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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/09/2024

Il governo Meloni e l'ossessione per i servizi segreti

Tra vittimismo aggressivo come stile nella lotta politica e ossessioni per i complotti tesi a destabilizzare il proprio esecutivo, la Meloni e la destra di governo continuano ad alimentare episodi e sospetti nella zona grigia posta a metà tra attività dei servizi segreti e politica.

In ordine di tempo sono arrivati prima la denuncia del ministro Crosetto sui dossieraggi dello strano triangolo tra un magistrato, un ufficiale della Guardia di Finanza e un agente dell’Aise. La vicenda è ora oggetto delle indagini della Procura di Perugia ma già si capisce che sarà un percorso a ostacoli.

Poi è arrivata la tegola del caso Sangiuliano-Boccia, che per ora galleggia in una zona grigia diversa: quella tra politica e pettegolezzo. Eppure la spregiudicatezza e la dimestichezza della sig.ra Boccia anche con i più moderni sistemi di spionaggio, qualche interrogativo l’ha fatto emergere.

Uno che di zone grigie se ne intende parecchio, Luigi Bisignani, ha affermato alla “7”: “Possibile che nessuno abbia avvertito la Meloni su chi era la Dottoressa Boccia, conosciutissima nei palazzi del Parlamento? Ha provato a infilarsi con tutti e Meloni ha fatto un errore clamoroso. Tutta questa gente che aiuta la Meloni le avrà detto di stare attenta a non imbucarsi in questa storia?”

Sullo sfondo di queste vicende c’è la decisione del triangolo di comando a Palazzo Chigi – Mantovano, Fazzolari, Meloni – di ridefinire proprio in questo mese di settembre i vertici e le caratteristiche dei servizi segreti, un obiettivo ampiamente dichiarato sin dall’insediamento del governo.

Ma anche quello dei servizi è un mondo molto competitivo, in cui se soddisfi una cordata ne scontenti un’altra, e quando una delle due ha a disposizione informazioni delicate e notizie sensibili c’è sempre il rischio che qualcosa di spiacevole finisca sui giornali. Adempiere con onore e disciplina non è mai una stata una caratteristica “forte” dei servizi segreti, almeno nella storia documentata di questo paese.

I più scontenti, al momento, sembrano essere i Carabinieri, tagliati fuori sempre più spesso dalla Guardia di Finanza nella conduzione delle indagini di maggior impatto politico (i casi Toti, Santanchè, Brugnaro, solo per fare un esempio), i Carabinieri sono stati defenestrati dal governo anche nella gestione dell’intelligence.

Con le nuove nomine ai vertici di Aisi, Aise e Dis, per la prima volta a nessun ufficiale dei Carabinieri è stato assegnato un incarico di responsabilità nelle tre agenzie dei servizi segreti.

La Meloni – o meglio il suo “uomo nero” Alfredo Mantovano – ha infatti nominato Giuseppe Del Deo, un ufficiale dell’esercito, nuovo vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), con compiti di coordinamento delle due Agenzie d’intelligence: l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e quella per la sicurezza esterna (Aise). Del Deo è attualmente vicedirettore dell’Aisi, incarico che passerà adesso al prefetto Vittorio Rizzi, vicecapo vicario della Polizia di Stato. Ai vertici dall’Aise è al comando il generale dell’esercito Giovanni Caravelli. Per i prossimi anni non sono quindi più previsti cambiamenti nei Servizi segreti.

A questo obiettivo il governo Meloni ha puntato sin da subito, quasi ossessivamente.

A segnalarlo, in tempi non sospetti, era stato proprio quel Luigi Bisignani nel suo libro “I potenti al tempo di Giorgia” (edizioni Chiarelettere, 2023).

Luigi Bisignani, noto come “l’uomo che sussurrava ai potenti” (da cui prende il titolo l’omonimo libro), è ufficialmente un ex giornalista dell’Ansa, un affarista e un professionista nelle relazioni del sottobosco, prima andreottiano e poi berlusconiano. Condannato a due anni e sei mesi per la tangente Enimont, nel 2014 Bisignani ha patteggiato un’altra condanna di un anno e sette mesi per l’inchiesta sulla cosiddetta P4.

“Giorgia e la passione per gli 007”
è uno dei capitoli del libro dedicato ai rapporti di potere della Meloni, che affronta e indaga il potere e le logiche del Palazzo da parte di un “sussurratore” che ne conosce bene anche gli angoli più remoti e infrequentabili.

Nel capitolo viene analizzato proprio il rapporto tra l’attuale premier e i servizi segreti, svelando alcune “rogne”, in particolare in materia di intercettazioni.

Nel libro si parla infatti di “400 utenze captate” dall’Intelligence, utenze “su vari personaggi che ruotavano intorno al suo mondo” (di Meloni, ndr), tra cui rientra “anche qualche giornalista”. Secondo Madron e Bisignani i Servizi Segreti italiani hanno insomma attenzionato, sorvegliato, controllato centinaia di persone. Con una domanda che pesa come macigno: con quale tipo di autorizzazione? Sembrerebbe nessuna.

Ci sono infatti sedici pagine dedicate alla passione di Meloni per l’intelligence e il lavoro degli 007, con dettagli sul ruolo di Mantovano, attuale segretario alla Presidenza del Consiglio e uomo chiave della “cabina di regia” nella violenta repressione delle manifestazioni al G8 di Genova, nel luglio 2001.

Luigi Bisignani riporta nel suo libro che l’intelligence italiana effettuerebbe centinaia di intercettazioni preventive. Le intercettazioni preventive sono legittime per i servizi segreti ma occorre che siano autorizzate da un magistrato. Ma quelle indicate non sarebbero intercettazioni come quelle che subiscono gli indagati: in questo caso non rimangono degli atti, vengono effettuate dai servizi segreti motu proprio, senza alcuna finalità giudiziaria. Servono ufficialmente a capire “se ci sono dei potenziali rischi per la tenuta del sistema istituzionale ed economico del Paese”.

