa 400 milioni in Ferretti.

Questa vera e propria mappa del capitalismo e della ricchezza in Italia va conosciuta e studiata bene, non per invidiarla ma per abbatterla, soprattutto se si mette a confronto la natura e il volume di queste ricchezze e la situazione economico-sociale del paese.

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12/06/2026

La quotazione in Borsa di SpaceX presenta numerose insidie

di Alessandro Volpi

Il 12 giugno è il giorno del più grande collocamento in Borsa della storia. Si tratta dell’ingresso al Nasdaq di SpaceX, la società guidata da Elon Musk. Il battage pubblicitario e la narrazione dei media di questo evento sono incalzanti: il dato comune è riassumibile nell’immagine del nuovo geniale padrone dello spazio e dell’intelligenza artificiale che approda in Borsa, facendo e facendo fare miliardi di dollari a tutti.

Il racconto quotidiano è intessuto di grandi temi, costituiti dalla celebrazione della totale dipendenza degli Stati Uniti e del mondo “libero” dai satelliti di Musk, a cui si aggiungono i mirabolanti viaggi su Marte, la creazione di stazioni permanenti in giro per l’Universo, l’imbattibile produzione di auto elettriche, la scoperta di infinite applicazioni dell’intelligenza artificiale, il tutto costantemente condito da aneddoti sulla singolarità del personaggio.

Certo, l’operazione ha bisogno di una grande attenzione mediatica perché è davvero imponente, almeno nelle attese. La quotazione di SpaceX (Space exploration technologies corp) prevede infatti che le azioni saranno scambiate sul listino Nasdaq (e sul Nasdaq Texas) con il simbolo “SPCX”. La società debutterà come “controlled company”, il che significa che Elon Musk manterrà una solida maggioranza del potere di voto. Il prezzo delle azioni è fissato a 135 dollari e l’operazione punta a una capitalizzazione di mercato di circa 1,75mila-1,78mila miliardi di dollari.

Un simile dato la posiziona immediatamente tra le prime dieci aziende più “preziose” al mondo, superando colossi come Meta e Amazon. SpaceX punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari, il che la rende la più grande Offerta pubblica iniziale (Ipo) della storia, battendo il record precedentemente detenuto da Saudi Aramco.

Una delle caratteristiche più insolite di questa quotazione è l’attenzione agli investitori privati. SpaceX ha riservato una quota eccezionalmente alta, circa il 30% dell’offerta, agli investitori retail (piccoli risparmiatori). Di solito, nelle grandi Ipo tecnologiche, questa quota non supera il 10%. È previsto poi l’accesso tramite piattaforme come Goldman Sachs (capofila dell’operazione), ma anche broker accessibili al pubblico (come XTB, eToro o Fidelity) che hanno aperto canali per permettere agli utenti di richiedere l’allocazione delle azioni prima del debutto.

Siamo di fronte quindi a una colossale impresa finanziaria che ha bisogno di rastrellare, davvero, una massa di risparmiatori e investitori gigantesca. Qui si pone il punto critico. La quotazione in Borsa di SpaceX anticipa quelle di Anthropic e OpenAI che avverranno entro la fine dell’anno e dovrebbero mobilitare circa quattromila miliardi di dollari. Queste quotazioni sono rese inevitabili dal bisogno per gli investitori, Musk in primis, di avere un ritorno finanziario dei propri massicci investimenti e di poter collocare i titoli delle società nei listini in modo da poterli vedere inseriti negli strumenti finanziari, a partire dagli Etf, fondamentali per i grandi gestori del risparmio globale, come nel caso di BlackRock.

Il problema è però costituito dal fatto che tre Ipo di tali dimensioni devono trovare spazio in un mercato obbligazionario intasato dalla gigantesca mole di titoli del debito pubblico Usa da piazzare, con scadenze molto ravvicinate, e in un mercato azionario caratterizzato dalla ipervalutazione proprio dei titoli già quotati del settore dell’intelligenza artificiale: a tutto ciò si aggiungono gli effetti restrittivi di tassi alti e destinati a salire per l’emergere dell’inflazione.

Il rischio vero, quindi, è che le quotazioni avvengano a prezzi più bassi rispetto a quelli attesi, con un’accelerazione dello sgonfiamento della bolla, su cui grava anche il livello di indebitamento non banale che colpisce tutto il settore dell’IA e che proprio il rialzo dei tassi potrebbe far fibrillare come nel caso, ben più ridotto, dei mutui subprime.

Per essere ancora più chiari le aspettative di prezzi azionari molto alti nel caso di queste Ipo, oggetto di una vera e propria narrazione mirabolante e quasi miracolistica, potrebbero essere incrinate se l’adesione del risparmio globale non ci fosse e soprattutto se i grandi gestori del risparmio si trovassero a fare delle scelte perché è sempre più difficile alimentare un “mercato” azionario che vale quasi 160mila miliardi di dollari (erano 94mila miliardi nel 2019) e uno obbligazionario che supera i 142mila miliardi di dollari (erano 105mila nel 2019). Dunque, il più grande spettacolo dopo il Big Bang risulta davvero insidioso, soprattutto per i milioni di risparmiatori in giro per il mondo che hanno le loro polizze e i loro fondi pensione imbottiti di titoli statunitensi.

Proprio la partita dei grandi gestori è decisiva, di nuovo, a riguardo. BlackRock ha guidato la domanda istituzionale con un ordine record stimato tra i cinque e i dieci miliardi di dollari di future azioni SpaceX, puntando a diventare il primo azionista istituzionale esterno e cercando di replicare il peso che ha in Tesla (circa il 7%). Vanguard entrerà massicciamente non tanto durante l’Ipo quanto nella fase di inclusione negli indici. Poiché SpaceX (SPCX) entrerà nel Nasdaq-100 intorno al 7 luglio di quest’anno, Vanguard sarà obbligata ad acquistare decine di miliardi di dollari in azioni per i suoi Etf (come il VOO o il VGT). Si stima che, entro la fine del 2026, i fondi istituzionali (BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity) arriveranno a controllare circa il 20%-25% del capitale, agendo da stabilizzatori contro la volatilità tipica dei titoli legati a Musk.

Ma tutto questo dipende, come ricordato, dalla tenuta complessiva di un sistema che è sempre più stressato e ha un bisogno famelico di risparmiatori spesso impoveriti dalla fine dell’economia reale, dei loro redditi da lavoro e intossicati dalla dipendenza dalla rendita finanziaria.

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02/06/2026

Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla

di Alessandro Volpi

La crisi energetica dei combustibili fossili, “la fame” dell’intelligenza artificiale, l’illusione dei bassi costi e del ridotto impatto ambientale del nucleare stanno spingendo in alto i titoli delle società che si occupano di questa forma di energia e stanno attirando nel settore i grandi gestori del risparmio internazionale. Le società che si occupano di energia nucleare si dividono principalmente in tre categorie: i produttori di energia (utility), i “minatori” di uranio e gli sviluppatori di nuove tecnologie.

Per quanto riguarda il primo gruppo, le utility, sono i titoli che hanno performato meglio grazie ad accordi con le Big Tech (Microsoft, Amazon, Google). In particolare, Constellation energy, che è il più grande operatore nucleare negli Stati Uniti, ha registrato tre il 2024 e il 2025 un tondo +100%, anche per la riapertura della centrale di Three Miles Island in seguito a un accordo ventennale con Microsoft. I suoi azionisti principali sono Vanguard Group (circa 11%), BlackRock (9%) e State Street. I tre “padroni del mondo”.

C’è poi Vistra Corp. Nel 2025 è stato uno dei migliori titoli dell’S&P 500, con crescite superiori al 150% in alcuni periodi. Vanguard Group è il primo azionista, con una quota che oscilla tra il 10% e il 12%, BlackRock, il secondo, con una quota intorno all’8-9% e State Street Corporation, il terzo, detiene circa il 4-5%. Nella proprietà sono presenti anche Fmr (Fidelity Investments) che detiene una quota significativa (circa il 5%), Capital Research & Management e Oaktree Capital Management. Nel 2024, Vistra ha completato l’acquisizione di Energy Harbor (operazione che le ha permesso di ottenere le centrali nucleari Beaver Valley, Davis-Besse e Perry). In questa operazione, alcuni dei precedenti azionisti di Energy Harbor (spesso fondi di investimento speculativi o specializzati in ristrutturazioni) hanno ricevuto azioni Vistra, entrando nella compagine sociale.

È evidente quindi che sul versante delle utility dell’energia, il nucleare è un oggetto ormai controllato dai grandi fondi, il cui obiettivo è trasferirvi risparmi gestiti, attraverso i propri prodotti finanziari, capaci di sfruttare e tenere alti i rendimenti dei titoli di tali società. Il nucleare diventa quindi il terminale di destinazione del risparmio globale per far reggere la bolla, naturalmente in una sinergia con l’azione delle Big Tech di cui gli stessi grandi fondi sono azionisti. Peraltro, Constellation e Vistra stanno aumentando i dividendi e i piani di riacquisto di azioni proprie grazie ai flussi di cassa stabili, in modo da essere ancora più appetitose.

