Le ultime statistiche pubblicate dall’Istat sulla produttività italiana confermano che il nodo, nella nostra economia, non è che “non c’è voglia di lavorare”, come troppo spesso si sente dire, ma che i capitalisti italiani non sanno o non vogliono investire.
Il modello del nostro paese è fondato sostanzialmente sullo sfruttamento intensivo, come in un paese che deve ancora trovare la via dello sviluppo.
L’analisi diffusa il 9 gennaio non considera attività quali locazione di beni immobili, del personale domestico, delle amministrazioni pubbliche e delle organizzazioni internazionali. Quello che rimane è il 71% del valore aggiunto complessivo e l’83% delle ore lavorate: la maggior parte dell’economia, in sostanza quella affidata all’iniziativa privata.
Il lasso di tempo considerato va dal 1995 al 2023, con i dati di quest’ultimo anno ancora preliminari, in quanto studiato a partire da fonti parziali. Ma le stime attuali parlano di una riduzione della produttività del lavoro del 2,5%, e la causa è nell’aumento delle ore lavorate maggiore rispetto a quello del valore aggiunto.
Le prime hanno segnato, infatti, un +2,7%, mentre il secondo solo un +0,2%, misurato in volume. A livello di settore, ciò ha portato a contributi negativi alla produttività del lavoro soprattutto da parte delle attività del commercio, trasporti, alberghi e pubblici esercizi; dell’industria in senso stretto; delle attività finanziarie e assicurative, e di quelle professionali.
Nel quasi ventennio considerato dall’Istat, la produttività del lavoro è aumentata a una media annua dello 0,4%, di gran lunga inferiore a quella della “UE a 27” (1,5%). Francia e Germania hanno registrato incrementi rispettivamente dell’1% e dell’1,3%, e seppur anch’esse oggi in crisi, ciò è indicatore di una gerarchia evidente nelle filiere continentali.
Infatti, a completare l’analisi c’è anche la valutazione della produttività del capitale. Viene specificato che gli “investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione […] permettono di innovare i processi produttivi e sono considerati un importante fattore di crescita della produttività, al pari degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale, come la Ricerca e sviluppo”.
Parliamo, insomma, della capacità del capitale nostrano di posizionarsi nei settori più avanzati delle filiere di oggi, quelle che guidano lo sviluppo. Nel 2023 la produttività del capitale si è ridotta dello 0,9%, dinamica che ha impattato sulla Produttività Totale dei Fattori (PTF), cioè l’efficienza con cui lavoro e capitale sono utilizzati nel processo produttivo.
Il dato per il 2023 indica una riduzione della PTF del 2,5%, ma anche osservando le serie dal 1995 l’andamento è rimasto sostanzialmente immobile (+0,1%).
L’incremento del valore aggiunto, nello stesso periodo, è da attribuirsi quasi esclusivamente all’impiego di capitale e di lavoro, mentre è stato piuttosto trascurabile l’efficientamento della produzione.
Per concludere, è rimasto fermo il progresso tecnico espresso nella PTF, intaccando anche la dinamica della produttività del lavoro.
E quel che viene fuori da quest’ultimo rapporto dell’Istat è che il valore aggiunto aumenta solo perché si lavora di più (e si è costretti a lavorare di più perché i salari sono bassi, quindi aumenta l’estrazione del plusvalore assoluto, ma non c’è “progresso”).
Del resto, stando a un rapporto OCSE pubblicato ad inizio dell’anno scorso, con riferimento ai dati del 2022, le ore lavorate annualmente in media in Italia sono 1.694, ovvero rispetto a Germania e Olanda rispettivamente circa 350 e 270 in più.
Una realtà che si adatta male alla narrazione sugli “scansafatiche del Sud Europa”, e che parla semmai delle gerarchie continentali e del fallimento dei “prenditori” nostrani.
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30/06/2024
In Grecia si torna alla settimana lavorativa di 48 ore
In autunno saranno 15 anni dalla rivelazione che i conti della Grecia erano stati truccati per consentire l’ingresso nell’euro da parte di Atene. Fu l’inizio della lunga era delle cure lacrime e sangue per il popolo greco, che dallo stesso euro era incastrato nei voleri della Troika.
La crisi del debito greca rese evidente come la gabbia dei vincoli europei poteva forzare la distruzione dello stato sociale e, a lungo termine, la ristrutturazione degli assetti proprietari, produttivi e di manodopera di un intero paese. Certo, la Grecia non contava come la Germania, ma si rese evidente che la trappola del debito serviva proprio a questo.
Come dicevo, a pochi mesi da questo nefasto anniversario, è il caso di cominciare a fare qualche considerazione sulla situazione ellenica. Anche perché dal miglioramento del rating del debito, concesso da Standard & Poor’s a maggio, all’annuncio che Atene avrebbe ripagato in anticipo oltre 8 miliardi di prestiti, sono apparsi vari articoli di glorificazione dei risultati greci.
L’occasione per mettere in fila alcune prime valutazioni arriva con il primo luglio: domani, infatti, entrerà in vigore una legge che permette di reintrodurre la settimana lavorativa di 48 ore, 8 al giorno per 6 giorni la settimana. Già basterebbe questo per capire che c’è poco da glorificare nella Grecia modellata dalla Troika.
Da lunedì, gli imprenditori del settore industriale, delle telecomunicazioni, del commercio al dettaglio e dei servizi garantiti 24 ore su 24 potranno richiedere questa estensione della settimana lavorativa. Ovviamente, il tutto viene millantato come un guadagno per i lavoratori.
La riforma viene presentata come uno strumento per combattere il lavoro nero. In Grecia, infatti, è già permesso alle aziende di richiedere due ore al giorno di straordinario non pagato, seppur solo per brevi periodi e su base volontaria.
In questo modo, si dice, finalmente queste ore verranno riconosciute al lavoratore, con una retribuzione maggiorata del 40% nel sesto turno di lavoro, addirittura del 115% se effettuato in giorno festivo.
Ci mancherebbe che il lavoro non venisse pagato, e che quindi, lavorando di più, non si guadagnasse di più... sorgono però un po’ di dubbi sulla logica della nuova legge.
Innanzitutto, non si capisce come l’istituzionalizzazione di una giornata in più di lavoro dovrebbe far emergere il lavoro nero o gli straordinari non pagati.
Soprattutto se queste ulteriori otto ore saranno persino più costose per il padrone, che le due forme di impiego sopra citate le usa proprio per aumentare il margine di profitto.
Ci sarà ovviamente chi usufruirà dell’opportunità, perché risulterà in linea di massima conveniente regolarizzare quel turno in più. E tuttavia significherà lasciare le cose così come stanno, continuando a favorire lo sfruttamento intensivo della manodopera, guadagnando sul “plusvalore assoluto“, si sarebbe detto una volta.
I greci, dati Eurostat 2023 alla mano, sono già coloro che lavorano più ore alla settimana (39,8 contro le 36,1 della media UE). Con la riforma che arriva a compimento domani e che è stata varata nel settembre scorso, è stato pure previsto che chi fa un lavoro a tempo pieno potrà farne anche uno part-time, per un massimo di 13 ore giornaliere.
Possiamo immaginare quanto, se i datori di lavoro decideranno di regolarizzare i propri dipendenti secondo le nuove norme, le registrazioni ufficiali segneranno semplicemente un innalzamento dell’orario lavorativo che è già un dato di fatto.
