Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/10/2025
Madagascar - La rivolta di un popolo contro corruzione e miseria
Dal 2009 ad oggi: l’ascesa e il declino di Rajoelina
Andry Rajoelina arrivò al potere nel 2009 grazie anche al ruolo dell’unità militare CAPSAT (Corps d’Administration des Personnels et Services de l’Armée de Terre), che si ribellò contro il presidente Marc Ravalomanana e spianò la strada al giovane sindaco di Antananarivo. Da allora Rajoelina è rimasto una figura centrale della politica malgascia, alternando presidenza e opposizione, fino a tornare stabilmente al potere negli anni più recenti.
Ma il suo governo è diventato simbolo di corruzione, di nepotismo e di incapacità nel rispondere ai bisogni primari dei cittadini. Mentre interi quartieri della capitale rimanevano senz’acqua ed elettricità per giorni, il presidente inaugurava una costosissima ed inutile teleferica a Tananarive, vista da molti come il simbolo di un potere distante e scollegato dalla realtà.
La protesta della Generazione Z
Le nuove generazioni, cresciute tra precarietà e frustrazione, hanno detto basta. Studenti universitari, liceali e giovani lavoratori hanno dato vita a un movimento spontaneo che si è ribattezzato “Generazione Z”, usando i social per organizzare sit-in, manifestazioni e scioperi. La mancanza cronica di acqua ed energia è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso: la rivolta è diretta contro un potere percepito come corrotto e arricchito sulla pelle di un popolo affamato.
Le piazze delle principali città del Madagascar – da Antananarivo a Toliara, da Diego Suarez a Mahajanga – si sono riempite di giovani che chiedono dignità, trasparenza e cambiamento.
Dalle proteste alla rivolta popolare
Le manifestazioni pacifiche sono state represse con la forza: la polizia ha sparato gas lacrimogeni e proiettili di gomma, ma in più occasioni anche proiettili veri. Almeno 22 persone sono morte secondo le Nazioni Unite, mentre centinaia sono rimaste ferite. Ogni vittima ha rapidamente trasformato la protesta in una rivolta popolare che ha trascinato con sé anche parte delle forze armate.
Proprio il CAPSAT, che nel 2009 aveva favorito l’ascesa di Rajoelina, oggi ha scelto di schierarsi con la popolazione. I suoi soldati hanno dichiarato che non avrebbero sparato sui manifestanti e hanno invitato polizia e gendarmeria a fare lo stesso. Molti reparti li hanno seguiti.
La fuga di Rajoelina e lo scontro istituzionale
Di fronte all’escalation, Rajoelina e parte del suo entourage sono fuggiti. Fonti francesi parlano di un aereo militare inviato da Parigi per metterlo in salvo. Dall’estero, il presidente continua a proclamarsi legittimo Capo dello Stato e a emanare decreti, tra cui il più eversivo è lo scioglimento del Parlamento che lo stava per abbandonare.
In una delle sue ultime dichiarazioni, Rajoelina ha sostenuto che “alcuni paesi stranieri avrebbero offerto l’invio di proprie truppe”. Evidentemente per ristabilire l’“ordine” in Madagascar, ma lui stesso afferma che avrebbe rifiutato l’intervento. Non ha specificato quali fossero questi paesi, alimentando interrogativi: chi era davvero pronto a intervenire e perché? Si trattava di difendere la sua presidenza, o di mantenere equilibri geopolitici ed economici nel Paese?
Intanto, l’Assemblea Nazionale ha reagito con forza: quasi all’unanimità ha votato l’impeachment del presidente, dichiarando illegittimo lo scioglimento del Parlamento. A questo punto la crisi istituzionale è totale: chi ha il potere legale? Un presidente in esilio che rilascia comunicati o un Parlamento che rivendica la sua sovranità?
Quello che c’è sicuramente è la popolazione nelle strade, insieme a esercito, polizia e gendarmeria che hanno scelto di stare dalla parte della gente.
L’intervento della HCC e l’ascesa del Colonnello Randrianirina
La ‘Haute Cour Constitutionnelle (HCC)”, massima autorità costituzionale, ha preso atto della realtà e del pericoloso vuoto istituzionale che si è creato e ha chiesto al Colonnello Michael Randrianirina (alto ufficiale del CAPSAT e protagonista degli ultimi giorni) di assumere la carica di “presidente ad interim”.
Randrianirina ha accettato e annunciato che alcune istituzioni sono state sospese, che invece l’Assemblea Nazionale resterà in carica, che entro 18-24 mesi si terranno elezioni e prima un referendum costituzionale, e che la gestione del Paese sarà fatta insieme ai giovani della Generazione Z. Un governo civile dovrebbe nascere a breve per guidare la transizione.
La narrazione internazionale e le incognite
Molti osservatori e media stranieri hanno parlato subito di colpo di Stato. Ma la realtà appare diversa: non un classico golpe militare per abbattere un paese democratico o un altro regime militare, bensì una sollevazione popolare che ha costretto le istituzioni ad allinearsi alla volontà della gente. Resta ora da capire come reagirà la comunità internazionale. La Francia, storicamente influente sull’isola, ha già mostrato di sostenere la fuga di Rajoelina. Gli altri paesi europei, gli Stati Uniti, la Cina molto presente economicamente nel Paese e soprattutto l’ONU saranno chiamati a decidere se riconoscere e accompagnare la transizione in corso o se considerarla una rottura dell’ordine costituzionale e combatterla. E c’è il grande nodo degli aiuti internazionali e dei fondi sottratti illegalmente al Paese e portati all’estero da politici e industriali corrotti: saranno bloccati, restituiti, o continueranno a sfuggire al controllo della popolazione malgascia?