Nel libro “si sussurra” che negli ultimi anni ci sia stata l’irresistibile tendenza ad allargare le maglie di queste intercettazioni, attraverso una sorta di pesca a strascico giuridicamente possibile, ma politicamente molto discutibile. E dentro la rete – così fanno capire Bisignani e Madron – sarebbero finiti anche direttori di giornali, parlamentari e avversari politici del Governo in carica.

Del resto se in nome della lotta al crimine e al terrorismo si è data mano libera a magistrati e apparati per intrufolarsi a man bassa “nella vita degli altri”, è inevitabile che qualche incidente, qualche “tentazione”, qualche curiosità morbosa, alla fine venga fuori quasi da sola.

Ma il criterio delle intercettazioni e delle indagini con il sistema della “pesca a strascico” può causare anche inconvenienti per gli esponenti del governo in carica. E questo potrebbe essere il caso del ministro Crosetto.

In un verbale all’interno delle diecimila pagine di atti inviati alla Commissione parlamentare antimafia dalla Procura di Perugia, sul presunto dossieraggio orchestrato dal tenente della Guardia di Finanza Pasquale Striano e dall’ex procuratore della Direzione Nazionale Antimafia Antonio Laudati, c’è anche quello delle dichiarazioni rese spontaneamente dal ministro alla Difesa Guido Crosetto dopo la fuoriuscita di notizie su alcuni giornali a proposito di una sua proprietà immobiliare (notizie che poi si sono rivelate prive di interesse investigativo).

Secondo il ministro Crosetto dietro queste ricostruzioni artefatte ci potrebbe essere la mano dei servizi segreti, senza escludere che si tratti di servizi segreti esteri. Tra gli indagati ci sarebbe anche Silvio Adami, un funzionario dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna), ovvero i servizi segreti italiani che operano per l’estero.

Il ministro Crosetto ha reso dichiarazioni spontanee il 22 gennaio 2024 ai pm di Perugia. In particolare, «ha riferito agli inquirenti anche di aver rappresentato le proprie perplessità sulla possibile provenienza dell’informazione dall’interno degli stessi apparati di sicurezza al sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano, e di aver poi direttamente conferito anche con la presidente del Consiglio», Giorgia Meloni. Crosetto ha aggiunto di aver espresso “le sue perplessità anche al direttore dell’Aise, il generale Caravalli, e di aver chiesto di svolgere accertamenti sul punto anche alla direttrice del Dis, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni”.

Fino ad oggi i magistrati della Procura di Perugia hanno individuato 172 consultazioni anomale del sistema Sos (Segnalazioni per operazioni sospette), in cui vengono riportate operazioni finanziarie di personaggi politici, dello spettacolo, di imprenditori e di altri ministri. Va sottolineato che si tratta di Operazioni non irregolari. In questo senso gli stessi pm di Perugia riconoscono che “a fronte di tale elenco numerosissimo di consultazioni prive di giustificazione alcuna, appare evidente come la vicenda Crosetto non sia altro che una goccia nel mare”. Insomma siamo in presenza di una “pesca a strascico” di dimensioni notevoli.

Secondo i magistrati di Perugia, il dott. Laudati e l’ufficiale della Guardia di Finanza Striano avrebbero «operato in spregio a quelli che sono i compiti istituzionali della Procura nazionale antimafia, confezionando atti falsi, con riferimento all’indicazione dell’origine dell’atto di impulso» che consentiva a Striano di fare le ricerche nel sistema della Sos.

Negli atti della procura di Perugia si sottolinea come Striano abbia fatto per conto del giornalista Giovanni Tizian del quotidiano Domani una serie di altri accessi risalenti nel tempo, come si evince da chat e email. Si tratta sempre di atti illeciti secondo i magistrati perugini, in quanto gli accessi sono stati svolti per ragioni estranee ai doveri d’ufficio. Il paradosso evidenziato è che questi accessi hanno talvolta causato «atti d’impulso» verso le procure competenti, pertanto sono stati riscontrati anche i reati di falso in atto pubblico e abuso d’ufficio.

Pochi giorni fa c’è stata la richiesta d’arresto dei due principali indagati – Laudati e Striano – formulata dal procuratore Raffaele Cantone ma respinta dal Gip del Tribunale di Perugia. La questione dovrebbe risolversi il prossimo 23 settembre nell’udienza davanti al Tribunale del Riesame, ma secondo alcune voci potrebbe finire in Cassazione.

Gli scenari intorno al rapporto tra governo Meloni e servizi segreti appaiono dunque molto contorti.

Da un lato il governo sin dal suo insediamento non ha mai nascosto la sua volontà di mettere le mani sui servizi di intelligence e non solo per la competenza istituzionale che ne deriva. Avere a disposizione e controllare le informazioni sugli avversari politici (basta ricordare il recente caso di Marco Cappato o le fughe di notizie riservate sulla delegazione dei parlamentari del Pd in visita nel carcere di Sassari), è una tentazione sempre fortissima per chi detiene il potere.

Dall’altra il governo si sente però vulnerabile sul terreno della credibilità e della riservatezza. La scarsissima qualità della sua classe dirigente lo espone continuamente a incidenti di percorso e di immagine sul piano pubblico. Se ci si aggiungono anche rogne più “riservate”, diventa un problema serio.

Le nomine ai vertici dei servizi segreti hanno sicuramente accontentato qualcuno e scontentato qualcun altro. Le varie cordate si vanno riposizionando e gli schizzi di fango potrebbero arrivare dappertutto.

