Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2026

[Opinione] - Basta un’autostrada per capire l’Italia

Abbiamo chiesto al nostro amico Lentino Lentini di scrivere un pezzo contro la velocità e contro l’indifferenza diffusa nei confronti del territorio, derivata dalla smania di velocità e comodità che connota il nostro tempo. Lentino, come si evince dal suo stesso nome, predilige viaggiare e spostarsi a bassa velocità, nonché tempistiche e spostamenti più a misura d’uomo e il meno tecnologizzati possibile. Ma lasciamo la parola a lui; i suoi pensieri inducono a riflettere su un aspetto essenziale della società che ci circonda: la velocità ormai pervasiva e la conseguente necessità di tornare ad una dimensione più umana. Buona lettura. (gvs)

La società contemporanea è sempre più dominata dalla velocità e dalla smania di comodità. Non serve scomodare filosofi sudcoreani, azerbaigiani o antartici per capire come quella che viviamo oggi sia una società della comodità ad ogni costo, raggiungibile mediante la velocità e l’indifferenza per il territorio che ci circonda. Piccoli esempi: usare l’auto anche per brevi spostamenti, cercare il parcheggio più vicino possibile alla meta (ad esempio il centro storico di una città, le cui zone limitrofe appaiono intasate e iper inquinate) mentre basta andare pochi metri più lontano per trovare tanti posti liberi, prendere l’ascensore anche solo per fare uno o due piani, utilizzare per gli spostamenti autostrade e treni sempre più veloci al posto di statali e treni locali. In questa società della comodità si nota una sempre maggiore estensione della velocità in ogni ambito: non solo nei mezzi di comunicazione e di trasporto, nelle reti stradali e ferroviarie, ma anche negli acquisti e in pratiche quotidiane che investono la cultura. Ad esempio, è più facile e veloce acquistare online piuttosto che in un negozio come è più comodo e veloce procurarsi un e-book piuttosto che un libro cartaceo eccetera eccetera. Perfino le guerre, oggi, sono diventate più comode e veloci. Io, invece, odio la comodità e la velocità; odio la devastazione del territorio in nome della comodità e della velocità.

Mi trovo spesso a percorrere la A1 per Milano con la mia Mandoletti 850 a 20 cavalli che non è certo veloce. A volte, con terrore e spaesamento, mentre guido mi metto a pensare: questa autostrada è una striscia d’asfalto, nettamente separata dal territorio che la circonda. Corrono automobili veloci e grossi camion anch’essi sempre più veloci tanto che, più di una volta, succede che un camionista con le bandierine italiane e la faccia di padre Pio e la Madonna sul suo cabinato mi sfanala da dietro quasi attaccandosi al culo della mia Mandoletti, come in Duel di Steven Spielberg. Ma lì c’era uno psicopatico, qui invece un religiosissimo adepto della velocità e della comodità. Alla faccia dell’adesivo con la scritta “80” che ha appiccicato dietro. Insomma, continuo a pensare: veicoli modernissimi, elettrici, elettrificati e monobenzinati, a iniezione elettronica emetica e digitale, a diesel verdissimo e non inquinante, suv che sembrano scatoloni o mezzi d’assalto da far paura, berline fluenti, irruenti e dementi, dai fari bianchi e azzurrati che si dilungano in ghigni e dentature orripilanti che sembrano i tatuaggi di guerra delle popolazioni barbariche o i denti dipinti sugli aerei dagli americanos sganciatori di atomiche. Quei suv più grandi e più veloci sono veri e propri mezzi di guerra perché è una guerra quella che si consuma sull’A1, una guerra all’ultima velocità. D’altra parte, la guerra e l’immaginario bellico avvolgono dappertutto la nostra società; non solo a causa delle guerre che attualmente stanno devastando il Mondo in svariati luoghi ma anche perché gli individui sembrano aver introiettato dentro di sé il concetto stesso di guerra: spesso sono violenti, indifferenti quando non favorevoli alle devastazioni e ai genocidi (come quello in Palestina), favorevoli a qualsiasi utilizzo della forza bruta da parte delle forze dell’ordine, basta che la sicurezza sia tutelata. E non dimentichiamo che comodità significa anche portare il culto della sicurezza agli estremi, cioè finire a vivere in quartieri separati dal resto della città e sorvegliati da guardie armate, una specie di personale tropa de elite, come molti romanzi e film distopici ci mostrano.

Vedere quei suv e quei macchinoni che corrono in autostrada comunica un grande senso di violenza. Perché corrono? Perché vogliono essere comodi, vogliono arrivare prima degli altri per divertirsi o per lavorare (il che è perfettamente la stessa cosa) e sono indifferenti non solo alla mia lenta Mandoletti ma a tutto ciò che li circonda. E, di conseguenza, sono violenti. Vedere quei macchinoni che corrono è come leggere commenti odiosi e fascisti sui social, fatti dalla gente comune e per bene, religiosa e piena di belle famiglie che devono essere tutelate, che odiano gli stranieri e i diversi, che vogliono solo divertirsi in sicurezza, andare nei loro ristoranti e nei loro villaggi vacanze a bere i loro meravigliosi spritz all’indifferenza (io sono lento e preferisco il Campari). Che odiano coloro che protestano (e protestano perché hanno capito che c’è qualcosa che non va), che non gliene frega niente del cambiamento climatico, che danno sempre ragione a chi detiene il potere sotto qualsiasi forma in nome del rispetto delle regole anche quando appartengono al mai decaduto codice fascista italiano. Nella mia Mandoletti ho paura. Vedo questi Suv giganteschi che sfrecciano, coi finestrini chiusi e pieni di aria condizionata, e intravedo al lato guidatore braccioni abbronzati o tatuati vicino al finestrino, pieni di bracciali mentre al posto del passeggero siedono donne volgarissime coi piedi nudi in bella vista appoggiati al cruscotto. E allora mi ricordo quando da piccolo, in autostrada, vedevo correre e superarci grosse auto ai cui finestrini abbassati (allora l’aria condizionata non c’era) si sporgevano gli stessi braccioni violenti degli italiani che sfrecciavano in vacanza, indifferenti e guappi, che si muovevano e si muovono fra corsie senza mettere la freccia, che superano a destra zigzagando. Questa è indifferenza e violenza.

Basta percorrere un’autostrada (anzi, l’A1, la regina delle autostrade) e si riesce perfettamente a capire come mai in Italia ha imperato per vent’anni il fascismo, perché non è mai morto e non è mai stato annientato, perché è sempre sopravvissuto negli apparati di potere, perché ci sono state stragi di stato e terrorismi neri di ogni sorta, servizi segreti deviati, la bomba di piazza Fontana, della stazione di Bologna e tutte le altre bombe, l’assassinio di Pasolini, la democrazia cristiana, i socialisti e la corruzione, mani pulite e mani sporche, i golpe e gladio, i morti di Reggio Emilia, la mafia, gli anni Ottanta e la Milano da bere, Berlusconi e i paninari, canale 5 e striscia la notizia, drive in, la commedia all’italiana sessista volgare e misogina, gli anni Novanta e il loro niente, Jovanotti e la sua moto, il festival di sanscemo, la mattanza di Genova, incapaci calciatori superpagati, Vespa e porta a porta nonché il governo attuale. Mi sento più sicuro quando, invece del tir italico con bandierine guidato da un camionista panzone o di un suv con targa italiana guidato da uomini con capelli corti, occhiali da sole e braccioni tatuati, mi trovo dietro un’auto straniera che mette la freccia quando si sposta e non sfanala perché vado troppo piano.

Ma, guidando la Mandoletti nella corsia dei veicoli lenti, penso anche al territorio che circonda l’autostrada. Quei suv e quei macchinoni che sfrecciano sono del tutto estranei e indifferenti a quel territorio. L’asfalto è una ferita aperta nel cuore della campagna ormai essa stessa industrializzata, velocizzata, tecnologizzata e abbrutita dalla contemporaneità. Intravedo vecchie case coloniche ormai abbandonate, a pochi metri dal guard rail, cimiteri di campagna, paesini fantasma oppure caseggiati anni Sessanta, abitati e con le finestre aperte, periferie di altri paesi disperati spersi per la campagna nella canicola a 37 gradi. Intravedo rogge e torrenti ormai inquinati e le sponde del Po sempre più violentate e il livello dell’acqua sempre più basso. Penso a quando è stata costruita l’autostrada del Sole, fra il 1956 e il 1964, a quando migliaia di ettari di terreno agricolo sono stati devastati, a quando i contadini subirono espropri massicci e l’economia rurale è stata inesorabilmente spezzata. Da lì è cominciata la costruzione dei capannoni industriali che hanno sostituito l’agricoltura, quegli apparati, quelle fabbriche, quegli allevamenti intensivi, lager per animali. Quella campagna resta immobile e lontana ai margini dell’autostrada, della violenza e della comodità. Proprio ai margini, emarginata, ritenuta ‘diversa’ come può essere diverso un contadino africano rispetto a un manager alla guida di un suv. Una campagna ferita ma che immagino ancora capace di raccontare storie, se solo si sapesse ascoltarle, se solo si avesse la pazienza di andare più lentamente e di fermarsi ad ascoltare. La campagna intorno all’autostrada, nella sua anima, è un territorio ancora lento, ancora legato ai ritmi della natura, ai contadini che la abitavano e che parlavano solo in dialetto ai tempi in cui ancora quella stessa autostrada non c’era. Anche se oggi è tutto abbandonato, desolato, senza anima, eppure, guidando la Mandoletti percepisco che un’anima c’è ancora, e mi parla. È un territorio pieno, straboccante di cultura, e aspetta soltanto che qualcuno rallenti il passo per poterlo ascoltare.

Mi piacerebbe pensare che i suv e i macchinoni sparati a velocità fossero a guida autonoma, che non ci fossero esseri umani al volante. Eppure ci sono, trasformati in robotici esseri, rozzi, volgari, interessati solo ai loro personali e privati interessi, alla possibilità di poter arrivare prima di tutti. Quei mezzi da guerra, quei suv che sembrano casseforti, mezzi d’assalto con le ruotone antiproiettile che vanno a velocità sovrumana mi fanno paura come mi fa paura la guerra. Eppure, come ho già detto, quell’autostrada stessa è una guerra, è un massacro di qualsiasi cultura, di qualsiasi territorio, di qualsiasi dimensione umana. Perciò, basta percorrere un’autostrada per capire anche come mai in Italia c’è questa grande indifferenza al territorio, perché si abbattono alberi per costruire qualunque cosa, perché si costruisce dove non si dovrebbe, perché la natura spesso e volentieri si ribella sotto forma di alluvioni e inondazioni. Quel territorio è lì, ai bordi dell’autostrada e non importa niente a nessuno, anzi sembra che tutti lo vorrebbero devastare e inquinare ancora di più. E a nessuno importa che, in un pomeriggio d’estate, in quel territorio ci siano quaranta gradi, basta stare al fresco dei propri condizionatori dentro proiettili sparati a tutta velocità. Ecco, questa è un’immagine emblematica dell’apparato culturale che circonda la società del riscaldamento globale. Una cultura che è subcultura mentre la cultura vera è là, in quelle campagne, agonizzante e morente.

E, guidando la Mandoletti, penso anche che, sempre di più, odio la velocità, la comodità e l’indifferenza. Tre concetti legati insieme, ai quali se ne può aggiungere anche un quarto: la violenza. Violenza diffusa, verbale, genocidaria, bellica, comportamentale. Ed è tutta qui: in questa indifferente velocità. Per fortuna sono quasi arrivato, dopo il casello esco a san Sallustio Milanese e mi immetto in una lenta provinciale, circondata da una campagna non meno devastata. Ma almeno non ci sono più quella velocità, quella comodità e quella violenza d’intorno. Resta l’indifferenza, quella sì, indifferenza per un territorio sempre più deturpato. Mi fermo, esco, vado a piedi (finalmente!) e, nonostante i giramenti di testa e i 37 gradi, cerco di continuare a pensare.

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10/01/2026

Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi

Appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, dallo sviluppo dell’Intelligenza artificiale alle criptovalute, dall’impegno per il multilateralismo sul piano geopolitico alla transizione energetica.