Due certezze
Al di là delle incognite, due cose oggi appaiono chiare:
1. Non si è trattato di un classico colpo di Stato militare, ma di una rivolta popolare contro ingiustizia, corruzione e povertà.
2. Il popolo malgascio sta reclamando con forza e dignità il diritto di decidere il proprio destino e di spezzare le catene di ogni forma di neocolonialismo.
Non sappiamo come si evolverà la situazione, le incognite ed i dubbi sono numerosi ed evidenti. L’esercito rispetterà quello che ha promesso? La comunità internazionale accetterà la trasformazione di questo paese o cercherà di colpirla economicamente per fare scoppiare nuove contraddizioni, disordine e caos? La politica che appoggiava Rajolina, il suo metodo, la corruzione imperante in tutto il paese accetterà di farsi da parte?
Nonostante queste incognite le strade del Madagascar restano piene di giovani e in questo paese i giovani sotto i 20 anni sono il 50% della popolazione.
La storia è ancora tutta da scrivere.
Fonte
13/09/2025
Nepal in rivolta: campo neutro di una partita più grossa
Le immagini offerte dalla BBC sono impressionanti: incendi dolosi e violenze diffuse hanno devastato la capitale Kahtmandu. Polizia ed esercito si sono scontrati con turbe di dimostranti, inferociti per l’ostentato nepotismo della classe dirigente. Ma, soprattutto, decisi a fare rimangiare all’esecutivo un controverso divieto di utilizzo dei social media, «per preservare l’armonia sociale». In sostanza, un trucco da magliari, fatto da chi, spacciandosi per «custode della democrazia» pretende di controllare preventivamente la veridicità delle notizie, al fine di combattere le ‘fake news’. Ma che, in effetti, non fa altro se non censurare le informazioni e i messaggi giudicati scomodi per chi comanda.
Social media e censura mascherata
Già a novembre dell’anno scorso, era stato vietato l’accesso a ‘Tik tok’, con la giustificazione di proteggere dati sensibili dall’ingerenza cinese. Tuttavia, questa volta si è andati molto oltre, anche nel tentativo di spegnere le feroci critiche, alimentate soprattutto dai più giovani, che prendevano di mira e mettevano in risalto i privilegi della classe politica. Così, qualcuno, in alto loco, ha avuto l’infelice idea di bloccare, contemporaneamente, YouTube, Instagram, X, Facebook e via discorrendo. In totale sono state zittite 26 piattaforme. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. All’unisono, come se si fosse data un segnale, si è sollevata tutta la ‘Generazione Z’, i più giovani, che hanno fuso la loro protesta con quella, già preesistente, dei gruppi anticorruzione (i cosiddetti ‘Nepo-kids’). Ne è nata una miscela esplosiva, pura nitroglicerina sociale, perché a queste due categorie si è accodata, rancorosa e in cerca di improbabili vendette di classe, tutta la massa dei diseredati. Insomma, per farla breve, dopo i primi 19 morti il Premier, Sharma Oli, si è dovuto dimettere di gran corsa, mentre i rivoltosi assaltavano persino le case dei politici.
Assalto ai simboli del potere
E mentre l’esercito continuava a sparare sui manifestanti, la collera popolare aumentava, fino al punto che qualcuno ha pensato di fare un bel falò del Parlamento e di un paio di Ministeri. A quel punto, mentre Kathmandu, vista dall’alto, sembrava sotto un attacco di missili ipersonici, la rivolta è dilagata a macchia d’olio in tutto il resto del Paese. Non prima, però, che qualche stratega governativo (del giorno dopo) non avesse tentato un estremo gioco di prestigio: ritirare il decreto sui social media e ammettere di avere sbagliato. Tutto troppo tardi però, perché quando il popolo si inferocisce, per fermarlo ci vogliono i carri armati. E infatti è proprio a questo che pensano i militari, pronti a prendere il potere per sostituire un gruppo dirigente rivelatosi avido, inetto e odiatissimo da ogni singolo nepalese. I ribelli hanno persino cominciato ad assaltare le carceri, liberando finora quasi un migliaio di detenuti.
Come è strutturata la protesta
«Finora – sostiene la BBC – i manifestanti non hanno esplicitato le loro richieste, se non quella di riunirsi nell’ambito del più ampio appello contro la corruzione. Le rivolte sembrano spontanee, senza una leadership organizzata. All’interno del Parlamento si sono svolte scene di giubilo mentre centinaia di manifestanti ballavano e cantavano slogan attorno a un fuoco all’ingresso dell’edificio, molti dei quali sventolavano la bandiera del Nepal. Alcuni sono entrati nell’edificio –-prosegue la Tv britannica – dove tutte le finestre sono state sfondate. Graffiti e messaggi antigovernativi sono stati dipinti con lo spray sulla facciata esterna». Adesso, bisognerà vedere a chi darà il nuovo incarico il Presidente Ramchandra Paudel, che dopo le dimissioni di Oli è costretto a bruciare le tappe e a non perdere tempo, per evitare che la protesta abbia il sopravvento.
