Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/02/2026

Come i Talk Talk usarono "It's My Life" come una protesta contro la Emi

I Talk Talk sono un classico esempio di band che visse due volte. Pochi gruppi, come quello di Mark Hollis, hanno saputo portare a termine una trasformazione sonora così radicale e spiazzante come quella messa in atto a partire dall’album spartiacque “Spirit Of Eden” del 1988. Pochissimi artisti, o band, sono passati in maniera così radicale da una completa aderenza alle mode musicali, nella prima parte della carriera, a una completa autonomia da queste, cosa avvenuta gradualmente nella seconda fase della loro vita artistica. Il passaggio dal suono relativamente lineare del 1982 all’astrazione quasi cameristica di “Laughing Stock” resta infatti uno degli scarti evolutivi più radicali compiuti da una band nell’arco di cinque dischi, nonché uno dei più influenti, con la creazione di quelle tessiture rarefatte destinate a influenzare la nuova generazione post-rock degli anni Novanta, dai Tortoise ai Godspeed You! Black Emperor.

Ma chi conosce i Talk Talk fin dall’inizio, forse, sarà rimasto meno sorpreso. È nota, infatti, sin dai primi passi discografici, la loro ricerca di un’autonomia creativa, che si traduceva nella sistematica riluttanza ad assecondare le aspettative. Ogni volta che l’industria sembrava averli incasellati, Hollis e soci cambiavano direzione. E se alcune hit ne hanno fatto dei campioni del pop degli anni '80, non è detto che il loro messaggio sia stato compreso appieno...

È il caso proprio della memorabile title track del loro album di maggior successo, “It’s My Life” (1984). All’inizio degli anni Ottanta, come tanti protagonisti di quella stagione, i Talk Talk era stati inseriti nella variegata galassia del synth-pop. Un'etichetta potente come la Emi aveva scommesso su di loro pubblicando il debutto, “The Party's Over”, che si muoveva in un territorio affine a quello di altre formazioni elettroniche dell’epoca. Ma i primi contrasti erano emersi già in quell’occasione. Ad esempio per quanto concerne la travagliata collaborazione con il produttore Colin Thurston, che aveva appena fatto centro con il debutto dei Duran Duran. Contrasti che porteranno Thurston a lasciare la produzione in corso d'opera, spingendo così Mark Hollis, Paul Weeb e Lee Harris a cercare da soli una direzione artistica più soddisfacente affidandosi anche ai consigli di Tim Friese-Greene, che non rientra nella line-up ufficiale della band, ma si può considerare da questo momento in poi il "quarto uomo" dei Talk Talk: diventa infatti produttore, tastierista e compositore insieme a Hollis di quasi tutti i brani. E gli effetti di questo inserimento maturano nel secondo album della band londinese, che affonda le radici ancora nel campo del synth-pop, seppur rivisitato a modo loro, con un’eleganza e un’originalità non comuni, e qualche inserto acustico, che avrebbe poi progressivamente guadagnato sempre più terreno nella loro produzione.

In superficie, “It’s My Life”, scelta anche come primo singolo dell’Lp, appare come un brano synth-pop elegante, costruito su un impianto melodico accessibile. Il testo sembra raccontare una frattura sentimentale, un dialogo interrotto. In realtà, come ha ricordato il magazine Far Out, la genesi del pezzo è legata a un conflitto con la casa discografica. Dopo l’uscita del disco d’esordio, infatti, i Talk Talk furono inseriti in un circuito promozionale intensivo, culminato in un tour insieme ai Duran Duran. L’abbinamento rispondeva a una logica industriale elementare: due gruppi synth-pop nello stesso cartellone. Per Hollis, però, interviste, obblighi televisivi e tournée forzate rappresentavano una distrazione dal lavoro in studio, l’unico che gli interessava davvero. Così il ritornello “It’s my life, don’t you forget” assume un significato diverso e molto chiaro: non un messaggio rivolto all’amata, ma una fiera rivendicazione di autonomia artistica. Hollis, in sostanza, rivendica che la direzione creativa spetta solo alla band, non agli uffici marketing della Emi.

Non è insomma la consueta dichiarazione sentimentale travestita da singolo pop. Qui il baricentro si sposta altrove: dedizione, disciplina interiore, determinazione. Hollis lascia filtrare un’esigenza di autonomia, il desiderio di sottrarsi al rumore, di ritagliarsi uno spazio di silenzio e concentrazione, con versi come “Funny how I blind myself, I never knew/ If I was sometimes played upon, afraid to lose/ I’d tell myself, what good do you do/ Convince myself”. Un disagio non soltanto affettivo, dunque, che riguarda prima di tutto la sfera mentale, il conflitto tra esposizione pubblica ed esigenza di intimità e riflessione.

La tensione latente nel brano si renderà ancora più esplicita nel videoclip, diretto da Tim Pope, figura chiave dell’estetica pop britannica anni Ottanta (dai Cure agli Wham!). Il regista, infatti, costruisce un dispositivo apertamente polemico contro il lip-synching, prendendo le distanze da una delle convenzioni più consolidate dell’industria musicale. Al posto della performance canonica, il montaggio alterna sequenze naturalistiche – con varie riprese di fenicotteri, leopardi, zebre, antilopi, canguri e struzzi, tratte dal documentario della BBC “Life on Earth” – a inquadrature di Mark Hollis isolato, privo dei compagni, immobile e con le labbra serrate. Come a voler rimarcare la distanza tra la libertà degli animali, osservati nel loro habitat in una dimensione incontaminata, e il senso di costrizione del frontman, con alcuni inserti animati che si sovrappongono alla sua bocca, creando l’illusione che stia cantando. Il video amplifica così il senso di incomunicabilità già presente nel brano, mettendo in scena un protagonista che sembra scegliere l’isolamento, forse proprio come via d’uscita – forse suggerita dall’occhiolino finale. Hollis, spesso con le mani affondate nelle tasche del cappotto, mantiene un’espressione accigliata, interrotta solo da brevi accenni di leggerezza. Un’alternanza che rende palpabile la schizofrenia del brano, scisso tra la melodia luminosa del ritornello e il senso di profonda malinconia che lo pervade.

Lo spirito polemico del videoclip non sfuggirà alla Emi, che chiederà di realizzarne una nuova versione più “convenzionale”. La risposta della band sarà un secondo video in cui Hollis mima il brano dal vivo in modo volutamente goffo davanti a un green screen che proietta le immagini originali, con immutata critica al playback. Una vera e propria parodia del format promozionale per antonomasia, concepita, di fatto, per svuotarlo dall’interno.

Il risultato sarà paradossale. “It’s My Life” otterrà un notevole riscontro negli Stati Uniti, diventando il primo vero successo del gruppo nel mercato americano e raggiungendo persino la vetta della classifica dance di Billboard. Proprio quel formidabile riscontro commerciale costringerà la Emi a concedere maggiore libertà operativa a Hollis e compagni. Così con il terzo album, “The Colour Of Spring”, i Talk Talk inizieranno a scrollarsi di dosso definitivamente l’etichetta synth-pop che l’industria aveva cercato di affibbiargli. Proprio l’apice del successo commerciale della band inglese conteneva in nuce i semi della futura rivoluzione anti-sistema che l’avrebbe allontanata dalle classifiche mainstream, garantendole però il sempiterno affetto dei suoi fan.

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11/05/2024

“Censura!”. L’unico dissenso ammesso è quello morto...

Chiagn’e fotte... È la cifra più autentica del potere attuale. Vigliacco, retrogrado, finto moralista e “garantista” solo con i propri peggiori rappresentanti (quelli che incappano nelle precarie reti della magistratura).

Sapete già tutti che ieri mattina la “ministra della famiglia”, Roccella, è stata contestata da una cinquantina di attiviste di vari collettivi tranfemministi (Arancne, Artemis, ecc.) durante l’apertura di un convegno pomposamente battezzato “stati generali della natalità”.

Una sorta di chiamata a raccolta dei cattolici più retrogradi per mettere a punto una “narrazione” secondo cui il calo drammatico delle nascite (oltre il 60% in meno rispetto a 60 anni fa) sarebbe colpa di “troppi aborti” (in drastico calo anch’essi, ohibò) e di una “cattiva informazione” somministrata alle donne che decidono di abortire.

Mai uno, di questi imbecilli reazionari, che guardi le tabelle dei salari per vedere come l’Italia sia invece l’unico paese al mondo in cui negli ultimi 30 anni sono addirittura scesi in termini reali, dunque drammaticamente sotto il livello della riproduzione. E infatti non ci si riproduce...

La ministra è stata sonoramente contestata da qualche decina di ragazze, fin quando non se n’è andata sdegnosamente indispettita.

Subito dopo è scattata la caccia ai “violenti”, la richiesta di “solidarietà” anche ai partiti della sedicente opposizione, la condanna della “censura”.

E “censura!” è diventata subito una parola da ripetere ossessivamente, secondo i dettami di Goebbels (“mentite, mentite... qualcosa resterà”).

Persino qualche liberal-atlantista di lungo corso non se l’è sentita di avallare questa idiozia interessata, argomentando – com’è scontato – che un ministro, una personalità politica, e persino un giornalista, in realtà parla tutti i giorni, molte volte al giorno, in diversi consessi e contesti.

E la cosa più normale che possa accadere è che riceva – una volta ogni tot mesi – qualche fischio nella selva di applausi a comando in stile talk show (dove, in effetti, nessuno viene mai contestato, forse perché il pubblico è fatto di comparse retribuite...).

