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16/02/2026

Come i Talk Talk usarono "It's My Life" come una protesta contro la Emi

I Talk Talk sono un classico esempio di band che visse due volte. Pochi gruppi, come quello di Mark Hollis, hanno saputo portare a termine una trasformazione sonora così radicale e spiazzante come quella messa in atto a partire dall’album spartiacque “Spirit Of Eden” del 1988. Pochissimi artisti, o band, sono passati in maniera così radicale da una completa aderenza alle mode musicali, nella prima parte della carriera, a una completa autonomia da queste, cosa avvenuta gradualmente nella seconda fase della loro vita artistica. Il passaggio dal suono relativamente lineare del 1982 all’astrazione quasi cameristica di “Laughing Stock” resta infatti uno degli scarti evolutivi più radicali compiuti da una band nell’arco di cinque dischi, nonché uno dei più influenti, con la creazione di quelle tessiture rarefatte destinate a influenzare la nuova generazione post-rock degli anni Novanta, dai Tortoise ai Godspeed You! Black Emperor.

Ma chi conosce i Talk Talk fin dall’inizio, forse, sarà rimasto meno sorpreso. È nota, infatti, sin dai primi passi discografici, la loro ricerca di un’autonomia creativa, che si traduceva nella sistematica riluttanza ad assecondare le aspettative. Ogni volta che l’industria sembrava averli incasellati, Hollis e soci cambiavano direzione. E se alcune hit ne hanno fatto dei campioni del pop degli anni '80, non è detto che il loro messaggio sia stato compreso appieno...

È il caso proprio della memorabile title track del loro album di maggior successo, “It’s My Life” (1984). All’inizio degli anni Ottanta, come tanti protagonisti di quella stagione, i Talk Talk era stati inseriti nella variegata galassia del synth-pop. Un'etichetta potente come la Emi aveva scommesso su di loro pubblicando il debutto, “The Party's Over”, che si muoveva in un territorio affine a quello di altre formazioni elettroniche dell’epoca. Ma i primi contrasti erano emersi già in quell’occasione. Ad esempio per quanto concerne la travagliata collaborazione con il produttore Colin Thurston, che aveva appena fatto centro con il debutto dei Duran Duran. Contrasti che porteranno Thurston a lasciare la produzione in corso d'opera, spingendo così Mark Hollis, Paul Weeb e Lee Harris a cercare da soli una direzione artistica più soddisfacente affidandosi anche ai consigli di Tim Friese-Greene, che non rientra nella line-up ufficiale della band, ma si può considerare da questo momento in poi il "quarto uomo" dei Talk Talk: diventa infatti produttore, tastierista e compositore insieme a Hollis di quasi tutti i brani. E gli effetti di questo inserimento maturano nel secondo album della band londinese, che affonda le radici ancora nel campo del synth-pop, seppur rivisitato a modo loro, con un’eleganza e un’originalità non comuni, e qualche inserto acustico, che avrebbe poi progressivamente guadagnato sempre più terreno nella loro produzione.

In superficie, “It’s My Life”, scelta anche come primo singolo dell’Lp, appare come un brano synth-pop elegante, costruito su un impianto melodico accessibile. Il testo sembra raccontare una frattura sentimentale, un dialogo interrotto. In realtà, come ha ricordato il magazine Far Out, la genesi del pezzo è legata a un conflitto con la casa discografica. Dopo l’uscita del disco d’esordio, infatti, i Talk Talk furono inseriti in un circuito promozionale intensivo, culminato in un tour insieme ai Duran Duran. L’abbinamento rispondeva a una logica industriale elementare: due gruppi synth-pop nello stesso cartellone. Per Hollis, però, interviste, obblighi televisivi e tournée forzate rappresentavano una distrazione dal lavoro in studio, l’unico che gli interessava davvero. Così il ritornello “It’s my life, don’t you forget” assume un significato diverso e molto chiaro: non un messaggio rivolto all’amata, ma una fiera rivendicazione di autonomia artistica. Hollis, in sostanza, rivendica che la direzione creativa spetta solo alla band, non agli uffici marketing della Emi.

Non è insomma la consueta dichiarazione sentimentale travestita da singolo pop. Qui il baricentro si sposta altrove: dedizione, disciplina interiore, determinazione. Hollis lascia filtrare un’esigenza di autonomia, il desiderio di sottrarsi al rumore, di ritagliarsi uno spazio di silenzio e concentrazione, con versi come “Funny how I blind myself, I never knew/ If I was sometimes played upon, afraid to lose/ I’d tell myself, what good do you do/ Convince myself”. Un disagio non soltanto affettivo, dunque, che riguarda prima di tutto la sfera mentale, il conflitto tra esposizione pubblica ed esigenza di intimità e riflessione.