Nepal crocevia geopolitico
Il Nepal è un ammortizzatore di tensioni. Ma potrebbe benissimo diventare anche la camera di innesco di un’esplosione colossale, incastonato com’è tra India e Cina. E proprio questa sua peculiare posizione geografica e culturale ne influenza, in modo significativo, la storia politica. Il Paese è passato da monarchia a repubblica meno di vent’anni fa, al termine di una serie lunghissima di lotte intestine, che hanno visto protagonisti gruppi e partiti di ogni tipo, a cominciare dai maoisti di ispirazione cinese. Naturalmente, ha fatto da contrappeso una formazione che guarda all’India (il Congress Party). Così, oggi il governo del Paese è espressione di questa ‘Grosse Koalition’, che mette assieme l’area marxista filo-Pechino, con quella più centrista filo-Nuova Delhi. E questo spiega alcuni degli zig-zag, altrimenti incomprensibili, della politica estera nepalese. Non solo. Proprio la transizione incompleta del sistema istituzionale (il Paese è una Repubblica ‘prefabbricata’), unita ai suoi ormai cronici problemi sociali ed economici, fanno del Nepal una area di crisi, che potrebbe in qualche modo ‘infettare’ i potenti vicini. Il think tank Stratfor, per esempio in una lunga analisi, fa una riflessione comparativa con altre aree di instabilità della regione, come lo Sri Lanka e il Bangladesh, dimostrando la loro capacità di influenzare in qualche modo i fragili equilibri del subcontinente asiatico.
Equilibrismi tra Cina, Usa e India
«Nonostante la percezione che il Congresso nepalese e i partiti comunisti del Paese preferiscano generalmente relazioni più strette rispettivamente con l’India o la Cina – affermano gli analisti di Stratfor – il Nepal ha ampiamente beneficiato delle sue relazioni con entrambi i Paesi, oltre ai suoi legami con gli Stati Uniti, cresciuti significativamente sotto l’ex Presidente americano Joe Biden. In particolare, Cina e Stati Uniti hanno finanziato progetti infrastrutturali e altri programmi in Nepal, in parte spinti dalla più ampia rivalità geopolitica tra Pechino e Washington. Ciò significa che, in futuro, qualsiasi esecutivo governerà il Nepal, rimarrà incentivato a bilanciare attentamente i rapporti con queste diverse potenze regionali e globali, e queste ultime monitoreranno l’evoluzione della situazione in Nepal nel tentativo di sostenere i propri interessi geopolitici».
Fonte
12/09/2025
Un’apocalisse contadina
di Sandro Moiso
Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia. Analisi e documenti di una rivoluzione tardo medievale (a cura di Daniele Pepino), edizioni Tabor, Valsusa 2025, pp. 295, 15 euro.
«Cari fratelli, con lo sguardo alla legge di Dio e al bene comune, che ogni uomo che sa maneggiare un bastone o scagliare una pietra si faccia avanti per lottare… Noi stiamo raccogliendo il popolo da ogni parte contro questi nemici di Dio e devastatori della terra di Boemia. Voi stessi proclamate sulle piazze dei mercati che tutti quelli cui l’età lo consente siano pronti a sollevarsi in qualsiasi momento. Con l’aiuto di Dio, presto verremo a trovarvi; procuratevi del pane, della birra, del foraggio per i cavalli e ogni sorta di armi, perché è giunto il momento di combattere» (Jan Žiżka del Calice, capitano del popolo taborita, 1422)
Più di cento anni prima della guerra dei contadini tedeschi del 1525, in terra di Boemia, migliaia di contadini insorsero sia contro la rapacità della chiesa cattolica che contro le esose richieste dei proprietari, in gran parte tedeschi, delle terre lavorate col sudore e la fatica delle comunità agrarie dell’Europa centrale. E centrale lo era davvero la terra di Boemia per l’Europa di quel tempo, considerato che, come ci ricorda il curatore nell’introduzione:
La Boemia (la regione che insieme alla Moravia costituisce l’attuale Cechia o Repubblica Ceca), sembra oggi sonnecchiare ai margini della storia, ma la sua posizione e il suo ruolo sono stati per secoli letteralmente centrali. È sufficiente guardare una carta geografica di quella “penisola asiatica” che chiamiamo “Europa”, dall’Atlantico agli Urali per rendersi conto della sua centralità. Se tracciassimo due assi – uno tra Lisbona e Mosca, diciamo, e l’altro tra Edimburgo e Ankara – troveremmo il centro di questa Europa proprio lì, nei dintorni di Praga. Una centralità geografica che si interseca anche con una particolarità “etnica” o “linguistica” tutt’altro che irrilevante: i cechi rappresentano il primo avamposto slavo in terra germanica. Un confine linguistico, quindi, un crocevia tra popoli slavi e popoli “europei”, con tutto ciò che ne consegue1.
Ecco allora il motivo per cui, come già si è detto prima, l’insurrezione hussita-taborita portò con sé sia l’elemento della rabbia contro la «vecchia vaticana lupa cruenta»2 che quello politico “anti-tedesco” o, per meglio dire, “anti-imperiale” che racchiudeva in sé rivendicazioni di carattere economico, sociale e nazionale. Magari ancora espresse soltanto attraverso il linguaggio della fede, ma non per questo meno chiare ed efficaci per la mobilitazione dei rivoltosi.
Il testo delle edizioni Tabor, ancora una volta muovendosi in direzione «ostinata e contraria», riporta l’attenzione sui movimenti insurrezionali e di lotta che hanno accompagnato l’affermarsi di un modo di produzione che, dopo aver scardinato le antiche tradizioni comunitarie, ha progressivamente imposto il suo dominio proprietario e politico, rimuovendo la memoria della fiera opposizione che si manifestò sul continente “europeo” nel lungo passaggio dalla società feudale a quella mercantile, prima, e industriale, poi.
Un’autentica resistenza “anti-coloniale” che si manifestò sia nei confronti della chiesa di Roma e dei suoi avidi rappresentati che della formalizzazione politica, proprietaria e classista della società che sarebbe poi stata detta capitalistica. Una lunga opera di colonizzazione che precedette tutte le altre condotte in seguito negli altri continenti, ma che suscitò le stesse eroiche e, troppo spesso, disperate azioni di rivolta da parte di chi si trovò a subirla sulla propria pelle.