Il liberale strafottente arriva a consigliare persino un sorriso, davanti a quelle grida, perché “tanto, passato qualche minuto, tutto finisce e quello che gli studenti o i contestatori volevano dire scomparirà dalle cronache; perché tanto le scriviamo noi e a quelli la parola non gliela diamo mai, se non per criminalizzarli”.

Quasi perfetto. Si omette ovviamente di ricordare che la censura – quella vera – viene fatta da un potere (politico, mediatico, ecc.) che decide quali contenuti o messaggi devono o possono “passare” da una testa alla pubblica opinione. E questo accade tutti i giorni, a tutte le ore, ogni singolo minuto. Perché viviamo in un sistema regolato da poteri, non nel mondo della “libertà di esprimere le proprie opinioni”. Chi non ha quel potere – o altri... – non può censurare nessuno, neanche un proprio eguale. Figuriamoci chi comanda...

Il trucco usato dalla ministra Roccella e dai suoi eguali, come da quasi tutto l’establishment politico-mediatico è... buttarla in ideologia.

Si fa finta che un ministro o un giornalista famoso sia alla pari con uno studente, un attivista, un lavoratore, un ambientalista vero (non Bonelli, insomma...), in un immaginario studio televisivo dove il conduttore dà la parola a tutti a turno, e dunque basta attendere pazientemente e alla fine riesci a dire quel che hai da dire.

Tutto falso. Nella realtà quotidiana quel microfono immaginario – a uno studente, un lavoratore, ecc. – non arriva mai, mentre “quegli altri” parlano sempre. Anzi, li pagano pure, per dire quel che viene loro ordinato.

Abbiamo visto all’opera la stessa logica bastarda e repressiva quando gruppi di studenti hanno contestato Maurizio Molinari (direttore di Repubblica, non di un bollettino di quartiere...) e David Parenzo (conduttore de La7, non di una radiolina online), andati – loro – nelle università a spiegare in viva voce perché Israele ha il diritto di compiere un genocidio, se gli va. E in viva voce hanno preso pernacchie...

“Censura!”.

Ma censura de che? Perché una mattina, del tutto fuori dal loro ambito operativo abituale, hanno sbattuto in faccia contro quell’“opinione” che sui media da loro gestiti non apparirà mai?

Questi studenti (lavoratori, ambientalisti veri, ecc.) la parola se la devono prendere da soli, perché nessuno gliela fa esprimere pubblicamente.

E lo fanno con intelligenza, determinazione, in modo assolutamente non violento (se non altro perché sanno che in quel caso verrebbe rovesciata loro addosso una valanga di sbirri che neanche a Totò Riina...).

“Censura!”. A questo è ridotto il potere in crisi nell’“Occidente collettivo”. A recitare la parte della vittima mentre massacra impunemente migliaia di civili, contro ogni legge internazionale e ogni sentimento umano. Addirittura mentre il proprio campione, “l’unica democrazia del Medio Oriente” (falso come Giuda anche questo...), è sotto processo presso una Corte istituita per tutt’altri obiettivi (bastonare i “nemici dell’Occidente”) ma fondata su quei princìpi che dice di rappresentare e quotidianamente viola.

Continuiamo a prenderci la parola. Perché tanto l’unico “dissenso” che questo potere ridicolo e infame è disposto a sopportare è quello che non si fa sentire mai. Un mugugno solitario, insomma, e soprattutto silenzioso. Cadaverico, ecco...

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Quella delle piazze si chiama contestazione, quella del potere si chiama censura

“Libero fischio in libero stato”. Così il Presidente Pertini rivendicava il diritto della gente a fischiare i potenti in una repubblica fondata sulla libertà. Era veramente un altra era e un altro paese rispetto a quello in cui siamo costretti a vivere.

L’ennesimo episodio di vittimismo aggressivo da parte degli esponenti di governo appare insopportabile. In queste settimane abbiamo visto ministri ma anche direttori di giornali o conduttori televisivi che dispongono di mille mezzi e occasioni per parlare, dare vita a piagnistei indecenti perché in qualche aula universitaria o atto pubblico sono stati contestati, in particolare da ragazzi giovani e giovanissimi.

La ministra Roccella, ex radicale che ha sentito poi il richiamo della foresta della destra, ieri è stata contestata da un gruppo di studentesse che protestavano per l’emendamento truffaldino che Fratelli d’Italia ha infilato all’ultimo minuto nel PNRR per consentire agli antiabortisti di presidiare i consultori pubblici.

La ministra ha deciso di andare via dal convegno degli Stati Generali della Natalità e, in questo forse allenata dal suo passato nel Partito Radicale, ha scatenato subito una campagna di “vittimismo aggressivo” sul quale i neofascisti italiani “de panza e de governo” ricorrono sistematicamente. Nascondere l’aggressore dietro la vittima, o il potere dietro una finta impotenza, sta diventando uno sport molto diffuso in Occidente. E in questo c’è anche un forte sapore di anni Trenta del secolo scorso.

Giustamente Tommaso Montanari commenta che “Alla signora ministra Roccella sfugge l’abc della dinamica democratica: è dal basso che si contesta chi si trova in alto, e ha mille possibili tribune, mentre è dall’alto che si censura chi si trova in basso e ne ha infinitamente di meno, spesso nessuna”.

In pratica chi ha il potere (politico, mediatico, repressivo etc.) intende affermare di essere sullo stesso piano di chi il potere non lo ha e spesso non dispone neanche dei mezzi legali per criticarlo (spazi televisivi, giornali, occasioni pubbliche). Ma chi detiene il potere non riesce ad accettare l’idea che la società sia più in movimento e articolata dei sepolcri imbiancati che sono soliti frequentare e che dentro la società si manifesti dissenso e opposizione contro il governo.

E allora, per dirla con Pertini, che ci sia libero fischio in libero stato, finché sarà possibile, finché faremo tutto il possibile.

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29/04/2024

L’Italia ha perduto la sua “innocenza”. Contestato a Tunisi il ministro Sangiuliano e lo stand italiano

A Tunisi un gruppo di attivisti filopalestinesi ha fatto irruzione nello stand dell’Italia alla Fiera del Libro di Tunisi, nel momento in cui era presente il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, intonando slogan e sventolando bandiere palestinesi, inducendo il ministro ad allontanarsi.

Gli attivisti hanno fatto irruzione nello stand, sventolando le bandiere della Palestina e della Tunisia e intonando slogan contro l’Italia. Tra gli slogan urlati c’erano frasi come “Italia fascista, Italia sionista”. Questo incidente ha indotto il ministro Sangiuliano a lasciare lo stand.

Per molti anni l’Italia e i suoi governi hanno vissuto di rendita dei buoni rapporti passati con il mondo arabo. Ma le scelte di politica estera degli ultimi venti anni hanno via via collocato progressivamente l’Italia nella pattuglia delle potenze occidentali sempre più invise al resto del mondo. Ultima in ordine di tempo la scelta di essere complici di Israele contro le istanze del popolo palestinese e l’aver inviato una flotta militare nel Mar Rosso.

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27/04/2024

Il clamoroso scivolone del 25 Aprile di Parenzo

Un gruppo di studenti di Cambiare Rotta oggi si è recato sotto gli studi de La7, durante la trasmissione l’“Aria che tira” condotta dal giornalista David Parenzo.

Lo stesso Parenzo che accusava gli studenti di “intolleranza” quando lo contestavano per le sue iniziative filosioniste in università, ma che la mattina del 25 Aprile era in piazza al fianco degli energumeni nascosti dietro lo striscione della Brigata Ebraica, resisi responsabili del lancio di petardi, barattoli, sassi e “appelli allo stupro” contro le e i manifestanti solidali con il popolo palestinese.

Una violenza ampiamente documentata questa volta da molti video e articoli dei mass media. Gli studenti recavano uno striscione con su scritto: “Vuoi ancora darci lezioni?” La contestazione si è svolta del tutto tranquillamente.

“Abbiamo portato dei barattoli di mais e ceci, simili a quelli che ieri sono stati scagliati insieme a petardi e sassi dalle fila dei sionisti verso la piazza contro il genocidio in Palestina, depositandoli sotto gli studi de La7: non potrete nascondere la verità. Ci è stata negata la possibilità di salire in trasmissione per dire la nostra ma non ci aspettavamo altro dai media mainstream, così tanto asserviti da non denunciare nemmeno le aggressioni subite dai propri operatori e reporter presenti quel giorno” affermano gli studenti in un comunicato.

“Le immagini di ieri sono inequivocabili e mettono tutti davanti a una scelta: essere coerentemente antifascisti, e quindi schierarsi contro il sionismo, o accettare la violenza, lo squadrismo, le minacce di stupro e le aggressioni dei sionisti contro chi è solidale con un popolo – quello Palestinese – che vive un vero e proprio genocidio.
Evidentemente David Parenzo, ieri alla testa del corteo di squadristi sionisti che volevano profanare il 25 aprile e che sventolavano le bandiere di Israele, ha scelto la seconda opzione” scrivono gli studenti sottolineando che “Dopo ieri si è rotto un incantesimo e avremo memoria lunga su chi prova ad infangare il dissenso giovanile, ma che ora non ne ha più legittimità”.

David Parenzo ovviamente si è ben guardato dall’ospitare gli studenti nella propria trasmissione e dare vita a quel contraddittorio tanto invocato nelle aule universitarie ma negato negli spazi televisivi.

“Io rendo conto di quello che dico e non di altro, ognuno si assume la responsabilità delle proprie parole. Mi hanno messo nel mirino come se fossi un criminale”, ha dichiarato all’ANSA David Parenzo dopo il sit-in organizzato dalle organizzazioni studentesche davanti agli studi di La 7 a Roma.

