Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/06/2018

L’asse del male esce dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite

Prima Israele e adesso gli Usa si chiamano fuori dell’organismo delle Nazioni Unite dedicato alla difesa dei diritti umani. Ad annunciare il ritiro è stata ieri l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Nikki Haley, sostenendo che l’organo delle Nazioni Unite “non ha più nulla a che vedere con il suo nome”.

Da giorni si parlava di una imminente uscita da parte di Washington. E lunedì, a Ginevra, l’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha dato inizio alla sessione annuale che durerà fino al 3 luglio. “Facciamo questo passo perché il nostro impegno non ci permette di essere parte di una ipocrita ed egocentrica organizzazione che deride i diritti umani”, ha continuato Haley.

L’amministrazione Trump aveva già criticato alcune posizioni interne dell’organismo delle Nazioni Unite. La Haley aveva avvertito che gli Usa avrebbero lasciato se non fossero stati rimossi “i pregiudizi cronici contro Israele”. Insieme alla Haley l’annuncio è stato dato anche dal segretario di Stato Mike Pompeo che ha definito lo Human Rights Council come “un esercizio di ipocrisia senza vergogna”.

Con un esercizio di fantasia che meriterebbe approfondimenti (sul piano della diffusione di false notizie non documentate ndr) la Haley invece ha ricordato come lo Human Right Council delle Nazioni Unite non abbia fatto nulla per “denunciare le violenze dell’Iran nei confronti dei cittadini americani”(?), una denuncia su cui il mondo normale non sembra avere a disposizione informazioni.

La Haley ha continuato sostenendo che altre nazioni – ma non indica né quante né quali – sono imbarazzate per il trattamento verso Israele, ma non hanno il coraggio per confrontarsi e cambiare lo status quo. I membri dell’organo interno all’Onu il mese scorso hanno votato per iniziare una indagine sull’uccisione di cittadini palestinesi da parte di Israele a Gaza, accusando le autorità di Tel Aviv di eccessivo uso della forza. Solo gli Stati Uniti e l’Australia avevano votato contro il provvedimento. E alla posizione si è aggregata ovviamente la Gran Bretagna che ha condannato i pregiudizi contro Israele da parte dello Human Rights Council.

L’unico a esprimere soddisfazione per la decisione statunitense è stato, come prevedibile, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “La decisione Usa – ha scritto il premier israeliano su Twitter – di lasciare quell’organismo pieno di pregiudizi è una dichiarazione inequivoca che il vaso è colmo. Israele accoglie con soddisfazione l’annuncio americano”.

Non può non colpire la coincidenza temporale con cui gli Stati Uniti annunciano il loro ritiro dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite mentre il mondo – e una parte dell’opinione pubblica statunitense – prendono visione delle misure contro l’immigrazione clandestina negli Usa con lo spettacolo dei bambini separati dai genitori e rinchiusi nelle gabbie. Ma è lo stesso mondo e la stessa opinione pubblica che troppo spesso hanno chiuso gli occhi sulle gabbie dell’apartheid israeliano contro i palestinesi. Quando si è cercato di denunciarlo, Usa e Israele “hanno portato via il pallone.”

Ormai è l’intera civiltà raggiunta nel XX Secolo che ha ingranato la marcia indietro.

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26/01/2018

Palestina: Trump vuole imporre un cambio di leadership

I palestinesi vogliono ancora aiuti economici da parte degli Stati Uniti? Allora devono riprendere i negoziati. Anzi, forse devono proprio cambiare leadership (e ad Abu Mazen iniziano a fischiare le orecchie).

Al netto della rozzezza comunicativa a cui Donald Trump ci ha abituato, quello che emerge dalle dichiarazioni “sovrapposte” del presidente USA da Davos e dell’ambasciatrice Haley durante un discorso all’Onu è quasi una sorta di ultimatum rivolto direttamente ed esplicitamente al presidente dell’Anp.

Molto diretto Trump, altrettanto la Haley. Il concetto è chiaro: o ti adegui a quello che è il nostro progetto per la questione palestinese – e più ampiamente per un riassetto complessivo dell’area mediorientale – o devi trovare un altro lavoro.

A margine del World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Trump è dunque intervenuto sulla questione palestinese, partendo dal suo disappunto nei confronti di Abu Mazen per la “mancanza di rispetto” del rifiuto ad incontrare il vice presidente Pence la scorsa settimana.