La Meloni ha provato a pararsi le spalle schierandosi con l’atlantismo più sfegatato e a fianco di Israele (e quindi, almeno sul lato Usa e Mossad, non dovrebbero arrivare brutte sorprese), ma la sua credibilità nell’Unione Europea non è altrettanto garantita, anzi. E qui tra fratelli coltelli e nemici dichiarati deve invece guardarsi le spalle.

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07/09/2024

Dimissioni di Sangiuliano. La piuma che ha piegato le spalle del governo Meloni

Dopo giorni e giorni di tempesta mediatica – a cavallo tra politica e gossip e dalla quale ci siamo tenuti alla larga – sono arrivate le dimissioni del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.

L’uomo a cui la Meloni aveva affidato l’incarico di demolire “l’egemonia culturale della sinistra” (sic!), ha rinunciato alla poltrona con una lettera alla premier nel tardo pomeriggio di ieri, mentre sui social dilagava un nuovo post di Maria Rosaria Boccia che annunciava altre indiscrezioni sulla vicenda nel corso dell’intervista andata in onda ieri sera su La7.

“Sono fiero dei risultati raggiunti sulle politiche culturali in questi quasi due anni di governo”, ma le “mie dimissioni sono irrevocabili”, scrive l’ex direttore del Tg2 ringraziando la leader di Fratelli d’Italia per averlo difeso.

Nelle ultime ore il pressing del governo nei confronti di Sangiuliano era diventato sempre più forte. E dopo aver prima respinto le dimissioni e poi costretto il ministro ad una umiliante intervista al Tg1, ieri è maturata la convinzione che la situazione fosse diventata ormai insostenibile per il governo di fronte alle continue ‘rivelazioni’ della ex consulente – “revocata” – per i grandi eventi del ministero della Cultura. Una personaggetta che girava con occhiali dotati di telecamera e registratore per le sale dei palazzi istituzionali.

È stato un vero e proprio stillicidio mediatico e politico che stava indubbiamente demolendo ulteriormente la credibilità e la tenuta dell’esecutivo e della stessa presidente del Consiglio i quali, del resto, di credibilità per strada ne hanno già persa parecchia.

Con il passare dei giorni, dopo un’iniziale difesa di Sangiuliano, la Meloni ha dovuto capitolare cercando di chiudere al più presto la vicenda.

Per farlo ha dovuto rinunciare ad andare di persona al G7 dei Parlamenti a Verona (preferendo un video collegamento da Palazzo Chigi) e concentrarsi sulla via d’uscita da adottare per Sangiuliano. Poi si è recata al Quirinale dove ha informato il Capo dello Stato Sergio Mattarella del passo indietro del ministro.

Il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto delle dimissioni, accettando la nomina a ministro della Cultura di Alessandro Giuli, attuale presidente della Fondazione Maxxi e faccia presentabile della destra di governo.

Il Corriere della Sera scrive oggi che “Se la diga a difesa di Gennaro Sangiuliano è crollata, è anche perché Meloni e i suoi collaboratori più stretti, i sottosegretari Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano, hanno constatato che un’attenzione mediatica «che prescinde dal merito della questione» rischiava di travolgere l’immagine dell’intero governo”.

Si tratta decisamente di un episodio minore, e anche piuttosto penoso potremmo dire, ma che ha aggiunto un piuma insopportabile al fardello che da tempo pesa sulle spalle di un governo della destra che dimostra ampiamente di non avere classe dirigente da spendere decentemente.

La intransigente linea difensiva della Meloni dei suoi ministri al centro del mirino e delle richieste di dimissioni da parte dell’opposizione – dalla Santanchè a Lollobrigida – questa volta non ha tenuto. È l’ennesimo scricchiolìo di un esecutivo atteso al varco da rogne strutturali, a cominciare dalla manovra di bilancio e dalle scelte sulla guerra.

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29/04/2024

L’Italia ha perduto la sua “innocenza”. Contestato a Tunisi il ministro Sangiuliano e lo stand italiano

A Tunisi un gruppo di attivisti filopalestinesi ha fatto irruzione nello stand dell’Italia alla Fiera del Libro di Tunisi, nel momento in cui era presente il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, intonando slogan e sventolando bandiere palestinesi, inducendo il ministro ad allontanarsi.

Gli attivisti hanno fatto irruzione nello stand, sventolando le bandiere della Palestina e della Tunisia e intonando slogan contro l’Italia. Tra gli slogan urlati c’erano frasi come “Italia fascista, Italia sionista”. Questo incidente ha indotto il ministro Sangiuliano a lasciare lo stand.

Per molti anni l’Italia e i suoi governi hanno vissuto di rendita dei buoni rapporti passati con il mondo arabo. Ma le scelte di politica estera degli ultimi venti anni hanno via via collocato progressivamente l’Italia nella pattuglia delle potenze occidentali sempre più invise al resto del mondo. Ultima in ordine di tempo la scelta di essere complici di Israele contro le istanze del popolo palestinese e l’aver inviato una flotta militare nel Mar Rosso.

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06/02/2024

La confusione antileninista del Ministro Sangiuliano

Circa due settimane or sono, il Corriere del Mezzogiorno pubblicava un articolo a firma del Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, il cui titolo così recitava: “Lenin e l’élite russa a Capri, laboratorio della rivoluzione”.

L’ineffabile Ministro dava fondo – nel pezzo spacciato per analisi storico-culturale, laddove trattasi di semplice e indigesta manifestazione di livore anticomunista – a tutta la paccottiglia pubblicistica, di matrice liberal-liberista e/o fascista che dir si voglia, sul rivoluzionario russo, capo dei bolscevichi e architetto indiscusso della Rivoluzione d’Ottobre, tracciandone un profilo in bilico tra la falsificazione del dato storiografico, l’insulto personale e il teatro storico dell’assurdo.

