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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/09/2025

Fitch non ha “premiato l’Italia”, ha premiato il capitalismo finanziario

di Alessandro Volpi

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti hanno celebrato con grande fasto la promozione dell’agenzia di rating Fitch che porta il debito italiano da BBB a BBB+. Sono necessarie però alcune considerazioni in merito.

La prima. Il giudizio di Fitch si basa fondamentalmente sulla capacità dello Stato che emette il debito di garantirne il pagamento. Tale capacità, a sua volta, viene fatta discendere dalla stabilità politica del Paese, dal livello di indebitamento che deve essere tendenzialmente basso, soprattutto in relazione al Pil, dalla solidità delle istituzioni finanziarie, dalla natura e dall’andamento del mercato del lavoro. In altre parole, un Paese con un governo che non avesse opposizione è più sicuro di una democrazia matura, un Paese che fa poca spesa sociale e magari ha un Pil trainato solo da esportazioni e da rendimenti finanziari di cui beneficiano le classi alte è più sicuro, un Paese che ha un mercato del lavoro con poche rivendicazioni in termini di aumenti salariali è più sicuro.

Nelle valutazioni di Fitch, così come in quelle delle altre agenzie di rating, non compaiono le disuguaglianze sociali se le eventuali tensioni sono ben sorvegliate, non figurano indicazioni sulla natura del Pil, se cioè dipenda in larga misura dalla rendita piuttosto che dal lavoro, e neppure contano le considerazioni sulla capacità del sistema delle banche e delle assicurazioni di garantire servizi collettivi non condizionati dal monopolio.

Verrebbe da dire che Fitch, come le altre agenzie, premiano austerità, disuguaglianza sociale, riduzione della spesa pubblica e sistemi bancari e finanziari monopolistici. In pratica premiano il capitalismo finanziario. Non è un caso dunque che nei primi dieci posti della classifica di Fitch ci siano tre paradisi fiscali, la Svizzera, la Norvegia, che dispone di un colossale fondo sovrano alimentato da petrolio e gas, e Paesi con poco debito e disuguaglianze non trascurabili.

Vale la pena di ricordare infine che Fitch è di proprietà del gruppo Hearst, con la presenza, oltre che dei membri della famiglia, dei grandi gestori del risparmio – BlackRock, Vanguard e State Street – attraverso alcuni fondi fiduciari.

Ultima considerazione sulla tanto sbandierata riduzione del costo degli interessi per effetto della “promozione”: in merito bisognerebbe ricordare che BBB+ è ancora una collocazione a rischio e dunque il beneficio in conto interessi è tutto da valutare, visto peraltro che i decennali italiani pagano oltre il 3,5% e devono fare i conti con una vasta concorrenza più remunerativa, a cominciare dai titoli Usa. In questo senso è indispensabile ricordare i numeri veri piuttosto che le previsioni. Per effetto della concorrenza dei rendimenti europei che, compreso quello tedesco, non sono troppo lontani o superano il 3%, con quello inglese al 4,7%, il Tesoro italiano ha infatti pagato interessi nel 2023 per 75 miliardi di euro, saliti a quasi 90 nel 2024 e ora stimati in una cifra analoga nel 2025 senza grossi scostamenti da quanto pagato l’anno passato.

Nel caso italiano pesa, in particolare, la significativa porzione di debito che è ancora nelle mani della Banca d’Italia, resa possibile dai finanziamenti della Bce che sono stati interrotti dal dicembre del 2023 e che quindi devono trovare una sostituzione, destinata a indirizzare la ricerca verso i grandi gestori di risparmio globali, BlackRock in primis, molti attenti alla pluralità delle offerte provenienti da più parti del Mondo. Inoltre, proprio per i criteri già ricordati, se il Governo Meloni approvasse una legge di bilancio meno dipendente dall’austerità e dal riarmo, che non è conteggiato ai fini dei vincoli europei, è molto probabile un aumento ulteriore ed immediato degli interessi in barba a Fitch.

Insomma Giorgia Meloni esulta per la mini promozione fornitale da un arnese del capitalismo finanziario i cui benefici, in termini di finanza pubblica e quindi per la popolazione italiana sono pressoché inesistenti, mentre per la presidente del Consiglio significa la piena dichiarazione di fede all’ordine della grande finanza Usa.

