Un gruppo di studenti di Cambiare Rotta oggi si è recato sotto gli studi de La7, durante la trasmissione l’“Aria che tira” condotta dal giornalista David Parenzo.
Lo stesso Parenzo che accusava gli studenti di “intolleranza” quando lo contestavano per le sue iniziative filosioniste in università, ma che la mattina del 25 Aprile era in piazza al fianco degli energumeni nascosti dietro lo striscione della Brigata Ebraica, resisi responsabili del lancio di petardi, barattoli, sassi e “appelli allo stupro” contro le e i manifestanti solidali con il popolo palestinese.
Una violenza ampiamente documentata questa volta da molti video e articoli dei mass media. Gli studenti recavano uno striscione con su scritto: “Vuoi ancora darci lezioni?” La contestazione si è svolta del tutto tranquillamente.
“Abbiamo portato dei barattoli di mais e ceci, simili a quelli che ieri sono stati scagliati insieme a petardi e sassi dalle fila dei sionisti verso la piazza contro il genocidio in Palestina, depositandoli sotto gli studi de La7: non potrete nascondere la verità. Ci è stata negata la possibilità di salire in trasmissione per dire la nostra ma non ci aspettavamo altro dai media mainstream, così tanto asserviti da non denunciare nemmeno le aggressioni subite dai propri operatori e reporter presenti quel giorno” affermano gli studenti in un comunicato.
“Le immagini di ieri sono inequivocabili e mettono tutti davanti a una scelta: essere coerentemente antifascisti, e quindi schierarsi contro il sionismo, o accettare la violenza, lo squadrismo, le minacce di stupro e le aggressioni dei sionisti contro chi è solidale con un popolo – quello Palestinese – che vive un vero e proprio genocidio.
Evidentemente David Parenzo, ieri alla testa del corteo di squadristi sionisti che volevano profanare il 25 aprile e che sventolavano le bandiere di Israele, ha scelto la seconda opzione” scrivono gli studenti sottolineando che “Dopo ieri si è rotto un incantesimo e avremo memoria lunga su chi prova ad infangare il dissenso giovanile, ma che ora non ne ha più legittimità”.
David Parenzo ovviamente si è ben guardato dall’ospitare gli studenti nella propria trasmissione e dare vita a quel contraddittorio tanto invocato nelle aule universitarie ma negato negli spazi televisivi.
“Io rendo conto di quello che dico e non di altro, ognuno si assume la responsabilità delle proprie parole. Mi hanno messo nel mirino come se fossi un criminale”, ha dichiarato all’ANSA David Parenzo dopo il sit-in organizzato dalle organizzazioni studentesche davanti agli studi di La 7 a Roma.
Al momento del presidio, con i giovani che gli chiedevano di poterlo incontrare, il giornalista era in onda e “avevo una scaletta da rispettare“. In ogni caso, aggiunge, non c’è nulla di cui giustificarsi. “Mi hanno attribuito cose che mai ho fatto” sottolinea, invitando poi tutti “ad abbassare i toni” e a “tornare civili”.
Davide Parenzo la mattina del 25 Aprile era a Porta San Paolo con la Brigata Ebraica, insieme al rabbino capo e al presidente della comunità per deporre una corona di fiori. “Mi hanno messo al centro della loro propaganda e in questo modo si indica il nemico da battere”, conclude il giornalista, ribadendo che querelerà chiunque gli attribuisca di avere preso parte ai momenti di tensione che si sono verificati in piazza.
Davide Parenzo è abituato a interrompere chi parla ed a parlare sopra a chi interviene nei talk show. Insomma non proprio un esempio di correttezza nelle discussioni da offrire alla nuove generazioni.
Alcune settimane fa era stato interrotto e contestato a sua volta in un convegno alla Sapienza organizzato dai giovani di Forza Italia e se ne era lamentato a destra e a manca.
Ma lo scivolone della sua presenza la mattina del 25 Aprile in una parte della piazza che ha dato dimostrazione di estrema aggressività e violenza, sia fisica che verbale, è decisamente una figuraccia dalla quale, quantomeno, avrebbe fatto bene a prendere pubblicamente le distanze.
A chi è abituato a parlare e straparlare qualche volta può accadere di inciampare nelle parole, ma quando si inciampa nei fatti diventa difficile rivendicare una autorevolezza che non si ha.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/04/2024
16/03/2024
Il “vittimismo aggressivo” all’assalto delle università
“I fatti di Napoli” – dopo quelli Roma – rimbalzano sui media e riscuotono la condanna anche del Presidente della Repubblica.
Lo scandalo è sollevato dal rifiuto di una parte consistente degli studenti universitari della Federico II e de La Sapienza di assistere in complice silenzio alle “conferenze” di due giornalisti noti per le loro sparate da sionisti ultrà.
