di Alessandro Volpi
In un mondo dove il novanta per cento delle merci viaggia via mare, gli Stati Uniti rappresentano ormai un paradosso geopolitico, provando ad agire come l’unico soggetto militare che controlla la navigazione globale mentre le fondamenta economiche di tale primato si sgretolano sotto il peso di contraddizioni strutturali insanabili.
Da un lato, Washington spende cifre astronomiche per mantenere undici task force di portaerei e una rete di basi che monitorano i punti di strozzatura strategici del Pianeta, ma questo sforzo titanico viene finanziato attraverso un debito pubblico che ha superato la soglia dei 39mila miliardi di dollari, rendendo il controllo degli oceani un onere finanziario che paradossalmente indebolisce la stabilità interna del paese che lo mantiene per tentare di conservare un primato.
Il costo per mantenere la macchina bellica navale degli Stati Uniti, infatti, è monumentale e rappresenta una delle voci di spesa più pesanti dell’intero bilancio federale. Per l’anno fiscale 2025, il budget totale per il solo Dipartimento della Marina (che include la US Navy e il Corpo dei Marines) è stato di circa 257,6 miliardi di dollari, finanziato, appunto, quasi interamente con un debito che paga poco meno del 5% sui titoli a 10 anni.
La contraddizione si fa ancora più stridente quando si analizza la natura del traffico marittimo “protetto” dalla marina americana: le navi che solcano le rotte sicure non battono quasi mai la bandiera a stelle e strisce, poiché la flotta mercantile statunitense è ridotta a un’ombra del passato, lasciando il dominio del trasporto commerciale nelle mani di armatori greci, giapponesi o dei colossi europei e cinesi.
Le grandi arterie del commercio globale sono percorse dai giganti dei container come l’italo-svizzera MSC, la danese Maersk o la cinese COSCO.
A questo squilibrio tra potere militare e proprietà dei mezzi di navigazione si aggiunge l’offensiva infrastrutturale della Cina, che attraverso la Nuova Via della Seta ha acquisito partecipazioni o il controllo totale di oltre cento porti strategici in tutto il mondo, dal Pireo in Europa fino ai terminal africani e sudamericani.
Questo significa che, mentre i cacciatorpediniere americani pattugliano il “vuoto” delle acque internazionali, la Cina sta conquistando il “pieno” delle banchine, dei software logistici e delle gru, rendendo di fatto inutile il controllo delle rotte se i punti di arrivo e di partenza rispondono politicamente o economicamente a Pechino.
Questa asimmetria trasforma l’egemonia marittima americana in un gigante dai piedi d’argilla, dove la superiorità tecnologica dei missili e dei radar si scontra con la realtà di un’economia che ha ceduto le chiavi della logistica e della produzione navale ai suoi stessi rivali, rendendo il controllo dei mari un lusso militare sempre più scollegato dalla realtà del potere economico territoriale.
Se il controllo delle acque non torna a essere supportato da una flotta mercantile nazionale e da una rete portuale sicura, il rischio è che gli Stati Uniti continuino a spendere per proteggere un sistema globale che, alla fine del viaggio, deposita la sua ricchezza proprio nelle casse di chi punta a sostituirli come nuova superpotenza mondiale.
Soprattutto, senza controllo dei mari, la posizione del dollaro come valuta di pagamento internazionale diventa ancora più debole.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2026
La fine dell’impero
03/11/2021
Pensavano ai cinesi ed invece era una montagna. La fake news del sommergibile Usa
Il sommergibile nucleare americano USS Connecticut, che lo scorso 2 ottobre aveva colpito un oggetto non identificato nel Mar Cinese Meridionale, in realtà si era scontrato con una montagna subacquea non segnata sulle carte nautiche.
In quelle ore il bollettino della marina militare statunitense aveva dichiarato che: “il sottomarino stava operando nel Mar Cinese Meridionale, dove la Marina degli Stati Uniti ha cercato di contestare rivendicazioni territoriali della Cina su piccole isole, scogliere e affioramenti“.
La Marina statunitense aveva fatto sapere che stava esaminando l’entità del danno e indagando sull’incidente, precisando che il sottomarino era in condizioni sicure e stabili. “Il reattore nucleare e gli spazi della USS Connecticut non sono stati interessati e rimangono pienamente operativi“. Il sottomarino danneggiato si era poi diretto verso la base militare statunitense di Guam e 11 marinai risultarono feriti.
Quando il 2 ottobre era avvenuta la collisione, più di qualcuno aveva cercato di leggerla in un clima di sospetto contro la Cina. Un servizio della CNN riportava allora che “l’incidente è avvenuto mentre le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina sono aumentate a causa delle incursioni dell’esercito cinese nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan”.
Secondo la CNN, il Connecticut operava nelle acque intorno al Mar Cinese Meridionale “mentre gli Stati Uniti e i suoi alleati stavano effettuando un’importante dimostrazione di forza multinazionale nella regione, guidata dal Carrier Strike Group 21 del Regno Unito“.
Le operazioni in corso hanno visto esercitazioni con navi di Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Australia, Canada e Paesi Bassi, comprese tre portaerei.
Sempre la CNN riferiva che 39 aerei militari cinesi, tra cui aerei da combattimento e da trasporto, erano entrati nello spazio aereo di Taiwan, costringendo l’aeronautica taiwanese a far decollare i jet e distribuire missili di difesa antiaerea.
Due giorni dopo, la Cina aveva inviato 56 aerei nello spazio aereo di Taiwan.
“Siamo molto preoccupati per la provocatoria attività militare della RPC vicino a Taiwan” – aveva detto ai giornalisti il segretario di Stato americano Tony Blinken in una conferenza stampa – “Come abbiamo detto, l’attività è destabilizzante. Rischia di fare calcoli errati e ha il potenziale per minare la pace e la stabilità regionale. Pertanto, esortiamo vivamente Pechino a cessare la sua pressione e coercizione militare, diplomatica ed economica diretta a Taiwan“.
Un mese dopo, l’inchiesta interna ha stabilito invece che “l’USS Connecticut aveva colpito un monte sottomarino che non era segnalato sulle mappe mentre operava in acque internazionali nella regione indo-pacifica”.
Martedì scorso, la Cina aveva esortato gli Stati Uniti a “fornire dettagli” sull’incidente. Washington “non ha mai fornito una chiara spiegazione delle intenzioni del sottomarino nucleare, o la posizione precisa dell’incidente“, aveva riferito ai giornalisti il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin.
Wang, invitando gli Stati Uniti a “smettere” di inviare sottomarini nucleari nel Mar Cinese, altrimenti tali incidenti diventeranno “più frequenti“. Un modo per sottolineare che le montagne sottomarine cinesi sono sempre una rogna.
La Cina, come noto, rivendica quasi tutto il Mar Cinese Meridionale e vi ha costruito avamposti militari su piccole isole e atolli, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati contestano questa disposizione cinese pattugliando regolarmente le acque della regione per affermare il loro “diritto alla libertà di navigazione”.
Ma forse sarebbe più onesto dichiarare che si tratta esclusivamente della “loro” libertà di navigazione.
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06/04/2020
USA - Trump pensa all'Iran mentre il covid-19 dilaga nella US Navy
di Michele Giorgio – il Manifesto
Brett Crozier è sceso dalla USS Roosevelt tra gli applausi di centinaia di marinai. «Capitano Crozier, Capitano Crozier» hanno scandito rivolgendosi all’ufficiale che con largo anticipo aveva messo in guardia i comandi militari sui rischi per l’intero equipaggio della portaerei dove poi si sono registrati decine di casi positivi al coronavirus. Invece, giovedì Crozier è stato messo alla porta dopo aver scritto una lettera, finita poi alla stampa, in cui emerge che da tempo chiedeva aiuti immediati per la Roosevelt, con grave imbarazzo per i suoi superiori insensibili, almeno inizialmente, alla gravità della situazione. A nulla sono servite le 66mila firme su Change.org per reintegrare Crozier nel suo incarico. Il Sottosegretario alla Marina Thomas Modly ha addossato ogni responsabilità proprio al capitano che, a suo dire, non avrebbe tutelato con professionalità la salute dei marinai.
L’infezione corre tra i militari statunitensi. E ogni giorno si segnalano nuovi positivi nella Marina fiore all’occhiello degli apparati bellici agli ordini di Donald Trump. Sulle navi, dove i marinai dormono e lavorano insieme in spazi ristretti, il virus si diffonde come un incendio. Eppure il presidente americano, nonostante il pericolo del Covid-19, non intende allentare la pressione che la Marina Usa esercita in alcune aree del mondo. A cominciare dal Golfo dove la possibilità di un conflitto con l’Iran è tornata a farsi concreta in questi ultimi giorni. E difficilmente gli Usa seguiranno i paesi europei che, dimenticando le sanzioni, hanno deciso di inviare a Tehran aiuti in un momento decisivo per la lotta al virus che in Iran ha già fatto migliaia di morti. Qualche segnale nella stessa direzione era stato lanciato nei giorni scorsi anche dal segretario di stato Mike Pompeo ma poi non se ne è saputo più niente. Quello che è certo al momento è che le squadre navali che si alternano nelle operazioni nel Golfo, a breve distanza dalle coste iraniane, sono di nuovo in stato di allerta.
Secondo la Casa Bianca, l’Iran e le milizie sciite sue alleate starebbero pianificando un attacco in grande stile contro le forze militari e il personale statunitense di stanza in Iraq. «Se ciò accadrà, l’Iran pagherà un prezzo altissimo», ha avvertito Trump che, riferiscono fonti irachene e Usa, ha dato ordine di dispiegare batterie di missili Patriot intorno alle basi della coalizione a guida americana che operano in Iraq e nella regione, ufficialmente contro l’Isis. Una delle batterie è stata consegnata alla base di Ain al Asad, nell’Iraq occidentale, colpita dall’attacco con missili balistici lanciato a gennaio dall’Iran in seguito all’assassinio del generale dei Guardiani della rivoluzione iraniana Qasem Soleimani, in un raid statunitense nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Una seconda batteria sarà dislocata a Erbil, nel Kurdistan iracheno, e altre due in Kuwait. Nel frattempo a Washington si dicono convinti che dietro l’uccisione a Istanbul, il 14 novembre 2019, del dissidente iraniano Masoud Molavi Vardanjani si celi l’intelligence di Tehran. Per gli Usa sarebbe un’altra «dimostrazione» dei crimini che commetterebbe l’Iran.
Tehran condanna il dispiegamento dei Patriot e accusa Trump di portare il Medio Oriente «al disastro» mentre infuria la pandemia di coronavirus. Più di tutto respinge la tesi statunitense di essere dietro gli ultimi attacchi con razzi delle milizie sciite contro basi e postazioni americane in Iraq. Il motivo vero degli attacchi, spiegano gli iraniani, è che la presenza degli Stati Uniti in Iraq è «contraria alla posizione ufficiale del governo, del parlamento e del popolo iracheno». Washington quindi deve «lasciare il paese».
Secondo il ministro degli esteri, Mohammad Javad Zarif, l’Iran agisce solo per legittima difesa e «non ha proxies, ma amici... Non lasciatevi ingannare di nuovo dai soliti guerrafondai». Naturalmente l’Iran non è l’agenzia umanitaria e pacifista che racconta Zarif. Tuttavia è arduo credere che Tehran cerchi una guerra aperta con gli Usa mentre fatica a contenere una epidemia gravissima che, tra le altre cose, ha causato il crollo del prezzo del petrolio e penalizzato ulteriormente l’economia già colpita dalle sanzioni Usa, aggravate anche di recente.
Fonte
Brett Crozier è sceso dalla USS Roosevelt tra gli applausi di centinaia di marinai. «Capitano Crozier, Capitano Crozier» hanno scandito rivolgendosi all’ufficiale che con largo anticipo aveva messo in guardia i comandi militari sui rischi per l’intero equipaggio della portaerei dove poi si sono registrati decine di casi positivi al coronavirus. Invece, giovedì Crozier è stato messo alla porta dopo aver scritto una lettera, finita poi alla stampa, in cui emerge che da tempo chiedeva aiuti immediati per la Roosevelt, con grave imbarazzo per i suoi superiori insensibili, almeno inizialmente, alla gravità della situazione. A nulla sono servite le 66mila firme su Change.org per reintegrare Crozier nel suo incarico. Il Sottosegretario alla Marina Thomas Modly ha addossato ogni responsabilità proprio al capitano che, a suo dire, non avrebbe tutelato con professionalità la salute dei marinai.
L’infezione corre tra i militari statunitensi. E ogni giorno si segnalano nuovi positivi nella Marina fiore all’occhiello degli apparati bellici agli ordini di Donald Trump. Sulle navi, dove i marinai dormono e lavorano insieme in spazi ristretti, il virus si diffonde come un incendio. Eppure il presidente americano, nonostante il pericolo del Covid-19, non intende allentare la pressione che la Marina Usa esercita in alcune aree del mondo. A cominciare dal Golfo dove la possibilità di un conflitto con l’Iran è tornata a farsi concreta in questi ultimi giorni. E difficilmente gli Usa seguiranno i paesi europei che, dimenticando le sanzioni, hanno deciso di inviare a Tehran aiuti in un momento decisivo per la lotta al virus che in Iran ha già fatto migliaia di morti. Qualche segnale nella stessa direzione era stato lanciato nei giorni scorsi anche dal segretario di stato Mike Pompeo ma poi non se ne è saputo più niente. Quello che è certo al momento è che le squadre navali che si alternano nelle operazioni nel Golfo, a breve distanza dalle coste iraniane, sono di nuovo in stato di allerta.
Secondo la Casa Bianca, l’Iran e le milizie sciite sue alleate starebbero pianificando un attacco in grande stile contro le forze militari e il personale statunitense di stanza in Iraq. «Se ciò accadrà, l’Iran pagherà un prezzo altissimo», ha avvertito Trump che, riferiscono fonti irachene e Usa, ha dato ordine di dispiegare batterie di missili Patriot intorno alle basi della coalizione a guida americana che operano in Iraq e nella regione, ufficialmente contro l’Isis. Una delle batterie è stata consegnata alla base di Ain al Asad, nell’Iraq occidentale, colpita dall’attacco con missili balistici lanciato a gennaio dall’Iran in seguito all’assassinio del generale dei Guardiani della rivoluzione iraniana Qasem Soleimani, in un raid statunitense nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Una seconda batteria sarà dislocata a Erbil, nel Kurdistan iracheno, e altre due in Kuwait. Nel frattempo a Washington si dicono convinti che dietro l’uccisione a Istanbul, il 14 novembre 2019, del dissidente iraniano Masoud Molavi Vardanjani si celi l’intelligence di Tehran. Per gli Usa sarebbe un’altra «dimostrazione» dei crimini che commetterebbe l’Iran.
Tehran condanna il dispiegamento dei Patriot e accusa Trump di portare il Medio Oriente «al disastro» mentre infuria la pandemia di coronavirus. Più di tutto respinge la tesi statunitense di essere dietro gli ultimi attacchi con razzi delle milizie sciite contro basi e postazioni americane in Iraq. Il motivo vero degli attacchi, spiegano gli iraniani, è che la presenza degli Stati Uniti in Iraq è «contraria alla posizione ufficiale del governo, del parlamento e del popolo iracheno». Washington quindi deve «lasciare il paese».
Secondo il ministro degli esteri, Mohammad Javad Zarif, l’Iran agisce solo per legittima difesa e «non ha proxies, ma amici... Non lasciatevi ingannare di nuovo dai soliti guerrafondai». Naturalmente l’Iran non è l’agenzia umanitaria e pacifista che racconta Zarif. Tuttavia è arduo credere che Tehran cerchi una guerra aperta con gli Usa mentre fatica a contenere una epidemia gravissima che, tra le altre cose, ha causato il crollo del prezzo del petrolio e penalizzato ulteriormente l’economia già colpita dalle sanzioni Usa, aggravate anche di recente.
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22/08/2017
Pacifico orientale: incidenti provocati e provocazioni Usa non incidentali
C’è solo da sperare che gli ufficiali yankee addetti alle armi di bordo della US Navy siano più accorti dei loro colleghi responsabili di rotta e tengano gli occhi più aperti delle vedette alle ali di bordo. In caso contrario, il rischio che “semplici” esercitazioni si trasformino in qualcosa di molto grave si fa davvero reale, soprattutto in certe zone calde dei mari orientali.
La collisione di ieri mattina, nello stretto di Malacca (che poi, si tratta comunque di alcune decine di miglia, anche nel punto più stretto) del cacciatorpediniere lanciamissili “John McCain” con la petroliera “Alnic MC” è il secondo episodio nel giro di poco più di un mese e il quarto dall’inizio dell’anno, che vede coinvolte unità militari USA nella regione. A metà giugno, il caccia “Fitzgerald” si era scontrato nel mar del Giappone con un portacontainer filippino e sette marinai statunitensi erano morti: la commissione d’inchiesta aveva giudicato “inadeguata la squadra di comando” del caccia ed esautorato gli ufficiali superiori. A maggio, l’incrociatore lanciamissili “Lake Champlain” aveva fatto collisione con un peschereccio sudcoreano al largo della penisola coreana e, in gennaio, l’incrociatore lanciamissili “Antietam” aveva sversato oltre mille galloni di olio nella baia di Tokyo.
Sia il “McCain” che il “Fitzgerald”, unità della 7° flotta del Pacifico, sono di stanza nella base di Yokosuka, una cinquantina di km a sudovest di Tokyo. Il “McCain” – classe “Arleigh Burke”, 6.600 tonnellate di stazza, due sistemi lanciamissili “Aegis”, artiglierie e armamento antinave – seriamente danneggiato (cinque marinai sono rimasti feriti nell’impatto e dieci risultano dispersi) è arrivato ieri pomeriggio alla base di Changi a Singapore. Una decina di giorni fa, il Ministero degli esteri cinese aveva inviato una nota di protesta a Washington contro la violazione del diritto internazionale e della sovranità del paese, dopo che proprio il “McCain” aveva incrociato in prossimità delle isole Nansha (Spratly), nel mar Cinese Meridionale, considerate da Pechino territorio cinese, al pari delle isole Xīshā (Paracel), nel cui specchio di mare era transitato qualche giorno prima il caccia “Stethem”.