Un’elaborazione di Openpolis, sempre su dati Eurostat, ha mostrato che nel 2021 già il 12,6% dei greci lavorava più di 48 ore a settimana, anche in questo caso primi in UE.
E dico se decideranno di usare le nuove misure perché, come specificato, non saranno convenienti per i bilanci delle aziende, e i lavoratori non hanno di certo la forza contrattuale per imporle.
Il salario minimo è stato alzato fino a 830 euro mensili, ma non è minimamente sufficiente a far fronte all’erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione.
Nel 2022 il salario mensile medio lordo era arrivato a 1.176 euro, in aumento del 5,2%, ma l’aumento dei prezzi è stato del 9,3%. E non si tratta di una dinamica legata solo al recente picco inflazionistico, perché già all’epoca i salari medi reali erano di circa il 25% più bassi rispetto al 2009.
C’è di più, perché lo spauracchio del default è stato usato anche come testa d’ariete contro le organizzazioni sindacali. Vari contratti collettivi sono stati sospesi, e così se nel 2010 quasi tutti i lavoratori rientravano in uno di essi, nel 2024 solo il 24% dei lavoratori del privato ha questo tipo di copertura.
Salari da fame e copertura dei contratti collettivi ridotta all’osso: è facile capire perché la ricerca di un doppio lavoro sia una necessità e perché il lavoratore si trovi in una condizione di debolezza nei confronti del padrone. E si capisce anche perché le due ore di straordinario erano tutto fuorché ‘volontarie‘.
Infine, è sempre attraverso uno sguardo d’insieme che si può smontare l’ultima motivazione con cui è stata giustificata la riforma, ovvero la mancanza di manodopera qualificata.
Sono solo alcuni piccoli segmenti di alcune filiere che avranno necessità di stabilizzare l’allungamento di orario di alcuni dipendenti, che oggi è difficile trovare in Grecia.
Il turismo, settore che attualmente sta trainando la crescita ed è risaputamente a basse competenze, sguazza nella disoccupazione a due cifre e nello sfruttamento intensivo. Il limite delle 40 ore settimanali, non a caso, era già stato tolto la scorsa estate per questo settore.
Ma esso non è di certo attrattivo per i giovani laureati di un paese che ha già largamente tagliato le sue spese in istruzione, su ordine di Bruxelles. Solo tra il 2012 e il 2017 mezzo milione di persone se ne sono andate dalla Grecia, per lo più giovani, e tra di essi intorno ai 180-200 mila erano laureati.
Secondo uno studio di quegli anni dell’organizzazione imprenditoriale Endeavor Greece, il 71% di loro si è diretto verso un altro paese europeo, e tendenzialmente quelli che offrivano più opportunità: Germania e Francia innanzitutto. Si chiude il cerchio cominciato coi memorandum della Troika.
Il caso greco rivela la funzione di fondo che hanno avuto i trattati europei e l’euro. La gabbia dei vincoli di Bruxelles ha favorito l’abbattimento dello stato sociale e delle tutele dei lavoratori, la riorganizzazione delle filiere continentali intorno a un centro forte, e il furto di cervelli di questo centro dalle periferie deindustrializzate.
Un progetto che doveva portare la UE a giocarsela con altri grandi attori globali come gli USA e la Cina. Un progetto che stanno pagando i popoli della periferia economica del continente e i settori popolari in generale di tutti gli stati membri della comunità europea.
Altro che miracolo greco. È sul sangue dei popoli che questa UE si appresta ad altri cinque anni di ipercompetizione e guerra.
Fonte
La crisi del debito greca rese evidente come la gabbia dei vincoli europei poteva forzare la distruzione dello stato sociale e, a lungo termine, la ristrutturazione degli assetti proprietari, produttivi e di manodopera di un intero paese. Certo, la Grecia non contava come la Germania, ma si rese evidente che la trappola del debito serviva proprio a questo.
Come dicevo, a pochi mesi da questo nefasto anniversario, è il caso di cominciare a fare qualche considerazione sulla situazione ellenica. Anche perché dal miglioramento del rating del debito, concesso da Standard & Poor’s a maggio, all’annuncio che Atene avrebbe ripagato in anticipo oltre 8 miliardi di prestiti, sono apparsi vari articoli di glorificazione dei risultati greci.
L’occasione per mettere in fila alcune prime valutazioni arriva con il primo luglio: domani, infatti, entrerà in vigore una legge che permette di reintrodurre la settimana lavorativa di 48 ore, 8 al giorno per 6 giorni la settimana. Già basterebbe questo per capire che c’è poco da glorificare nella Grecia modellata dalla Troika.
Da lunedì, gli imprenditori del settore industriale, delle telecomunicazioni, del commercio al dettaglio e dei servizi garantiti 24 ore su 24 potranno richiedere questa estensione della settimana lavorativa. Ovviamente, il tutto viene millantato come un guadagno per i lavoratori.
La riforma viene presentata come uno strumento per combattere il lavoro nero. In Grecia, infatti, è già permesso alle aziende di richiedere due ore al giorno di straordinario non pagato, seppur solo per brevi periodi e su base volontaria.
In questo modo, si dice, finalmente queste ore verranno riconosciute al lavoratore, con una retribuzione maggiorata del 40% nel sesto turno di lavoro, addirittura del 115% se effettuato in giorno festivo.
Ci mancherebbe che il lavoro non venisse pagato, e che quindi, lavorando di più, non si guadagnasse di più... sorgono però un po’ di dubbi sulla logica della nuova legge.
Innanzitutto, non si capisce come l’istituzionalizzazione di una giornata in più di lavoro dovrebbe far emergere il lavoro nero o gli straordinari non pagati.
Soprattutto se queste ulteriori otto ore saranno persino più costose per il padrone, che le due forme di impiego sopra citate le usa proprio per aumentare il margine di profitto.
Ci sarà ovviamente chi usufruirà dell’opportunità, perché risulterà in linea di massima conveniente regolarizzare quel turno in più. E tuttavia significherà lasciare le cose così come stanno, continuando a favorire lo sfruttamento intensivo della manodopera, guadagnando sul “plusvalore assoluto“, si sarebbe detto una volta.
I greci, dati Eurostat 2023 alla mano, sono già coloro che lavorano più ore alla settimana (39,8 contro le 36,1 della media UE). Con la riforma che arriva a compimento domani e che è stata varata nel settembre scorso, è stato pure previsto che chi fa un lavoro a tempo pieno potrà farne anche uno part-time, per un massimo di 13 ore giornaliere.
Possiamo immaginare quanto, se i datori di lavoro decideranno di regolarizzare i propri dipendenti secondo le nuove norme, le registrazioni ufficiali segneranno semplicemente un innalzamento dell’orario lavorativo che è già un dato di fatto.
Un’elaborazione di Openpolis, sempre su dati Eurostat, ha mostrato che nel 2021 già il 12,6% dei greci lavorava più di 48 ore a settimana, anche in questo caso primi in UE.
E dico se decideranno di usare le nuove misure perché, come specificato, non saranno convenienti per i bilanci delle aziende, e i lavoratori non hanno di certo la forza contrattuale per imporle.
Il salario minimo è stato alzato fino a 830 euro mensili, ma non è minimamente sufficiente a far fronte all’erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione.
