Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/11/2025

Le rivolte della Generazione Z

Un’ondata di rivolte ha colpito le istituzioni politiche ed economiche di vari Paesi sparsi per il globo, dal Nepal alla Mongolia. Tutte hanno un tratto in comune: coloro che vi hanno preso parte sono per la maggior parte appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, ovvero quella dei nati tra il 1997 e il 2012. Le analisi condotte dai media hanno sottolineato le proteste contro la corruzione o la repressione poliziesca, senza sforzarsi di comprendere a fondo il fenomeno e tracciare le similitudini. Molte di queste lotte sono infatti animate da una coscienza politica profonda e vedono tra i promotori movimenti che contestano apertamente le disparità economico-sociali, puntando il dito contro un modello di sviluppo che permette condizioni sempre più agiate a una ristretta élite, in molti casi figlia della stessa classe dirigente, in netto contrasto con l’abbandono infrastrutturale e la diffusa povertà della maggior parte della popolazione. Questi manifestanti non chiedono una generica riforma della politica, ma pretendono il cambio di un sistema incentrato su privilegi per pochi e precarietà di vita per tutti gli altri.

Nepal, da Discord alla caduta del governo

Tra le proteste che negli ultimi due anni hanno imperversato tra l’Asia meridionale e il Sud Est Asiatico, le manifestazioni in Nepal sono state quelle maggiormente coperte dai mezzi di comunicazione occidentali. 

Dopo secoli di monarchia, nonostante l’ottenimento della democrazia, durante gli ultimi vent’anni la situazione in Nepal non ha portato ai miglioramenti sperati dalla popolazione. L’attuazione di un modello capitalista fondato su una scarsa industrializzazione e sul turismo ha ingrossato le casse delle caste più elevate, a discapito della maggior parte della popolazione nepalese. Il tasso di povertà assoluta che supera il 20% e la disoccupazione giovanile al 21% si scontrano con le condizioni economiche delle famiglie al potere, le quali, in molti casi, fanno sfoggio dei propri agi sui social network. Dopo una prima ondata di manifestazioni, represse duramente dalla polizia, l’8 settembre sono riesplose le proteste, quando il governo ha deciso di bloccare temporaneamente l’accesso a più di venti social network. Rapidamente le proteste, organizzate su piattaforme come Discord, sono divenute violente e si sono abbattute sulle principali strutture del potere nepalese a Kathmandu.

I manifestanti hanno preso d’assalto il Parlamento, la Corte Suprema, oltre che le residenze del presidente e le sedi del Partito Comunista del Nepal. Nei giorni seguenti il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli ha rassegnato le dimissioni e il testimone è passato nelle mani di Sushila Karki, giurista nota per la sua lotta alla corruzione e segnalata dai manifestanti come unica figura in grado di traghettare il Paese alle prossime elezioni.

Indonesia, il dissenso contro la militarizzazione

Tra le proteste imperversate nei Paesi del Sud Est asiatico, l’Indonesia ha raggiunto livelli di violenza e repressione militare eccezionalmente alti e allarmanti. In pochi giorni le attività della polizia hanno portato a 3000 arresti, 20 persone risultano scomparse e l’utilizzo della violenza da parte delle autorità militari ha causato almeno 8 morti accertati. Il fuoco della protesta è deflagrato il 25 agosto 2025, quando i giovani, appoggiati dai sindacati, sono scesi per le strade di Jakarta e in particolare di fronte al Parlamento a manifestare contro l’approvazione di una legge che prevedeva l’aumento di benefici economici per i parlamentari del Paese. Gli stipendi di queste figure politiche superano i 100 milioni di rupie indonesiane (più di 5000 euro), di cui una parte è costituita da un bonus per l’alloggio. Queste cifre entrano in netto contrasto con le politiche attuate dal presidente indonesiano Prabowo Subianto che, in carica dall’ottobre del 2024, ha dato il via a una serie di misure di austerity finalizzate a contrastare l’aumento dell’inflazione attraverso profondi tagli a settori come la sanità e l’istruzione.  

Se da un lato i progetti economici di Prabowo hanno già deluso le aspettative, dall’altro la società indonesiana sta vivendo sulla propria pelle un aumento drastico della militarizzazione del Paese. È bene sottolineare che la figura del presidente è storicamente legata agli anni della dittatura, quando, sotto l’autorità di Suharto, Prabowo ricopriva il ruolo di comandante delle forze speciali indonesiane. Difatti, l’approvazione di alcune misure in ambito militare ha rapidamente attirato l’attenzione di coloro i quali hanno vissuto gli anni della dittatura. Nel marzo del 2025, Prabowo ha rimaneggiato l’articolo 47 della Costituzione, applicando un aumento dell’età pensionabile per il personale militare e l’accesso agli incarichi civili da parte delle forze militari. Tra questi ruoli spiccano la segreteria di Stato, la procuratoria generale e l’antiterrorismo. Se la prima ondata di proteste è stata repressa con violenza dalle autorità, l’approvazione di una nuova misura che raddoppia l’indennità dei parlamentari per le vacanze sta innalzando nuovamente il livello di tensione tra i manifestanti.

Mongolia, si dimettono due presidenti

Tra le manifestazioni contro la corruzione che hanno animato i giovani asiatici, sicuramente le proteste in Mongolia hanno trovato poco spazio nella stampa generalista italiana. Anche in questo caso, la popolazione è scesa in piazza in seguito a scandali di corruzione legati alla classe politica a capo del Paese. Nel maggio del 2025 sono state organizzate altre manifestazioni in occasione di scandali della famiglia presidenziale emersi attraverso i social network. Il casus belli riguarderebbe alcuni regali di lusso fatti dal figlio del presidente Oyun-Erdene Luvsannamsrai alla propria fidanzata, elemento che metterebbe in evidenza le ricchezze della famiglia al governo e sottolineerebbe così le profonde disuguaglianze tra le élite del Paese e il resto della popolazione. Eletto nel 2024, Luvsannamsrai raggiunse la presidenza grazie a un’alleanza tra il suo Partito Popolare e il Partito Democratico, avversario durante le elezioni.

Le proteste, che si sono svolte in maniera prevalentemente pacifica, hanno raccolto il plauso di alcuni deputati democratici: proprio questo elemento ha portato all’esclusione del partito dalla coalizione di governo e, di conseguenza, alla proposta di una mozione di fiducia nei confronti del presidente Luvsannamsrai. Nonostante il capo del governo abbia negato ogni coinvolgimento con i casi di corruzione, il 3 giugno scorso si è visto costretto a rassegnare le dimissioni in seguito all’insuccesso della mozione di fiducia. 

Dopo soltanto quattro mesi, il 10 ottobre del 2025, anche il neopresidente Gombojav Zandanshatar è stato sfiduciato dal parlamento con l’accusa di aver nominato unilateralmente il nuovo ministro della Giustizia e degli Affari Interni, contravvenendo alla Costituzione. 

Marocco: più ospedali, meno stadi

Anche i giovani marocchini stanno scendendo in piazza da settimane per protestare contro il sistema. Tutto ha avuto inizio a fine settembre 2025, quando, dopo la diffusione di una notizia riguardante le morti di 8 partorienti nell’ospedale Hassan II di Agadir, migliaia di giovani si sono radunati nelle piazze principali delle più grandi città marocchine per manifestare contro le politiche di Rabat. Le immagini delle condizioni in cui versano molti degli ospedali pubblici hanno acceso un sentimento di profonda ingiustizia in una popolazione che denuncia gravi lacune in ambito sanitario, profonde disuguaglianze economiche, un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 37% e una condizione di totale abbandono delle aree più periferiche del Paese.