L’incontro di Busan

Ci sono degli avvenimenti, magari non ufficialmente percepiti al momento come molto importanti, mentre i media ne parlano soltanto per un paio di giorni, che segnano invece uno spartiacque profondo per le implicazioni che comportano. 

Questo è stato il caso dell’incontro del 30 ottobre tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, una città della Corea del Sud. La reale importanza di tale incontro non sta tanto nella pur importante tregua commerciale concordata in quella sede tra Cina e Stati Uniti, ma nella dimostrazione evidente, quasi ufficiale, che il Paese asiatico può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari (Doshi, 2025), con una tendenza anzi, a nostro parere, del rovesciamento dei rapporti di forza tra i due paesi. Si tratta ovviamente di una constatazione della massima importanza sulla strada di un rilevante mutamento dell’ordine internazionale. Più in generale, il 2025 è stato un anno molto favorevole al Paese asiatico.

Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo pivot to Asia, Trump ha ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro fatidico, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che il Paese asiatico si sarebbe piegato, come tanti altri, ai diktat Usa; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria dei cinesi. 

Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare e dei magneti (comunque alla fine “una pistola puntata alle tempie agli Stati Uniti”, Doshi, 2025), ma per capire come è stato ottenuto questo risultato è necessario anche considerare altre implicazioni che ci sono dietro. Tra queste, il fatto che la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base che provengono dalla Cina. Inoltre va considerato che senza le merci cinesi il livello dei prezzi della gran parte dei beni di consumo venduti sul mercato interno americano sarebbe salito in maniera verticale, e alcune merci sarebbero diventate di difficile reperimento. Qualcuno, ad esempio, aveva rilevato già nei mesi primaverili che senza i condizionatori cinesi gli americani avrebbero sofferto molto più caldo nel periodo estivo, sarebbero mancati gli arredi di Natale, che, come è noto, provengono pressoché tutti da un’unica città cinese, così come le bandiere americane e i cappellini con la scritta Maga. Tutto ciò, sino a non molto tempo fa. 

In questo quadro, il testo che segue si sofferma soltanto su alcuni punti relativi ai differenti modelli di sviluppo dei due Paesi, non tanto analizzando le grandi differenze tra le caratteristiche generali del sistema economico e politico cinese e quello statunitense, quanto piuttosto concentrando l’attenzione su alcuni temi specifici venuti alla luce nell’ultimo periodo.

L’IA, due modelli differenti

Il modello di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale portato avanti dai grandi gruppi Usa del settore appare mirato ad affermare la loro supremazia tecnologica attraverso enormi investimenti (OpenAI da sola programma di impegnare 400 miliardi di dollari nei prossimi anni nel settore), che producono massicci programmi proprietari chiusi e a pagamento, con il controllo dell’esportazione delle tecnologie dei chip e dei software avanzati verso la Cina. Donald Trump ha dichiarato a questo proposito che gli Stati Uniti faranno qualsiasi cosa che sarà necessaria per essere la guida mondiale nel settore dell’IA (Thornhill, 2025).

La Cina invece investe somme certo importanti, ma nettamente inferiori a quelle degli Usa: secondo una stima cinese gli impegni del Paese asiatico nel settore tra il 2023 e il 2025 sono stati dell’82% più bassi di quelli degli Stati Uniti (Global Times, 2025), mentre altre stime sono un poco più elevate, ottenendo peraltro risultati sostanzialmente equivalenti a quelli statunitensi, con la diffusione poi di un sistema aperto a tutti e gratuito, con il parallelo obiettivo di diffondere rapidamente e in maniera capillare la tecnologia. Si tratta evidentemente di un approccio che sarà privilegiato nei Paesi del Sud del mondo, ma anche in molti casi in quelli del Nord. In effetti si registra un crescente uso dei modelli cinesi anche negli Stati Uniti; si cita tra l’altro il caso di Airbnb (Global Times, 2025).

Lo stesso boss di Nvidia prevede che nella gara per la supremazia nel settore alla fine vincerà la Cina, mentre altri esperti statunitensi affermano che gli Stati Uniti stanno facendo un errore strategico catastrofico nello scommettere così pesantemente su modelli IA giganti e chiusi e che gli Stati Uniti sono nel settore dalla parte sbagliata della storia (Thornhill, 2025). C’è chi prevede che il successo dei modelli di IA aperti cinesi, sei volte meno cari di quelli Usa, (Surman, 2025), faranno scoppiare la bolla dei valori oggi fortemente gonfiati delle imprese del settore statunitense. 

I ricercatori asiatici della Silicon Valley

Per altro verso, gli undici ricercatori che presso il gruppo Meta perseguono l’ambizioso obiettivo di costruire un programma che eguagli o sia più potente del cervello umano sono tutti immigrati educati in altri Paesi e sette di questi sono cinesi (Metz, Tan, 2025). Più in generale, l’industria high tech statunitense dipende in rilevante misura da ingegneri cinesi. E quindi se l’amministrazione Trump portasse ancora avanti la sua politica di contrasto agli scienziati del Paese asiatico presenti negli Stati Uniti le società della Silicon Valley resterebbero indietro nella gara per il primato nel campo dell’IA (Metz, Tan, 2025). E in effetti diversi ricercatori di primo livello hanno già lasciato gli Stati Uniti tornando nella madrepatria. C’è da pensare che diversi altri li seguiranno. 

Le cose peggiorerebbero ancora se anche per gli scienziati indiani, come per qualche verso si profila, l’aria diventasse difficile nel paese; si tratta infatti della seconda componente fondamentale del capitale umano della Silicon Valley dopo quella cinese. 

Una dipendenza sorprendente

Abbiamo visto come i grandi gruppi Usa dell’IA stiano portando avanti una forsennata politica di investimenti nei centri dati in giro per il mondo. Ora l’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede che per alimentare tali centri nel 2030 si consumerà un quinto di tutta l’energia generata negli Stati Uniti nello stesso anno (Sandlund, 2025).

Per quanto riguarda la componentistica necessaria per tali impianti – sistemi di immagazzinamento dell’energia, convertitori, trasformatori, ecc. – le imprese statunitensi stanno ricorrendo in misura massiccia alle imprese cinesi, in ragione della maggiore rapidità di consegne rispetto ai concorrenti di altri paesi come la Corea del Sud, della maggiore affidabilità e durata e di costi più vantaggiosi. Tutto questo mentre in teoria gli Stati Uniti vorrebbero ridurre la loro dipendenza dalla Cina nei settori chiave (Sandlund, 2025). 

La lotta al cambiamento climatico

Anche nel campo dell’ecologia si possono rilevare due atteggiamenti molto diversi tra Usa e Cina. Nel primo caso con l’amministrazione Trump ci troviamo di fronte alla negazione che ci sia un problema di qualche natura in campo climatico (come ribadito ancora nel dicembre del 2025) e a tentativi di bloccare in tutti i modi possibili gli investimenti nel settore nel suo Paese, oltre allo sforzo di frenare gli accordi relativi in sede internazionale. Del resto gli Stati Uniti erano assenti dai recenti incontri della Cop30 in Brasile.

C’è da sottolineare che la ricetta trumpiana non viene seguita negli Stati governati dai democratici, che cercano invece, tra crescenti ostacoli federali, di portare avanti dei programmi alternativi.

Nel frattempo la Cina è diventato di gran lunga il Paese che investe di più nel settore (normalmente almeno quanto il resto del mondo messo assieme) e il leader tecnologico su di un fronte molto ampio di prodotti relativi, dalle auto e camion elettrici, alle pale eoliche, ai pannelli solari, alle grandi batterie da accumulo; i suoi prodotti tendono ormai a conquistare i mercati mondiali, nonostante il boicottaggio degli Stati Uniti e in parte dell’Unione Europea. Senza le tecnologie cinesi non si riuscirà a combattere efficacemente il cambiamento climatico. Il Paese sembra poi aver raggiunto il picco delle emissioni nel 2025, in largo anticipo rispetto all’obiettivo precedentemente fissato del 2030. Anche quello di emissioni zero fissato ufficialmente al 2060, sarà presumibilmente raggiunto molto prima, tra il 2050 e il 2053.

Alla fine, comunque, Trump consegna il futuro dell’energia a livello mondiale alla Cina (Luce, 2025).

Le criptovalute e le stablecoin

L’Oxford English Dictionary definisce le criptovalute come sistemi di pagamento digitale che operano indipendentemente da un’autorità centrale e che impiegano tecniche crittografiche per controllare e verificare le transazioni. Se questo sistema si diffondesse largamente gli effetti sulla regolamentazione e stabilizzazione delle economie nazionali potrebbero essere devastanti. 

Le cripto non hanno valore in senso economico, non generano reddito, non sono legate ad alcun tipo di produzione, non pagano dividendi. Quello che le spinge in avanti non sono quindi i cash flow, ma le aspettative, in particolare quelle che in futuro qualcun altro compri tali titoli ad un prezzo maggiore di quello di oggi (Editorial, 2025). 

Le criptovalute minacciano lo stesso concetto di lotta al denaro sporco e alla criminalità. 

Le stablecoin sono degli strumenti digitali che offrono agli investitori la flessibilità delle criptovalute, ma che, al contrario delle stesse, non presentano apparentemente rischi di oscillazione di prezzo delle stesse, dal momento che sono legate ad un asset stabile, quale una valuta, dei depositi bancari, o un bene come l’oro. In realtà i rischi in proposito sono rilevanti.

Donald Trump afferma che lo sviluppo delle stablecoin aiuterà a rinforzare il dominio del dollaro nel mondo, attraendo tra l’altro flussi di investimento verso gli Stati Uniti, nonostante che sul piano politico il Paese stia perdendo qualche colpo (Walker, 2025). La famiglia Trump, del resto, ha lanciato nel 2025 una serie di iniziative di criptovalute attraverso le quali, sia pure tra alti e bassi, sembra sia riuscita a guadagnare diversi miliardi di dollari.

La tendenza statunitense sottesa a tali movimenti è quella ad una privatizzazione e deregolamentazione spinta della valuta e dei mercati finanziari. 

Molto diverso appare l’atteggiamento cinese (Zhu Lanxu, 2025), (Grossi, 2025). In un recente incontro sulla lotta alla speculazione sulle valute virtuali, la Banca Centrale di Pechino, preoccupata dalla crescita della stessa speculazione cripto in Cina e dalle mosse di Trump, avendo già lanciato lo yuan digitale pubblico, ha dichiarato che intensificherà una politica proibizionista sul trading e sulla speculazione su bitcoin e criptovalute. Tali strumenti infatti  non possono circolare in Cina, ne essere usati sul mercato. 

G20, COP30, aiuti all’Africa

Due recenti vertici molto importanti, il G20 in Sud Africa la Cop30 in Brasile hanno visto l’assenza dei rappresentanti degli Stati Uniti; del resto Trump non ama le assemblee di tutti i tipi, preferendo di gran lunga i rapporti bilaterali, situazione in cui può più facilmente prevalere sull’avversario. Invece la Cina ha afferrato l’occasione per presentarsi come sostenitrice di un ordine multipolare, della cooperazione internazionale, dei trattati ambientali, guadagnandosi maggiore fiducia dai paesi del Sud del mondo (Noci, 2025).

Poco tempo prima, mentre gli Stati Uniti bloccavano gli aiuti ai paesi africani, la Cina aboliva tutti i dazi nei confronti delle merci provenienti dai Paesi di tale continente.

Le esportazioni cinesi resistono a Trump

È noto come Trump, estendendo azioni già avviate dalle precedenti presidenze, abbia attivato forti azioni verso tutti i paesi del mondo sul fronte del commercio, imponendo loro dazi più o meno elevati, mirando in particolare la Cina, non solo come rivale geopolitico, ma come Paese che godeva anche di larghi surplus negli scambi reciproci.

Pechino è riuscita a parare la mossa di Trump: è vero che le sue esportazioni verso gli Stati Uniti si sono ridotte in misura significativa, ma sono invece aumentate quelle verso altre destinazioni, dai Paesi dell’Asean a quelli dell’UE, tanto che alla fine complessivamente le sue esportazioni hanno continuato a crescere. Così nel periodo gennaio-novembre 2025 il surplus della bilancia commerciale cinese aveva battuto ogni precedente record, raggiungendo i 1.080 miliardi di dollari (più che nell’intero 2024), con le esportazioni che erano cresciute nel periodo intorno al 6%. E le previsioni sono per un’ulteriore crescita nel 2026.