I giganti dell’uranio sono fondamentalmente due. Il primo è Cameco, con sede in Canada, che è il principale produttore quotato in Borsa al mondo. Il suo titolo ha registrato un forte rialzo (+50% nel 2025) e ha migliorato i propri conti per effetto del possesso del 49% di Westinghouse, che, come è noto, costruisce i reattori. Anche qui gli azionisti principali sono i grandi fondi, a partire da BlackRock e Vanguard, insieme a Brookfield asset management (tramite la partnership per Westinghouse). L’altro gigante è Kazatomprom, il più grande produttore mondiale in termini di volume. In questo caso il controllo è del fondo sovrano del Kazakistan (Samruk-Kazyna) per il 75%, il resto è quotato a Londra e Astana, con una forte presenza dell’immancabile BlackRock.

Infine, per quanto riguarda la tecnologia un hanno rilievo importante le società che sviluppano mini-reattori prefabbricati, i cui titoli sono più volatili e ancora più speculativi. Solo per ricordare alcune di tali società è possibile citare NuScale Power, la prima ad avere un design approvato negli Stati Uniti, Oklo, sostenuta da Sam Altman (amministratore delegato di OpenAI), GE Vernova, spin-off di General Electric. Di nuovo gli azionisti sono i grandi gestori del risparmio a cominciare da T. Rowe Price e proprio Vanguard.

Questa breve fotografia del settore consente di fare alcune considerazioni di natura generale. In primo luogo, i titoli di tutte queste società stanno correndo al rialzo, configurando un’ulteriore bolla. Inoltre, a sostenere la speculazione contribuisce la presenza nel loro azionariato dei grandi gestori che stanno drenando il risparmio diffuso in tale direzione e creando una vera e propria filiera di destinazione delle risorse liquide disponibili verso nucleare, Big Tech e società di cui le Big Tech hanno bisogno, a partire dal cloud, in una catena nelle mani di un vero e proprio monopolio finanziario. Un ulteriore, decisivo sostegno proviene dalla politica, nel cui ambito cresce il numero delle forze partitiche che celebrano il nucleare come la soluzione inevitabile per la crisi energetica. Infine, nella stessa direzione si muovono le narrazioni mediatiche che legano l’insicurezza energetica determinata dalle guerre “all’errore” per molti Paesi di aver abbandonato le centrali atomiche.

Basta mescolare questi ingredienti e la bolla nuclearista è servita, in cui uno spazio, seppur limitato, ha anche il nucleare “finanziario” italiano. La società Newcleo è una realtà con sede a Parigi, fondata e guidata da Stefano Buono e con una base azionaria fortemente italiana, avendo tra gli investitori gli Elkann di Exor Seeds, esponenti della famiglia Malacalza e veicoli riconducibili alla famiglia Petrone. Tale società, in cui sembra che anche il Governo Meloni voglia mettere qualche decina di milioni di euro, sta completando il percorso di quotazione a Wall Street, con sbarco previsto sul Nasdaq nel secondo semestre del 2026 attraverso la fusione con una Special purpose acquisition compan (Spac), in pratica una scatola vuota, in un’operazione che valuta la società circa 2,4 miliardi di dollari. Lo schema è simile a quello utilizzato da altre startup del settore nucleare. Newcleo si fonderà con la Spac newyorkese NewHold Investment Corp III: una simile operazione dovrebbe iniettare nelle casse dell’azienda ben 420 milioni di dollari. La società, essendo ancora molto lontana dalla fase commerciale, non è oggi redditizia e, anzi, nel 2024 avrebbe registrato perdite per circa 110 milioni di dollari. Meglio, allora, intanto guadagnare in termini finanziari e a godere della cuccagna nuclearista.

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29/04/2026

Uno sparo che non agita le borse

di Alessandro Volpi

Ho visto le immagini e letto i commenti sull’attentato a Trump. Si potrebbero dire molte cose. Mi limito a esprimere due considerazioni.

La prima è epidermica. Trump utilizzerà questo attentato per arginare le difficoltà enormi in cui si trova per effetto della crisi strutturale dell’economia reale degli Stati Uniti non certo semplificata dalla guerra all'Iran.

La seconda è più strutturata. È interessante notare che ormai le Borse non sono affatto agitate da simili attentati. In passato, quello a Kennedy e quello a Reagan, avevano imposto l’immediata chiusura delle Borse per evitare sconquassi troppo forti. Gli ultimi attentati a Trump non hanno provocato alcuna reazione degna di questo nome: e non si tratta solo del “fenomeno” Trump.

Il vero dato è che le Borse americane sono cresciute pressoché continuativamente negli ultimi 10 anni così come il listino S&P 500 è lievitato nello stesso periodo. Il Nasdaq è passato da 4500 punti nel 2016 a 24500 nel 2026 con una crescita del 415%, il Dow Jones da poco meno di 18000 a oltre 50000, con un incremento del 172% mentre l’indice S&P è passato da 2065 punti a 7100 con una crescita del 245%. Dunque una corsa senza troppi intoppi.

A ciò hanno contribuito due fattori. Il primo è rappresentato dal peso quasi monopolistico dei tre grandi gestori del risparmio mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street hanno ormai il 25%, in termini di valore, delle azioni delle società presenti in S&P 500, risultando i primi azionisti con la maggioranza relativa nell’88% di tali società e con diritti di voto pari ad un decisivo 25-30%.

In sintesi, le Borse e le società quotate Usa hanno un solo regolatore, gestore e proprietario, costituito da questi tre grandi fondi; un “governo” per cui, in termini finanziari, contano poco gli attentati ai presidenti. I Padroni sono padroni, poi qualche presidente può fare anche una brutta fine, ma il capitalismo finanziario monopolistico deve reggere.

La seconda considerazione riguarda la costante divaricazione fra i dati delle Borse e quelle dell’economia reale, che dalle Borse ha tratto ben poco alimento. Il Pil Usa infatti è cresciuto mediamente di poco più del 2% con una spinta decisa dal debito federale che ora è a 40 mila miliardi, mentre i redditi dei ceti con redditi medio bassi hanno perso ben oltre il 4%.

Il capitalismo finanziario ha diviso nettamente gli Stati Uniti in due: pochissimi super ricchi finanziari e moltissimi impoveriti e poveri, con un unico governo dei grandi fondi per i quali gli attentati ai presidenti possono avere un valore politico ma un decisamente minore impatto finanziario.

A meno che il presidente non voglio cambiare davvero le leggi della finanza, ma Trump ha dimostrato rapidamente che non è questo il suo intento.

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06/03/2026

Il governo della speculazione sulle bollette

di Alessandro Volpi

Narrazioni difficilmente sopportabili. La presidente Giorgia Meloni ha dichiarato di voler combattere la speculazione sui prezzi del gas, dell’elettricità e della benzina. Il suo ministro Pichetto Fratin si è spinto a distinguere fra “speculazione buona” e “speculazione cattiva”.

In realtà Meloni dovrebbe specificare meglio cosa intende per “colpire la speculazione” al di là dell’ipotesi di una ennesima minaccia, mai attuata, di tassazione sugli extra profitti.

Il prezzo del gas, che costituisce circa il 40-45%, del peso della bolletta si determina in un indice che ha sede immateriale ad Amsterdam, di proprietà di una società americana – ICE – i cui principali azionisti sono i grandi gestori del risparmio, BlackRock, Vanguard e State Street, che sono anche i principali operatori di quell’indice perché rappresentano, con le loro derivazioni, circa i 2/3 dei 500 operatori presenti.

In tale indice il prezzo del gas viene determinato non in base all’offerta e alla domanda reale di gas, ma in base alle scommesse speculative (buone, cattive? Questo lo sa solo l’ineffabile Pichetto Fratin) mosse dalle “aspettative” senza reale legame con la produzione di gas.

Se le aspettative, come in questo momento, prevedono un rialzo, le scommesse puntano sul rialzo e il prezzo sale velocemente (oggi siamo già vicini ai 60 euro megawattora contro i 29 di pochi giorni fa). Per essere ancora più chiari questi aumenti dipendono per il 50% dall’effetto delle scommesse dei grandi fondi e della finanza delle Big Three, e arrivano direttamente sulle bollette o alla pompa.

Ma la speculazione – buona, cattiva? – non si ferma qui perché possono giocare un ruolo nelle tariffe gli effetti delle azioni di società a partecipazione pubblica, come Eni, Enel, Italgas e Snam, che magari hanno comprato prima dell’impennata speculativa e rivendono con il prezzo speculato: lo Stato in realtà ha una percentuale vicina al 30%, ma buona parte del 70% restante è in mano agli stessi grandi fondi, a cominciare dalle Big Three, che certamente non sono disponibili a riduzioni di prezzo e alla rinuncia agli extraprofitti.

In più, occorre ricordare che una parte delle tariffe è definita dalle multi-utility dove sono presenti i Comuni ma dove hanno un ruolo decisivo, in particolare in quelle quotate in Borsa, gli stessi grandi gestori del risparmio Usa, onnipresenti.

Infine, non bisogna trascurare che il 30% del costo delle tariffe proviene da oneri fiscali, Iva e accise. Dunque, il governo per battere la speculazione dovrebbe trovare un altro strumento di definizione dei prezzi che non sia l’indice olandese, che oggi resta decisivo anche per il “Punto di Scambio virtuale”, creato per cercare un’autonomia dall’indice olandese.