A questo si aggiunge l’organizzazione della Coppa d’Africa del 2025 e dei Mondiali di calcio del 2030, che, come reclamato dai giovani manifestanti, sta mettendo in evidenza l’interesse da parte del governo di concentrarsi su tematiche futili, invece di intervenire sulle condizioni critiche in cui versano i principali settori pubblici del Paese. Come in Nepal, le proteste sono state organizzate su piattaforme social come Discord e Instagram, sotto il nome di GenZ212 e Moroccan Youth Voices. Le manifestazioni sono rapidamente dilagate in tutto il territorio e, come denunciato da vari collettivi impegnati nella tutela dei diritti umani, le forze di polizia hanno represso fin da subito ogni forma di dissenso, attaccando con violenza sproporzionata i giovani manifestanti e uccidendo 3 persone. Gli arresti sarebbero oltre 2000, 900 le accuse di crimini di vario genere. Nonostante le proteste, il multimiliardario primo ministro e sindaco di Agadir Aziz Akhannouch ha sorvolato sulle ragioni delle manifestazioni, mentre il re Mohammed VI ha invitato il governo ad approvare riforme sociali, senza però mai accennare all’eventualità di dimissioni per il presidente Akhannouch.

Perù, la repressione infiamma le proteste

Anche nel caso del Perù, le proteste si sono concentrate dopo l’approvazione, da parte del governo di Dina Boluarte, di una legge legata al sistema pensionistico del Paese. Spontaneamente, dal 13 settembre, vari manifestanti, ispirati dalle immagini provenienti dal Nepal e dall’Indonesia, hanno iniziato a riunirsi nelle vie del centro della capitale Lima e, nei giorni successivi, le proteste si sono diffuse in varie città del Paese, interessando specialmente i giovani. Fin da subito la polizia ha attaccato con violenza i manifestanti, ferendo anche vari giornalisti, ma la repressione non ha fatto altro che innalzare il livello della tensione sociale.

Il 9 ottobre il Congresso della Repubblica ha destituito Dina Boluarte, per poi trasferire l’incarico al conservatore José Jerí, accusato, tra le altre cose, di aggressione sessuale e arricchimento illecito. L’assunzione dell’incarico da parte del nuovo presidente non ha fatto che aizzare le proteste, che il 15 di ottobre si sono svolte simultaneamente in più di quindici città peruviane. Anche in questo caso la polizia ha represso brutalmente i manifestanti, ferendone a decine, mentre a Lima un agente di polizia avrebbe ucciso il musicista Mauricio Ruíz, noto con il nome d’arte Trvko. L’uccisione di Ruíz ha innescato una spirale di rabbia tra i manifestanti, che la stessa sera si sono radunati davanti alla sede del Congresso della Repubblica e del Palazzo del Potere giudiziale e hanno iniziato a lanciare sassi contro le due sedi istituzionali.

Il termine «Gen Z» per celare la lotta di classe

Sebbene sia indubbio che i principali fautori di questa nuova ondata di proteste siano i giovani appartenenti alla generazione nata a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, è interessante notare come la stampa occidentale abbia rapidamente etichettato le proteste attraverso la dicitura «Gen Z», senza sottolineare che nella quasi totalità dei casi si tratta di manifestazioni indette dalle fasce più colpite dalle disuguaglianze sociali e dalla disoccupazione. Come affermato da Wlliam Shoky, redattore della rivista online Africa is a Country, l’attenzione rivolta dai media all’età dei manifestanti sembra avere il fine di depoliticizzare le proteste, che invece denunciano le nefandezze di sistemi politici ed economici chiaramente definiti.

Se da un lato i media generalisti scelgono di soffermarsi sulla presenza tra i manifestanti di bandiere con il Jolly Roger tratto dal fumetto giapponese One Piece, con l’intenzione di trasformare le proteste in elementi di costume giovanile, dall’altro sembra essere messa in atto dalla stessa stampa un’operazione di profonda delegittimazione del movimento, che, nella sua essenza, vuole soppiantare un sistema ereditato da politiche messe a punto dalle generazioni precedenti.

Se si vuole tracciare un filo rosso tra queste manifestazioni, è necessario, chiaramente, includere anche le proteste che si stanno verificando in Italia e in molte città europee contro il genocidio in Palestina, perché fondate sull’ingiustizia sofferta davanti all’impunità di cui gode Israele. La rabbia che sta animando simultaneamente migliaia di giovani in varie parti del mondo è il risultato di un sistema politico ormai fallito. Queste proteste stanno dimostrando la forza di una popolazione schiacciata da decenni di disuguaglianze economiche e sociali; limitarle alla dicitura «Generazione Z» è fin troppo riduttivo.

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15/09/2025

[Contributo al dibattito] - Lo strano effetto domino che colpisce i Governi inclini a collaborare con India e Cina

I governi di mezza Asia sono alle prese con gravi situazioni di emergenza, rivolte popolari e instabilità politiche. I media internazionali le raccontano semplicemente come se fossero crisi sistemiche o, nei casi più violenti, insurrezioni popolari alimentate da una Generazione Z stanca di abusi e soprusi di leader corrotti e senza scrupoli. C’è, tuttavia, chi sta iniziando a ipotizzare la presenza di una regia esterna, di una longa manus interessata ad appiccare l’incendio in aree strategiche per minare il cortile di casa di potenze rivali, nemiche o appartenenti al cosiddetto “resto del mondo”.

La mappa delle proteste parla chiaro: la recente destabilizzazione ha coinvolto gran parte del Sud Est Asiatico, laddove si trovano Paesi più o meno inclini a collaborare con Cina e India, e pure storici alleati statunitensi collocati in Estremo Oriente. Ebbene, se in un primo momento questi scossoni geopolitici danneggiavano per lo più Pechino, con progetti della Belt and Road Initiative congelati (in Pakistan), governi inclini a collaborare con Xi Jinping saltati in aria come mine (Bangladesh) e ingenti investimenti perduti nel nulla (in Sri Lanka), adesso riguardano anche Delhi.

Il caso del Nepal, piccola nazione incastonata nel cuore dell’Himalaya, è emblematico: a lungo satellite indiano, e poi abile nel mantenere un certo equilibrio tra i due giganti asiatici, Kathmandu è ora diventata un rebus tanto per il Dragone quanto per l’Elefante.

Lo strano caso del Nepal

In Nepal non c’erano segnali economici allarmanti. Nel 2024 il Pil del Paese è aumentato del 3,9% e per la fine del 2025 ci si attendeva un incremento compreso tra il 4,5 e il 4,6%. La World Bank forniva persino una proiezione del 5,4% medio annuo per il 2026-2027 “grazie a servizi, energia idroelettrica e commercio interno”. In tutto questo, come spiegato qui, il Pil pro capite è passato dai circa 1229 dollari del 2019 ai 1447 del 2024.

Pare sia bastata una stretta sui social network, poi ritirata in fretta e furia dopo le prime proteste, per scatenare una specie di guerra civile costata le dimissioni del primo ministro KP Sharma Oli e la vita di decine di persone. Sarà senza dubbio un caso, ma nel 2024, al termine di una visita di Oli a Pechino, Nepal e Cina hanno firmato il “Quadro per la cooperazione sulla Belt and Road”, dopo che il governo nepalese aveva aderito al progetto cinese nel 2017.