Cosa può produrre la Cina in casa

È anche noto che la teoria dei vantaggi comparati messa a suo tempo a punto da David Ricardo e che tanto successo ha avuto sino ai nostri giorni prevede che ogni paese opera gli scambi con gli altri sulla base dei vantaggi comparati che ognuno possiede. Così conveniva che il Portogallo si specializzasse nella produzione del vino e lo scambiasse con i tessuti dell’Inghilterra; in tale modo ambedue i paesi ne avrebbero tratto vantaggio.

Come sottolinea un testo recente apparso sul Financial Times (Harding, 2025) su questo fronte la Cina ha ora un problema molto rilevante.

Non si tratta solo del fatto che la Cina abbia un crescente surplus commerciale con il resto del mondo, quanto semmai della prospettiva che tendenzialmente sarà sempre più in grado di produrre anche le cose che al momento importa, come semiconduttori, software, aerei commerciali, macchinari avanzati per la produzione. Non si capisce quindi, quando – fra un certo non lunghissimo numero di anni – essa riuscirà a produrre praticamente tutto in casa (ha tutti i progetti in atto per farlo), cosa potrà importare per bilanciare almeno parzialmente le cose. A quel punto il commercio internazionale del Paese risulterebbe in teoria impossibile.

Per ottenere di riequilibrare in qualche modo le cose ci sarebbero comunque diverse mosse possibili. 

La Cina dovrebbe intanto potenziare fortemente il mercato interno, cosa che non è riuscita a fare in misura adeguata almeno sino ad oggi, mentre un blocco come quello dei Paesi dell’UE dovrebbe riuscire ad elevare il suo livello di competitività e trovare nuove fonti di creazione di valore, come gli Stati Uniti hanno fatto sino ad adesso con la loro industria tecnologica. Evento peraltro improbabile, che se non portato avanti, condurrebbe ad un progressivo protezionismo. Inoltre presumibilmente la Cina potrebbe continuare a importare dai Paesi vicini prodotti semilavorati: sarà inoltre obbligata in ogni caso ad importare le materie prime necessarie alle sue attività (anche se le attività di riciclaggio dei materiali potrebbero ridurre anche questa fonte), mentre potrebbe anche spingere sugli investimenti diretti all’estero e sull’apprezzamento dello yuan.

C’è un altro aspetto della questione che non va certo sottovalutato. I surplus commerciali della Cina stanno diventando già oggi, con le loro grandi dimensioni, insostenibili per il resto del mondo e tendono a produrre una spinta nei vari paesi a erigere delle barriere protezionistiche (Prasad, 2025). A questo punto sembra che la Cina debba trovare una soluzione che non può che andare di nuovo in direzione della crescita dei consumi interni, di una spinta a incrementare gli investimenti diretti per sostituire la produzione in loco, alle esportazioni e di nuovo dell’apprezzamento dello yuan.

Conclusioni

Con il passare del tempo appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, con quest’ultimo Paese che sembra tra l’altro più pronto a incontrare le aspettative del pianeta in termini ambientali, tecnologici, finanziari, nonché di un ordine mondiale più equo, mentre gli Stati Uniti sembrano sempre più chiusi in una logica di stretta adesione a quelli che appaiono i suoi più stretti interessi senza curarsi molto delle conseguenze delle loro azioni per il resto del mondo. Alla fine, il risultato effettivo delle decisioni di Trump è quello di accelerare la presa della Cina in particolare sui paesi del Sud; come scrive qualcuno, il presidente americano sta consegnando alla Cina e alla Russia gli strumenti per accelerare la disintegrazione dell’Occidente (Luce, 2025).

Questo non significa che il sistema cinese non abbia problemi, che vanno dalla elevata disoccupazione giovanile, ai deboli consumi interni e ad un livello di esportazioni sempre più insostenibile per il resto del mondo, nonché infine ad un livello di indebitamento elevato pubblico e privato. Nonostante questo, il 2025 è stato molto favorevole al Paese asiatico e le possibili previsioni per il 2026 sembrano ancora positive. In particolare stiamo assistendo ad una vera esplosione che sembra inarrestabile dell’innovazione tecnologica del Paese in molti settori.

Articoli citati nel testo

-Doshi R., The moment China proved it was America’s equal, www.nytimes.com, 19 novembre 2025

Editorial, The Guardian view on crypto’s latest crash: it reveals who pays the price for a failing economy, www.theguardian.com, 18 novembre 2025

-Global Times, GT voice: What does Silicon Valley’s rising use of AI models developed in China mean ?,  www.globaltimes.cn,  1 dicembre 2025

-Grossi G., Cina: nuovo attacco a bitcoin, crypto e stablecoin…, www.cryptovaluta.it.,29 novembre 2025

-Harding R., China is making trade impossible, www.ft.com, 26 novembre 2025

-Luce E., China’s escalation dominance over Trump, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Metz C., Tan E., In the A.I. race, Chinese talent still drives American research, www.nytimes.com, 19 novembre 2025 

-Noci G., G20 e COP30, la Cina colma il vuoto degli Usa, Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2025

-Prasad E., China’s $1tn trade surplus is a problem for Beijing – and the world, www.ft.com, 14 dicembre 2026

-Sandlund W., Investors bet on Chinese companies powering global AI build-up, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Surman M., Open source could pop the AI bubble – and soon, www.ft.com, 17 dicembre 2025

-Thornhill J., The US may be running the wrong AI race, www.ft.com., 4 dicembre 2025 

-Walker O., Stablecoin surge will preserve US dollar dominance, says Donald Trump Jr., www.ft.com, 1 ottobre 2025

-Zhou Lanxu, China tightens crackdown on virtual currency speculation, www.chinadaily.com.cn., 25 novembre 2025

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10/09/2025

Nepal - La rivolta della Gen-Z riguarda lavoro, dignità. E un modello di sviluppo fallito

Kathmandu è sull’orlo della crisi non a causa di “app”, ma perché una generazione cresciuta con la promessa di democrazia e mobilità sociale si è scontrata con un sistema economico e politico che continua a chiudere ogni porta.

Il grilletto immediato è stato normativo: il governo ha ordinato a 26 grandi piattaforme social di registrarsi localmente e ha iniziato a bloccare quelle ritenute non conformi, inclusi Facebook, YouTube, Instagram, WhatsApp, X e altri. La folla si è riversata verso il Parlamento; la polizia ha impiegato gas lacrimogeni, proiettili di gomma e, in diversi luoghi, fuoco reale.

Entro la tarda sera del 9 settembre, almeno 19 persone erano state uccise e ben più di 300 ferite. Sotto pressione, il governo ha revocato il blocco dei social media e il Primo Ministro K. P. Sharma Oli si è dimesso.

La scintilla è stato il blocco. Il combustibile era l’economia politica

È allettante – specialmente da lontano – raccontare questo scontro come una “battaglia per le libertà digitali”. Sarebbe un’analisi superficiale.

Per i nepalesi della Gen-Z, le piattaforme non sono solo intrattenimento; sono bacheche di lavoro, agenzie di stampa, strumenti di organizzazione e linee sociali vitali. Spegnerle – dopo anni di deriva economica – è sembrato una punizione collettiva.

Ma la storia più profonda è strutturale: la crescita del Nepal è stata stabilizzata dalle rimesse piuttosto che trasformata da investimenti interni capaci di produrre lavoro dignitoso. Nell’anno fiscale 2024/25, il Dipartimento per l’Impiego Estero ha rilasciato 839.266 permessi di lavoro – un’emigrazione sbalorditiva per un paese di circa 30 milioni di abitanti.

Le rimesse si sono attestate attorno al 33% del PIL nel 2024, uno dei più alti al mondo. Questi numeri parlano di sopravvivenza, non di progresso sociale; sono un referendum su un modello che esporta la sua gioventù verso contratti a basso salario mentre importa beni di prima necessità, e che dipende dal clientelismo piuttosto che dalla produttività.

Ecco perché il blocco è esploso così rapidamente. Con un tasso di sotto-occupazione e disoccupazione giovanile già alto – al 20,82% nel 2024 – un ricambio ministeriale alla norma e scandali di corruzione all’ordine del giorno, i tentativi di controllare lo spazio digitale sono sembrati meno “ordine” e più umiliazione.

La forma del movimento – rapida, orizzontale, interclassista – riecheggiava le mobilitazioni studentesche del Bangladesh e l’Aragalaya dello Sri Lanka: studenti delle scuole e università in uniforme, laureati disoccupati, lavoratori occasionali e del settore informale, e un più ampio pubblico disilluso si sono uniti attorno a un verdetto condiviso sul malgoverno.

Fatti sul campo: vittime, coprifuoco e marcia indietro

La sequenza degli eventi è inequivocabile. Un ampio ordine di registrazione e la decisione di bloccare le piattaforme hanno acceso le proteste; le forze di sicurezza hanno risposto con una repressione crescente; entro lunedì sera 19 persone erano morte e centinaia ferite; coprifuoco e divieti di assembramento si sono diffusi; il Ministro degli Interni si è dimesso; un vertice di gabinetto d’emergenza ha ritirato il blocco; entro la giornata di martedì Oli si è dimesso.

È importante notare che il malcontento non è mai stato solo digitale. Striscioni e cori si sono concentrati sulla corruzione, l’impunità delle élite e l’assenza di un orizzonte di sviluppo credibile. Amnesty International ha chiesto un’indagine indipendente su un possibile uso illegale della forza letale – un altro motivo per cui la rivolta si è trasformata da una disputa sulle piattaforme a una crisi di legittimità.

La migrazione come plebiscito silenzioso

Se una metrica spiega lo stato d’animo generazionale, è quella delle Uscite. 839.266 permessi di lavoro rilasciati nell’anno fiscale 2024/25 (in netto aumento rispetto all’anno precedente) si traducono in migliaia di persone che partono ogni giorno.

Questi non sono turisti; sono la stessa coorte che ora è in strada. Le loro rimesse – ~33% del PIL – mantengono a galla le famiglie e pagano le importazioni, ma mascherano anche una mancanza di trasformazione strutturale nell’economia domestica.

In un sistema che non può assorbire i suoi giovani istruiti in un lavoro stabile e che aggiunga valore, la piazza pubblica – online e offline – diventa l’unico luogo in cui la dignità può essere affermata. Tentare di chiudere quella piazza in mezzo alla crisi economica era destinato a provocare un’esplosione.

Una ferita auto-inflitta per la sinistra nepalese

A seguito del programma quadriennale di Credito Esteso (ECF) del FMI in Nepal, il governo ha affrontato pressioni per aumentare le entrate domestiche. Ciò ha portato a una nuova Tassa sui Servizi Digitali e a regole IVA più severe per i fornitori stranieri di servizi digitali, ma quando le principali piattaforme si sono rifiutate di registrarsi, lo Stato ha fatto un salto di qualità, bloccandole.

Questa mossa, iniziata come uno sforzo di applicazione fiscale, è diventata rapidamente uno strumento di controllo digitale, ed è avvenuta mentre il pubblico stava già affrontando l’aumento dei costi del carburante e difficoltà economiche determinate dalla spinta del programma per il consolidamento fiscale.

Il blocco governativo delle piattaforme è diventato il grilletto finale per diffuse proteste contro la corruzione, la disoccupazione e la mancanza di opportunità, evidenziando che l’instabilità era meno una “rivoluzione colorata” e più un malcontento materiale alimentato da misure di austerità.

Il fatto che la repressione e la sua resa dei conti politica si siano svolte sotto un primo ministro del CPN (UML) rende questa una calamità strategica per la sinistra nepalese. Anni di scissioni fazionistiche, coalizioni opportunistiche e deriva politica avevano già eroso la credibilità tra i giovani.

Quando un governo ufficialmente di sinistra restringe lo spazio civico invece di ampliare le opportunità materiali, cede il terreno morale ad attori che prosperano sul cinismo anti-partitico – politiche di culto della personalità e una destra monarchica riemergente.