La tensione latente nel brano si renderà ancora più esplicita nel videoclip, diretto da Tim Pope, figura chiave dell’estetica pop britannica anni Ottanta (dai Cure agli Wham!). Il regista, infatti, costruisce un dispositivo apertamente polemico contro il lip-synching, prendendo le distanze da una delle convenzioni più consolidate dell’industria musicale. Al posto della performance canonica, il montaggio alterna sequenze naturalistiche – con varie riprese di fenicotteri, leopardi, zebre, antilopi, canguri e struzzi, tratte dal documentario della BBC “Life on Earth” – a inquadrature di Mark Hollis isolato, privo dei compagni, immobile e con le labbra serrate. Come a voler rimarcare la distanza tra la libertà degli animali, osservati nel loro habitat in una dimensione incontaminata, e il senso di costrizione del frontman, con alcuni inserti animati che si sovrappongono alla sua bocca, creando l’illusione che stia cantando. Il video amplifica così il senso di incomunicabilità già presente nel brano, mettendo in scena un protagonista che sembra scegliere l’isolamento, forse proprio come via d’uscita – forse suggerita dall’occhiolino finale. Hollis, spesso con le mani affondate nelle tasche del cappotto, mantiene un’espressione accigliata, interrotta solo da brevi accenni di leggerezza. Un’alternanza che rende palpabile la schizofrenia del brano, scisso tra la melodia luminosa del ritornello e il senso di profonda malinconia che lo pervade.

Lo spirito polemico del videoclip non sfuggirà alla Emi, che chiederà di realizzarne una nuova versione più “convenzionale”. La risposta della band sarà un secondo video in cui Hollis mima il brano dal vivo in modo volutamente goffo davanti a un green screen che proietta le immagini originali, con immutata critica al playback. Una vera e propria parodia del format promozionale per antonomasia, concepita, di fatto, per svuotarlo dall’interno.

Il risultato sarà paradossale. “It’s My Life” otterrà un notevole riscontro negli Stati Uniti, diventando il primo vero successo del gruppo nel mercato americano e raggiungendo persino la vetta della classifica dance di Billboard. Proprio quel formidabile riscontro commerciale costringerà la Emi a concedere maggiore libertà operativa a Hollis e compagni. Così con il terzo album, “The Colour Of Spring”, i Talk Talk inizieranno a scrollarsi di dosso definitivamente l’etichetta synth-pop che l’industria aveva cercato di affibbiargli. Proprio l’apice del successo commerciale della band inglese conteneva in nuce i semi della futura rivoluzione anti-sistema che l’avrebbe allontanata dalle classifiche mainstream, garantendole però il sempiterno affetto dei suoi fan.

Fonte

03/03/2020

Talk Talk - 1986 - The Colour Of Spring

Waiting for the colour of spring
Let me, let me
Let me breathe
La muta artistica dei Talk Talk è un fenomeno affascinante, di certo l'evoluzione più incredibile della storia del rock. La band inglese accantona verso la metà degli anni 80 le meraviglie synth-pop da "classifica", sfornate in particolare nel secondo disco, "It's My Life", dirigendosi con grazia divina verso una formula melodicamente sognante, intrinsecamente delicata e articolata. Il gruppo del rimpianto Mark Hollis costituisce ancora oggi una vera e propria singolarità. La sua seconda vita anticipa anche i classici umori post-rock, costituendo un esempio luminosissimo di libertà compositiva incondizionata da tramandare ai posteri. Il percorso seguito dal gruppo inglese per cambiare definitivamente pelle è un tracciato dai mille colori. Un sentiero i cui fiori in fiore emanano profumi estasianti.

Il cammino che porterà Hollis e soci all'Eden figurato del capolavoro del 1988 è quantificabile nelle otto tracce di un album fondamentale, pubblicato due anni prima, nel 1986: "The Colour Of Spring". La terra di mezzo, per dirla alla Tolkien. L'albero da cui trarre linfa vitale per il futuro. È infatti grazie a questo disco che i Talk Talk deviano la propria direzione. È soprattutto nelle sue pieghe che si ritrovano sia i semi che i germogli di un avvenire distante non poco dal primo passato.

La fioritura dei Talk Talk prende forma nelle canzoni di una pietra miliare della storia della musica tutta. Se Hollis e soci non avessero partorito questo disco, non avrebbero mai visto la luce gli altrettanto seminali "Spirit Of Eden" e "Laughing Stock". Queste due ultime opere devono praticamente tutto al loro predecessore, all'album con cui si sviluppa quell'irripetibile processo di muta di cui sopra. Il camaleonte nasce con i movimenti di "The Colour of Spring", ed è avvolto nei suoi otto petali. Entrano improvvisamente in scena una romanticheria pop che scalda il cuore e rarefazioni strumentali dall'estatico bagliore, mentre la voce di Hollis assume lemme lemme fattezze angeliche, esaltandosi nella gioia e nel dolore, nel sogno e nel rimpianto, nella luce e nell'ombra.

Al netto di tutte le iperboli possibili è (guarda caso) la primavera la stagione scelta emblematicamente da Hollis per avviarsi verso un futuro inaspettato. La primavera con le sue meraviglie naturali, le sue ripetute metamorfosi e le sue infinite fascinazioni. La splendida copertina raffigurante coloratissime farfalle, elette a simbolo di vitalità e rinascita, è curata ancora una volta da James Marsh che accompagna il gruppo dagli esordi e che lo seguirà fino all'ultima pubblicazione.