La scelta del leader palestinese, ovviamente per protesta rispetto alla scelta dell’amministrazione USA di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, ha dato fastidio a Trump, secondo cui invece la decisione unilaterale presa è un elemento “a favore della pace” (!!!).

“Nei negoziati precedenti non riuscivamo mai ad andare oltre la questione di Gerusalemme. Ora l’abbiamo tolta dal tavolo, così non dobbiamo più parlarne” – ha dichiarato il presidente, aggiungendo poi la prima minaccia: “Diamo centinaia di milioni di dollari ai palestinesi. Quei soldi sono sul tavolo, non li riceveranno più se non si siedono a trattare”.

La grande idea di Trump è più o meno questa: con la concessione di Gerusalemme capitale, Israele dovrà mostrarsi meno rigida, e se i palestinesi si ammorbidiscono ulteriormente (cioè in pratica annullando qualsiasi tipo di pretesa) sarà possibile addivenire ad un accordo. Il tutto con l’aiuto dell’Arabia Saudita che, in cambio di sostegno contro l’Iran, convincerà i palestinesi a fare i bravi. Facile no?

Non c’è bisogno di spiegare come tutto sia a vantaggio di Israele, e che l’unica prospettiva che questo tipo di progetto prevede per il popolo palestinese è accettare silenziosamente il proprio destino.

Beh, diciamo che a fare piani di pace così, saremmo bravi un po’ tutti.

Ma torniamo alle dichiarazioni: a rincarare la dose, come detto, l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, che è stata forse ancora più ficcante: “Abu Mazen ha offeso il nostro presidente. Gli manca il coraggio e la volontà di cercare la pace”.

Per capire in che direzione si sta andando, è interessante anche citare il primo ministro israeliano Netanyahu, che in un confronto con il giornalista Fareed Zakaria ha descritto quale sia l'idea di accordo con i palestinesi come “qualcosa di simile a quello che gli Stati Uniti offrirono alla Germania dopo la seconda guerra mondiale”, aggiungendo che i palestinesi possono anche autogovernarsi, ma Israele deve continuare a garantire la sicurezza nei loro confini.

Tutto chiaro, insomma.

Le risposte da parte palestinese sono arrivate da Hanan Asrawi, dell’Olp – “Rifiutarsi di incontrare l’oppressore non è una mancanza di rispetto, è un segno di rispetto di se stessi” – e da Nabil Abu Rudeina, portavoce di Abu Mazen – “La minaccia della politica di fame e sottomissione non funzionerà con il popolo palestinese. Se la questione di Gerusalemme è fuori dal tavolo gli Usa resteranno fuori da quel tavolo”.

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17/01/2018

Dimezzati i fondi statunitensi ai palestinesi, si materializza la vendetta

Gli effetti della minaccia di Nikki Haley, l’ambasciatrice americana all’Onu che sogna di salire alla Casa Bianca e per questo picchia duro più del boss che l’ha voluta in quel ruolo, si fanno sentire. Lei col piglio dell’immigrato che rinnega le origini (la sua famiglia è indiana, non pellerossa ma del Panjab) e diventa negatrice d’ogni diritto, aveva tuonato contro il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che bocciava la proposta di considerare Gerusalemme capitale di Israele. “Ci ricorderemo di voi” aveva dichiarato in faccia ai 128 delegati dei Paesi che sotterravano l’idea inseguita dal premier sionista Netanyahu. Dopo neppure un mese l’amministrazione statunitense passa all’azione, colpendo in primo luogo gli aiuti diretti all’Unrwa, l’agenzia Onu che interagisce con le Organizzazioni non governative impegnate nell’assistenza ai profughi palestinesi dislocati in Libano, Giordania, Siria. Verranno colpite anche le strutture sanitarie e d’istruzione create a Gaza e in Cisgiordania. I fondi vengono letteralmente dimezzati e passano dai 125 milioni di dollari del 2017 ai 65 milioni stanziati per l’anno in corso, coi quali ovviamente o non si riuscirà a coprire adeguatamente i servizi finora creati, oppure se ne dovrà sopprimere un congruo numero. In ogni caso ci rimetterà la popolazione.