Erano stati individuati dieci progetti da realizzare nell’ambito della Bri: la strada-tunnel Tokha-Chhahare; il progetto stradale Hilsa-Simikot; la strada e il ponte Kimathanka-Khandbari; la ferrovia transfrontaliera Jilong-Kerung-Kathmandu; il municipio di Amargadhi a Dadeldhura; la linea elettrica Jilong-Kerung-Rasuwagadhi-Chilime da 220 kV; l’Università Madan Bhandari; il centro scientifico e il museo della scienza di Kathmandu; il parco industriale dell’amicizia Cina-Nepal a Damak; e il complesso sportivo e atletico di Jhapa. Difficilmente adesso questi progetti andranno in porto.

Il Sud Est Asiatico in fiamme, il Giappone nel caos

Pochi giorni dopo che la Cina era riuscita a rafforzare i rapporti con l’India, a includere la Russia in un pantheon di governi desiderosi di cooperare per creare un’alternativa al blocco occidentale, ad arruolare i leader del ruspante Sud Est Asiatico, e persino a istituzionalizzare Kim Jong Un, ecco che sono esplose rivolte in Indonesia e Nepal.

Detto di Kathmandu, dove potrebbe salire al potere un governo molto diverso rispetto a quello precedente, anche Jakarta rischia di scivolare nel caos. Per il momento il governo Subianto – che ha appena portato l’Indonesia nei Brics – resiste ma le tensioni sociali nella quarta economia della regione restano altissime.

Che dire, invece, di Bangladesh, Sri Lanka e Pakistan? Negli ultimi anni rivolte popolari e insurrezioni hanno trasformato radicalmente l’ossatura politica di questi tre Paesi allontanando dal potere leader eccessivamente inclini al dialogo con la Cina (fatta eccezione per lo Sri Lanka dove è salito al potere addirittura un marxista).

In Giappone, infine, non ci sono state guerre civili ma Shigeru Ishiba, l’uomo che avrebbe dovuto traghettare Tokyo attraverso il mare dei dazi di Trump e arruolare il Paese ai diktat militari di Washington, è stato fagocitato dal Partito Liberal Democratico. Al suo posto potrebbe essere scelto un uomo d’ordine molto meno spigoloso e più incline a collaborare con gli Stati Uniti...

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13/09/2025

Nepal in rivolta: campo neutro di una partita più grossa

Kahtmandu a ferro e fuoco

Le immagini offerte dalla BBC sono impressionanti: incendi dolosi e violenze diffuse hanno devastato la capitale Kahtmandu. Polizia ed esercito si sono scontrati con turbe di dimostranti, inferociti per l’ostentato nepotismo della classe dirigente. Ma, soprattutto, decisi a fare rimangiare all’esecutivo un controverso divieto di utilizzo dei social media, «per preservare l’armonia sociale». In sostanza, un trucco da magliari, fatto da chi, spacciandosi per «custode della democrazia» pretende di controllare preventivamente la veridicità delle notizie, al fine di combattere le ‘fake news’. Ma che, in effetti, non fa altro se non censurare le informazioni e i messaggi giudicati scomodi per chi comanda.

Social media e censura mascherata

Già a novembre dell’anno scorso, era stato vietato l’accesso a ‘Tik tok’, con la giustificazione di proteggere dati sensibili dall’ingerenza cinese. Tuttavia, questa volta si è andati molto oltre, anche nel tentativo di spegnere le feroci critiche, alimentate soprattutto dai più giovani, che prendevano di mira e mettevano in risalto i privilegi della classe politica. Così, qualcuno, in alto loco, ha avuto l’infelice idea di bloccare, contemporaneamente, YouTube, Instagram, X, Facebook e via discorrendo. In totale sono state zittite 26 piattaforme. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. All’unisono, come se si fosse data un segnale, si è sollevata tutta la ‘Generazione Z’, i più giovani, che hanno fuso la loro protesta con quella, già preesistente, dei gruppi anticorruzione (i cosiddetti ‘Nepo-kids’). Ne è nata una miscela esplosiva, pura nitroglicerina sociale, perché a queste due categorie si è accodata, rancorosa e in cerca di improbabili vendette di classe, tutta la massa dei diseredati. Insomma, per farla breve, dopo i primi 19 morti il Premier, Sharma Oli, si è dovuto dimettere di gran corsa, mentre i rivoltosi assaltavano persino le case dei politici.

Assalto ai simboli del potere

E mentre l’esercito continuava a sparare sui manifestanti, la collera popolare aumentava, fino al punto che qualcuno ha pensato di fare un bel falò del Parlamento e di un paio di Ministeri. A quel punto, mentre Kathmandu, vista dall’alto, sembrava sotto un attacco di missili ipersonici, la rivolta è dilagata a macchia d’olio in tutto il resto del Paese. Non prima, però, che qualche stratega governativo (del giorno dopo) non avesse tentato un estremo gioco di prestigio: ritirare il decreto sui social media e ammettere di avere sbagliato. Tutto troppo tardi però, perché quando il popolo si inferocisce, per fermarlo ci vogliono i carri armati. E infatti è proprio a questo che pensano i militari, pronti a prendere il potere per sostituire un gruppo dirigente rivelatosi avido, inetto e odiatissimo da ogni singolo nepalese. I ribelli hanno persino cominciato ad assaltare le carceri, liberando finora quasi un migliaio di detenuti.

Come è strutturata la protesta

«Finora – sostiene la BBC – i manifestanti non hanno esplicitato le loro richieste, se non quella di riunirsi nell’ambito del più ampio appello contro la corruzione. Le rivolte sembrano spontanee, senza una leadership organizzata. All’interno del Parlamento si sono svolte scene di giubilo mentre centinaia di manifestanti ballavano e cantavano slogan attorno a un fuoco all’ingresso dell’edificio, molti dei quali sventolavano la bandiera del Nepal. Alcuni sono entrati nell’edificio –-prosegue la Tv britannica – dove tutte le finestre sono state sfondate. Graffiti e messaggi antigovernativi sono stati dipinti con lo spray sulla facciata esterna». Adesso, bisognerà vedere a chi darà il nuovo incarico il Presidente Ramchandra Paudel, che dopo le dimissioni di Oli è costretto a bruciare le tappe e a non perdere tempo, per evitare che la protesta abbia il sopravvento.

Nepal crocevia geopolitico

Il Nepal è un ammortizzatore di tensioni. Ma potrebbe benissimo diventare anche la camera di innesco di un’esplosione colossale, incastonato com’è tra India e Cina. E proprio questa sua peculiare posizione geografica e culturale ne influenza, in modo significativo, la storia politica. Il Paese è passato da monarchia a repubblica meno di vent’anni fa, al termine di una serie lunghissima di lotte intestine, che hanno visto protagonisti gruppi e partiti di ogni tipo, a cominciare dai maoisti di ispirazione cinese. Naturalmente, ha fatto da contrappeso una formazione che guarda all’India (il Congress Party). Così, oggi il governo del Paese è espressione di questa ‘Grosse Koalition’, che mette assieme l’area marxista filo-Pechino, con quella più centrista filo-Nuova Delhi. E questo spiega alcuni degli zig-zag, altrimenti incomprensibili, della politica estera nepalese. Non solo. Proprio la transizione incompleta del sistema istituzionale (il Paese è una Repubblica ‘prefabbricata’), unita ai suoi ormai cronici problemi sociali ed economici, fanno del Nepal una area di crisi, che potrebbe in qualche modo ‘infettare’ i potenti vicini. Il think tank Stratfor, per esempio in una lunga analisi, fa una riflessione comparativa con altre aree di instabilità della regione, come lo Sri Lanka e il Bangladesh, dimostrando la loro capacità di influenzare in qualche modo i fragili equilibri del subcontinente asiatico.