Dovrebbe insomma provare a ri-nazionalizzare la filiera dell’energia, dove realmente si decide la possibilità di calmierare le tariffe rinunciando ai profitti stellari e dovrebbe ridurre Iva e accise, che peraltro sono imposte indirette e colpiscono duramente i redditi più bassi.

Se non si fa questo si devono mettere soldi nei “decreti bollette” che rischiano di essere sempre insufficienti e sono un modo per pagare tramite risorse pubbliche i profitti di speculatori e distributori.

A proposito di speculazioni, io penso che quelle buone non esistano mai e in particolare quelle su beni fondamentali come l’energia.

P.S. Certo la totale subordinazione agli Stati Uniti, che hanno scatenato la guerra dell’energia per la propria sopravvivenza imperiale e che impoverisce di nuovo la popolazione italiana, non mi pare molto ragionevole. Non posso, in questo, non citare il fantastico Matteo Renzi che, di fronte all’alternativa Khamenei/Trump, sostiene di “non avere dubbi e di stare con Trump”.

Ecco la storia è un po’ più complessa e questo modo di “interpretarla” non è molto dissimile da quello di Giorgia Meloni.

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20/01/2026

I “padroni del mondo” e le pensioni italiane

Un recente articolo del “Financial Times” pone la questione della sostenibilità della spesa pensionistica pubblica nei paesi europei, argomentando come la curva di tale spesa apparirà, nel giro dei prossimi decenni, insostenibile [1]. Al di là delle argomentazioni, spesso contraddittorie, dell’articolo, la soluzione che pare emergere per il FT è quella di orientare i paesi, i governi, e i lavoratori, che godono di un sistema pensionistico pubblico, verso i fondi pensione integrativi che sono gestiti in buona sostanza dai grandi fondi finanziari americani, i cosiddetti “padroni del mondo”.

Non è un mistero che la ricchezza si stia sempre più concentrando in poche mani, una tendenza alla centralizzazione dei capitali che si esprime nei monopoli dei grandi fondi finanziari americani, i più consistenti, in termini economici, sono i cosiddetti big three (BlackRock, Vanguard Group, State Street Global). Questi fondi gestiscono patrimoni, nello specifico i primi dieci al mondo, che hanno registrato un attivo di 44 mila miliardi di dollari nel 2022, i menzionati Black Rock e Vanguard ne gestiscono la metà; in sostanza, due fondi gestiscono un giro economico pari a circa 1/5 del PIL mondiale [2]. I primi dieci fondi del mondo partecipano, inoltre, in quote tra il 30 % e il 40 % delle prime 500 società mondiali, denotando la tendenza alla formazione di un’oligarchia finanziaria che domina l’economia “reale” euro-atlantica. Per effettuare un paragone con la finanza europea, essa gestisce patrimoni che a confronto appaiono fortemente sottodimensionati, le prime 10 società europee di risparmio gestito hanno attivi che sfiorano “soltanto” i 13 mila miliardi (e sono partecipate spesso e volentieri dai fondi americani), con solo cinque fondi che gestiscono cadauno circa mille miliardi (con la sola Amundi che gestisce in solitaria più di duemila miliardi).

In Italia le pensioni pubbliche sono gestite dall’INPS che chiude il bilancio 2025 con un attivo di 7,5 miliardi, risorse che sono fortemente soggette agli appetiti dei grandi fondi speculativi, delle banche e delle assicurazioni (a loro volta partecipate dai grandi fondi). Negli ultimi decenni la legislazione italiana ha favorito, con l'avallo di CGIL, CISL e UIL, il traghettamento progressivo di quote consistenti di salario diretto e indiretto nei fondi, in primis tramite i rinnovi dei CCNL che prevedono lo scambio tra aumenti retributivi reali e welfare aziendale che avalla i fondi integrativi pensionistici privati, la sanità privata e le polizze assicurative gestite sempre dai grandi fondi americani.

Nell’ultima legge di bilancio vediamo un imponente vantaggio fiscale al meccanismo delle pensioni private, tramite l’aumento della deducibilità annua del contributo versato ai fondi pensione. E ancora più incisivo e pericoloso l’obbligo del TFR nei fondi pensione privati per i neoassunti dal primo luglio 2026, e il silenzio-assenso come formula per negare tale trasferimento, una destinazione che USB denuncia con forza come meccanismo di appropriazione e finanziarizzazione del salario differito.

Nei primi nove mesi del 2025 i fondi pensione italiani hanno raccolto contributi per 11,7 miliardi di euro, (Relazione Covip settembre 2025), risorse che rappresentano l'architrave di una deriva finanziaria, borsistica e speculativa che ha prosciugato l'economia reale negli ultimi decenni. Sostenere la previdenza complementare significa consegnare le tutele sociali alla speculazione e ai grandi colossi bancari, alle assicurazioni, trasformando il futuro dei lavoratori e delle lavoratrici in una scommessa d'azzardo sui mercati azionari.

USB - Federazione del Sociale

Note

[1] https://www.ft.com/content/9c3c1ec8-9ccf-46bb-977d-e877dcf564e6

[2] Cfr. A. Volpi, I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2024; Id., La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Laterza, Roma-Bari, 2025; Indice S&P 500: https://www.britannica.com/money/economic-indicator.

Fonte

26/10/2025

Pillole di bancarotta

di Alessandro Volpi

La bolla dell’oro

La crisi profonda del capitalismo finanziario sta generando una mostruosa bolla costruita attorno all’oro, destinata a cambiare il quadro dell’economia internazionale.

Ci sono almeno tre ragioni, tra loro decisamente collegate, che favoriscono un prezzo dell’oro superiore ai 4000 dollari l’oncia.

La prima è la grande richiesta di oro da parte delle banche centrali, a cominciare da quella cinese: ormai sono scomparsi i due beni rifugi su cui costruire la tesaurizzazione del valore, rappresentati dal dollaro e soprattutto dai titoli del Debito Usa, e dunque l’oro resta il solo bene rifugio.

Ma non solo bene rifugio, l’oro diventa anche la sola reale garanzia di “conversione” monetaria per l’economia capitalista che non può permettersi una moneta in continuo deprezzamento come nel caso del dollaro. Quindi stiamo tornando rapidamente al gold standard, dove l’unica vera garanzia era costituita dalla piena convertibilità aurea.

La seconda ragione si lega alla prima. La ricerca di oro come bene rifugio non riguarda solo le banche centrali ma l’intero sistema finanziario, a cominciare dai grandi gestori del risparmio, che, in un momento di estrema incertezza come quello attuale, hanno bisogno di “stabilizzare” i loro impieghi avendo una solida riserva aurea.

La terza ragione è riconducibile alla ormai dominante struttura del sistema finanziario globale, dove i prezzi sono definiti attraverso gli strumenti derivati. In pratica, sul prezzo dell’oro si fanno milioni di scommesse, sganciate al possesso dell’oro in quanto tale, che finiscono per generare un’impennata molto più accentuata di quella, già forte, legata al mercato reale dell’oro.

Non a caso i futures sull’oro corrono di più del già altissimo prezzo dell’oro. La crisi del capitalismo finanziario, la sua scelta di puntare sulla dimensione militare stanno generando una dipendenza dall’oro che, per i suoi altissimi rendimenti, sta mangiandosi pezzi interi di economia reale.

Chi comanda in Europa

In Germania, BlackRock ha partecipazioni, sia direttamente sia attraverso fondi posseduti, comprese fra il 3 e il 10% in Commerzabank, Deutsche Bank, Continental, Adidas, Bayer, Lufthansa, Sofran, Daimler, Ag, Basf, Allianz, Siemens, Thyssen Krupp, Muniche Re, Rheinmetall, Hensholdt.

A questo complesso di partecipazioni si aggiunge una lunga lista di azioni possedute, al di sotto della soglia del 3%, in numerosissime altre società tedesche, a partire dal settore del credito e delle assicurazioni. In Francia, la società guidata da Larry Fink detiene pacchetti azionari, di nuovo fra il 3 e il 9%, in Sanofi, TotalEnergies, Lvhm, Schneider Electric, Société Générale, Orpea. Anche qui, come in Germania e in Italia, BlackRock possiede partecipazioni inferiori alla soglia del 3% in numerosissime società francesi, con una significativa incidenza nel comparto bancario.

In Inghilterra, la società americana gestisce una serie di fondi UCITS domiciliati nell’isola, che contengono importanti partecipazioni di società inglesi, mentre registra una presenza azionaria diretta in Shell, in Netwest group e in Preqin.

Le partecipazioni in Spagna di BlackRock sono concentrate nel sistema bancario, in Bbva, Banco Sabadell, Banco Santander, Caixa Banca, dove il capitale posseduto oscilla fra il 6 e l’8%, e in una serie di altri settori ambiti dove la quota posseduta è superiore al 5%, da Iberdola, a Repsol, Enagas, Redeia, Telefonica, Grifols, Fluidra, Merlin e AM-Deus.

Un peso particolare poi il fondo americano assume in Naturgy, di cui controlla il 10%.