Nel 2022 il salario mensile medio lordo era arrivato a 1.176 euro, in aumento del 5,2%, ma l’aumento dei prezzi è stato del 9,3%. E non si tratta di una dinamica legata solo al recente picco inflazionistico, perché già all’epoca i salari medi reali erano di circa il 25% più bassi rispetto al 2009.
C’è di più, perché lo spauracchio del default è stato usato anche come testa d’ariete contro le organizzazioni sindacali. Vari contratti collettivi sono stati sospesi, e così se nel 2010 quasi tutti i lavoratori rientravano in uno di essi, nel 2024 solo il 24% dei lavoratori del privato ha questo tipo di copertura.
Salari da fame e copertura dei contratti collettivi ridotta all’osso: è facile capire perché la ricerca di un doppio lavoro sia una necessità e perché il lavoratore si trovi in una condizione di debolezza nei confronti del padrone. E si capisce anche perché le due ore di straordinario erano tutto fuorché ‘volontarie‘.
Infine, è sempre attraverso uno sguardo d’insieme che si può smontare l’ultima motivazione con cui è stata giustificata la riforma, ovvero la mancanza di manodopera qualificata.
Sono solo alcuni piccoli segmenti di alcune filiere che avranno necessità di stabilizzare l’allungamento di orario di alcuni dipendenti, che oggi è difficile trovare in Grecia.
Il turismo, settore che attualmente sta trainando la crescita ed è risaputamente a basse competenze, sguazza nella disoccupazione a due cifre e nello sfruttamento intensivo. Il limite delle 40 ore settimanali, non a caso, era già stato tolto la scorsa estate per questo settore.
Ma esso non è di certo attrattivo per i giovani laureati di un paese che ha già largamente tagliato le sue spese in istruzione, su ordine di Bruxelles. Solo tra il 2012 e il 2017 mezzo milione di persone se ne sono andate dalla Grecia, per lo più giovani, e tra di essi intorno ai 180-200 mila erano laureati.
Secondo uno studio di quegli anni dell’organizzazione imprenditoriale Endeavor Greece, il 71% di loro si è diretto verso un altro paese europeo, e tendenzialmente quelli che offrivano più opportunità: Germania e Francia innanzitutto. Si chiude il cerchio cominciato coi memorandum della Troika.
Il caso greco rivela la funzione di fondo che hanno avuto i trattati europei e l’euro. La gabbia dei vincoli di Bruxelles ha favorito l’abbattimento dello stato sociale e delle tutele dei lavoratori, la riorganizzazione delle filiere continentali intorno a un centro forte, e il furto di cervelli di questo centro dalle periferie deindustrializzate.
Un progetto che doveva portare la UE a giocarsela con altri grandi attori globali come gli USA e la Cina. Un progetto che stanno pagando i popoli della periferia economica del continente e i settori popolari in generale di tutti gli stati membri della comunità europea.
Altro che miracolo greco. È sul sangue dei popoli che questa UE si appresta ad altri cinque anni di ipercompetizione e guerra.
Fonte
23/03/2023
Il sistema di sviluppo italiano è autodistruttivo
Ci è capitato spesso di scrivere che il “fascismo storico” – quello feroce e manganellatore di Mussolini, insomma – fu la forma politica in cui venne imposta la “modernizzazione” a un paese fondamentalmente contadino come l’Italia, ancora basato sulla predominanza del latifondo e dello sfruttamento intensivo di manodopera a bassissimo costo.
In altri paesi lo stesso processo di modernizzazione, tra le due guerre mondiali, si impose con altri metodi politici – si pensi all’America di Roosevelt, alla Gran Bretagna “tradunionista” o alla Francia “socialista” – come manifestazione di una esigenza profonda del capitalismo occidentale, alle prese con cambiamenti tecnologici, diversificazione delle fonti energetiche (dal carbone al petrolio), nel pieno di una “movimentata” transizione dall’egemonia imperialista britannica a quella statunitense.
Dal punto di vista capitalistico, insomma, quel fascismo aveva almeno qualche “merito” nei confronti di una prospettiva di sviluppo. Molto straccione e vanaglorioso, incline ai fondali di cartone per sostituire marmi scarseggianti, ma insomma “sviluppo”.
L’apice di questa tensione alla “modernizzazione reazionaria” fu, com’è noto, la Germania nazista, il cui sviluppo industriale fu così veloce e poderoso da lasciar crescere anche l’idea folle di poter conquistare uno “spazio vitale” molto più ampio, sottomettendo i vicini e “sfondando ad est”, verso l’Unione Sovietica.
Ci è capitato dunque anche di scrivere che, al contrario, gli ultimi governi italioti hanno spianato la strada al post-fascismo meloniano presente rispondendo – senza neanche la forza intellettuale di teorizzarlo – alla necessità opposta: gestire il declino irrimediabile del paese.
C’è ovviamente una enorme differenza tra crescita e declino, ma paradossalmente queste due fasi storicamente lontane quasi un secolo vengono gestite con lo stesso tipo di personale politico: i manganellatori.
Ma anche in questo la differenza si ripropone: tra i fascisti storici, pur nell’orrore di un regime che doveva schiacciare i lavoratori (e dunque gli oppositori), qualche testa pensante c’era. E potremmo di nuovo citare Giovanni Gentile e la sua “riforma della scuola”, imparagonabile con gli aborti distruttivi messi su strada negli ultimi 30 anni e soprattutto con le sortite anticipatorie di un certo Valditara.
Dunque, un personale politico scadente, che reagisce nello stesso modo – il “divieto”, la “fermezza”, l’”inasprimento delle pene”, l’”inseguiremo per tutto il globo terracquo” – a ogni problema di cui vuole ignorare cause, origine, caratteristiche specifiche. A cui, insomma, non sa né vuol dare “soluzioni efficaci”.
Chiaro che questo sprofondare politico ha radici nello sprofondamento del sistema produttivo, che nel bene e soprattutto nel male condiziona modi di vivere e dunque anche di pensare di tutta la popolazione.
Un breve ma fulminante editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa ci conferma nell’analisi più volte fatta: una “classe dirigente” che da oltre 30 anni va perseguendo la redditività del sistema delle imprese tramite l’estrazione di plusvalore assoluto sta condannando il Paese, ma anche se stessa, al degrado senza speranza.
In termini marxiani, puntare sul plusvalore assoluto significa intensificare l’orario di lavoro (aumentando il numero di ore lavorate in un mese), ridurre i salari, eliminare i diritti dei lavoratori, ostacolare l’attività sindacale e corrompere i sindacati più grandi, privilegiare i contratti precari e il lavoro nero, ecc.
Un modo di fare profitti inevitabilmente giocato sui mezzucci, tipo il negoziante che mette il dito sulla bilancia, e che vede “le tasse” – a questo punto – come la più grande minaccia a margini di guadagno percentualmente sempre bassissimi.
In trenta anni di precarizzazione, basati sull’ideologia del “piccolo è bello”, delle liberalizzazioni e privatizzazioni di tutto ciò che era pubblico, la situazione è precipitata. Le grandi imprese trainanti l’innovazione e l’indotto sono scomparse o vendute, spesso per farne “spezzatino”.
Prevale ovunque la piccola e media dimensione. Ma oggi il piccolo vuol dire morte. Perché in assenza di investimenti produttivi le dimensioni di impresa sono condannate a restringersi all’infinito. E “il privato” non investe, mentre “il pubblico” è obbligato a non farlo dai trattati europei.