Il capo delle operazioni navali USA, ammiraglio John Richardson, che ieri aveva parlato di una “tendenza” (il primo passo verso una deviazione, avrebbe detto Lenin...) alle collisioni e aveva sospeso tutte le operazioni delle unità americane in tutto il mondo, ha oggi aggiustato il tiro (delle parole) e ha parlato di un possibile attacco cibernetico russo (e chi altri?) ai sistemi di bordo del “McCain”, che avrebbe provocato l’incidente. Sentito dal canale del Ministero della difesa russo tvzvezda.ru, l’osservatore Dmitrij Litovkin ha parlato senza mezzi termini di “manifesta incompetenza degli ufficiali di marina USA”. Gli incidenti degli ultimi due mesi, ha detto Litovkin “si sono verificati a causa di collisioni con navi mercantili. Ciò testimonia del fatto che i militari americani o ignorano coscientemente le norme di sicurezza internazionali in mare, oppure pensano di avere ogni diritto e tutti debbano fargli strada: la qual cosa, in mare, di norma non funziona”.
La sospensione delle operazioni navali annunciata da Richardson sembra tuttavia riguardare solo le operazioni in alto mare: non risulta che siano state interrotte le esercitazioni “Ulchi-Freedom Guardian” (UFG), iniziate ieri in Corea del Sud (dal 1976, si ripetono ogni anno, in agosto e settembre) con la partecipazione di 17.500 marines USA, reparti sudcoreani, britannici, australiani, canadesi, colombiani, danesi, olandesi e neozelandesi, per un totale di oltre 50.000 soldati.
“L’arroganza della potenza”, titolava ieri Die Junge Welt, il quotidiano di orientamento marxista della ex DDR, a proposito delle manovre UFG, che simulano apertamente una invasione della Corea del Nord. Da anni si ripetono le esercitazioni USA-sudcoreane in Corea del Sud, scrive Rainer Werning: le maggiori, insieme alle UFG, sono le “Foal Eagle” e le “Key Resolve” tra febbraio e aprile. Oltre 200.000 soldati partecipano alla simulazione di un “incidente” con la Corea del Nord, mentre le “Key Resolve” servono come esercitazione del US Pacific Command alle Hawaii. Mentre Washington e Seoul “giustificano” le manovre con una presunta minaccia del nord, Pyongyang parla di aperte provocazioni e in Corea del Sud sono sempre più numerosi coloro che le considerano anacronistiche, perché interferiscono con il dialogo inter-coreano. In sostanza, si tratta di una gigantesca dimostrazione di “arroganza della potenza”: un’espressione usata dal senatore William Fulbright durante la guerra del Vietnam, nota Werning, che ricorda anche come la guerra di Corea avesse causato oltre quattro milioni di morti, con il capo del comando aereo strategico USA, Curtis LeMay, che dichiarava trattarsi del 20% della popolazione nord-coreana. Con 635.000 tonnellate di bombe esplosive e incendiarie – tra cui oltre 32.000 tonnellate di napalm, usato per la prima volta – le città della Corea del Nord furono devastate più di quelle tedesche e giapponesi durante la seconda guerra mondiale.
Le esercitazioni congiunte UFG, scriveva ieri la nordcoreana KCNA, “con un coinvolgimento militare statunitense molto superiore a quello dello scorso anno”, hanno gettato la penisola coreana in una fase critica. “Ancora più grave, è che gli alti comandi USA, i comandanti delle forze USA nel Pacifico e delle Forze Strategiche, abbiano visitato la Corea del Sud alla vigilia delle manovre”, scriveva la KCNA, ricordando che, per esse, Pyongyang ha promesso una “punizione spietata” su USA e Corea del Sud.
Si è sentito in dovere di spendere qualche parola di circostanza il presidente sudcoreano Mun Zhe Ying, forse spaventato dalla reazione nordcoreana: “si tratta di manovre annuali a carattere difensivo” ha farfugliato, a fronte di 50.000 soldati che simulano l’invasione della Corea del Nord, “e noi non tendiamo affatto ad alimentare la tensione”. Seoul, ha detto Mun, “in stretta alleanza con gli Stati Uniti, collaborerà con la comunità internazionale per garantire che la situazione attuale non evolva in una guerra”, aggiungendo che “le porte del dialogo sono sempre aperte” e che – da copione – è la RDPC a dover “cessare le provocazioni”.
Guarda caso, proprio in questi giorni, Seoul ha acconsentito all’installazione di ulteriori quattro piattaforme di lancio del sistema THAAD, col pretesto, ovviamente, della minaccia dei missili nordcoreani.
L’organo del Partito del Lavoro, Rodong Simnun, scrive che la decisione sudcoreana costituisce “un atto imperdonabile contro la nazione, volto ad accettare incondizionatamente la richiesta del suo padrone USA, anche col sacrificio del destino e degli interessi del popolo sudcoreano”. Il Ministero della difesa di Seoul, scrive la cinese Xinhua, la scorsa settimana ha addirittura deciso di accelerare il dispiegamento del sistema THAAD e ha condotto una prova di impatto ambientale, su scala ridotta, per tentare di rigettare le proteste dei gruppi anti-THAAD sudcoreani circa la nocività del sistema sull’ambiente.
“A Delfi gli oracoli tacciono e la caligine che avvolge il futuro preme sul genere umano”, sospirava Giovenale.
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La collisione di ieri mattina, nello stretto di Malacca (che poi, si tratta comunque di alcune decine di miglia, anche nel punto più stretto) del cacciatorpediniere lanciamissili “John McCain” con la petroliera “Alnic MC” è il secondo episodio nel giro di poco più di un mese e il quarto dall’inizio dell’anno, che vede coinvolte unità militari USA nella regione. A metà giugno, il caccia “Fitzgerald” si era scontrato nel mar del Giappone con un portacontainer filippino e sette marinai statunitensi erano morti: la commissione d’inchiesta aveva giudicato “inadeguata la squadra di comando” del caccia ed esautorato gli ufficiali superiori. A maggio, l’incrociatore lanciamissili “Lake Champlain” aveva fatto collisione con un peschereccio sudcoreano al largo della penisola coreana e, in gennaio, l’incrociatore lanciamissili “Antietam” aveva sversato oltre mille galloni di olio nella baia di Tokyo.
Sia il “McCain” che il “Fitzgerald”, unità della 7° flotta del Pacifico, sono di stanza nella base di Yokosuka, una cinquantina di km a sudovest di Tokyo. Il “McCain” – classe “Arleigh Burke”, 6.600 tonnellate di stazza, due sistemi lanciamissili “Aegis”, artiglierie e armamento antinave – seriamente danneggiato (cinque marinai sono rimasti feriti nell’impatto e dieci risultano dispersi) è arrivato ieri pomeriggio alla base di Changi a Singapore. Una decina di giorni fa, il Ministero degli esteri cinese aveva inviato una nota di protesta a Washington contro la violazione del diritto internazionale e della sovranità del paese, dopo che proprio il “McCain” aveva incrociato in prossimità delle isole Nansha (Spratly), nel mar Cinese Meridionale, considerate da Pechino territorio cinese, al pari delle isole Xīshā (Paracel), nel cui specchio di mare era transitato qualche giorno prima il caccia “Stethem”.
Il capo delle operazioni navali USA, ammiraglio John Richardson, che ieri aveva parlato di una “tendenza” (il primo passo verso una deviazione, avrebbe detto Lenin...) alle collisioni e aveva sospeso tutte le operazioni delle unità americane in tutto il mondo, ha oggi aggiustato il tiro (delle parole) e ha parlato di un possibile attacco cibernetico russo (e chi altri?) ai sistemi di bordo del “McCain”, che avrebbe provocato l’incidente. Sentito dal canale del Ministero della difesa russo tvzvezda.ru, l’osservatore Dmitrij Litovkin ha parlato senza mezzi termini di “manifesta incompetenza degli ufficiali di marina USA”. Gli incidenti degli ultimi due mesi, ha detto Litovkin “si sono verificati a causa di collisioni con navi mercantili. Ciò testimonia del fatto che i militari americani o ignorano coscientemente le norme di sicurezza internazionali in mare, oppure pensano di avere ogni diritto e tutti debbano fargli strada: la qual cosa, in mare, di norma non funziona”.
La sospensione delle operazioni navali annunciata da Richardson sembra tuttavia riguardare solo le operazioni in alto mare: non risulta che siano state interrotte le esercitazioni “Ulchi-Freedom Guardian” (UFG), iniziate ieri in Corea del Sud (dal 1976, si ripetono ogni anno, in agosto e settembre) con la partecipazione di 17.500 marines USA, reparti sudcoreani, britannici, australiani, canadesi, colombiani, danesi, olandesi e neozelandesi, per un totale di oltre 50.000 soldati.
“L’arroganza della potenza”, titolava ieri Die Junge Welt, il quotidiano di orientamento marxista della ex DDR, a proposito delle manovre UFG, che simulano apertamente una invasione della Corea del Nord. Da anni si ripetono le esercitazioni USA-sudcoreane in Corea del Sud, scrive Rainer Werning: le maggiori, insieme alle UFG, sono le “Foal Eagle” e le “Key Resolve” tra febbraio e aprile. Oltre 200.000 soldati partecipano alla simulazione di un “incidente” con la Corea del Nord, mentre le “Key Resolve” servono come esercitazione del US Pacific Command alle Hawaii. Mentre Washington e Seoul “giustificano” le manovre con una presunta minaccia del nord, Pyongyang parla di aperte provocazioni e in Corea del Sud sono sempre più numerosi coloro che le considerano anacronistiche, perché interferiscono con il dialogo inter-coreano. In sostanza, si tratta di una gigantesca dimostrazione di “arroganza della potenza”: un’espressione usata dal senatore William Fulbright durante la guerra del Vietnam, nota Werning, che ricorda anche come la guerra di Corea avesse causato oltre quattro milioni di morti, con il capo del comando aereo strategico USA, Curtis LeMay, che dichiarava trattarsi del 20% della popolazione nord-coreana. Con 635.000 tonnellate di bombe esplosive e incendiarie – tra cui oltre 32.000 tonnellate di napalm, usato per la prima volta – le città della Corea del Nord furono devastate più di quelle tedesche e giapponesi durante la seconda guerra mondiale.
Le esercitazioni congiunte UFG, scriveva ieri la nordcoreana KCNA, “con un coinvolgimento militare statunitense molto superiore a quello dello scorso anno”, hanno gettato la penisola coreana in una fase critica. “Ancora più grave, è che gli alti comandi USA, i comandanti delle forze USA nel Pacifico e delle Forze Strategiche, abbiano visitato la Corea del Sud alla vigilia delle manovre”, scriveva la KCNA, ricordando che, per esse, Pyongyang ha promesso una “punizione spietata” su USA e Corea del Sud.
Si è sentito in dovere di spendere qualche parola di circostanza il presidente sudcoreano Mun Zhe Ying, forse spaventato dalla reazione nordcoreana: “si tratta di manovre annuali a carattere difensivo” ha farfugliato, a fronte di 50.000 soldati che simulano l’invasione della Corea del Nord, “e noi non tendiamo affatto ad alimentare la tensione”. Seoul, ha detto Mun, “in stretta alleanza con gli Stati Uniti, collaborerà con la comunità internazionale per garantire che la situazione attuale non evolva in una guerra”, aggiungendo che “le porte del dialogo sono sempre aperte” e che – da copione – è la RDPC a dover “cessare le provocazioni”.
Guarda caso, proprio in questi giorni, Seoul ha acconsentito all’installazione di ulteriori quattro piattaforme di lancio del sistema THAAD, col pretesto, ovviamente, della minaccia dei missili nordcoreani.
L’organo del Partito del Lavoro, Rodong Simnun, scrive che la decisione sudcoreana costituisce “un atto imperdonabile contro la nazione, volto ad accettare incondizionatamente la richiesta del suo padrone USA, anche col sacrificio del destino e degli interessi del popolo sudcoreano”. Il Ministero della difesa di Seoul, scrive la cinese Xinhua, la scorsa settimana ha addirittura deciso di accelerare il dispiegamento del sistema THAAD e ha condotto una prova di impatto ambientale, su scala ridotta, per tentare di rigettare le proteste dei gruppi anti-THAAD sudcoreani circa la nocività del sistema sull’ambiente.
“A Delfi gli oracoli tacciono e la caligine che avvolge il futuro preme sul genere umano”, sospirava Giovenale.
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13/11/2016
Niscemi. Stanno attivando il Muos. “Non cantino vittoria troppo presto”
"The ground station in Niscemi is operational". Il MUOS di Niscemi è operativo. Poche righe, ufficiali, del Retroammiraglio Christian Becker per liquidare la questione. Come se l’opposizione popolare contro il MUOS sia acqua passata, come se non ci fosse, nell’ordine, un giudizio di revocazione davanti al CGA e un ricorso alla Cassazione sul dissequestro, come se in questi giorni non si stesse celebrando un processo penale davanti al Tribunale di Caltagirone per abuso edilizio.
Il Retroammiraglio Becker, responsabile di Intelligence e Sistemi Spaziali del Pentagono, ha dovuto ammettere i meriti del movimento No MUOS: la nostra lotta ha ritardato e resa inoperativa la base per lungo tempo, “accecando” il sistema satellitare in quella eterna zona di guerra che è il Mediterraneo. Dopo il dissequestro del Tribunale del Riesame, annuncia soddisfatto il graduato statunitense, il MUOS è tecnicamente pronto. Certo, non è ancora operativo sul campo ma ormai, volendo credere alle parole di Becker, è una questione burocratica.
Se l’ufficiale statunitense può liquidare così la questione MUOS è anche grazie alla compiacenza della Regione Sicilia, e del suo presidente Rosario Crocetta, che potrebbe immediatamente sospendere in autotutela le autorizzazioni e porre la parola fine alla vicenda e invece, sempre a voler prendere per buone le parole dell’ammiraglio, preferisce “lavorare con gli USA” per facilitare la costruzione del MUOS.
Dopo centinaia di denunce, processi in corso, salatissime multe e ridicole accuse qualcuno, dentro alle istituzioni italiane, avrà rassicurato gli USA: la lotta No MUOS è ormai acqua passata.
E mentre gli Stati Uniti costringono il mondo a quell’insensata tifoseria tra il peggio e la catastrofe che sono le elezioni, ribadiamo forte che per noi la lotta è tutt’altro che chiusa. Continueremo a batterci per la completa smilitarizzazione della Riserva Sughereta di Niscemi, della Sicilia e dell’Italia. Qualunque saranno le mosse del nuovo presidente americano e dei suoi lacchè locali, dei magistrati di turno e delle forze del disordine. Tutti uniti allegramente per quello che è diventato il nuovo incubo americano: esportare democrazie e sicurezza a suon di guerra permanente, in ogni territorio, anche a costo di calpestare leggi e volontà delle popolazioni, senza curarsi della devastazione che ne consegue.
Però qualcuno ha brindato troppo presto.
La lotta No MUOS continua!
Fonte
Il Retroammiraglio Becker, responsabile di Intelligence e Sistemi Spaziali del Pentagono, ha dovuto ammettere i meriti del movimento No MUOS: la nostra lotta ha ritardato e resa inoperativa la base per lungo tempo, “accecando” il sistema satellitare in quella eterna zona di guerra che è il Mediterraneo. Dopo il dissequestro del Tribunale del Riesame, annuncia soddisfatto il graduato statunitense, il MUOS è tecnicamente pronto. Certo, non è ancora operativo sul campo ma ormai, volendo credere alle parole di Becker, è una questione burocratica.
Se l’ufficiale statunitense può liquidare così la questione MUOS è anche grazie alla compiacenza della Regione Sicilia, e del suo presidente Rosario Crocetta, che potrebbe immediatamente sospendere in autotutela le autorizzazioni e porre la parola fine alla vicenda e invece, sempre a voler prendere per buone le parole dell’ammiraglio, preferisce “lavorare con gli USA” per facilitare la costruzione del MUOS.
Dopo centinaia di denunce, processi in corso, salatissime multe e ridicole accuse qualcuno, dentro alle istituzioni italiane, avrà rassicurato gli USA: la lotta No MUOS è ormai acqua passata.
E mentre gli Stati Uniti costringono il mondo a quell’insensata tifoseria tra il peggio e la catastrofe che sono le elezioni, ribadiamo forte che per noi la lotta è tutt’altro che chiusa. Continueremo a batterci per la completa smilitarizzazione della Riserva Sughereta di Niscemi, della Sicilia e dell’Italia. Qualunque saranno le mosse del nuovo presidente americano e dei suoi lacchè locali, dei magistrati di turno e delle forze del disordine. Tutti uniti allegramente per quello che è diventato il nuovo incubo americano: esportare democrazie e sicurezza a suon di guerra permanente, in ogni territorio, anche a costo di calpestare leggi e volontà delle popolazioni, senza curarsi della devastazione che ne consegue.
Però qualcuno ha brindato troppo presto.
La lotta No MUOS continua!
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20/03/2016
Milioni a Finmeccanica con i sommergibili nucleari Usa
Le aziende del gruppo Finmeccanica fanno grandi affari con le armi di distruzione di massa delle forze armate Usa. A fine 2015, la controllata DRS Technologies, con sede ad Arlington (Virginia), azienda leader nella fornitura di sistemi di sorveglianza, reti satellitari e telecomunicazione, ha sottoscritto un contratto con US Navy per un valore massimo di 384 milioni di dollari per produrre equipaggiamenti elettronici di ultima generazione da destinare a varie classi di sottomarini, nucleari e non. “Grazie all’aggiudicazione di questa commessa, DRS Technologies diventa prime contractor della Marina militare americana, ampliando così il ruolo dell’azienda come principale fornitrice di sistemi di combattimento per sottomarini”, spiegano i manager di Finmeccanica.
Una parte importante del contratto riguarderà l’ammodernamento dei sistemi di propulsione della classe di sottomarini lanciamissili balistici “Ohio”, uno dei sistemi d’arma chiave nelle dottrine di guerra nucleare del Pentagono. Azionati da un reattore del tipo S8G (di ottava generazione), realizzato da General Electric, quattordici unità della classe “Ohio” sono armati ognuno con 24 missili intercontinentali Trident II D5 con una gittata di 12.000 km, in grado di trasportare fino a 12 testate nucleari del tipo W88, con una potenza distruttiva di 475 chilotoni. Complessivamente ogni sottomarino imbarca 192 testate atomiche, un vero e proprio arsenale di morte per attacchi multipli su obiettivi sparsi in tutto il pianeta. Altri quattro sommergibili della stessa classe (l’Ohio, il Michigan, il Florida e il Georgia) sono predisposti invece al lancio dei missili da crociera BGM-109 Tomahawk, in grado di trasportare a 2.500 km di distanza sia testate nucleari che convenzionali. Tutti gli “Ohio” sono armati infine con una dozzina di siluri Mark 48, capaci di percorrere sino a 40 Km di distanza a una velocità superiore ai 55 nodi. Questi siluri trasportano testate dotate di uranio impoverito e rame liquido, la cui combustione può perforare anche navi o sottomarini a doppio scafo.