A questi dati generali vanno aggiunte tre considerazioni ulteriori. La prima è rappresentata dal fatto che BlackRock è il principale azionista delle società che gestiscono la Borsa di Londra, quella di Francoforte e quella di Milano.

La seconda, già accennata per il caso italiano, è riconducibile alla massiccia presenza in quasi tutti gli Stati europei di un esteso circuito di vendita degli Etf prodotti da BlackRock volti a intercettare il risparmio diffuso; a tal riguardo è opportuno sottolineare che quello degli Etf è un settore in forte crescita, con un mercato complessivo in Europa di oltre 2800 miliardi di dollari, destinati, appunto, a “catturare” una larga fetta del risparmio gestito, con oltre 11 milioni di piani di risparmio solo in Etf.

La terza considerazione consiste nel mettere in evidenza che BlackRock rappresenta soltanto uno dei tre grandi fondi americani che dominano la scena europea perché considerazioni analoghe sarebbero possibili per Vanguard e State Street, la cui azione, rispetto alla società presieduta da Fink, è costruita soprattutto sulla produzione di Etf e di fondi in cui sono contenuti rilevanti pacchetti azionari di società italiane.

Grandi manovre

Il presidente di Jp Morgan, Jamie Dimon, intervistato dalla BBC inglese, ha dichiarato con nettezza che il rischio di uno scoppio della bolla finanziaria americana è particolarmente alto; non il 10% come sostengono molti analisti – sostiene Dimon – ma oltre il 30%. Dunque, sostiene il banchiere più influente del mondo occidentale, bisognerebbe trovare alternative ai listini Usa e non pensare di gonfiare ancora le big tech con la nuova bolla dell’Intelligenza artificiale.

Per Dimon meglio guardare ad impieghi più sicuri, magari non in dollari, a cominciare dall’oro e dalla finanza di guerra. La strategia di “diversificazione”e di parziale sganciamento dalla bolla americana è cominciato; i proprietari di Jp Morgan, i grandi fondi – BlackRock, Vanguard e State Street – stanno continuando la guerra contro Trump e hanno deciso di puntare sull’amico tedesco, il loro ex dipendente Friederich Merz. Forse qualcosa avevo capito...

Monopolio

Non serve sottolineare quanto l’intelligenza artificiale è e sarà centrale nei processi sociali, politici ed economici. Intanto, il dato più evidente è rappresentato dal fatto che nella finanza statunitense si è costituto un vero e proprio regime monopolistico.

Amd e Nvidia, le due società che dovrebbero farsi concorrenza, hanno come principali azionisti, con una percentuale complessiva non distante dal 30%, BlackRock, Vanguard e State Street. Peraltro Amd ha chiuso un accordo con Open Ai di Sam Altman, che prevede l’ingresso della stessa Open Ai nel capitale di Amd, dopo che la società guidata da Altman aveva già stabilito un’intesa con Oracle di Larry Ellison, nel cui capitale sono ampiamente presenti BlackRock, Vanguard e State Street.

Le Big Three, poi, insieme a Altman, Ellison, Thiel, Nvidia, hanno un ruolo decisivo nel progetto federale relativo all’Intelligenza artificiale Stargate. In estrema sintesi, la bolla del prossimo futuro ha già i suoi padroni.

Crisi politiche e borse che volano

La Francia è praticamente senza governo, l’Inghilterra di Starmer procede tra mille affanni, così come la maggioranza che sorregge Merz in Germania. I dati economici dei tre paesi sono decisamente stagnanti; una situazione questa condivisa anche dall’Italia, tenuta solo molto parzialmente a galla dal PNRR.

Nonostante questo le Borse di Parigi, Londra, Francoforte e Milano corrono. Perché?

La spiegazione è forse semplice; il valore delle società quotate è alimentato dalle iniezioni di liquidità provenienti dai grandi fondi, a cominciare da quelli Usa, dai profitti fatti dalle stesse società che si dedicano all’acquisto di prodotti finanziari forniti dagli stessi fondi, e dalla distribuzione di dividendi agli azionisti, costituiti proprio dai grandi fondi, e dalle numerose operazione di buy back, concepite per alleggerire ancora di più la tassazione dei proventi finanziari.

In altre parole le Borse vanno bene perché sono indifferenti alla politica e rispondono al potere unico dei grandi player finanziari in grado di stravolgere la realtà e di plasmarla a proprio piacimento. È difficile immaginare, in queste condizioni, strategie di programmazione economica legate a politiche creditizie e occupazionali.

Nella finanza occidentale, architrave della costruzione neoliberale, politica, produzione e lavoro sembrano essere sempre più residuali. Gli effetti sono inevitabili: una continua frammentazione della produzione in micro-imprese che faticano a generare reddito, una crescente indifferenza per le scadenze elettorali da parte della popolazione e la progressiva, totale dipendenza dalla “democrazia” finanziaria dei fondi, veri arbitri, attraverso la remunerazione del risparmio, delle sorti collettive.

Non a caso, il “gioiello” di BlackRock, Vanguard e State Street, la società con la maggiore capitalizzazione al mondo, pari a oltre 4000 miliardi di dollari [Nvidia, ndr], ha poco più di 35 mila dipendenti.

Non sono questioni tecniche!

Il governo Meloni sta procedendo a grandi passi verso un potenziamento della finanziarizzazione e della destinazione dei risparmi nazionali verso i grandi fondi Usa.

Due misure vanno chiaramente in tal senso.

Nei giorni scorsi, Meloni, Nordio e Giorgetti hanno varato la proposta di un nuovo Testo unico sulla Finanza, il cui principale obiettivo è rendere la Borsa di Milano più attraente e più fruibile per i grandi capitali esteri e soprattutto in grado di attirare i fondi internazionali che gestiscono il risparmio italiano.

Il progetto è chiaro: gli italiani e le italiane devono diventare soggetti finanziari attraverso la mediazione dei grandi fondi con una semplificazione delle procedure, una deregolamentazione e un abbattimento dei già scarsi controlli. Avranno salari sempre più bassi ma spereranno in un’integrazione del loro misero reddito attraverso una “democratizzazione”, guidata da governo e fondi, della finanza.

La seconda misura, ancora più clamorosa, riguarda la riforma del sistema pensionistico introducendo novità cruciali. Intanto il governo vuole introdurre l’obbligatorietà del trasferimento del Tfr a fondi privati defiscalizzati, a cui si unisce la possibilità per gli stessi fondi di scegliere, autonomamente con il silenzio assenso dei loro risparmiatori, cosa comprare, con una larga prevalenza per le azioni.

Infine, la proposta del governo contempla un processo rapido di smantellamento dei fondi pensione più piccoli per costruire “colossi”, inevitabilmente legati ai grandi gestori Usa.

Il sovranismo “italiano” si è trasformato nella più clamorosa costruzione di un processo che consegna il risparmio italiano alla finanza Usa per alimentare i titoli americani nella speranza che forniscano rendimenti sufficienti per supplire alla povertà salariale e alla fine dei servizi pubblici. Vi assicuro, non sono questioni tecniche.

La legge di bilancio e lo sceriffo di Nottingham

Fantastico. Il governo Meloni sta chiudendo la legge di bilancio che vale 16 miliardi di euro; in pratica è del tutto inconsistente, incapace di incidere sulle difficoltà della stragrande maggioranza della popolazione del paese. Anzi, di quei 16 miliardi, ben 10 provengono da tagli. Dunque, da nuova austerità e nuove privatizzazioni.

Ma c’è un aspetto che mi sembra davvero grottesco. Dei 6 miliardi di “entrate”, ben 3 dovrebbero venire dalle banche; ma in che cosa consiste realmente il “contributo” concordato dalle banche con il superministro Giorgetti? In un anticipo di imposte per 3 miliardi, appunto.

In pratica le banche pagano subito imposte future che, naturalmente, non pagheranno poi. In questo senso Meloni e Giorgetti hanno ottenuto, come massimo risultato nei confronti delle banche, un anticipo di liquidità che dovrà restituire il prossimo governo. Davvero fantastico se si pensa che le banche italiane dal 2022 al 2025 hanno realizzato quasi 165 miliardi di utili con un tax/rate medio (rapporto tra tasse pagate e utili) del 22%!!! È sempre più chiaro chi comanda.

È sempre più evidente che la Legge di bilancio ha come unico obiettivo quello di riportare il deficit al di sotto del 3% e uscire dalla procedura d’infrazione, operando tagli e inserendo misure che dovrebbero garantire benefici ma che in realtà sono di entità risibile e sostanzialmente ridotti a mere promesse, senza alcun provvedimento di carattere strutturale. Ma a cosa serve rientrare nel parametro del 3%?

Ad avere un voto migliore da parte delle agenzie di rating di proprietà dei grandi fondi Usa?

Direi di sì. Ma questo serve a pagare meno interessi sul debito? Non sembrerebbe proprio visto i rendimenti dei titoli di Stato italiani che restano decisamente assai alti? La riduzione del deficit serve ad avere più risorse dall’Unione europea?

Non sembrerebbe proprio visto peraltro che, tra poco, cesserà anche il PNRR il cui unico risultato è stato quello di portare le stime di crescita del Pil a neppure l’1%, e il nostro paese continua a versare al bilancio europeo più di quanto riceve. Ma allora perché questo feticismo del rigore che, di fatto, non consente neppure di adeguare la spesa pubblica all’inflazione?

Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, lanciava strali contro il Patto di stabilità e ora ne è diventata la più zelante sacerdotessa di rito draghiano. Forse servirebbe una visione politica che partisse da un dato ormai insostenibile: in Italia le entrate fiscali totali derivano per quasi il 40 % dai salari, mentre provengono dai profitti per meno del 5%: ciò avviene nonostante i profitti siano arrivati ad essere pari al 40% del Pil italiano, con un aumento in vent’anni di quasi 7 punti rispetto ai salari.

Siamo il paese dello sceriffo di Nottingham dove alle banche e alle assicurazioni si chiede se, cortesemente, anticipano le tasse che non pagheranno in futuro, dimenticando i colossali profitti e, nel caso delle assicurazioni, non considerando che l’introduzione universale della polizza sulle calamità naturali è destinata a generare entrate per una cifra oscillante fra i 2 e i 4 miliardi di euro l’anno.

Ma le tasse le paga il lavoro dipendente a cui il Patto di stabilità toglie il Welfare.

Fonte

19/07/2025

L’ipervalutazione di Nvidia è lo specchio della subordinazione della politica alla finanza

di Alessandro Volpi

La capitalizzazione di Nvidia ha superato i quattromila miliardi di dollari, raggiungendo un prezzo record anche solo difficilmente immaginabile se riferito ai fondamentali reali della società.

Certo, gli utili dell’azienda sono cresciuti del 130% in un solo anno, con un beneficio per azione di 2,99 dollari e con un aumento delle vendite del 114% per un totale di 130 miliardi di dollari. Ma questi numeri non bastano a motivare una vera e propria bolla finanziaria come quella che sta caratterizzando Nvidia. Peraltro, l’impennata del titolo è avvenuta in particolare tra il 15 e il 16 luglio con una accelerazione dovuta a un fatto particolare. A inizio luglio l’amministratore delegato di Nvidia, Jen-Hsun Huang, ha incontrato il presidente statunitense Donald Trump e dopo quell’incontro è emersa la decisione dell’amministrazione Usa di concedere di nuovo a Nvidia la licenza di vendita in Cina dell’acceleratore dell’Intelligenza artificiale H20.

Alla luce di ciò è, allora, più facile comprendere le ragioni di questa colossale ipervalutazione. Provo a spiegarmi meglio. Un primo dato è costituito proprio dalla decisione trumpiana che rappresenta la prova dell’impossibilità per gli Stati Uniti di condurre un vero scontro doganale con la Cina: Trump può scatenare uno scontro durissimo con l’Unione Europea da cui ha ricevuto prove chiare di subalternità e di totale dipendenza dal mercato americano al punto di accettare dazi pesantissimi pur di non perderlo, ma non può fare a meno della Cina per forniture strategiche, per i caratteri delle filiere produttive, per la dollarizzazione e per numerose altre ragioni

Tra queste ragioni c’è anche l’importanza del mercato cinese per le Big Tech, come nel caso di Nvidia che fattura in Cina quasi 15 miliardi di dollari l’anno e soprattutto ha bisogno di evitare una pericolosa concorrenza brutale con le società cinesi che si occupano di Intelligenza artificiale. A riguardo è sufficiente ricordare la vicenda proprio del crollo del prezzo di Nvida di fronte alla “comparsa” sul mercato della minuscola realtà di Deep Seek. Dunque, semplificando molto i termini della questione, l’impennata di Nvidia dipende, in larga misura, dalla forza della Cina sullo scenario globale e sulla presa d’atto trumpiana di una simile, nuova gerarchia.

Ma c’è un’altra motivazione forte della ascesa della società riconducibile alla convinzione che lo stesso Trump abbia deciso di superare il suo iniziale disegno di favorire, anche con importanti sostegni pubblici, una cordata di “generatori” dell’Intelligenza artificiale ostile a Nvidia in quanto espressione, in termini finanziari, delle Big Three (BlackRock, Vanguard e State Street) che possiedono, insieme a Fidelity, oltre il 25% del capitale azionario di questa società.

Trump, infatti, dimostra di avere sempre più bisogno delle stesse Big Three, a cominciare dalla sottoscrizione del debito federale, di cui BlackRock, Vanguard e State Street sono grandi detentori. Dunque, concedere a Nvidia di vendere in Cina significa per Trump tentare una vasta mediazione con i “padroni del mondo”, che hanno così aumentato rapidamente le iniezioni di liquidità verso Nvidia, indirizzando i flussi finanziari internazionali in tale direzione.

Va sottolineato, però, che nell’ambito di questa operazione di mantenimento in vita dalla bolla finanziaria delle imprese Tech degli Usa, legate alle Big Three, Trump ha trovato lo spazio per appoggiare quella parte della finanza a lui più vicina. Non è certo un caso che nello stesso giorno, tra il 15 e il 16 luglio, sia cresciuto il prezzo di Nvidia e, al contempo, quello di Palantir di Peter Thiel, stretto sodale di Trump, a cui il presidente ha, di fatto, assegnato il monopolio degli appalti della tecnologia militare.

Il boom di Nvidia si lega inoltre a una questione più tecnica individuabile nella convenienza degli acquisti di quel titolo, dato un rapporto prezzo-utili che è fra i più bassi tra i titoli delle Big Three, per effetto della parziale caduta determinata proprio dalle già ricordate tensioni dei mesi precedenti fra Trump e grandi fondi. Una capitalizzazione di 4.100 miliardi di dollari è quindi il portato di un processo dove la politica presidenziale Usa ha dovuto cedere ai padroni del mondo e prendere atto della indispensabilità della Cina.

È questo il paradosso del capitalismo finanziario attuale: davanti a una crisi profonda ha ancora più bisogno della subordinazione della politica alla finanza e, al contempo, della convivenza pacifica con la Cina. Solo così si alimenta forse la più pericolosa bolla di sempre.

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28/03/2025

Gli interessi miliardari multinazionali dietro il genocidio di Gaza

di Alberto Negri

«Armi e tecnologie, a chi conviene il genocidio», titola il manifesto. «Perché Israele non può fermare le guerre e noi non possiamo fermare il genocidio di Gaza», analizza Alberto Negri. Israele intanto arresta Ballal, tra i registi del documentario premio Oscar ‘No other land’. Il co-autore israeliano, Yuval Avraham, denuncia l’accaduto: ‘È stato anche aggredito’

260 miliardi di dollari di aiuti militari

Dagli anni ’50 Tel Aviv ha ricevuto dagli Usa oltre 260 miliardi di dollari di aiuti militari. Soltanto nell’ultimo anno e mezzo, dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, tali aiuti hanno superato i 20 miliardi di dollari. Israele, allo stesso tempo, è all’avanguardia nella ricerca scientifico-tecnologica militare, è uno dei maggiori esportatori di armi e contemporaneamente uno dei maggiori clienti delle americane Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin e RTX (Raytheon Technologies). Queste società sono tra i principali fornitori di tecnologie militari, come caccia F-35, missili avanzati e sistemi di difesa aerea, utilizzati dall’esercito israeliano.

Struttura finanziaria globale

Dietro queste aziende si cela una struttura finanziaria globale: i fondi d’investimento internazionali noti come le «Big Three»: Vanguard, BlackRock e State Street. I tre fondi d’investimento sono tra i maggiori azionisti di rilievo delle principali compagnie di armamenti e di molti settori. Vanguard, BlackRock e State Street detengono quote significative in Boeing, Lockheed Martin e RTX, influenzando la gestione e le strategie di queste società. L’aumento delle spese militari e l’acquisto di armamenti da parte di Israele sono strettamente collegati ai profitti di queste aziende.

Chi arma e come

Lockheed Martin ha fornito i caccia F-35 a Israele, considerati un pilastro delle sue capacità militari. Gli F-35 il 26 ottobre hanno eliminato in un giorno l’80% delle difese anti-aeree iraniane. Boeing è responsabile della vendita di velivoli da combattimento e missili, mentre RTX ha fornito avanzati sistemi missilistici e difese aeree. Ogni vendita non solo rafforza l’apparato bellico israeliano ma genera anche grandi profitti. Le Big Three svolgono un ruolo di primo piano nell’alimentare una rete economica che beneficia direttamente dalle tensioni geopolitiche e militari.

Mentre la popolazione civile di Gaza e Cisgiordania continua a soffrire per le operazioni militari e l’occupazione, le aziende belliche e i loro principali azionisti vedono aumentare i propri profitti grazie alle vendite crescenti di armamenti.

Complesso militar-industriale israelo-americano

Ecco perché si parla di complesso militar-industriale israelo-americano. Ha un preciso significato bellico, finanziario e di potere globale. Israele ha un’influenza sproporzionata per quanto riguarda le vendite di armi. Al mondo è il 97° paese per popolazione ma il nono maggiore esportatore di armi. In settori come l’intelligenza artificiale e la cybersecurity è in testa alla leadership mondiale. Gaza e la Palestina sono il laboratorio dello stato ebraico. Come scrive nel suo libro (Laboratorio Palestina, Fazi) il giornalista premio Pulitzer Antony Loewenstein, ebreo australiano.