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21/09/2025

Un paese ridotto alla fame e alla guerra per un punticino in più di rating

L’agenzia statunitense di rating, Fitch, ha appena alzato il punteggio dell’Italia, portandolo da BBB (merda di cane) a BBB+ (merda di vacca). Può sembrare una differenza minima, ma era dal 2021 che non succedeva. Tra le motivazioni principali c’è il fatto che il debito pubblico sta scendendo.

Ora, facciamo pure finta che Fitch non sia la stessa agenzia di rating accusata, insieme ad altre agenzie come Standard & Poor e Moody’s, di aver assegnato rating eccessivamente elevati a titoli finanziari legati ai mutui subprime, contribuendo così alla devastante crisi finanziaria del 2008 e prendiamo per buona (con riserva) questa ultima valutazione sui conti pubblici italiani. Ed, allora, chiediamoci: perché il debito pubblico italiano sta scendendo?

La risposta è quella che stanno dando anche alcuni economisti liberal-liberisti ed è la seguente: il debito pubblico italiano si è abbassato quasi esclusivamente grazie all’inflazione che si sta mangiando salari e stipendi.

In un paese come l’Italia, in cui lavoratori e pensionati pagano circa il 96,72% dell’IRPEF; un paese con i salari e gli stipendi più bassi dell’area UE e più magri di 30 anni fa [1]; un paese con milioni di trattamenti pensionistici da fame (a proposito: che fine ha fatto la proposta del governo Meloni di portare le pensioni minime a 1.000 euro?), a fronte di un inflazione che, da qualche anno ha ricominciato a viaggiare a due cifre, chi è che ha fatto aumentare in modo considerevole il prelievo fiscale? Ma certo, lavoratori e pensionati!

C’è solo da sperare che, prima o poi, gli interessati si accorgano in massa di questa rapina del secolo ai loro danni e facciano come i loro omologhi francesi, quelli che stanno mettendo a ferro e fuoco la Francia. E pensare che le riforme “lacrime e sangue” proposte dal governo Lecornu non sono minimamente comparabili ai tagli al welfare ed ai salari che sono stati fatti passare in Italia, negli ultimi 30 anni, invariabilmente dai governi di centrosinistra e di centrodestra, con il decisivo avallo quando non con la sostanziale, organica, complicità delle tre maggiori centrali sindacali.

Ed il quadro futuro si delinea ancora più fosco se consideriamo il piano europeo “Rearm Europe” che prevede di portare la spesa militare al 5% del PIL per rispondere alle richieste della NATO: una scelta gravissima che punta a militarizzare il bilancio pubblico, sacrificando non solo salari e pensioni ma anche scuola, sanità, ambiente e diritti sociali sull’altare della guerra.

Un piano che viene sostenuto da una narrazione dominante ossessiva che mette al centro di tutto la presunta volontà russa di aggredire l’Europa e che serve, in realtà, a supportare un rapido riarmo al quale destinare la gran parte delle risorse pubbliche, in deroga al Patto di stabilità, ricorrendo al debito comune, ai debiti nazionali e al risparmio privato.

La conseguenze di questa deriva bellicista che ora pare inarrestabile, porterà ad un ulteriore approfondirsi delle disuguaglianze; ad una povertà sempre più generalizzata; alla svalorizzazione del lavoro; ad una più netta ingiustizia fiscale; alla ulteriore perdita di potere d’acquisto di salari e stipendi; al definitivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale e della scuola pubblica; ad un abbandono della manutenzione e della tutela dei territori e dei servizi ai cittadini.

In tal senso l’Italia appare già perfettamente allineata alll’orizzonte di Rearm Europe. Un piano mirato a creare un mercato unico dei capitali e a favorire strategie di massiccia finanziarizzazione verso il settore delle armamenti. Un piano che risponde ai desiderata dei grandi fondi di investimento statunitensi, BlackRock, in testa.

Il risultato di questa riconversione dei sistemi produttivi europei è già riscontrabile nella decisa impennata dei titoli azionari delle principali imprese di armamenti europee. Le borse europee, infatti sono già trascinate verso l’alto dalle industrie di armamenti come Rheinmetall, Leonardo, Thales et. L’Europa è già in guerra, vuole un’economia di guerra e il welfare sta per essere rimpiazzato dal warfare.

Note

[1] secondo i dati delle retribuzioni italiane forniti dall’L’Organizzazione internazionale del lavoro(ILO) l’Italia, dal 2008, risulta essere il Paese del G20 che ha registrato la maggiore contrazione, dell’8,7%, dei salari reali, posizionandosi all’ultimo posto, in termini di crescita salariale.