Per cui era gioco forza che, dopo L’incendio millenarista3, Settecento anni di rivolte occitane 4 e i “piccoli” testi della collana «Bundschuh» dedicati ai differenti aspetti delle resistenze e culture contadine e della loro repressione in età tardo medievale, le preziose edizioni valsusine giungessero alla pubblicazione di una raccolta di saggi storico-politici e di testi originari dell’epoca destinati a riportare alla luce un movimento che, pur sottovalutato dalla storiografia italiana ed europea-occidentale, ha visto negli ultimi decenni crescere l’attenzione nei suoi confronti nelle ricerche di lingua ceca e/o slava.
È un problema generale, di matrice coloniale, che attiene a come viene studiata la storia dalle nostre parti, concentrandosi quasi esclusivamente su quello che viene arbitrariamente trattato come il centro del mondo: l’Europa occidentale. Questo nostro sforzo editoriale vuole quindi essere ance un tentativo di abbattere queste barriere, gettando lo sguardo appena un po’ più in là5.
E qui, prima di procedere con il riassunto degli eventi di quella apocalisse contadina, occorre sottolineare che questa sorta di colonialismo culturale abbia fatto sì che anche la storiografia e le analisi politiche di sinistra, anche marxiste e pretese rivoluzionarie, abbiano finito con l’accettare una visione fin troppo riduttiva delle guerre e delle rivolte contadine di età pre-capitalistica e successive, contribuendo così a ridurle, come si è già affermato a proposito di un altro testo edito da Tabor (qui), a mero “rumore di fondo” delle trasformazioni avviate dall’avvento del capitalismo oppure a semplice anticipazione di quanto il movimento operaio avrebbe in seguito “più maturamente” avuto modo di sviluppare, se non addirittura a movimenti reazionari e conservatori quando fossero avvenuti in epoche in cui il socialismo e il marxismo avessero già affermato la propria concezione del divenire della Storia.
Forse non a caso, nell’ambito del socialismo italiano degli inizi del XX secolo, sarebbe stato solo un ancor trentenne e socialista Benito Mussolini a cogliere la radicalità del movimento hussita in un libretto pubblicato in occasione di una previsto convegno della Società del libero pensiero che avrebbe dovuto tenersi a Praga per celebrare il quinto centenario del supplizio e della morte di Jan Hus (1371 ca. – 1415), ma che fu impedito dallo scoppio del primo macello imperialista6.
Una riflessione, quella sulla rimozione della radicalità anticapitalistica, antinobiliare e anticlericale dei movimenti contadini a cavallo tra Medio Evo ed età moderna, che si rivela assolutamente necessaria ai fini della rifondazione di una storiografia militante nemica del pensiero unico liberale e progressista, in cui l’elemento razionale e ragionevole è stato esaltato a discapito delle fede e della rabbia degli ultimi per narrare, ancora una volta, la storia di vincitori. Anche quando si è ammantata da storia delle rivoluzioni, sottostimando il valore reale delle lotte senza quartiere condotte da anabattisti, hussiti e taboriti. Solo per citare alcuni esempi dell’eresia contadina rivoluzionaria.
Un percorso, quello delle eresie contadine, non privo di contraddizioni, ma la cui radicalità affondava le radici in una fede altrettanto radicale nel diritto all’uguaglianza in Terra, sia economica che sociale. Una fede ancora oggi troppo spesso irrisa da un laicismo borghese che vorrebbe apparentemente rimuovere qualsiasi “irrazionale spiegazione del mondo”, ma che in realtà si fonda sulla necessità di rimuovere qualsiasi “irrazionale tentazione di rovesciarlo”. Negando però, nei fatti una “fede”, che più che rivolgere lo sguardo verso l’alto e il regno dei cieli, affondava, e spesso ancora affonda, le sue radici nella concretissima materialità dei bisogni collettivi.
Fatte queste considerazioni, occorre ora riprendere il filo degli avvenimenti narrati e commentati nel testo delle edizioni Tabor. Ricordando come inizialmente il “teologo” Jan Hus, insegnante e poi rettore dell’Università di Praga, si fosse messo alla testa di un movimento riformatore che sosteneva la necessità di una profonda riforma della Chiesa e del ritorno alla semplicità evangelica.
Hus predicò contro le ricchezze della Chiesa, lo scandalo delle indulgenze e a favore della disubbidienza contro i «padroni ingiusti». Per questo motivo fu costretto a fuggire da Praga e, nel 1412, a rifugiarsi nei pressi di quella che sarebbe diventata in seguito la città di Tàbor, fondata nel 1420 da un gruppo di fuggitivi, provenienti da Praga, con l’intento di costruire una fortezza hussita nella Boemia Meridionale.
Questo a seguito del fatto che Jan Hus, convocato al Concilio di Costanza, malgrado fosse munito di salvacondotto imperiale, era stato imprigionato, condannato come eretico e bruciato sul rogo nel 1415, così come sarebbe poi capitato l’anno successivo al suo amico e seguace Girolamo da Praga.
I fondatori della città di Tábor, avrebbero sostenuto la causa hussita proclamando l’uguaglianza sociale, cosicché, seguendo un principio molto radicale, fu in essa bandita qualsiasi attività privata. In realtà, però, la storia della rivolta taborita prende avvio negli anni successivi alla morte di Jan Hus e trova in Jan Žiżka uno dei suoi “capitani”.
Jan Žiżka, il condottiero taborita più famoso, il cui soprannome (Žiżka: cieco) derivava dal fatto di aver perso un occhio in giovane età a seguito di una zuffa con i compagni di gioco, avrebbe poi perso anche l’altro in battaglia, ma nonostante la cecità “fisica” avrebbe avuto la capacità di vedere e anticipare il futuro delle lotte del movimento boemo, soprattutto dal punto di vista militare.