Territori occupati palestinesi come poligoni

«Molti paesi vendono armi – dice Loewenstein – ma ciò che rende unica l’industria israeliana è il mix di armi, tecnologie di sorveglianza e tecniche che si combinano per creare un sistema completo per il controllo di popolazioni ‘difficili’ e si basano su anni di esperienza in Palestina». Il complesso militar-industriale di Israele – e di conseguenza anche degli Usa – utilizza i Territori occupati palestinesi come banco di prova per le armi e le tecnologie di sorveglianza che esporta in tutto il mondo, a partire dall’intelligenza artificiale. L’adozione di tecnologie di IA è stata accelerata dalla Unità 8200, il reparto d’élite dell’intelligence israeliana, oggi composta per il 60% da ingegneri ed esperti tech, il doppio degli informatici arruolati dieci anni fa.

Intelligenza Artificiale assassina

Eppure tra i palestinesi si muore sempre di più. Secondo le testimonianze di ex soldati e analisti raccolte dal Washington Post, la fiducia nell’IA ha portato le forze armate israeliane a ridurre alcuni passaggi di controllo, con il risultato di aumentare il numero di obiettivi ritenuti legittimi. Anche se questi comportano un maggior rischio di vittime tra i civili. Dalla proporzione di 1:1 del 2014 (un civile “sacrificabile” per colpire un membro di Hamas di alto livello) si è passati a 15:1 o persino 20:1 nel conflitto attuale, stando alle fonti del Washington Post.

Wiz e cybersicurezza

Tutto questo naturalmente non ferma Israele e la crescita del suo apparato militar-industriale sempre più integrato in quello americano. La startup israeliana Wiz, leader nella cybersicurezza, è nel mirino di Amazon. Il conglomerato di Bezos aveva già provato ad acquistarla la scorsa estate per 23 miliardi di dollari ma aveva ricevuto un secco no. Ha quindi deciso di alzare l’offerta, secondo il Wall Street Journal, a circa 33 miliardi di dollari.

Netanyahu e complici, palesi e nascosti

Ci si chiede spesso come mai gli americani e gli europei non facciano pressioni concrete su Netanyahu per limitare le stragi a Gaza che ormai superano i 50mila uccisi (70mila secondo fonti come Lancet). La realtà è che Stati uniti e Gran Bretagna sono direttamente impegnati nelle operazioni militari: il 70% dei voli di ricognizione sui bersagli da colpire a Gaza e in Libano nel 2024 sono stati compiuti da aerei americani e britannici. Ma soprattutto non c’è azienda europea importante che non abbia accordi con l’Israel Innovation Authority, agenzia governativa incaricata di finanziare progetti innovativi.

L’Italia di nascosto

Per esempio Stellantis si è unita ad altre aziende italiane come Enel, Leonardo STMicroelectronics, che hanno aperto laboratori di ricerca e sviluppo in Israele, o Sparkle, Snam e Adler che hanno concluso accordi con l’Israel Innovation Authority e con startup israeliane nel settore high-tech.

Ecco perché Israele non può mai perdere una guerra e noi europei non faremo nulla per fermare Netanyahu. Anche il riarmo europeo, che beneficerà le industrie belliche del continente e americane, renderà Israele più forte e influente. Come e perché muoiono a Gaza e in Medio Oriente lo sappiamo bene.

Fonte

08/03/2025

L'«intelligenza» americana e la pazienza di Confucio

In questo scritto Andrea Pannone si domanda se l'enorme enfasi posta nei giorni scorsi sulla nuova start-up DeepSeek e sulla forza competitiva dell’intelligenza artificiale cinese non abbia coperto, almeno in parte, un’intenzionale strategia finanziaria promossa dai grandi fondi di investimento (i soliti BlackRock, Vanguard, State Street, ecc.), di cui l’improvviso crollo del titoli di nVidia – azienda leader nella produzione di chip AI – a Wall Street, a fine gennaio, ha rappresentato in realtà solo un tassello. Tale strategia, qui si sostiene, avrebbe innanzitutto lo scopo di rilanciare la fiducia nell’AI (artificial intelligence) occidentale e nei titoli delle principali aziende tecnologiche americane, allo scopo di procrastinare il più possibile l’innesco di una nuova grande crisi finanziaria.

*****

Il crollo (momentaneo) di nVidia

La vicenda che muove il nostro interrogativo è nota: il 27 gennaio 2025 il titolo nVidia, quotato sul Nasdaq, è stato travolto da un’ondata di vendite segnando a fine seduta un calo del 17% a 118,58 dollari (con un minimo a 116), dopo aver aperto a 124,80. nVidia ha perso circa 589 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato, registrando la più grande flessione percentuale nella sua storia. Il 3 febbraio 2025, il titolo ha toccato un minimo di 110,20 dollari, dopo aver raggiunto un massimo annuale di 147,94 dollari il 7 gennaio dello stesso anno.

La versione dominante, con poche eccezioni, è che questa caduta sia stata influenzata in primo luogo dalla crescente concorrenza della Cina nel settore dell'intelligenza artificiale, paese in grado di mettere in discussione la leadership USA su questa tecnologia e sulle moltissime attività economiche che potrebbero beneficiarne dell’uso. In particolare, la startup cinese DeepSeek ha lanciato modelli di AI a basso costo, sollevando forti dubbi sulla necessità di investimenti elevati in hardware e infrastrutture e mettendo a rischio la sostenibilità degli investimenti già pianificati in queste aree da nVidia e da altre grandi aziende tecnologiche.

Tra i vari osservatori, ad esempio, Michael Roberts ha affermato: «DeepSeek è un siluro che ha colpito le magnifiche sette aziende hi-tech statunitensi sotto la linea di galleggiamento. DeepSeek non ha utilizzato i chip e il software nVidia più recenti e migliori; non ha richiesto grandi spese per addestrare il suo modello di intelligenza artificiale a differenza dei suoi rivali americani; e offre altrettante applicazioni utili. DeepSeek ha costruito il suo R1 [il suo nuovo modello di AI; NdR] con i chip nVidia più vecchi e lenti, che le sanzioni statunitensi avevano consentito di esportare in Cina»[1].

Le Big Three dietro al crollo: più che un’ipotesi

Ad ogni modo, dopo il tracollo, le azioni di nVidia Corp hanno iniziato a risalire mercoledì 5 febbraio, raggiungendo quota 130 dollari in soli due giorni di contrattazioni. Al 20 febbraio 2025, momento della scrittura di questo articolo, il prezzo era salito a 140,07 dollari, con un recupero del 18,3% rispetto al 27 gennaio. Inoltre, gli analisti hanno rivisto al rialzo il target price medio di nVidia, portandolo a 174 dollari[2].

A parte il probabile anticipo del lancio di nuova serie di prodotti che, almeno nei propositi, costituiscono un apparente miglioramento tecnico delle gpu proposte dall’azienda[3], l’elemento che ha coinciso con la ripresa degli acquisti del titolo sembra essere attribuibile all’annuncio di un forte aumento delle spese di capitale (75 miliardi di dollari) da parte di Alphabet Inc (leggi Google) – grande acquirente dell’hardware per l’AI di cui nVidia è principale fornitore – che ha superato le aspettative degli analisti e ha attenuato i timori di un rallentamento della spesa per l’intelligenza artificiale dell’occidente.

Essendo la vicenda estremamente dinamica e interconnessa a molteplici piani di analisi mi limito fondamentalmente a due osservazioni.

La prima. Il 27 gennaio i trader hanno venduto allo scoperto le azioni di nVidia, scommettendo sul calo del titolo e guadagnando profitti record per un totale di circa 6,6 miliardi di dollari, il più grande movimento giornaliero mai registrato dal titolo azionario, secondo la società di analisi dati Ortex[4]. Ora, i principali azionisti di nVidia e le relative quote azionarie sono riassunti nella tabella seguente (basato su dati aggiornati al 30 settembre 2024):
La tabella mostra che solo i tre principali fondi di investimento detengono insieme oltre il 20% delle azioni, cosa che denota un considerevole potere sulle decisioni chiave dei grandi conglomerati aziendali moderni, grazie alla dispersione azionaria, al voto per delega, al peso istituzionale e ad alleanze strategiche con altri investitori[5]. Sebbene i soggetti in questione tendano a seguire strategie di investimento a lungo termine, finalizzate a mantenere e far crescere il valore dei loro portafogli, il volume delle azioni movimentate in un solo giorno è stato tale che è difficile dubitare che essi siano tra i responsabili più probabili della valanga di vendite allo scoperto, come anche i principali beneficiari dei profitti. Questo anche in virtù:
a) della loro già ridotta esposizione al titolo;
b) del timing delle vendite coincidente con notizie negative (DeepSeek);
c) dell'entità delle perdite riportate dai fondi hedge[6].

Vero è che il valore dei titoli ha continuato a diminuire nei giorni successivi al 27 gennaio ma, come abbiamo visto, i detentori delle azioni hanno potuto più che recuperare le perdite in pochissimo tempo.