Il 30 settembre 2014, la controllata la DRS Laurel Technologies con sede a Johnstown (Pennsylvania), si era aggiudicata un contratto del valore di 171,2 milioni di dollari per fornire computer, display, hardware, ecc., per sviluppare le reti informatiche dei sottomarini Usa delle classi “Los Angeles”, “Seawolf”, “Virginia” e “Ohio”. Il contratto firmato con l’U.S. Naval Undersea Warfare Center Division di Keyport, Washington, includeva pure la fornitura di sonar, processori e sistemi elettronici di controllo armi di ultima generazione “TIH” per i sottomarini d’attacco della classe “Collins” della marina da guerra dell’Australia, nell’ambito di un accordo di cooperazione con il Pentagono. A fine 2011 sempre DRS Laurel Technologies aveva ottenuto una commessa del valore di 691 milioni di dollari dalla Lockheed Martin Corp. Mission Systems and Training di Manassas (Virginia) per fornire i sistemi sonar e di combattimento TIH ai sottomarini nucleari di US Navy.
Intanto il Pentagono ha predisposto un ambizioso programma a medio termine per lo sviluppo di una nuova classe di sottomarini lanciamissili balistici che sostituisca gli “Ohio” a partire dal 2029. Con un costo stimato di 95,8 miliardi di dollari, l’Ohio Replacement Program ha già un nome in codice “Hence SSBN-X”. La nuova classe di sommergibili dovrà trasportare 16 tubi di lancio ciascuno, in contrapposizione agli attuali 24, e sarà predisposta per il lancio di ordigni nucleari e convenzionali. DRS Technologies sarà una delle aziende che collaborerà allo sviluppo del programma di ammodernamento dei nuovi dispositivi strategici Usa. Il 23 dicembre 2011, i manager di Finmeccanica hanno reso pubblico che Consolidated Controls Inc. (CCI), una società del gruppo Drs Technologies, si era aggiudicata un contratto da General Dynamics Electric Boat per progettare, realizzare e testare un sistema di controllo elettromeccanico destinato ai sottomarini atomici che sostituiranno la classe “Ohio”.
Finmeccanica acquistò DRS Technologies nel 2008 spendendo 5,2 miliardi di dollari. In verità le commesse militari poi ottenute non hanno compensato i massicci investimenti della holding italiana negli Stati Uniti d’America; così lo scorso anno è stato avviato un piano di dismissione di alcuni settori produttivi, principalmente nel campo dell’avionica, della logistica e delle telecomunicazioni. Per il gruppo con sede ad Arlington, il 2015 si è comunque concluso con una crescita del fatturato del 15,1% rispetto all’anno precedente (da 1,59 a 1,83 miliardi di dollari), mentre gli ordini hanno registrato un +21,1%. Oltre alla fornitura di attrezzature elettroniche per i sottomarini strategici, DRS Techonologies ha siglato un accordo del valore di 55 milioni di dollari per ammodernare i sistemi di comunicazione vocale integrati degli incrociatori e dei cacciatorpediniere AEGIS di US Navy. Lo scorso anno DRS ha pure fornito potenti visori notturni e sofisticati sistemi informatici all’esercito statunitense, mentre in Canada si è aggiudicata una commessa di 100 milioni di dollari per la produzione di antenne e sistemi di sorveglianza per equipaggiare i carri armati LAV 6.0, prodotti da General Dynamics e acquistati dall’esercito canadese. Nonostante i buoni affari di guerra – in linea con quanto accade internazionalmente al complesso militare industriale – DRS Technologies ha visto ridurre drasticamente i propri addetti: da 10.000 a 5.500 unità in meno di dieci anni. Soldi tanti, occupazione poca.
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Una parte importante del contratto riguarderà l’ammodernamento dei sistemi di propulsione della classe di sottomarini lanciamissili balistici “Ohio”, uno dei sistemi d’arma chiave nelle dottrine di guerra nucleare del Pentagono. Azionati da un reattore del tipo S8G (di ottava generazione), realizzato da General Electric, quattordici unità della classe “Ohio” sono armati ognuno con 24 missili intercontinentali Trident II D5 con una gittata di 12.000 km, in grado di trasportare fino a 12 testate nucleari del tipo W88, con una potenza distruttiva di 475 chilotoni. Complessivamente ogni sottomarino imbarca 192 testate atomiche, un vero e proprio arsenale di morte per attacchi multipli su obiettivi sparsi in tutto il pianeta. Altri quattro sommergibili della stessa classe (l’Ohio, il Michigan, il Florida e il Georgia) sono predisposti invece al lancio dei missili da crociera BGM-109 Tomahawk, in grado di trasportare a 2.500 km di distanza sia testate nucleari che convenzionali. Tutti gli “Ohio” sono armati infine con una dozzina di siluri Mark 48, capaci di percorrere sino a 40 Km di distanza a una velocità superiore ai 55 nodi. Questi siluri trasportano testate dotate di uranio impoverito e rame liquido, la cui combustione può perforare anche navi o sottomarini a doppio scafo.
Il 30 settembre 2014, la controllata la DRS Laurel Technologies con sede a Johnstown (Pennsylvania), si era aggiudicata un contratto del valore di 171,2 milioni di dollari per fornire computer, display, hardware, ecc., per sviluppare le reti informatiche dei sottomarini Usa delle classi “Los Angeles”, “Seawolf”, “Virginia” e “Ohio”. Il contratto firmato con l’U.S. Naval Undersea Warfare Center Division di Keyport, Washington, includeva pure la fornitura di sonar, processori e sistemi elettronici di controllo armi di ultima generazione “TIH” per i sottomarini d’attacco della classe “Collins” della marina da guerra dell’Australia, nell’ambito di un accordo di cooperazione con il Pentagono. A fine 2011 sempre DRS Laurel Technologies aveva ottenuto una commessa del valore di 691 milioni di dollari dalla Lockheed Martin Corp. Mission Systems and Training di Manassas (Virginia) per fornire i sistemi sonar e di combattimento TIH ai sottomarini nucleari di US Navy.
Intanto il Pentagono ha predisposto un ambizioso programma a medio termine per lo sviluppo di una nuova classe di sottomarini lanciamissili balistici che sostituisca gli “Ohio” a partire dal 2029. Con un costo stimato di 95,8 miliardi di dollari, l’Ohio Replacement Program ha già un nome in codice “Hence SSBN-X”. La nuova classe di sommergibili dovrà trasportare 16 tubi di lancio ciascuno, in contrapposizione agli attuali 24, e sarà predisposta per il lancio di ordigni nucleari e convenzionali. DRS Technologies sarà una delle aziende che collaborerà allo sviluppo del programma di ammodernamento dei nuovi dispositivi strategici Usa. Il 23 dicembre 2011, i manager di Finmeccanica hanno reso pubblico che Consolidated Controls Inc. (CCI), una società del gruppo Drs Technologies, si era aggiudicata un contratto da General Dynamics Electric Boat per progettare, realizzare e testare un sistema di controllo elettromeccanico destinato ai sottomarini atomici che sostituiranno la classe “Ohio”.
Finmeccanica acquistò DRS Technologies nel 2008 spendendo 5,2 miliardi di dollari. In verità le commesse militari poi ottenute non hanno compensato i massicci investimenti della holding italiana negli Stati Uniti d’America; così lo scorso anno è stato avviato un piano di dismissione di alcuni settori produttivi, principalmente nel campo dell’avionica, della logistica e delle telecomunicazioni. Per il gruppo con sede ad Arlington, il 2015 si è comunque concluso con una crescita del fatturato del 15,1% rispetto all’anno precedente (da 1,59 a 1,83 miliardi di dollari), mentre gli ordini hanno registrato un +21,1%. Oltre alla fornitura di attrezzature elettroniche per i sottomarini strategici, DRS Techonologies ha siglato un accordo del valore di 55 milioni di dollari per ammodernare i sistemi di comunicazione vocale integrati degli incrociatori e dei cacciatorpediniere AEGIS di US Navy. Lo scorso anno DRS ha pure fornito potenti visori notturni e sofisticati sistemi informatici all’esercito statunitense, mentre in Canada si è aggiudicata una commessa di 100 milioni di dollari per la produzione di antenne e sistemi di sorveglianza per equipaggiare i carri armati LAV 6.0, prodotti da General Dynamics e acquistati dall’esercito canadese. Nonostante i buoni affari di guerra – in linea con quanto accade internazionalmente al complesso militare industriale – DRS Technologies ha visto ridurre drasticamente i propri addetti: da 10.000 a 5.500 unità in meno di dieci anni. Soldi tanti, occupazione poca.
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20/01/2016
Muos costruito senza autorizzazione antisismica Dubbi anche sulla massima potenza dichiarata
Da ieri sul tavolo dei verificatori ci sono i dati, forniti dall'ambasciata Usa, per valutare la pericolosità dell'impianto di Niscemi. In assenza di misurazioni, ci si baserà sul progetto. Che però, come denunciato negli anni scorsi, sembra deficitario in più punti. A sviluppare il modello previsionale sarà il consulente della Difesa.
Attesa e imbarazzo. Sono questi gli elementi che caratterizzano in queste ore le vicende legate al Muos, e nello specifico il lavoro del collegio dei verificatori che, tra ieri e oggi, ha preso in esame la documentazione fornita dall'ambasciata statunitense sull'impianto satellitare di Niscemi. In principio, l'oggetto dello studio sarebbero dovute essere le misurazioni sul campo prescritte a novembre dal Cga e per i quali lo stesso Consiglio di giustizia amministrativa ha nominato l'equipe di esperti. I controlli però – previsti per il 13 e 14 gennaio, con l'accensione alla massima potenza delle parabole – non si sono svolti. E questo per un motivo che ha lasciato stupiti i più: l'impossibilità di attuare adeguate misure precauzionali per la popolazione.
Nell'ultima settimana, tuttavia, di retroscena ce ne sono stati altri. Come la scoperta della mancata taratura della strumentazione che l'Arpa avrebbe dovuto utilizzare nel sito di contrada Ulmo, con l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente impossibilitata a ottenere per tempo la regolazione degli analizzatori di spettro. I motivi di imbarazzo, però, non finiscono qui. In attesa di conoscere i contenuti della relazione dei verificatori, le prime indiscrezioni parlano della mancanza – già denunciata negli anni scorsi dai legali del comitato No Muos – delle autorizzazioni antisismiche. In altre parole, il Muos, pur trovandosi in una zona a elevato rischio terremoti, è stato realizzato senza che nel progetto venissero considerati i dovuti accorgimenti previsti dalle norme in materia. Davanti a questi rilievi, da parte del ministero della Difesa – che nel procedimento difende indirettamente gli interessi degli statunitensi – sarebbe arrivata la rassicurazione secondo cui la pratica in oggetto sarebbe ferma in uno studio napoletano e in procinto di essere recapitata alle parti.
Ma a far discutere maggiormente rimane la questione emissioni. Come detto, i verificatori dovranno pronunciarsi sulla pericolosità del Muos non più su dati sperimentali ma su proiezioni basate sul progetto. Attorno a quest'ultimo punto, però, si sviluppa l'ennesimo nodo: mentre il progetto originario prevedeva una potenza massima per le parabole di 1600 watt, nel 2013 il dato è stato drasticamente ridotto a 200. A chiedersi il perché di questa correzione fu all'epoca anche l'Istituto superiore della sanità incaricato di pronunciarsi sui possibili effetti del Muos: «Ci si riferisce al valore della potenza massima dichiarata [...] – si legge a pagina 11 della relazione – del quale si è constatato esistere due versioni dallo stesso titolo e riportanti la stessa data, la prima fornita [...] dall'ambasciata Usa, la seconda allegata al progetto». Inoltre, se in un caso il valore della potenza dichiarato è, per l'appunto 1600 watt, nell'altro i calcoli forniti dagli americani sono ottenuti basandosi su una potenza di 138,04 watt. La cifra, infatti, viene arrotondata in un secondo momento, quando l'Istituto superiore della sanità chiede lumi su quelle discrepanze: «Sono stati pertanto chiesti chiarimenti all'ambasciata Usa, che ha precisato che il valore di potenza da considerare è 200 watt».
A completare il quadro, infine, la notizia riguardante il modello previsionale che verrà prodotto a sostegno della relazione dei verificatori. Il modello – una proiezione concreta delle azioni delle parabole in compresenza con le altre 46 antenne già attive a Niscemi – verrà sviluppato da Agostino Monorchio, stimato docente di Campi elettromagnetici presso l'università di Pisa ma, soprattutto,consulente di parte del ministero della Difesa. La motivazione che ha portato a questa decisione, a quanto pare, riguarda anche in questo caso la ristrettezza dei tempi a disposizione del collegio che non ha potuto affidare a un attore terzo lo sviluppo dei dati americani.
Fonte
Attesa e imbarazzo. Sono questi gli elementi che caratterizzano in queste ore le vicende legate al Muos, e nello specifico il lavoro del collegio dei verificatori che, tra ieri e oggi, ha preso in esame la documentazione fornita dall'ambasciata statunitense sull'impianto satellitare di Niscemi. In principio, l'oggetto dello studio sarebbero dovute essere le misurazioni sul campo prescritte a novembre dal Cga e per i quali lo stesso Consiglio di giustizia amministrativa ha nominato l'equipe di esperti. I controlli però – previsti per il 13 e 14 gennaio, con l'accensione alla massima potenza delle parabole – non si sono svolti. E questo per un motivo che ha lasciato stupiti i più: l'impossibilità di attuare adeguate misure precauzionali per la popolazione.
Nell'ultima settimana, tuttavia, di retroscena ce ne sono stati altri. Come la scoperta della mancata taratura della strumentazione che l'Arpa avrebbe dovuto utilizzare nel sito di contrada Ulmo, con l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente impossibilitata a ottenere per tempo la regolazione degli analizzatori di spettro. I motivi di imbarazzo, però, non finiscono qui. In attesa di conoscere i contenuti della relazione dei verificatori, le prime indiscrezioni parlano della mancanza – già denunciata negli anni scorsi dai legali del comitato No Muos – delle autorizzazioni antisismiche. In altre parole, il Muos, pur trovandosi in una zona a elevato rischio terremoti, è stato realizzato senza che nel progetto venissero considerati i dovuti accorgimenti previsti dalle norme in materia. Davanti a questi rilievi, da parte del ministero della Difesa – che nel procedimento difende indirettamente gli interessi degli statunitensi – sarebbe arrivata la rassicurazione secondo cui la pratica in oggetto sarebbe ferma in uno studio napoletano e in procinto di essere recapitata alle parti.
Ma a far discutere maggiormente rimane la questione emissioni. Come detto, i verificatori dovranno pronunciarsi sulla pericolosità del Muos non più su dati sperimentali ma su proiezioni basate sul progetto. Attorno a quest'ultimo punto, però, si sviluppa l'ennesimo nodo: mentre il progetto originario prevedeva una potenza massima per le parabole di 1600 watt, nel 2013 il dato è stato drasticamente ridotto a 200. A chiedersi il perché di questa correzione fu all'epoca anche l'Istituto superiore della sanità incaricato di pronunciarsi sui possibili effetti del Muos: «Ci si riferisce al valore della potenza massima dichiarata [...] – si legge a pagina 11 della relazione – del quale si è constatato esistere due versioni dallo stesso titolo e riportanti la stessa data, la prima fornita [...] dall'ambasciata Usa, la seconda allegata al progetto». Inoltre, se in un caso il valore della potenza dichiarato è, per l'appunto 1600 watt, nell'altro i calcoli forniti dagli americani sono ottenuti basandosi su una potenza di 138,04 watt. La cifra, infatti, viene arrotondata in un secondo momento, quando l'Istituto superiore della sanità chiede lumi su quelle discrepanze: «Sono stati pertanto chiesti chiarimenti all'ambasciata Usa, che ha precisato che il valore di potenza da considerare è 200 watt».
A completare il quadro, infine, la notizia riguardante il modello previsionale che verrà prodotto a sostegno della relazione dei verificatori. Il modello – una proiezione concreta delle azioni delle parabole in compresenza con le altre 46 antenne già attive a Niscemi – verrà sviluppato da Agostino Monorchio, stimato docente di Campi elettromagnetici presso l'università di Pisa ma, soprattutto,consulente di parte del ministero della Difesa. La motivazione che ha portato a questa decisione, a quanto pare, riguarda anche in questo caso la ristrettezza dei tempi a disposizione del collegio che non ha potuto affidare a un attore terzo lo sviluppo dei dati americani.
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20/04/2015
Muos. C’è un giudice a Caltagirone
Applicare i sigilli all’interno di una base militare dove le forze armate straniere ospitate realizzano un modernissimo strumento di morte. Non lo aveva mai fatto nessuno in Italia. Forse non lo hanno mai fatto in Europa. A Niscemi, in Sicilia, i magistrati - due volte in tre anni - hanno dichiarato illegittimi e abusivi i lavori di costruzione del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari che coordinerà tutti gli interventi militari futuri della prima potenza mondiale, gli Stati Uniti d’America. Dall’1 aprile, i cantieri del MUOS, all’interno di una delle aree naturali protette più belle e delicate dell’Isola, la “Sughereta di Niscemi”, sono sotto sequestro e né le imprese contractor né i militari a stelle e strisce possono farvi ingresso. L’apposizione dei sigilli è stata disposta dal Gip del Tribunale di Caltagirone, Salvatore Ettore Cavallaro, su richiesta del Procuratore Giuseppe Verzera. Il 6 ottobre 2012 era stato l’allora procuratore calatino, Paolo Francesco Giordano, a ottenere un primo ordine di sequestro, prontamente annullato dal Tribunale della libertà di Catania.
“I lavori del MUOS sono stati eseguiti senza la prescritta autorizzazione assunta legittimamente o in difformità di essa, e insistono su beni paesaggistici, all’interno della riserva naturale orientata di Niscemi in zona A, di inedificabilità assoluta, in violazione delle prescrizioni del decreto istitutivo e del regolamento inerente”, scrivono i giudici di Caltagirone nell’ordinanza di sequestro. Sette gli indagati per violazione del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”: Giovanni Arnone, all’epoca dirigente dell’Assessorato territorio e ambiente della Regione Sicilia, responsabile del procedimento di autorizzazione del MUOS; i responsabili legali delle aziende appaltatrici Mauro Gemmo (presidente della Gemmo S.p.A. di Vicenza); Adriana Parisi (Lageco di Catania); Concetta Valenti (Calcestruzzi Piazza di Niscemi); Carmelo Puglisi (PB Costruzioni); Maria Condorelli (CR Impianti); il direttore dei lavori Giuseppe Leonardi. “Ai professionisti che svolgono queste attività sul territorio da moltissimo tempo non poteva sfuggire la macroscopica illegittimità dei decreti autorizzativi emessi”, commenta amaramente la Procura.