Ma imprenditori che non vedono al di là del proprio naso, visto l’ordine di piccolezza di quel che guidano, non possono dare nessuna “visione” di medio periodo al paese. Si campa alla giornata, grattando qui e là, chiedendo “sostegni”, “incentivi”, “sgravi”, “meno controlli”...
Il risultato, analizza Salerno Aletta, si vede dal bilancio import-export delle “figure professionali”. Da cui appare chiarissimo che esportiamo cervelli e pensionati. Importiamo braccianti e badanti.
In altre parole, quel che ancora producono di buono i residui del “vecchio sistema” (competenze professionali sperimentate e forze fresche formate da ciò che resta della scuola pubblica) prendono la via che porta a paesi con salari migliori (i giovani talenti) oppure con un costo della vita più basso (i pensionati).
In entrambi i casi, vediamo come la spesa pubblica viene sistemicamente sprecata per l’ottusa obbedienza alle “pretese delle imprese”: i soldi spesi per la formazione di nuovi talenti non servono ad accrescere la qualità della forza lavoro impiegata “in patria”, e una parte della spesa pensionistica non si traduce in consumi domestici (che fanno comunque Pil).
E naturalmente i “moralizzatori” di Confindustria prendono questi dati per chiedere ancora maggiori riduzioni della spesa per scuola-università-ricerca e, con ancora più ferocia, della spesa per pensioni...
Siccome il sistema che è stato messo in campo è autodistruttivo, ad ogni passo verso l’estinzione viene invocato un “di più” di autodistruzione.
Per un obiettivo “storico” del genere, cosa c’è di più “adatto” di un personale fascistoide e incapace?
Buona lettura.
In altri paesi lo stesso processo di modernizzazione, tra le due guerre mondiali, si impose con altri metodi politici – si pensi all’America di Roosevelt, alla Gran Bretagna “tradunionista” o alla Francia “socialista” – come manifestazione di una esigenza profonda del capitalismo occidentale, alle prese con cambiamenti tecnologici, diversificazione delle fonti energetiche (dal carbone al petrolio), nel pieno di una “movimentata” transizione dall’egemonia imperialista britannica a quella statunitense.
Dal punto di vista capitalistico, insomma, quel fascismo aveva almeno qualche “merito” nei confronti di una prospettiva di sviluppo. Molto straccione e vanaglorioso, incline ai fondali di cartone per sostituire marmi scarseggianti, ma insomma “sviluppo”.
L’apice di questa tensione alla “modernizzazione reazionaria” fu, com’è noto, la Germania nazista, il cui sviluppo industriale fu così veloce e poderoso da lasciar crescere anche l’idea folle di poter conquistare uno “spazio vitale” molto più ampio, sottomettendo i vicini e “sfondando ad est”, verso l’Unione Sovietica.
Ci è capitato dunque anche di scrivere che, al contrario, gli ultimi governi italioti hanno spianato la strada al post-fascismo meloniano presente rispondendo – senza neanche la forza intellettuale di teorizzarlo – alla necessità opposta: gestire il declino irrimediabile del paese.
C’è ovviamente una enorme differenza tra crescita e declino, ma paradossalmente queste due fasi storicamente lontane quasi un secolo vengono gestite con lo stesso tipo di personale politico: i manganellatori.
Ma anche in questo la differenza si ripropone: tra i fascisti storici, pur nell’orrore di un regime che doveva schiacciare i lavoratori (e dunque gli oppositori), qualche testa pensante c’era. E potremmo di nuovo citare Giovanni Gentile e la sua “riforma della scuola”, imparagonabile con gli aborti distruttivi messi su strada negli ultimi 30 anni e soprattutto con le sortite anticipatorie di un certo Valditara.
Dunque, un personale politico scadente, che reagisce nello stesso modo – il “divieto”, la “fermezza”, l’”inasprimento delle pene”, l’”inseguiremo per tutto il globo terracquo” – a ogni problema di cui vuole ignorare cause, origine, caratteristiche specifiche. A cui, insomma, non sa né vuol dare “soluzioni efficaci”.
Chiaro che questo sprofondare politico ha radici nello sprofondamento del sistema produttivo, che nel bene e soprattutto nel male condiziona modi di vivere e dunque anche di pensare di tutta la popolazione.
Un breve ma fulminante editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa ci conferma nell’analisi più volte fatta: una “classe dirigente” che da oltre 30 anni va perseguendo la redditività del sistema delle imprese tramite l’estrazione di plusvalore assoluto sta condannando il Paese, ma anche se stessa, al degrado senza speranza.
In termini marxiani, puntare sul plusvalore assoluto significa intensificare l’orario di lavoro (aumentando il numero di ore lavorate in un mese), ridurre i salari, eliminare i diritti dei lavoratori, ostacolare l’attività sindacale e corrompere i sindacati più grandi, privilegiare i contratti precari e il lavoro nero, ecc.
Un modo di fare profitti inevitabilmente giocato sui mezzucci, tipo il negoziante che mette il dito sulla bilancia, e che vede “le tasse” – a questo punto – come la più grande minaccia a margini di guadagno percentualmente sempre bassissimi.
In trenta anni di precarizzazione, basati sull’ideologia del “piccolo è bello”, delle liberalizzazioni e privatizzazioni di tutto ciò che era pubblico, la situazione è precipitata. Le grandi imprese trainanti l’innovazione e l’indotto sono scomparse o vendute, spesso per farne “spezzatino”.
Prevale ovunque la piccola e media dimensione. Ma oggi il piccolo vuol dire morte. Perché in assenza di investimenti produttivi le dimensioni di impresa sono condannate a restringersi all’infinito. E “il privato” non investe, mentre “il pubblico” è obbligato a non farlo dai trattati europei.
Ma imprenditori che non vedono al di là del proprio naso, visto l’ordine di piccolezza di quel che guidano, non possono dare nessuna “visione” di medio periodo al paese. Si campa alla giornata, grattando qui e là, chiedendo “sostegni”, “incentivi”, “sgravi”, “meno controlli”...
Il risultato, analizza Salerno Aletta, si vede dal bilancio import-export delle “figure professionali”. Da cui appare chiarissimo che esportiamo cervelli e pensionati. Importiamo braccianti e badanti.
In altre parole, quel che ancora producono di buono i residui del “vecchio sistema” (competenze professionali sperimentate e forze fresche formate da ciò che resta della scuola pubblica) prendono la via che porta a paesi con salari migliori (i giovani talenti) oppure con un costo della vita più basso (i pensionati).
In entrambi i casi, vediamo come la spesa pubblica viene sistemicamente sprecata per l’ottusa obbedienza alle “pretese delle imprese”: i soldi spesi per la formazione di nuovi talenti non servono ad accrescere la qualità della forza lavoro impiegata “in patria”, e una parte della spesa pensionistica non si traduce in consumi domestici (che fanno comunque Pil).
E naturalmente i “moralizzatori” di Confindustria prendono questi dati per chiedere ancora maggiori riduzioni della spesa per scuola-università-ricerca e, con ancora più ferocia, della spesa per pensioni...
Siccome il sistema che è stato messo in campo è autodistruttivo, ad ogni passo verso l’estinzione viene invocato un “di più” di autodistruzione.
Per un obiettivo “storico” del genere, cosa c’è di più “adatto” di un personale fascistoide e incapace?
Buona lettura.