Di seguito pubblichiamo in esclusiva la risposta che il professor Guido Carpi, docente di letteratura russa all’Università di Napoli, ha deciso di affidare alle pagine di Contropiano, visto il panorama informativo sempre più asfittico e la tremebonda ritrosia di tante redazioni mainstream.

Carpi è autore di importanti saggi sulla storia e la letteratura russa, sul marxismo e sulla Rivoluzione d’Ottobre. Oltre che di ben tre volumi ponderosi su Lenin.

Buona lettura...

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La confusione antileninista del Ministro Sangiuliano

Guido Carpi

Il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano si confonde. Succede quando, nel trattare un argomento storicamente cruciale come la rivoluzione d’Ottobre e i suoi dintorni, ti affidi al canovaccio dei romanzi semipubblicistici e supercriminalistici di Aleksandr Solżenicyn e ci ricami sopra, in una sorta di vuoto pneumatico storiografico.

Maksim Gor’kij, residente a Capri, era lo scrittore più celebre dell’epoca, e godeva indubbiamente di buone disponibilità economiche, ma non era affatto “perfettamente integrato nelle abitudini aristocratiche” dell’èlite caprese: di origini umilissime, Gor’kij conduceva una vita piuttosto sobria e utilizzava buona parte dei propri introiti per finanziare i socialisti russi perseguitati in patria e per contribuire a cause umanitarie (ad esempio, il sostegno ai terremotati di Messina).

Attorno a lui non vi era alcuna “colonia russa caprese” stabile, né tantomeno una “élite rivoluzionaria aristocratica”: i rivoluzionari citati da Sangiuliano – tutti esuli braccati dai gendarmi zaristi – nel 1910 erano convenuti sull’isola per risolvere alcuni dissidi interni e per realizzare la “Scuola operaia di Capri”, che non doveva imporre “una sorta di egemonia” sugli operai, ma, al contrario, stimolarli a creare una propria autonoma cultura e visione del mondo.

Sempre al contrario di quanto rapporta Sangiuliano, Lenin era contrarissimo al progetto della Scuola: a suo parere, la priorità della classe operaia non era costruire un’utopistica “cultura proletaria”, ma acquisire quei rudimenti della cultura già esistente che permettesse loro di emanciparsi e al contempo di trasformare l’intera società.

Né Lenin ne i suoi avversari di partito costituivano alcuna “élite intellettuale di provenienza borghese se non addirittura aristocratica”: il nonno paterno di Lenin era un servo della gleba e quello materno era un medico ebreo. Figlio di un ispettore scolastico di provincia e fratello di un condannato a morte del regime zarista, Vladimir Ul’janov (Lenin) si era poi laureato in giurisprudenza, proprio come il ministro Sangiuliano, a cui nessuno si sognerebbe di ascrivere a demerito tale circostanza.

E ancora: i bolscevichi non avevano affatto auspicato “il bagno di sangue della Prima guerra mondiale”: quando Georgij Plechanov – il maestro politico di Lenin – fece professione di lealtà patriottarda, il capo bolscevico lo apostrofò come “porco!”

Sulle divagazioni psicopatologiche di Sangiuliano mi limito a notare che invece di scandagliare la mente criminale di Lenin chiamando in causa l’incolpevole Dostoevskij, sarebbe stato meglio ripassare Wikipedia sui fatti più basilari.

La sigla “Nep”, ad esempio, non significa affatto “Nuova economia pianificata”, ma “Nuova politica economica”: un ritorno temporaneo all’economia di mercato, attuato da Lenin nel contesto della grave crisi del marzo 1921, e che della pianificazione imposta da Stalin un decennio dopo rappresenta... l’esatto contrario! Non male per uno che su Lenin si vanta di avere addirittura scritto un libro.

Che a una persona dalla formazione politica come quella del ministro Sangiuliano Lenin faccia orrore, è cosa ovvia e – dal mio punto di vista – del tutto rispettabile. Consiglierei però al collega (che è infatti anche docente del Master in Giornalismo e Comunicazione dell’Università telematica “Pegaso”) di sobbarcarsi almeno il minimo sindacale del lavoro di storico e di documentarsi meglio sull’oggetto delle proprie idiosincrasie: se ce l’ha con Lenin se la prenda con Lenin, non con una testa di turco confezionata ad hoc.

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“Lenin e l’élite russa a Capri, laboratorio della rivoluzione”

Gennaro Sangiuliano – il Corriere del Mezzogiorno

Tra il 1908 e il 1910 Vladimir Ilic Uljanov detto Lenin trascorse due periodi della sua vita a Capri, già a quel tempo riconosciuta come la «perla del Mediterraneo», un paradiso avulso dalle sofferenze del mondo, un luogo che dall’epoca dei grandi imperatori romani era diventato la meta di nobili e teste coronate in fuga dagli affanni del potere.

La Capri degli inizi del nuovo secolo è l’intreccio di ricche élite multinazionali, accomunate dall’agiatezza e dalla ricerca di suggestioni intellettuali. A Villa Discopoli soggiornava lo scrittore Rainer Maria Rilke, mentre la splendida Villa Lysis era la residenza del ricchissimo conte francese Jacques d’Adelsward Fersen, rampollo di un’altra dinastia industriale, allontanato dai salotti parigini per via della sua dichiarata omosessualità. Lo scrittore inglese, di origini polacche, Joseph Conrad vi aveva trascorso un periodo, come pure Norman Douglas e Oskar Kokoschka.