Al momento del presidio, con i giovani che gli chiedevano di poterlo incontrare, il giornalista era in onda e “avevo una scaletta da rispettare“. In ogni caso, aggiunge, non c’è nulla di cui giustificarsi. “Mi hanno attribuito cose che mai ho fatto” sottolinea, invitando poi tutti “ad abbassare i toni” e a “tornare civili”.

Davide Parenzo la mattina del 25 Aprile era a Porta San Paolo con la Brigata Ebraica, insieme al rabbino capo e al presidente della comunità per deporre una corona di fiori. “Mi hanno messo al centro della loro propaganda e in questo modo si indica il nemico da battere”, conclude il giornalista, ribadendo che querelerà chiunque gli attribuisca di avere preso parte ai momenti di tensione che si sono verificati in piazza.

Davide Parenzo è abituato a interrompere chi parla ed a parlare sopra a chi interviene nei talk show. Insomma non proprio un esempio di correttezza nelle discussioni da offrire alla nuove generazioni.

Alcune settimane fa era stato interrotto e contestato a sua volta in un convegno alla Sapienza organizzato dai giovani di Forza Italia e se ne era lamentato a destra e a manca.

Ma lo scivolone della sua presenza la mattina del 25 Aprile in una parte della piazza che ha dato dimostrazione di estrema aggressività e violenza, sia fisica che verbale, è decisamente una figuraccia dalla quale, quantomeno, avrebbe fatto bene a prendere pubblicamente le distanze.

A chi è abituato a parlare e straparlare qualche volta può accadere di inciampare nelle parole, ma quando si inciampa nei fatti diventa difficile rivendicare una autorevolezza che non si ha.

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16/03/2024

Il “vittimismo aggressivo” all’assalto delle università

I fatti di Napoli” – dopo quelli Roma – rimbalzano sui media e riscuotono la condanna anche del Presidente della Repubblica.

Lo scandalo è sollevato dal rifiuto di una parte consistente degli studenti universitari della Federico II e de La Sapienza di assistere in complice silenzio alle “conferenze” di due giornalisti noti per le loro sparate da sionisti ultrà.

Un breve elenco delle lamentatio è utile a restituire il ridicolo di queste reazioni scandalizzate.

Il rettore, Matteo Lorito, si è affrettato a chiarire che «i giovani della Federico II sono quei 250 che erano in aula e che hanno pazientemente atteso per più di un’ora per poter assistere a un dibattito che a loro stava a cuore». E che, invece, «non ne rappresentano lo spirito» gli studenti «che hanno dato vita a questo parapiglia, con un’azione inqualificabile di intolleranza, non hanno chiesto il confronto e hanno agito anche con la forza».

Scontata anche l’immediata strumentalizzazione da parte della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, del presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, e del presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «È inconcepibile e inaccettabile che l’Università Federico II sia stata costretta a cancellare una conferenza per le intimidazioni e la violenza di un gruppo di facinorosi contro il relatore, Maurizio Molinari, solo perché ebreo».

Il carico da undici è arrivato con la nota di Mattarella: «Con l’università è incompatibile chi pretende di imporre le proprie idee impedendo che possa manifestarle chi la pensa diversamente».

Sorvoliamo sulle altre decine che costituiscono soltanto variazioni individuali su un tema fisso: “viene impedito di parlare”.

Fosse vero, sarebbe certamente grave. Fosse “interruzione di pubblico servizio” – come la paranza fascista schierata in aula al momento della lezione di Donatella Di Cesare – anche più grave (ma in questo caso nessuna istituzione si è detta scandalizzata; strano...).

Sorvoliamo anche sui falsi evidenti (“Molinari zittito solo perché ebreo”), visto che sia i cartelli che gli slogan citavano espressamente il “sionismo”, che è una corrente politica relativamente recente e non condivisa neanche da moltissimi ebrei, anche ultra-ortodossi. Sorvoliamo persino sulla più clamorosa delle falsità – “con la violenza” – perché i video fanno giustizia in entrambi i casi.

Stiamo al punto.

Molinari è il direttore di Repubblica – secondo quotidiano nazionale, sia pure in drammatico declino anche “grazie” alla sua direzione ultra-atlantista e pro-Netanyahu – non un povero testimone di fatti che non trovano spazio mediatico.

Scrive e parla – in televisione, dove è ospite fisso di talk show altrettanto guerrafondai e suprematisti – ogni giorno che dio manda in terra. La sua opinione su qualsiasi evento mondiale è stranota anche perché ripetuta sempre uguale. E nota anche prima di essere espressa (“l’America ha sempre ragione ed è la guida, Israele ha tutti i diritti e i palestinesi nessuno”).

Così anche David Parenzo, contestato una settimana fa a La Sapienza, attualmente conduttore della trasmissione In onda su La7, altrettanto onnipresente in una miriade di talk show.

Entrambi, oltretutto, non sono certo noti per l’“apertura al pluralismo” nei media che controllano, visto che non si registrano lì voci differenti dalla stretta “alternanza” tra esponenti di centrodestra e di centrosinistra, al punto da far sembrare l’evanescente Fratoianni quasi un “autonomo”...

Aggiungiamo anche la considerazione tutt’altro che peregrina che in questi casi l’università viene usata come una location per iniziative “di parte”, non istituzionali. Al pari insomma di assemblee o analoghe iniziative da parte di gruppi di studenti. Per le quali, insomma, è surreale pretendere un regolamento simil-parlamentare...

Ma il punto essenziale è sempre quello: chi è che impedisce di parlare, in questo paese?

Sono i media “ufficiali” (Rai, Mediaset, gruppo Cairo, gruppo Gedi, ecc.) che non ammettono voci discordanti in nessuno spazio, neanche notturno, oppure gruppi di studenti che reagiscono quando “opinion maker” che straparlano tutti i giorni – falsificando e disinformando, quasi sempre – invadono il loro spazio vitale per imporre anche lì la “narrazione” dell’estabishment?

Domanda retorica, certo. Ma è paradossale che i “padroni del megafono” lamentino di essere impossibilitati a parlare... E quando si incontra un paradosso – spiegano i migliori matematici, fisici e filosofi – ci si trova davanti a una contraddizione rivelatrice. Luminosa e semplice, in fondo.

Questi gestori dell’informazione ufficiale sanno, sentono, verificano tutti i giorni, che la loro parola – per la popolazione – vale ormai meno di nulla. Un accento qualsiasi nel rumore di fondo che ottunde il pensiero individuale e collettivo.

Ma i loro emolumenti dipendono comunque dal dimostrare la loro capacità di “presa” nella costruzione dell'“opinione pubblica”. E quindi, se l’audience popolare si allontana da loro, loro devono inseguirla anche fisicamente fin dove è possibile. Anche dentro le università, dove sta rinascendo una capacità di pensiero critico che sembrava da anni addormentata, in caccia di quelle opinioni divergenti che riconoscono un genocidio per quello che viene fatto, non per la religione di chi ne resta vittima.

Sono però troppo riconoscibili. Le loro intrusioni sono “naturalmente” intollerabili. E dunque vengono spesso contestate. Lo sanno anche loro, e per quello insistono. Vanno alla attesa contestazione, con le telecamere al seguito o in mano, a recitare la parte della vittima proprio mentre conducono un’aggressione.

Tecnica consolidata, nell’imperialismo occidentale. In versione Usa, ucraina o israeliana, non cambia mai.

È il “vittimismo aggressivo”. Quello che ormai tre quarti del mondo – e anche la parte migliore dell’Occidente – rifiuta d’istinto.

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22/05/2023

Salvini a Bologna, contestato in Prefettura

Protagonisti i promotori dell’assemblea “sos emilia romagna, soldi ai territori non alle armi”.

Per la costruzione di una manifestazione regionale per un 2 giugno per la terra e contro la guerra .

Qui il video della contestazione.

Il ministro Salvini è venuto a Bologna per una conferenza stampa con le autorità competenti in merito alla gestione dei danni dovuti all’alluvione che ancora in queste ore sta colpendo i territori dell’Emilia Romagna.

Dopo giorni che viviamo le tragiche conseguenze dell’alluvione e spaliamo nel fango per aiutare le persone che stanno subendo i danni maggiori in tutta la regione e in Romagna in particolare, non possiamo accettare la pelosa ipocrisia di chi ha votato l’aumento delle spese militari dirottando risorse pubbliche e gettando benzina sul fuoco sull’attuale escalation bellica.

“In queste ore tragiche, il nostro territorio non può subire l’affronto di chi semina morte e si prepara a investire oltre 13 miliardi di euro di fondi pubblici (secondo le stime più restrittive) per la realizzazione dell’inutile e dannoso Ponte sullo Stretto di Messina” – afferma Marta Collot, portavoce nazionale di PaP e membro del Coordinamento Nazionale di Unione Popolare.

“L‘intera classe dirigente, il governo e tutta la classe politica da destra al centrosinistra che governa la Regione Emilia Romagna dovrebbero riconoscere il loro fallimento nella gestione della crisi climatica affrontata con cementificazione e consumo di suolo, quando il territorio nazionale dalla Sicilia al Piemonte vede infrastrutture viarie cadere letteralmente a pezzi e i corsi fluviali necessiterebbero di lavori enormi“.

Rilanciamo l’appello di convocazione per l’assemblea regionale che si terrà la sera del 24 maggio in piazza San Rocco.

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Mercoledì 24 maggio | Ore 20:30 | Piazza San Rocco (incrocio via del Pratello/Via Calari)

ASSEMBLEA PUBBLICA per costruire una manifestazione il 2 giugno per la terra contro la guerra: soldi ai territori e non alle armi!