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Esportiamo cervelli e pensionati. Importiamo braccianti e badanti
Esportiamo cervelli e pensionati. Importiamo braccianti e badanti
Guido Salerno Aletta – Editorialista dell’Agenzia Teleborsa
È di questi giorni la ripresa del dibattito sulla riforma fiscale, con l’ipotesi di ridurre da tre a due le aliquote inferiori: la prospettiva è quella della Flat Tax, il traguardo da sempre coltivato da chi vuole dare respiro ai lavoratori autonomi, ai commercianti e agli artigiani, che sono scoperti di fronte ad ogni perturbazione economica.
In fondo, i lavoratori dipendenti sarebbero maggiormente tutelati: ma forse è un’idea con poco fondamento, ormai, vista la precarizzazione dei rapporti lavorativi.
C’è chi sostiene che la misura è poco razionale, in quanto non considera che una parte preponderante del carico tributario è già messa a carico dei redditi medi, che contribuiscono per l’80% al gettito dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.
C’è chi si preoccupa della riduzione delle entrate che ne conseguirebbe, ed al pericolo che possa essere messa a rischio la struttura portante del Servizio sanitario nazionale: un po’ alla volta, un taglio dopo l’altro, la spesa per prestazioni private cresce sempre di più.
In pratica, non si tratta solo di un sistema in cui la sanità privata copre le carenze delle sanità pubblica, ma di un assetto in cui questa si ritira per mancanza di risorse, nella prospettiva di rendere indispensabile una polizza assicurativa integrativa.
È esattamente lo stesso processo che si è cercato inutilmente di imporre con le pensioni integrative: visto che il sistema della previdenza obbligatoria sarà sempre meno generoso, è gioco forza sottoscrivere un piano di previdenza complementare. Ma è ormai un fallimento: soldi ce ne sono pochi, ed i Fondi stessi non hanno un futuro roseo.
Quindi, tanto sul Fisco, che sulla Sanità e la Previdenza sociale, il sistema pubblico è assai fragile. Ma quello privato non decolla, perché i redditi sono quelli che sono, assorbiti dalle spese per i consumi quotidiani.
Il punto è il modello di crescita: ormai da un decennio, si è decisamente imboccata la strada del mercantilismo fondato sui bassi salari anziché sull’alto valore aggiunto. L’Italia deve esportare, nella competizione internazionale, basandosi sul fattore prezzo che si unisce al brand indiscutibile del Made in Italy: prezzi convenienti per un prodotto di qualità.
Questa strategia ha deformato l’atteggiamento delle imprese, che hanno puntato tutto sull’abbattimento dei salari anziché sulla innovazione dei processi produttivi che porterebbero all’identico risultato mediante investimenti in innovazione di impianti e nuove tecnologie. E quando si lamentano della carenza di professionalità elevate, trascurano il fatto che c’è una concorrenza internazionale sul fattore lavoro. I ragazzi italiani ormai preferiscono andare a lavorare all’estero, con stipendi più elevati.
La reazione imprenditoriale è sempre la stessa: si chiede la riduzione del cuneo fiscale, il che significa maggior salario netto in busta paga a parità di costi per l’impresa e minor gettito fiscale; più flessibilità nei contratti; più immigrazione a basso costo.
Il sistema che è stato messo in campo è autodistruttivo, nonostante i correttivi introdotti per ridurre l’imposizione fiscale nei confronto di chi rientra o viene a lavorare in Italia con provenienza dagli altri Paesi della Ue: mentre “esportiamo” la capacità produttiva dei giovani cervelli che all’estero guadagnano di più, e la capacità di spesa dei pensionati che pagano meno tasse in Paesi stranieri come il Portogallo o la Tunisia, “importiamo” manodopera poco qualificata.
Abbiamo messo in piedi un modello che penalizza gli investimenti e l’impiego di personale qualificato. Un sistema che si basa sul precariato, a salari sempre più bassi.
Bisogna detassare gli investimenti, non i bassi salari.
Fonte
02/01/2022
Plusvalore assoluto e plusvalore relativo – Appunti di lettura del Capitale
Primo: È produttivo solo quell’operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia serve all’auto-valorizzazione del capitale. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica d’istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla nella relazione. Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica la valorizzazione del capitale.
Secondo: Prolungamento della giornata lavorativa oltre il punto fino al quale l’operaio avrebbe prodotto soltanto un equivalente del valore della sua forza-lavoro, e appropriazione di questo pluslavoro da parte del capitale: ecco la produzione del plusvalore assoluto. Costituisce il punto di partenza della produzione di plusvalore relativo.
Terzo: La giornata lavorativa è divisa in due parti: lavoro necessario e pluslavoro. Per prolungare il pluslavoro, il lavoro necessario viene accorciato con metodi che servono a produrre in meno tempo l’equivalente del salario. La produzione del plusvalore relativo rivoluziona i processi tecnici del lavoro e i raggruppamenti sociali.
Quarto: Nella produzione di plusvalore assoluto – storicamente – il capitale non si è ancora impadronito immediatamente del processo lavorativo – sussistono lavoratori indipendenti. Il plusvalore non viene estorto al produttore mediante coazione diretta.
Quinto: Data la forza produttiva (produttività) del lavoro e il suo grado normale di intensità, il saggio del plusvalore si può far salire soltanto mediante il prolungamento assoluto della giornata lavorativa; d’altra parte, dato il limite della giornata lavorativa, il saggio del plusvalore si può far salire soltanto mediante la variazione relativa della grandezza delle parti costitutive di essa, lavoro necessario e pluslavoro, il che presuppone, qualora il salario non debba scendere al di sotto del valore della forza-lavoro, una variazione della sua produttività.
Sesto: Senza tempo eccedente niente capitalisti, ma anche niente padroni e schiavi, niente baroni feudali: niente classe dei grandi produttori.
Settimo: La macchina produce plusvalore relativo svalutando direttamente la forza-lavoro e riducendola più a buon mercato indirettamente, in quanto riduce più a buon mercato le merci che entrano nella sua produzione.
Ottavo: L’industria meccanica mediante l’aumento della forza produttiva del lavoro (produttività), estende il pluslavoro a spese del lavoro necessario, raggiunge questo risultato solo diminuendo il numero degli operai impiegati da un dato capitale. Essa trasforma una parte del capitale, che prima era variabile ossia si trasformava in forza-lavoro viva, in macchinario, vale a dire in capitale costante che non produce plusvalore.
Nono: È impossibile, per esempio, spremere da due operai il plusvalore che si spreme da ventiquattro. Se ognuno dei 24 operai fornisce su 12 ore solo un’ora di pluslavoro, insieme forniranno 24 ore di pluslavoro, mentre il lavoro complessivo dei due operai ammonta a sole 24 ore. Nell’uso del macchinario per la produzione del plusvalore vi è quindi una contraddizione immanente, giacché quest’uso ingrandisce uno dei due fattori del plusvalore che fornisce un capitale di una grandezza data ossia il saggio del plusvalore, soltanto diminuendo l’altro fattore, il numero degli operai. Questa contraddizione immanente si manifesta chiaramente non appena con l’introduzione generale del macchinario in un ramo dell’industria il valore della merce prodotta con le macchine diventa il valore sociale normativo di tutte le merci dello stesso genere, ed è questa contraddizione che spinge a sua volta il capitale al più violento prolungamento della giornata lavorativa per compensare la diminuzione del numero relativo degli operai sfruttati mediante l’aumento non soltanto del plusvalore relativo ma anche di quello assoluto.