In questo contesto, perfettamente integrata nelle abitudini aristocratiche del luogo, si era sedimentata una colonia russa. Maksim Gorkij si era stabilito a Capri ai primi di novembre del 1906, pochi giorni prima, il 26 ottobre, era sbarcato a Napoli dal transatlantico «Princess Irene» proveniente da New York, assieme a Maria Fjodorovna Andreeva e a Nicolaj Burenin, un ricco borghese di San Pietroburgo convertito al marxismo.

Accanto allo scrittore gli elementi di spicco della colonia caprese erano Aleksandr Aleksandrovic Bogdanov, all’epoca il più temuto avversario interno di Lenin che per un certo tempo gli avrebbe conteso la leadership politica, quindi Anatolj Vasilevic Lunacarskij, futuro commissario dell’Istruzione (una sorta di ministro) dei primi governi sovietici, e Vladimir Bazarov Rudnev, economista teorico della Nep (Nuova economia pianificata).

Sarebbero stati invitati anche altri protagonisti della Rivoluzione come Aleksinskij, Rožkov, Skorcov-Stepanov, Desnickij e Pokrovskij.

I documenti inglesi, alcuni dei quali recano ancora il timbro «secret», raccontano alcuni spezzoni del Lenin caprese; gli agenti segreti britannici sono soprattutto interessati ai suoi rapporti con l’aristocrazia prussiana che frequenta l’isola.

Morto Alfred Krupp, la figlia Bertha (quella che darà il nome al famoso cannone della Grande guerra) comincia a frequentare Capri, naviga con lo splendido panfilo «Germania» davanti ai Faraglioni. Le crociere della famiglia Krupp nel Golfo di Napoli ospitano spesso il generale Paul von Hindenburg, futuro presidente del Reich, allora esponente di spicco dello Stato maggiore militare tedesco.

La vita caprese di Lenin è lo spaccato, evidente anche in una celebre foto, di una élite rivoluzionaria aristocratica non dissimile negli stili di vita, ma anche nella sostanza, dal potere che lavorava per abbattere. A Capri Vladimir Ilic Uljanov, leader della frazione bolscevica del Partito socialdemocratico, si muove come l’imperatore del prossimo impero comunista, lo zar rosso che in un decennio affermerà la dittatura del terrore.

Nell’agosto del 1909 prende il via la cosiddetta «Scuola di Capri», sintesi della vera sigla: Scuola della tecnica rivoluzionaria per la preparazione scientifica dei propagandisti del socialismo russo. Lenin e Gorkij, al di là della retorica rivoluzionaria e degli appelli alle masse, sapevano bene che la rivoluzione sarebbe stata fatta da un’élite intellettuale di provenienza borghese se non addirittura aristocratica.

Come gli illuministi avevano imposto una sorta di egemonia attraverso l’Enciclopedia francese, che aveva ispirato le idee della Rivoluzione giacobina, allo stesso modo i capresi puntavano a guadagnare, attraverso una «Enciclopedia dei lavoratori», quel consenso che avrebbe preparato la Rivoluzione proletaria.

Gli storici sono concordi nel ritenere che per molto tempo il partito bolscevico non superò i ventiquattromila iscritti, davvero pochi rispetto alle dimensioni demografiche dell’immensa Russia. Quella minoranza, però, così elitaria quanto determinata, avrebbe vinto.

Vladimir Ilic Uljanov fu un uomo dotato di grandi capacità intellettuali e di tenacia, una persona fuori dal comune, dotato di un carattere forte e complesso. Come dirigente politico riuscì a fondare e guidare alla vittoria la fazione bolscevica del comunismo russo, trasformandola con spietata efficacia in quella élite di professionisti della politica che progettò e attuò la Rivoluzione d’Ottobre.

Le azioni di Lenin misero in moto una catena di eventi che influirono in maniera decisiva sugli esiti del marxismo e la storia mondiale. I bolscevichi, dopo aver auspicato il bagno di sangue della Prima guerra mondiale, in cui videro il detonatore della rivoluzione, conclusero una pace separata con gli imperi centrali e vinsero la guerra civile. Nessuno avrebbe scommesso sulla vittoria finale di questa minoranza.

Dalla Rivoluzione russa nacque l’Urss, il primo stato comunista al mondo, basato sul terrore interno e un ferreo dogmatismo ideologico. Come in una religione, l’Unione Sovietica fu eletta quale modello dell’altro «Paradiso» a cui tutti i comunisti del mondo cominciarono a ispirarsi.

Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, dunque, sul palcoscenico della storia risulta essere come il creatore di quel sistema politico ideologico che il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, bollò decenni dopo come «L’impero del male».

La sua tragicità richiama «l’egoismo, l’amoralismo e l’ateismo» di alcuni personaggi di Dostoevskij. Ogni uomo, insegna il grande scrittore russo, ha la percezione di ciò che è «bene» e ciò che è «male», il leninismo sovverte questa sicumera morale e divide le azioni degli uomini in «rivoluzionarie» e non, per cui all’interno delle prime tutto è concesso, anche le cose più bieche.

Nella dialettica di Dostoevskij anche il delitto esprime, in maniera deformata, l’energia dello spirito. Lenin traspone questi stimoli sul piano della storia, perché la rivoluzione può sovvertire ogni precetto morale e trasformare in bene l’assassinio di massa.

Aleksandr Solženicyn e Dimitrij Volkogonov ritengono che vada posto al di fuori della tradizione russa e ricollegato più immediatamente all’eredità del giacobinismo francese. Richard Pipes descrive Lenin come un semplice psicopatico privo di scrupoli. Bertrand Russel che lo incontrò annota: «Quando conobbi Lenin, non mi fece l’impressione del grande uomo che mi aspettavo. Le mie più vivide impressioni furono di bigotteria e crudeltà mongolica».