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02/08/2023

USA - Tagliato il rating sul debito pubblico

Siamo abituati a sentire notizie così “l’agenzia X ha tagliato il rating sul debito del paese Y”. Che si tratti dell’Italia o dell’Argentina, dell’Egitto o del Messico – paesi insomma di seconda o terza fascia – la notizia non scuote la nostra attenzione per più di un secondo.

La speculazione sul debito pubblico di qualsiasi paese viene veicolata sapientemente da decenni, e nessuno ci fa più caso...

Ma stavolta a subire l’oltraggioso “declassamento del debito” sono nientepopodimeno che gli Stati Uniti!

Non è “normale”. Sta succedendo qualcosa e persino le agenzie di rating (tutte Usa, quelle principali) registrano gli smottamenti.

Il sito specializzato Borse.it presenta così l’evento:
“Fitch ha rivisto al ribasso il rating degli Stati Uniti dalla tripla A, AAA, a AA+.

L’agenzia di rating ha motivato il downgrade con le aspettative di “un deterioramento fiscale nel corso dei prossimi tre anni”, la crescita in generale del peso del debito federale, e l’erosione degli standard di governance.

Le continue crisi politiche volte ad alzare il tetto sul debito Usa e gli accordi che vengono raggiunti all’ultimo minuto – ha continuato Fitch – hanno eroso la fiducia nella gestione dei conti pubblici Usa.”
Il ministro dell’economia Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve (la banca centrale statuinitense) ha irritualmente commentato la decisione di un “soggetto del mercato” dicendosi niente affatto d’accordo.

Il significato immediato della decisione è semplice: gli Stati Uniti dovranno pagare interessi maggiori sul proprio debito pubblico, ormai arrivato a livelli tali che mai verrebbero ammessi nell’Unione Europea: 31,4 mila miliardi di dollari, ossia il 129% del Pil del 2022.

Un problema, certamente, visto che i treasury – i titoli di stato Usa – erano considerati moneta corrente e senza problemi.

Ma il taglio del rating, sia pur minimo, segnala che il processo di “de-dollarizzazione” dell’economia mondiale – dopo trenta anni di cosiddetta “globalizzazione” – è ormai così evidente da costringere persino le agenzie USA a rivedere il giudizio sul proprio paese.

Che diventa così un po’ più “normale”, un paese tra gli altri, certamente potentissimo e ancora ricco, ma non più il “dio in terra” che dispone del mondo a suo piacere.

Un’ottima notizia per il resto del mondo. Ma anche la spiegazione del perché gli Stati Uniti stiano così stolidamente ma pervicacemente accendendo crisi militari contro competitor del livello di Russia e Cina, schiacciando – en passant – l’economia europea.

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01/03/2019

Emiliano Brancaccio - Meno potere alle agenzie di rating

RAI NEWS 24, 25 febbraio 2019 – Il giudizio di perfetta solvibilità di Lehman Brothers poco prima del suo tracollo non fu un’eccezione: le agenzie di rating commettono spesso degli errori, in modi per certi versi sistematici. Eppure i voti di queste istituzioni private fanno parte delle norme che regolano le decisioni fondamentali delle autorità politiche dell’Unione, tra cui la Banca centrale europea. Una riforma che eliminasse l’influenza dei voti delle agenzie e riducesse quindi i loro poteri sarebbe benvenuta. Ne discutono Morya Longo (Il Sole 24 Ore) ed Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).


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23/02/2019

L’agenzia Fitch anticipa Mattarella e annuncia le elezioni in Italia

Le agenzie di rating, come noto, giocano sporco e giocano pesante. L’agenzia internazionale Fitch confermando il rating dell’Italia a BBB con outlook negativo, lo ha motivato affermando che: “Non ci aspettiamo che il governo italiano duri l’intero mandato e vediamo un aumento delle probabilità di elezioni anticipate dalle seconda meta’ di quest’anno”.

“Le tensioni politiche nella coalizione di governo e la possibilità di elezioni anticipate aggiungono incertezza sulle politiche economiche e di bilancio” dell’Italia, analizza Fitch, sottolineando come “le differenze ideologiche tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega probabilmente aumenteranno queste tensioni”.

L’outlook negativo secondo l’agenzia di rating “riflette il livello estremamente elevato del debito pubblico e l’assenza di correzioni strutturali di bilancio, la qualità ancora debole degli asset bancari e la tendenza molto debole di crescita del Pil, i rischi politici e l’incertezza che deriva dalle attuali dinamiche politiche, e gli associati rischi al ribasso sul debito”.