Come ci ricorda, però, ancora il curatore: «Žiżka non è solo una figura epica e gloriosa, per la sua genialità e il suo coraggio sui campi di battaglia, ma è anche una figura complessa, per certi versi tragica, in cui si incarnano le contraddizioni, gli errori, le lacerazioni e le lotte intestine che porteranno il movimento rivoluzionario boemo alla sua rotta finale. Una figura enorme, verrebbe da dire, guardando la sua statua che ancora oggi domina Praga dalla collina Viktov»7.
Jan non era un teologo come Hus, anzi, all’alba del XV secolo era a capo di una banda di briganti che conducevano una guerriglia contro i feudatari, durante la quale uno dei suoi fratelli venne catturato e decapitato nella città di Budweis. In seguito sarebbe diventato capitano di ventura, arrivando a combattere sul mar Baltico, nella battaglia di Grunwald (1410) durante la quale le forze polacco-lituane, appoggiate dalle milizie boeme, sconfissero i cavalieri teutonici, i monaci guerrieri destinati alla colonizzazione e sottomissione dei paesi di lingua slava.
Dopo la condanna a morte di Hus si erano levate in tutta la Boemia e a Praga forti proteste che spinsero il re Wenzel a chiudere tutte le chiese hussite, e fu in questo contesto che Žiżka strinse un forte legame di amicizia con il predicatore popolare Jan Želivsky, dando vita ad un sodalizio dalle conseguenze dirompenti.
Il 30 luglio 1419 infatti una moltitudine di persone, guidate dallo stesso Želivsky, abbattè il portone del palazzo comunale di Praga per esigere la liberazione dei prigionieri hussiti, scaraventando in strada una dozzina di consiglieri dalle finestre della torre e dando così vita alla prima defenestrazione di Praga (l’altra fu all’origine della Guerra dei trent’anni due secoli dopo). A seguito di ciò e al fatto che il popolo aveva preso il controllo della capitale, le istanze più radicali del movimento presero a rafforzarsi tra gli strati più poveri della popolazione e dei contadini.
A unire tutti gli scontenti e i diseredati fu il sogno millenarista di realizzare il Regno di Dio in terra. La profezia annunciava per il 1420 il ritorno di Cristo e il crollo di Babilonia (Praga) e del suo mondo di corruzione e iniquità. Le città dovevano essere abbandonate, i giusti dovevano salire sulle montagne per prepararsi al rinnovamento totale. E così fecero: smisero di lavorare, di pagare i tributi, abbandonarono le loro case e i loro campi […] perché sapevano che la pace non sarebbe durata a lungo. Misero tutti i loro beni in comune e si organizzarono in fratellanze armate per diffondere il verbo e combattere gli empi che si ostinavano a difendere il vecchi ordine. Ovviamente, anche Jan Žiżka era con loro8.
Il primo marzo 1420 il papa e l’imperatore promossero una prima crociata contro gli hussiti (ce ne sarebbero poi state altre quattro) e in risposta all’appello, che prometteva anche l’assoluzione da tutti i peccati per chi vi avesse preso parte, centomila soldati provenienti da tutta Europa invasero la Boemia. Nonostante, però, i rovesci iniziali e i massacri, le milizie taborite dell’est e dell’ovest condotte da Žiżka ebbero la meglio sulle armate crociate costringendole alla resa.
Questa iniziativa di guerra dal basso diede alla componente proletaria e radicale della rivoluzione hussita il ruolo di protagonista, compattando intorno a sé tutto il resto del movimento. Erano le armate dei poveri e dei contadini che avevano sconfitto l’esercito imperiale e salvato la Boemia dall’invasione straniera, e ciò diede una forza inedita anche ai poveri di Praga, relegando la componente più benestante e moderata a un ruolo subalterno9.
Ed è proprio l’aspetto militare della rivoluzione boema del XV secolo a costituire l’argomento di uno dei saggi scritti appositamente per l’occasione da Daniele Pepino: Aspetti tattici di una guerra di popolo.
Nel Quattrocento, in Europa, la guerra medievale stava cambiando volto, virando verso la modernità. La cavalleria, fino ad allora protagonista assoluta delle battaglie, stava gradualmente perdendo importanza, mentre cresceva il peso della fanteria, formata da schiere di “gente comune” in armi. I cavalieri erano una casta addestrata dalla nascita a un codice di comportamento e a un sistema di valori aristocratici, erano uomini che combattevano tra di loro, seguendo precise regole e rituali. L’affermazione della fanteria, ancor prima della comparsa delle armi da fuoco portatili, ribaltò tutto quanto. La guerra non fu più un gioco tra nobili, divenne una faccenda di popolo. Masse di poveri irruppero sulla scena, diventando protagoniste dei campi di battaglia.
È su questo spartiacque che si dispiegano le guerre hussite, quando il vecchio ordine feudale va disgregandosi e la modernità capitalista ancora fatica a cementare la sua egemonia. Prima che le classi dominanti riuscissero a inquadrare i loro eserciti, a mandare i loro sudditi al macello in ranghi disciplinati, il popolo si sollevò rivendicando il proprio ruolo autonomo nella storia. L’insurrezione taborita fu anche questo. La plebaglia che si rifiuta di andare al massacro per difendere privilegi altrui, si appropria delle tecniche (antiche, come i carri, e nuove, come le armi da fuoco) oltre che dell’immaginario (la Bibbia) e le fa proprie, rovesciandole contro i propri nemici di classe. Sono i poveri che combattono per sé stessi. Nelle guerre hussite, le fratellanze del popolo in armi fecero irruzione sui campi di battaglia del cuore d’Europa, dispiegando una possibilità storica incompiuta: se avessero vinto loro, molto probabilmente, il feudalesimo non sarebbe stato sostituito da un ordine ancora più iniquo e disumano10.