Il rappresentante palestinese dell’Olp negli Stati Uniti, raggiunto dall’emittente Al Jazeera, ha dichiarato che quei fondi non rientravano in nessuna contrattazione, rappresentavano un obbligo internazionale. Ma la linea Trump, volta a sostenere i desideri più insostenibili della destra israeliana che da anni detta legge nel Paese, presta il fianco a ogni sorta di provocazione per infiammare gli animi. Privare centinaia di migliaia di bambini palestinesi anche di quell’istruzione basilare rappresentata dalle scuole primarie e tagliare l’assistenza sanitaria a loro stessi e ai familiari, punta a incrementare una frustrazione già elevatissima, ancor più nei Territori Occupati dove check-point e insediamenti coloniali illegali fungono quotidianamente da spunto per vessazioni e violenze. Nella sua spiccia volgarità Trump era stato chiarissimo nel ricordare come con le centinaia di milioni di dollari annuali “pagati” ai palestinesi erano attesi un rispetto e l’apprezzamento anche delle più canagliesche iniziative, e quella su Gerusalemme lo è in pieno. Se gli Accordi di Oslo, sminuenti per ogni prospettiva di autodeterminazione palestinese, risultano un vago ricordo superato e calpestato dall’aggressivo realismo politico di Tel Aviv in atto da un quarto di secolo, il sostegno globale al sionismo punta ad alzare sempre più l’asticella. E propone privazione, umiliazione, repressione, secondo cicli permanenti e crescenti.

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25/12/2017

Massiccio attacco ucraino al Donbass e lo stato di Binomo di Nikki Haley

In teoria è cominciato dalle ore 00:00 di sabato “l’armistizio di fine anno” nel Donbass, su cui si sono accordate le parti al Gruppo di contatto per l’applicazione degli accordi di Minsk. Ma l’agenzia Novorossija, alle 7.30 di domenica ora italiana, dava notizia di violazioni da parte delle forze ucraine, con tiri di mortai e lanciagranate di vario tipo e calibro in direzione dei villaggi di Frunze e Kalinovka, nella LNR, rispettivamente 50 km a ovest e 70 km a sud di Lugansk.

Ben più numerose e pesanti le violazioni ucraine sabato scorso, non appena entrato in vigore il cessate il fuoco, con tiri di lanciagranate automatici su Jasinovataja, poco a nord di Donetsk, colpi di mortai di vario calibro su Gorlovka e Golmovskij, mentre nell’immediata vigilia dell’armistizio, le truppe di Kiev avevano ripetutamente effettuato lanci di razzi “Grad” addirittura fin sui quartieri periferici della capitale della DNR. Sempre nella mattinata di sabato, colonne di autoarticolati carichi di carri armati, erano state filmate nell’area di Kherson, dirette verso Donetsk (vedi video).



Come già detto nei giorni scorsi, difficile non collegare, sia pure indirettamente, la nuova offensiva ucraina, alla notizia della decisione americana e canadese sulla fornitura ufficiale di “armi letali” a Kiev. In particolare, quello che più sembra impressionare gli osservatori vicini a DNR e LNR, che temono ora una significativa disparità di forze sul campo, rispetto al relativo attuale equilibrio, sembra la decisione sull’invio di lanciarazzi individuali controcarro FGM-148 “Javelin, di cui si parla da tempo.

Ora, ci sono interpretazioni diverse sulla potenziale efficacia dei “Javelin”. Alcuni analisti ritengono che la loro fornitura alle forze ucraine risponda più agli interessi economici del complesso militare-industriale USA e non debba incidere più di tanto nelle operazioni belliche, dato che le milizie non fanno un largo impiego di mezzi corazzati. Altri, invece, osservando lo schieramento di forze e mezzi USA e NATO tutto intorno alla Russia, nel suo complesso, e rilevando che la guerra nel Donbass non è combattuta in aria e che, dunque, le armi ora in dotazione a Kiev sono più che sufficienti contro i vecchi carri sovietici T-72 e T-80, ritengono che la fornitura dei “Javelin” sarebbe un chiaro segnale a Kiev per una escalation nel Donbass.

Questo potrebbe spingere la Russia a fornire alle Repubbliche popolari tipi più moderni di carri armati, quali il “T-90” o anche il “T-14”, modelli contro cui il “Javelin” non è ancora stato testato sul campo. Di nuovo, quindi, gli interessi dell’industria militare yankee: fornire i “Javelin” all’Ucraina per provarli in battaglia, dato che quelli già forniti a ex Repubbliche sovietiche quali Estonia, Lettonia o Georgia non sono ancora stati testati in battaglia.

Come che sia, la concentrazione delle forze ucraine lungo la linea del fronte si è fatta più forte proprio negli ultimissimi giorni, in concomitanza con l’annuncio statunitense e canadese, che non può non essere interpretato anche come un chiaro segnale di sfida a Vladimir Putin, che da mesi sta ammonendo Washington e Kiev sul fatto che Mosca “non consentirà il massacro” della popolazione di lingua russa del Donbass.