Equilibrismi tra Cina, Usa e India

«Nonostante la percezione che il Congresso nepalese e i partiti comunisti del Paese preferiscano generalmente relazioni più strette rispettivamente con l’India o la Cina – affermano gli analisti di Stratfor – il Nepal ha ampiamente beneficiato delle sue relazioni con entrambi i Paesi, oltre ai suoi legami con gli Stati Uniti, cresciuti significativamente sotto l’ex Presidente americano Joe Biden. In particolare, Cina e Stati Uniti hanno finanziato progetti infrastrutturali e altri programmi in Nepal, in parte spinti dalla più ampia rivalità geopolitica tra Pechino e Washington. Ciò significa che, in futuro, qualsiasi esecutivo governerà il Nepal, rimarrà incentivato a bilanciare attentamente i rapporti con queste diverse potenze regionali e globali, e queste ultime monitoreranno l’evoluzione della situazione in Nepal nel tentativo di sostenere i propri interessi geopolitici».

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11/09/2025

Caos Nepal, il neoliberismo gestito “da sinistra”

Negli ultimi giorni il Nepal è stato scosso da una violenta ondata di proteste, che ha causato la morte di ventidue persone e costretto il Primo Ministro K. P. Sharma Oli a dimettersi, provocando ulteriori instabilità e un vuoto di potere che dovrebbe essere colmato a breve da una nuova tornata elettorale.

Le immagini che arrivano dal Paese asiatico mostrano chiaramente da un lato la profonda rabbia sociale delle nuove generazioni, dall’altra l’acerrima violenza poliziesca di fronte a un malcontento che ha radici profonde: i manifestanti hanno dato fuoco al parlamento federale, alla corte suprema, alla residenza del Primo Ministro e a diverse sedi ministeriali a Kathmandu, mentre polizia ed esercito hanno prontamente fatto ricorso a proiettili veri, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per provare a sedare le rivolte, ottenendo tuttavia l’effetto contrario.

Tuttavia, mentre i media mainstream di tutto il mondo concentrano l’attenzione sul recente ban del governo ad alcune piattaforme social come causa principale e innesco del malcontento, è bene sottolineare come i problemi siano strutturali e radicati nel tessuto economico nepalese.

Forse un buon punto di partenza per comprendere le ragioni reali e profonde delle proteste sono le ordinanze economiche approvate quest’anno dal governo come misura urgente, emanate durante la pausa parlamentare senza un vero e proprio iter legislativo e convertite in legge solo in un secondo momento (una modalità che non può non ricordare come in Italia il DDL 1660 sia diventato legge nella scorsa primavera).

Gli obiettivi e i metodi principali di questi provvedimenti possono essere così brevemente riassunti:

- attrarre capitali esteri in settori prioritari (energia, turismo, infrastrutture) attraverso la semplificazione delle procedure di approvazione e rimpatrio dei capitali;

- favorire la crescita delle esportazioni di servizi IT con un obiettivo di tre trilioni di rupie in dieci anni, consentendo alle aziende IT nepalesi di investire all’estero, aprire filiali e rimpatriare legalmente i guadagni;

- accelerare la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali e di energia semplificando le procedure per progetti in aree forestali e per l’acquisizione di terreni per progetti di “priorità nazionale”;

- ridurre il peso dello Stato sull’economia e privatizzare vari settori (Privatisation Act);

- incentivare la produzione per l’esportazione e agevolare il trasferimento di macchinari verso le Zone Economiche Speciali.

Com’è evidente, quindi, in Nepal è in corso a una rapida accelerazione dei processi di liberalizzazione e inserimento dell’economia del Paese nelle catene globali del valore attraverso la semplificazione delle normative per le imprese, l’attrazione di investimenti esteri (il cosiddetto Foreign Direct Investement, ovvero un investimento effettuato da un soggetto economico residente in un altro Paese con l’obiettivo di stabilire un interesse duraturo e un’influenza significativa nella gestione di quell’impresa) e la promozione delle esportazioni, con effetti immediati sulla distribuzione interna della ricchezza a vantaggio delle élite (inasprita, come se non bastasse, da una galoppante inflazione e da salari esigui, che arrivano a circa 20.000 NPR mensili (120 euro) per le fasce di reddito più basse).

Si consideri, inoltre, che una larga fetta dell’economia nepalese è di tipo informale, con poche regolamentazioni e bassa produttività, il che frena ulteriormente gli investimenti e mantiene i salari bassi.

Ma sull’ovvia dinamica di classe in gioco in questo contesto si innesta un secondo fattore: quello generazionale. Il Nepal ha un tasso di disoccupazione giovanile del 20,8% e, anche tra coloro che lavorano, le carenze strutturali del sistema educativo presenti nel Paese creano perlopiù manodopera poco qualificata e con scarse competenze informatiche, oggi assolutamente necessarie nel mercato del lavoro, quindi facilmente sfruttabile e ricattabile.

A ciò si aggiunge un altro dato estremamente indicativo della condizione delle fasce giovanili nel Paese asiatico: nell’anno fiscale 2024/2025, il Dipartimento per l’Impiego Estero del Nepal ha rilasciato 839.266 permessi di lavoro per l’estero, un numero enorme per una popolazione di 30 milioni di abitanti e che mette in luce l’emigrazione giovanile come problema endemico, con effetti visibili sulla struttura demografica di interi villaggi e sul tessuto economico del Paese (si pensi solo che il 7% della popolazione è all’estero per lavoro e che le rimesse degli emigrati arrivano a costituire il 33% del PIL nazionale).

A questa generazione affamata, in Nepal come in moli altri casi, per anni è stato venduto il sogno di un futuro roseo grazie al capitalismo neoliberista, in cui un tanto acclamato “sviluppo” avrebbe reso possibile la mobilità sociale e il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di nepalesi.

Non solo ciò non è avvenuto, ma anzi oggi la cosiddetta Gen-Z si trova privata di diritti basilari a causa degli ingenti tagli alla spesa pubblica e alla privatizzazione di settori fondamentali come istruzione e sanità.

Le proteste sono quindi diventate il grido di chi non vede un futuro nel proprio Paese, il sintomo più eclatante dello scarto tra aspettative e realtà e la presa di coscienza di una classe politica corrotta, debole e piegata agli interessi dei grandi capitali finanziari mondiali.

Ai giovani nepalesi non basta più indignarsi contro le vite sfarzose dei cosiddetti “nepo kids”, cioè i figli di persone potenti o famose che beneficiano dell’influenza e della posizione dei genitori per ottenere vantaggi nella carriera e nella vita, che i social media rendono sempre più visibili; oggi chiedono un cambiamento radicale del sistema, che vada oltre il singolo esecutivo, per abbattere le dinamiche di potere strutturalmente corrotte e oligarchiche che il fenomeno dei “nepo kids” ha contribuito a smascherare.

Non si tratta, quindi, solo di un movimento contro la limitazione delle libertà di parola – che è la punta dell’iceberg – ma dell’emersione di contraddizioni economiche e sociali finora nascoste dal sogno del progresso. Si tratta di una rabbia profonda e radicata, che apre scenari imprevedibili.

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[Contributo al dibattito] - Nepal in fiamme tra induismo, maoismo e rabbia della Generazione Z

Ci sono luoghi sul tetto del mondo che sfuggono ad ogni credibile analisi geopolitica e si riesce solo a raccontarli per le loro bellezze storico-culturali e di paesaggio. Uno di questi è il Nepal.