L’autore descrive in seguito con estrema precisione le innovative tattiche militari che permetteranno a quell’esercito di popolo di tener testa per anni alle armate imperiali e ci ricorda come:
Dalle campagne inglesi alle città italiane, le comunità locali erano organizzate in società armate, in cui tutti gli uomini abili prestavano servizio, e che garantivano la sicurezza del proprio rione o villaggio; milizie che molto spesso, in caso di rivolte, si schieravano con la popolazione insorta costituendone la forza in armi. [...] L’affermazione degli Stati territoriali richiedeva la confisca del diritto all’autodifesa delle comunità locali; il monopolio della violenza andava accentrato nelle mani di nuovi apparati burocratici sempre più lontani e impersonali, disgregando e disarmando ogni forma di organizzazione e di contropotere popolare. Fu un conflitto che diede vita a una serie impressionante di rivolte contadine e urbane che bruciarono l’Europa per secoli, assumendo i contorni di una guerra civile carsica. Intrecciandosi con le correnti più radicali della Riforma protestante, le comunità lottarono per mantenere al loro interno il controllo non solo delle risorse (l’uso collettivo di terre, pascoli, boschi, acque, ecc.) e della fede (la predicazione nella propria lingua, l’elezione diretta dei pastori, ecc.) ma anche della propria sicurezza (il diritto a portare le armi e a organizzarsi militarmente per l’autodifesa). La guerra a tutto campo condotta dalle fratellanze taborite fu quindi, in questo senso, anche l’accanita e gloriosa lotta armata della società – e della sua facoltà di autodifendersi – contro lo Stato11.
Le conclusioni del saggio racchiudono, forse, l’aspetto di maggiore importanza di una rivoluzione che se si fosse affermata sarebbe stata davvero apocalittica, a differenza di tante altre poi millantate come tali. Lontana dal pacifismo imbelle come dal militarismo delle armate al servizio degli imperi e del capitale, la lezione taborita e di Jan il cieco giunge ancora a noi in tutta la sua forza soprattutto a riguardo dell’uso e dell’organizzazione della violenza dal basso.
Ma anche le fratture interne al movimento, così come i rovesci politici e le dinamiche militari sono poi ancora raccontate in dettaglio nei saggi contemporanei e nei testi dell’epoca raccolti in un’antologia che chi scrive non esita a definire imprescindibile per chiunque voglia ancora accollarsi la riflessione sulla necessità di cambiamento dell’ordine sociale esistente, ma mai dato una volta per tutte come si vorrebbe far credere, e sulle rivoluzioni di ieri e, forse, di domani.
Note
1) D. Pepino, Introduzione a Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia, edizioni Tabor, Valsusa 2025, p. 8.2) Come ebbe a definire la Chiesa Cattolica Giosuè Carducci nella sua Ode alla città di Ferrara (1895), v. 163.
3) Yves Delhoysie, Georges Lapierre, L’incendio millenarista tra apocalisse e rivoluzione, Malamente/Tabor, Urbino-Valsusa 2024.
4) Gérard de Sède, Settecento anni di rivolte occitane, con una prefazione del Collettivo Mauvaise troupe occitana, Edizioni Tabor 2016.
5) D. Pepino, op.cit., p. 7.
6) Sulle vicende del libello mussoliniano, Giovanni Huss il veridico, prima cancellato dal regime ai tempi dei Patti lateranensi poiché radicalmente anti-clericale e successivamente ignorato dalla cultura antifascista, si veda: F. Tasca, «Giovanni Huss il veridico» di Benito Mussolini. Riflessioni sul destino di un libro, «Bollettino della Società di studi valdesi» n° 218, giugno 2016, pp. 173182.
7) D. Pepino, op. cit., p. 9.
8) Ibidem, p. 11.
9) Ibid., p. 12.
10) D. Pepino, Aspetti tattici di una guerra di popolo in Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia, op. cit. pp. 59–76, p. 59. ↩
11) Ivi, pp. 75-76.
11/09/2025
Caos Nepal, il neoliberismo gestito “da sinistra”
Le immagini che arrivano dal Paese asiatico mostrano chiaramente da un lato la profonda rabbia sociale delle nuove generazioni, dall’altra l’acerrima violenza poliziesca di fronte a un malcontento che ha radici profonde: i manifestanti hanno dato fuoco al parlamento federale, alla corte suprema, alla residenza del Primo Ministro e a diverse sedi ministeriali a Kathmandu, mentre polizia ed esercito hanno prontamente fatto ricorso a proiettili veri, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per provare a sedare le rivolte, ottenendo tuttavia l’effetto contrario.
Tuttavia, mentre i media mainstream di tutto il mondo concentrano l’attenzione sul recente ban del governo ad alcune piattaforme social come causa principale e innesco del malcontento, è bene sottolineare come i problemi siano strutturali e radicati nel tessuto economico nepalese.
Forse un buon punto di partenza per comprendere le ragioni reali e profonde delle proteste sono le ordinanze economiche approvate quest’anno dal governo come misura urgente, emanate durante la pausa parlamentare senza un vero e proprio iter legislativo e convertite in legge solo in un secondo momento (una modalità che non può non ricordare come in Italia il DDL 1660 sia diventato legge nella scorsa primavera).