“Ad integrazione delle indagini, nuovi rilievi sono venuti in soccorso ai giudici di Caltagirone”, spiega il Coordinamento dei Comitati No Muos. “Innanzitutto la sentenza del Tar di Palermo che il 23 febbraio 2015 ha accolto i ricorsi dei nostri legali e di Legambiente contro l’atto della Regione siciliana del 24 luglio 2013 che aveva revocato lo stop ai lavori di costruzione dell’impianto militare, ordinato il 29 marzo precedente. Riconoscendo la fondatezza delle denunce sui gravi rischi del sistema satellitare per la salute e l’ambiente e per la sicurezza del traffico aereo in Sicilia, il Tar ha dichiarato il cantiere MUOS abusivo e illegittimo, annullando le autorizzazioni. Altrettanto determinanti le richieste di sequestro presentate dall’Associazione antimafie “Rita Atria”, in cui si sottolineava come all’interno della base i lavori continuavano illegalmente, nonostante la sentenza del Tar”.
I provvedimenti giudiziari sono stati accolti con favore dai No MUOS, ma quanto accaduto nei quasi dieci anni di campagne di lotta contro il sistema di guerra, impone cautela e l’esigenza di tenere alta la mobilitazione. “Abbiamo dato vita a innumerevoli cortei, sit-in e blocchi stradali; abbiamo invaso in due occasione con migliaia di persone la base Usa; ci sono stati scioperi cittadini; nei Comuni sono state approvate mozioni contro le megaparabole e decine di interrogazioni e interpellanze sono state presentate al parlamento europeo e in quelli nazionale e regionale, ma le uniche risposte sono state le repressioni, le violenze sui pacifici manifestanti e l’arroganza di proseguire i lavori in violazione delle normative urbanistiche, ambientali e persino antimafia”, spiegano i portavoce del Coordinamento No MUOS. “La vicenda di questo sistema d’arma di proprietà ed uso esclusivo delle forze armate Usa, la sua installazione in territorio italiano in barba alla Costituzione e ai principi di sovranità nazionale, sono questioni meramente politiche che vanno affrontate e determinate in sede politica. Ancora una volta in Italia, invece, l’assenza o l’irresponsabilità della politica impone alle Procure e ai Tar d’intervenire per colmare i vuoti e riportare la legalità dove impera l’illegalità e l’arbitrio. Il MUOS è purtroppo l’ennesima emblema della crisi profonda della democrazia. In questo clima, ovvio attendersi ulteriori colpi di coda reazionari da parte delle istituzioni nazionali per imporre, sulla pelle dei cittadini e del diritto, il completamento a Niscemi del programma bellico di Washington”.
Il 4 aprile scorso, giorno in cui di fronte alla base di Niscemi migliaia di persone provenienti da tutta la Sicilia davano vita a un gioioso serpentone multicolore, sulla prima pagina del Corriere della Sera il prof. Angelo Panebianco ha dedicato alle vicende del MUOS un lungo e inquietante editoriale dal titolo “Il paese nelle mani dei Tar”. “Esso è un sistema di comunicazione concepito per accrescere la capacità di individuazione dei pericoli”, scrive Panebianco. “È sconcertante che la nostra sicurezza nazionale (di cui gli impegni con l’alleato americano sono un’essenziale componente) sia appesa alle decisioni di Tar e procure. È sconcertante, inoltre, che tali decisioni siano prese sotto la spinta di una mobilitazione cosiddetta ambientalista contro presunti, e tutti da dimostrare, rischi per la salute, proprio in una fase in cui si profilano minacce gravissime per la vita (e dunque - si suppone - anche per la salute) degli italiani, in una fase in cui andrebbero accresciuti, e non indeboliti, tutti gli strumenti possibili di difesa, nonché la capacità del Paese di dimostrarsi un partner affidabile per i suoi alleati militari”.
Per l’illustre politologo-editorialista il Muos è dunque la “nostra” arma eccellente per difenderci dai nuovi barbari del Califfato, che nessuna norma costituzionale o giuridica deve vietare o limitare, anche a costo di tornare all’assolutismo del XVII secolo. Peccato che di “difensivo” il MUOS, come appurato dai manuali e dai report strategici delle forze armate Usa, non abbia proprio nulla e che la sua architettura, invece, è necessaria a consolidare lo strapotere planetario del Pentagono e accelerare il passaggio tragicamente epocale verso la completa automatizzazione e dronizzazione delle guerre.
Che il MUOS serva a difendere l’Occidente dall’Isis, lo crede solo Panebianco e qualche sottosegretario di governo. Ad oggi i due satelliti lanciati nello spazio sono serviti alla Marina Usa solo ad attivare le “prime connessioni satellitari affidabili” nel Mar Glaciale Artico. “L’Oceano Artico è una delle aree più importanti dal punto di vista strategico”, ha spiegato l’ammiraglio Gary Roughead, (ex) capo delle Operazioni navali. “Esso lambisce diverse nazioni e serve come importantissima via di comunicazione marittima tra l’Atlantico e il Pacifico. La capacità di operare in questa regione in ogni periodo dell’anno e in ogni condizione atmosferica e ambientale è vitale per i nostri interessi nazionali e consente agli Stati Uniti un accesso sicuro alle risorse naturali esistenti e a tutte le aree operative marittime del mondo”. Per questo, l’estate scorsa, sono stati avviati i test per mettere in rete i satelliti e i terminali MUOS con i sottomarini nucleari in immersione nei ghiacciai polari. Nel 2015 i test si estenderanno al polo Sud, nella frenetica e folle corsa per impadronirsi e sfruttare le immense risorse naturali dell’Artico e dell’Antartico.
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“I lavori del MUOS sono stati eseguiti senza la prescritta autorizzazione assunta legittimamente o in difformità di essa, e insistono su beni paesaggistici, all’interno della riserva naturale orientata di Niscemi in zona A, di inedificabilità assoluta, in violazione delle prescrizioni del decreto istitutivo e del regolamento inerente”, scrivono i giudici di Caltagirone nell’ordinanza di sequestro. Sette gli indagati per violazione del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”: Giovanni Arnone, all’epoca dirigente dell’Assessorato territorio e ambiente della Regione Sicilia, responsabile del procedimento di autorizzazione del MUOS; i responsabili legali delle aziende appaltatrici Mauro Gemmo (presidente della Gemmo S.p.A. di Vicenza); Adriana Parisi (Lageco di Catania); Concetta Valenti (Calcestruzzi Piazza di Niscemi); Carmelo Puglisi (PB Costruzioni); Maria Condorelli (CR Impianti); il direttore dei lavori Giuseppe Leonardi. “Ai professionisti che svolgono queste attività sul territorio da moltissimo tempo non poteva sfuggire la macroscopica illegittimità dei decreti autorizzativi emessi”, commenta amaramente la Procura.
“Ad integrazione delle indagini, nuovi rilievi sono venuti in soccorso ai giudici di Caltagirone”, spiega il Coordinamento dei Comitati No Muos. “Innanzitutto la sentenza del Tar di Palermo che il 23 febbraio 2015 ha accolto i ricorsi dei nostri legali e di Legambiente contro l’atto della Regione siciliana del 24 luglio 2013 che aveva revocato lo stop ai lavori di costruzione dell’impianto militare, ordinato il 29 marzo precedente. Riconoscendo la fondatezza delle denunce sui gravi rischi del sistema satellitare per la salute e l’ambiente e per la sicurezza del traffico aereo in Sicilia, il Tar ha dichiarato il cantiere MUOS abusivo e illegittimo, annullando le autorizzazioni. Altrettanto determinanti le richieste di sequestro presentate dall’Associazione antimafie “Rita Atria”, in cui si sottolineava come all’interno della base i lavori continuavano illegalmente, nonostante la sentenza del Tar”.
I provvedimenti giudiziari sono stati accolti con favore dai No MUOS, ma quanto accaduto nei quasi dieci anni di campagne di lotta contro il sistema di guerra, impone cautela e l’esigenza di tenere alta la mobilitazione. “Abbiamo dato vita a innumerevoli cortei, sit-in e blocchi stradali; abbiamo invaso in due occasione con migliaia di persone la base Usa; ci sono stati scioperi cittadini; nei Comuni sono state approvate mozioni contro le megaparabole e decine di interrogazioni e interpellanze sono state presentate al parlamento europeo e in quelli nazionale e regionale, ma le uniche risposte sono state le repressioni, le violenze sui pacifici manifestanti e l’arroganza di proseguire i lavori in violazione delle normative urbanistiche, ambientali e persino antimafia”, spiegano i portavoce del Coordinamento No MUOS. “La vicenda di questo sistema d’arma di proprietà ed uso esclusivo delle forze armate Usa, la sua installazione in territorio italiano in barba alla Costituzione e ai principi di sovranità nazionale, sono questioni meramente politiche che vanno affrontate e determinate in sede politica. Ancora una volta in Italia, invece, l’assenza o l’irresponsabilità della politica impone alle Procure e ai Tar d’intervenire per colmare i vuoti e riportare la legalità dove impera l’illegalità e l’arbitrio. Il MUOS è purtroppo l’ennesima emblema della crisi profonda della democrazia. In questo clima, ovvio attendersi ulteriori colpi di coda reazionari da parte delle istituzioni nazionali per imporre, sulla pelle dei cittadini e del diritto, il completamento a Niscemi del programma bellico di Washington”.
Il 4 aprile scorso, giorno in cui di fronte alla base di Niscemi migliaia di persone provenienti da tutta la Sicilia davano vita a un gioioso serpentone multicolore, sulla prima pagina del Corriere della Sera il prof. Angelo Panebianco ha dedicato alle vicende del MUOS un lungo e inquietante editoriale dal titolo “Il paese nelle mani dei Tar”. “Esso è un sistema di comunicazione concepito per accrescere la capacità di individuazione dei pericoli”, scrive Panebianco. “È sconcertante che la nostra sicurezza nazionale (di cui gli impegni con l’alleato americano sono un’essenziale componente) sia appesa alle decisioni di Tar e procure. È sconcertante, inoltre, che tali decisioni siano prese sotto la spinta di una mobilitazione cosiddetta ambientalista contro presunti, e tutti da dimostrare, rischi per la salute, proprio in una fase in cui si profilano minacce gravissime per la vita (e dunque - si suppone - anche per la salute) degli italiani, in una fase in cui andrebbero accresciuti, e non indeboliti, tutti gli strumenti possibili di difesa, nonché la capacità del Paese di dimostrarsi un partner affidabile per i suoi alleati militari”.
Per l’illustre politologo-editorialista il Muos è dunque la “nostra” arma eccellente per difenderci dai nuovi barbari del Califfato, che nessuna norma costituzionale o giuridica deve vietare o limitare, anche a costo di tornare all’assolutismo del XVII secolo. Peccato che di “difensivo” il MUOS, come appurato dai manuali e dai report strategici delle forze armate Usa, non abbia proprio nulla e che la sua architettura, invece, è necessaria a consolidare lo strapotere planetario del Pentagono e accelerare il passaggio tragicamente epocale verso la completa automatizzazione e dronizzazione delle guerre.
Che il MUOS serva a difendere l’Occidente dall’Isis, lo crede solo Panebianco e qualche sottosegretario di governo. Ad oggi i due satelliti lanciati nello spazio sono serviti alla Marina Usa solo ad attivare le “prime connessioni satellitari affidabili” nel Mar Glaciale Artico. “L’Oceano Artico è una delle aree più importanti dal punto di vista strategico”, ha spiegato l’ammiraglio Gary Roughead, (ex) capo delle Operazioni navali. “Esso lambisce diverse nazioni e serve come importantissima via di comunicazione marittima tra l’Atlantico e il Pacifico. La capacità di operare in questa regione in ogni periodo dell’anno e in ogni condizione atmosferica e ambientale è vitale per i nostri interessi nazionali e consente agli Stati Uniti un accesso sicuro alle risorse naturali esistenti e a tutte le aree operative marittime del mondo”. Per questo, l’estate scorsa, sono stati avviati i test per mettere in rete i satelliti e i terminali MUOS con i sottomarini nucleari in immersione nei ghiacciai polari. Nel 2015 i test si estenderanno al polo Sud, nella frenetica e folle corsa per impadronirsi e sfruttare le immense risorse naturali dell’Artico e dell’Antartico.
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02/04/2015
Procura ordina il sequestro del Muos. Americani isterici, sabato manifestazione nazionale
Con una decisione che ha reso isterici i comandi militari statunitensi (e anche il governo italiano) la Procura della Repubblica di Caltagirone ha disposto in queste ore il sequestro dell’impianto satellitare MUOS installato all’interno della base militare della Us Navy a Niscemi. Il decreto è stato emesso a seguito della sentenza del Tar di Palermo del 13 febbraio scorso, che ha accolto i ricorsi presentati dal Movimento No MUOS (avverso alla cosiddetta “revoca della revoca”), ed ha annullato il provvedimento del Dirigente Generale del Dipartimento dell’Ambiente dell’Assessorato del Territorio e dell’Ambiente della Regione Siciliana del 24 luglio 2013.
La Procura di Caltagirone era già intervenuta con una istanza il 5 ottobre 2012 e aveva fatto mettere i sigilli al cantiere del MUOS di Niscemi, ipotizzando reati ambientali. Il decreto di sequestro era stato poi annullato il 28 ottobre dalla quinta sezione del Tribunale della Libertà di Catania, che aveva accolto la richiesta dell’Avvocatura dello Stato e ordinato di togliere i sigilli al cantiere e di restituire l’impianto al Ministero della Difesa.
Con questa notizia a rafforzare la battaglia vanno avanti i preparativi per la manifestazione nazionale No Muos convocato per sabato 4 aprile.
Qui di seguito una nota diffusa dai legali del movimento No Muos
Il sequestro del MUOS richiesto dalla Procura e disposto dal GIP di Caltagirone, dà atto di quanto stabilito dal TAR di Palermo il 13 febbraio scorso, e cioè che si tratta di un’installazione priva di autorizzazioni e pertanto illegittima ed abusiva. Ma nonostante la sentenza, nei giorni successivi, la US Navy ha proseguito i lavori e utilizzato le parabole. L’associazione antimafie Rita Atria, che aveva già presentato in passato due denunce penali presso la Procura di Caltagirone per abusivismo e mancanza di autorizzazioni, all’indomani della sentenza del TAR ha depositato anche un’istanza di sequestro, che oggi finalmente vediamo realizzato attraverso l’apposizione dei sigilli. Tutta la vicenda del MUOS, sin dal suo inizio, è stata caratterizzata dall’arroganza e dalla prepotenza del governo degli Stati Uniti, supportato da quello italiano. Infatti, il rigetto delle richieste di sospensiva avanzate dal Ministero della Difesa da parte del TAR di Palermo nel luglio del 2013, avrebbe dovuto cautelarmente imporre alla US Navy di fermare i lavori nell’attesa che si definissero i procedimenti pendenti. Invece gli statunitensi hanno accelerato i lavori per completarli e porci davanti un fatto compiuto dal quale pensavano non si potesse più tornare indietro. Ma si sbagliavano, e il sequestro di oggi è l’ennesimo segnale che quell’installazione non può e non deve entrare in funzione. Avverso la sentenza del TAR il Ministero della Difesa italiano ha presentato appello, la cui udienza per la richiesta di sospensiva si terrà il prossimo 15 aprile presso il CGA di Palermo. Come legali del coordinamento dei comitati proseguiremo nella battaglia giudiziaria fino alla fine, a fianco di tutti gli attivisti e i comitati NO MUOS, per difendere il diritto di tutti a vivere in un posto libero da inquinamento, devastazione e guerre.
Fonte
La Procura di Caltagirone era già intervenuta con una istanza il 5 ottobre 2012 e aveva fatto mettere i sigilli al cantiere del MUOS di Niscemi, ipotizzando reati ambientali. Il decreto di sequestro era stato poi annullato il 28 ottobre dalla quinta sezione del Tribunale della Libertà di Catania, che aveva accolto la richiesta dell’Avvocatura dello Stato e ordinato di togliere i sigilli al cantiere e di restituire l’impianto al Ministero della Difesa.
Con questa notizia a rafforzare la battaglia vanno avanti i preparativi per la manifestazione nazionale No Muos convocato per sabato 4 aprile.
Qui di seguito una nota diffusa dai legali del movimento No Muos
Il sequestro del MUOS richiesto dalla Procura e disposto dal GIP di Caltagirone, dà atto di quanto stabilito dal TAR di Palermo il 13 febbraio scorso, e cioè che si tratta di un’installazione priva di autorizzazioni e pertanto illegittima ed abusiva. Ma nonostante la sentenza, nei giorni successivi, la US Navy ha proseguito i lavori e utilizzato le parabole. L’associazione antimafie Rita Atria, che aveva già presentato in passato due denunce penali presso la Procura di Caltagirone per abusivismo e mancanza di autorizzazioni, all’indomani della sentenza del TAR ha depositato anche un’istanza di sequestro, che oggi finalmente vediamo realizzato attraverso l’apposizione dei sigilli. Tutta la vicenda del MUOS, sin dal suo inizio, è stata caratterizzata dall’arroganza e dalla prepotenza del governo degli Stati Uniti, supportato da quello italiano. Infatti, il rigetto delle richieste di sospensiva avanzate dal Ministero della Difesa da parte del TAR di Palermo nel luglio del 2013, avrebbe dovuto cautelarmente imporre alla US Navy di fermare i lavori nell’attesa che si definissero i procedimenti pendenti. Invece gli statunitensi hanno accelerato i lavori per completarli e porci davanti un fatto compiuto dal quale pensavano non si potesse più tornare indietro. Ma si sbagliavano, e il sequestro di oggi è l’ennesimo segnale che quell’installazione non può e non deve entrare in funzione. Avverso la sentenza del TAR il Ministero della Difesa italiano ha presentato appello, la cui udienza per la richiesta di sospensiva si terrà il prossimo 15 aprile presso il CGA di Palermo. Come legali del coordinamento dei comitati proseguiremo nella battaglia giudiziaria fino alla fine, a fianco di tutti gli attivisti e i comitati NO MUOS, per difendere il diritto di tutti a vivere in un posto libero da inquinamento, devastazione e guerre.
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13/02/2015
Il Tar della Sicilia blocca il Muos
Finalmente una buona notizia, per quanto parziale e momentanea, da uno dei tanti fronti di lotta contro le devastazioni ambientali e la militarizzazione dei territori.
