Le piazze di alcune manifestazioni tenutesi ieri a Roma, meritano qualche osservazione, quantomeno per diradare la nebbia e la confusione con cui le hanno coperte l’informazione mainstream e un dibattito politico fortemente allineato al totem del “pilota automatico” europeo.
Nella Capitale, sabato pomeriggio, c’erano tre piazze diverse. A Bocca della verità c’era il (piccolo) serraglio reazionario e neofascista; a San Giovanni c’era l’armata brancaleone sorta intorno all’ex leghista ed ex parlamentare M5S Gianluigi Paragone; a piazza SS Apostoli il Partito Comunista di Marco Rizzo.
I media mainstream, senza eccezioni, hanno liquidato il tutto come le piazze dei No Mask o dei negazionisti, con una operazione piuttosto vergognosa ma indubbiamente facilitata, e in qualche caso forse auspicata, dagli stessi organizzatori delle manifestazioni.
Non merita soffermarsi sulla gente, pochissima, riunitasi a piazza Bocca della Verità contro la “dittatura sanitaria”. Ha ragione da vendere Il Poiana, che li sfotte come quelli che vorrebbero “il duce contro la dittatura”.
A Piazza SS Apostoli c’erano invece i militanti del Partito Comunista di Marco Rizzo, che ormai persegue in loop la pratica della sopravvivenza solitaria e identitaria, rendendo un po’ macchiettistica l’immagine dei comunisti in Italia. In questa piazza i temi erano però più definiti: uscita dall’euro, contro l’Unione Europea e la Nato.
Infine c’era Piazza San Giovanni dove in nome di una indefinita “liberazione” sono confluiti come in una foce nello stagno gli emissari provenienti da nullità diverse: dai seguaci di Vox e di Fusaro a quelli di Sollevazione, dal Fronte Sovranista a gente passata per CasaPound.
Il costituzionalista Paolo Maddalena, inizialmente tirato in ballo, essendo persona seria, da giorni aveva fatto sapere ufficialmente di non essere della partita, come invece annunciato dai manifesti della convocazione.
Tutti riuniti sotto l’ombrello creato da un personaggio come Gianluigi Paragone – passato disinvoltamente dalla direzione di Radio Padania a quella di Libero (come vice), dalla conduzione di talk show “caciaroni” ai Cinque Stelle, e poi ancora altrove – anche questa piazza evocava apparentemente politiche di rottura con l’Unione Europea e l’euro ed invoca l’Italexit, mescolate con sussulti No Mask e No Vax.
Dunque, in almeno due delle tre piazze di sabato, gli obiettivi appaiono assai diversi da quelli dei fulminati mentali che contestano le mascherine e la “dittatura sanitaria frutto di un complotto”.
Fatta questa distinzione, a nostro avviso necessaria, si tratta di chiarire le conseguenze di tale iniziativa.
Abbiamo infatti la netta sensazione che i soggetti che stanno sventolando l’ipotesi dell’Italexit – una ipotesi che, come noto, abbiamo elaborato molto seriamente in questi anni – stiano agendo consapevolmente per depotenziarla e renderla ridicola nell’agenda politica.
Negli ultimi quattro anni, sulla proposta di un referendum contro i Trattati europei, si era lavorato molto concretamente e seriamente. Su questo è nata la piattaforma Eurostop. Ma da questo obiettivo – e la battaglia politica generale di alternativa che ne sarebbe derivata – i soggetti che abbiamo visto agitarsi sabato si sono tenuti giustamente ben alla larga, dentro e fuori il Parlamento. Qualche ragione ci deve essere...
Non solo. I soggetti che abbiamo visto in piazza San Giovanni strepitano più forte possibile – con una copertura mediatica assolutamente sproporzionata rispetto a numeri e “radicamento sociale” – proprio perché ipotesi più congrue e serie non possano affermarsi nel dibattito politico e nelle prospettive di questo paese.
Non è del resto la prima volta che una proposta seria viene ripresa e “agitata” da un consorzio di personaggi improbabili, impresentabili, oltre i confini del ridicolo.
È un vecchio modo di governare, in fondo. Se non vuoi che un’idea prenda piede, metti in piedi una compagnia di comici che la renda una barzelletta...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/10/2020
18/10/2017
Giornalisti alla corte di CasaPound. C’è chi dice no
Quello che non ti aspetti è ciò che accade. Dopo la sfilata di giornalisti “democratici” che hanno accettato di andare a confrontarsi con il leaderino dei fascisti di Casa Pound, Di Stefano, finalmente c’è stato qualcuno che ha detto no a questa fiera di una dannosa ipocrisia. Si tratta di Gianluigi Paragone, conduttore del programma “La Gabbia”, che pure si è portato dietro le stigmate di aver messo in piedi una fossa dei leoni dove discorsi seri venivano declinati o impastati con la demagogia più spinta e frequenti pizzichi di “gomblottismo”. Paragone dice no a Casa Pound e lo fa con una dichiarazione pubblicata su il Fatto che riportiamo più sotto.
Prima di lui avevano detto si a Casa Pound professionisti seri come Mentana e conduttori irritanti come Formigli, commentatori baciati immeritatamente dalla fortuna come Porro e personaggi odiosi come Parenzo (in calendario).
Tutti in fila nel dungeon dei fascisti del terzo millennio in nome del “confronto democratico”. Proprio come da anni cerca di affermare la relazione annuale dei servizi segreti che ci descrive i fascisti come bravi ragazzi impegnati nel sociale e attivi sul web “per allargare la base della militanza”. Siamo ben oltre lo sdoganamento, siamo dentro la cooptazione ideologica e materiale di quello che i fascisti hanno rappresentato e rappresentano per la storia passata, recente e presente di questo paese.
Il bistrattato ma esuberante Paragone invece ha detto no ed è giusto rendergli merito: ha strappato il velo dell’ipocrisia.
Qui le sue motivazioni:
“Ero stato invitato da Casapound per presentare il mio libro GangBank. O almeno così avevo capito. Invece scopro che farei parte di una passerella di giornalisti e opinionisti che di volta in volta si confrontano con Simone Di Stefano, vicepresidente del movimento.Fonte
Ci sono già stati Enrico Mentana, Corrado Formigli e Nicola Porro. Poi dovrei esserci io e dopo di me David Parenzo.
Ecco, io mi sfilo. Non mi interessa dover dimostrare di essere democratico perché vado a parlare con Casapound, ci vada chi pensa di doversi far rilasciare dei patentini anche da Casapound perché bisogna piacere a tutti. Io non voglio piacere a tutti. Soprattutto non voglio piacere ai colleghi.
Non ho voglia di partecipare a un dibattito dove ciò che resta è: avete visto come siamo democratici? Lo può dire chi invita tanto quanto lo può dire chi accetta l’invito”.
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