Fitch, che parla di crescita “in stallo”, prevede una espansione del Pil dello 0,3 per cento sul 2019, a fronte del +1,2 per cento che indicava lo scorso agosto. Il deficit nominale è previsto in aumento al 2,3 per cento sul Pil nel 2019 e al 2,7 per cento nel 2020 e non si attende manovre correttive quest’anno. Il debito è stimato al 132,3 per cento del Pil nel 2020.

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27/09/2016

Ambasciatori americani, agenzie di rating e referendum italiani: la nuova normalità

Le dichiarazioni dell’ambasciatore americano, John Phillips, sull’importanza del “Si” al referendum italiano rappresentano la norma di questi tempi. Si tratta di tempi che qualcuno, di riflesso, ha subito confuso con gli anni ’70, quando la Cia lavorava sia per preparare il golpe di Pinochet che per far cadere il prezzo del rame e impoverire la principale risorsa dell’allora governo Allende. Confusione che, tra l’altro, è stata indotta dalla contemporanea dichiarazione del responsabile Fitch, agenzia di rating, per la valutazione dei titoli sovrani in Europa e Medio Oriente, Richard Parker.

Nel ventunesimo secolo, bisogna ricordarlo, le agenzie di rating manifestano la loro indipendenza dal governo americano. Basterebbe ricordare che nell’estate di cinque anni fa hanno declassato i bond federali. Questo per chiarire in un secondo la differenza tra sovrapposizione di interessi tra governo e agenzie di rating: Standard & Poors ad esempio ha minacciato di declassare il debito turco, la cosa faceva comodo all’amministrazione Obama (che ha frizioni serie con la Turchia) ma le altre due principali agenzie di rating non ci hanno, per adesso, nemmeno pensato. Questo per dire: la finanza Usa, o almeno quella con marchio stelle e strisce, è autonoma dal governo federale. A volte gli interessi tra le due dimensioni si sovrappongono a volte no. In questo caso, l’Italia, c’è convergenza di interessi. A sostenere un governo che buona parte dell’establishment attuale Usa ritiene amico (quello Renzi) e a creare un po' di volatilità sul mercato da parte di Fitch (la quale si sarà sicuramente confrontata con qualche grosso cliente).

Sulla dichiarazione di Fitch niente di eclatante, infatti non è certo crollata la borsa, perché non si tratta di un abbassamento del rating. In quest’ultimo caso si sarebbe trattato, invece, di un problema immediato perchè il declassamento del rating viene, una volta avvenuto, istantaneamente aggiornato nei software di trading. Quelli che movimentano dal 50 al 70 per cento del mercato a seconda dei mercati e a seconda delle stime. Allora, tra aumento dello spread tra bond tedeschi e italiani e ennesimo crollo dei titoli bancari, un po’ di morti sul campo li avremo visti. La dichiarazione di Ficth rappresenta solo, piuttosto, una cannonata per saggiare il terreno, le reazioni degli operatori di borsa, dei fondi di investimento e dei governi. Per capire se col referendum italiano è possibile movimentare un po' di volatilità, attorno all’Italia che è nella top five dei mercati globali del debito pubblico, in modo da rastrellare profitti con le solite transazioni a breve (in questo caso un rapido movimento di vendite e di acquisti che si gioca attorno a fatti eclatanti). Questo lavoro è più affare delle agenzie di rating che dei governi, che hanno funzione di supporto anche se, volendo, le agenzie Usa avrebbero abbastanza risorse per mettere in difficoltà la borsa italiana.

Ma il primato, della forza e della pressione politica, in questo campo è delle corporation finanziarie ed è sempre quello il potere in ultima istanza su questo terreno. Questa è la nuova normalità e da tempo: qualsiasi cosa accada su questo terreno si deciderà quindi a Wall Street non a Washington DC. Non siamo più negli anni ’70. Basta vedere la crescita, in termini numerici e di peso politico, delle agenzie di rating da allora ad oggi per capirlo. Con l’Italia si prova quindi a fare lo stesso gioco messo in campo durante il referendum scozzese e quello inglese: mettere in campo una sovrapposizione di interessi tra politica e finanza per indirizzare il voto, spaventando gli elettori, e creare quella volatilità finanziaria necessaria per fare, sull’onda della paura, un po’ di soldi (alla Lewis Ranieri ne La grande scommessa: “facciamo un po’ di soldi”).