Su Lenin a Capri ho scritto un saggio sulla base di numerosi documenti storici. Ricordo la recensione che mi dedicò Raffaele La Capria sul Corriere della Sera, sabato 20 luglio 2013. Per me fu motivo di grande soddisfazione leggere testualmente «l’ho letto tutto d’un fiato, con curiosità senza mai annoiarmi perché è un libro pieno di notizie e di informazioni frutto di una paziente e appassionata ricerca intorno a cose che si sapevano o io credevo di sapere».

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22/11/2023

La mostra di Sangiuliano e il Tolkien “né-né” de noantri

Ancora a proposito della mostra romana «Tolkien: uomo, professore, autore», voluta dal ministro Sangiuliano e inaugurata lo scorso 15 novembre alla Galleria Nazionale, in questi giorni tocca sorbirsi il coro di lamentazioni perché in Italia si ricade sempre nelle stesse diatribe rispetto alla collocazione culturale di questo autore. E allora giù con il refrain «Tolkien è di tutti, non può essere rivendicato né da destra né da sinistra», eccetera eccetera.

Ma se si deve ribadire una cosa che parrebbe ovvia, quasi lapalissiana – e cioè che l’opera letteraria di un autore può essere apprezzata da angolazioni diverse, per motivi differenti, a seconda di chi la legge – è perché in questo caso ovvia non è.

Nessun altro autore del Novecento oggi sarebbe costretto a subire un dibattito del genere. E allora forse, invece di lamentarsi, bisognerebbe arrendersi all’evidenza: Tolkien fa eccezione, in effetti.

Questo perché la letteratura non vive in una dimensione astorica, è sempre calata in un contesto, e si sa qual è stata la storia editoriale e “politica” di Tolkien in Italia: da fornitore suo malgrado di un’ispirazione letteraria per la destra neofascista degli anni Settanta, a fornitore di “valori universali” per Fratelli d’Italia, affinché possano ancora raccontarsi di non essere completamente sottomessi al realismo capitalista.

Nemmeno un intellettuale di destra come Franco Cardini lesina sulle parole per dire che i meloniani invocano Tolkien come paravento del proprio essere tutt’altra cosa e da tutt’altra parte. Altro che difesa della natura, comunitarismo e radici della tradizione europea... Casomai neoliberismo e atlantismo.

La mostra romana è parte di questa autonarrazione farlocca, non già per i suoi contenuti, ma per le parole che Sangiuliano sta spendendo da settimane, e per il fatto di essere stata voluta, organizzata e curata da una specifica parte politica oggi al governo in Italia.

Prova del nove. Come abbiamo già fatto notare, nessuna delle tre grandi mostre su Tolkien tenutesi a Oxford, Parigi e New York negli anni scorsi è mai stata spinta e inaugurata da un primo ministro e da altri ministri e sottosegretari dello stesso governo, più vari esponenti del Parlamento, tutti appartenenti allo stesso partito; tantomeno ha visto scrivere nel proprio catalogo personaggi con un passato nella destra neofascista.

Questo perché, appunto, la narrativa è sempre calata in un contesto, e il contesto italiano non è quello di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Il dato oggettivo e storico ci si dipana davanti agli occhi in questi giorni. E allora ecco non solo le lamentationes, ma anche le excusationes non petitae, e perfino un’indiretta presa di distanze di uno dei contributori dalle posizioni espresse da Sangiuliano.

Se il ministro della cultura ha fortemente rivendicato il conservatorismo di Tolkien, il professore italiano con cattedra a Oxford e redattore del Journal of Inklings Studies che ha portato in dote alla mostra il bollino dell’accademia inglese, ha sostenuto che Tolkien non era un conservatore, o almeno che non lo era nel senso che si potrebbe intendere... (cioè che intende Sangiuliano?).

Quando si ha una carriera accademica Oltremanica è comprensibile sentirsi un po’ stretti nell’attuale cornice “ministeriale” e governativa, anche perché nel caso in questione non si tratta di un personaggio con un background post-fascista, bensì di Comunione e Liberazione.

Dopo gli articoli sul Times e sul Guardian (poi seguiti da altri quotidiani europei e statunitensi) che puntavano l’indice sulla cornice politica della mostra, inserendola nelle strategie di appropriazione culturale del governo Meloni, è stata necessaria quantomeno una blanda presa di distanze.

Se si guarda da vicino chi ha messo in piedi la mostra si ottiene più di qualche indizio: un ministro formatosi politicamente nelle file della destra neo e post-fascista; un imprenditore manager di mostre-evento buono per tutti i governi, che può fregiarsi del titolo di Commendatore al merito della Repubblica; un collezionista di libri tolkieniani, pure lui con trascorsi politici nella destra post-fascista e attualmente assessore in una giunta multicolore (non nel senso di arcobaleno, eh, ma di calderone destra-centro-sinistra), che ci mette la collezione, appunto, e che si fregia di essere membro della Tolkien Society britannica. Per chi fosse interessato, questo è il link al modulo d’iscrizione, costa 35 sterline all’anno.

Segue la partecipazione attiva – vedi catalogo – del professore ciellino già menzionato; di una professoressa emerita presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa; un frate campione di letture spirituali e confessionali dell’opera di Tolkien; un giornalista monarchico; uno dei padri della fondazione intitolata al pensatore razzista e antisemita Julius Evola; il fondatore di una casa editrice di ultradestra; un giurista, consigliere del ministro dell’Università; l’autore di un libro su Tolkien e la Tradizione (maiuscola d’obbligo); una musicologa e teologa autrice di un libro su Tolkien e la teologia.

Ai quali si aggiunge un drappello più sparigliato, per così dire. Per la tematica linguistica, un dipendente della TIM (absit iniuria) dedito allo studio delle lingue elfiche; per le arti visive e i giochi, un collezionista di illustrazioni tolkieniane e curatore di un museo privato su Tolkien in Svizzera; una storica dell’arte indipendente; il presidente della Roma Film Academy; un fumettista e due inventori di giochi da tavolo a tema Terra di Mezzo.