Oggi il Parlamento nepalese è in fiamme e il Paese sprofonda nel caos della crisi con le dimissioni del Primo Ministro, KP Sharma Oli, a seguito di massicce proteste. Tra i leader che si sono dimessi: il ministro degli Interni, il ministro dell’Agricoltura, il ministro della Gioventù e dello Sport, il ministro dell’Acqua.

Le dimissioni arrivano mentre i manifestanti, spinti dalla rabbia della cosiddetta Generazione Z (ragazzi nativi digitali tra i 22 e i 27 anni), continuano a sfidare il coprifuoco e a scontrarsi con le forze di sicurezza. Protestano contro corruzione governativa e nepotismo. La popolazione è infuriata per la circolazione di video che mostrano lo stile di vita lussuoso dei figli dei politici. “Fermate la corruzione, non i social media”, canta la folla fuori dal Parlamento sventolando bandiere nazionali. I disordini, infatti, sono stati innescati dal recente blocco imposto dal governo di 26 piattaforme social, incluse Facebook, Instagram e YouTube. Il divieto è stato revocato nelle prime ore del 9 ottobre, ma le proteste erano già diventate un massacro con almeno 20 manifestanti uccisi dalla polizia e più di 250 feriti. In assenza di una leadership politica, l’esercito nepalese ha preso in mano la situazione per gestire la sicurezza.

Ma è tutta la recente storia del Nepal – Repubblica dal 2008 – ad essere una tragedia. E ricordiamo che il Nepal era, fino al 2006, l’unico Stato al mondo ad adottare l’induismo come religione ufficiale (1).

Con il supporto dell’India negli anni 1947 – 1951 il Movimento Democratico (Loktantra Andolan ) rovesciò il potere ‘feudale’ della famiglia Rana, consentendo al re Tribhuvan il ritorno dall’esilio. A questi succedette il figlio Mahendra che nel 1962 bandì i partiti politici ed instaurò il sistema di governo tradizionale nei paesi induisti dei Panchayat (“Consigli dei cinque”) senza partiti. Il successivo sovrano Birendra fu costretto dalle proteste popolari del 1990 a concedere le elezioni.

Dal 1996 al 2006, la guerra civile ha causato circa 13.000 morti.

Nel 2001 avvenne la sanguinosa strage – scatenata dal figlio di re Birendra – dell’intera famiglia reale. Gyanendra Bir Bikram Shah Dev, fratello minore di Birendra, fu tra i pochi sopravvissuti al massacro e salì al trono. Nel 2005 il sovrano licenziò il governo ed assunse direttamente il potere esecutivo, cui rinunciò l’anno seguente a causa di una nuova ondata di malcontento popolare del Loktantra Andolan che collaborò con il movimento rivoluzionario di ispirazione maoista. I maoisti espulsero i partiti vicini alla monarchia, espropriando i ‘capitalisti’ locali e realizzando progetti di sviluppo. La guerriglia maoista rafforzò la sua popolarità presso settori della società (donne, caste e ‘intoccabili’, minoranze etniche) sia eliminando le discriminazioni e i matrimoni forzati, sia fornendo assistenza sanitaria gratuita e alfabetizzazione (a Kathmandu tuttavia continuano a mancare le fognature e ad ogni pioggia le vie diventano fiumi di fango!).

Dopo una lenta transizione verso una forma democratico-repubblicana, nel 2006 i maoisti e il governo raggiunsero un accordo per una Costituzione provvisoria, aprendo Governo e Parlamento anche ai ribelli maoisti che ormai avevano deposto le armi. La legislatura ad interim ha portato all’elezione di un’Assemblea Costituente. Nel 2007 gli ex ribelli maoisti e i partiti si sono accordati sulla definitiva abolizione della monarchia e venne approvato dal Parlamento un emendamento costituzionale per trasformare il Nepal in Repubblica parlamentare e federale. Alle elezioni del 10 aprile 2008 è stata confermata la vittoria della coalizione maoista-marxista-leninista e il 23 maggio 2008 è stata proclamata ufficialmente la Repubblica del Nepal e la laicità dello Stato.

Il 28 ottobre 2015 (anno del violento terremoto - 25 aprile) il Nepal ha la sua prima donna presidente, Bidya Devi Bhandari, già vicepresidente del CPN (ML) Communist Party of Nepal-Unified Marxist Leninist. Proposta dall’ex capo dei maoisti, Pushpa Kamal Dahal, e da un largo fronte della sinistra, Bhandari ha sconfitto il rivale del partito conservatore del Congresso nepalese. Il voto comunque è stato boicottato dai madhesi, l’etnia che vive nella fascia meridionale confinante con l’India e che si è opposta con violente proteste alla nuova Costituzione varata il 20 settembre 2015 in cui ha avuto un importante ruolo Bhandari.

Il mandato di Bhandari si è concluso nel 2023. Ram Chandra Paudel candidato del Congresso nepalese e dell’alleanza di 10 partiti, è stato eletto Presidente il 9 marzo 2023.

Eppure i “sommovimenti sismici” del Nepal (che ancora non ha le fogne) continuano: già da qualche anno si è consolidato un movimento monarchico che organizza periodicamente manifestazioni di piazza e, in un mix esplosivo, rimesta istanze politiche, richieste sociali, aspirazioni religioso-sciamaniche e nostalgie per il colonialismo britannico.

Appena il 9 marzo scorso circa 10 mila persone si sono radunate all’aeroporto Tribhuvan di Kathmandu per accogliere l’ex re Gyanendra Bir Bikram Shah Dev che governò tra il 2001 e il 2008 e che abdicò in seguito alle proteste di massa. La capitale è diventata così teatro di scontri tra sostenitori della restaurazione monarchica e polizia: 2 morti e 41 feriti. I monarchici accusano i partiti politici governativi (specialmente i maoisti) di corruzione e chiedono a gran voce l’abolizione della laicità statale e la reintroduzione dell’induismo come religione di Stato. Ciò che impressiona è che questi tradizionalisti in rivolta considerino tuttora l’ex sovrano una manifestazione (avatar) del dio Vishnu.

Quelli che manifestano e protestano hanno perso fiducia verso il sistema politico repubblicano, ma non si capisce da chi siano manovrati e organizzati né quali siano i loro obiettivi nel breve periodo, sembrerebbe una rivoluzione colorata a rovescio o dipinta male. E certamente le nostre categorie di destra e sinistra, conservazione e rivoluzione, libertà democratica e di religione, risultano del tutto scombinate.

Per capire il Nepal, forse è necessario – come per capire l’India – ricorrere ad altri parametri di osservazione antropologica ed etnografica, poiché persino le lodevoli inchieste sui Diritti Umani sono costrette a prendere atto di una realtà sociale lontanissima dalle categorie indicate dalle N-U.

Note

(1) La maggioranza della popolazione professa l’induismo, il 20% circa pratica il buddhismo della corrente tibetana Vajrayana. In alcune aree rurali si praticano la religione Bön (forma di sciamanesimo pre-buddista) e l’animismo (religione dei Kiranti).

Fonte

10/09/2025

Nepal - La rivolta della Gen-Z riguarda lavoro, dignità. E un modello di sviluppo fallito

Kathmandu è sull’orlo della crisi non a causa di “app”, ma perché una generazione cresciuta con la promessa di democrazia e mobilità sociale si è scontrata con un sistema economico e politico che continua a chiudere ogni porta.