Ma, “Javelin” a parte e a far da contrappeso, proprio nelle ultime ore è divenuta ufficiale la decisione dell’Ossetia meridionale (quella attaccata dall’allora presidente yankee della Georgia Mikhail Saakašvili il 08.08.2008) di riconoscere DNR e LNR: cosa impedisce ora a Tskhinval di divenire una piazzaforte avanzata per la fornitura massiccia di armi al Donbass, come ripetutamente sollecitato da quanti, a Mosca, chiedono che LNR e DNR vengano riconosciute come parti combattenti?

Di fronte al rinnovato inasprirsi della situazione al fronte, ben poca o nulla rilevanza ha dunque, se non di pura cronaca, la notizia del fermo, ieri, all’aeroporto di Ginevra, dell’ex primo ministro golpista e pupillo di Victoria-Fuck-the-UE-Nuland, il banchiere Arsenij Jatsenjuk. Per il vero, il servizio immigrazione svizzero ha trattenuto per controlli l’artefice del “vallo europeo a difesa dalla minaccia russa” per non più di dieci minuti, sulla base di una richiesta rivolta a suo tempo da Mosca all’Interpol.

Nel marzo scorso, infatti, il tribunale cittadino di Essentuki, nel Territorio di Stavropol, aveva riconosciuto Jatsenjuk colpevole di torture e fucilazione di prigionieri di guerra russi durante le guerre cecene, nel 1994-’95 e nel 2000 e si era espresso per il suo arresto in contumacia. L’inchiesta penale nei confronti di colui secondo il quale la seconda guerra mondiale era stata “causata dall’aggressione dell’URSS alla Germania”(!), era stata avviata in Cecenia, nel settembre 2015. A fondamento dell’accusa, la testimonianza di un ex membro dell’organizzazione UNA-UNSO che, come riporta la Tass, era penetrato in Cecenia dalla Georgia insieme ad altri nazionalisti ucraini, che avevano dato vita al battaglione “Viking”, di cui faceva parte lo stesso Arsenij Jatsenjuk.

E quasi a sdrammatizzare la situazione, Russkaja Vesna riporta la nuova impresa di “Leksus & Vovan”, i pranker russi Aleksej Stoljarov e Vladimir Kuznetsov, già in passato autori di scherzi simili ai danni del premier ucraino Grojsman, congressisti USA, a Lukašenko, Erdogan, Petro Porošenko, o al segretario NATO Jens Stoltenberg. L&V questa volta hanno preso di mira la rappresentante USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, dopo lo schiaffo ricevuto da Washington al palazzo di vetro per la risoluzione su Gerusalemme.

Spacciandosi per il nuovo primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, Vovan ha intrattenuto Haley per circa venti minuti, senza che questa sospettasse di nulla, spaziando dalle preoccupazioni polacche per le armi americane a Kiev, dagli attriti tra Varsavia e Kiev sulla questione delle minoranze nazionali, dalla richiesta di appoggio a Saakašvili contro Porošenko, al voto polacco all’ONU favorevole alla risoluzione USA, parlando anche di “North stream-2”, Crimea e sanzioni alla Russia, Unione europea. Fino alle stilettate finali sul fantomatico stato di “Binomo” e le “rivelazioni” di Petro Porošenko sulle molestie sessuali subite da parte di Kevin Spacey.

Come già fatto mesi fa con la deputata del Congresso USA Maxine Waters, cui Leksus aveva dato a intendere di truppe russe in Gabon, in appoggio al regime di Ondimbu e di hacker russi che avrebbero influito sulle elezioni nel Limpopo, così da defenestrare il presidente Barmalej e mettere al suo posto la marionetta del Cremlino Ajbolit, così ora Vovan ha “informato” Haley sulla situazione nel “Binomo, non lontano dal Viet Nam, nel sud della Cina”, in cui si sarebbero tenute elezioni hackerate da Mosca. “Lei conosce il Binomo?” ha chiesto Vovan; ancora una volta, è stata confermata la preparazione geografica delle alte sfere yankee USA: “Sì, sì” ha esclamato Haley. “Cosa pensa del Binomo: Be-I-eN-O-eM-O? Lei capisce di cosa stiamo parlando” ha insistito Vovan. “Sì, sì; perfettamente”...