Decimo: Se quindi l’uso capitalistico del macchinario crea da un lato nuovi potenti motivi di un prolungamento smisurato della giornata lavorativa e rivoluziona il modo stesso di lavorare e anche il carattere del corpo lavorativo sociale in maniera tale da spezzare la resistenza a questa tendenza, dall’altro lato quest’uso produce anche, in parte con l’assunzione al capitale di strati di lavoratori in passato lasciati inaccessibili, in parte con il disimpegno di operai soppiantati dalla macchina, una popolazione operaia sovrabbondante. Da ciò quello strano fenomeno della storia dell’industria moderna, che la macchina butta all’aria tutti i limiti morali e naturali della giornata lavorativa. Da ciò il paradosso economico che il mezzo più potente per l’accorciamento del tempo di lavoro si trasforma nel mezzo più infallibile per trasformare tutto il tempo della vita dell’operaio e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale.
Cor: Se vuoi diminuire il costo della forza-lavoro sei costretto ad aumentare la produttività. Ciò lo puoi fare 1) allungano la giornata lavorativa, oppure 2) licenziando un po’ di persone e facendo fare lo stesso lavoro alle rimanenti. Detta così – e così la racconta Marx – plusvalore assoluto e plusvalore relativo non si escludono, anzi, dice Marx, l’aumento della produttività genera una maggiore sete di plusvalore assoluto, e ciò in quanto, l’aumento della produttività in un settore stimola l’aumento in tutti gli altri settori, in modo che il costo della forza-lavoro scende e la frazione del lavoro necessario diventa sempre più piccola in rapporto al pluslavoro, e più piccola diventa, più grande diventa il bisogno di spremerla. In tutto ciò si può vedere una di quelle svolte hegeliane, e forse qualcosa in più: il capitale toglie, e non può che togliere, ciò che lo rende tale. Poiché il costo della forza-lavoro scende se scendono i costi della sua produzione è interesse del capitale assoggettare (sussumere) l’intera filiera della produzione dell’operaio (nascita-educazione-morte), creando una scienza apposita: la sociologia.
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Secondo: Prolungamento della giornata lavorativa oltre il punto fino al quale l’operaio avrebbe prodotto soltanto un equivalente del valore della sua forza-lavoro, e appropriazione di questo pluslavoro da parte del capitale: ecco la produzione del plusvalore assoluto. Costituisce il punto di partenza della produzione di plusvalore relativo.
Terzo: La giornata lavorativa è divisa in due parti: lavoro necessario e pluslavoro. Per prolungare il pluslavoro, il lavoro necessario viene accorciato con metodi che servono a produrre in meno tempo l’equivalente del salario. La produzione del plusvalore relativo rivoluziona i processi tecnici del lavoro e i raggruppamenti sociali.
Quarto: Nella produzione di plusvalore assoluto – storicamente – il capitale non si è ancora impadronito immediatamente del processo lavorativo – sussistono lavoratori indipendenti. Il plusvalore non viene estorto al produttore mediante coazione diretta.
Quinto: Data la forza produttiva (produttività) del lavoro e il suo grado normale di intensità, il saggio del plusvalore si può far salire soltanto mediante il prolungamento assoluto della giornata lavorativa; d’altra parte, dato il limite della giornata lavorativa, il saggio del plusvalore si può far salire soltanto mediante la variazione relativa della grandezza delle parti costitutive di essa, lavoro necessario e pluslavoro, il che presuppone, qualora il salario non debba scendere al di sotto del valore della forza-lavoro, una variazione della sua produttività.
Sesto: Senza tempo eccedente niente capitalisti, ma anche niente padroni e schiavi, niente baroni feudali: niente classe dei grandi produttori.
Settimo: La macchina produce plusvalore relativo svalutando direttamente la forza-lavoro e riducendola più a buon mercato indirettamente, in quanto riduce più a buon mercato le merci che entrano nella sua produzione.
Ottavo: L’industria meccanica mediante l’aumento della forza produttiva del lavoro (produttività), estende il pluslavoro a spese del lavoro necessario, raggiunge questo risultato solo diminuendo il numero degli operai impiegati da un dato capitale. Essa trasforma una parte del capitale, che prima era variabile ossia si trasformava in forza-lavoro viva, in macchinario, vale a dire in capitale costante che non produce plusvalore.
Nono: È impossibile, per esempio, spremere da due operai il plusvalore che si spreme da ventiquattro. Se ognuno dei 24 operai fornisce su 12 ore solo un’ora di pluslavoro, insieme forniranno 24 ore di pluslavoro, mentre il lavoro complessivo dei due operai ammonta a sole 24 ore. Nell’uso del macchinario per la produzione del plusvalore vi è quindi una contraddizione immanente, giacché quest’uso ingrandisce uno dei due fattori del plusvalore che fornisce un capitale di una grandezza data ossia il saggio del plusvalore, soltanto diminuendo l’altro fattore, il numero degli operai. Questa contraddizione immanente si manifesta chiaramente non appena con l’introduzione generale del macchinario in un ramo dell’industria il valore della merce prodotta con le macchine diventa il valore sociale normativo di tutte le merci dello stesso genere, ed è questa contraddizione che spinge a sua volta il capitale al più violento prolungamento della giornata lavorativa per compensare la diminuzione del numero relativo degli operai sfruttati mediante l’aumento non soltanto del plusvalore relativo ma anche di quello assoluto.
Decimo: Se quindi l’uso capitalistico del macchinario crea da un lato nuovi potenti motivi di un prolungamento smisurato della giornata lavorativa e rivoluziona il modo stesso di lavorare e anche il carattere del corpo lavorativo sociale in maniera tale da spezzare la resistenza a questa tendenza, dall’altro lato quest’uso produce anche, in parte con l’assunzione al capitale di strati di lavoratori in passato lasciati inaccessibili, in parte con il disimpegno di operai soppiantati dalla macchina, una popolazione operaia sovrabbondante. Da ciò quello strano fenomeno della storia dell’industria moderna, che la macchina butta all’aria tutti i limiti morali e naturali della giornata lavorativa. Da ciò il paradosso economico che il mezzo più potente per l’accorciamento del tempo di lavoro si trasforma nel mezzo più infallibile per trasformare tutto il tempo della vita dell’operaio e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale.
Cor: Se vuoi diminuire il costo della forza-lavoro sei costretto ad aumentare la produttività. Ciò lo puoi fare 1) allungano la giornata lavorativa, oppure 2) licenziando un po’ di persone e facendo fare lo stesso lavoro alle rimanenti. Detta così – e così la racconta Marx – plusvalore assoluto e plusvalore relativo non si escludono, anzi, dice Marx, l’aumento della produttività genera una maggiore sete di plusvalore assoluto, e ciò in quanto, l’aumento della produttività in un settore stimola l’aumento in tutti gli altri settori, in modo che il costo della forza-lavoro scende e la frazione del lavoro necessario diventa sempre più piccola in rapporto al pluslavoro, e più piccola diventa, più grande diventa il bisogno di spremerla. In tutto ciò si può vedere una di quelle svolte hegeliane, e forse qualcosa in più: il capitale toglie, e non può che togliere, ciò che lo rende tale. Poiché il costo della forza-lavoro scende se scendono i costi della sua produzione è interesse del capitale assoggettare (sussumere) l’intera filiera della produzione dell’operaio (nascita-educazione-morte), creando una scienza apposita: la sociologia.