Il grilletto immediato è stato normativo: il governo ha ordinato a 26 grandi piattaforme social di registrarsi localmente e ha iniziato a bloccare quelle ritenute non conformi, inclusi Facebook, YouTube, Instagram, WhatsApp, X e altri. La folla si è riversata verso il Parlamento; la polizia ha impiegato gas lacrimogeni, proiettili di gomma e, in diversi luoghi, fuoco reale.

Entro la tarda sera del 9 settembre, almeno 19 persone erano state uccise e ben più di 300 ferite. Sotto pressione, il governo ha revocato il blocco dei social media e il Primo Ministro K. P. Sharma Oli si è dimesso.

La scintilla è stato il blocco. Il combustibile era l’economia politica

È allettante – specialmente da lontano – raccontare questo scontro come una “battaglia per le libertà digitali”. Sarebbe un’analisi superficiale.

Per i nepalesi della Gen-Z, le piattaforme non sono solo intrattenimento; sono bacheche di lavoro, agenzie di stampa, strumenti di organizzazione e linee sociali vitali. Spegnerle – dopo anni di deriva economica – è sembrato una punizione collettiva.

Ma la storia più profonda è strutturale: la crescita del Nepal è stata stabilizzata dalle rimesse piuttosto che trasformata da investimenti interni capaci di produrre lavoro dignitoso. Nell’anno fiscale 2024/25, il Dipartimento per l’Impiego Estero ha rilasciato 839.266 permessi di lavoro – un’emigrazione sbalorditiva per un paese di circa 30 milioni di abitanti.

Le rimesse si sono attestate attorno al 33% del PIL nel 2024, uno dei più alti al mondo. Questi numeri parlano di sopravvivenza, non di progresso sociale; sono un referendum su un modello che esporta la sua gioventù verso contratti a basso salario mentre importa beni di prima necessità, e che dipende dal clientelismo piuttosto che dalla produttività.

Ecco perché il blocco è esploso così rapidamente. Con un tasso di sotto-occupazione e disoccupazione giovanile già alto – al 20,82% nel 2024 – un ricambio ministeriale alla norma e scandali di corruzione all’ordine del giorno, i tentativi di controllare lo spazio digitale sono sembrati meno “ordine” e più umiliazione.

La forma del movimento – rapida, orizzontale, interclassista – riecheggiava le mobilitazioni studentesche del Bangladesh e l’Aragalaya dello Sri Lanka: studenti delle scuole e università in uniforme, laureati disoccupati, lavoratori occasionali e del settore informale, e un più ampio pubblico disilluso si sono uniti attorno a un verdetto condiviso sul malgoverno.

Fatti sul campo: vittime, coprifuoco e marcia indietro

La sequenza degli eventi è inequivocabile. Un ampio ordine di registrazione e la decisione di bloccare le piattaforme hanno acceso le proteste; le forze di sicurezza hanno risposto con una repressione crescente; entro lunedì sera 19 persone erano morte e centinaia ferite; coprifuoco e divieti di assembramento si sono diffusi; il Ministro degli Interni si è dimesso; un vertice di gabinetto d’emergenza ha ritirato il blocco; entro la giornata di martedì Oli si è dimesso.

È importante notare che il malcontento non è mai stato solo digitale. Striscioni e cori si sono concentrati sulla corruzione, l’impunità delle élite e l’assenza di un orizzonte di sviluppo credibile. Amnesty International ha chiesto un’indagine indipendente su un possibile uso illegale della forza letale – un altro motivo per cui la rivolta si è trasformata da una disputa sulle piattaforme a una crisi di legittimità.

La migrazione come plebiscito silenzioso

Se una metrica spiega lo stato d’animo generazionale, è quella delle Uscite. 839.266 permessi di lavoro rilasciati nell’anno fiscale 2024/25 (in netto aumento rispetto all’anno precedente) si traducono in migliaia di persone che partono ogni giorno.

Questi non sono turisti; sono la stessa coorte che ora è in strada. Le loro rimesse – ~33% del PIL – mantengono a galla le famiglie e pagano le importazioni, ma mascherano anche una mancanza di trasformazione strutturale nell’economia domestica.

In un sistema che non può assorbire i suoi giovani istruiti in un lavoro stabile e che aggiunga valore, la piazza pubblica – online e offline – diventa l’unico luogo in cui la dignità può essere affermata. Tentare di chiudere quella piazza in mezzo alla crisi economica era destinato a provocare un’esplosione.

Una ferita auto-inflitta per la sinistra nepalese

A seguito del programma quadriennale di Credito Esteso (ECF) del FMI in Nepal, il governo ha affrontato pressioni per aumentare le entrate domestiche. Ciò ha portato a una nuova Tassa sui Servizi Digitali e a regole IVA più severe per i fornitori stranieri di servizi digitali, ma quando le principali piattaforme si sono rifiutate di registrarsi, lo Stato ha fatto un salto di qualità, bloccandole.

Questa mossa, iniziata come uno sforzo di applicazione fiscale, è diventata rapidamente uno strumento di controllo digitale, ed è avvenuta mentre il pubblico stava già affrontando l’aumento dei costi del carburante e difficoltà economiche determinate dalla spinta del programma per il consolidamento fiscale.

Il blocco governativo delle piattaforme è diventato il grilletto finale per diffuse proteste contro la corruzione, la disoccupazione e la mancanza di opportunità, evidenziando che l’instabilità era meno una “rivoluzione colorata” e più un malcontento materiale alimentato da misure di austerità.

Il fatto che la repressione e la sua resa dei conti politica si siano svolte sotto un primo ministro del CPN (UML) rende questa una calamità strategica per la sinistra nepalese. Anni di scissioni fazionistiche, coalizioni opportunistiche e deriva politica avevano già eroso la credibilità tra i giovani.

Quando un governo ufficialmente di sinistra restringe lo spazio civico invece di ampliare le opportunità materiali, cede il terreno morale ad attori che prosperano sul cinismo anti-partitico – politiche di culto della personalità e una destra monarchica riemergente.

Quest’ultima si è mobilitata visibilmente quest’anno; con le dimissioni di Oli, cercherà di proporsi come garante dell'“ordine”, anche se la sua visione economica rimane superficiale e regressiva. Questo è il pericolo: le stesse forze più ostili a una trasformazione egualitaria possono capitalizzare il malgoverno della sinistra per espandere la loro presenza.

Da un punto di vista anti-imperialista – che si oppone al privilegio del Nord, ma insiste su un’analisi non sentimentale – la crisi è da manuale: dipendenza senza sviluppo.

Le rimesse levigano i consumi ma consolidano la dipendenza esterna; gli aggiustamenti di governance guidati dai donatori raramente diventano politiche industriali prioritarie per l’occupazione; e la spesa pubblica pesante negli appalti alimenta circuiti di rendita più che la capacità produttiva.

In un simile ordine, lo Stato è tentato di controllare la visibilità piuttosto che trasformare le condizioni. Ecco perché un tentativo di regolamentare le piattaforme spegnendole – piuttosto che assicurando il giusto processo e un intervento mirato – è stato letto come uno sforzo per gestire il dissenso, non per risolvere i problemi.

Cosa ci dicono i segnali dell’opposizione (e cosa non dicono)

Le dichiarazioni dell’opposizione hanno riconosciuto il quadro più ampio prima del governo. Pushpa Kamal Dahal (Prachanda) ha espresso le condoglianze, ha esortato ad agire sulle richieste anti-corruzione e ha chiesto di rimuovere “le sanzioni sulle reti sociali”.

Le dichiarazioni del CPN (Socialista Unificato) e del CPN (Centro Maoista) hanno condannato la repressione, richiesto un’indagine imparziale e collegato le restrizioni digitali ai fallimenti su lavoro e governance.