Seconda osservazione. Sebbene la governance di Alphabet sia strutturata per preservare il potere dei suoi co-fondatori, Larry Page e Sergey Brin, nella pratica i grandi fondi – tra cui BlackRock e altri – controllano il 19,65% del capitale azionario dell'azienda al 30 settembre 2024 (fonte). Questi investitori istituzionali forniscono ad Alphabet, così come alle principali Big Tech quotate sul NASDAQ, la linfa finanziaria necessaria per mantenere la propria posizione dominante e generare rendimenti anche al di fuori del core business. Se un fondo come BlackRock o Vanguard decidesse di ridurre significativamente la propria esposizione in Alphabet, l’effetto sul valore di mercato sarebbe notevole, condizionando le scelte del management[7]. È dunque ancora una volta evidente l’influenza degli stessi fondi sulle decisioni strategiche dell’impresa. È anche vero che gli annunci di elevate spese in conto capitale all’inizio dell’anno spesso sono più un segnale strategico che un impegno rigido, lasciando spazio per correzioni in base all’andamento reale del business. Un esempio recente di questa dinamica si è già visto con diverse Big Tech (tra cui Meta e Amazon e la stessa Alphabet), che hanno inizialmente annunciato ingenti spese per data center, intelligenza artificiale e infrastrutture, salvo poi ridimensionarle a causa dell'aumento dei tassi d’interesse e di una maggiore pressione sulla redditività. Scopriremo presto (basterà guardare il bilancio di fine anno di Alphabet) se questa ipotesi risulti vera anche questa volta. Intanto l’effetto annuncio di Alphabet guidato dai fondi ha fatto subito risalire i titoli di nVidia verso livelli piuttosto elevati.

In conclusione, più che la sfida competitiva per i «clienti» globali dell’AI, la vicenda che stiamo analizzando sembra riflettere, in primo luogo, la capacità di indirizzare e organizzare le convenzioni speculative grazie alla messa in moto di aspettative in grado di autorealizzarsi se accompagnate da un adeguato volume di liquidità. Liquidità che, attualmente, solo pochi soggetti economici sono in grado di mobilitare[8]. Tale liquidità permette anche di continuare a sostenere gli investimenti produttivi nell’AI, indispensabili per mantenere elevata la fiducia degli investitori finanziari nelle aziende tecnologiche, di cui proprio quei soggetti hanno il controllo[9]. Non è affatto detto, però, che le risorse liquide disponibili, ormai riversate dai grandi fondi su quasi tutte le imprese quotate nello S&P 500, siano in grado di alimentare molto a lungo il gioco dell’AI, settore le cui prospettive di crescita reale sono, almeno per ora, trainate essenzialmente dallo sviluppo di nuovi sistemi d’arma e di sorveglianza, in un contesto geopolitico alimentato, spesso ad arte, dalla continua minaccia di uno scontro finale tra le grandi superpotenze (vedi ad esempio le notizie che riguardano proprio Google). La fine del gioco, d’altra parte, per la pervasività nelle società moderne delle tecnologie ICT, di cui l'AI rappresenta la frontiera più avanzata, innescherebbe probabilmente una spirale negativa difficile da controllare, con effetti dirompenti sui mercati finanziari e sulle economie di tutto il globo.

È proprio nel tentativo di scongiurare o ritardare questa conclusione e di incrinare al contempo il monopolio finanziario delle Big Three, che, a mio parere, vanno lette l'operazione annunciata da Donald Trump il 21 gennaio 2025 per creare Stargate – una joint venture tra OpenAI, SoftBank e Oracle volta a sviluppare infrastrutture avanzate per l'AI negli Stati Uniti – e l'offerta di 97,4 miliardi di dollari da parte di un consorzio di investitori guidato da Elon Musk per prendere il controllo di OpenAI, azienda leader nell’intelligenza artificiale generativa. L’idea di Stargate, scatola ancora apparentemente priva di capitali adeguati, riflette l’intenzione di Trump di creare un ecosistema di finanziamento e sviluppo nel settore dell'AI alternativo al potere delle grandi istituzioni finanziarie e tecnologiche, spesso accusate di avere un orientamento politico sfavorevole alla sua agenda. Tale ecosistema dovrebbe auspicabilmente essere capace di attirare flussi di capitale dall’estero in grado di sostenere il corso del dollaro, unica possibilità per continuare a gestire l’immenso debito federale USA. Dal canto suo Musk, anche se ufficialmente critico con il progetto Stargate per l’opacità delle sue reali risorse, potrebbe voler consolidare il controllo su un asset chiave dell’AI per poi utilizzarlo come leva finanziaria proprio in quella direzione. OpenAI è infatti già una delle realtà più avanzate nel settore, e con il giusto accesso ai finanziamenti (ad esempio, tramite collocamenti azionari o partnership mirate), potrebbe trasformarsi in una piattaforma fondamentale per sostenere lo sviluppo delle infrastrutture di Stargate. Sarà interessante seguire nei prossimi mesi il corso degli avvenimenti e capire se queste mosse saranno efficaci per contrastare l'enorme potere finanziario e infrastrutturale già accumulato dalle Big Tech sotto il controllo dei grandi fondi[10].

La forza e la pazienza cinese

Quanto fin qui sostenuto, ovviamente, non vuole disconoscere affatto la portata della «minaccia» della Cina alla leadership degli Stati Uniti sui mercati internazionali, non solo con riferimento all’AI ma anche ad altre tecnologie avanzate (ad esempio, telecomunicazioni 5G/6G, biotecnologie ed editing genetico, veicoli elettrici, guida autonoma, ecc.). È noto che già dal 2000 Pechino aveva cominciato a promuovere la strategia «Xinchuang» («nuova creazione») per trasformare il paese in un leader globale nell’innovazione e nella tecnologia, fattori cruciali nella competizione sui mercati internazionali. Ad ogni modo la crisi del Covid e le crescenti incertezze geopolitiche degli ultimi anni hanno spinto sempre di più Pechino a sviluppare un mercato interno robusto e autonomo per i chip e altre tecnologie chiave, riducendo la dipendenza dalla tecnologia straniera e mitigando i rischi associati a potenziali limitazioni o sanzioni commerciali esterne[11]. A questo fine, le aziende cinesi hanno cominciato a studiare metodi alternativi per sviluppare l’AI attraverso ricombinazioni di chip tecnologicamente meno potenti e avanzati rispetto a quelli di ultima generazione in modo di evitare la dipendenza da un solo tipo di hardware. Contemporaneamente Pechino ha recentemente introdotto nuove linee guida per cui i microprocessori statunitensi di Intel e AMD verranno gradualmente eliminati dai PC e dai server governativi, mentre è stata avviata, contemporaneamente, una campagna per sostituire la tecnologia straniera con soluzioni nazionali. È in questo contesto che ha potuto prendere corpo una nuova piattaforma di intelligenza artificiale come DeepSeek, una soluzione che sembra offrire numerosi vantaggi, tra cui:

a) quello di ottimizzare il consumo energetico in modo mai visto prima, grazie alla ridotta mole di calcoli necessari ad arrivare a un risultato omologo rispetto a ChatGpt e agli altri modelli di AI già esistenti;

b) quello di utilizzare un modello semi-open source, e quindi di avere maggior possibilità, rispetto alle soluzioni AI occidentali, di essere implementato e migliorato da ricercatori e programmatori di tutto il mondo.

Ad ogni modo, sebbene la direzione intrapresa riveli prospettive promettenti, permangono incertezze sulla reale sostenibilità delle soluzioni tecniche adottate dalla start up di Hangzhou[12], così come, più in generale, sulla possibilità di conseguire in breve tempo l’autonomia dell’IA cinese dall’hardware delle imprese statunitensi, in particolare dalle GPU di ultima generazione per l’addestramento dell’AI (vedi nota 1), settore in cui nVidia resta leader indiscussa[13]. Colmare questo gap richiederà comunque significativi investimenti da parte di Pechino che necessiteranno tempo per essere portati a termine.

Mentre a livello nazionale questi investimenti appaiono giustificati, su scala globale potrebbero, nel tempo, generare sovracapacità, ossia una condizione in cui l'offerta di AI supera la domanda, con un'intensificazione delle guerre dei prezzi. La prospettiva risulta concreta in virtù del fatto che i decisori politici di Stati Uniti, Arabia Saudita, Giappone, Germania, Regno Unito e UE hanno tutti recentemente annunciato enormi investimenti pubblici in questo campo, che si sommano ai già consistenti investimenti programmati dal settore privato. Come osservato di recente da Susan Ariel Aaronson su Fortune, nel prossimo futuro il problema della sovracapacità potrebbe trasformare l'AI nel «nuovo acciaio» dell’economia globale. A questo va aggiunta la considerazione che una massiva diffusione dell’AI potrebbe accelerare l’automatizzazione di molte attività, riducendo la necessità di lavoro umano in diversi settori economici, con effetti di stagnazione sui salari e sulla domanda aggregata.