Qualche Ministra italica potrebbe tirare un sospiro di sollievo, pensando che forse anche ai genitori Sikh di Nikki Haley, in America, non hanno riconosciuto il titolo di studio del Punjab.

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19/12/2017

Gli Usa, isolati, pongono veto a Risoluzione Onu su Gerusalemme/Al Quds

In un totale isolamento dentro un organismo che li ha visti spesso comportarsi come i padroni di casa, gli Stati Uniti hanno posto il veto sulla risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dall’Egitto, una risoluzione che respinge la scelta dell’amministrazione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme/Al Quds come capitale di Israele. Si tratta del primo veto posto dall’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Nikki Haley.

La risoluzione è un chiaro attacco alla scelta di Trump. La proposta presentata dall’Egitto chiedeva agli stati aderenti all’Onu di non spostare la propria ambasciata a Gerusalemme/Al Quds come invece faranno gli Stati Uniti, una scelta che sta creando scontri sanguinosi e proteste in tutti i Territori Palestinesi e forti tensioni con gli altri stati arabi della regione. Tutti gli altri 14 stati membri del Consiglio di sicurezza hanno appoggiato la risoluzione egiziana.

Il voto sulla risoluzione su Gerusalemme/Al Quds è un “insulto che non dimenticheremo” ha detto l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’Onu, Nikki Haley, dopo aver posto il veto sulla risoluzione avanzata dall’Egitto che non è passata solo a causa dell’opposizione degli Usa. “Ciò a cui abbiamo assistito oggi al Consiglio di sicurezza è un insulto. Non sarà dimenticato”, ha detto la Haley, affermando che si tratta di un esempio che “le Nazioni Unite fanno più male che bene nel tentativo di risolvere il conflitto tra Israele e Palestina”.

Una affermazione che contiene in se tutta l’ostilità e la doppiezza dell’amministrazione Trump sul ruolo delle Nazioni Unite. A ottobre Donald Trump aveva deciso il ritiro formale degli Stati Uniti dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite con quasi 200 membri preposta a promuovere pace e sicurezza attraverso la collaborazione scientifica, culturale e nell’educazione, e lo aveva fatto proprio denunciando il suo “pregiudizio anti-israeliano”.

Undici giorni dopo, lo stesso Trump intervenendo al palazzo di vetro aveva affermato invece che “L’Onu ha contributo “alla pace e alla sicurezza” e “continuiamo a ritenere che possa giocare un ruolo importante nel risolvere le dispute internazionali”. “Anche se resta ancora molto lavoro da fare” affinché l’Onu possa esprimere il suo pieno potenziale, “riaffermiamo il nostro pieno impegno per il raggiungimento dei suoi obiettivi”.

Le ipotesi sono due: o hanno ragione quelli che nutrono seri dubbi sulla salute mentale del presidente statunitense, oppure siamo in presenza di una doppiezza fisiologica nel rapporto tra l’amministrazione Usa e il resto della comunità internazionale. Nella consapevolezza che nel XXI Secolo gli Stati Uniti non sono più i primus inter pares nelle sedi internazionali, ma che faranno di tutto per tornare ad esserlo. E qui si celano i veri pericoli.

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30/11/2017

Gli Stati Uniti evocano la guerra contro la Corea del Nord, ma chiedono alla Cina di fare il “lavoro sporco”


Se l’ambasciatore degli Usa all’Onu afferma che “Ora la guerra è più vicina”, diventa impossibile – e letale – sottovalutare il clima che si va determinando nelle relazioni internazionali. Sono parole pesanti quelle pronunciate dall’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley, durante il consiglio di sicurezza convocato d’urgenza sulle tensioni nucleari con la Corea del Nord. Fanno meno effetto gli insulti di Trump verso Kim Jon Un, una guerra delle parole non produce morti e distruzione, rende ridicoli solo gli autori.

Negli Usa al momento sono allo studio nuove sanzioni finanziarie, mentre il Pentagono valuta l’ipotesi di un blocco navale intorno alle coste della Corea del Nord (di fatto un atto di guerra). In realtà sono in molti a volere – e a sperare – che sia la Cina a fare il “lavoro sporco” contro la Corea del Nord per conto della cosiddetta comunità internazionale (che in questo caso coincide solo con Usa e Giappone).