Valore e prestigio dei singoli membri della squadra sono estremamente variabili, ma è del tutto evidente che la composizione non è particolarmente eterogenea, per usare un eufemismo, e che questa è stata selezionata, nella sua gran parte, in base a precisi orientamenti politico-culturali o religiosi.

Legittimamente, per altro, dato che l’idea della mostra l’ha avuta Sangiuliano, i duecentocinquantamila euro ce li ha messi lui – non di tasca sua, in realtà di tasca nostra, ma sua è la decisione – e ha coinvolto chi voleva lui. Ci mancherebbe altro.

Basterebbe soltanto essere meno ipocriti e non fingere un’imparzialità che su Tolkien non c’è mai stata in Italia e non c’è nemmeno stavolta, risparmiandoci l’italianissimo chiagni e fotti.

È altrettanto evidente che il confronto con il catalogo della mostra di Oxford del 2018 (pubblicato in Italia da Mondadori) è a dir poco impietoso. Lì ci scriveva il Gotha degli studi tolkieniani internazionali, mentre in quello della mostra romana, ehm... no.

Ma anche senza nomi di levatura internazionale, si sarebbero almeno potuti coinvolgere alcuni pionieri degli studi tolkieniani nell’università italiana, come Piero Boitani, Carlo Pagetti, Oriana Palusci, Maria Elena Ruggerini, o gli autori di importanti saggi seminali già nei primi anni Ottanta, come Alessandro Portelli ed Emilia Lodigiani.

Certo, non è detto che avrebbero accettato, considerando il taglio collezionistico-dilettantistico della mostra (vedi oltre) e la maldestra operazione politico-comunicativa che rappresenta.

Invece alcuni di questi sono stati invitati dal summenzionato prof. italo-oxoniense a un convegno su Tolkien che si è tenuto a Milano due giorni prima dell’inaugurazione della mostra (ché ci vuole un colpo anche alla botte per poter nicodemiticamente rivendicare ecumenismo ed equidistanza).

Un appuntamento che in una trasmissione su RadioRai3 il prof ha presentato come «l’unico convegno in cui si è letto Tolkien da un punto di vista scientifico-accademico». Seguono risate... Di convegni accademici su Tolkien in Italia ce ne sono stati almeno sei o sette negli ultimi dieci anni, in almeno cinque atenei diversi, ma evidentemente il prof era distratto, all’estero.

Detto questo, se si ripercorrono i nomi del dream team di Sangiuliano, c’è un’assenza che salta agli occhi. Quella di un allestitore.

Escludendo il supermanager degli eventi pubblici-privati, che a rigor di logica sembrerebbe doversi occupare dell’impianto generale della mostra, nel gruppo non compare un/a professionista del settore, un soggetto che sappia come selezionare e allestire una mostra e darle un senso.

Forse solo così si spiega quanto scrive Alessia de Antoniis in un articolo intitolato I pericoli dell’ingerenza politica sugli intellettuali della storia: il caso della mostra di Tolkien a Roma, sul sito Exibart. È un articolo scritto da una persona che una mostra su Tolkien l’avrebbe voluta, ma fatta bene, ed è rimasta delusa dalla pochezza che ha trovato.

De Antoniis afferma che, a discapito del titolo, nella mostra «non vi è traccia né dell’uomo né del professore» e che
«quella che occupa indegnamente alcune sale della Gnam sarebbe una bellissima mostra se fosse l’esposizione di fine anno di una scuola d’arte. Con tutte le opere che potremmo esporre in una sede di tale prestigio non si comprende come si possano sprecare risorse per una raccolta di libri, locandine di film e oggetti vari, spiegati male e con una indecifrata strategia espositiva».
E ancora:
«Ci si domanda dove questa mostra faccia un salto di qualità: al piano terra una sala con locandine di film della saga, qualche abito su manichini, un flipper a tema, giochi da tavolo, modellini, un Hobbit. Interessante la collezione di libri in bella mostra in teche cielo terra.

Al piano superiore, una sala di “disegni della Terra di mezzo” realizzati in anni vari senza nessuna indicazione sul criterio di scelta, né sull’uso che era stato previsto. E ancora libri. […] una mostra morta che, vista la materia e le tecnologie a disposizione ormai usate in ogni mostra, ha perso la grande occasione di essere una mostra immersiva, risultando noiosa e senza un filo conduttore.

Poteva essere una mostra anche multimediale e, vista tutta la tradizione di giochi di ruolo che traggono spunto dalle opere di Tolkien, persino collaborativa, partecipativa, sperimentale».
E conclude con un giudizio tombale:
«Tolkien è stato scrittore, filologo, linguista, docente universitario anche a Oxford. Ha creato lingue artificiali. Era un appassionato di letteratura fantastica e di mitologia nordica. Le sue storie narrano un mondo immaginario, popolato da umani, elfi, nani, hobbit e altre creature fantastiche.

Tolkien è uno dei padri della letteratura fantasy moderna e uno dei maggiori scrittori del XX secolo. Le sue opere hanno ispirato film, giochi di ruolo, cartoni animati.

Con un simile patrimonio, non si riusciva a costruire niente di meglio di una sfilza di teche con libri inanimati e disegni messi in fila alle pareti? Oggi che le mostre di maggior successo, che richiamano adulti, bambini e ragazzi, che avvicinano le nuove generazioni alla cultura, sono quelle che catapultano il visitatore nel mondo virtuale, siamo riusciti a sprecare tanto materiale per nulla?