Questa mattina i giudici della prima sezione del Tar di Palermo hanno informato di aver accolto i ricorsi presentati dal comitato regionale di Legambiente e del comitato No Muos contro la realizzazione del Muos, il sistema di comunicazioni satellitari della marina statunitense ormai a buon punto nel territorio di Niscemi, in Sicilia. I magistrati del tribunale regionale hanno accolto i ricorsi ritenendo il sistema pericoloso per la salute dei cittadini che vivono intorno alle mastodontiche installazioni. La sezione del Tar siciliano presieduta da Caterina Criscenti ha pubblicato oggi il dispositivo che origina dall’esame congiunto di cinque diversi ricorsi, presentati nel corso degli ultimi cinque anni. Si tratta dei ricorsi con cui il Comune di Niscemi aveva chiesto l'azzeramento delle autorizzazioni rilasciate oltre tre anni fa dalla Regione per la costruzione dell'impianto satellitare (dichiarato improcedibile), quello del ministero della Difesa contro la revoca delle autorizzazioni e la sospensione dei lavori voluta dalla Regione lo scorso 29 marzo 2013 e il conseguente risarcimento (rigettati dal Tar), quelli di Legambiente e dell'associazione No Muos Sicilia, in cui si chiedeva l'annullamento del provvedimento del 24 luglio 2013, con il quale la Regione revocava i provvedimenti di revoca (la contestatissima retromarcia del governatore Crocetta) delle autorizzazioni ambientali del 29 marzo 2013, e che sono stati invece accolti. Il tribunale ritiene che le installazioni statunitensi siano pericolose per la salute pubblica perché superano la soglia di attenzione fissata per legge delle emissioni elettromagnetiche.
Nella sentenza si legge che lo "studio dell'Istituto Superiore di Sanità costituisce un documento non condiviso da tutti i professionisti che hanno composto il gruppo di lavoro e - fatto ancor più significativo - risulta non condiviso proprio dai componenti designati dalla Regione siciliana, Mario Palermo e Massimo Zucchetti". I due esperti, con una loro autonoma relazione allegata allo studio Iss, evidenziavano che rimangono aperte le valutazioni predittive in campo vicino, per le quali la stessa relazione principale dell'Iss dà atto trattarsi di un campo molto esteso vista la dimensione delle antenne e di non avere a riguardo informazioni specifiche. Inoltre, non sarebbe stata ben indagata nello studio Iss neppure la reale dimensione del rischio alla salute".
I giudici amministrativi prendono in considerazione l’analisi sulla pericolosità del Muos condotta dal professor Marcello D’Amore, verificatore nominato dal Tar dopo il ricorso del Comune di Niscemi, e riconvocato il 16 aprile 2014 «con lo specifico compito - spiegano i magistrati - di integrare la precedente verificazione, estendendola allo studio dell’Istituto superiore di Sanità e alle osservazioni critiche dei due esperti Mario Palermo e Massimo Zucchetti». Secondo i magistrati, «l’Iss si è basato su procedure di calcolo semplificate che non forniscono accettabili indicazioni nell’ottica del caso peggiore. Il verificatore afferma che le problematiche riguardanti la mappa del campo elettromagnetico irradiato dalle parabole satellitari del Muos in asse, fuori asse e in particolare in prossimità del terreno, il livello del campo elettromagnetico irradiato dalle antenne della base Nrtf nel breve e nel lungo periodo, i possibili effetti causati dall’interazione di aeromobili con il fascio del Muos sono trattate rispettivamente dall’Iss, dall’Ispra e dall’Enav in maniera non esaustiva e come tale suscettibile di ulteriori doverosi approfondimenti».
L'impianto, in corso di realizzazione da parte della Marina militare statunitense, inizialmente è stato avversato anche dal presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta, che aveva inizialmente sospeso i lavori, in attesa di un'analisi da parte dell'Iss. Quando l’Iss ha dato parere favorevole all’opera la Regione aveva concesso di nuovo l'autorizzazione all'impianto fra le proteste dei comitati No Muos e di molti elettori dello stesso Crocetta e del Pd.
Fonte
Questa mattina i giudici della prima sezione del Tar di Palermo hanno informato di aver accolto i ricorsi presentati dal comitato regionale di Legambiente e del comitato No Muos contro la realizzazione del Muos, il sistema di comunicazioni satellitari della marina statunitense ormai a buon punto nel territorio di Niscemi, in Sicilia. I magistrati del tribunale regionale hanno accolto i ricorsi ritenendo il sistema pericoloso per la salute dei cittadini che vivono intorno alle mastodontiche installazioni. La sezione del Tar siciliano presieduta da Caterina Criscenti ha pubblicato oggi il dispositivo che origina dall’esame congiunto di cinque diversi ricorsi, presentati nel corso degli ultimi cinque anni. Si tratta dei ricorsi con cui il Comune di Niscemi aveva chiesto l'azzeramento delle autorizzazioni rilasciate oltre tre anni fa dalla Regione per la costruzione dell'impianto satellitare (dichiarato improcedibile), quello del ministero della Difesa contro la revoca delle autorizzazioni e la sospensione dei lavori voluta dalla Regione lo scorso 29 marzo 2013 e il conseguente risarcimento (rigettati dal Tar), quelli di Legambiente e dell'associazione No Muos Sicilia, in cui si chiedeva l'annullamento del provvedimento del 24 luglio 2013, con il quale la Regione revocava i provvedimenti di revoca (la contestatissima retromarcia del governatore Crocetta) delle autorizzazioni ambientali del 29 marzo 2013, e che sono stati invece accolti. Il tribunale ritiene che le installazioni statunitensi siano pericolose per la salute pubblica perché superano la soglia di attenzione fissata per legge delle emissioni elettromagnetiche.
Nella sentenza si legge che lo "studio dell'Istituto Superiore di Sanità costituisce un documento non condiviso da tutti i professionisti che hanno composto il gruppo di lavoro e - fatto ancor più significativo - risulta non condiviso proprio dai componenti designati dalla Regione siciliana, Mario Palermo e Massimo Zucchetti". I due esperti, con una loro autonoma relazione allegata allo studio Iss, evidenziavano che rimangono aperte le valutazioni predittive in campo vicino, per le quali la stessa relazione principale dell'Iss dà atto trattarsi di un campo molto esteso vista la dimensione delle antenne e di non avere a riguardo informazioni specifiche. Inoltre, non sarebbe stata ben indagata nello studio Iss neppure la reale dimensione del rischio alla salute".
I giudici amministrativi prendono in considerazione l’analisi sulla pericolosità del Muos condotta dal professor Marcello D’Amore, verificatore nominato dal Tar dopo il ricorso del Comune di Niscemi, e riconvocato il 16 aprile 2014 «con lo specifico compito - spiegano i magistrati - di integrare la precedente verificazione, estendendola allo studio dell’Istituto superiore di Sanità e alle osservazioni critiche dei due esperti Mario Palermo e Massimo Zucchetti». Secondo i magistrati, «l’Iss si è basato su procedure di calcolo semplificate che non forniscono accettabili indicazioni nell’ottica del caso peggiore. Il verificatore afferma che le problematiche riguardanti la mappa del campo elettromagnetico irradiato dalle parabole satellitari del Muos in asse, fuori asse e in particolare in prossimità del terreno, il livello del campo elettromagnetico irradiato dalle antenne della base Nrtf nel breve e nel lungo periodo, i possibili effetti causati dall’interazione di aeromobili con il fascio del Muos sono trattate rispettivamente dall’Iss, dall’Ispra e dall’Enav in maniera non esaustiva e come tale suscettibile di ulteriori doverosi approfondimenti».
L'impianto, in corso di realizzazione da parte della Marina militare statunitense, inizialmente è stato avversato anche dal presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta, che aveva inizialmente sospeso i lavori, in attesa di un'analisi da parte dell'Iss. Quando l’Iss ha dato parere favorevole all’opera la Regione aveva concesso di nuovo l'autorizzazione all'impianto fra le proteste dei comitati No Muos e di molti elettori dello stesso Crocetta e del Pd.
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08/02/2015
Allarme tubercolosi tra il personale Usa di Sigonella
Allarme a Sigonella per un caso sospetto di tubercolosi in un giovane studente, figlio di un dipendente delle forze armate statunitensi che operano nella stazione aeronavale siciliana. Il 3 febbraio scorso lo staff medico dell'US Navy ha ordinato l’isolamento di un allievo frequentante la Sigonella Middle High School. Secondo quanto dichiarato dal portavoce della base Usa, il luogotenente Paul Newell, i medici della Marina sono in attesa dei risultati dei test effettuati sul paziente per confermare la diagnosi di tubercolosi, “ma stanno procedendo comunque con i protocolli sanitari previsti per la malattia”.
In una nota postata sulla pagina ufficiale Facebook di Nas Sigonella, il comandante della base Christopher J. Dennis e il responsabile dell’ospedale navale J.A. Lamberton, scrivono che “l’isolamento e altre azioni preventive sono stati ordinati immediatamente in coordinamento con le specifiche autorità pubbliche Usa e italiane, per assicurare la salute e la sicurezza di tutti gli studenti e dello staff della nostra scuola media superiore e di tutta la comunità che vive e opera a Sigonella”.
“La tubercolosi è causata da un batterio e si diffonde per via aerea”, prosegue la nota di US Navy. “E’ comune nelle nazioni in via di sviluppo ed è rara, ma non insolita, in Europa occidentale, dove è spesso associata alla popolazione migrante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato 0,5 nuovi casi di tubercolosi ogni 100.000 abitanti in Italia nel 2013”.
“La potenziale esposizione alla tubercolosi non significa però che causi automaticamente l’infezione”, aggiungono gli alti ufficiali di US Navy. “I sintomi della tubercolosi in forma attiva includono insonnia, affaticamento, tosse persistente e perdita di peso. Poiché ci troviamo in mezzo alla stagione invernale e influenzale, molti di noi potrebbero avvertire alcuni di questi sintomi. La loro presenza non significa pertanto che abbiamo contratto la tubercolosi, ma che siamo in presenza solo di una malattia da raffreddamento”. Nell’invitare i dipendenti di Sigonella a mantenere la calma, il Comando di US Navy suggerisce di rivolgersi ai medici del pronto soccorso nel caso di sintomi “sospetti”.
Quello di Sigonella è il secondo caso di tubercolosi che viene registrato questa settimana nelle scuole gestite dal Dipartimento della difesa Usa (DODDS) in Europa. Il comando medico di US Army ha reso noto che un impiegato del DODDS di Wiesbaden, Germania, programmatore informatico, è stato trasferito all’estero per intraprendere un ciclo di cure contro la malattia. “Anche in questo caso non abbiamo ancora la conferma che si tratti realmente di tubercolosi, ma comunque non c’è ragione di credere che gli eventi registrati a Wiesbaden e Sigonella siano relazionati”, ha affermato Bob Purtiman, portavoce di DODDS-Europe.
Il rischio tubercolosi a Sigonella non è comunque una novità. Il 25 agosto 2013, il Comando della base siciliana aveva segnalato pubblicamente che nel precedente mese di giugno un altro studente della scuola media superiore della base Usa era risultato positivo al test di esposizione alla tubercolosi e che nei suoi confronti era stato avviato il trattamento di cura. Allora, il personale docente e gli studenti di Sigonella frequentanti l’anno scolastico 2012-13 e tutte le persone entrate in contatto con lo studente infermo furono invitati a recarsi al presidio ospedaliero per svolgere una serie di test sulla tubercolosi.
Fonte
In una nota postata sulla pagina ufficiale Facebook di Nas Sigonella, il comandante della base Christopher J. Dennis e il responsabile dell’ospedale navale J.A. Lamberton, scrivono che “l’isolamento e altre azioni preventive sono stati ordinati immediatamente in coordinamento con le specifiche autorità pubbliche Usa e italiane, per assicurare la salute e la sicurezza di tutti gli studenti e dello staff della nostra scuola media superiore e di tutta la comunità che vive e opera a Sigonella”.
“La tubercolosi è causata da un batterio e si diffonde per via aerea”, prosegue la nota di US Navy. “E’ comune nelle nazioni in via di sviluppo ed è rara, ma non insolita, in Europa occidentale, dove è spesso associata alla popolazione migrante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato 0,5 nuovi casi di tubercolosi ogni 100.000 abitanti in Italia nel 2013”.
“La potenziale esposizione alla tubercolosi non significa però che causi automaticamente l’infezione”, aggiungono gli alti ufficiali di US Navy. “I sintomi della tubercolosi in forma attiva includono insonnia, affaticamento, tosse persistente e perdita di peso. Poiché ci troviamo in mezzo alla stagione invernale e influenzale, molti di noi potrebbero avvertire alcuni di questi sintomi. La loro presenza non significa pertanto che abbiamo contratto la tubercolosi, ma che siamo in presenza solo di una malattia da raffreddamento”. Nell’invitare i dipendenti di Sigonella a mantenere la calma, il Comando di US Navy suggerisce di rivolgersi ai medici del pronto soccorso nel caso di sintomi “sospetti”.
Quello di Sigonella è il secondo caso di tubercolosi che viene registrato questa settimana nelle scuole gestite dal Dipartimento della difesa Usa (DODDS) in Europa. Il comando medico di US Army ha reso noto che un impiegato del DODDS di Wiesbaden, Germania, programmatore informatico, è stato trasferito all’estero per intraprendere un ciclo di cure contro la malattia. “Anche in questo caso non abbiamo ancora la conferma che si tratti realmente di tubercolosi, ma comunque non c’è ragione di credere che gli eventi registrati a Wiesbaden e Sigonella siano relazionati”, ha affermato Bob Purtiman, portavoce di DODDS-Europe.
Il rischio tubercolosi a Sigonella non è comunque una novità. Il 25 agosto 2013, il Comando della base siciliana aveva segnalato pubblicamente che nel precedente mese di giugno un altro studente della scuola media superiore della base Usa era risultato positivo al test di esposizione alla tubercolosi e che nei suoi confronti era stato avviato il trattamento di cura. Allora, il personale docente e gli studenti di Sigonella frequentanti l’anno scolastico 2012-13 e tutte le persone entrate in contatto con lo studente infermo furono invitati a recarsi al presidio ospedaliero per svolgere una serie di test sulla tubercolosi.
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21/01/2015
Riparte il MUOS tra sviste ed errori tecnici
Nella stazione di Cape Canaveral, Florida, le forze armate Usa e i tecnici di Lockheed Martin stanno per avviare il count down per il lancio del vettore spaziale Atlas 5-551 con a bordo il terzo satellite del MUOS (Mobile User Objective System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari che conterà su cinque satelliti geostazionari e quattro terminali terrestri, uno dei quali in via di completamento a Niscemi, Caltanissetta. Il conto alla rovescia prenderà il via la notte del 19 gennaio, mentre il lancio è programmato, salvo imprevisti dell’ultima ora, per martedì 20 tra le 19.42 e le 20.26 locali, dal complesso n. 41 della grande base aerospaziale. L’Atlas 5 condurrà il MUOS 3 nell’orbita prefissata tre ore dopo il lancio; subito dopo il satellite di Lockheed Martin inizierà una serie di manovre indipendenti che lo posizioneranno nell’orbita geostazionaria finale a 22.300 miglia dalla terra. “Questo terzo lancio del MUOS segna un ulteriore passo per raggiungere la completa funzionalità del sistema satellitare entro il 2016”, ha dichiarato il capitano Joseph Kan, direttore del programma MUOS di US Navy. “La Marina, in stretta collaborazione con l’Esercito e l’Aeronautica e le nostre industrie partner, sta creando il futuro delle comunicazioni satellitari mondiali per gli Stati Uniti e, potenzialmente, per le nazioni alleate”.
Per Iris Bombelyn, vice presidente per le comunicazioni in banda larga di Lockheed Martin, con il terzo satellite si espanderà notevolmente la copertura della nuova rete mobile satellitare. “La costellazione del MUOS supporterà le comunicazioni in voce e video e lo scambio di dati tra le unità da guerra”, ha spiegato Bombelyn. “Le antenne del MUOS sono state progettate per facilitare le comunicazioni in UHF (Ultra High Frequency) e quando il sistema satellitare sarà operativo, tutti gli utenti potranno mettersi in rete, in modo sicuro, grazie a una tecnologia basata sul Protocollo Internet per trasmettere e ricevere da qualsiasi parte del mondo essi si trovino”.
A fine dicembre, Lochkeed Martin ha reso noto di aver completato all’interno dei propri stabilimenti di Sunnyvale, California, la costruzione di un mega terminale radio che consentirà di velocizzare le comunicazioni tra le unità e i sistemi di guerra “utenti” del MUOS (cacciabombardieri, sottomarini, unità navali, droni, ecc.). La Test Radio Access Facility (TRAF) di Lockheed Martin, costata più di 6,5 milioni di dollari, consentirà la connessione ultra-veloce tra più di 55.000 terminali, utilizzando il codice d’accesso per le trasmissioni in banda larga del MUOS Wideband Code Division Multiple Access. “La nuova Test Radio Access Facility accrescerà le capacità sperimentali e operative dell’azienda e ci consentirà di sviluppare nuovi software, hardware e ulteriori applicazioni utilizzando i segmenti e i simulatori satellitari”, ha dichiarato Glenn Ladue, manager del programma MUOS TRAF.
Il via al satellite numero 3 e la realizzazione dei nuovi impianti in California non hanno tuttavia placato le polemiche sulla dubbia funzionalità del multimiliardario sistema satellitare. Una serie interminabile di errori progettuali hanno causato rilevanti ritardi all’intero programma. Il lancio del terzo vettore Atlas era stato previsto entro l’autunno 2014, ma un “inatteso” problema rilevato nella primavera 2013, ha costretto a rinviarlo al 20 gennaio 2015. Nello specifico, i tecnici di Lockheed Martin avevano scoperto un insufficiente adattamento dei sistemi di comunicazione UHF nel satellite agli enormi sbalzi di temperatura che si registrano nello spazio.
“Il ritardo per il terzo satellite MUOS non comporterà costi aggiuntivi al programma”, ha dichiarato John Zangardi, vicesegretario di US Navy, nel corso di una sua recente audizione davanti al Sottocomitato per le Forze armate del Senato. La direttrice per la gestione degli acquisti governativi dell’U.S. Government Accountability Office (GAO), la Corte dei Conti statunitense, Cristina Chaplain, ha però pubblicamente criticato l’operato dei militari e delle aziende contractor. “Attualmente più del 90% delle funzioni del primo satellite MUOS messo in orbita sono sottoutilizzate a causa dei ritardi registrati per portare a termine il programma”, afferma Cristina Chaplain in un report pubblicato nel marzo 2014. “Le forze armate fanno affidamento sulle connessioni dei terminali ma non sono in grado di avvantaggiarsi delle maggiori funzioni offerte dal nuovo sistema satellitare”. L’ennesima doccia fredda è giunta nell’ottobre scorso, quando il Comando di US Navy ha reso pubblico che il cosiddetto “test di valutazione operativo multifunzione” del MUOS - previsto inizialmente nell’aprile 2014 e poi rinviato a giugno - è stato posticipato al dicembre 2015 “a causa dei problemi d’integrazione della nuova frequenza radio del sistema con i quattro terminali terrestri”.