"The Colour of Spring" è, inoltre, il primo disco in cui compare una serie considerevole e pregevole di musicisti. Spiccano per fama Steve Winwood all'organo e David Rhodes alla chitarra, oltre ai vari Robbie McIntosh, Danny Thompson, Gaynor Sadler, Ian Curnow, Tim Friese-Greene (attivo non solo come produttore ma anche in fase esecutiva), David Roach, Martin Ditcham. Un ventaglio di eccellenze chiamato in causa per dare maggiore respiro a canzoni che si discostano fin dalla strumentazione agli intenti del passato. Spuntano arpa, armonica a bocca, sassofono, contrabbasso e, dulcis in fundo, l'Ambrosia Choir di Londra e il coro dei ragazzi della scuola di "Miss Speake".

Le percussioni creano un tappeto ritmico meno nevrotico ma non per questo poco curato. La dimensione in cui si cala la band di Hollis è appunto onirica e puntualmente rarefatta. Una dilatazione che ammalia grazie a partiture melodiche soavi, celesti, concilianti. Il raggio d'azione si allarga, lo spazio è occupato in maniera diversa. Colpiscono i vuoti, i silenzi tra un accordo e l'altro, a rimarcare un'esigenza artistica differente. Hollis conduce l'ascoltatore dal club al divano, dalla strada al salotto, dalla pista a un'utopica comfort zone in cui sognare a "orecchie aperte", lasciandosi trasportare da un'ugola che evoca felicità e bellezza con apparente semplicità.

"Life's What You Make It" è il singolo di lancio - che li vede protagonisti addirittura sul palco di Sanremo - e mette le cose in chiaro con il suo passo irritato, le tastiere ariose sullo sfondo, e la chitarra che sguscia via con un riff killer irrequieto, mentre poche note al piano denotano un'imprevedibilità alquanto insolita. È una delle ultime tracce scritte prima di chiudere il disco, mancando a conti fatti un apripista dal maggior richiamo. Il messaggio è diretto: lavorare per un futuro migliore, senza distrarsi troppo sul passato. La vita è nel presente, dopotutto. Un monito al cambiamento in atto che giace ancora nei piani alti delle classifiche, prima dell'abbandono definitivo dai canali mainstream, nel segno di un'inclinazione più introversa e assolutamente più ostica per le grandi masse.

Ma è nelle trame dell'introduttiva "Happiness is Easy" che prende luce la nuova efflorescenza. Gli strappi chitarristici alla Michael Hedges si alternano all'esagitazione del basso elettrico, mentre l'organo e il coro fanciullesco diffondono un'incantevole armonia da contraltare a tutto il resto. È un'atmosfera energica, magica e carezzevole al tempo stesso.

La successiva "I Don't Believe in You" alza ulteriormente l'asticella. Del synth-pop luminescente della primissima ora nemmeno l'ombra. Hollis si esalta in un cantato melanconico e struggente. È composto e afflitto, sedotto e abbandonato. Mentre l'arpa di Gaynor Sadler introduce di scatto l'assolo di chitarra disturbato, tra arpeggi mesti da tappeto.
Promises so golden
Years have proved them wrong
I'm trying to leave some self-respect
Any way you say it
Our decline goes on
But your pride won't heed it
It's the same old song
Con "April 5th" ci si avvia verso le lunghe pause che caratterizzano i dischi futuri. È la traccia apripista di una sintonia armonica in cui il tempo e lo spazio acquistano un valore decisamente diverso, estendendosi verso confini mai raggiunti. Poche note al piano con la voce di Hollis che si innalza ora leggiadra, ora placida. La resofonica di Robbie McIntosh e il sassofono di David Roach accompagnano il Nostro in una lenta ascesa verso il paradiso.

"Living In Another World" riprende il discorso inaugurato dalla hit "Life's What You Make It", aggiungendo all'impalcatura l'armonica di Mark Feltham, con l'organo espanso di Winwood e il basso sinuoso del fidato Paul Webb di "Give It Up" che assecondano Hollis nella sua mancata rinuncia all'amore universale. Il cambiamento è sussurrato ed è necessario ai fini di una salvezza interiore (e artistica) finalmente possibile.

L'elettronica minimale di Tim Friese-Greene unita al piano composto e a tratti impetuoso di Hollis in "Chameleon Day" delineano in buona sostanza il futuro dei Talk Talk. Tre minuti e venti secondi di pura magia. È come se Hollis e Friese-Greene trattenessero l'energia che scuote le loro anime, addomesticandola tra le pause immacolate di una vibrante ballata senza tempo. Al contrario, è un ritrovato positivismo a subentrare con grazia corale nella conclusiva "Time It's Time". Dopo un avvio docile, sale in cattedra l'Ambrosia Choir con tutta la sua verve d'altri tempi, creando così un ponte, una sorta di special con le partiture organiche, di certo meno epiche e più trattenute, poste nel mezzo tra strofa e ritornello. L'ennesimo miracolo di un album eccezionale. Uno spartiacque irripetibile.

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