Queste reazioni contano analiticamente perché mostrano che anche all’interno della politica mainstream c’è il riconoscimento che la crisi riguarda i mezzi di sussistenza e la legittimità, non solo l’ordine pubblico.

Ma questi segnali rivelano anche la “narrazione” della sinistra: se le sue figure di spicco possono solo reagire a una rivolta giovanile piuttosto che prefigurare l’orizzonte di sviluppo che l’avrebbe prevenuta, allora l’arena sarà dominata da correnti anti-establishment e realiste, che rivendicano di portare l’ordine più rapidamente – anche a costo dello spazio democratico.

In sintesi

Queste proteste in Nepal sono iniziate perché un governo ha tentato di regolamentare le piattaforme digitali spegnendo la piazza pubblica. Sono esplose perché quella piazza è il luogo in cui una generazione precaria cerca lavoro, comunità e voce in assenza di opportunità in patria.

Un resoconto completo deve quindi registrare sia il costo umano – 19 morti e centinaia di feriti – che il costo strutturale: centinaia di migliaia di persone costrette a partire ogni anno e rimesse che sostengono i consumi mentre posticipano la trasformazione.

Con le dimissioni di Oli e il blocco revocato, lo scontro immediato potrebbe scemare, ma il verdetto emesso dalla Gen-Z non lo farà.

Fino a quando il Nepal non sostituirà la compiacenza delle rimesse e l’aritmetica delle coalizioni con un modello di sviluppo prioritario per l’occupazione, le strade rimarranno l’arena più credibile di responsabilità.

Fonte

13/05/2015

Al fast food della tragedia: il Nepal sulla stampa italiana

Come è stato raccontato il disastro in Nepal dalla stampa italiana? Il ciclo è sempre lo stesso: dalla breaking news ai racconti di "miracoli" e alle esperienze dei superstiti (meglio se connazionali). Un ciclo che sembra sempre di più imprigionato in logiche di mercato.

A poco più di una settimana dal terremoto in Nepal la parabola dell'informazione italiana sul disastro comincia a prendere una direzione discendente, compiendo il ciclo di notiziabilità al quale ogni giornalista in Italia - compreso chi scrive qui - deve attenersi per poter essere pubblicato e, con un po' di fortuna, magari pure pagato.

Siccome le lamentele sull'informazione scadente italiana sono all'ordine del giorno, e siccome l'informazione oggi è un prodotto prima che un servizio, proviamo a decostruire e analizzare i vari stadi del racconto del terremoto nepalese in Italia, tenendo a mente che nulla, nell'informazione, è fatto per caso.

Il racconto di un disastro, secondo la mia minima esperienza anagrafica nei ruoli di lettore prima e cronista poi, in Italia generalmente ha uno sviluppo per gradi. Provo a dividerlo in punti qui sotto, utilizzando il Nepal come un case study.

Primo giorno - La breaking news

Tutto il mondo apprende da Twitter del terremoto in Nepal, le agenzie riprendono le informazioni di altre agenzie che sono sul posto, iniziano a circolare numeri ufficiosi e foto di persone che in Nepal ci vivono e, finché non saltano le linee telefoniche, riescono ad accedere a internet e postare i loro scatti fatti dal cellulare.

La sera, il giornalista in Italia deve fare un collage di tutte queste informazioni, generalmente contenendo abbastanza le frasi altisonanti come "tragedia mai vista", "ecatombe", "disperazione", perché l'effetto sorpresa e sconforto già è compreso nella notizia e frasi simili serviranno dopo, nei giorni seguenti. Al massimo si sta molto vaghi sul "si temono tot morti", per prepararsi il campo per gli articoli futuri.

Per allungare il brodo si infilano dentro una serie di dati presi da Wikipedia, ma sempre molto vaghi, come "il Nepal, tra i paesi più poveri al mondo", "non succedeva da 80 anni", per non rischiare di sbagliare ma comunque dare l'idea di un contesto a un lettore che, si presume, il Nepal nemmeno sa dove si trovi. Si infilano dentro anche due o tre monumenti distrutti per sempre, a patto però che siano patrimonio dell'Unesco, facilitando il processo di immedesimazione del lettore italiano che, istintivamente, traccia parallelismi mentali come "è crollato il Colosseo del Nepal".

Secondo giorno - Inizia la conta dei morti + gara di solidarietà


Sempre basandosi sui numeri ufficiali o dati da altri che sono già sul posto (corrispondenti fissi in India delle principali agenzie internazionali e dei quotidiani anglosassoni, che dispongono di mezzi economici e logistici per raggiungere almeno Kathmandu quasi immediatamente), si inizia a dar conto del bilancio delle vittime sempre in crescita (coefficiente "poveri Nepalesi") bilanciato dalle dichiarazioni della comunità internazionale che promette aiuti e sostegno ai "poveri Nepalesi" (coefficiente "poveri Nepalesi, li aiutiamo noi"). Fino a qui la notizia è ancora il Nepal, insidiata però a livello di notiziabilità dal ruolo che noi possiamo avere in tutto questo disastro: è "l'ansia da solidarietà", vissuta su due binari paralleli, quello privato ("cosa posso fare io per il Nepal") e quello pubblico ("cosa sta facendo l'Italia per il Nepal", che si evolve in "guarda cosa stanno facendo tutti per il Nepal, e noi italiani invece...").

Terzo giorno - Esigenza di cambiare prospettiva + riagganciare il lettore con più immedesimazione


Nella pratica, se io giornalista ti racconto per tre giorni di seguito che i morti stanno aumentando e gli aiuti stanno arrivando - a rilento e con difficoltà causate dall'impreparazione del Nepal a riceverli, quegli aiuti - tu lettore ti annoi, hai l'impressione che ti stia ripetendo le stesse cose, concetti che ti ho già esposto ieri e che tu hai già assimilato: poveri nepalesi, li aiutiamo noi, ecco come.

D'altra parte, se provassi ad approfondire alcuni aspetti peculiari del Nepal (chi sono, come stavano prima che noi ce ne occupassimo per via del terremoto, storia, politica, economia), tu lettore ti annoieresti perché io giornalista ti ho abituato a un hype d'emergenza e spettacolarità con termini come "lotta contro il tempo", "si scava tra le macerie", mettendoti su un ottovolante giornalistico che va a tutta velocità nel tentativo - vano - di star dietro ai nuovi media come Twitter, senza nemmeno avere la possibilità di farti vedere video o immagini. Una battaglia persa in partenza che noi, stancamente, siamo obbligati lo stesso a combattere per tenere in piedi una certa "sacralità" del vecchio giornalismo.

Come ovviare a questi impedimenti? La risposta è: immedesimazione.


Nel nostro caso, immedesimazione sono gli alpinisti morti o bloccati sull'Everest, cittadini occidentali, bianchi, come minimo benestanti, sui quali io giornalista posso adoperare la leva del "potevo essere io", "poteva essere quel mio amico", forte di una tradizione alpinistica abbastanza solida in Italia. E quindi, mixando con un po' di sensazionalismo, ti prendo per mano, lettore, e ti porto a vedere tutto da una prospettiva più familiare, titolando "Strage di alpinisti". Anche i bianchi soffrono.

Non dovendo spiegarti il loro background, non dovendo contestualizzare la loro presenza sul posto, posso raccontarti la loro disperazione (molto più vicina alla tua potenziale disperazione, rispetto a quella di una famiglia nepalese che tu non conosci, che vive in condizioni per te inimmaginabili), sovraesponendo le morti - alcune decine - di alpinisti super attrezzati con al seguito decine di sherpa - nepalesi - e mettendo da parte migliaia di morti nepalesi a valle, che al terzo giorno non mi "notiziano" più.