Un breve elenco delle lamentatio è utile a restituire il ridicolo di queste reazioni scandalizzate.
Il rettore, Matteo Lorito, si è affrettato a chiarire che «i giovani della Federico II sono quei 250 che erano in aula e che hanno pazientemente atteso per più di un’ora per poter assistere a un dibattito che a loro stava a cuore». E che, invece, «non ne rappresentano lo spirito» gli studenti «che hanno dato vita a questo parapiglia, con un’azione inqualificabile di intolleranza, non hanno chiesto il confronto e hanno agito anche con la forza».
Scontata anche l’immediata strumentalizzazione da parte della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, del presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, e del presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «È inconcepibile e inaccettabile che l’Università Federico II sia stata costretta a cancellare una conferenza per le intimidazioni e la violenza di un gruppo di facinorosi contro il relatore, Maurizio Molinari, solo perché ebreo».
Il carico da undici è arrivato con la nota di Mattarella: «Con l’università è incompatibile chi pretende di imporre le proprie idee impedendo che possa manifestarle chi la pensa diversamente».
Sorvoliamo sulle altre decine che costituiscono soltanto variazioni individuali su un tema fisso: “viene impedito di parlare”.
Fosse vero, sarebbe certamente grave. Fosse “interruzione di pubblico servizio” – come la paranza fascista schierata in aula al momento della lezione di Donatella Di Cesare – anche più grave (ma in questo caso nessuna istituzione si è detta scandalizzata; strano...).
Sorvoliamo anche sui falsi evidenti (“Molinari zittito solo perché ebreo”), visto che sia i cartelli che gli slogan citavano espressamente il “sionismo”, che è una corrente politica relativamente recente e non condivisa neanche da moltissimi ebrei, anche ultra-ortodossi. Sorvoliamo persino sulla più clamorosa delle falsità – “con la violenza” – perché i video fanno giustizia in entrambi i casi.
Stiamo al punto.
Molinari è il direttore di Repubblica – secondo quotidiano nazionale, sia pure in drammatico declino anche “grazie” alla sua direzione ultra-atlantista e pro-Netanyahu – non un povero testimone di fatti che non trovano spazio mediatico.
Scrive e parla – in televisione, dove è ospite fisso di talk show altrettanto guerrafondai e suprematisti – ogni giorno che dio manda in terra. La sua opinione su qualsiasi evento mondiale è stranota anche perché ripetuta sempre uguale. E nota anche prima di essere espressa (“l’America ha sempre ragione ed è la guida, Israele ha tutti i diritti e i palestinesi nessuno”).
Così anche David Parenzo, contestato una settimana fa a La Sapienza, attualmente conduttore della trasmissione In onda su La7, altrettanto onnipresente in una miriade di talk show.
Entrambi, oltretutto, non sono certo noti per l’“apertura al pluralismo” nei media che controllano, visto che non si registrano lì voci differenti dalla stretta “alternanza” tra esponenti di centrodestra e di centrosinistra, al punto da far sembrare l’evanescente Fratoianni quasi un “autonomo”...
Aggiungiamo anche la considerazione tutt’altro che peregrina che in questi casi l’università viene usata come una location per iniziative “di parte”, non istituzionali. Al pari insomma di assemblee o analoghe iniziative da parte di gruppi di studenti. Per le quali, insomma, è surreale pretendere un regolamento simil-parlamentare...
Ma il punto essenziale è sempre quello: chi è che impedisce di parlare, in questo paese?
Sono i media “ufficiali” (Rai, Mediaset, gruppo Cairo, gruppo Gedi, ecc.) che non ammettono voci discordanti in nessuno spazio, neanche notturno, oppure gruppi di studenti che reagiscono quando “opinion maker” che straparlano tutti i giorni – falsificando e disinformando, quasi sempre – invadono il loro spazio vitale per imporre anche lì la “narrazione” dell’estabishment?
Domanda retorica, certo. Ma è paradossale che i “padroni del megafono” lamentino di essere impossibilitati a parlare... E quando si incontra un paradosso – spiegano i migliori matematici, fisici e filosofi – ci si trova davanti a una contraddizione rivelatrice. Luminosa e semplice, in fondo.
Questi gestori dell’informazione ufficiale sanno, sentono, verificano tutti i giorni, che la loro parola – per la popolazione – vale ormai meno di nulla. Un accento qualsiasi nel rumore di fondo che ottunde il pensiero individuale e collettivo.