Gli obiettivi e i metodi principali di questi provvedimenti possono essere così brevemente riassunti:
- attrarre capitali esteri in settori prioritari (energia, turismo, infrastrutture) attraverso la semplificazione delle procedure di approvazione e rimpatrio dei capitali;
- favorire la crescita delle esportazioni di servizi IT con un obiettivo di tre trilioni di rupie in dieci anni, consentendo alle aziende IT nepalesi di investire all’estero, aprire filiali e rimpatriare legalmente i guadagni;
- accelerare la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali e di energia semplificando le procedure per progetti in aree forestali e per l’acquisizione di terreni per progetti di “priorità nazionale”;
- ridurre il peso dello Stato sull’economia e privatizzare vari settori (Privatisation Act);
- incentivare la produzione per l’esportazione e agevolare il trasferimento di macchinari verso le Zone Economiche Speciali.
Com’è evidente, quindi, in Nepal è in corso a una rapida accelerazione dei processi di liberalizzazione e inserimento dell’economia del Paese nelle catene globali del valore attraverso la semplificazione delle normative per le imprese, l’attrazione di investimenti esteri (il cosiddetto Foreign Direct Investement, ovvero un investimento effettuato da un soggetto economico residente in un altro Paese con l’obiettivo di stabilire un interesse duraturo e un’influenza significativa nella gestione di quell’impresa) e la promozione delle esportazioni, con effetti immediati sulla distribuzione interna della ricchezza a vantaggio delle élite (inasprita, come se non bastasse, da una galoppante inflazione e da salari esigui, che arrivano a circa 20.000 NPR mensili (120 euro) per le fasce di reddito più basse).
Si consideri, inoltre, che una larga fetta dell’economia nepalese è di tipo informale, con poche regolamentazioni e bassa produttività, il che frena ulteriormente gli investimenti e mantiene i salari bassi.
Ma sull’ovvia dinamica di classe in gioco in questo contesto si innesta un secondo fattore: quello generazionale. Il Nepal ha un tasso di disoccupazione giovanile del 20,8% e, anche tra coloro che lavorano, le carenze strutturali del sistema educativo presenti nel Paese creano perlopiù manodopera poco qualificata e con scarse competenze informatiche, oggi assolutamente necessarie nel mercato del lavoro, quindi facilmente sfruttabile e ricattabile.
A ciò si aggiunge un altro dato estremamente indicativo della condizione delle fasce giovanili nel Paese asiatico: nell’anno fiscale 2024/2025, il Dipartimento per l’Impiego Estero del Nepal ha rilasciato 839.266 permessi di lavoro per l’estero, un numero enorme per una popolazione di 30 milioni di abitanti e che mette in luce l’emigrazione giovanile come problema endemico, con effetti visibili sulla struttura demografica di interi villaggi e sul tessuto economico del Paese (si pensi solo che il 7% della popolazione è all’estero per lavoro e che le rimesse degli emigrati arrivano a costituire il 33% del PIL nazionale).
A questa generazione affamata, in Nepal come in moli altri casi, per anni è stato venduto il sogno di un futuro roseo grazie al capitalismo neoliberista, in cui un tanto acclamato “sviluppo” avrebbe reso possibile la mobilità sociale e il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di nepalesi.
Non solo ciò non è avvenuto, ma anzi oggi la cosiddetta Gen-Z si trova privata di diritti basilari a causa degli ingenti tagli alla spesa pubblica e alla privatizzazione di settori fondamentali come istruzione e sanità.
Le proteste sono quindi diventate il grido di chi non vede un futuro nel proprio Paese, il sintomo più eclatante dello scarto tra aspettative e realtà e la presa di coscienza di una classe politica corrotta, debole e piegata agli interessi dei grandi capitali finanziari mondiali.
Ai giovani nepalesi non basta più indignarsi contro le vite sfarzose dei cosiddetti “nepo kids”, cioè i figli di persone potenti o famose che beneficiano dell’influenza e della posizione dei genitori per ottenere vantaggi nella carriera e nella vita, che i social media rendono sempre più visibili; oggi chiedono un cambiamento radicale del sistema, che vada oltre il singolo esecutivo, per abbattere le dinamiche di potere strutturalmente corrotte e oligarchiche che il fenomeno dei “nepo kids” ha contribuito a smascherare.
Non si tratta, quindi, solo di un movimento contro la limitazione delle libertà di parola – che è la punta dell’iceberg – ma dell’emersione di contraddizioni economiche e sociali finora nascoste dal sogno del progresso. Si tratta di una rabbia profonda e radicata, che apre scenari imprevedibili.
Fonte
[Contributo al dibattito] - Nepal in fiamme tra induismo, maoismo e rabbia della Generazione Z
Oggi il Parlamento nepalese è in fiamme e il Paese sprofonda nel caos della crisi con le dimissioni del Primo Ministro, KP Sharma Oli, a seguito di massicce proteste. Tra i leader che si sono dimessi: il ministro degli Interni, il ministro dell’Agricoltura, il ministro della Gioventù e dello Sport, il ministro dell’Acqua.
Le dimissioni arrivano mentre i manifestanti, spinti dalla rabbia della cosiddetta Generazione Z (ragazzi nativi digitali tra i 22 e i 27 anni), continuano a sfidare il coprifuoco e a scontrarsi con le forze di sicurezza. Protestano contro corruzione governativa e nepotismo. La popolazione è infuriata per la circolazione di video che mostrano lo stile di vita lussuoso dei figli dei politici. “Fermate la corruzione, non i social media”, canta la folla fuori dal Parlamento sventolando bandiere nazionali. I disordini, infatti, sono stati innescati dal recente blocco imposto dal governo di 26 piattaforme social, incluse Facebook, Instagram e YouTube. Il divieto è stato revocato nelle prime ore del 9 ottobre, ma le proteste erano già diventate un massacro con almeno 20 manifestanti uccisi dalla polizia e più di 250 feriti. In assenza di una leadership politica, l’esercito nepalese ha preso in mano la situazione per gestire la sicurezza.