La cosa funziona in questo modo: in un referendum importante si crea incertezza (sul risultato) e paura (se il vincitore è di quelli che spaventano il media mainstream). Si rompe la monotonia di borsa, titoli vacillano, alcuni salgono altri scendono e, dopo la fine del referendum, vince chi ha saputo giocare sulle oscillazioni dei mercati. Questo gioco, o questa festa a seconda dei punti di vista, si rende tanto più necessario nel new normal del mondo dei tassi zero, in cui i rendimenti dei bond sono bassi e prestare il denaro è qualcosa di simile al non sense. La paura, la volatilità possono generare, a breve, interessi più alti o possibilità di acquisto di titoli a prezzo di favore. Oppure si può speculare alla grande su titoli scommessa (i future), le assicurazioni sul rischio (gli swap) e davvero miriadi di altri prodotti finanziari degni di una fantasia letteraria. Infatti, e qui è meglio essere chiari, il vero affare qui non è il voto, o il risultato del voto, ma la possibilità di guadagnare dall’instabilità di borsa. Il resto è fantasia di complotto. Alle borse non interessa tanto il risultato di un referendum ma saper capire la volatilità dei mercati per estrarre valore.

Allo stesso tempo, siamo in una situazione diversa dalla guerra finanziaria, giocatasi sul rublo, tra Usa e Russia all’indomani della fase più dura della guerra ucraina. Quando l’interesse geopolitico ha creato l’occasione per una grossa speculazione sulla moneta russa che generò un saliscendi del rublo (discesa favorita dagli Usa, salita favorita dalla banca centrale russa) che fece la gioia sia di ribassisti che di rialzisti. Siamo alla piccola bolla speculativa, fatta per adesso di dichiarazioni orientate e gonfiate, di un paese che si sa, storicamente, incline all’obbedienza in ultima istanza. Certo, se nelle settimane prima del referendum la borsa, i bond e i titoli bancari scenderanno drammaticamente l’Italia avrà saggiato, per la seconda volta dopo 5 anni (la crisi del debito sovrano), come funzionano i mercati tanto celebrati da Repubblica e il Corriere. Nel frattempo ascoltiamo qualche cannonata, in forma di dichiarazioni della ambasciata americana e di Fitch, eco di un mondo reale che in questo paese stenta a trovare ascolto e, meno che mai, cittadinanza.

Redazione, 15 settembre 2016

09/06/2016

L’ordine di Fitch: “votate sì al referendum, sennò…”

Il pericolante Renzi continua a ripetere, insieme a cento altre menzogne, che il suo “non è il governo delle banche”. Non serve neanche risollevare il coperchio – ben nascosto, ormai, dai media mainstream – sul caso Banca Etruria. La verità di questa relazione dominante tra grandi banche d’affari e progetto “riformista” dato in subappalto a Matteo Renzi esce fuori ogni giorno sui media internazionali (che obbediscono a padroni diversi, quindi ogni tanto – se non altro per motivi di concorrenza – qualche notizia vera la devono pur dare).

Soprattutto, le grandi banche e le agenzie di rating hanno da tempo dismesso ogni parvenza di rispetto per la democrazia parlamentare e la sovranità di qualsiasi Stato. E dicono apertamente quel che, secondo i loro interessi, ogni Stato dovrebbe fare.

L’articolo qui sotto, ripreso da La Stampa (l’organo di casa Fiat, ormai prossimo a diventare inserto piemontese di Repubblica), non lascia spazio a illusioni: l’agenzia statunitense di rating Fitch, la terza in ordine di importanza al mondo (dopo Standard & Poor’s e Moody’s) si è preoccupata di diramare una nota dettagliata sul fatto che in Italia dovranno obbligatoriamente prevalere i “sì” al referendum sulla riforma contro-costituzionale firmata da Renzi e Boschi.

Le agenzie di ranting hanno un potere non militare, ma devastante: un downgrade (un abbassamento del voto) per i titoli di debito pubblico di qualsiasi paese equivale a una condanna a morte per le finanze pubbliche di quel paese (Grecia, Spagna Portogallo e Italia lo hanno già sperimentato più volte). Quindi pubblicare una presa di posizione sul referendum italiano, sia pure in forma di “analisi oggettiva” della situazione, significa condizionare pesantemente intanto il cerchio degli addetti ai lavori; perché questi ultimi si attivino pesantemente trasformandosi tutti in apostoli del “sì”.