Ma i loro emolumenti dipendono comunque dal dimostrare la loro capacità di “presa” nella costruzione dell'“opinione pubblica”. E quindi, se l’audience popolare si allontana da loro, loro devono inseguirla anche fisicamente fin dove è possibile. Anche dentro le università, dove sta rinascendo una capacità di pensiero critico che sembrava da anni addormentata, in caccia di quelle opinioni divergenti che riconoscono un genocidio per quello che viene fatto, non per la religione di chi ne resta vittima.
Sono però troppo riconoscibili. Le loro intrusioni sono “naturalmente” intollerabili. E dunque vengono spesso contestate. Lo sanno anche loro, e per quello insistono. Vanno alla attesa contestazione, con le telecamere al seguito o in mano, a recitare la parte della vittima proprio mentre conducono un’aggressione.
Tecnica consolidata, nell’imperialismo occidentale. In versione Usa, ucraina o israeliana, non cambia mai.
È il “vittimismo aggressivo”. Quello che ormai tre quarti del mondo – e anche la parte migliore dell’Occidente – rifiuta d’istinto.
Fonte
Lo scandalo è sollevato dal rifiuto di una parte consistente degli studenti universitari della Federico II e de La Sapienza di assistere in complice silenzio alle “conferenze” di due giornalisti noti per le loro sparate da sionisti ultrà.
Un breve elenco delle lamentatio è utile a restituire il ridicolo di queste reazioni scandalizzate.
Il rettore, Matteo Lorito, si è affrettato a chiarire che «i giovani della Federico II sono quei 250 che erano in aula e che hanno pazientemente atteso per più di un’ora per poter assistere a un dibattito che a loro stava a cuore». E che, invece, «non ne rappresentano lo spirito» gli studenti «che hanno dato vita a questo parapiglia, con un’azione inqualificabile di intolleranza, non hanno chiesto il confronto e hanno agito anche con la forza».
Scontata anche l’immediata strumentalizzazione da parte della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, del presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, e del presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «È inconcepibile e inaccettabile che l’Università Federico II sia stata costretta a cancellare una conferenza per le intimidazioni e la violenza di un gruppo di facinorosi contro il relatore, Maurizio Molinari, solo perché ebreo».
Il carico da undici è arrivato con la nota di Mattarella: «Con l’università è incompatibile chi pretende di imporre le proprie idee impedendo che possa manifestarle chi la pensa diversamente».
Sorvoliamo sulle altre decine che costituiscono soltanto variazioni individuali su un tema fisso: “viene impedito di parlare”.
Fosse vero, sarebbe certamente grave. Fosse “interruzione di pubblico servizio” – come la paranza fascista schierata in aula al momento della lezione di Donatella Di Cesare – anche più grave (ma in questo caso nessuna istituzione si è detta scandalizzata; strano...).
Sorvoliamo anche sui falsi evidenti (“Molinari zittito solo perché ebreo”), visto che sia i cartelli che gli slogan citavano espressamente il “sionismo”, che è una corrente politica relativamente recente e non condivisa neanche da moltissimi ebrei, anche ultra-ortodossi. Sorvoliamo persino sulla più clamorosa delle falsità – “con la violenza” – perché i video fanno giustizia in entrambi i casi.
Stiamo al punto.
Molinari è il direttore di Repubblica – secondo quotidiano nazionale, sia pure in drammatico declino anche “grazie” alla sua direzione ultra-atlantista e pro-Netanyahu – non un povero testimone di fatti che non trovano spazio mediatico.
Scrive e parla – in televisione, dove è ospite fisso di talk show altrettanto guerrafondai e suprematisti – ogni giorno che dio manda in terra. La sua opinione su qualsiasi evento mondiale è stranota anche perché ripetuta sempre uguale. E nota anche prima di essere espressa (“l’America ha sempre ragione ed è la guida, Israele ha tutti i diritti e i palestinesi nessuno”).
Così anche David Parenzo, contestato una settimana fa a La Sapienza, attualmente conduttore della trasmissione In onda su La7, altrettanto onnipresente in una miriade di talk show.
Entrambi, oltretutto, non sono certo noti per l’“apertura al pluralismo” nei media che controllano, visto che non si registrano lì voci differenti dalla stretta “alternanza” tra esponenti di centrodestra e di centrosinistra, al punto da far sembrare l’evanescente Fratoianni quasi un “autonomo”...
Aggiungiamo anche la considerazione tutt’altro che peregrina che in questi casi l’università viene usata come una location per iniziative “di parte”, non istituzionali. Al pari insomma di assemblee o analoghe iniziative da parte di gruppi di studenti. Per le quali, insomma, è surreale pretendere un regolamento simil-parlamentare...
Ma il punto essenziale è sempre quello: chi è che impedisce di parlare, in questo paese?