L’inaugurazione è stata una bellissima recita di Natale ricca di figure istituzionali in gran lustro. Tra tanti, purtroppo, un grande assente: J.R.R. Tolkien, la sua grandissima arte, i suoi potenti maghi, le sue straordinarie figure mitologiche e tutto il suo mondo popolato di figure magiche.

Manca, in questa mostra, il senso dell’avventura, l’interesse di Tolkien per la storia medievale, per i miti, le leggende. Manca la genialità e l’originalità di un autore immenso che ha ispirato generazioni di artisti e di lettori.

Manca la vita che è in ogni singola pagina che lui ha scritto e che i curatori di questa mostra non sono stati in grado di far rivivere nonostante tutta la tecnologia che abbiamo oggi a disposizione. Una grande occasione persa per far rivivere Tolkien, che qui giace sommerso dalla polvere di una cultura vuota e stantia».
Diverso, ma non meno critico, è il contributo inviatoci da R., che invece non è una cultrice di Tolkien, ma in compenso sembra avere una certa cognizione di causa della realtà museale romana. Lo riportiamo qui di seguito.

La mostra su Tolkien: ovvero la musealizzazione di Pino Insegno

Siamo stati alla mostra romana su Tolkien durante e dopo l’inaugurazione.

A margine del dibattito mediatico pensiamo sia opportuno spostare l’attenzione dall’autore – e dalla sua influenza su alcune aree della politica italiana – alla mostra a lui dedicata.

L’esposizione è ospitata in un settore della Galleria Nazionale di solito deputato alle mostre temporanee di grande richiamo (la precedente era Picasso metamorfico, opere grafiche provenienti dalla casa natale di Malaga) e di interesse storico-artistico.

A parte questa zona del museo, una sala abitualmente destinata alla collezione permanente è stata disallestita per permettere la collocazione di una grande statua di Bilbo Baggins, un flipper e un’installazione video con Pino Insegno che legge Il Signore degli Anelli.

E veniamo allo specifico estetico, che è politico in altro modo. A chi si ostina a sterilizzare la discussione intestando a destra o a sinistra uno scrittore morto cinquant’anni fa, vorremmo evidenziare che in un museo come la Galleria Nazionale non dovrebbero coesistere Lucio Fontana e l’installazione video con Pino Insegno, Jackson Pollock e la statua di Bilbo Baggins.

Di fronte alla sala con un grande Concetto spaziale di Fontana c’è una tenda – velo pietoso? – che separa un capolavoro dell’arte e della filosofia del Novecento da una statua che sfigurerebbe anche nel giardino di un asilo.

La questione non è Tolkien autore, ma quest’idea di mostra con nani, flipper e multiproiezioni in una sede istituzionale che dovrebbe promuovere le arti visive in ogni loro manifestazione senza sconfinare nel trash.

Il pubblico della mostra non è quello abituale del museo: le persone che ascoltano in cuffia Pino Insegno e si aggirano fra la riproduzione dello studio di Tolkien e i quadretti imbarazzanti che non si vedevano dai tempi delle aste notturne delle reti locali, poi ridono davanti all’orinatoio di Duchamp, guardano perplessi i Bachi da setola di Pino Pascali, e si avviano rapidamente al bookshop – senza fermarsi a guardare Burri o Klimt – per acquistare gadget o edizioni speciali della saga.

Un’operazione di questo tipo non giova né al museo né, in generale, alla cultura. Il richiamo del marketing della mostra non porta visitatori non abituali a interessarsi anche alla Transavanguardia o alla scuola di Piazza del Popolo: si tratta di un pubblico occasionale, da evento superpubblicizzato, che fa passare in secondo piano l’offerta culturale dell’istituzione.

Proporre la mostra in un museo nazionale di questo rilievo rappresenta per il ministro Sangiuliano e per la sua parte politica non solo un tributo alla passione giovanile di Giorgia Meloni, ma soprattutto un modo per diffondere e istituzionalizzare (nazionalizzare) un modello sottoculturale che è l’unico che conoscono: la baracconata immersiva, popolare in senso di allineamento al cattivo gusto post-televisivo, che al massimo avrebbero potuto proporre a Palazzo Bonaparte o al Chiostro del Bramante.

E veniamo all’aspetto della comunicazione, perché tanta mediocrità tuttavia è un capolavoro di marketing: probabilmente la metà del budget (250.000 euro, si dice) è stata impiegata nella gigantesca campagna pubblicitaria – manifesti ovunque e giornalisti di ogni testata che ne hanno scritto.

La mostra è stata voluta fortemente e realizzata con la supervisione del ministro Sangiuliano in un luogo che, da otto anni, ha uno statuto di autonomia amministrativa e scientifica.

Questa vicenda è la dimostrazione di come l’accentramento, abbattuto da Franceschini con un decreto ad hoc che ha polverizzato anche le Soprintendenze, all’occorrenza si possa recuperare per occupare ideologicamente un museo a cui Palma Bucarelli aveva dato una forte fisionomia antifascista.

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Casomai ci fosse rimasto un barlume di curiosità per la mostra, questi pareri ce l’hanno spento del tutto. Del resto, nemmeno le parole di conoscenti romani che l’hanno visitata sono più incoraggianti. Si va dal più positivo: «non è poi così male, ma non vale un viaggio a Roma», all’intermedio: «un cumulo di oggetti targati Tolkien», fino al più lapidario e sintetico: «una poracciata». Costata un quarto di milione di euro, però.

En passant, qualcuno ci ha fatto notare che «la tavola con il diagramma ad albero delle lingue di Arda contiene diversi errori». Pure.

A posto così.

Decisamente meglio restare a leggere, compulsare, tradurre. Ché la letteratura sta nei libri, non nelle baracconate di stato. Anche perché le mostre passano, i libri restano.

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