I primi due satelliti del MUOS sono stati lanciati, rispettivamente, nel febbraio 2012 e nel luglio 2013. Il lancio del quarto satellite, pianificato per il gennaio 2015, non avverrà prima della fine della prossima estate mentre il quinto e ultimo satellite dovrebbe essere lanciato da Cape Canaveral nel luglio 2016, anche se non è stato ancora scelto il tipo di vettore che lo trasporterà. Se il cronogramma sarà rispettato, la rete tra terminali terrestri e satelliti sarà pienamente operativa a partire del 2017, mentre nel biennio 2018-19 diverranno compatibili con il sistema MUOS i primi 12.000 terminali-utenti. I circa 53.000 terminali finali saranno in rete solo alla fine del 2025.
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Per Iris Bombelyn, vice presidente per le comunicazioni in banda larga di Lockheed Martin, con il terzo satellite si espanderà notevolmente la copertura della nuova rete mobile satellitare. “La costellazione del MUOS supporterà le comunicazioni in voce e video e lo scambio di dati tra le unità da guerra”, ha spiegato Bombelyn. “Le antenne del MUOS sono state progettate per facilitare le comunicazioni in UHF (Ultra High Frequency) e quando il sistema satellitare sarà operativo, tutti gli utenti potranno mettersi in rete, in modo sicuro, grazie a una tecnologia basata sul Protocollo Internet per trasmettere e ricevere da qualsiasi parte del mondo essi si trovino”.
A fine dicembre, Lochkeed Martin ha reso noto di aver completato all’interno dei propri stabilimenti di Sunnyvale, California, la costruzione di un mega terminale radio che consentirà di velocizzare le comunicazioni tra le unità e i sistemi di guerra “utenti” del MUOS (cacciabombardieri, sottomarini, unità navali, droni, ecc.). La Test Radio Access Facility (TRAF) di Lockheed Martin, costata più di 6,5 milioni di dollari, consentirà la connessione ultra-veloce tra più di 55.000 terminali, utilizzando il codice d’accesso per le trasmissioni in banda larga del MUOS Wideband Code Division Multiple Access. “La nuova Test Radio Access Facility accrescerà le capacità sperimentali e operative dell’azienda e ci consentirà di sviluppare nuovi software, hardware e ulteriori applicazioni utilizzando i segmenti e i simulatori satellitari”, ha dichiarato Glenn Ladue, manager del programma MUOS TRAF.
Il via al satellite numero 3 e la realizzazione dei nuovi impianti in California non hanno tuttavia placato le polemiche sulla dubbia funzionalità del multimiliardario sistema satellitare. Una serie interminabile di errori progettuali hanno causato rilevanti ritardi all’intero programma. Il lancio del terzo vettore Atlas era stato previsto entro l’autunno 2014, ma un “inatteso” problema rilevato nella primavera 2013, ha costretto a rinviarlo al 20 gennaio 2015. Nello specifico, i tecnici di Lockheed Martin avevano scoperto un insufficiente adattamento dei sistemi di comunicazione UHF nel satellite agli enormi sbalzi di temperatura che si registrano nello spazio.
“Il ritardo per il terzo satellite MUOS non comporterà costi aggiuntivi al programma”, ha dichiarato John Zangardi, vicesegretario di US Navy, nel corso di una sua recente audizione davanti al Sottocomitato per le Forze armate del Senato. La direttrice per la gestione degli acquisti governativi dell’U.S. Government Accountability Office (GAO), la Corte dei Conti statunitense, Cristina Chaplain, ha però pubblicamente criticato l’operato dei militari e delle aziende contractor. “Attualmente più del 90% delle funzioni del primo satellite MUOS messo in orbita sono sottoutilizzate a causa dei ritardi registrati per portare a termine il programma”, afferma Cristina Chaplain in un report pubblicato nel marzo 2014. “Le forze armate fanno affidamento sulle connessioni dei terminali ma non sono in grado di avvantaggiarsi delle maggiori funzioni offerte dal nuovo sistema satellitare”. L’ennesima doccia fredda è giunta nell’ottobre scorso, quando il Comando di US Navy ha reso pubblico che il cosiddetto “test di valutazione operativo multifunzione” del MUOS - previsto inizialmente nell’aprile 2014 e poi rinviato a giugno - è stato posticipato al dicembre 2015 “a causa dei problemi d’integrazione della nuova frequenza radio del sistema con i quattro terminali terrestri”.
I primi due satelliti del MUOS sono stati lanciati, rispettivamente, nel febbraio 2012 e nel luglio 2013. Il lancio del quarto satellite, pianificato per il gennaio 2015, non avverrà prima della fine della prossima estate mentre il quinto e ultimo satellite dovrebbe essere lanciato da Cape Canaveral nel luglio 2016, anche se non è stato ancora scelto il tipo di vettore che lo trasporterà. Se il cronogramma sarà rispettato, la rete tra terminali terrestri e satelliti sarà pienamente operativa a partire del 2017, mentre nel biennio 2018-19 diverranno compatibili con il sistema MUOS i primi 12.000 terminali-utenti. I circa 53.000 terminali finali saranno in rete solo alla fine del 2025.
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01/10/2014
Droni USA Triton per la base siciliana di Sigonella
Dopo i Global Hawk e i Predator dell’Aeronautica militare Usa e i velivoli senza pilota del sistema di sorveglianza e intelligence AGS della Nato, a partire del 2017 la grande stazione aeronavale di Sigonella ospiterà pure i nuovi droni MQ-4C “Triton” della Marina da guerra statunitense. Secondo quanto annunciato dal Pentagono, con l’entrata in servizio dei grandi aerei-spia, saranno utilizzate come basi avanzate le stazioni aeronavali Usa dove oggi operano i pattugliatori marittimi P-3C “Orion”: oltre a Sigonella, le basi US Navy nelle isole Hawaii, Jacksonville (Florida), Kadena (Giappone), Point Mugu (California) e Andersen (Guam, Oceano Indiano).
Il Triton è un velivolo a lungo raggio a pilotaggio remoto, basato sulla piattaforma dell’RQ-4 Global Hawk, versione “Block 20”, prodotto dall’industria aerospaziale Nortrop Grumman. In particolare, rispetto alla versione precedente (quella già operativa a Sigonella con l’US Air Force), nel nuovo drone sono state rinforzate la cellula anteriore e la struttura alare per consentirgli di operare in condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio. Il 18 settembre scorso, il Dipartimento della difesa ha annunciato di aver condotto “con successo” un primo importante test di volo del Triton: il velivolo ha navigato a 15.000 metri d’altitudine per undici ore consecutive dallo stabilimento Northrop Grumman di Palmdale, California sino alla stazione aeronavale di Patuxent River, Maryland, distante 6.090 km, seguendo una rotta prefissata sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Nei prossimi mesi, l'US Navy conta di far svolgere all’MQ-4C una prima missione transoceanica.
L’ultima generazione dei droni made in USA avrà un costo superiore ai 190 milioni di dollari per ogni unità. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9m, il Triton potrà operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo godrà di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive.
L’MQ-4C è stato sviluppato nell’ambito del cosiddetto programma BAMS (Broad Area Maritime Surveillance) con cui US Navy punta a rafforzare la propria superiorità strategica nello svolgimento di missioni prolungate d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) su vaste regioni oceaniche e costiere, per localizzare e intercettare unità navali di superficie e sottomarini potenzialmente ostili. Più specificatamente, il sistema BAMS è stato concepito per sviluppare le capacità di raccolta e trasmissione delle informazioni a utenti operativi e tattici (sottomarini a capacità e propulsione nucleare, portaerei, gruppi di volo, ecc.), operando in stretto collegamento con il Global Information Grid (GIG), il network informativo del Pentagono.
L’MQ-4C sarà in grado di operare in modo autonomo e a grande distanza per attività ISR, grazie a una serie di nuovi e sofisticatissimi apparati elettronici e sensori radar; tra essi, in particolare, i multi-sensori elettro-ottici all’infrarosso (EO/IR); il sistema ESM (Electronic Support Measures) “LR-100” di Northrop Grumman; un sistema automatico per l’identificazione del traffico navale AIS (Automatic Identification System); il sistema L-3 Communications CDL (Common Data Link) per la trasmissione in banda larga entro l’orizzonte radar in banda Ku e X; un sistema per le comunicazioni satellitari commerciali INMARSAT. Ad essi si aggiunge pure un radar per la scoperta di bersagli aerei denominato AARSS (Air-to-Air Radar Subsystem), fornito da ITT, con antenna a scansione elettronica operante in banda Ku. Il Triton sarà equipaggiato infine con un sensore attivo multi-funzione (MFAS) progettato specificatamente per individuare qualsiasi oggetto si muova nell’oceano. Grazie ai nuovi sensori, il Triton assicurerà una copertura del raggio di ricerca a 360°, ottenendo importanti vantaggi rispetto ai “Global Hawk” nel controllo in tempo reale del traffico marittimo e nell’individuazione dei target nemici.
Il Pentagono ha avviato il programma per la flotta UAV Triton nel 2008 con lo stanziamento di 1,16 miliardi di dollari. Ad oggi, Northrop Grumman ha completato la costruzione dei primi due dimostratori, mentre un terzo sarà consegnato a breve. Originariamente si prevedeva di fare entrare in funzione i 60 velivoli ordinati entro la fine del 2015. Si sono però registrati alcuni ritardi nelle consegne anche per il cattivo funzionamento di alcuni sistemi a bordo e nel 2012 un drone sperimentale BAMS-D è precipitato al suolo durante un test di volo vicino all’isola di Bloodsworth, nella contea di Dorchester (Maryland), dopo essere decollato dalla vicina base aeronavale di Patuxent River. Nell’aprile 2013, il Pentagono ha annunciato che la produzione del nuovo drone sarebbe slittata dall’anno fiscale 2014 al 2015 “onde effettuare ulteriori test di volo, acquisire i requisiti tecnici per lo stabilizzatore di coda e il timone verticale e completare l’integrazione del software per i sensori marittimi”. Secondo il Naval Air Systems Command (NAVAIR) degli Stati Uniti d’America, la capacità operativa iniziale del sistema a pilotaggio remoto MQ-4C sarà raggiunta nel 2017.
Recentemente sono stati aggiudicati due contratti, il primo per la costruzione del complesso che controllerà le missioni mondiali del Triton all’interno della base navale di Jacksonville; il secondo per realizzare la facility per la manutenzione e le attività d’addestramento dei piloti che teleguideranno i Triton nella base navale di Point Mugu, a nord di Los Angeles.
L’MQ-4C BAMS opererà congiuntamente al pattugliatore marittimo a lungo raggio Boeing “P-8A Poseidon” che sostituirà a breve i vecchi P-3C “Orion” di Lockheed Martin nelle attività di sorveglianza marittima e guerra ai sottomarini e al naviglio di superficie. Dopo avre individuato gli obiettivi da colpire, Triton e Poseidon forniranno le necessarie informazioni ai gruppi di volo, alle forze di pronto intervento aeronavale, ai gruppi di portaerei e alle altre forze d’attacco di US Navy.
Il Boeing “P-8 Poseidon” (conosciuto in origine come Multimission Maritime Aircraft o MMA) ha un’architettura simile a quella del velivolo Boeing 737, utilizzato per il traffico civile. Con una lunghezza di 39,47 metri, un’apertura alare di 35,72 e un equipaggio di nove unità, il Poseidon può raggiungere una velocità massima di 907 km/h, e un’altitudine di 12,500 m. Il nuovo velivolo avrà la massima interoperabilità nei futuri campi di battaglia marittimi e litoranei, grazie a un dispositivo bellico polivalente comprendente sistemi di sono-boe e siluri, cariche di profondità, mine, missili antinave “Harpoon”, e Slam-ER, AGM-84H/K e AGM-65F “Maverick” per colpire obiettivi terrestri.
La Marina Usa ha in programma di acquisire 117 P-8A; la costruzione dei primi sei velivoli fu affidata nel gennaio 2011 a un consorzio d’imprese statunitensi guidato dal colosso Boeing e formato da Cfm International, Northrop Grumman, Raytheon, Spirit AeroSystems, Bae Systems e Ge Aviation (valore della commessa 1,6 miliardi dollari). Altri due lotti per 31 Poseidon sono stati commissionati tra il 2012 e il 2013; nel febbraio 2014, US Navy ha ordinato 16 ulteriori velivoli (costo 2,4 miliardi di dollari). Con quest’ultimo contratto gli ordini complessivi sono saliti a 53 pattugliatori, 13 dei quali già consegnati e operativi negli Stati Uniti e nello scalo giapponese di Kadena. Nei prossimi mesi i Poseidon inizieranno ad essere schierati nell’immancabile base siciliana di Sigonella.
Fonte
Il Triton è un velivolo a lungo raggio a pilotaggio remoto, basato sulla piattaforma dell’RQ-4 Global Hawk, versione “Block 20”, prodotto dall’industria aerospaziale Nortrop Grumman. In particolare, rispetto alla versione precedente (quella già operativa a Sigonella con l’US Air Force), nel nuovo drone sono state rinforzate la cellula anteriore e la struttura alare per consentirgli di operare in condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio. Il 18 settembre scorso, il Dipartimento della difesa ha annunciato di aver condotto “con successo” un primo importante test di volo del Triton: il velivolo ha navigato a 15.000 metri d’altitudine per undici ore consecutive dallo stabilimento Northrop Grumman di Palmdale, California sino alla stazione aeronavale di Patuxent River, Maryland, distante 6.090 km, seguendo una rotta prefissata sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Nei prossimi mesi, l'US Navy conta di far svolgere all’MQ-4C una prima missione transoceanica.
L’ultima generazione dei droni made in USA avrà un costo superiore ai 190 milioni di dollari per ogni unità. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9m, il Triton potrà operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo godrà di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive.
L’MQ-4C è stato sviluppato nell’ambito del cosiddetto programma BAMS (Broad Area Maritime Surveillance) con cui US Navy punta a rafforzare la propria superiorità strategica nello svolgimento di missioni prolungate d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) su vaste regioni oceaniche e costiere, per localizzare e intercettare unità navali di superficie e sottomarini potenzialmente ostili. Più specificatamente, il sistema BAMS è stato concepito per sviluppare le capacità di raccolta e trasmissione delle informazioni a utenti operativi e tattici (sottomarini a capacità e propulsione nucleare, portaerei, gruppi di volo, ecc.), operando in stretto collegamento con il Global Information Grid (GIG), il network informativo del Pentagono.
L’MQ-4C sarà in grado di operare in modo autonomo e a grande distanza per attività ISR, grazie a una serie di nuovi e sofisticatissimi apparati elettronici e sensori radar; tra essi, in particolare, i multi-sensori elettro-ottici all’infrarosso (EO/IR); il sistema ESM (Electronic Support Measures) “LR-100” di Northrop Grumman; un sistema automatico per l’identificazione del traffico navale AIS (Automatic Identification System); il sistema L-3 Communications CDL (Common Data Link) per la trasmissione in banda larga entro l’orizzonte radar in banda Ku e X; un sistema per le comunicazioni satellitari commerciali INMARSAT. Ad essi si aggiunge pure un radar per la scoperta di bersagli aerei denominato AARSS (Air-to-Air Radar Subsystem), fornito da ITT, con antenna a scansione elettronica operante in banda Ku. Il Triton sarà equipaggiato infine con un sensore attivo multi-funzione (MFAS) progettato specificatamente per individuare qualsiasi oggetto si muova nell’oceano. Grazie ai nuovi sensori, il Triton assicurerà una copertura del raggio di ricerca a 360°, ottenendo importanti vantaggi rispetto ai “Global Hawk” nel controllo in tempo reale del traffico marittimo e nell’individuazione dei target nemici.
Il Pentagono ha avviato il programma per la flotta UAV Triton nel 2008 con lo stanziamento di 1,16 miliardi di dollari. Ad oggi, Northrop Grumman ha completato la costruzione dei primi due dimostratori, mentre un terzo sarà consegnato a breve. Originariamente si prevedeva di fare entrare in funzione i 60 velivoli ordinati entro la fine del 2015. Si sono però registrati alcuni ritardi nelle consegne anche per il cattivo funzionamento di alcuni sistemi a bordo e nel 2012 un drone sperimentale BAMS-D è precipitato al suolo durante un test di volo vicino all’isola di Bloodsworth, nella contea di Dorchester (Maryland), dopo essere decollato dalla vicina base aeronavale di Patuxent River. Nell’aprile 2013, il Pentagono ha annunciato che la produzione del nuovo drone sarebbe slittata dall’anno fiscale 2014 al 2015 “onde effettuare ulteriori test di volo, acquisire i requisiti tecnici per lo stabilizzatore di coda e il timone verticale e completare l’integrazione del software per i sensori marittimi”. Secondo il Naval Air Systems Command (NAVAIR) degli Stati Uniti d’America, la capacità operativa iniziale del sistema a pilotaggio remoto MQ-4C sarà raggiunta nel 2017.
Recentemente sono stati aggiudicati due contratti, il primo per la costruzione del complesso che controllerà le missioni mondiali del Triton all’interno della base navale di Jacksonville; il secondo per realizzare la facility per la manutenzione e le attività d’addestramento dei piloti che teleguideranno i Triton nella base navale di Point Mugu, a nord di Los Angeles.
L’MQ-4C BAMS opererà congiuntamente al pattugliatore marittimo a lungo raggio Boeing “P-8A Poseidon” che sostituirà a breve i vecchi P-3C “Orion” di Lockheed Martin nelle attività di sorveglianza marittima e guerra ai sottomarini e al naviglio di superficie. Dopo avre individuato gli obiettivi da colpire, Triton e Poseidon forniranno le necessarie informazioni ai gruppi di volo, alle forze di pronto intervento aeronavale, ai gruppi di portaerei e alle altre forze d’attacco di US Navy.