Dagli Usa è partito l’ennesimo appello rivolto soprattutto a Pechino per “tagliare tutti i rapporti con Pyongyang”, per isolare ulteriormente la Corea del Nord: dai rapporti diplomatici, alla cooperazione militare, scientifica e commerciale, passando per lo stop a tutte le importazioni ed esportazioni. “Alcuni paesi invece continuano ancora a finanziare il programma nucleare nordcoreano” ha tuonato l’ambasciatrice statunitense all’Onu. il presidente Usa Donald Trump ha discusso la situazione con il presidente cinese Xi Jinping invitandolo a “tagliare le forniture di petrolio” verso Pyongyang, una decisione che metterebbe in ginocchio l’economia del Paese. “Sarebbe un passo decisivo negli sforzi mondiali per fermare questo reietto internazionale”. Contestualmente l’ambasciatrice statunitense all’Onu, Nikky Haley ha minacciato anche che se Pechino non dovesse agire per interrompere le forniture gli Stati Uniti “potrebbero prendere la situazione del greggio nelle proprie mani”.

I dati rilevati da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud confermano che il missile lanciato martedì è il più potente mai testato da Pyongyang. Il ministro della Difesa giapponese, Itsunori Onodera, ha riferito che il missile si è suddiviso in più parti durante la fase terminale del suo volo, e non è dunque da escludere che Pyongyang abbia testato un vettore a testate multiple indipendenti capace di raggiungere la costa orientale degli Stati Uniti. Uno scenario da incubo imprevisto e imprevedibile fino a pochi mesi fa per la potenza occidentale che ha fatto della supremazia militare l’ultimo e unico asset da giocare nella ridefinizione – a loro svantaggio – delle relazioni internazionali nel loro complesso.

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10/04/2017

Siria - Confusione a Washington, il fronte pro-Assad serra i ranghi

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Donald Trump e il re saudita Salman hanno affabilmente parlato sabato al telefono dell’attacco ordinato nella notte tra giovedì e venerdì dal presidente americano contro la base aerea siriana di Shayrat. Salman ha ribadito tutto il suo apprezzamento per quella che ha, di nuovo, descritto come una «decisione coraggiosa che serve gli interessi regionali e del mondo».

Dopo le tensioni degli anni di Barack Obama alla Casa Bianca, le relazioni tra Washington e Riyadh sono di nuovo «back on track», sul binario giusto, grazie ai 59 missili Tomahawk lanciati contro la base siriana. Sabato mentre il “Custode di Mecca e Medina” e il tycoon discorrevano dei passi successivi da muovere in Siria, i cacciabombardieri sauditi colpivano Saada e altre località in Yemen, facendo almeno cinque vittime civili.

Amnesty International tra il disinteresse dei governi occidentali, continua la sua campagna per fermare la vendita delle armi, anche italiane, usate dall’Arabia Saudita in Yemen dove la guerra civile ha già fatto più di 12mila tra morti e feriti civili, molti dei quali uccisi dai bombardamenti sauditi.

Ma le bombe della monarchia Saud sono considerate solo dei confetti dai tanti esponenti del centrosinistra e della destra in Italia, dal PD ai Forzisti, che in queste ore si affannano a legittimare i Tomahawk sparati da Trump e a condannare i “crimini di guerra” di Bashar Assad, senza aver avuto prove da fonti realmente indipendenti del presunto uso di armi chimiche che sarebbe stato fatto dall’aviazione governativa siriana nella provincia di Idlib con decine di civili uccisi, tra i quali anche bambini.

Costoro non hanno aperto bocca quando gli Usa con i loro bombardamenti aerei aveva provocato, appena qualche giorno prima, la morte di quasi 200 civili iracheni a Mosul e ora restano in silenzio di fronte ai 15-20 siriani, tra i quali quattro bambini, uccisi, stando alle prime informazioni, da un raid americano sul villaggio di Hanida a 30 km da Raqqa.

Trump ha mostrato i muscoli e, attraverso l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, in questi mesi il vero segretario di Stato Usa rispetto all’impalpabile Rex Tillerson, fa sapere è pronto ad usare di nuovo la forza militare contro Damasco. Deve fare i conti tuttavia con le conseguenze delle sue azioni, che ora spingono Mosca a rafforzare i legami con Iran, Siria e altri partner mediorientali.
«Penso che ciò che è accaduto inciderà negativamente sui negoziati [tra governo siriano e opposizione, ndr] di Astana e Ginevra, la cooperazione è a rischio. Speriamo si possa arrivare alle discussioni pratiche sulle opzioni suggerite dall’inviato speciale dell’Onu per la Siria Staffan de Mistura nel corso del prossimo turno dei negoziati», avvertiva ieri il vice ministro degli Esteri russo Gennady Gatilov in un’intervista a Interfax.