Nel frattempo, la Cina può attendere con pazienza, seguendo gli insegnamenti di Confucio, il momento in cui il «cadavere del nemico» americano passerà davanti ai suoi occhi. Gli Stati Uniti, infatti, sono sempre più costretti ad alimentare la percezione che l'AI e le tecnologie occidentali possano continuare a rilanciare le proprie economie e farli tornare all'avanguardia. Inoltre gli States sono costretti ad immettere costantemente liquidità nei mercati finanziari per ritardare il più possibile l’esplosione di una nuova crisi globale. In un simile quadro, anche sorprese come quelle di DeepSeek, al di là della qualità della sua soluzione tecnologica, possono contribuire ad alimentare il gioco delle parti[14], non senza il supporto di una sapiente narrazione mediatica[15]. Questo almeno fino a quando sarà possibile.

Note

[1] Secondo la ricerca diffusa dalla stessa compagnia cinese, il modello di IA sarebbe stato addestrato spendendo meno di 6 milioni di dollari, utilizzando i chip a capacità ridotta H800 (forniti proprio da nVidia). A questo si aggiunge che DeepSeek – al contrario dei competitor americani – è un modello open-source, che consente l’uso commerciale pressoché gratuito (vedi dopo).

[2] Osserviamo anche che nella trimestrale pubblicata il 26 febbraio, l'azienda ha riportato un fatturato di 39,3 miliardi di dollari, battendo il consensus degli analisti, che era di 38,32 miliardi (in base a quanto pubblicato sul sito del NASDAQ). Tuttavia il margine lordo nel primo trimestre appare leggermente inferiore alle previsioni. Questo ha spento l’iniziale impennata del titolo nelle contrattazioni after hours. È pertanto più che lecito attendersi una nuova fase di crescita altalenante delle azioni di nVidia nei prossimi giorni.

[3] In particolare, è stato annunciato che le schede grafiche nVidia GeForce RTX 5060 e RTX 5060 Ti saranno lanciate nel marzo 2025, anticipando le previsioni iniziali che indicavano un rilascio nel secondo trimestre dell'anno. La mossa fa parte di una strategia per mantenere l'interesse degli investitori e degli appassionati nel mercato delle GPU (unità di elaborazione grafica) di fascia media, che non è stata certo pensata dopo il 27 gennaio.

[4] I calcoli esatti sul volume delle azioni effettivamente vendute allo scoperto sono complessi e coinvolgono molte variabili che non sono ancora visibili nei dati di mercato standard. In base alle informazioni disponibili ad oggi sappiamo che il volume totale delle vendite allo scoperto in quella data è stato di 152.735.706 azioni, rappresentando circa il 45,58% del volume totale degli scambi di quella giornata, che ammontava a 335.074.564 azioni. Quindi una percentuale considerevole che suggerisce un’attività speculativa al ribasso molto consistente.

[5] È noto che i tre fondi siano strettamente intrecciati fra loro: Vanguard e State Street detengono insieme il 12% di Blackrock; Vanguard e Blackrock possiedono il 18% di State Street; mentre Blackrock e State Street hanno il 20% di Vanguard e sono al centro di un vasto intreccio azionario, in cui compaiono altri importanti Mutual Funds e soggetti finanziari (tra cui: Fidelity, T-Rowe, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley).

[6] Secondo un aggiornamento di Goldman Sachs, Il 27 gennaio 2025, diversi hedge fund specializzati in titoli azionari hanno subito perdite significative (miliardi di dollari) proprio a causa di un calo nel settore tecnologico, in particolare legato a nVidia.

[7] «Tra l’altro, i manager delle corporations temono un eventuale exit dei fondi anche perché si ridurrebbe il valore dei loro (non indifferenti) pacchetti azionari e delle loro stock options. Per scongiurare una simile eventualità, essi cercheranno di soddisfare i desiderata dei loro azionisti cruciali, cioè, appunto, i maggiori fondi» (Andrea Boitani, 2024).

[8] L’enorme disponibilità di risorse liquide dei grandi fondi è sicuramente riconducibile alle loro specifiche funzioni operative. I fondi hanno incrementato in questi anni l’offerta di soluzioni pensionistiche integrative, incanalando verso fondi indicizzati – ETF (Exchange-Traded Funds) e altre soluzioni gestite – i risparmi degli individui, sempre più preoccupati da una previdenza pubblica su cui vengono scaricate le crescenti difficoltà dei bilanci statali. Inoltre l’aumento dei tassi di interesse che si è verificato nel periodo post pandemico ha reso più rischioso per molti soggetti indebitarsi a leva per speculare in borsa. Questo ha rafforzato ulteriormente il potere differenziale dei fondi che hanno usato il vantaggio per centralizzare il controllo del capitale finanziario e indirizzare le decisioni strategiche di molte imprese (vedi Alessandro Volpi, Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza, «Altraeconomia», novembre 2024).

[9] Le Big Tech, a cominciare da Google, Microsoft, Apple, Amazon e nVidia, hanno tutte apparentemente deciso di puntare sull’Intelligenza artificiale come primaria frontiera di crescita. In tale ottica hanno annunciato, nel solo 2025, investimenti per 320 miliardi, una potenza di fuoco possibile solo in virtù della liquidità dei loro ‘grandi azionisti. Sarà dunque interessante vedere se le risorse stanziate si traducano effettivamente in investimenti produttivi e innovazione. Oppure se non vengano ridirette in corso d’opera verso attività di riacquisto delle proprie azioni (buyback), come si sta verificando spesso almeno dal 2009, contribuendo così ad aumentare i loro prezzi e conseguendo capital gain. Si veda su questo punto Andrea Pannone, Che cos’è la guerra, DeriveApprodi 2023.

[10] Esistono almeno altre due azioni che Trump sta cercando di intraprendere per provare a scalfire il monopolio della liquidità dei grandi fondi e scongiurare una drammatica caduta dei mercati finanziari: a) esercitare pressioni (per ora poco efficaci) sulla Federal Reserve di Jerome Powell affinché riduca drasticamente i tassi di interesse, cosa che renderebbe di nuovo molto conveniente per gli hedge fund (molti dei quali fortemente legati al presidente americano) di indebitarsi a leva per scommettere massivamente sui titoli azionari; b) sostenere apertamente le criptovalute, in particolare Bitcoin, per fornire opzioni di investimento ad elevato rendimento alternative ai titoli delle Big Tech, il cui andamento è inevitabilmente scandito dalle logiche dei grandi fondi. Gli stessi fondi, d’altra parte, a dispetto delle cautele del passato, appaiono ora decisamente attratti anche da Bitcoin e da altre criptovalute come Ethereum, Solana, Ripple e Litecoin. Tuttavia, attualmente essi vi stanno accedendo principalmente attraverso lo strumento degli ETF, che permette un'esposizione più indiretta e che mitiga, di fronte ai propri sottoscrittori, alcuni dei rischi legati alla custodia e alla gestione degli asset digitali.

[11] Già al quinto plenum del partito comunista nell’ottobre 2020 – Xi espresse chiaramente la consapevolezza di una «situazione internazionale piena di instabilità e incertezza», che avrebbe dovuto spingere il paese a fare affidamento sui vantaggi del suo ampio mercato interno e a sfruttare appieno il suo potenziale per aiutare a «disinnescare l’impatto degli shock esterni e il calo della domanda esterna” e garantire il “funzionamento regolare dell’economia cinese e la stabilità complessiva della situazione sociale complessiva in circostanze estreme». Non a caso la Cina è, tra i paesi del G20, quello che maggiormente ha aumentato i salari reali (+260%), riuscendo a incrementarli anche dopo il Covid.

[12] Per fare solo un esempio, la minore necessità di risorse energetiche resa possibile da DeepSeek potrebbe portare, comunque, ad un’esplosione del consumo energetico totale, a causa dell’aumento esponenziale degli utenti che in futuro potrebbero fare uso della piattaforma in locale.

[13] Inoltre, secondo Reuters proprio la recente adozione di DeepSeek da parte di aziende cinesi come Tencent, Alibaba e ByteDance (la holding che controlla TikTok), starebbe generando un aumento degli ordini dei chip H20 (meno sofisticati e esportabili sul mercato cinese) di nVidia, fornendo un’ulteriore occasione di crescita per la società di Santa Clara.

[14] Ad alimentare ulteriormente questo gioco sta contribuendo da qualche giorno anche Grok-3, il chatbot della startup xAI di Elon Musk che, in base a informazioni ancora da convalidare da parti indipendenti, sembra mostrare capacità di elaborazione superiori a quelle dei rivali. Lo sviluppo di Grok-3, infatti, è stato possibile grazie ad una massiccia scorta di chip nVidia. Il data center di Memphis di xAI è stato inaugurato con 100.000 GPU e potrebbe espandersi fino a 1 milione.

[15] Per quanto riguarda i media, protagonisti decisivi nella costruzione dell’immaginario collettivo sull’AI e sulla «nuova rivoluzione tecnologica», sarà utile ricordare che «il giornale economico più letto nel mondo, il "Wall Street Journal", appartiene a News Corporation, a sua volta controllata con poco più del 30% da cinque fondi, il principale dei quali è Vanguard, titolare di quasi il 14%. Gli stessi fondi sono i principali azionisti del gruppo The New York Times Company, che possiede il Financial Times, di cui Vanguard e BlackRock hanno quasi il 20%. Anche Fox ha una struttura di proprietà simile» (vedi Alessandro Volpi, Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza, «Altraeconomia», novembre 2024, p. 86).

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