Ma è tutta la recente storia del Nepal – Repubblica dal 2008 – ad essere una tragedia. E ricordiamo che il Nepal era, fino al 2006, l’unico Stato al mondo ad adottare l’induismo come religione ufficiale (1).
Con il supporto dell’India negli anni 1947 – 1951 il Movimento Democratico (Loktantra Andolan ) rovesciò il potere ‘feudale’ della famiglia Rana, consentendo al re Tribhuvan il ritorno dall’esilio. A questi succedette il figlio Mahendra che nel 1962 bandì i partiti politici ed instaurò il sistema di governo tradizionale nei paesi induisti dei Panchayat (“Consigli dei cinque”) senza partiti. Il successivo sovrano Birendra fu costretto dalle proteste popolari del 1990 a concedere le elezioni.
Dal 1996 al 2006, la guerra civile ha causato circa 13.000 morti.
Nel 2001 avvenne la sanguinosa strage – scatenata dal figlio di re Birendra – dell’intera famiglia reale. Gyanendra Bir Bikram Shah Dev, fratello minore di Birendra, fu tra i pochi sopravvissuti al massacro e salì al trono. Nel 2005 il sovrano licenziò il governo ed assunse direttamente il potere esecutivo, cui rinunciò l’anno seguente a causa di una nuova ondata di malcontento popolare del Loktantra Andolan che collaborò con il movimento rivoluzionario di ispirazione maoista. I maoisti espulsero i partiti vicini alla monarchia, espropriando i ‘capitalisti’ locali e realizzando progetti di sviluppo. La guerriglia maoista rafforzò la sua popolarità presso settori della società (donne, caste e ‘intoccabili’, minoranze etniche) sia eliminando le discriminazioni e i matrimoni forzati, sia fornendo assistenza sanitaria gratuita e alfabetizzazione (a Kathmandu tuttavia continuano a mancare le fognature e ad ogni pioggia le vie diventano fiumi di fango!).
Dopo una lenta transizione verso una forma democratico-repubblicana, nel 2006 i maoisti e il governo raggiunsero un accordo per una Costituzione provvisoria, aprendo Governo e Parlamento anche ai ribelli maoisti che ormai avevano deposto le armi. La legislatura ad interim ha portato all’elezione di un’Assemblea Costituente. Nel 2007 gli ex ribelli maoisti e i partiti si sono accordati sulla definitiva abolizione della monarchia e venne approvato dal Parlamento un emendamento costituzionale per trasformare il Nepal in Repubblica parlamentare e federale. Alle elezioni del 10 aprile 2008 è stata confermata la vittoria della coalizione maoista-marxista-leninista e il 23 maggio 2008 è stata proclamata ufficialmente la Repubblica del Nepal e la laicità dello Stato.
Il 28 ottobre 2015 (anno del violento terremoto - 25 aprile) il Nepal ha la sua prima donna presidente, Bidya Devi Bhandari, già vicepresidente del CPN (ML) Communist Party of Nepal-Unified Marxist Leninist. Proposta dall’ex capo dei maoisti, Pushpa Kamal Dahal, e da un largo fronte della sinistra, Bhandari ha sconfitto il rivale del partito conservatore del Congresso nepalese. Il voto comunque è stato boicottato dai madhesi, l’etnia che vive nella fascia meridionale confinante con l’India e che si è opposta con violente proteste alla nuova Costituzione varata il 20 settembre 2015 in cui ha avuto un importante ruolo Bhandari.
Il mandato di Bhandari si è concluso nel 2023. Ram Chandra Paudel candidato del Congresso nepalese e dell’alleanza di 10 partiti, è stato eletto Presidente il 9 marzo 2023.
Eppure i “sommovimenti sismici” del Nepal (che ancora non ha le fogne) continuano: già da qualche anno si è consolidato un movimento monarchico che organizza periodicamente manifestazioni di piazza e, in un mix esplosivo, rimesta istanze politiche, richieste sociali, aspirazioni religioso-sciamaniche e nostalgie per il colonialismo britannico.
Appena il 9 marzo scorso circa 10 mila persone si sono radunate all’aeroporto Tribhuvan di Kathmandu per accogliere l’ex re Gyanendra Bir Bikram Shah Dev che governò tra il 2001 e il 2008 e che abdicò in seguito alle proteste di massa. La capitale è diventata così teatro di scontri tra sostenitori della restaurazione monarchica e polizia: 2 morti e 41 feriti. I monarchici accusano i partiti politici governativi (specialmente i maoisti) di corruzione e chiedono a gran voce l’abolizione della laicità statale e la reintroduzione dell’induismo come religione di Stato. Ciò che impressiona è che questi tradizionalisti in rivolta considerino tuttora l’ex sovrano una manifestazione (avatar) del dio Vishnu.
Quelli che manifestano e protestano hanno perso fiducia verso il sistema politico repubblicano, ma non si capisce da chi siano manovrati e organizzati né quali siano i loro obiettivi nel breve periodo, sembrerebbe una rivoluzione colorata a rovescio o dipinta male. E certamente le nostre categorie di destra e sinistra, conservazione e rivoluzione, libertà democratica e di religione, risultano del tutto scombinate.
Per capire il Nepal, forse è necessario – come per capire l’India – ricorrere ad altri parametri di osservazione antropologica ed etnografica, poiché persino le lodevoli inchieste sui Diritti Umani sono costrette a prendere atto di una realtà sociale lontanissima dalle categorie indicate dalle N-U.
Note
(1) La maggioranza della popolazione professa l’induismo, il 20% circa pratica il buddhismo della corrente tibetana Vajrayana. In alcune aree rurali si praticano la religione Bön (forma di sciamanesimo pre-buddista) e l’animismo (religione dei Kiranti).
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