Non è complicato. Molti di questi addetti ai lavori (analisti di borsa, opinionisti un tanto al chilo, serissimi professori di economia neoliberista, ecc) sono quotidianamente ospiti di tg, talk show, interventi in qualità di “esperti” (come se un esperto fosse perciò stesso un commentatore neutrale). Basta aumentare un po’ la loro presenza, farli parlare in modo più chiaro, ingigantire i rischi e i pericoli (come sta avvenendo da mesi per la campagna elettorale sulla Brexit inglese), e il gioco – sperano – è fatto.

Quello sulla riforma contro-costituzionale di Renzi, in questo modo, viene trasformato in un referendum sulla dominanza o meno dei mercati finanziari rispetto alle Costituzioni antifasciste nate con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un equivalente – meno drammatizzato, per ora – del referendum greco contro il Memorandum della Troika (bocciato dal popolo, ma adottato dal secondo governo Tsipras), oltre che – più miserabilmente – un plebiscito sulla permanenza o meno di Renzi a Palazzo Chigi.

Ma, per l’appunto, non veniteci più a parlare – voi – di democrazia e diritti di libertà. Il comunicato di Fitch conferma infatti che i voti che contano debbono essere calcolati in dollari (o euro) a disposizione dei vari soggetti (banche, assicurazioni, fondi di investimento, sgr, ecc) attivi sui mercati finanziari. I più forti tra loro decidono cosa si deve fare in ogni paese – dal palazzo del governo all’ultimo comune di alta montagna – e l’unica libertà che va difesa è quella di movimento dei capitali. Il resto è aria fritta per commentatori prezzolati.

Come faceva quella canzone? Ah, sì:

Il mio nemico non ha divisa
ama le armi ma non le usa
nella fondina tiene le varte Visa
e quando uccide non chiede scusa...

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L’avviso di Fitch sul referendum: “Fondamentale per capire se le riforme continuano”

Dopo JP Morgan, Confindustria e il Fondo Monetario Internazionale si schiera per il sì in ottobre anche la nota agenzia di rating Usa

Roberto Giovannini

Grandi istituzioni economiche che rappresentano gli interessi del mondo dell’industria e della finanza vogliono assolutamente che la riforma costituzionale venga approvata dagli elettori nel referendum del prossimo ottobre. Dopo JP Morgan, dopo Confindustria, dopo il Fondo Monetario Internazionale, adesso anche l’agenzia di rating Fitch lancia quello che pare quasi un appello: «l’esito del referendum di ottobre 2016 sarà fondamentale per determinare se la spinta alle riforme continua o va in stallo», si legge in una nota di Fitch sull’Italia.

In Italia, si legge nel documento «sono state approvate riforme del lavoro, del sistema elettorale, sui fallimenti aziendali e sull’istruzione, ma è ancora troppo presto per dire se queste riforme alzeranno significativamente il Pil nel lungo termine». Ma anche se l’impatto sulla crescita economica (per non parlare sui salari e sull’occupazione) non è affatto certo, per gli analisti dell’agenzia «l’esito del referendum di ottobre 2016 sarà fondamentale per determinare se la spinta alle riforme continua o va in stallo». Sì, perché un successo del referendum «promette sia una legislazione più facile che un governo più stabile, assieme alla riforma elettorale». Se invece la riforma costituzione fosse bocciata, «il rischio politico aumenterebbe significativamente e alcuni degli sforzi fatti per spingere la produttività e la crescita di lungo termine potrebbero indietreggiare».

Un messaggio che non potrebbe essere più chiaro. Del resto, come accennato tutte le principali organizzazioni economiche e finanziarie vogliono che gli italiani votino sì. Prima tra tutti, già nel lontano 2013, la banca d’affari Jp Morgan, che in un documento interno scrisse che le costituzioni dei paesi del Sud Europa andavano cambiate, perché «mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo». E per colpa delle idee socialiste, secondo Jp Morgan, «i sistemi politici e costituzionali del Sud» hanno «Esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle Regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo». 

Sono punti di vista sostanzialmente condivisi dalla Confindustria del neopresidente Vincenzo Boccia, che nel suo discorso inaugurale si è nettamente schierato per il sì al referendum sulla riforma della Costituzione, e dal Fondo Monetario Internazionale. Nel documento finale al termine della consueta visita in Italia, i rappresentanti del Fondo hanno scritto che il referendum «punta a facilitare il processo decisionale ed il trasferimento di competenze dalle regioni al livello centrale». La punta di diamante di un «elenco impressionante di riforme approvate», ma che però vanno continuati, perché per il Fmi «è indispensabile che tali sforzi siano ampliati e completati».

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