Mentre organizziamo la solidarietà concreta con le decine di migliaia persone colpite dall’alluvione, non possiamo stare zitti di fronte alle responsabilità che hanno portato all’ennesima “tragedia annunciata”, responsabilità che stanno tutte nella mancata risposta al cambiamento climatico, affrontato a occhi chiusi proseguendo con l’urbanizzazione sfrenata consentita da nuove leggi regionali disastrose, con la continua impermeabilizzazione del suolo, con la deregolamentazione del mercato immobiliare, con gli scarsi o mancati investimenti nella salvaguardia e manutenzione costante del territorio, con la logica del profitto anteposto agli interessi sociali.

Tutto ciò fa del “sistema Emilia-Romagna” la regione con il più elevato dissesto idrogeologico d’Italia in cui il partito unico degli affari e del cemento continua a farla da padrone.

Il cambiamento climatico fa sì che eventi climatici “estremi” come quelli di Maggio saranno la nuova normalità, alternati a lunghe fasi di siccità. A Maggio si è mostrato in maniera lampante come dovrebbero cambiare le priorità che governano la nostra società.

Le priorità dovrebbero essere opere diffuse di messa in sicurezza di argini e vie d’acqua, dovrebbe essere un’urbanistica adattata alle nuove condizioni, dovrebbe essere la messa a servizio delle risorse pubbliche per il soccorso. Però, il modello di sviluppo dell’Emilia-Romagna va nella direzione completamente opposta a quella auspicabile.

La nostra regione è la più inquinata d’Europa, la terza regione in Italia per consumo di suolo. Nella nostra regione si prosegue a costruire il Passante di Mezzo che allarga l’autostrada a 18 corsie e si vogliono costruire l’Autostrada Cispadana (Rolo-Reggiolo/Ferrara: 67 Km) e la Bretella autostradale Campogalliano-Sassuolo.

Sono le conseguenze di una regione governata da un grumo di interessi materiali capitanati dal PD che governano questa regione da decenni, con la copertura degli alleati “di sinistra” e “ecologisti” che mettono la tinta green su una gestione disastrosa. Un grumo di interessi che occupa anche lo spazio della cosiddetta “opposizione di destra”, che infatti sostiene tutti i grandi progetti, al limite con qualche balletto di facciata col governo nazionale.

Quello che mettiamo sotto accusa è un intero progetto di “sviluppo” che fa diventare la Pianura Padana un grande centro della logistica. Un progetto di “sviluppo” che deve continuare a espandere il traffico aereo. Un progetto di “sviluppo” che ha bisogno dei rigassificatori. Un progetto “di sviluppo” dal posizionamento del nostro paese dentro un blocco euro-atlantico che prevede più spesa militare e meno per i bisogni della popolazione.

Chiamiamo questa assemblea per costruire una mobilitazione regionale il 2 Giugno, nel giorno della Repubblica che viene trasformato anno dopo anno nel giorno delle forze armate. Una mobilitazione regionale per la nostra terra e per la Terra in generale, contro la guerra. Una manifestazione regionale per dire che la solidarietà non è solo spalare fango, ma anche esigere giustizia e verità per le vittime di questo modello “di sviluppo”.

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21/05/2023

Dal “Saloon” del libro a quello nella società

Il fatto è semplice, la reazione neanche un po’. Ma proprio per questo risulta rivelatrice di una subcultura politica. Immancabilmente reazionaria.

Cominciamo dai fatti.

Al Salone del Libro di Torino la ministra alla Famiglia Eugenia Roccella è stata contestata dagli attivisti di Extinction Rebellion e dalle femministe di Non una di Meno al grido di «sul mio corpo decido io» e «fuori lo Stato dalle mie mutande», in riferimento al diritto all’aborto.

Alcuni si sono distesi a terra, altre di sono tolte le magliette mostrando sull’addome la scritta ‘Aborto libero’ e ‘Ru426 in ogni ospedale’ (è noto che il diritto all’aborto viene di fatto svuotato da molti ostacoli “amministrativi” assolutamente speciosi).

Appena ha iniziato a parlare del suo libro gli attivisti hanno dato il via alle proteste fino a quando Roccella ha chiesto un confronto pubblico, invitando chi protestava a spiegare le proprie ragioni. Una portavoce è quindi salita sul palco per leggere un comunicato.

Poteva finire lì e probabilmente non sarebbe successo altro.

La ministra però ci ha tenuto controproporre la propria visione del mondo, evitando accuratamente i temi che contrappongono i movimenti delle donne e questo governo, preferendo ricorrere strumentalmente al solito tema che NON è al centro della discussione: «Lottate contro l’utero in affitto insieme a noi, contro la mercificazione del corpo delle donne, lottate contro un mercato razzista dove i figli delle donne nere costano meno di quelle bianche».

Una frase che che di fatto ammette la pratica dell’”utero in affitto” ma finge di indignarsi perché i “prezzi di mercato” penalizzano le donne non-bianche (è risaputo che la “domanda solvibile” di figli nati da altre donne viene quasi esclusivamente dalle classi molto benestanti dell’Occidente neoliberista ed euro-atlantico, in genere “bianchi e cristiani”).

Il direttore del Salone del Libro uscente, lo scrittore Nicola Lagioia, nel tentativo di gestire con un po’ di diplomazia la situazione che si era venuta a creare, ha parlato di “contestazione legittima in democrazia” e ha invitato le due parti a trovare un modo di dialogare tra loro.

Non gli è andata benissimo. La deputata di Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli. Lo ha quasi fisicamente aggredito urlandogli a più riprese: «Vergognati, come fai a dire che questa è una contestazione legittima con tutti i soldi che pigli?».

Peccato che la signora Montaruli sia però l’ultima a poter pontificare sugli emolumenti altrui derivanti da un incarico pubblico (ammesso e niente affatto concesso che il prendere un buon assegno come direttore del Salone obblighi a schierarsi con il governo contro dei manifestanti).

La deputata Montaruli è stata infatti costretta a dimettersi dalla carica di sottosegretaria all’università (!?), a febbraio, in seguito alla condanna definitiva a un anno e sei mesi per peculato nel processo ‘Rimborsopoli’ della Regione Piemonte. Evidentemente “i soldi” costituiscono l’alfa e l’omega del suo immaginario...

Ma anche la reazione della ministra Roccella – a contestazione finita, con le attiviste portate via di peso dalla polizia – va almeno un attimo soppesata. “Mi ha colpito, e sinceramente mi addolora, che delle donne abbiano impedito ad altre donne di parlare, presentando un libro che parla molto di donne e di femminismo, e che avrebbe stupito quelle ragazze, se lo avessero letto”.

Lasciamo da parte il legittimo ma ininfluente desiderio di vendere più copie (un ministro e deputato guadagna in un mese certamente molto di più di quanto potrà ricevere come diritti di autore), ed anche la “posa” vittimista.

Il cuore dell’argomento è infatti “donne che hanno impedito ad altre donne di parlare”.

Vediamo queste donne in contrapposizione.

Da un lato una ministra (spalleggiata da una deputata, protetta da una scorta di polizia...), che praticamente può parlare in ogni dove per 24 ore al giorno. Intanto “con gli atti”, in quanto ministro, con cui prende decisioni che incidono sulla vita di tutti e tutte. E poi con dichiarazioni, interviste, presenze a forum, dibattiti, cerimonie, inaugurazioni, ecc.

Dall’altro attiviste che da anni o decenni portano avanti rivendicazioni che nessun governo – né di “controsinistra” né tanto meno di destra – ha mai preso seriamente in considerazione. Donne (e uomini) che non hanno letteralmente voce pubblica, al massimo una pagina social da cui parlare alla propria “bolla”.

E che perciò, come in ogni società umana, fin dalla notte dei tempi, usano la propria voce fisica quando finalmente riescono ad avere davanti un rappresentate del potere (uomo o donna non fa davvero differenza). E quindi urlano, fischiano, battono le mani. Fino a coprire il volume degli altoparlanti usati dal potente di turno.

Il quale – come ha fatto la Roccella – si offende grandemente e grida alla “lesa democrazia”. Rivelando così cosa intenda davvero con la parola “democrazia”: il proprio diritto a comandare e “voi dovete solo tacere”.

Arrivati a sedere su certe poltrone in virtù di obbedienze, quasi sempre senza alcun particolare “merito” pregresso, scarsi quanto ad argomentazioni e competenze, gli esponenti di tutta la “classe politica” presente possono sperare di imporsi nelle menti della popolazione soltanto se hanno il monopolio del “parlare”. Qualsiasi contraddittorio ne può infatti facilmente svelare l’inconsistenza...

C’è da augurarsi che che tutti i rappresentanti di questo ed altri governi, così come ognuno di quelli che siede in questo parlamento, si trovi sempre più spesso davanti a gruppi che li contestano usando gli strumenti che hanno. Gruppi che, speriamo, diventeranno in breve tempo folle.

C’è una guerra alle porte, oltre che diritti individuali violati. Non è “sano”, per un paese, avere gente come questa nelle posizioni chiave.

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14/05/2023

Milano - Studenti contestano Landini: “Basta passerelle, è tempo di lottare”

Sono decisamente tempi di redde rationem. Ieri a Milano il segretario della CGIL, Maurizio Landini è stato contestato dagli studenti di “Cambiare rotta” all’università Statale, dove era andato a visitare gli studenti della rete Udu (Unione Degli Universitari) da giorni accampati in tenda per protestare contro il caro affitti.

“Non accettiamo passerelle dei responsabili della miseria in cui siamo costretti a vivere” – affermano gli studenti di Cambiare Rotta – “I diritti ce li conquistiamo da soli, organizzandoci assieme alle organizzazioni di classe e conflittuali di questo paese: verso la mobilitazione nazionale sotto le Regioni del 16 maggio e lo sciopero generale del 26 maggio”.