Sabato i capi di stato maggiore di Russia e Iran hanno discusso degli attacchi americani e deciso di continuare la lotta congiunta contro i terrorismi jihadista e qaedista. Soprattutto è sceso in campo lo stesso il presidente moderato Hassan Rohani che Trump, con le sue minacce di annullare o di rivedere in profondità l’accordo internazionale sul nucleare iraniano, sta indebolendo a vantaggio dello schieramento interno più radicale, a poche settimane dalle presidenziali.

Rohani ora deve alzare la voce per non perdere consensi di fronte a una opinione pubblica iraniana sempre più scettica rispetto ai benefici economici che aveva lasciato intravedere la firma dell’accordo sul nucleare. Perciò ha chiesto con forza una commissione d’inchiesta internazionale «per chiarire cosa c’è dietro il recente attacco degli Stati Uniti contro la Siria e la verità sull’uso e la provenienza delle armi chimiche usate come pretesto». Rohani ha aggiunto che «il ragazzo (Trump) che ora governa gli Stati Uniti ha sostenuto nella sua campagna elettorale che aveva in mente di combattere i terroristi ma ora i terroristi stanno celebrando l’attacco degli Stati Uniti all’esercito siriano».

Il presidente iraniano ha infine avvertito che «non è chiaro quello che i nuovi funzionari degli Stati Uniti hanno in mente per la regione mediorientale e per il mondo, abbiamo bisogno di essere più vigili e uniti rispetto al passato. Dovremo essere pronti per tutte le possibilità». Rohani sa che una nuova guerra nella regione, dopo gli attacchi americani alla Siria, si è fatta più probabile e fa sapere a Washington che l’Iran è pronto.

AGGIORNAMENTO ore 9 
Ieri, a due giorni dall’attacco statunitense contro la base dell’aviazione siriana di Shayrat, i paesi alleati del governo di Damasco hanno emesso un comunicato congiunto: “L’aggressione contro la Siria supera tutte le linee rosse – si legge nella nota di Russia, Iran e Hezbollah – Reagiremo fermamente ad ogni aggressione contro la Siria e ad ogni violazione delle linee rosse, chiunque le compia. Gli Stati Uniti conoscono molto bene la nostra capacità di reazione”.

Nel comunicato Mosca, Teheran e il movimento sciita libanese accusano Washington di aver agito unilateralmente prima che un’inchiesta chiarisse quanto accaduto una settimana fa a Khan Sheikun e senza attendere l’approvazione delle Nazioni Unite. E minacciano la Casa Bianca: aumenteremo, dicono, il nostro sostegno militare a Damasco.

Da New York risponde Nikki Haley, ambasciatrice Usa all’Onu, e volto dell’aggressione statunitense: è a lei che Trump ha affidato la prima minaccia di attacco alla Siria. Alla Cnn, ieri, Haley ha paventato l’assenza di una soluzione pacifica fino a quando Assad resterà presidente. Un capovolgimento totale rispetto alle posizioni espresse due settimane fa, di apertura all’attuale presidente siriano: “Non c’è alcuna possibilità che una soluzione politica si realizzi con Assad alla testa del regime. Il cambiamento di regime è qualcosa che pensiamo avverrà”.

Molto più morbido il segretario di Stato Tillerson, figura al momento piuttosto evanescente che ieri insisteva nell’indicare nella lotta all’Isis la priorità degli Usa: “È importante mantenere le nostre priorità – ha detto – Una volta che la minaccia dell’Isis sarà ridotta o eliminata, penso che potremo volgere l’attenzione alla stabilizzazione della situazione siriana”.

Una differenza di visioni, almeno nell’immediato, che svela le fratture interne all’amministrazione Usa in politica estera e la volatilità delle reazioni del presidente Trump. Soprattutto a seguito di un attacco, quello di Khan Sheikun, su cui nessuno aveva ancora indagato. Una politica da vendicatore solitario che annulla il ruolo della comunità internazionale. A poco, dunque, serve un Tillerson pompiere che – in vista della visita di domani a Mosca – insiste nel dire che “i russi non erano target di questo particolare raid”.

Chi esce rinvigorito dall’intervento di Trump, ma solo in apparenza, è il presidente turco Erdogan che dopo mesi di melina torna verso Washington. Ankara ha presto abbandonato la posizione – chiaramente poco sincera – che l’ha condotta a riavvicinarsi alla Russia dopo un anno di gelo, ovvero l’accettazione della permanenza di Assad al potere almeno nel primo periodo di transizione.