Il Boeing “P-8 Poseidon” (conosciuto in origine come Multimission Maritime Aircraft o MMA) ha un’architettura simile a quella del velivolo Boeing 737, utilizzato per il traffico civile. Con una lunghezza di 39,47 metri, un’apertura alare di 35,72 e un equipaggio di nove unità, il Poseidon può raggiungere una velocità massima di 907 km/h, e un’altitudine di 12,500 m. Il nuovo velivolo avrà la massima interoperabilità nei futuri campi di battaglia marittimi e litoranei, grazie a un dispositivo bellico polivalente comprendente sistemi di sono-boe e siluri, cariche di profondità, mine, missili antinave “Harpoon”, e Slam-ER, AGM-84H/K e AGM-65F “Maverick” per colpire obiettivi terrestri.
La Marina Usa ha in programma di acquisire 117 P-8A; la costruzione dei primi sei velivoli fu affidata nel gennaio 2011 a un consorzio d’imprese statunitensi guidato dal colosso Boeing e formato da Cfm International, Northrop Grumman, Raytheon, Spirit AeroSystems, Bae Systems e Ge Aviation (valore della commessa 1,6 miliardi dollari). Altri due lotti per 31 Poseidon sono stati commissionati tra il 2012 e il 2013; nel febbraio 2014, US Navy ha ordinato 16 ulteriori velivoli (costo 2,4 miliardi di dollari). Con quest’ultimo contratto gli ordini complessivi sono saliti a 53 pattugliatori, 13 dei quali già consegnati e operativi negli Stati Uniti e nello scalo giapponese di Kadena. Nei prossimi mesi i Poseidon inizieranno ad essere schierati nell’immancabile base siciliana di Sigonella.
Fonte
03/07/2014
Dong Feng 21: solo propaganda o si fa sul serio?
Sin dagli anni sessanta, chi si è trovato in condizioni di inferiorità, nel confronto in mare con una task force ostile presente in acque che ritiene di propria influenza e non ritenga sufficienti i suoi sottomarini ed aerei per riequilibrare il rapporto di forze, ha pensato di trovare una soluzione nei Missili balistici anti nave (in gergo Absm). Questa è la condizione classica delle grandi potenze continentali (come Russia e Cina) nei confronti di quelle che dispiegano una marina particolarmente potente (come gli Usa).
Il problema si è posto in particolare dagli anni sessanta, con l’aumento della presenza di portaerei nella flotta americana, che ne è arrivata a contare ben 13. Ma, un sistema Absm è un apparato piuttosto complesso che necessita di un efficiente sistema di avvistamento satellitare in grado di segnalare tempestivamente la posizione delle unità nemiche e di trasmettere immediatamente i dati a terra. Ovviamente, occorre anche un efficace sistema di protezione del proprio sistema satellitare. Peraltro, tale apparato deve essere in condizione di funzionare 24 ore su 24, con qualsiasi condizione atmosferica e con piani di emergenza in grado di funzionare anche in caso di abbattimento o “accecamento” dei satelliti.
Poi ci sono difficoltà legate ai tempi di reazione ed al rischio di errori, che potrebbero innescare conseguenze incalcolabili; e ci sono complicazioni legate al potenziale esplosivo che, se eccessivo, rischierebbe di creare problemi di peso, se scarso, di non essere efficace.
Ma, il problema maggiore è legato al fatto che i missili balistici descrivono una parabola, per cui, una volta lanciati, cadono in un punto determinato il che va bene con i bersagli fissi, ma le unità navali non lo sono e, una nave lanciata a 30 nodi (un nodo equivale ad un miglio nautico all’ora, pari, a sua volta a 1,852 Km/h) e che può procedere in ogni direzione, è un bersaglio quasi impossibile da centrare, anche in tempi assai brevi e con la migliore accuratezza sulla definizione della sua posizione di partenza. Si potrebbero usare missili con una testata capace di manovrare durante la traiettoria (Manowering Re-entry Vehicle MaRV), quindi non balistici ed in grado di riorientarsi.
Il che, però, pone altri due tipi di problemi: l’identificazione, nell’ultimo tratto, del bersaglio da colpire (il che esige sistemi sofisticatissimi di avvistamento e di trasmissione dei dati) ed, in secondo luogo, come evitare che il missile si disintegri per effetto degli stress aerodinamici determinati dalle correzioni di rotta. Il punto va spiegato: in campo aeronautico ed aerodinamico, il “mach” designa l’unità di misura della velocità di un corpo immerso in un fluido che offre una sua resistenza (nello specifico, in aria), in rapporto alla velocità del suono in quello stesso fluido. In condizioni normali e ad una temperatura di 20°, un mach corrisponde a 1.242 km/h. Ovviamente, più è elevata la velocità del corpo in movimento, maggiore è la resistenza dell’aria e l’attrito cresce al massimo in caso di variazioni di rotta. Si consideri che un missile del genere viaggia a velocità superiori a 10 mach, cioè oltre i 12.000 km/h.
Sin qui, l’unico missile del genere è stato il Pershing che, però, poteva operare solo piccole rettifiche di traiettoria, utile quindi a correggere molto limitatamente il punto di impatto, il che, nel caso del Pershing era un problema relativo, perché si trattava di un missile a testata nucleare. Ma con la potenza limitata di un esplosivo convenzionale, questo non ha alcuna efficacia pratica.
I cinesi si cimentano con il problema sin dagli anni sessanta ed hanno prodotto missili Absm di varia generazione, poeticamente chiamati Dong Feng (“vento dell’est”), l’ultimo della serie, il 21, attraverso una accorta combinazione delle caratteristiche di un missile balistico e di uno manovrato, otterrebbe l’effetto di una ben maggiore capacità di modellare la traiettoria nella sua fase finale. E questo attenuerebbe il rischio di disintegrazione. Attenuerebbe, ma non eliminerebbe. Va detto che lo studio dei nuovi materiali (dal grafene ai nuovi polimeri, dalle ceramiche speciali ai derivati dei lantanoidi) sta avendo sviluppi velocissimi, ma non sembra che i cinesi siano in testa alla corsa. Per quanto, mai dire mai.
Ovviamente, i dati tecnici a disposizione sono scarsi: non si sa quasi nulla del sistema di guida, ben poco sui materiali impiegati per reggere gli stress determinati dalle correzioni di rotta e neppure si sa bene quale sia il potenziale esplosivo, se è tale da danneggiare fortemente una portaerei o se solo di metterla fuori combattimento per qualche tempo.
Ovviamente, potrebbe anche trattarsi di un bluff propagandistico e le uniche foto satellitari che si conoscono mostrano un’esercitazione nel deserto del Gobi, conclusa con successo, ma su una piattaforma fissa, il che non vuol dire molto.
L’unico modo per sapere quale sia l’effettiva pericolosità del missile sarebbe quello di dargli a distanza di tiro una portaerei americana in movimento e vedere cosa sanno fare i cinesi. Dubito, però, che gli americani si presterebbero all’esperimento ed è plausibile che cerchino altre strade più tradizionali e meno costose per ottenere i dati mancanti e simulare al computer un attacco del Df21. In ogni caso, gli americani sembrano molto preoccupati e non sono tipi da impressionarsi facilmente. Anche la stampa militare occidentale, anche se con varietà di toni e di accenti, sembra dell’avviso che la cosa vada presa molto sul serio, anche se l’ipotesi del bluff non è del tutto esclusa da nessuno. Ma forse la verità sta nel mezzo: ad esempio la capacità di aggiustamento del tiro potrebbe essere maggiore di quella dei Pershing, ma minore di quella che si lascia intendere o, forse, la gittata essere ben più ridotta di quella vantata, o altro ancora. In ogni caso, se l’arma dovesse essere anche solo in parte all’altezza delle aspettative, le conseguenze geopolitiche non sarebbero piccole.
Circa la gittata massima, le valutazioni oscillano fra i 1.500 ed i 2.700 Km. La valutazione più realistica sembra essere verso il basso, ma, anche se si trattasse di 1.500 km, non sarebbe poco ed assicurerebbe il controllo di un braccio di mare ben più vasto della stretta difesa costiera o poco più.
Questa arma si integrerebbe poi con un dispositivo di tutto rispetto che include una portaerei in servizio ed una in costruzione, una discreta schiera di incrociatori di ultima generazione ed una squadra aerea crescente sia in numero che in qualità di combattimento. Di fatto, l’inviolabilità delle acque di influenza cinese appare un traguardo non più remotissimo, a meno di forti investimenti americani per ricostituire il differenziale dei rapporti di forze che sta velocemente calando.
E le conseguenze regionali sarebbero ancora più rilevanti: Taiwan, Vietnam e Giappone avrebbero di che preoccuparsi, dato che, in circostanze particolari, nelle quali gli Usa fossero seriamente impegnati altrove e non in grado di prestare efficace contrasto con le forze di scenario presenti, una rapida azione cinese verso Taiwan, le Paracel o le Senkaku, diventa una ipotesi da valutare realisticamente.
Fonte
Il problema si è posto in particolare dagli anni sessanta, con l’aumento della presenza di portaerei nella flotta americana, che ne è arrivata a contare ben 13. Ma, un sistema Absm è un apparato piuttosto complesso che necessita di un efficiente sistema di avvistamento satellitare in grado di segnalare tempestivamente la posizione delle unità nemiche e di trasmettere immediatamente i dati a terra. Ovviamente, occorre anche un efficace sistema di protezione del proprio sistema satellitare. Peraltro, tale apparato deve essere in condizione di funzionare 24 ore su 24, con qualsiasi condizione atmosferica e con piani di emergenza in grado di funzionare anche in caso di abbattimento o “accecamento” dei satelliti.
Poi ci sono difficoltà legate ai tempi di reazione ed al rischio di errori, che potrebbero innescare conseguenze incalcolabili; e ci sono complicazioni legate al potenziale esplosivo che, se eccessivo, rischierebbe di creare problemi di peso, se scarso, di non essere efficace.
Ma, il problema maggiore è legato al fatto che i missili balistici descrivono una parabola, per cui, una volta lanciati, cadono in un punto determinato il che va bene con i bersagli fissi, ma le unità navali non lo sono e, una nave lanciata a 30 nodi (un nodo equivale ad un miglio nautico all’ora, pari, a sua volta a 1,852 Km/h) e che può procedere in ogni direzione, è un bersaglio quasi impossibile da centrare, anche in tempi assai brevi e con la migliore accuratezza sulla definizione della sua posizione di partenza. Si potrebbero usare missili con una testata capace di manovrare durante la traiettoria (Manowering Re-entry Vehicle MaRV), quindi non balistici ed in grado di riorientarsi.
Il che, però, pone altri due tipi di problemi: l’identificazione, nell’ultimo tratto, del bersaglio da colpire (il che esige sistemi sofisticatissimi di avvistamento e di trasmissione dei dati) ed, in secondo luogo, come evitare che il missile si disintegri per effetto degli stress aerodinamici determinati dalle correzioni di rotta. Il punto va spiegato: in campo aeronautico ed aerodinamico, il “mach” designa l’unità di misura della velocità di un corpo immerso in un fluido che offre una sua resistenza (nello specifico, in aria), in rapporto alla velocità del suono in quello stesso fluido. In condizioni normali e ad una temperatura di 20°, un mach corrisponde a 1.242 km/h. Ovviamente, più è elevata la velocità del corpo in movimento, maggiore è la resistenza dell’aria e l’attrito cresce al massimo in caso di variazioni di rotta. Si consideri che un missile del genere viaggia a velocità superiori a 10 mach, cioè oltre i 12.000 km/h.
Sin qui, l’unico missile del genere è stato il Pershing che, però, poteva operare solo piccole rettifiche di traiettoria, utile quindi a correggere molto limitatamente il punto di impatto, il che, nel caso del Pershing era un problema relativo, perché si trattava di un missile a testata nucleare. Ma con la potenza limitata di un esplosivo convenzionale, questo non ha alcuna efficacia pratica.
I cinesi si cimentano con il problema sin dagli anni sessanta ed hanno prodotto missili Absm di varia generazione, poeticamente chiamati Dong Feng (“vento dell’est”), l’ultimo della serie, il 21, attraverso una accorta combinazione delle caratteristiche di un missile balistico e di uno manovrato, otterrebbe l’effetto di una ben maggiore capacità di modellare la traiettoria nella sua fase finale. E questo attenuerebbe il rischio di disintegrazione. Attenuerebbe, ma non eliminerebbe. Va detto che lo studio dei nuovi materiali (dal grafene ai nuovi polimeri, dalle ceramiche speciali ai derivati dei lantanoidi) sta avendo sviluppi velocissimi, ma non sembra che i cinesi siano in testa alla corsa. Per quanto, mai dire mai.
Ovviamente, i dati tecnici a disposizione sono scarsi: non si sa quasi nulla del sistema di guida, ben poco sui materiali impiegati per reggere gli stress determinati dalle correzioni di rotta e neppure si sa bene quale sia il potenziale esplosivo, se è tale da danneggiare fortemente una portaerei o se solo di metterla fuori combattimento per qualche tempo.
Ovviamente, potrebbe anche trattarsi di un bluff propagandistico e le uniche foto satellitari che si conoscono mostrano un’esercitazione nel deserto del Gobi, conclusa con successo, ma su una piattaforma fissa, il che non vuol dire molto.
L’unico modo per sapere quale sia l’effettiva pericolosità del missile sarebbe quello di dargli a distanza di tiro una portaerei americana in movimento e vedere cosa sanno fare i cinesi. Dubito, però, che gli americani si presterebbero all’esperimento ed è plausibile che cerchino altre strade più tradizionali e meno costose per ottenere i dati mancanti e simulare al computer un attacco del Df21. In ogni caso, gli americani sembrano molto preoccupati e non sono tipi da impressionarsi facilmente. Anche la stampa militare occidentale, anche se con varietà di toni e di accenti, sembra dell’avviso che la cosa vada presa molto sul serio, anche se l’ipotesi del bluff non è del tutto esclusa da nessuno. Ma forse la verità sta nel mezzo: ad esempio la capacità di aggiustamento del tiro potrebbe essere maggiore di quella dei Pershing, ma minore di quella che si lascia intendere o, forse, la gittata essere ben più ridotta di quella vantata, o altro ancora. In ogni caso, se l’arma dovesse essere anche solo in parte all’altezza delle aspettative, le conseguenze geopolitiche non sarebbero piccole.
Circa la gittata massima, le valutazioni oscillano fra i 1.500 ed i 2.700 Km. La valutazione più realistica sembra essere verso il basso, ma, anche se si trattasse di 1.500 km, non sarebbe poco ed assicurerebbe il controllo di un braccio di mare ben più vasto della stretta difesa costiera o poco più.
Questa arma si integrerebbe poi con un dispositivo di tutto rispetto che include una portaerei in servizio ed una in costruzione, una discreta schiera di incrociatori di ultima generazione ed una squadra aerea crescente sia in numero che in qualità di combattimento. Di fatto, l’inviolabilità delle acque di influenza cinese appare un traguardo non più remotissimo, a meno di forti investimenti americani per ricostituire il differenziale dei rapporti di forze che sta velocemente calando.
E le conseguenze regionali sarebbero ancora più rilevanti: Taiwan, Vietnam e Giappone avrebbero di che preoccuparsi, dato che, in circostanze particolari, nelle quali gli Usa fossero seriamente impegnati altrove e non in grado di prestare efficace contrasto con le forze di scenario presenti, una rapida azione cinese verso Taiwan, le Paracel o le Senkaku, diventa una ipotesi da valutare realisticamente.
Fonte
24/04/2014
Tensione Usa Russia. Dal Bosforo al mar Nero ancora le ‘cannoniere’
| Fregata USS Taylor (FFG-50) |
Come nel secolo scorso quando gli imperi rivali muovevano le loro cannoniere. Ora la marina americana torna nel Mar Nero con la fregata ‘USS Taylor’. Di fronte al porto di Odessa, Ucraina, e alla Crimea ritornata Russa. Intanto il governo di Kiev riprende le operazioni nell’est ribelle
Militari dei reparti speciali di Kiev avrebbero riconquistato la città di Sviatogorsk, nell’Ucraina dell’est, sino a ieri sotto il controllo dei ribelli filorussi. Le parti in contesa ora esibiscono i muscoli. E si torna al passato: memorie di guerra fredda e, prima ancora, di Imperi. Ora tocca agli Stati Uniti fare la voce grossa ed esibire la propria potenza dopo avere dovuto incassare la perdita occidentale della Crimea. E lo fanno nella maniera più antica e più classica: l’esibizione del proprio possente naviglio, una fregata al posto delle antiche cannoniere che ieri ha solcato il Bosforo rotta mar Nero.
Ora la fregata americana USS Taylor torna nelle acque del Mar Nero, di fonte alla base navale Russa di Sabastopoli in Crimea e a difesa simbolica del porto ucraino di Odessa. Missione ufficiale: “promuovere la pace e la stabilità nella regione. La US Navy opera abitualmente in queste acque nel pieno rispetto della Convenzione di Montreux e del diritto internazionale. La missione della fregata Taylor è di rassicurare gli alleati della NATO circa l’impegno degli Stati Uniti nel rafforzamento della cooperazione tra gli Stati alleati per il raggiungimento di obiettivi comuni in questa regione”.
E non si tratta dell’unica mossa di avanzamento militare attuata dagli Stati Uniti nelle ultime ore. Il piano prevede infatti l’invio nei prossimi giorni di 600 militari americani per presidiare l’area dei Paesi Baltici. 150 di questi sono già arrivati in Polonia. Paracadutisti della ‘Airborne Brigade Combat Team’ arrivati dalla Caserma Ederle di Vicenza. Rimarranno in Polonia per esercitazioni che dureranno per circa due settimane, ha dichiarato la settimana scorsa il ministro della Difesa polacco Tomasz Siemoniak. Esercitazioni simili presto anche in Lituania, Estonia e Lettonia.
L’iniziativa Usa ha innescato la reazione immediata di Mosca. Secondo il ministro Lavrov gli Stati Uniti avrebbero violato la Convenzione di Montreux, che pone un limite di 21 giorni alla presenza delle navi militari di Paesi che non appartengono geograficamente a questa area. La nave si trovava infatti in queste acque già all’inizio di febbraio, ufficialmente però a causa di un guasto alle eliche. Guasto molto comodo e va e vieni della fregata Taylor su e giù per gli stretti turchi di Dardanelli e Bosforo. Tensioni tra USA e Russia con telefonate fitte tra Kerry e Lavrov, ma ora prudenza please.