Quest’ultima si è mobilitata visibilmente quest’anno; con le dimissioni di Oli, cercherà di proporsi come garante dell'“ordine”, anche se la sua visione economica rimane superficiale e regressiva. Questo è il pericolo: le stesse forze più ostili a una trasformazione egualitaria possono capitalizzare il malgoverno della sinistra per espandere la loro presenza.

Da un punto di vista anti-imperialista – che si oppone al privilegio del Nord, ma insiste su un’analisi non sentimentale – la crisi è da manuale: dipendenza senza sviluppo.

Le rimesse levigano i consumi ma consolidano la dipendenza esterna; gli aggiustamenti di governance guidati dai donatori raramente diventano politiche industriali prioritarie per l’occupazione; e la spesa pubblica pesante negli appalti alimenta circuiti di rendita più che la capacità produttiva.

In un simile ordine, lo Stato è tentato di controllare la visibilità piuttosto che trasformare le condizioni. Ecco perché un tentativo di regolamentare le piattaforme spegnendole – piuttosto che assicurando il giusto processo e un intervento mirato – è stato letto come uno sforzo per gestire il dissenso, non per risolvere i problemi.

Cosa ci dicono i segnali dell’opposizione (e cosa non dicono)

Le dichiarazioni dell’opposizione hanno riconosciuto il quadro più ampio prima del governo. Pushpa Kamal Dahal (Prachanda) ha espresso le condoglianze, ha esortato ad agire sulle richieste anti-corruzione e ha chiesto di rimuovere “le sanzioni sulle reti sociali”.

Le dichiarazioni del CPN (Socialista Unificato) e del CPN (Centro Maoista) hanno condannato la repressione, richiesto un’indagine imparziale e collegato le restrizioni digitali ai fallimenti su lavoro e governance.

Queste reazioni contano analiticamente perché mostrano che anche all’interno della politica mainstream c’è il riconoscimento che la crisi riguarda i mezzi di sussistenza e la legittimità, non solo l’ordine pubblico.

Ma questi segnali rivelano anche la “narrazione” della sinistra: se le sue figure di spicco possono solo reagire a una rivolta giovanile piuttosto che prefigurare l’orizzonte di sviluppo che l’avrebbe prevenuta, allora l’arena sarà dominata da correnti anti-establishment e realiste, che rivendicano di portare l’ordine più rapidamente – anche a costo dello spazio democratico.

In sintesi

Queste proteste in Nepal sono iniziate perché un governo ha tentato di regolamentare le piattaforme digitali spegnendo la piazza pubblica. Sono esplose perché quella piazza è il luogo in cui una generazione precaria cerca lavoro, comunità e voce in assenza di opportunità in patria.

Un resoconto completo deve quindi registrare sia il costo umano – 19 morti e centinaia di feriti – che il costo strutturale: centinaia di migliaia di persone costrette a partire ogni anno e rimesse che sostengono i consumi mentre posticipano la trasformazione.

Con le dimissioni di Oli e il blocco revocato, lo scontro immediato potrebbe scemare, ma il verdetto emesso dalla Gen-Z non lo farà.

Fino a quando il Nepal non sostituirà la compiacenza delle rimesse e l’aritmetica delle coalizioni con un modello di sviluppo prioritario per l’occupazione, le strade rimarranno l’arena più credibile di responsabilità.

Fonte

27/08/2025

Come costringere il FMI a pensare

Quando imparerà a pensare il Fondo Monetario Internazionale (FMI)? Nel corso della sua storia ultraottantennale, l’FMI ha pubblicato oltre quindicimila rapporti. Eppure, se si scarica uno qualsiasi di questi rapporti dal suo sito web, è probabile sapere cosa dice ancor prima di averlo letto.

I rapporti sono così generici che non serve nemmeno chiedere a ChatGPT di creare un modello: ogni documento è un modello per il successivo. Sono così ripetitivi...

L’8 luglio 2025, l’FMI ha pubblicato un breve post sul proprio blog intitolato “Come stabilizzare il debito dell’Africa”. Il post è lungo solo tre pagine (una pagina in meno del rapporto su cui si basa).

Ma anche nella sua brevità, ripete gli assiomi che l’FMI ha sviluppato fin dalla fondazione del suo Dipartimento Africano, il 10 aprile 1961. Nonostante le avvertenze che affermano che la valutazione nel rapporto si basa su “nuovi dati”, il rapporto è essenzialmente vecchio vino cattivo in botti nuove. I suoi assiomi sono i seguenti:

1) Tutti i cinquantaquattro paesi del continente africano possono stabilizzare il proprio debito seguendo la stessa ricetta. Non c’è bisogno di disaggregare i paesi, nonostante i grandi set di dati, e di esaminare le differenze tra di essi per comprendere i vari fattori che influenzano i loro percorsi di sviluppo. Una sola Toyota Land Cruiser va bene per tutte le strade africane.
2) Non c’è motivo per cui i ricchi obbligazionisti e altri creditori accettino una ristrutturazione del debito. “Contrariamente alla percezione”, sostengono, “i paesi della regione sono spesso riusciti a stabilizzare o ridurre il proprio debito senza una ristrutturazione del debito”. Pertanto, non c’è ragione di sostenere la remissione del debito (giubileo), la riprogrammazione o le conversioni (prepagamenti o riacquisti). Ciò che è dovuto deve essere pagato.
3) Il consolidamento di bilancio, o l’austerità da parte dello Stato, è molto meglio per la riduzione o la stabilizzazione del debito di una maggiore crescita economica, sebbene avere entrambi i processi in atto sia l’ideale.
4) La stabilizzazione del debito è “più probabile quando è presente un accordo sostenuto dal FMI”, in altre parole, se il FMI impone il ciclo austerity-debito, i tassi del debito possono essere stabilizzati.
5) Infine, è la stabilizzazione del debito l’obiettivo per gli stati africani, non lo sviluppo. Hanno bisogno di stabilizzare, nemmeno di cancellare, il loro debito.

Questi cinque assiomi sono presentati come fatti, quando invece sono finzione. Ad esempio, attenti studiosi dello sviluppo africano, da Samir Amin a Thandika Mkandawire, hanno messo in guardia contro le ampie generalizzazioni di cui l’FMI è così affezionato.

In secondo luogo, l’affermazione che sia possibile raggiungere la “stabilizzazione del debito” senza una ristrutturazione si basa sull’argomento fallace secondo cui i paesi africani possono crescere per uscire dal debito, una quasi-impossibilità data la copiosa letteratura sull’debt overhang (ovvero gli evidenti effetti negativi del debito sulla crescita).

Il terzo assioma, che privilegia l’austerità rispetto alla crescita, non regge di fronte alla logica e all’evidenza empirica. La crescita, per definizione, richiede l’opposto dell’austerità (cioè una politica fiscale espansiva) e le prove empiriche mostrano che l’austerità ha portato a tragedie della crescita in Africa.

Questo senza considerare l’enorme tributo umano che decenni di austerità ispirata dal FMI hanno inflitto alle popolazioni dell’Africa e del Sud del mondo più in generale.

Per quanto riguarda il quarto assioma, come dimostriamo in un recente rapporto del Tricontinental: Institute for Social Research, gli “accordi sostenuti dal FMI” sono la fonte della permanente crisi del debito in Africa. Ad esempio, uno studio recente sullo Zambia mostra che la condizionalità del FMI di due decenni fa ha gettato i semi che hanno portato all’attuale crisi del debito dello Zambia.

In altre parole, “l’FMI non combatte gli incendi finanziari ma li alimenta con la benzina”.

Il quinto e ultimo assioma va contro decenni di pianificazione dello sviluppo in Africa e decenni di studi che mostrano chiaramente come la ricerca dello sviluppo continui a essere una preoccupazione primaria degli stati africani.

Il fatto che il blog del FMI sbagli così tanto non sorprende, visti i suoi autori. Il blog è scritto da tre economisti dello staff del FMI, ciascuno formato in Occidente senza una sostanziale esperienza nel continente africano: Athene Laws (dalla Nuova Zelanda, PhD a Cambridge), Thibault Lemaire (dalla Francia, PhD alla Sorbona) e Nikola Spatafora (italiano, PhD a Yale). Sia Lemaire che Spatafora lavorano nel Dipartimento Africano del FMI con sede a Washington, DC.

Un’ampia letteratura mostra ormai come la mancanza di radicamento nei contesti locali spieghi la natura deludente delle scienze sociali occidentali sull’Africa. Purtroppo, gli autori del blog del FMI dimostrano ancora una volta le insidie dello scrivere da lontano.

Il problema non è solo la finestra di credito a breve termine del FMI, che ovviamente arriva con condizionalità; è anche con la visione del mondo del FMI, che suggerisce che nulla si può fare riguardo al debito se non perseguire una futile strategia di crescita nel contesto di un debito profondo.

La teoria del FMI si limita all’austerità e al debito permanente, niente di più. Ma c’è un’altra teoria, alcuni dei cui punti devono essere seriamente dibattuti:

1) Dobbiamo discutere l’importanza della cancellazione del debito, ovvero il far pagare i ricchi detentori di obbligazioni che decidono di investire ma si rifiutano di sopportare l’esito di un rischio al ribasso.
2) Una conversazione seria richiede di discutere la sovranità sulle materie prime e la corretta regolamentazione delle multinazionali.
3) Si deve discutere l’integrazione finanziaria, l’uso di valute regionali o locali per riconciliare gli squilibri commerciali e la necessità di costruire piattaforme regionali per il commercio e la finanza per lo sviluppo.
4) Dobbiamo costruire banche di sviluppo sovrane, ancorate alle ricchezze di materie prime del continente, che siano di proprietà di istituzioni regionali pubbliche piuttosto che controllate dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.
5) La costruzione di capacità industriale e di infrastrutture di alta qualità deve essere una priorità per il continente africano.

Questi sono alcuni punti razionali e tangibili per una nuova teoria dello sviluppo che persegua il genuino progresso del benessere delle persone e non la mera stabilizzazione del debito. Questo è qualcosa che la teoria del FMI non riconosce, ma è ciò che una teoria dello sviluppo per l’Africa deve porre al suo centro.

Fonte

20/05/2025

Bye bye, Occidente... il futuro energetico passa altrove

Sta succedendo qualcosa di enorme, ma si continua a cianciare come se tutto scorresse sempre uguale. Neanche le guerre e i genocidi emergono più come momenti rilevanti del presente. Son considerati “normali”, magari disdicevoli e di cattivo gusto, ma in fondo “un lavoro sporco che qualcuno deve pur fare”.

Una ottusità generale gravissima, che impedisce persino di vedere e quindi concettualizzare i passaggi decisivi della Storia. En passant, si è smesso – qui nell’Occidente neoliberista – di parlare della transizione energetica, e soprattutto dei giganteschi piani di riconversione industriale che sarebbero dovuti partire per realizzarla praticamente.

Persino le decisioni che sembravano già prese in via definitiva – come il divieto di immatricolazione per le auto diesel e benzina a partire dal 2035, nell’Unione Europea – sono tornate nel cono d’ombra del “vedremo”. Anche se è chiarissimo che, per cambiare radicalmente la produzione automobilistica del Vecchio Continente, quella data è già fin troppo vicina. Se non si parte ora, non si arriverà mai in tempo. E quindi si rinuncerà a quel pur minimo obiettivo...

Negli Stati Uniti in versione Trump la parola d’ordine è stata “drill, drill, drill”, un incitamento operativo a lasciar perdere la corsa all’energia pulita e concentrarsi invece sui giacimenti (residui) di petrolio e gas. Anche se negli Usa si estrae ormai quasi soltanto dai giacimenti di scisto o dalle sabbie bituminose, a costi altissimi – sia economici che ambientali – tanto che se il prezzo del barile scende sotto i 60 dollari si produce in perdita.

Al contrario la Cina sta guidando la nuova rivoluzione industriale – incentrata sulla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili – sfornando brevetti, modelli automobilistici, centrali nucleari al torio, infrastrutture che fanno impallidire quanto è stato fatto nel mondo nello scorso secolo.