Quarto giorno e oltre - Il tempo dei miracoli + interviste dei superstiti + italiani in Nepal


A questo punto siamo arrivati agli strascichi della notiziabilità di una tragedia. Gli spazi sui media si restringono, sopraggiungono altri eventi nazionali o internazionali (nel caso italiano, quasi sempre nazionali, come Expo e "devastazione" di Milano, sempre per rimanere nell'hype, ma c'era anche lo scudetto della Juventus, il Carpi dei miracoli, l'Italicum, Berlusconi che prova a vendere il Milan ai thailandesi e ai cinesi), e mentre io giornalista sono chiamato ad aggiornare il bilancio dei morti, infarcendo qua e là con le tensioni dei nepalesi che ancora non ricevono aiuti e scoppiano le prime risse in coda per la frustrazione, il mio caporedattore esteri tipo (disclaimer: non il mio mio, e gliene sono grato ogni giorno), mi chiede tagli con maggiore immedesimazione o coefficiente "poveri Nepalesi", ma anche coefficiente "speranza", "miracolo della vita", "storie a fin di bene" e "esotismi che non credevi e invece".

E lo chiede anche a chi è riuscito a raggiungere il Nepal, dando materiale a tutti noi che in Nepal non ci possiamo o vogliamo andare, ovvero ai colleghi dell'Ansa a New Delhi. Che, lo dico proprio esplicitamente, conosco e ritengo bravi giornalisti che vorrebbero fare tutt'altro tipo di giornalismo, utilizzando i (pochi) fondi che hanno in un modo più decoroso.

Invece, dal quarto giorno in avanti, l'inviata Ansa in Nepal è costretta a mandare lanci come questi:

- Sisma Nepal: ultracentenario trovato vivo dopo 8 giorni. Estratti da macerie altri tre superstiti. Allarme Onu per aiuti.

- Sisma Nepal: indiano,"previsto 3 giorni prima dalle nuvole". Shakeel Ahmad, "nessuno mi ha creduto".


- Nepal: illesa 'dea vivente' bambina, ma trasloca. Dal 2/o piano della sua residenza al Kumari Ghar al piano terra.


- Sisma Nepal: riapre pizzeria italiana, "è stato tremendo". La proprietaria Anna Maria Forgione aveva appena fatto le scorte


Alternati a reportage di servizio come questo, che raccontano come stanno andando gli aiuti italiani in Nepal.

Parallelamente, mi dicono amici tv muniti, pare che anche emittenti con disponibilità economica indubbia come Sky in Italia stiano mandando a ripetizione un video di un incontro esclusivo con la suddetta dea bambina, sempre nel solco dello strano ma vero di un paese uscito da un terremoto da magnitudo 7,9 ma attraversato da quella Fede mistica tutta orientale così permeante tanto che, quoto testualmente dal servizio, "è a lei che guardano milioni di nepalesi che temono nuove scosse".

Perché vi raccontiamo queste cose, in questo modo? Perché chi, sopra di noi, decide cosa va su un giornale o su un tg è convinto - forse a ragione, è il terrore - che questo tipo di racconto vi soddisfi, vi appassioni, vi tenga attaccati alla tv o vi faccia comprare il giornale. E siccome noi giornalisti di esteri, per la maggior parte non contrattualizzati e quindi precari, da un lato vogliamo fare un lavoro che non ci umili (troppo) ma dall'altro dobbiamo vendere pezzi per campare, siamo costretti a piegarci il più possibile alle cosiddette "esigenze editoriali", che - non credete - subiamo esattamente come voi lettori.

L'amarezza, per chi scrive, arriva pensando che quando finiremo di raccontare il Nepal (e sarà presto, per motivi fisiologici all'informazione e alla vostra attenzione di lettori, che non è male o bene, è semplicemente così), di tutto questo Nepal ci rimarranno impressi pochi concetti: "poveri Nepalesi", "poveri Nepalesi, ma li aiutiamo noi", "il miracolo della vita", "gara di solidarietà", "miracolo sotto le macerie", "dea bambina", "strage di alpinisti".

Passeremo oltre, e meno male, ma l'impressione sarà quella di essere passati senza aver lasciato molto, e un po' spiace.

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27/04/2015

Nepal, ancora scosse. Cresce il numero delle vittime

Il devastante sisma di magnitudo 7.8 registrato sabato scorso con epicentro fra la capitale Kathmandu e la città di Pokhara ha provocato finora 3700 morti in Nepal, secondo gli ultimi bilanci forniti dal Centro nazionale delle operazioni d’emergenza; sempre in Nepal si contano per il momento 6538 feriti ma le scarse notizie provenienti dalle aree rurali e i dispersi sull’Everest fanno temere che il bilancio sia assai superiore a quello finora reso noto. Circa un centinaio di persone hanno trovato la morte nei paesi confinanti: in India se ne contano 17, principalmente nello stato orientale dei Bihar, 18 in Tibet, secondo la stampa cinese.

Le scosse principali sono state due. La prima, di magnitudo 7.9, è avvenuta il 25 aprile. La seconda, di magnitudo 6.7, è stata registrata il giorno successivo. Nelle ultime 24 ore ci sono state 45 scosse di assestamento, che secondo gli esperti dovrebbero proseguire anche nei prossimi giorni. Alcune sono state molto forti.

Cinque italiani risultano dispersi oltre ad altri cittadini stranieri. Tra questi quattro speleologi del soccorso alpino, che si trovavano nel villaggio di Langtang.

Le valanghe causate dal terremoto sull’Everest hanno causato 18 morti. Tra le vittime ci sono anche cinque stranieri: tre statunitensi e un giapponese. Ancora imprecisato il numero dei dispersi sulla montagna. Alcuni elicotteri sono partiti per soccorrere 150 alpinisti che risultano ancora intrappolati.

Le Nazioni Unite stimano che i nepalesi in qualche modo colpiti dal sisma e dalle sue conseguenze siano oltre sei milioni, ma molte zone del paese restano ancora inaccessibili e il maltempo e le strade interrotte ostacolano il lavoro dei soccorritori.

Il governo di Kathmandu ha decretato lo stato di calamità nazionale e la chiusura di tutte le scuole per una settimana, mentre migliaia di persone hanno passato un’altra notte all’addiaccio nella capitale e in altre località, montando tende per proteggersi dalle intemperie.

Impossibile al momento la stima dei danni: in città centinaia di edifici risultano distrutti o danneggiati, una parte della città – circa 700.000 abitanti – è priva di corrente elettrica, scarseggiano i beni di necessità e l’acqua arriva solo con camion cisterna. Il terremoto ha fatto crollare tra le altre cose la torre storica di Dharahara, una delle principali attrazioni turistiche della capitale nepalese, mentre circa duecento persone erano al suo interno o nelle vicinanze.

La comunità internazionale si è attivata finora inviando mezzi di soccorso e materiale medico, istituti finanziari internazionali hanno già promesso aiuti, ma la Croce Rossa è preoccupata principalmente perché gli ospedali del paese, che in tutto conta 28 milioni di abitanti, sono già saturi. In alcuni casi, le repliche hanno costretto anche a ordinare l’evacuazione dei pazienti in alloggi di fortuna all’esterno dei centri medici.

L’Unicef ha dichiarato che quasi un milione di bambini sono stati colpiti dal terremoto e che hanno urgente bisogno di acqua, provviste e assistenza medica.

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