Fonte
12/02/2014
MUOS di Niscemi, il futuro delle guerre passa dalla Sicilia
Svettano spettrali su una collina della riserva naturale di Niscemi le tre mega-antenne del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari che guiderà le guerre globali delle forze armate Usa. Anni di mobilitazioni popolari, decine di cortei, sit-in, azioni dirette nonviolente, blocchi stradali, uno sciopero generale autogestito, invasioni di massa di una delle più grandi installazioni della Marina militare degli Stati Uniti nel Mediterraneo, non sono stati sufficienti a impedire la conclusione dei lavori del quarto terminale terrestre di uno dei programmi strategicamente più rilevanti del Pentagono. Politici e ministri di centrodestra e centrosinistra, generali, manager e azionisti del complesso militare, industriale e finanziario nazionale hanno fatto fronte comune con la borghesia mafiosa contro la popolazione siciliana e i numerosi comitati di base locali sorti in opposizione alle logiche di guerra e in difesa della salute, dell’ambiente e del territorio. Le azioni dei militanti No MUOS sono stato brutalmente represse dalle forze dell’ordine, centinaia di giovani e donne sono stati oggetto di vergognosi provvedimenti penali e sono fioccate multe e sanzioni per migliaia di euro. Nell’Isola sempre più fortezza armata, sono stati pesantemente ridotti gli spazi di agibilità politica e democratica e limitati le libertà e i diritti d’espressione.
I governi succedutisi alla guida del paese nell’ultima decade hanno fatto a gara per accontentare qualsivoglia richiesta strategica del partner d’oltreoceano. L’Italia ha contributo alle guerre permanenti in Iraq, Afghanistan e Corno d’Africa; ha autorizzato il trasferimento della brigata aviotrasportata Usa dalla Germania a Vicenza e la creazione della grande base al “Dal Molin”; ha legittimato la trasformazione di Sigonella in capitale mondiale dei droni; ha trasformato il Nord-Est e la Sicilia in piattaforme avanzate per gli interventi armati di USAFRICOM nel continente africano; ha acquistato i famigerati cacciabombardieri a capacità nucleare F-35; ha spianto la strada al MUOS di Niscemi. Né impavido filo-atlantismo né supina subordinazione allo strapotere economico di Washington quello delle classi dirigenti italiane. Ma solo e semplicemente una logica di scambio ineguale sulla pelle, la salute e le tasche degli italiani, in nome del perseguimento di facili profitti da parte dei produttori bellici di casa nostra - a capitale pubblico e/o privato - come Finmeccanica, Fincantieri, Beretta, Iveco, ecc.. Un do ut des che ha consentito l’apertura del mercato statunitense ai mercanti di morte del Bel Paese, favorendo intrepide e dispendiose alleanze con i giganti del complesso militare industriale Usa. Prima fra tutte Lockheed Martin, poco meno di 50 miliardi di dollari di fatturato l’anno, artefice di fittissime reti d’interessi corruttivi in più di un continente, produttrice del MUOS e degli F-35, nonché partner di Finmeccanica nell’affaire dei cacciabombardieri, del sistema missilistico “anti-missili” MEADS e, da qualche giorno, di un sofisticato sistema di controllo e comunicazioni per il nuovo comando Nato di Bruxelles.
Un’incomparabile differenza di forze in campo: il Golia a stelle e strisce con i suoi mercenari a Roma e nel governo regionale della Sicilia (fra tutti, gli ultimi due presidenti-governatori, l’“autonomista” Raffaele Lombardo e l’“antimafioso” Rosario Crocetta, più l’intero stato maggiore del Pd isolano); i cento-mille David che non si sono piegati neanche di fronte le intimidazioni e le minacce delle cosche più efferate di Cosa Nostra, le cui imprese sono state chiamate a realizzare le piattaforme di cemento armato per i tralicci e antenne satellitari nella “Sughereta”, in palese violazione delle normative ambientali, urbanistiche e antimafia. Intorno, l’indifferenza delle forze politiche, sociali e sindacali e i silenzi interessati o le omissioni dei grandi network editoriali e radiotelevisivi. L’esito del primo round del conflitto contro il MUOStro di Niscemi, in fondo, era scontato. Ma le mega-antenne montate (ma non ancora funzionanti) non rappresentano la fine dell’Utopia di una Sicilia ponte di pace e dialogo tra i popoli del Mediterraneo. Quello in atto è uno scontro epocale, per la stessa sopravvivenza della specie umana, mai come adesso minacciata dai folli piani di totale automatizzazione, dronizzazione e robotizzazione dei conflitti armati. Comitati e attivisti sanno bene che la mobilitazione non può che essere a medio e lungo termine e che sarà necessario affiancare il No al MUOS al No ai Droni e il NO alle guerre alle migrazioni scatenate dall’Italia e dall’Unione europea con l’Operazione Mare Nostrum e il trasferimento in Sicilia e a Lampedusa e Pantelleria di un enorme dispositivo militare aeronavale e di velivoli senza pilota anti-migranti. Un impegno a 360 gradi contro militarizzazioni, militarismi e guerre, in rete con tutte le soggettività in lotta contro il neoliberismo, le brutali politiche di austerità e annientamento della spesa sociale e i tagli all’occupazione, all’istruzione e alla sanità.
Il Movimento ha fissato le prossime tappe per la controffensiva No MUOS. Depositato in Parlamento il testo di una mozione per la sospensione immediata del progetto, nei prossimi giorni si rafforzerà il pressing perché finalmente le Camere, in ottemperanza agli articoli 11, 80 e 87 della Costituzione, deliberino contro l’installazione di un sistema di distruzione di massa, di proprietà ed uso esclusivo delle forze armate Usa. Sabato 22 febbraio, a Caltanissetta, un corteo e un presidio No MUOS ribadiranno il sacrosanto diritto ad opporsi ai piani di morte Usa, Nato e Ue, denunciando altresì il ciclone repressivo scatenato dalle forze di polizia e dall’autorità giudiziaria - dalla Val di Susa a Niscemi - ai danni dei singoli e delle realtà auto-organizzate che si oppongono alle Grandi Opere e ai processi di militarizzazione dei territori. L’appuntamento per tutti, infine, è per sabato 1 marzo ancora una volta a Niscemi, per una manifestazione di fronte la megastazione di radiocomunicazione NRTF e satellitare MUOS. “L’installazione all’interno della riserva naturale di Niscemi è da oltre vent’anni attiva con le sue 46 antenne apportando gravi danni all’ambiente e alla salute delle persone” denunciano i Comitati No MUOS. “Il primo di marzo ci muoveremo ancora una volta tutte e tutti verso la base attraverso cui governi e militari credono di poter raggiungere i propri fini di guerra e controllo passando sulle nostre vite. Determinati come abbiamo imparato ad essere, torneremo a riprenderci ciò che è nostro, sempre più convinti che l’occupazione militare non sia più tollerabile e che le scelte sui territori debbano essere determinate dalle esigenze delle popolazioni che li abitano e non dai disegni geopolitici delle potenze economiche”.
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26/01/2014
Niscemi. Gli americani montano le antenne. No Muos incatenati
Anche oggi sono proseguiti i lavori al cantiere MUOS dove i tecnici americani hanno completato la prima parabola e stanno lavorando per issare le altre due.
Gli attivisti No Muos sempre guardati a vista dalle forze di polizia come fossero loro nel torto, presidiano la zona notte e giorno. Alcuni di loro si sono incantenati alla recinzione del cantiere militare.
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24/01/2014
Niscemi. Sughereta militarizzata, passa la gru per il Muos
La contrada Ulmo intorno alla base di Niscemi è stata militarizzata come non succedeva dall’undici gennaio dell’anno scorso, quando la grande gru della Comina entrò alla base MUOS. Decine le camionette dell’antisommossa che con centinaia di uomini hanno cinto l’assedio insieme con altri mezzi e personale delle ff.oo in borghese e in divisa. Per il momento lo spiegamento di forze, oltremodo massiccio, è servito per consentire il transito al secondo braccio della gru del MUOS. E l’innalzamento delle parabole sembra questione da risolversi da un momento all’altro.
In tutto ciò si inserisce la nostra azione di proposta/protesta ormai uscita dai confini locali e, con essa, si inasprisce la repressione governativa nei confronti degli attivisti No MUOS.
Stanno fioccando, infatti, in questi giorni decine e decine di denunce per l’invasione della base durante la manifestazione del 9 agosto e altre con cui si attribuiscono agli attivisti reati che vanno dall’oltraggio a pubblico ufficiale, alla resistenza aggravata e altre ancora, anche più gravi per l’entità delle sanzioni previste (migliaia di euro e carcere). L’intento intimidatorio è tutt’altro che velato.
Insomma siamo in ballo e continuiamo a ballare anche rifiutando la criminalizzazione che certi poteri forti vorrebbero realizzare del movimento.
Perciò, sul piano politico, stiamo unendo le lotte a livello locale e nazionale con tutti i movimenti di resistenza popolare (reti migranti e antirazziste, movimento non-violento, No TRIV, No Ponte, No TAV, No Dal Molin, movimenti per i diritti, forum dell’acqua, lavoratori Ipab senza stipendio da mesi, ecc.) e abbiamo individuato nella data del 22 febbraio una giornata di mobilitazione nazionale. Per conto nostro prevediamo un sit-in davanti alla prefettura di Caltanissetta per protestare contro i provvedimenti repressivi e per ricordare al governo l’incostituzionalità della stazione MUOS e della base NRTF sulle quali lo Stato italiano non può esercitare alcun controllo perché cedute (illegittimamente) all’uso esclusivo della marina statunitense che, paradossalmente, potrebbe (legittimamente?) servirsene per i suoi interessi bellici anche quando contrastassero con quelli italiani o fossero in conflitto con le decisioni assunte dal nostro parlamento.
Sul piano legale, il nostro team di avvocati e giuristi sta preparando una serie di iniziative e provvedimenti che ci vedranno coinvolti da qui al 22 febbraio e oltre.
Non dimentichiamo che è già convocata per sabato 1 marzo una manifestazione popolare a Niscemi.
Mobilitiamoci tutti per il 22 febbraio e ancor di più per il primo marzo. Il calendario della protesta potrebbe subire cambiamenti repentini nel caso innalzassero le parabole prima di quelle date che, in ogni caso, rimangono confermate.
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18/09/2013
Strage di Washington, un terrorismo tutto americano
Nuova strage in una città statunitense, ieri mattina. Non in una città qualsiasi, ma nella capitale, ad appena un chilometro dal Campidoglio e addirittura all’interno di un edificio militare, uno dei posti più ‘sicuri’ degli States. Una strage che ha rivelato il nervo scoperto di un paese alleato di Al Qaeda in numerosi teatri di guerra ma che continua a considerare il fondamentalismo islamico come il nemico numero uno, sia nel discorso politico pubblico sia nel subconscio di milioni di cittadini. Che non si rendono conto di avere, come si dice, "il nemico in casa".
Ma stavolta Al Qaeda non c'entra nulla. A sparare all’impazzata all’interno del Navy Yard, un grande edificio della Marina Militare statunitense, non è stato un islamista ceceno o afghano, bensì un terrorista molto americano. Ben 13 i morti rimasti sul terreno, compreso l’attentatore, scuotendo per l’ennesima volta una nazione sempre più intimorita e insicura, e commuovendo un ormai poco credibile Barack Obama, il presidente delle promesse mancate.
Il mostro si chiama Aaron Alexis, definito come un tipo solitario e con un passato violento che gli valse l’espulsione dalla Marina nel 2011. Una vendetta personale quindi, un terrorismo per ‘futili motivi’. Alexis, che aveva 34 anni, era un veterano militare originario del Texas, ed oggi tutti si domandano come da solo sia stato in grado di penetrare i controlli del quartier generale della Marina e di fare strage di 12 persone prima di essere abbattuto. Alcune fonti raccontano che Alexis aveva lavorato come tecnico informatico per l’impresa The Experts, subappaltatrice della Hewlett Packard, e che forse aveva ancora libero accesso al complesso della Marina di Washington e ad altre installazioni militari.
Quando è stato abbattuto dopo un conflitto a fuoco, l'uomo era armato di un fucile semi-automatico AR-15, di un altro fucile e di una pistola semi-automatica Glock. Il 4 settembre del 2010 fu indagato dalla polizia per aver sparato dal tetto del suo appartamento verso un complesso residenziale perché qualche giorno prima una vicina lo aveva rimproverato perché faceva troppo rumore. La moglie dello sparatore dice che da quel momento è sempre stata terrorizzata dal marito, effettivo della riserva della marina militare a Fort Worth (Texas) tra il 2007 e il 2011, cioè per alcuni mesi ancora dopo aver tentato di ammazzare la vicina. Poi, quell’anno, la Marina decise di espellerlo anche sulla base di varie denunce interne per cattiva condotta e insubordinazione. Ora i media statunitensi, gli stessi che ieri adombravano la responsabilità di Al Qaeda nei fatti di Washington, hanno cominciato a scavare nella biografia dell’attentatore. Ed hanno scoperto che nel maggio del 2004 la polizia di Seattle lo aveva arrestato perché aveva sparato contro i pneumatici dell’auto di un operaio edile che lo aveva fatto arrabbiare.
Ma per salvare la faccia a un paese che non riesce – non vuole – bloccare la vendita libera di armi micidiali e che quindi arma coscientemente killer fuori di testa come Alexis, qualche media statunitense oggi ricorda che il ragazzo disse alla polizia di esser stato presente a New York al tempo dei tragici attentati dell’11 settembre e di essere stato shoccato. L’alibi questa volta suona come “Tutta colpa dei nemici degli Stati Uniti”. Come se non bastasse il padre ha raccontato agli investigatori che Aaron soffriva di Sindrome da Stress Post-traumatico (anche se non era mai stato in nessun teatro di guerra e non aveva mai combattuto) dopo aver partecipato alle operazioni di salvataggio dei superstiti dopo gli attacchi alle Torri Gemelle.
Un vero eroe americano, dunque. Non come il maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, Nidal Hasan, appena condannato a morte per aver ucciso 13 persone nel 2009 a Fort Hood, in Texas: in quel caso l’attentatore, anche se indossava l’uniforme a stelle e strisce, aveva origini straniere e avrebbe agito per punire le aggressioni di Washington contro i paesi musulmani.
Il presidente Barack Obama ha qualificato l’attacco di Washington come ‘atto di vigliaccheria’ prima di sapere che l’aggressore era uno dei suoi. Negli Stati Uniti i codardi supremi sono quegli esponenti della classe politica che, agli ordini delle lobby delle armi, continuano a impedire ogni restrizione alla libera vendita di micidiali congegni da guerra in nome della libertà individuale dei cittadini. Peggio delle dichiarazioni di Obama forse c’è quella del sindaco di Washington, Vincent Gray, secondo il quale “non ci sono segnali che indichino che si sia trattato di un atto terroristico”. E già, perché il terrorismo è quello degli altri, per definizione.
Fonte
Ma stavolta Al Qaeda non c'entra nulla. A sparare all’impazzata all’interno del Navy Yard, un grande edificio della Marina Militare statunitense, non è stato un islamista ceceno o afghano, bensì un terrorista molto americano. Ben 13 i morti rimasti sul terreno, compreso l’attentatore, scuotendo per l’ennesima volta una nazione sempre più intimorita e insicura, e commuovendo un ormai poco credibile Barack Obama, il presidente delle promesse mancate.
Il mostro si chiama Aaron Alexis, definito come un tipo solitario e con un passato violento che gli valse l’espulsione dalla Marina nel 2011. Una vendetta personale quindi, un terrorismo per ‘futili motivi’. Alexis, che aveva 34 anni, era un veterano militare originario del Texas, ed oggi tutti si domandano come da solo sia stato in grado di penetrare i controlli del quartier generale della Marina e di fare strage di 12 persone prima di essere abbattuto. Alcune fonti raccontano che Alexis aveva lavorato come tecnico informatico per l’impresa The Experts, subappaltatrice della Hewlett Packard, e che forse aveva ancora libero accesso al complesso della Marina di Washington e ad altre installazioni militari.
Quando è stato abbattuto dopo un conflitto a fuoco, l'uomo era armato di un fucile semi-automatico AR-15, di un altro fucile e di una pistola semi-automatica Glock. Il 4 settembre del 2010 fu indagato dalla polizia per aver sparato dal tetto del suo appartamento verso un complesso residenziale perché qualche giorno prima una vicina lo aveva rimproverato perché faceva troppo rumore. La moglie dello sparatore dice che da quel momento è sempre stata terrorizzata dal marito, effettivo della riserva della marina militare a Fort Worth (Texas) tra il 2007 e il 2011, cioè per alcuni mesi ancora dopo aver tentato di ammazzare la vicina. Poi, quell’anno, la Marina decise di espellerlo anche sulla base di varie denunce interne per cattiva condotta e insubordinazione. Ora i media statunitensi, gli stessi che ieri adombravano la responsabilità di Al Qaeda nei fatti di Washington, hanno cominciato a scavare nella biografia dell’attentatore. Ed hanno scoperto che nel maggio del 2004 la polizia di Seattle lo aveva arrestato perché aveva sparato contro i pneumatici dell’auto di un operaio edile che lo aveva fatto arrabbiare.
Ma per salvare la faccia a un paese che non riesce – non vuole – bloccare la vendita libera di armi micidiali e che quindi arma coscientemente killer fuori di testa come Alexis, qualche media statunitense oggi ricorda che il ragazzo disse alla polizia di esser stato presente a New York al tempo dei tragici attentati dell’11 settembre e di essere stato shoccato. L’alibi questa volta suona come “Tutta colpa dei nemici degli Stati Uniti”. Come se non bastasse il padre ha raccontato agli investigatori che Aaron soffriva di Sindrome da Stress Post-traumatico (anche se non era mai stato in nessun teatro di guerra e non aveva mai combattuto) dopo aver partecipato alle operazioni di salvataggio dei superstiti dopo gli attacchi alle Torri Gemelle.
Un vero eroe americano, dunque. Non come il maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, Nidal Hasan, appena condannato a morte per aver ucciso 13 persone nel 2009 a Fort Hood, in Texas: in quel caso l’attentatore, anche se indossava l’uniforme a stelle e strisce, aveva origini straniere e avrebbe agito per punire le aggressioni di Washington contro i paesi musulmani.
Il presidente Barack Obama ha qualificato l’attacco di Washington come ‘atto di vigliaccheria’ prima di sapere che l’aggressore era uno dei suoi. Negli Stati Uniti i codardi supremi sono quegli esponenti della classe politica che, agli ordini delle lobby delle armi, continuano a impedire ogni restrizione alla libera vendita di micidiali congegni da guerra in nome della libertà individuale dei cittadini. Peggio delle dichiarazioni di Obama forse c’è quella del sindaco di Washington, Vincent Gray, secondo il quale “non ci sono segnali che indichino che si sia trattato di un atto terroristico”. E già, perché il terrorismo è quello degli altri, per definizione.
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