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27/09/2021
Il salario che non basta, come spiega anche Tridico
Ringrazio la redazione di Contropiano per avermi fornito materiali sul Presidente dell’Inps Tridico che, a differenza degli asini che stanno nel governo e nei media, ha studiato e si vede.
Dunque, Tridico afferma che durante la Prima Repubblica la contrattazione è riuscita ad ottenere incrementi salariali generalizzati che hanno portato anche ad aumenti di produttività (per dirla chiara: negli anni settanta la produttività in Italia era maggiore di Germania e Stati Uniti).
Tridico non lo dice, ma questo aumento fu il frutto dell’”autunno caldo”, ossia delle lotte sociali che costrinsero la Dc – che non era stupida affatto – a riforme sociali, quali la riforma sanitaria del 1978.
Tutto ciò, ricorda il presidente dell’Inps, portò a benessere, aumento delle nascite, incrementi di consumi.
Tridico ricorda anche – indirettamente – alla Cgil che da tre decenni (indovinate perché) la contrattazione non riesce ad ottenere incrementi salariali e ciò si ripercuote sul benessere, sull’economia, sulla stessa incidenza della mortalità del lavoro.
Con questi brevi passaggi il presidente dell’Inps praticamente ha dato una lezione sulla differenza di rendimento tra la ricerca del plusvalore relativo – modello adottato da altri paesi, a cominciare dalla Cina – e rifugio nel plusvalore assoluto, in voga da tre decenni da noi, grazie al “Patto Ciampi”, alla concertazione e il neocorporativismo della Seconda Repubblica.
La Cina è passata, come scrivo nel libro, dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo nel 2008, con la Legge sul lavoro. Una decisione politica, con immensi effetti sulla crescita, la distribuzione della ricchezza prodotta, i livelli salariali e dunque i consumi di massa (che formano il “mercato interno” per la produzione industriale).
Tridico invita i ragazzi a studiare – cosa che viene premiata là dove vige la ricerca del plusvalore relativo – mentre le riforme scolastiche della Seconda Repubblica hanno ridotto in macerie la capacità di formazione di scuola e università.
Storia della colonna infame della Seconda Repubblica.
Fonte
Dunque, Tridico afferma che durante la Prima Repubblica la contrattazione è riuscita ad ottenere incrementi salariali generalizzati che hanno portato anche ad aumenti di produttività (per dirla chiara: negli anni settanta la produttività in Italia era maggiore di Germania e Stati Uniti).
Tridico non lo dice, ma questo aumento fu il frutto dell’”autunno caldo”, ossia delle lotte sociali che costrinsero la Dc – che non era stupida affatto – a riforme sociali, quali la riforma sanitaria del 1978.
Tutto ciò, ricorda il presidente dell’Inps, portò a benessere, aumento delle nascite, incrementi di consumi.
Tridico ricorda anche – indirettamente – alla Cgil che da tre decenni (indovinate perché) la contrattazione non riesce ad ottenere incrementi salariali e ciò si ripercuote sul benessere, sull’economia, sulla stessa incidenza della mortalità del lavoro.
Con questi brevi passaggi il presidente dell’Inps praticamente ha dato una lezione sulla differenza di rendimento tra la ricerca del plusvalore relativo – modello adottato da altri paesi, a cominciare dalla Cina – e rifugio nel plusvalore assoluto, in voga da tre decenni da noi, grazie al “Patto Ciampi”, alla concertazione e il neocorporativismo della Seconda Repubblica.
La Cina è passata, come scrivo nel libro, dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo nel 2008, con la Legge sul lavoro. Una decisione politica, con immensi effetti sulla crescita, la distribuzione della ricchezza prodotta, i livelli salariali e dunque i consumi di massa (che formano il “mercato interno” per la produzione industriale).
Tridico invita i ragazzi a studiare – cosa che viene premiata là dove vige la ricerca del plusvalore relativo – mentre le riforme scolastiche della Seconda Repubblica hanno ridotto in macerie la capacità di formazione di scuola e università.
Storia della colonna infame della Seconda Repubblica.
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04/07/2021
L’Italia più zoppa di Mario Draghi
La situazione economica in Italia. Draghi due giorni fa ha dichiarato che le politiche di sostegno continueranno e che c’è spazio fiscale per una politica espansiva, sostenendo tra le altre cose che il “Decennio Maledetto” – come il recente libro di Sergio Cararo pubblicato da L’Antidiplomatico – ha portato l’Italia a vivere molto al di sotto delle sue potenzialità.
È una notizia che chi mi segue e ha letto il mio libro sa benissimo, dato il costante surplus delle partite correnti che dura da oltre venti anni.
Banca d’Italia ha comunicato che a maggio il surplus delle partite correnti è pari al 4,1%, 78 miliardi di euro.
L’espansione fiscale di Draghi nasce da questo dato, ma da questa cornucopia non deriva nulla per i proletari: è semplicemente una socializzazione delle partite di settori perdenti post pandemia e sostegno all’apparato manifatturiero.
Venerdì, in un’intervista a Contropiano, il Segretario Confederale dell’Usb Pierpaolo Leonardi ha dichiarato che l’apparato manifatturiero, contrariamente a quel che si pensava, tiene, anzi recupera competitività.
Su questo occorre fare il punto: i lettori sanno che mi sono soffermato sul differenziale inflazionistico (differenza tra i tassi di inflazione) tra Germania e Italia. Per 30 anni è andata a favore dei tedeschi, da diversi anni recuperiamo e ora, nell’ultimo anno, li abbiamo sorpassati.
Assieme all’aumento della produttività del lavoro (differente dal PTTF, produttività totale fattori produttivi), in forte aumento negli ultimi 5 anni, segno di intensificazione dei ritmi lavorativi e di allungamento della giornata lavorativa (ricordiamo, in Italia è in vigore un modello produttivo basato sul “pluslavoro assoluto”, segno di scarsi investimenti tecnologici) l’Italia rosica punti di competitività alla Germania.
Draghi non fa il salto tecnologico, è perciò questa conquista è vana, perché propende per la deflazione salariale (diminuzione del salario reale medio) e verso la sostituzione di lavoratori anziani – in genere meglio pagati e tutelati perché contrattualizzati secondo regole poi cancellate – con giovani precari, vedasi lo sblocco dei licenziamenti.
Può darsi che in alcuni settori – mi riferisco alla meccanica strumentale, alla farmaceutica, all’aerospaziale, ecc. – sia in vigore un mix tra pluslavoro relativo e assoluto. Di certo, se così fosse, questi settori rosicchiano quote di mercato mondiale ai tedeschi e ai francesi.
Rimane il Sud, con l’agroalimentare, caratterizzato dal basso valore aggiunto medio, anche se ci sono alcune aree di eccellenza.
Il PNRR non dà la minima risposta a quest’area. Logica vuole che l’Italia, come sistema, sarà sempre più zoppa. Forse più ricca, ma zoppa.
Fonte
È una notizia che chi mi segue e ha letto il mio libro sa benissimo, dato il costante surplus delle partite correnti che dura da oltre venti anni.
Banca d’Italia ha comunicato che a maggio il surplus delle partite correnti è pari al 4,1%, 78 miliardi di euro.