Sono i media “ufficiali” (Rai, Mediaset, gruppo Cairo, gruppo Gedi, ecc.) che non ammettono voci discordanti in nessuno spazio, neanche notturno, oppure gruppi di studenti che reagiscono quando “opinion maker” che straparlano tutti i giorni – falsificando e disinformando, quasi sempre – invadono il loro spazio vitale per imporre anche lì la “narrazione” dell’estabishment?
Domanda retorica, certo. Ma è paradossale che i “padroni del megafono” lamentino di essere impossibilitati a parlare... E quando si incontra un paradosso – spiegano i migliori matematici, fisici e filosofi – ci si trova davanti a una contraddizione rivelatrice. Luminosa e semplice, in fondo.
Questi gestori dell’informazione ufficiale sanno, sentono, verificano tutti i giorni, che la loro parola – per la popolazione – vale ormai meno di nulla. Un accento qualsiasi nel rumore di fondo che ottunde il pensiero individuale e collettivo.
Ma i loro emolumenti dipendono comunque dal dimostrare la loro capacità di “presa” nella costruzione dell'“opinione pubblica”. E quindi, se l’audience popolare si allontana da loro, loro devono inseguirla anche fisicamente fin dove è possibile. Anche dentro le università, dove sta rinascendo una capacità di pensiero critico che sembrava da anni addormentata, in caccia di quelle opinioni divergenti che riconoscono un genocidio per quello che viene fatto, non per la religione di chi ne resta vittima.
Sono però troppo riconoscibili. Le loro intrusioni sono “naturalmente” intollerabili. E dunque vengono spesso contestate. Lo sanno anche loro, e per quello insistono. Vanno alla attesa contestazione, con le telecamere al seguito o in mano, a recitare la parte della vittima proprio mentre conducono un’aggressione.
Tecnica consolidata, nell’imperialismo occidentale. In versione Usa, ucraina o israeliana, non cambia mai.
È il “vittimismo aggressivo”. Quello che ormai tre quarti del mondo – e anche la parte migliore dell’Occidente – rifiuta d’istinto.
Fonte
18/10/2017
Giornalisti alla corte di CasaPound. C’è chi dice no
Quello che non ti aspetti è ciò che accade. Dopo la sfilata di giornalisti “democratici” che hanno accettato di andare a confrontarsi con il leaderino dei fascisti di Casa Pound, Di Stefano, finalmente c’è stato qualcuno che ha detto no a questa fiera di una dannosa ipocrisia. Si tratta di Gianluigi Paragone, conduttore del programma “La Gabbia”, che pure si è portato dietro le stigmate di aver messo in piedi una fossa dei leoni dove discorsi seri venivano declinati o impastati con la demagogia più spinta e frequenti pizzichi di “gomblottismo”. Paragone dice no a Casa Pound e lo fa con una dichiarazione pubblicata su il Fatto che riportiamo più sotto.
Prima di lui avevano detto si a Casa Pound professionisti seri come Mentana e conduttori irritanti come Formigli, commentatori baciati immeritatamente dalla fortuna come Porro e personaggi odiosi come Parenzo (in calendario).
Tutti in fila nel dungeon dei fascisti del terzo millennio in nome del “confronto democratico”. Proprio come da anni cerca di affermare la relazione annuale dei servizi segreti che ci descrive i fascisti come bravi ragazzi impegnati nel sociale e attivi sul web “per allargare la base della militanza”. Siamo ben oltre lo sdoganamento, siamo dentro la cooptazione ideologica e materiale di quello che i fascisti hanno rappresentato e rappresentano per la storia passata, recente e presente di questo paese.
Il bistrattato ma esuberante Paragone invece ha detto no ed è giusto rendergli merito: ha strappato il velo dell’ipocrisia.
Qui le sue motivazioni:
“Ero stato invitato da Casapound per presentare il mio libro GangBank. O almeno così avevo capito. Invece scopro che farei parte di una passerella di giornalisti e opinionisti che di volta in volta si confrontano con Simone Di Stefano, vicepresidente del movimento.Fonte
Ci sono già stati Enrico Mentana, Corrado Formigli e Nicola Porro. Poi dovrei esserci io e dopo di me David Parenzo.
Ecco, io mi sfilo. Non mi interessa dover dimostrare di essere democratico perché vado a parlare con Casapound, ci vada chi pensa di doversi far rilasciare dei patentini anche da Casapound perché bisogna piacere a tutti. Io non voglio piacere a tutti. Soprattutto non voglio piacere ai colleghi.
Non ho voglia di partecipare a un dibattito dove ciò che resta è: avete visto come siamo democratici? Lo può dire chi invita tanto quanto lo può dire chi accetta l’invito”.
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