“Io sono pronto a discutere”, ha affermato Landini. “Siamo i primi a dire che c’è un problema di rottura” tra il sindacato e i giovani, “precari e senza diritti”. “Hanno ragione a essere incavolati, forse qui dovevo venire prima”.

L’accusa mossa dagli studenti è quella di un’azione inefficace da parte della CGIL, sin dai tempi del Jobs Act di Renzi, o di contraddizioni come gli sponsor scelti per il Concertone del Primo Maggio: “Ci avete traditi, siete qui solo per fare le vostre passerelle”.

“La nostra lotta non si arresta, e lanciamo una giornata di mobilitazione nazionale il 16 Maggio, sotto le Regioni, contro il caroaffitti e il carostudi. In quanto giovani, studenti, precari, delle periferie e fuorisede rilanciamo anche lo sciopero generale del 26 maggio indetto dal sindacato USB per l’aumento dei salari, per garantire il salario minimo, per rilanciare la richiesta di un Reddito Studentesco e per denunciare ancora una volta il carovita e il caro-affitti, direttamente collegate all’economia di guerra portata avanti dal governo Meloni, di cui paghiamo le conseguenze noi studenti, giovani e precari e tutti i lavoratori precari e sfruttati”.

Tre giorni era toccato alla segretaria del PD Elly Schlein ad essere contestata dagli studenti accampati nelle tende all’università La Sapienza di Roma.

Questa volta la consueta catarsi che ripulisce tutte le responsabilità del passato quando si insediano governi di destra alla guida del paese non sembra più funzionare. Ci sono dei conti da fare, e vanno fatti.

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12/05/2023

Alla Sapienza non vanno tutti pazzi per Elly

Ieri nel pomeriggio tra gli studenti della Sapienza accampati nelle tende e in lotta contro il caro affitti, si è presentata la segretaria del Pd Elly Schlein per sostenere gli e le studenti in protesta.

Il quadretto idilliaco e a favore delle telecamere non è andata però del tutto liscio. La segretaria del Partito Democratico è stata infatti contestata da alcuni studenti di Cambiare Rotta che in questi giorni oltre che nelle università ha portato la protesta anche davanti al Ministero dell’Università e Ricerca in viale Trastevere.

“Qualche giorno fa ci sono stati degli sfratti a Bologna e sono stati manganellati dei ragazzi che stavano manifestando contro uno sfratto abitativo. Il Partito Democratico, allora, non è questa grande forza politica: con quale titolo può sostenere una cosa del genere?“, hanno domandato.

La Schlein ha replicato affermando che “Sono segretaria del partito da due mesi e il diritto alla casa è stato messo al centro dell’ultimo congresso del Partito Democratico“.

Ma le argomentazioni della Schlein non hanno convinto. “Il Partito democratico non può rifarsi la faccia in questo modo – contestano gli studenti – Ora che non sono più al governo vengono a rifarsi le loro passerelle, non si possono rifare una verginità così, hanno le mani sporche per aver distrutto i diritti degli studenti e dei lavoratori“.

“Non abbiamo potuto accettare silenziosamente la passerella di Elly Schlein per riverniciare la faccia del Partito Democratico, gli stessi colpevoli della liberalizzazione del mercato degli affitti con la 431/98 e della deregolamentazione del lavoro con il Jobs Act, il tutto con il beneplacito dei sindacati concertativi” – affermano gli universitari di Cambiare Rotta.

“La Schlein pensa di cavarsela dicendo di essere appena arrivata alla guida del PD, ma oltre ad essere stata una sua scelta, proprio negli ultimi due giorni nella sua città (con al comune Lepore e in regione Bonaccini quindi roccaforte del Partito Democratico), Bologna, le forze dell’ordine hanno manganellato studenti e giovani in picchetto antisfratto. Quale diritto all’abitare vorrebbe difendere se è lei la prima che sfratta e manganella?

Non ci dimentichiamo i veri colpevoli di questa situazione: continuiamo la lotta in Sapienza, sotto al MUR e in giro per l’Italia. Verso lo sciopero generale del 26 maggio di USB, l’unica data conflittuale contro questo governo”
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23/04/2023

Napoli contesta Minniti e Piantedosi

“Quando un giorno si farà la storia dei crimini di Stato nel Mediterraneo e del razzismo istituzionale sarà importante se si potrà dire che c’è stato chi si è opposto, chi ha resistito, chi ha chiamato gli assassini col loro nome, chi ha detto coi fatti ‘non nel mio nome’!“

Così oggi oltre un centinaio di antirazzist*, migranti, autoctoni, studenti, associazioni hanno contestato alla Stazione Marittima di Napoli la presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dell’ex Ministro Marco Minniti.

Con le mani bagnate di vernice rossa i manifestanti hanno gridato “questo è il sangue di cui sono sporche le vostre“.

La polizia ha caricato due volte: quando è passata la macchina di Marco Minniti, mentre i manifestanti volevano deporre una corona di fiori sotto al monumento del migrante che si trova all’ingresso della stazione marittima.

E quando è passata l’auto del ministro dell’Interno verso cui gli attivisti hanno tirato foglie di insalata a ricordare che lo sfruttamento nelle campagne e sul lavoro è l’altra faccia di decreti come quello che è al voto in Parlamento: attaccando la protezione speciale (e non solo) aumenta clandestinità e ricattabilità delle persone. Dopo le cariche, tra i manifestanti molti contusi e un ferito alla testa...

“Basta parlare di Stragi del mare – si spiega dal camioncino dello speaker – quando 94 persone come a Cutro muoiono affogate a due passi dalla riva, dopo essere state avvistate da almeno un giorno bisogna parlare di Stragi di Stato, per la quale i parenti delle vittime e la democrazia italiana hanno diritto ad avere Verità e Giustizia!“

Se Matteo Piantedosi è il tecnocrate che fa la guerra al soccorso in mare in nome di un governo di estrema destra che parla senza vergogna di “difesa della razza“, Marco Minniti è l’architetto di quel memorandum sulla Libia che dal 2016 finanzia bande di aguzzini nel paese per sequestrare, torturare, violentare e schiavizzare migliaia di esseri umani.

“Morti in mare – Schiavi in terra!” denunciava lo striscione del movimento migranti, un altro “Minniti e Piantedosi Not Welcome” e quello al centro “Stragi di Stato – Minniti e Piantedosi assassini in giacca e cravatta!“.

La contestazione precede la manifestazione antifascista e antirazzista del 25 aprile (da piazza Garibaldi alle 10) e quella nazionale del 28 aprile a Roma contro il nuovo decreto in discussione in Parlamento, per la quale solo da Napoli sono già stati organizzati dieci autobus di manifestanti.

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20/04/2023

Genova - Gli operai Ansaldo contestano il sindaco Bucci

Non se l’aspettava proprio ma sono stati fischi e contestazione questa mattina nello stabilimento Ansaldo Energia nei confronti del sindaco di Genova Marco Bucci durante la commemorazione del 25 aprile.

Un nutrito gruppo di operai dell’Ansaldo non l’ha mandata a dire: “Vai a casa”, “fascista”, “Ansaldo non ti vuole” e, secondo il giornale locale Genova 24, il sindaco ha faticato a portare avanti il suo intervento fra i fischi.

Lo scorso autunno, nell’ambito delle proteste e delle manifestazioni gli operai dell’Ansaldo avevano occupato l’aeroporto di Genova e il sindaco li aveva definiti “teppisti”, e probabilmente gli operai non glielo hanno perdonato.

Un gruppo di lavoratori ha srotolato uno striscione contro il sindaco “Bucci: i teppisti non ti stanno ad ascoltare” e poi slogan come: “Torna nella Repubblica di Salò”. “Chiedici scusa”.

“Potete anche contestare ma dobbiamo lavorare tutti insieme – ha provato a dire il sindaco dal palco – dobbiamo essere tutti alleati e tutti lavoriamo per lo stesso obiettivo”. “Tu non c’eri” gli ha urlato qualcuno e il sindaco ha aggiunto: “Il nemico sta fuori da questa fabbrica, il nemico sono i mercati ed è lì che dobbiamo vincere”.

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08/12/2022

La “prima” della Scala e la politica. Dal 1968

Il 7 dicembre 1968 il Movimento Studentesco si presentò in Piazza della Scala munito di uova, ortaggi e di qualche secchio di minio (con cui furono “vivacizzati” pellicce e abiti firmati) per contestare la “prima” della Scala, evento che rappresentava e ancora rappresenta (dopo 54 anni) un’ostentazione di ricchezza e opulenza capitalista, ma anche d’ignoranza e stupidità.

Tale evento, che si tiene nella serata di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, ha infatti ben poco a che vedere con la musica e la cultura, a prescindere dalla qualità dello spettacolo che si rappresenta.

Si tratta in realtà di un avvenimento mondano, una passerella di personaggi politici, televisivi, attori e attrici, indossatrici, capitani d’industria e manager della comunicazione che vanno alla “prima” per esibire la loro presenza (nel caso delle signore anche dei propri abiti), pur essendo assolutamente disinteressati a quanto si mette in scena.

Naturale che poi tutti, senza avere ascoltato nemmeno una battuta di musica, si spertichino in lodi per i cantanti e il direttore. Insomma, una scena socialmente e culturalmente disgustosa.

I biglietti per assistere a una “prima” costano diverse migliaia di euro, ma ciò ha poca importanza; quasi nessuno degli spettatori li paga, essendo quasi totale la presenza di invitati, sponsorizzati, spesati ecc.