La competizione tra Occidente imperialista e Cina sta diventando così una competizione asimmetrica in cui il vecchio impero si arrocca nel modello industriale ormai arretrato e lascia che il resto del mondo – che già non è fatto più di popoli coloniali con archi e frecce – si getti sulla strada del futuro.

Qualche dubbio sul fatto che sia una strategia intelligente comincia a venire anche ai maggiorenti Usa, e se ne è trovata traccia nel dibattito del Congresso sul “mega-progetto” smoker di Trump, che richiede comunque investimenti molto consistenti proprio mentre ci si affanna a tagliare la spesa pubblica in ogni suo capitolo, persino militare.

Gli stessi repubblicani risultano in qualche misura divisi, con un fronte che vuole gli Stati Uniti in grado di competere con Pechino nella corsa per dominare le tecnologie energetiche del futuro – dai pannelli solari e turbine eoliche alle batterie e alle auto elettriche.

L’altro schieramento invece sostiene che la Cina abbia già vinto questa corsa, e che partecipare a questo gioco significherebbe condannare gli USA alla sconfitta. Dunque bisognerebbe concentrarsi sulle fonti energetiche in cui sono già leader: petrolio, gas naturale e carbone.

Al centro dello scontro sono finite così le centinaia di miliardi di dollari in incentivi fiscali per l’energia pulita introdotte da Biden, che ora si vorrebbero cancellare quasi integralmente. I funzionari di Trump sostengono infatti che finanziare la tecnologia verde favorisca la Cina, che domina vaste porzioni delle catene di approvvigionamento globali per batterie, veicoli elettrici, energia solare ed eolica.

Ma non si tratta più solo di componenti o di brevetti. Anche i “prodotti finiti” segnano ormai un sorpasso che appare irreversibile. Negli ultimi mesi, ad esempio, due aziende cinesi fra loro concorrenti – BYD e CATL – hanno presentato batterie per veicoli elettrici in grado di percorrere 400 o persino 500 km con una ricarica di cinque minuti. E già vengono annunciate quelle in grado di far percorrere circa 1.000 con tempi di ricarica simili.

Tesla, per dire, offre al massimo 320 km per poi star fermi almeno 15 minuti.

Gli osservatori economici più attenti stanno già mettendo in guardia circa la possibilità che, se si affermerà definitivamente il “sistema Trump”, si verifichi una clamorosa “fuga del konw how” dall’America verso la Cina. Se le nuove tecnologie energetiche si sviluppano laggiù, allora anche “i cervelli” seguiranno la stessa strada. Lasciando gli Usa – e anche l’Unione Europea, visibilmente con una guida miserabile – a corto sia di settori industriali avanzati che di “intelligenza” adeguata a farli funzionare.

Ma non si tratta di una contrapposizione tra “culture”. Si stanno misurando due diversi – e per molti versi opposti – modelli economici. Quello occidentale, sotto l’egemonia ormai quarantennale del neoliberismo, ha lasciato ai “privati” il compito di decidere sul tipo di sviluppo industriale da privilegiare.

Il “pubblico” – è stato persino teorizzato – si sarebbe dovuto limitare a creare le migliori condizioni perché il capitale privato potesse liberare i suoi “spiriti animali”, creando uno sviluppo esplosivo che poi avrebbe “sgocciolato” molliche di benessere anche verso gli strati poveri della società.

Non è notoriamente accaduto nulla di tutto ciò. “I privati” hanno pensato ad arraffare il massimo profitto possibile, riducendo al minimo l’innovazione e la ricerca (e i costi relativi), rifugiandosi poi nei mercati finanziari alla ricerca di plusvalenze ancora più veloci (con un click) e senza la noia di dover gestire (e retribuire) frotte di dipendenti.

La Cina – con un modello di “economia mista” con qualche somiglianza con quella italiana ed europea degli anni ‘60 – ha al contrario sposato la classica programmazione/pianificazione di origine socialista con una “libertà di impresa” profondamente limitata alle “politiche di piano”. E lo “sgocciolamento” è stato orientato in modo talmente forte da eliminare la povertà sul serio, non dal balcone di Palazzo Chigi...

Per quanto riguarda la transizione energetica, per esempio, non ha seguito affatto la via occidentale (incentivi pubblici per le imprese che facevano propri alcuni limitati obiettivi, magari falsificando anche i risultati come ha dimostrato il “diesel-gate” di Volkswagen), ma ha sviluppato la ricerca pubblica e “invitato” quella privata a cooperare per massimizzare i risultati. In un modello economico in cui i profitti privati venivano e vengono in gran parte reinvestiti nel processo produttivo, anziché tesaurizzati in consumi di lusso o finanza speculativa.

I risultati oggi cominciano a diventare evidenti, come ha ben spiegato addirittura il Financial Times: “Il solare batte l’LNG in termini di costo, ed è un vantaggio per il clima. In pratica, ogni dollaro speso per importare pannelli solari equivale a un risparmio annuale di un dollaro in importazioni di gas, generando la stessa quantità di elettricità.”

Scegliere il “modello smokers” è un suicidio. Che illumina lo stato cognitivo dell’Occidente neoliberista e anticipa la sua fine.

Fonte

22/02/2025

Il modello militar-energetico nel ponente ligure

di Franco Astengo

Non è il caso di tirar giù conclusioni affrettate: ma si pongono diversi interrogativi al riguardo della vicenda della petroliera Seajewel (bandiera maltese, armatore greco) a bordo della quale venerdì scorso mentre si trovava nella rada Savona – Vado sono avvenute esplosioni che la magistratura ipotizza potrebbero essere conseguenza di atti terroristici.

Si è così determinata una situazione che pone oggettivamente interrogativi assolutamente pressanti anche rispetto al modello di presunto sviluppo che si sta cercando di proporre all’intero Ponente Ligure: territorio che si vorrebbe piegare a un complesso di servitù di diverso tipo collocate però complessivamente sul terreno militar – energetico.

In un quadro che viene definito “nebbia di guerra” il “Corriere della Sera” pubblicava ieri un ampio articolo firmato da Guido Olimpio e Andrea Pasqualetto: in quel testo si inserisce la vicenda della Seajewel in un intrigante contesto, la petroliera potrebbe far parte di una presunta flotta fantasma russa messa in circolazione al fine di superare fraudolentemente le sanzioni conseguenti all’invasione dell’Ucraina e relativa guerra in corso.

Una vicenda che ovviamente la magistratura seguirà traendone le conseguenze che deriveranno dalle indagini: il fatto che tutto ciò sia avvenuto nella (tormentata) rada Savona – Vado non può però che stimolarci alcune osservazioni riguardanti il destino economico, produttivo, ambientale del Ponente Ligure.

Dopo aver chiuso la tragica vicenda del rapporto lavoro/ambiente che ha dilaniato per decenni la Val Bormida e il Vadese con una pressoché completa desertificazione industriale lasciando una striscia irrisolta di aree dismesse, non bonificate e non utilizzabili (questione sulla quale, tra l’altro, si è infranta l’idea priva di progetto dell’area industriale di crisi complessa) la prospettiva della striscia di terra che dal ponente genovese passa per l’area centrale della regione e arriva a sfiorare (stabilimento Piaggio di Villanova d’Albenga) la zona a più intensa densità turistica che va da Alassio a Ospedaletti sembra essere legata a una sorta di modello militar – energetico sulla cui prospettiva di realizzazione andrebbe aperto subito una discussione di fondo.

Una discussione che andrebbe anche estesa al tema infrastrutturale riguardante porti, strade, ferrovie sia sul nodo di Genova sia rispetto alle esigenze di uscita dall’isolamento e del rapporto con il Nord – Ovest da parte dell’area centrale (appunto Savona – Vado).

Riassumiamo per comodità d’esposizione:

a) acquisizione da parte del gruppo turco Baykar degli stabilimenti Piaggio di Sestri Ponente e di Villanova d’Albenga (circa 800 dipendenti) con sostanziale spostamento della produzione verso il militare (droni d’attacco, aerei senza pilota). Militare che si rivelerebbe come un vero e proprio “punto di missione”. Il ministro Urso, in visita in Turchia (paese direttamente impegnato sul piano militare in Siria e in Libia) ha ipotizzato anche la possibilità di collegamento tra Baykar e Leonardo che ha il suo centro direzionale proprio a Sestri Ponente;

b) lo stesso ministro Urso ha ipotizzato la collocazione nella zona del ponente ligure di un reattore nucleare che lo stesso esponente di Fratelli d’Italia ha definito di avanzata tecnologia trattandolo quasi come se si trattasse di una sorta di accendino (forse lo stesso accendino cui Gelli attribuì la responsabilità della strage di Bologna del 1980);

c) rimane in sospeso, con buona pace delle dimostrazioni di protesta e delle più o meno opportunistiche prese di posizione politica, lo spostamento di una nave rigassificatrice dal porto di Piombino alla rada di Savona – Vado (il problema potrebbe essere risolto da Trump decidendo di spostare le sanzioni rivolte verso la Russia dirigendole verso l’Europa e negando il passaggio del gas liquido dagli USA all’Europa). Al di là di ipotesi più o meno scherzose ci troviamo comunque davanti, anche rispetto alla vicenda del rigassificatore, a un’ulteriore possibilità di torsione negativa nella prospettiva economica dell’area con evidenti ricadute sul turismo e sull’utilizzo del territorio.

Insomma un concentrato inquietante di fatti e di ipotesi (plausibili) che la vicenda delle esplosioni a bordo della petroliera Seajewel sicuramente hanno alimentato all’insegna dell’antico motto andreottiano “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”.

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23/05/2023

Cassandra Crossing e la mancata protezione idrogeologica

Nella distrazione di massa adottata come tecnica di repressione del pensiero critico, il biasimevole presidente del senato invita (e ricatta) gli attivisti di Ultima Generazione a spalare il fango romagnolo. Nel dramma collettivo in corso, il problema dunque sono loro e più in generale tutti quelli che si oppongono all’attuale stato di cose, creando scalpore o disagio per tentare di comunicare la gravità del punto di non ritorno climatico. Si può essere d’accordo oppure no sui metodi della protesta, ma è evidente che coloro che devono essere chiamati in causa non sono “i ribelli” bensì coloro che avendo responsabilità, politiche, tecniche o amministrative, hanno chiuso gli occhi per decenni.

Oggi emergono informazioni a dir poco inquietanti sui mancati progetti di protezione idrogeologica, sui soldi non spesi o spesi male, sui numeri della cementificazione, sullo stupro dei corsi d’acqua, sulle opere che hanno reso ancora più insicuro un territorio già vulnerabile. Azioni e omissioni che costano caro e che sono figlie di una mentalità ottusa e predatoria, in cui la conoscenza e il rispetto delle regole e dei limiti imposti dalla natura vengono considerati come ostacolo al progresso, alla crescita economica, al benessere.

Sappiamo già che non sarà una eventuale indagine della magistratura a cambiare il corso di tali comportamenti e che non ci sarà alcuna giustizia. Quello che manca e che non si afferma, è un diverso modo di pensare e di vivere, una diversa cultura in cui finalmente si tiene conto di quei limiti e del comune interesse ad agire in modo sensato e coerente. Alla sbarra dunque gli imbrattatori per cui si pensa a severe punizioni penali, e invece gloria ai passacarte, agli ominicchi, ai servi delle multinazionali di petrolio, gas e carbone.

Impunità assoluta per le 21 principali compagnie del settore che, secondo una recente analisi pubblicata dalla prestigiosa rivista One Earth, a fronte di profitti giganteschi, sono direttamente responsabili per danni ambientali quantificati in almeno 209 miliardi di dollari all’anno. Un valore calcolato per l’insieme delle estinzioni e degli ecosistemi colpiti, per la perdita di vite umane, di abitazioni e di mezzi di sussistenza. Una ferita sempre più profonda che in termini di denaro ricade esclusivamente sui cittadini e sul loro reddito, in particolare di quelli dei paesi più poveri. Non un centesimo di risarcimento viene richiesto dai governi a coloro che da molto tempo sanno che cosa comporta l’uso massivo dei combustibili fossili e che nonostante ciò hanno orchestrato una macchina che ha infiltrato ogni ganglio della politica, della ricerca, dei media e delle altre industrie, e che ha bloccato la lotta al cambiamento climatico per almeno trent’anni.