L’espansione fiscale di Draghi nasce da questo dato, ma da questa cornucopia non deriva nulla per i proletari: è semplicemente una socializzazione delle partite di settori perdenti post pandemia e sostegno all’apparato manifatturiero.
Venerdì, in un’intervista a Contropiano, il Segretario Confederale dell’Usb Pierpaolo Leonardi ha dichiarato che l’apparato manifatturiero, contrariamente a quel che si pensava, tiene, anzi recupera competitività.
Su questo occorre fare il punto: i lettori sanno che mi sono soffermato sul differenziale inflazionistico (differenza tra i tassi di inflazione) tra Germania e Italia. Per 30 anni è andata a favore dei tedeschi, da diversi anni recuperiamo e ora, nell’ultimo anno, li abbiamo sorpassati.
Assieme all’aumento della produttività del lavoro (differente dal PTTF, produttività totale fattori produttivi), in forte aumento negli ultimi 5 anni, segno di intensificazione dei ritmi lavorativi e di allungamento della giornata lavorativa (ricordiamo, in Italia è in vigore un modello produttivo basato sul “pluslavoro assoluto”, segno di scarsi investimenti tecnologici) l’Italia rosica punti di competitività alla Germania.
Draghi non fa il salto tecnologico, è perciò questa conquista è vana, perché propende per la deflazione salariale (diminuzione del salario reale medio) e verso la sostituzione di lavoratori anziani – in genere meglio pagati e tutelati perché contrattualizzati secondo regole poi cancellate – con giovani precari, vedasi lo sblocco dei licenziamenti.
Può darsi che in alcuni settori – mi riferisco alla meccanica strumentale, alla farmaceutica, all’aerospaziale, ecc. – sia in vigore un mix tra pluslavoro relativo e assoluto. Di certo, se così fosse, questi settori rosicchiano quote di mercato mondiale ai tedeschi e ai francesi.
Rimane il Sud, con l’agroalimentare, caratterizzato dal basso valore aggiunto medio, anche se ci sono alcune aree di eccellenza.
Il PNRR non dà la minima risposta a quest’area. Logica vuole che l’Italia, come sistema, sarà sempre più zoppa. Forse più ricca, ma zoppa.
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12/05/2020
Cina - Plusvalore relativo batte plusvalore assoluto
Da quel che si può capire, l’Occidente intende proseguire nel processo degli ultimi decenni, intensificato dopo il 2008, di estrazione del valore tramite plusvalore assoluto.
Ossia scarsi investimenti, allungamento della giornata lavorativa e aumento della quota di profitti a scapito di operai e lavoratori dipendenti attraverso la deflazione salariale.
Profitti che, non trovando sbocchi nelle attività produttive, si indirizzeranno nuovamente sul capitale produttivo di interesse, anche grazie alle banche centrali occidentali; il che avrà come conseguenza di ridurre la platea del settore manifatturiero e, dunque, l’estrazione di plusvalore.
Ciò porta ad un ulteriore caduta del saggio medio di profitto, ma non della massa di profitto ottenuto grazie alla deflazione salariale, che innescherà un nuovo processo di debito per sostenere i consumi, come con i subprime.
Grazie alla logica e struttura dei Trattati, questo processo è particolarmente acuto nell’Unione Europea, dove si affianca alle ruberie di capitale dalle economie periferiche a quelle core, per sostenere il processo di accumulazione in settori ultra-maturi come automotive e chimica.
Al contrario, sembra che la Cina volga sempre più ad una lunga rincorsa verso la media occidentale della produttività totale dei fattori produttivi.
Nei primi decenni della “modernizzazione” il processo era basato sul plusvalore assoluto, con giornate lavorative di 11 ore. Dal 2008, con la nuova legge del lavoro, passa al plusvalore relativo che innesca un nuovo processo di accumulazione, anche grazie a prime misure di salario sociale (mega-investimenti in trasporti per la mobilità, alloggi popolari, reflazione salariale, parziale rimborso delle spese mediche, scolastiche e di cura degli anziani).
Da febbraio la Cina ha deciso di puntare 389 miliardi di dollari sulla digitalizzazione dell’economia. Unita al processo di fusione e concentrazione delle imprese pubbliche – misura antagonista alla caduta del saggio medio di profitto – gioca sull’amento della massa di profitto attraverso il plusvalore relativo (istruzione, ricerca e sviluppo, qualificazione dei lavoratori, possibile riduzione parziale dell’orario di lavoro come avvenuto quest’anno a Pechino, tecnologia e digitalizzazione) che innescherà un nuovo processo di reflazione (aumento) salariale. E quindi anche dei consumi.
Tutto questo anche per dipendere sempre meno dalle economie occidentali, focalizzandosi sull’Asia, con alcuni paesi che si apprestano a varare prime misure a favore del plusvalore relativo.
Conseguenza: plusvalore relativo batte plusvalore assoluto.
Qual sarà la risposta dell’Occidente: guerra?
Fonte
Ossia scarsi investimenti, allungamento della giornata lavorativa e aumento della quota di profitti a scapito di operai e lavoratori dipendenti attraverso la deflazione salariale.
Profitti che, non trovando sbocchi nelle attività produttive, si indirizzeranno nuovamente sul capitale produttivo di interesse, anche grazie alle banche centrali occidentali; il che avrà come conseguenza di ridurre la platea del settore manifatturiero e, dunque, l’estrazione di plusvalore.
Ciò porta ad un ulteriore caduta del saggio medio di profitto, ma non della massa di profitto ottenuto grazie alla deflazione salariale, che innescherà un nuovo processo di debito per sostenere i consumi, come con i subprime.
Grazie alla logica e struttura dei Trattati, questo processo è particolarmente acuto nell’Unione Europea, dove si affianca alle ruberie di capitale dalle economie periferiche a quelle core, per sostenere il processo di accumulazione in settori ultra-maturi come automotive e chimica.
Al contrario, sembra che la Cina volga sempre più ad una lunga rincorsa verso la media occidentale della produttività totale dei fattori produttivi.
Nei primi decenni della “modernizzazione” il processo era basato sul plusvalore assoluto, con giornate lavorative di 11 ore. Dal 2008, con la nuova legge del lavoro, passa al plusvalore relativo che innesca un nuovo processo di accumulazione, anche grazie a prime misure di salario sociale (mega-investimenti in trasporti per la mobilità, alloggi popolari, reflazione salariale, parziale rimborso delle spese mediche, scolastiche e di cura degli anziani).
Da febbraio la Cina ha deciso di puntare 389 miliardi di dollari sulla digitalizzazione dell’economia. Unita al processo di fusione e concentrazione delle imprese pubbliche – misura antagonista alla caduta del saggio medio di profitto – gioca sull’amento della massa di profitto attraverso il plusvalore relativo (istruzione, ricerca e sviluppo, qualificazione dei lavoratori, possibile riduzione parziale dell’orario di lavoro come avvenuto quest’anno a Pechino, tecnologia e digitalizzazione) che innescherà un nuovo processo di reflazione (aumento) salariale. E quindi anche dei consumi.
Tutto questo anche per dipendere sempre meno dalle economie occidentali, focalizzandosi sull’Asia, con alcuni paesi che si apprestano a varare prime misure a favore del plusvalore relativo.
Conseguenza: plusvalore relativo batte plusvalore assoluto.
Qual sarà la risposta dell’Occidente: guerra?
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