Naturalmente, a nessuno che non faccia parte della cerchia dei ricchi e dei potenti è dato assistere a una “prima”; tuttavia, per i poveri esiste sempre la possibilità di vedere l’opera attraverso dei punti video disseminati in città, che ritrasmettono le riprese RAI. Insomma, le briciole dal banchetto dei ricchi.

La lontana contestazione del 1968 a cui ho accennato in apertura ha avuto dei meriti storici. Oltre a denunciare il carattere elitario della prima della Scala ha fatto di questo evento un’occasione annuale di discussione e contestazione politica. In pratica ha cambiato la giornata del 7 dicembre milanese.

Anche quest’anno, mentre all’interno del teatro la borghesia celebrava il suo stolto rito, che si conclude in ristoranti da centinaia di euro, all’esterno si svolgeva una manifestazione dei sindacati di base e del comitato contro il carovita che protestava contro gli aumenti delle bollette di luce e gas, e denunciava gli extraprofitti che le aziende fornitrici stanno realizzando nell’ultimo anno. In pratica, un apologo del disgustoso divario che si sta sempre più allargando tra le classi sociali.

Sempre in tema di Scala, il sottosegretario alla cultura Sgarbi ha mancato l’occasione di stare zitto, dichiarando che la Scala, dopo diversi anni di sovrintendenti “stranieri” dovrebbe averne finalmente uno italiano. Uno scivolone provincial-nazionalista tipico della destra di cui dovrebbe vergognarsi, anche perché in vari paesi europei esistono direttori e sovrintendenti italiani di enti culturali e lirici, in accordo con una visione cosmopolita della cultura.

In mattinata, invece, in occasione della consegna degli “Ambrogini d’oro” del Comune di Milano si era tenuta una manifestazione dei lavoratori delle biblioteche e dei musei milanesi.

Questi lavoratori laureati sono pagati 4 euro l’ora, attraverso delle cooperative che appaltano i servizi comunali. Una paga evidentemente scandalosa. Alla protesta il sindaco Sala ha risposto confusamente dicendo che certamente tali paghe sono basse e dovrebbero essere aumentate, ma che i soldi non ci sono e che dovranno essere reperiti forse con un prossimo taglio dei contributi proprio alla Scala.

In ogni caso, secondo Sala, l’ente lirico milanese, dato il suo prestigio potrà coprire il taglio dei contributi comunali attraverso sponsorizzazioni private.

Purtroppo, i fondi risparmiati dal taglio dei contributi alla Scala non potranno passare direttamente ai dipendenti delle cooperative, che sono indipendenti dal bilancio comunale e alle quali il Comune affida la gestione dei servizi in base al principio del costo più basso.

Insomma, una risposta pasticciata, ma evidentemente al sindaco Sala l’idea che forse nel ‘patto di stabilità’ che obbliga gli enti locali al pareggio di bilancio ci sia qualcosa che non va proprio non entra in testa. E nemmeno che il continuo ricorso ai privati per finanziare gli enti pubblici ne limiti l’indipendenza culturale.

Nella vivace giornata milanese non è mancata anche una protesta della comunità ucraina che sosteneva che aprire la stagione della Scala con il Boris Godunov di Modest Musorskij è “propaganda russa”. Una protesta che concorda con la richiesta, espressa alcune settimane orsono dal console ucraino a Milano alla Sovrintendenza della Scala di annullare l’apertura di stagione con un’opera russa.

Una posizione assurda e provocatoria che si rivolge non certo contro l’attuale governo di Putin, ma contro la cultura russa nel suo insieme, che dovrebbe essere cancellata dalle programmazioni. Boris Godunov è un’opera scritta nel 1870, tratta da una tragedia di Puškin che, vale al pena di ricordarlo, ha un soggetto fortemente critico contro la sete e l’arbitrarietà del potere. Nulla dunque, che possa essere riferito a un sostegno all’attuale governo russo.

Tuttavia, è il caso di ricordare che in febbraio il sindaco Sala e il sovrintendente Meyer cacciarono dalla Scala il direttore Valery Gergiev, accusato di essere filoputiniano. Quando si comincia con certe discriminazioni politiche ci si pone su un piano inclinato che apre a conseguenze imprevedibili.

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12/05/2022

Germania - Ancora contestazioni la ministra Baerbock

Dopo le contestazioni della settimana scorsa ad Amburgo, lo scenario si è ripetuto anche a Wuppertal, dove il ministro degli Esteri Annalena Baerbock (Verdi, ndr) è salita sul palco per la campagna elettorale nel Nord Reno-Westfalia ma è stata oggetto di un lancio di uova. I funzionari della sicurezza si sono immediatamente precipitati sul palco e hanno protetto il ministro con scudi protettivi.

La ministra degli Esteri tedesca era poi volata a Kiev per il consueto palcoscenico che vede impegnati molti politici europei a promettere armi invece che negoziati per fermare la guerra in Ucraina.

Il governo tedesco viene ormai contestato ovunque sia possibile dagli attivisti per la pace e da crescenti settori della popolazione per aver sostenuto la consegna di armi pesanti all’Ucraina ed aver aumentato le spese militari.

Ieri a Dusseldorf si è tenuta una manifestazione davanti alla sede dell’industria militare Rheimetall dove era convocata l’assemblea degli azionisti che si stanno “fregando le mani” per l’enorme business in arrivo con il boom delle spese militari in Germania.

“In vista dell’annuncio di riarmo di 100 miliardi del cancelliere Olaf Scholz, SPD, la Rheinmetall ha presentato offerte per un valore di 42 miliardi di euro. L’amministratore delegato. Vuole versare 142,9 milioni di euro di utili di sangue ai propri azionisti”, ha dichiarato l’attivista Monika Schnicke in una intervista a Junge Welt.

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04/05/2022

La Germania pacifista si sveglia. Contestata in piazza la ministra “verde” Baerbock

Durante un’apparizione in campagna elettorale ad Ahrensburg, vicino ad Amburgo, secondo la polizia, circa 150 persone hanno cercato di interrompere il comizio della ministra degli esteri tedesca Baerbock (dei Verdi) nella piazza del municipio dove era intervenuta a sostegno di Helena Heinold, candidata locale nelle elezioni. La ministra degli Esteri Annalena Baerbock ha difeso ancora una volta il suo sostegno alla consegna di armi pesanti all’Ucraina.

I manifestanti hanno ricevuto la Baerbock e la Heinold con sirene assordanti e slogan come “guerrafondaia” e “bugiarda”. Non ci sono stati però incidenti.

In mattinata, per motivi di sicurezza, era stato annullato un evento per la campagna elettorale in programma a Lubecca, in cui avrebbe dovuto comparire anche la ministra Baenbock. Sconosciuti avevano spruzzato acido butirrico sul palco all’aperto dove si sarebbe svolto l’evento. “Anche questi attacchi codardi non cambieranno le nostre posizioni politiche”, ha detto Heinold in serata.

Dopo settimane di inerzia, i movimenti contro la guerra in Germania stanno riprendendo il coraggio e l’iniziativa contro le scelte del governo di farsi coinvolgere nella guerra in Ucraina, con l’invio di armi tedesche e il vertiginoso aumento delle spese militari.

“Ci sono molte più zone grigie nel diritto internazionale di quanto l’“avvocato internazionale” Annalena Baerbock voglia ammettere. No, il governo federale e il Bundestag hanno da tempo reso la Germania una parte in guerra: l’esito è del tutto incerto”, è il commento di Wiebke Diehl sulle pagine del giornale della sinistra “Junge Welt”, aggiungendo che questo è il pericolo almeno da quando Putin e il suo ministro degli Esteri Lavrov hanno chiarito che considerano la consegna di armi pesanti e l’addestramento dei soldati ucraini un ingresso in guerra, “anche i cavilli di Baerbock non aiutano più. Perché le cose stanno peggiorando da molto tempo e ad occhio nudo”.

Il video della contestazione alla ministra tedesca Baerbock:


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26/04/2022

25 aprile. La Resistenza è una cosa seria. È la Nato ad essere fuori posto

Il tentativo di strumentalizzare il 25 Aprile e la Resistenza a sostegno della Nato e della guerra in Ucraina, è stato contrastato con successo in molte città, in particolare a Roma, Milano e Torino. Una operazione indecente e irrecivibile che ha visto come protagonista il PD e il presidente della Repubblica Mattarella ma che non ha trovato nelle piazze il consenso desiderato (e quasi imposto dal martellamento dei mass media) esattamente come non lo trova nel paese.

A Roma erano numerosi gli striscioni contro la Nato di varie organizzazioni che hanno dato la cifra di un pezzo consistente del corteo che si è concluso come tradizione a Porta San Paolo. Alla partenza in largo Bompiani due provocatori (italiani e non ucraini) con bandiere della Nato e ucraine sono stati allontanati senza troppi preamboli dalla piazza. Ci hanno riprovato ai margini di Porta San Paolo ma un cordone di polizia li ha tenuti a riparo da molte rimostranze. La bandiera ucraina al centro aveva la Madonna che imbraccia un arma anticarro, una vergogna per tutti. Applaudite durante il corteo e all’arrivo in piazza come al solito le bandiere palestinesi, a conferma della forte empatia di questa lotta tra la gente e a smentita di ogni tentativo di negare agibilità alle bandiere della Palestina nelle manifestazioni del 25 aprile.

In piazza fischi e slogan sono volati all’indirizzo dell’esponente del PD Michele Gotor. “Non condivido queste bandiere, sono inopportune” ha commentato – inopportunamente – il presidente provinciale dell’Anpi Roma, Fabrizio De Sanctis riferendosi però agli striscioni anti Nato.