Una macchina che, come nel romanzo di Robert Katz (Cassandra Crossing), piuttosto che affrontare le proprie responsabilità, manda al macello chi non ne ha.

Fonte

22/05/2023

Salvini a Bologna, contestato in Prefettura

Protagonisti i promotori dell’assemblea “sos emilia romagna, soldi ai territori non alle armi”.

Per la costruzione di una manifestazione regionale per un 2 giugno per la terra e contro la guerra .

Qui il video della contestazione.

Il ministro Salvini è venuto a Bologna per una conferenza stampa con le autorità competenti in merito alla gestione dei danni dovuti all’alluvione che ancora in queste ore sta colpendo i territori dell’Emilia Romagna.

Dopo giorni che viviamo le tragiche conseguenze dell’alluvione e spaliamo nel fango per aiutare le persone che stanno subendo i danni maggiori in tutta la regione e in Romagna in particolare, non possiamo accettare la pelosa ipocrisia di chi ha votato l’aumento delle spese militari dirottando risorse pubbliche e gettando benzina sul fuoco sull’attuale escalation bellica.

“In queste ore tragiche, il nostro territorio non può subire l’affronto di chi semina morte e si prepara a investire oltre 13 miliardi di euro di fondi pubblici (secondo le stime più restrittive) per la realizzazione dell’inutile e dannoso Ponte sullo Stretto di Messina” – afferma Marta Collot, portavoce nazionale di PaP e membro del Coordinamento Nazionale di Unione Popolare.

“L‘intera classe dirigente, il governo e tutta la classe politica da destra al centrosinistra che governa la Regione Emilia Romagna dovrebbero riconoscere il loro fallimento nella gestione della crisi climatica affrontata con cementificazione e consumo di suolo, quando il territorio nazionale dalla Sicilia al Piemonte vede infrastrutture viarie cadere letteralmente a pezzi e i corsi fluviali necessiterebbero di lavori enormi“.

Rilanciamo l’appello di convocazione per l’assemblea regionale che si terrà la sera del 24 maggio in piazza San Rocco.

*****

Mercoledì 24 maggio | Ore 20:30 | Piazza San Rocco (incrocio via del Pratello/Via Calari)

ASSEMBLEA PUBBLICA per costruire una manifestazione il 2 giugno per la terra contro la guerra: soldi ai territori e non alle armi!

Mentre organizziamo la solidarietà concreta con le decine di migliaia persone colpite dall’alluvione, non possiamo stare zitti di fronte alle responsabilità che hanno portato all’ennesima “tragedia annunciata”, responsabilità che stanno tutte nella mancata risposta al cambiamento climatico, affrontato a occhi chiusi proseguendo con l’urbanizzazione sfrenata consentita da nuove leggi regionali disastrose, con la continua impermeabilizzazione del suolo, con la deregolamentazione del mercato immobiliare, con gli scarsi o mancati investimenti nella salvaguardia e manutenzione costante del territorio, con la logica del profitto anteposto agli interessi sociali.

Tutto ciò fa del “sistema Emilia-Romagna” la regione con il più elevato dissesto idrogeologico d’Italia in cui il partito unico degli affari e del cemento continua a farla da padrone.

Il cambiamento climatico fa sì che eventi climatici “estremi” come quelli di Maggio saranno la nuova normalità, alternati a lunghe fasi di siccità. A Maggio si è mostrato in maniera lampante come dovrebbero cambiare le priorità che governano la nostra società.

Le priorità dovrebbero essere opere diffuse di messa in sicurezza di argini e vie d’acqua, dovrebbe essere un’urbanistica adattata alle nuove condizioni, dovrebbe essere la messa a servizio delle risorse pubbliche per il soccorso. Però, il modello di sviluppo dell’Emilia-Romagna va nella direzione completamente opposta a quella auspicabile.

La nostra regione è la più inquinata d’Europa, la terza regione in Italia per consumo di suolo. Nella nostra regione si prosegue a costruire il Passante di Mezzo che allarga l’autostrada a 18 corsie e si vogliono costruire l’Autostrada Cispadana (Rolo-Reggiolo/Ferrara: 67 Km) e la Bretella autostradale Campogalliano-Sassuolo.

Sono le conseguenze di una regione governata da un grumo di interessi materiali capitanati dal PD che governano questa regione da decenni, con la copertura degli alleati “di sinistra” e “ecologisti” che mettono la tinta green su una gestione disastrosa. Un grumo di interessi che occupa anche lo spazio della cosiddetta “opposizione di destra”, che infatti sostiene tutti i grandi progetti, al limite con qualche balletto di facciata col governo nazionale.

Quello che mettiamo sotto accusa è un intero progetto di “sviluppo” che fa diventare la Pianura Padana un grande centro della logistica. Un progetto di “sviluppo” che deve continuare a espandere il traffico aereo. Un progetto di “sviluppo” che ha bisogno dei rigassificatori. Un progetto “di sviluppo” dal posizionamento del nostro paese dentro un blocco euro-atlantico che prevede più spesa militare e meno per i bisogni della popolazione.

Chiamiamo questa assemblea per costruire una mobilitazione regionale il 2 Giugno, nel giorno della Repubblica che viene trasformato anno dopo anno nel giorno delle forze armate. Una mobilitazione regionale per la nostra terra e per la Terra in generale, contro la guerra. Una manifestazione regionale per dire che la solidarietà non è solo spalare fango, ma anche esigere giustizia e verità per le vittime di questo modello “di sviluppo”.

Fonte

20/05/2023

Modelli alluvionali

Basterebbe affermare con onesta e olimpica tranquillità che, in cima alle regioni per consumo di suolo anche in territori protetti, c’è l’Emilia Romagna. Sempre più copiosamente i nostri mezzi di informazione mainstream non possono non ammettere l’enorme tragedia: la devastazione che ha colpito in particolar modo la Romagna assume contorni biblici mai visti prima. Dire che la natura è matrigna, anche in questo caso, è semplicistico, fuorviante e disonesto. I numeri hanno la caratteristica di essere estremamente dolorosi, talvolta drammatici: la cementificazione come modello di sviluppo, nella regione muscolare di Stefano Bonaccini, si innalza al 9% di suolo impermeabilizzato, sopra la media italiana già inverosimilmente attestata al 7,1%.

Come di solito capita in questo Paese dopo il verificarsi di una tragedia, si scoprono quelle cause che, in realtà, qualcuno già conosce nei dettagli. Questa drammatica situazione è la prova di quanto siano superficiali le politiche ambientali. Molto spesso, viene da pensare, si è consapevolmente “flessibili” nei confronti di quelle norme che sono state emanate a tutela dell’ambiente. Un altro dato davvero raccapricciante emerge in questi giorni (tutti finalmente allo scoperto per denunciare le responsabilità): nelle casse dello Stato rimangono inutilizzati 8,4 miliardi dedicati al rischio idrogeologico, soldi mai spesi e pietrificati nelle stanze soporifere del potere dal 2018. Ai sindaci è doveroso porre il quesito, a questo punto dettato da una legittima rabbia: perché non abbiano fatto in modo che i fondi appositamente stanziati per il miglioramento delle condizioni dei territori si materializzassero in interventi virtuosi.

Al centro della questione, come capita sempre più di sovente (senza che però si migliorino sensibilità, stili di vita, capacità gestionali), c’è lo sfruttamento, causa del conseguente incremento delle politiche liberiste e tecnocratiche che diffondono, ben articolate in tutti i settori della comunicazione, il verbo della produzione, del conforto economico, della solidarietà sostenibile. Quest’ultimo aggettivo, per molti versi, è entrato a far parte di un consapevole rimedio che ipocritamente giustifica, legittima e definisce lo sfruttamento indiscriminato dei territori secondo “regole” green, con buona pace di quelli che invece conoscono bene l’entità dei disastri che si stanno progettando. Il punto è proprio questo e risiede anche nel lessico che si usa.

Dopo aver chiarito senza semplificazioni che la parola magica della tragedia umana che ci sta colpendo inesorabilmente è lo “sfruttamento”, possiamo comprendere quanto questa dinamica ci stia facendo arretrare soprattutto sul rispetto dei diritti umani, considerando che il primo fra tutti è quello di vivere in armonia con la natura senza immaginare di poterla governare sempre e deturparla quando si ritiene necessario. Sfruttare la natura a mero fine di lucro è esercizio criminoso. La “necessarietà” dello sfruttamento è un ulteriore postulato che viene sublimato al fine di veicolare un messaggio di inesorabilità in termini di depauperamento dei territori in ogni dimensione e condizione. Addirittura, qualcuno ritiene di poter sostenere una assurda quanto opinabile contrapposizione fra suolo e atmosfera. Si sostiene che le due crisi non solo sono diverse, ma anche parallelamente indirizzate su due tracce differenziate. Non voler leggere le complessità ed essere indisponibili a capire che in natura esistono, invece, solo condizioni di mera osmosi è fuorviante e, per chi adotta queste tesi consapevolmente, criminoso. Il suolo, l’aria e le acque hanno chiaramente un equilibrio sottilissimo, complesso e fortemente fragile: gli effetti si vedono.

La drammatica cronaca di questi giorni, per me che vivo ormai da quasi un decennio a Ravenna, è semplicemente dolorosa. Persone care e colleghi, migliaia di evacuati, morti e feriti, interi campi devastati e desertificati dal fango, la cui entità del disastro ancora non è quantificabile, sono l’esempio plastico di quello che gli amministratori locali hanno irresponsabilmente sottovalutato, indifferenti alle richieste dei cittadini. Doloroso e deludente è l’appartenenza a una idea di territorio che risiede nel “rispetto” del posto in cui si vive. Molti amministratori locali avevano promesso di aderire in piena campagna elettorale a questa idea di ritenere i propri territori sacri e inviolabili. Hanno tradito e negato il criterio del loro buon governo, quella promessa che trovava residenza nella sublimazione del rispetto per l’ambiente.

Coraggiosi e meno coraggiosi in politica hanno dimostrato di non essere molto dissimili da quelli che non si presentavano, in campagna elettorale, in nome dell’ambiente. Alcuni hanno invece adeguato il proprio credo ambientalista, insincero, a scelte tipiche di una certa area geografica in senso politico, per niente affine. I tradimenti dei valori costituenti uno spazio politico determinato, alla fine, realizzano un prezzo oneroso anche in termini di consenso. Queste politiche divengono controproducenti e pericolose, tanto che si permette anche all’oppositore politico (che nella realtà dei fatti concreti la pensa egualmente da chi amministra oggi), di criticare e porsi in una condizione etica e politica addirittura di superiorità. Una dinamica che non la si capisce da chi viene costantemente alimentata, che ignora incredibilmente l’abbecedario della politica e delle ideologie.

Inoltre, la questione dei rigassificatori in questo Paese risiede anche e soprattutto a Ravenna: una città determinante a livello nazionale nel settore petrolchimico, che ricopre indubbiamente un’importanza vitale per il tessuto sociale ed economico non solo locale. Le istituzioni hanno mostrato una buona dose di impermeabilità alle critiche e, colpevolmente, ai dubbi emersi e manifestati da molti cittadini anche con eventi a cui hanno preso parte migliaia di persone. La questione avrebbe trovato, forse, una migliore comprensione e soluzione qualora fosse stata discussa in un dibattito pubblico, in un confronto con i cittadini e le istituzioni, ma è stato ritenuto di dover superare ogni dissenso, anche non “assolutamente antagonista”, con imperio e arroganza. Non sembra interessare molto ai governatori, ai sindaci e agli amministratori, consiglieri e assessori vari la distanza che si crea con i cittadini, fra sgrammaticature comunicative e consapevoli allontanamenti, al fine di rimanere ben saldi sui propri confortevoli scranni. Come cicale in estate presto arriverà l’autunno, con orizzonti ancora più plumbei per loro, ma soprattutto per noi. Lontane sono le intenzioni di trasformare strutturalmente le politiche ambientali di questo Paese e di questa importante area, sempre più protesa a una politica che vuole dimostrare efficienza e puntualità, buongoverno e competenza, il tutto fragilmente costruito su piedi d’argilla come quest’ultima alluvione dimostra. La speranza è che in futuro non ci si debba trovare a fronteggiare una ennesima crisi dovuta all’inquinamento da conversione del gas liquido e, a un eventuale danno ambientale, che assumerebbe i contorni di una ecatombe per il Delta del Po.

La miopia però che colpisce queste aree nella gestione dei territori è semplicemente irrazionale, considerando che l’intero Paese si sostiene su quanto si produce in massima parte nella Pianura padana. In termini tecnici (ma comprensibili anche a coloro i quali non hanno competenze di carattere scientifico), la perdita di superficie e la copertura artificiale del suolo, originariamente agricolo, crea una certa distorsione ambientale, sociale ed economica i cui effetti sono subito percepibili. Per l’Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca Ambientale, l’Emilia-Romagna è la terza regione per incremento di suolo consumato tra il 2020 e il 2021, con 658 ettari; il totale di suolo consumato nel 2021, con oltre 200.000 ettari, pone Ravenna al secondo posto in classifica dei comuni in Italia, preceduta soltanto da Roma. Il problema si riscontra anche in termini concettuali: l’economia più che essere circolare come tanto si ostenta, procede in modo lineare nel senso che vengono bruciate risorse, dunque anche terreno, in modo indiscriminato senza altre soluzioni che diano una più virtuosa soluzione. L’Emilia-Romagna è una delle residue regioni che sul consumo di suolo, in attesa di una regolamentazione nazionale, si è dotata di una propria legge regionale nel 2017: decreta che l’incremento annuale di superficie cementificata deve restare in ogni Comune al di sotto del 3%. Non sembra che i limiti in percentuali siano stati rispettati. Perché? Sono rimasti al di fuori di questa previsione di legge le opere pubbliche, gli insediamenti strategici di rilievo regionale, gli ampliamenti delle attività produttive esistenti, i nuovi insediamenti residenziali collegati a interventi di rigenerazione urbana. E qui si fermano le speranze del sano virtuosismo normativo emiliano-romagnolo. Il tutto è stato vanificato con le eccezioni alla regola, in perfetto stile italiota.

Dal governo centrale, infine, le notizie sono facilmente interpretabili. Qualcuno ha già dimenticato Ischia, con il suo dissesto idrogeologico. Dopo questo evento, il ministro Nello Musumeci ci riferisce di aver costituito un gruppo di lavoro interministeriale. Di che cosa si occuperà? Forse di piani che fronteggino il dissesto idrogeologico in corso. Non ci pare che lo sforzo abbia evitato l’ennesima tragedia che conta numerosi morti e dispersi in Romagna. Quale sarà il prossimo provvedimento? Palazzo Chigi per sopperire alla calamità della mancanza d’acqua, pensa di investire in costruzione di dighe e invasi, nominando (ancora uno) un commissario ad hoc per l’emergenza idrica: nomen omen, tal Nicola dell’Acqua. Il su citato ha già fatto sapere di far riferimento alla cabina di regia che è stata affidata al ministro Matteo Salvini, intento alla sua personale e ossessiva progettazione che riguarda la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, mentre l’Italia rotola a pezzi in fondo ai quattro mari.

Poco fa, da Lugo, un amico mi ha scritto un messaggio: è terrorizzato dall’acqua che ha sommerso la sua città. In isolamento da due giorni, senza elettricità, né acqua potabile e viveri, mi ha detto che mai avrebbe creduto che potessero essere necessari fiammiferi, pile per la radio, candele, scorte di scatolame, carica-batterie per i cellulari. È una questione di modelli, alluvionali.

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19/05/2023

L’emergenza non finisce con la pioggia, l’emergenza è il sistema Emilia-Romagna

Sono passate un paio di settimane dalla prima alluvione di Faenza, quando abbiamo detto che l’emergenza non è finita perché ci stiamo vivendo dentro e continueremo a viverci dentro. Siamo stati purtroppo facili profeti, e quello che è successo a inizio mese si è replicato su scala ancora più grande.

Mentre scriviamo sono tredici le vittime accertate, decine di fiumi esondati, più di diecimila persona hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni. Il calcolo dei danni sicuramente supererà di gran lunga il miliardo stimato a inizio mese.

Eventi climatici “estremi” come quello degli ultimi giorni saranno la nuova normalità, alternati a lunghe fasi di siccità. E questi ultimi giorni mostrano in maniera lampante come dovrebbero cambiare le priorità che governano la nostra società. Le priorità dovrebbero essere opere diffuse di messa in sicurezza di argini e vie d’acqua, dovrebbe essere un’urbanistica adattata alle nuove condizioni, dovrebbe essere la messa a servizio delle risorse pubbliche per il soccorso.

Per sapere queste cose non c’era bisogno di aspettare questa alluvione, sappiamo tutto dal 99% delle ricerche scientifiche che da più di dieci anni avvertono correttamente sull’andamento del cambiamento climatico, incluso l’alternarsi di siccità e alluvione. E sappiamo tutto dalla nostra vita quotidiana segnata dallo stillicidio di “tragedie che si potevano evitare”. Eppure il modello di sviluppo va nella direzione completamente opposta a quella auspicabile.

La Regione Emilia-Romagna è la più inquinata d’Europa, la terza regione in Italia per consumo di suolo, e la colpa non è di qualche misterioso gruppo di negazionisti che avrebbe preso in segreto il comando. Si tratta invece del grumo di interessi materiali capitanati dal PD che governano questa regione da decenni, con la copertura degli alleati “di sinistra” ed “ecologisti” che mettono la tinta green su una gestione disastrosa.

Un grumo di interessi che occupa anche lo spazio della cosiddetta “opposizione di destra”, che infatti sostiene tutti i grandi progetti, anche quando fa un po’ di scena come ha fatto il ministro Salvini col Passante.

Parliamo spesso di Passante e consumo di suolo.

Sono questioni che non vengono dal nulla, sono questioni che vengono da un progetto di “sviluppo” che fa diventare la pianura un grande centro della logistica. Un progetto di “sviluppo” che deve continuare a espandere il traffico aereo. Un progetto di “sviluppo” che ha bisogno dei rigassificatori.

Sono questioni che vengono dal posizionamento del nostro paese dentro un blocco euro-atlantico che prevede più spesa militare e tagli ai bisogni della popolazione.

Contro tutto questo la popolazione non è inerme, ci sono state manifestazioni grandi e piccole, ogni lunedì il consiglio comunale di Bologna è “assediato” dalla protesta rumorosa contro il Passante, i progetti grandi e piccoli incontrano resistenza dalle spiagge agli appennini.

La seconda alluvione in un mese deve essere per noi l’occasione per denunciare ancora con più forza che i nostri interessi sono in conflitto totale con quelli di chi tira le fila in questa regione. Un’occasione per tessere il filo della solidarietà e dell’alternativa politica per le classi popolari!

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23/03/2023

Il sistema di sviluppo italiano è autodistruttivo

Ci è capitato spesso di scrivere che il “fascismo storico” – quello feroce e manganellatore di Mussolini, insomma – fu la forma politica in cui venne imposta la “modernizzazione” a un paese fondamentalmente contadino come l’Italia, ancora basato sulla predominanza del latifondo e dello sfruttamento intensivo di manodopera a bassissimo costo.

In altri paesi lo stesso processo di modernizzazione, tra le due guerre mondiali, si impose con altri metodi politici – si pensi all’America di Roosevelt, alla Gran Bretagna “tradunionista” o alla Francia “socialista” – come manifestazione di una esigenza profonda del capitalismo occidentale, alle prese con cambiamenti tecnologici, diversificazione delle fonti energetiche (dal carbone al petrolio), nel pieno di una “movimentata” transizione dall’egemonia imperialista britannica a quella statunitense.

Dal punto di vista capitalistico, insomma, quel fascismo aveva almeno qualche “merito” nei confronti di una prospettiva di sviluppo. Molto straccione e vanaglorioso, incline ai fondali di cartone per sostituire marmi scarseggianti, ma insomma “sviluppo”.

L’apice di questa tensione alla “modernizzazione reazionaria” fu, com’è noto, la Germania nazista, il cui sviluppo industriale fu così veloce e poderoso da lasciar crescere anche l’idea folle di poter conquistare uno “spazio vitale” molto più ampio, sottomettendo i vicini e “sfondando ad est”, verso l’Unione Sovietica.

Ci è capitato dunque anche di scrivere che, al contrario, gli ultimi governi italioti hanno spianato la strada al post-fascismo meloniano presente rispondendo – senza neanche la forza intellettuale di teorizzarlo – alla necessità opposta: gestire il declino irrimediabile del paese.

C’è ovviamente una enorme differenza tra crescita e declino, ma paradossalmente queste due fasi storicamente lontane quasi un secolo vengono gestite con lo stesso tipo di personale politico: i manganellatori.

Ma anche in questo la differenza si ripropone: tra i fascisti storici, pur nell’orrore di un regime che doveva schiacciare i lavoratori (e dunque gli oppositori), qualche testa pensante c’era. E potremmo di nuovo citare Giovanni Gentile e la sua “riforma della scuola”, imparagonabile con gli aborti distruttivi messi su strada negli ultimi 30 anni e soprattutto con le sortite anticipatorie di un certo Valditara.

Dunque, un personale politico scadente, che reagisce nello stesso modo – il “divieto”, la “fermezza”, l’”inasprimento delle pene”, l’”inseguiremo per tutto il globo terracquo” – a ogni problema di cui vuole ignorare cause, origine, caratteristiche specifiche. A cui, insomma, non sa né vuol dare “soluzioni efficaci”.

Chiaro che questo sprofondare politico ha radici nello sprofondamento del sistema produttivo, che nel bene e soprattutto nel male condiziona modi di vivere e dunque anche di pensare di tutta la popolazione.

Un breve ma fulminante editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa ci conferma nell’analisi più volte fatta: una “classe dirigente” che da oltre 30 anni va perseguendo la redditività del sistema delle imprese tramite l’estrazione di plusvalore assoluto sta condannando il Paese, ma anche se stessa, al degrado senza speranza.

In termini marxiani, puntare sul plusvalore assoluto significa intensificare l’orario di lavoro (aumentando il numero di ore lavorate in un mese), ridurre i salari, eliminare i diritti dei lavoratori, ostacolare l’attività sindacale e corrompere i sindacati più grandi, privilegiare i contratti precari e il lavoro nero, ecc.

Un modo di fare profitti inevitabilmente giocato sui mezzucci, tipo il negoziante che mette il dito sulla bilancia, e che vede “le tasse” – a questo punto – come la più grande minaccia a margini di guadagno percentualmente sempre bassissimi.

In trenta anni di precarizzazione, basati sull’ideologia del “piccolo è bello”, delle liberalizzazioni e privatizzazioni di tutto ciò che era pubblico, la situazione è precipitata. Le grandi imprese trainanti l’innovazione e l’indotto sono scomparse o vendute, spesso per farne “spezzatino”.

Prevale ovunque la piccola e media dimensione. Ma oggi il piccolo vuol dire morte. Perché in assenza di investimenti produttivi le dimensioni di impresa sono condannate a restringersi all’infinito. E “il privato” non investe, mentre “il pubblico” è obbligato a non farlo dai trattati europei.

Ma imprenditori che non vedono al di là del proprio naso, visto l’ordine di piccolezza di quel che guidano, non possono dare nessuna “visione” di medio periodo al paese. Si campa alla giornata, grattando qui e là, chiedendo “sostegni”, “incentivi”, “sgravi”, “meno controlli”...

Il risultato, analizza Salerno Aletta, si vede dal bilancio import-export delle “figure professionali”. Da cui appare chiarissimo che esportiamo cervelli e pensionati. Importiamo braccianti e badanti.

In altre parole, quel che ancora producono di buono i residui del “vecchio sistema” (competenze professionali sperimentate e forze fresche formate da ciò che resta della scuola pubblica) prendono la via che porta a paesi con salari migliori (i giovani talenti) oppure con un costo della vita più basso (i pensionati).