Ancora più nitida su modalità e contenuti la numerosa e popolare manifestazione che da anni parte dalla lapide dei partigiani a Centocelle e si conclude ogni volta diversamente in uno dei quartieri popolari di Roma Est dove fortissime sono le tracce e la memoria della Resistenza antifascista nella Capitale. Prima del concentramento in Piazza delle Camelie, al Parco di Centocelle si è tenuto un presidio a ridosso della base militare del Comando Operativo Interforze collocato proprio – e assurdamente – tra i popolosi quartieri di Cinecittà e Centocelle.

“I servi della Nato fuori dal corteo”. A Milano si è sentito chiaro e forte lo slogan intonato dai contestatori che accusano il Partito Democratico, presente alla manifestazione del 25 aprile, di essere “schiavo dell’America”. In modo provocatorio nel corteo milanese è comparso un gruppo con bandiere della Nato, ucraine e israeliane che è stato contestato. Uno striscione contro Draghi, la Nato e il Pd era già comparso in mattinata nell’area della stazione del metrò a Porta Venezia, il luogo di partenza del corteo. Sullo striscione la scritta: "No Draghi, No Nato, No Pd. Guerra agli aggressori”.

A Torino una bandiera della Nato e una del Pd sono state bruciate al termine del corteo in piazza Castello. Silvio Viale, consigliere comunale, si era presentato alla fiaccolata del 25 Aprile assieme a una sparuta delegazione di radicali con le bandiere della Nato, dell’Europa e dell’Ucraina. È riuscito a infilarsi davanti al Pd, ma arrivato a Piazza Castello le bandiere di entrambi hanno fatto una brutta fine.

A Bologna un lungo corteo antifascista e contro la guerra ha attraversato le strade cittadine, anche in risposta alla provocazione dei fascisti ucraini di sabato sera durante la festa popolare “Oltre il Ponte”. Nel pomeriggio il previsto appuntamento a Piazza dell’Unità.

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17/02/2022

17 febbraio 1977. La “cacciata” di Lama dall’università. Uno spartiacque e una intuizione “sull’oggi”

In occasione del quarantacinquesimo anniversario della “cacciata di Lama” dalla Sapienza, avvenuta il 17 febbraio del 1977, volevamo proporre un’intervista ad un militante della Rete dei Comunisti, Sergio Cararo, che all’epoca dei fatti si trovava (con l’Organizzazione Proletaria Romana) proprio in mezzo a quegli studenti che stavano esprimendo forti forme di contestazione. Quel momento si è rivelato uno spartiacque per il movimento studentesco rivoluzionario dell’epoca ed ha quindi ancora molto da insegnarci rispetto alle scelte e alle prospettive del presente.

In che contesto si è presentata la “cacciata di Lama”?

A febbraio del 1977 moltissime università erano state occupate dagli studenti per fermare la Riforma Malfatti. Questa prevedeva l’introduzione di due livelli di laurea (cosa avvenuta poi nel 2007 con la riforma Berlinguer), l’aumento delle tasse di frequenza, l’abolizione degli appelli mensili.

Il problema è che l’allora PCI, anche in nome del “compromesso storico” con la DC, sosteneva il governo (guidato da Andreotti, leader della Democrazia Cristiana) attraverso l’astensione sulle leggi promulgate dall’esecutivo. Tra queste c’era la Riforma Malfatti ma anche le misure antipopolari varate in nome della lotta all’inflazione: aumento delle tariffe di gas ed elettricità, della benzina, blocco di due anni degli aumenti salariali congelando il meccanismo della scala mobile.

Quindi il PCI e la Cgil stavano faticando sette camice per cercare di far ingoiare queste misure e tenere buoni gli operai. Il fatto che gli studenti fossero insorti contro il governo e criticassero duramente il PCI per il suo sostegno al governo, rischiava di far saltare l’intero scenario di “pace sociale” e lo stesso clima di compromesso storico. Quindi quella protesta andava “normalizzata” con ogni mezzo.

Era prevedibile che si potesse arrivare ad un fatto di questo tipo?

A Roma il 1 febbraio in un raid alla Sapienza, i fascisti avevano sparato ferendo gravemente uno studente e meno gravemente un altro. Il giorno successivo un corteo uscito dall’università devastava la sede dei fascisti in via Sommacampagna e ci fu uno scontro a fuoco tra i manifestanti e due agenti delle squadre speciali in borghese scambiati per fascisti. Il clima nelle università e soprattutto alla Sapienza era dunque molto teso.

Il PCI e la Cgil provarono allora una stupida e presuntuosa “prova muscolare” verso il movimento degli studenti, convocando un comizio di Cgil-Cisl-Uil con il segretario della Cgil Luciano Lama, proprio dentro l’università La Sapienza occupata da giorni.

Ci fu un tentativo di mediazione tra movimento e Cgil chiedendo di far intervenire uno o due studenti al comizio, ma all’appuntamento per definire i dettagli il rappresentante della Cgil non si presentò. Era stato un ulteriore atto di arroganza, ma nessuno – né noi né il PCI/Cgil – poteva immaginare cosa sarebbe accaduto il giorno del comizio. Non era prevista una contestazione così forte. In fondo a quell’epoca la Cgil era la Cgil e c’era ancora una sorta di riconoscimento e rispetto del sindacato più rappresentativo tra gli operai.

Qual è stata la dinamica precisa dei fatti?

In sostanza senza l’eccesso di sicurezza e l’arroganza del servizio d’ordine di Pci e Cgil la contestazione sarebbe stata simile a quella avvenuta in altri comizi sindacali. Ma niente di più. Ed invece è andata che la reazione degli studenti ad una ulteriore provocazione del servizio d’ordine Pci/Cgil (il famoso spruzzo dell’estintore immortalato da tanti video dell’epoca) fu assai superiore per qualità e quantità a quanto tutti potevano immaginarsi. Il servizio d’ordine del Pci/Cgil fu travolto, il camion/palco del comizio devastato, Luciano Lama dovette uscire sotto scorta da un’altra porta dell’università. Il 19 febbraio il movimento “capitalizzò” politicamente la cacciata di Lama dall’università con un enorme corteo che sfilò a ridosso della manifestazione della Cgil a San Giovanni, ma andando a concludersi autonomamente in Piazza Santa Croce. L’incantesimo era stato rotto.

Che messaggio hanno voluto mandare gli studenti con questa contestazione? In che modo questo episodio ha esplicitato una radicale forma di rottura con le forze politiche e sindacali del movimento operaio tradizionale?

L’università in quegli anni era cambiata profondamente anche sul piano sociale. Il fatto che anche i diplomati degli istituti tecnici potessero iscriversi all’università aveva consentito l’accesso agli studi anche a settori popolari ai quali prima erano preclusi. Nelle università c’erano anche i corsi per studenti-lavoratori. Eravamo in pieno movimento dell’ascensore sociale.

La Riforma Malfatti, ma anche la proposta di riforma avanzata dal Pci, venivano respinte con forza dagli studenti perché avrebbero fatto regredire questa condizione. Non solo, con le misure economiche messe in campo da un governo sostenuto dal Pci, la regressione sociale era avvertibile anche sul piano delle conquiste ottenute negli anni precedenti dai lavoratori e dalle loro famiglie. Si erano quindi andate accumulando tensioni sociali, senso di rivalsa, sensazioni di “tradimento” di ampi strati sociali. E gli studenti erano il terminale sociale più attivo e sensibile a queste istanze, ma soprattutto aveva meno aspettative e vincoli di consenso o di obbedienza verso il Pci e i sindacati.

La spinta a rompere una tregua sociale che favoriva solo il governo e il padronato, viaggiava sottotraccia nei settori operai ma era diventata ben visibile e radicata tra i giovani e gli studenti. Si percepiva che stando così le cose il futuro sarebbe stato più precario e insicuro. E infatti è andata proprio così.

Quel movimento aveva intuito in largo anticipo quale era la società che stavano destrutturando e quali disuguaglianze e selezione sociale stava preparando il blocco di potere per la società del futuro.

A partire da questo cruciale punto di svolta, come vi siete rapportati con le forze sindacali classiche, come la CGIL? Che cos’era cambiato, in loro o in voi, da aver reso il confronto/scontro così duro?

Il Pci sul piano politico e la Cgil sul piano sindacale/sociale si erano incaricati con il governo di tenere tutto questo fermento sociale sotto controllo. Ma la realtà è andata diversamente. I nuclei operai antagonisti si rafforzarono molto connettendosi ancora più strettamente con i giovani e gli studenti del movimento. Così come esistevano organizzazioni della sinistra rivoluzionaria come la nostra, già esistevano anche comitati operai e comitati unitari di base nelle fabbriche o nei servizi strategici (ferrovieri, Alitalia, Enel, ospedalieri). C’erano comitati o liste di disoccupati organizzati e comitati popolari nei quartieri. Ne uscirono tutti rafforzati dalla spinta all’organizzazione autonoma e alla rottura con i custodi della pace sociale rappresentati dalla Cgil. Pochi anni dopo, l’irruzione di migliaia di giovani precari della Legge 285 (una legge sull’occupazione giovanile) nel pubblico impiego consentì la nascita di organismi indipendenti anche nel settore pubblico.

Occorre sottolineare che in quella situazione agì anche uno “stato dello spirito” oltre che un dato politico. Nelle elezioni del 1976 era avvenuta la “grande avanzata a sinistra” con il PCI che ottenne più del 33% dei voti. C’era quindi una aspettativa di cambiamento attesa da anni e assai diffusa. Quando la risposta fu invece la collaborazione con il governo dei padroni, la rabbia e la disillusione crebbero molto.