In entrambi i casi, vediamo come la spesa pubblica viene sistemicamente sprecata per l’ottusa obbedienza alle “pretese delle imprese”: i soldi spesi per la formazione di nuovi talenti non servono ad accrescere la qualità della forza lavoro impiegata “in patria”, e una parte della spesa pensionistica non si traduce in consumi domestici (che fanno comunque Pil).

E naturalmente i “moralizzatori” di Confindustria prendono questi dati per chiedere ancora maggiori riduzioni della spesa per scuola-università-ricerca e, con ancora più ferocia, della spesa per pensioni...

Siccome il sistema che è stato messo in campo è autodistruttivo, ad ogni passo verso l’estinzione viene invocato un “di più” di autodistruzione.

Per un obiettivo “storico” del genere, cosa c’è di più “adatto” di un personale fascistoide e incapace?

Buona lettura.

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Esportiamo cervelli e pensionati. Importiamo braccianti e badanti

Guido Salerno Aletta – Editorialista dell’Agenzia Teleborsa

È di questi giorni la ripresa del dibattito sulla riforma fiscale, con l’ipotesi di ridurre da tre a due le aliquote inferiori: la prospettiva è quella della Flat Tax, il traguardo da sempre coltivato da chi vuole dare respiro ai lavoratori autonomi, ai commercianti e agli artigiani, che sono scoperti di fronte ad ogni perturbazione economica.

In fondo, i lavoratori dipendenti sarebbero maggiormente tutelati: ma forse è un’idea con poco fondamento, ormai, vista la precarizzazione dei rapporti lavorativi.

C’è chi sostiene che la misura è poco razionale, in quanto non considera che una parte preponderante del carico tributario è già messa a carico dei redditi medi, che contribuiscono per l’80% al gettito dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.

C’è chi si preoccupa della riduzione delle entrate che ne conseguirebbe, ed al pericolo che possa essere messa a rischio la struttura portante del Servizio sanitario nazionale: un po’ alla volta, un taglio dopo l’altro, la spesa per prestazioni private cresce sempre di più.

In pratica, non si tratta solo di un sistema in cui la sanità privata copre le carenze delle sanità pubblica, ma di un assetto in cui questa si ritira per mancanza di risorse, nella prospettiva di rendere indispensabile una polizza assicurativa integrativa.

È esattamente lo stesso processo che si è cercato inutilmente di imporre con le pensioni integrative: visto che il sistema della previdenza obbligatoria sarà sempre meno generoso, è gioco forza sottoscrivere un piano di previdenza complementare. Ma è ormai un fallimento: soldi ce ne sono pochi, ed i Fondi stessi non hanno un futuro roseo.

Quindi, tanto sul Fisco, che sulla Sanità e la Previdenza sociale, il sistema pubblico è assai fragile. Ma quello privato non decolla, perché i redditi sono quelli che sono, assorbiti dalle spese per i consumi quotidiani.

Il punto è il modello di crescita: ormai da un decennio, si è decisamente imboccata la strada del mercantilismo fondato sui bassi salari anziché sull’alto valore aggiunto. L’Italia deve esportare, nella competizione internazionale, basandosi sul fattore prezzo che si unisce al brand indiscutibile del Made in Italy: prezzi convenienti per un prodotto di qualità.

Questa strategia ha deformato l’atteggiamento delle imprese, che hanno puntato tutto sull’abbattimento dei salari anziché sulla innovazione dei processi produttivi che porterebbero all’identico risultato mediante investimenti in innovazione di impianti e nuove tecnologie. E quando si lamentano della carenza di professionalità elevate, trascurano il fatto che c’è una concorrenza internazionale sul fattore lavoro. I ragazzi italiani ormai preferiscono andare a lavorare all’estero, con stipendi più elevati.

La reazione imprenditoriale è sempre la stessa: si chiede la riduzione del cuneo fiscale, il che significa maggior salario netto in busta paga a parità di costi per l’impresa e minor gettito fiscale; più flessibilità nei contratti; più immigrazione a basso costo.

Il sistema che è stato messo in campo è autodistruttivo, nonostante i correttivi introdotti per ridurre l’imposizione fiscale nei confronto di chi rientra o viene a lavorare in Italia con provenienza dagli altri Paesi della Ue: mentre “esportiamo” la capacità produttiva dei giovani cervelli che all’estero guadagnano di più, e la capacità di spesa dei pensionati che pagano meno tasse in Paesi stranieri come il Portogallo o la Tunisia, “importiamo” manodopera poco qualificata.

Abbiamo messo in piedi un modello che penalizza gli investimenti e l’impiego di personale qualificato. Un sistema che si basa sul precariato, a salari sempre più bassi.

Bisogna detassare gli investimenti, non i bassi salari.

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01/11/2020

Cile - I punti chiave del plebiscito

Clamoroso trionfo del popolo contro la disuguaglianza sociale

La forte risposta che il popolo cileno ha appena finito di dare nel plebiscito, dimostra la profondità della crisi di governabilità e, di conseguenza, come stia facendo acqua il modello neoliberista in questo Paese fratello.

La lettura di questi risultati evidenzia la condotta vergognosa di Piñera nel manipolare la consultazione, cercando di darsi una “seconda opportunità” e contenere l’indignazione dell’immaginario collettivo, che, dall’esplosione sociale di ottobre 2019, si è focalizzata sulla richiesta delle sue dimissioni come unica via per risolvere i problemi dello Stato nella gestione pubblica e per affrontare il peggioramento della disuguaglianza sociale sempre più allarmante.

Per questo, è pubblico, noto proprio a tutti, come i consiglieri di Piñera non si siano risparmiati nello screditare il movimento sociale insorgente, cercando di limitarne l’impatto ed evitare la sua proiezione verso l’integrazione e l’anti-neoliberismo che oggi campeggia con rinnovata speranza nella Patria Grande.

La principale linea guida di questi “think thank” che hanno disegnato la strategia di Piñera, è associare gli obiettivi della sua politica alla strategia degli Stati Uniti, per attaccare le linee guida del Forum di Sao Paulo.

Com’è noto, in questo forum converge la contro-egemonia latinoamericana per frenare l’interventismo degli USA e impedire che i governi neoliberisti consegnino le nostre nazioni al Fondo Monetario Internazionale, per indebitare le nostre economie e far valere la Dottrina Monroe degli USA, secondo cui i nostri paesi sono considerati semplicemente il loro “cortile di casa”.

In realtà, il governo di Piñera non è in grado di frenare la ribellione civile, che ha non solo la sua principale causa nelle misure economiche antipopolari, ma che, dal punto di vista teorico, esprime anche una confusione tra crescita e sviluppo.

Per questo il suo governo cerca di manipolare la realtà, ostentando la crescita economica del Cile, però non sviluppa una politica di attenzione sociale integrale per impedire che si continui ad elevare il grado d’insoddisfazione in termini di sviluppo umano della popolazione. E realmente non può andare in maniera diversa, dato il carattere di classe sia suo personale che del suo governo escludente e antipopolare.

D’altra parte, questo attuale governo cileno esprime, con una certa astuzia demagogica, un riconoscimento al malcontento della classe media di quel paese, cui attribuisce in toto il protagonismo nella protesta.

Questo costituisce una manipolazione della sua “analisi”, per sminuire l’importanza del ruolo dei lavoratori salariati e informali, e anche per rendere invisibile la partecipazione dei cileni più poveri e gli indigeni Mapuches nel conflitto sociale.

Si consolida l’ondata anti-neoliberista in America Latina

È ancora più grave che gli indicatori della politica economica neoliberista di Piñera, per riflettere la qualità della vita, facciano allusione solo al dato quantitativo del salario, però non dicano nulla del potere d’acquisto in Cile, dove assolutamente tutti i servizi pubblici (Educazione, Salute, Medicine, Sistema Pensionistico, Trasporto, Abitazione, tra gli altri), non solo sono privatizzati, ma sono anche estremamente cari per poter essere coperti dal salario minimo che, anche quando cercano di esprimerlo in dollari, non basta per una vita mediamente degna in termini di sussistenza.

Il governo di Piñera cerca di proiettarsi internazionalmente con gli “alti standard” dell’educazione universitaria cilena, però nasconde che quel paese registra il tasso di esclusione educativa più alto dell’America Latina, cosa che li ha obbligati a coprire il déficit di professionisti con gli immigrati, come è il caso dell’elevato numero di medici venezuelani che si contano a migliaia, per fare riferimento solo a questa professione.

La cosa più ridicola in cui è incorso Piñera è mentire circa il supposto appoggio esterno che avrebbero ricevuto le proteste contro la sua gestione, da parte di governi stranieri come quello venezuelano. Questa manovra comunicativa l’ha usata all’inizio come distrazione, per ingannare l’opinione pubblica, attribuendo cause false all’esplosione sociale in Cile, che invece la società cilena conosce chiaramente nella sua vera origine e sviluppo, perché ha vissuto la profondità storico-sociale di quel movimento di carattere cittadino.

Per questo Piñera si è dedicato a demonizzare il Venezuela, facendolo diventare il cattivo esempio del modello di sviluppo, però non fa mai riferimento all’effetto perverso del blocco finanziario e all’aggressione politica degli USA e dei suoi alleati del gruppo di Lima, contro la Patria degna di Bolívar.

Con questa strategia vorrebbe nascondere quello che veramente sta succedendo in Cile, e nel resto della geopolitica dell’America Latina, che è la cosa più importante in questo momento storico.

Si tratta del confronto tra due modelli di sviluppo sociopolitico: quello Bolivariano dell’integrazione e dell’indipendenza, da un lato, e, dall’altro lato, quello della dottrina Monroe che vuole collocare i nostri paesi come cortile di casa degli Stati Uniti, proprio come desidera l’élite politica servile di cui fa parte questo Presidente cileno.

A partire da questi gloriosi risultati del plebiscito, si rafforza l’impatto delle vittorie che sono aumentate e si sono sostenute in Messico, Argentina, Bolivia, le degne lotte che si combattono in Ecuador, Colombia, Costa Rica e la resistenza eroica di Cuba, Venezuela e Nicaragua contro il neoliberismo.

Al governo di Piñera, e agli altri che ancora lo accompagnano nel gruppo di Lima, non sarà più facile continuare a manipolare la realtà finanziaria in Cile. C’è da aspettarsi che Piñera continui a nascondere che, malgrado la sua politica economica sia stata ampiamente appoggiata dagli USA, non sfuggirà alla crisi di sostenibilità della crescita, a causa della distribuzione disuguale del reddito, la precarizzazione del lavoro e la crescente concentrazione del capitale nei grandi gruppi monopolistici dell’economia nazionale, alleati delle grandi transnazionali che controllano tanto il mercato interno, quanto le esportazioni.

Il fatto, inoltre, è che dall’epoca della dittatura di Pinochet la questione della povertà era stata nascosta con meccanismi repressivi, che oggi sono stati sfidati dal popolo che ha perso la paura ed è disposto ad affrontare, anche a rischio della propria vita, l’ingiustizia di un sistema autoritario che ha promosso un’estrema disuguaglianza sociale, con l’assoluta precarietà dei salariati e gli sfacciati privilegi delle élite imprenditoriali.

Consolidare la vittoria popolare

Quello che ci si aspetta è che, a partire da questo trionfo, si cominci a discutere in profondità della crisi cilena e cercare le cause del dislocamento di quella società. Senza cadere nella provocazione di discorsi distraenti, si tratta ora di promuovere le leadership emergenti che si sono poste degnamente contro il neoliberismo e l’interventismo del “suprematismo nordamericano”.

D’ora in avanti, si deve consolidare l’unità più ampia coinvolgendo i diversi settori sociali e politici, lavoratori, indigeni, contadini, intellettuali, giovani, donne e la diversità pluriculturale, intorno a un programma che faccia del Cile una Patria degna e sovrana. Con un modello di sviluppo umano sostenibile, che vada al di là degli alti livelli di produzione raggiunti a beneficio dell’accumulazione di capitale, com’è stato finora.

Il tema centrale della nuova Magna Carta continuerà ad essere la rivendicazione storica del Cile come una democrazia partecipativa che garantisca l’eguaglianza sociale nel quadro dello stato di diritto e giustizia sociale, per ottenere un’economia dal volto umano.

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