I margini di mediazione e di subalternità dei lavoratori alla Cgil saltarono in più punti. Inevitabile che questa “minaccia” ad una egemonia e ad un controllo sociale da parte di Pci/Cgil che sembrava incontestabile, innescasse uno scontro politico durissimo in tutti i luoghi di lavoro ma anche nella società.

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04/06/2020

Facebook in rivolta contro la pavidità di Zuckerberg verso Trump

Quanto avviene nelle strade degli Stati Uniti riverbera anche sui social network e non solo tramite i post, i like e i commenti. A farne le spese è addirittura il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, alle prese con crescenti contestazioni interne.

I malumori erano iniziati quando Zuckerberg la scorsa settimana si era schierato con Trump contro Twitter, “colpevole” di aver segnalato il carattere inverosimile e violento di alcuni tweet della Casa Bianca. In particolare il tweet nel quale il presidente Usa invitava a sparare contro i saccheggiatori. Il numero uno di Facebook aveva criticato il social network rivale ed aveva accuratamente evitato di mettere in discussione il contenuto dei post presidenziali.

Qualche momento difficile Zuckerberg lo aveva passato anche quando esplose il caso dei dati venduti alla società Cambridge Analytica.

Ma all’inizio di questa settimana - mentre nelle strade statunitensi divampa la rivolta contro la brutalità della polizia - la pavidità del numero uno di Facebook, ha cominciato ad essere contestata duramente ed apertamente sia dai dipendenti che da alcuni dirigenti della società.

Lunedì scorso circa 400 operatori del social network hanno inscenato uno sciopero virtuale, due si sono dimessi per protesta ed altri hanno minacciato di farlo. Perfino alcuni manager di alto livello – una cosa mai accaduta prima – hanno manifestato apertamente le loro critiche per la decisione di Zuckerberg di non moderare la retorica di Trump.

Zuckerberg ha provato a difendere la sua decisione in una teleconferenza con i dipendenti durante la quale, a giudicare dagli estratti pubblicati da Vox.com ci sono registrati momenti di fortissima tensione.

Affermando di comprendere come la sua scelta avrebbe irritato molte persone, Zuckerberg ha spiegato di aver condotto ricerche approfondite sulla storia della frase di Trump e di averne trovato “problematiche” le implicazioni. Nondimeno, non ha ritenuto di dover prendere provvedimenti in quanto il contenuto non risultava etichettabile come incitamento alla violenza. “Questo episodio non vuol dire che Trump può dire quello che vuole o che lasceremo le autorità e i politici dire qualsiasi cosa vogliano”, ha chiarito Zuck. Semplicemente, a suo giudizio, non era questo il caso.

Secondo quanto riferiscono alcune fonti statunitensi riprese dall’agenzia Agi, le risposte alle domande dei dipendenti ha però assunto presto i connotati di un processo al numero uno di Facebook.

Zuckerberg, in imprevista ed evidente difficoltà, ha assicurato che, qualora la situazione di tensione sociale si prolungasse, Facebook potrebbe ricorrere a strumenti più articolati della semplice cancellazione di un post controverso come, ad esempio, l’etichettatura, cosa che appare paradossale in quanto si tratterebbe forse della prima volta in cui Facebook copia la piattaforma rivale Twitter e non viceversa.

È evidente come decidere di censurare o meno una frase del proprio capo di Stato sia una responsabilità politica enorme, ma la questione sembra andare oltre e riguarda la responsabilità dei social network sui contenuti condivisi attraverso di essi, ovvero la possibilità che le reti sociali assumano i connotati di vere e proprie aziende editoriali.

Ed è proprio su questo aspetto che incombe la modifica legislativa minacciata da Trump nel tentativo di rimettere in riga i giganti del “Big Data”. Quello che ha dimostrato di temere maggiormente questo scenario (e le ipoteche sul business miliardario dei social network) è proprio Mark Zuckerberg.

Ma è evidente come quanto sta accadendo nelle strade degli Stati Uniti non possa che rimettere in discussione molti aspetti di un american way of life, che sarà sì fondata sulle storie di successo nel business, ma che è anche, e troppo spesso, lastricato del sangue e delle vite dei settori più deboli di una società fondata sulla primazìa e la brutalità dell’homo economicus.

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22/10/2019

Libano - La protesta fa vacillare anche il consenso a Hezbollah

di Michele Giorgio – Il Manifesto

La città di Nabatiyeh è l’anima del Jabal Amil, la roccaforte sciita nel sud del Libano. Si dice che lo sciismo duodecimano sarebbe fiorito da queste parti ben prima che nello stesso Iran.

Un luogo cruciale per la fede, che rappresenta una delle fortezze dei partiti sciiti Hezbollah e Amal che qui, come nel resto del Libano meridionale, godono di grandi sostegni. Perciò aver visto nei giorni scorsi a Nabatiyeh e Tiro, altra roccaforte sciita, una  esplicita quando rara contestazione di Hezbollah e Amal, spiega quanto sia diffusa e senza bandiere la rabbia dei libanesi contro l’intera classe dirigente, senza eccezioni.

Nelle strade di Beirut centinaia di migliaia di cristiani, sunniti e sciiti insieme protestano contro il governo, la corruzione e i poteri economici forti. A Sidone e Tripoli i sunniti bruciano i ritratti di colui che fino a qualche tempo fa era il loro “imperatore”, il premier Saad Hariri. Nel sud invece chiedono che lo speaker del parlamento (da ben 27anni) Nabih Berri, leader di Amal, si faccia da parte. E si sono sentiti slogan persino contro il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah che si è espresso a favore del governo pur rimarcando l’importanza delle ragioni delle proteste. Il Libano affoga nel debito pubblico e la sua popolazione, in affanno e impoverita, non ha più riguardi per nessuno.

Hezbollah osserva con attenzione. E non solo perché i partiti rivali potrebbero approfittare della protesta per metterlo in difficoltà. La forza più importante della politica libanese, interna ed estera, vede con sorpresa incrinarsi la sua popolarità tra gli sciiti. Come sia potuto accadere è l’interrogativo dei suoi dirigenti.

Le contestazioni rivolte a Hezbollah non sono legate direttamente al tema della resistenza, al conflitto con Israele e alla partecipazione di combattenti sciiti alla guerra in Siria schierati con il presidente Bashar Assad. «Questi temi però si riflettono sulla rabbia popolare di questi giorni – ci dice il giornalista libanese Talal Khraiss, che vive e lavora tra Beirut e Roma – La gente crede che Hezbollah pensi troppo al suo ruolo di attore protagonista nella regione e poco al Libano. La politica assistenziale del movimento garantiva agli sciiti lavoro e servizi che lo Stato non offre per disorganizzazione e corruzione. Il movimento però non riceve più gli stessi fondi dall’Iran. Il suo sponsor principale è stato colpito dalle sanzioni Usa ed è in crisi finanziaria, quindi Hezbollah non è più in grado di coprire i bisogni della sua base di consenso». A lamentarsi sarebbero anche le famiglie dei combattenti sciiti caduti in Siria che avrebbero visto ridursi il sussidio mensile del movimento.

Se queste sono alcune delle ragioni delle contestazioni che arrivano dagli sciiti, più in generale ad Hezbollah è mossa l’accusa di essersi fatto garante del sistema confessionale, o settario, che regge la repubblica libanese. Nel paese dei cedri il presidente deve essere un cristiano maronita, il premier un sunnita, lo speaker del parlamento uno sciita e il capo delle forze armate un cristiano.

Questo rigido schema delinea, dall’alto verso il basso, l’intera gestione del potere. L’applicazione di questo sistema da un lato ha contribuito ad evitare che il paese precipitasse in una nuova seconda guerra civile dopo quella tra il 1975 e il 1990, in conseguenza della crisi nella confinante Siria.

Dall’altro ha ingessato il governo e l’amministrazione pubblica garantendo ad alcuni personaggi politici, come Nabih Berri, agli Hariri e a loschi uomini di affari, già molto ricchi, posizioni di potere di fatto a tempo indeterminato. «Hezbollah non è accusato di corruzione – dice Talal Khraiss – ma deve sganciarsi da questo sistema se non vuole finire nel calderone dei partiti bersaglio delle accuse e della rabbia dei libanesi».

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14/10/2019

Genova - Sparisce un importante “evento Nato”

A quanto pare la sede Genovese non è tra le migliori per fare un evento come quello della NATO per via di alcune criticità tra cui l’indifendibilità di Palazzo San Giorgio, visto che è esposto su tutti i lati.

La seconda “location” sarebbe stato il palazzo della borsa di Genova, Piazza De Ferrari, li il problema sarebbe stata una questione d’immagine, perché per i “signori” avere delle scene da guerriglia urbana in una delle piazze più belle del capoluogo e simbolo, anche per quello che è stato il Nostro 30 Giugno ’60, non è tollerabile.

Per chi si regge sulla propaganda, come la “nostra” giunta, diventa insostenibile anche una contestazione del tutto lecita. La NATO non è il salone nautico, tant’è che appena si sono resi conto che la giunta non è stata in grado di mantenere le parole date nei salotti “bene” si è presa la decisione di spostare parte dell’evento a Bruxelles (http://www.atahq.org/2019/10/65th-general-assembly/) e l’evento Genovese è stato posticipato ad aprile 2020, come annunciato dallo stesso Atlantic Forum (http://www.atlanticforum.it/).

Forse aspettano che con l’anno nuovo scompariamo dalla circolazione.

#NoNato
#NoGuerra
#NoToti
#NoBucci
#NoBahri
#NoNazi

Vedi anche https://genova.repubblica.it/cronaca/2019/10/12/news/giallo_sulla_cancellazione_di_un_evento_nato_a_genova-238318809/

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