Ma Erdogan cerca di mantenersi neutrale, nonostante le dichiarazioni pesanti a sostegno del raid espresse nei giorni scosi: ieri il suo ministro degli Esteri Cavusoglu ha tentato un difficile equilibrio, contraddittorio: “Abbiamo accolto con favore il raid Usa contro il regime di Bashar al Assad, ma allo stesso tempo siamo interessati a proseguire i negoziati per arrivare ad un cessate il fuoco nell’ambito di quanto pattuito nei colloqui di Astana. Non c’è nessuna contraddizione”. E invece c’è, visto il sostegno che Mosca e Teheran, sponsor insieme ai turchi di Astana, garantiscono al presidente siriano e visto che naturale partner di quel cessate il fuoco è proprio Assad.

25/11/2016

Casa Bianca, arrivano i barbari

di Michele Paris

L’appello all’unità della nazione lanciato in occasione del giorno del Ringraziamento da Donald Trump è solo il più recente sforzo del presidente eletto degli Stati Uniti di superare le divisioni e i toni più estremi da lui tenuti nel corso della campagna elettorale. Questo è per lo meno ciò che viene spiegato dalla stampa ufficiale americana, assecondata da un Partito Democratico che ha dimenticato in fretta le feroci critiche rivolte al miliardario newyorchese prima del voto, così come gli avvertimenti circa la catastrofe che avrebbe investito il paese in caso di un suo insediamento alla Casa Bianca.

Da ormai due settimane, tra gli oppositori di Trump lo shock del suo successo ha lasciato il posto per lo più a promesse di collaborazione, sforzi per garantire una transizione senza scosse, come ha affermato di voler fare Obama, e al massimo impegni ad attendere le prime iniziative del neo-presidente prima di esprimere un giudizio nei suoi confronti.

Questo atteggiamento accomodante contrasta con il profilo dei membri che Trump ha già scelto per occupare alcune posizioni all’interno della sua nascente amministrazione e con quello di molti altri che sono in fase di valutazione e che potrebbero ricevere un qualche incarico a breve.

Alla settimana scorsa risalgono le nomine a ministro della Giustizia (“Attorney General”) del senatore dell’Alabama, Jeff Sessions, a direttore della CIA del deputato del Kansas, Mike Pompeo, e a consigliere per la sicurezza nazionale del generale in pensione, Michael Flynn. Tutti e tre sono attestati su posizioni di estrema destra e, visti i ruoli che andranno a ricoprire nel prossimo futuro, lasciano intravedere un’involuzione reazionaria nell’ambito della politica estera, della sicurezza nazionale e dei diritti democratici sul fronte domestico.

Sessions è uno dei senatori considerati più a destra della camera alta del Congresso di Washington ed è stato il primo tra i suoi colleghi Repubblicani a sostenere Trump in campagna elettorale. Più volte autore di commenti apertamente razzisti durante la sua carriera giuridica e politica, nel 1986 Sessions era stato proprio per questa ragione uno dei pochissimi nominati alla carica di giudice federale nella storia degli Stati Uniti a essere bocciato dalla commissione Giustizia del Senato, oltretutto a maggioranza Repubblicana.

Pompeo, da parte sua, ha sempre manifestato la propria approvazione sia per i metodi di tortura utilizzati dall’agenzia che andrà a dirigere negli interrogatori di presunti terroristi dopo l’11 settembre, sia per la sorveglianza indiscriminata delle comunicazioni elettroniche dei cittadini condotta dalla NSA. Flynn, infine, è un fanatico anti-islamico, rimosso nel 2014 da Obama dall’incarico di direttore dei servizi segreti militari per l’imbarazzo e il caos provocati dalle sue convinzioni.

La scelta di questi individui aveva fatto seguito all’ingresso alla Casa Bianca come “stratega” presidenziale di Stephen Bannon, ex direttore del sito web di ultra-destra, Breitbart News, e con legami ben documentati con gli ambienti fascisti del suprematismo bianco.

Le nomine più recenti di Trump sono state accolte invece dalla gran parte dei media d’oltreoceano come un tentativo di diversificare gli orientamenti ideologici della sua amministrazione oppure di offrire posizioni di rilievo a donne, dopo che in campagna elettorale si era alienato molte americane a causa delle varie denunce di molestie sessuali che erano emerse.

In realtà, finora i prescelti di entrambi i sessi da Trump continuano ad avere sostanzialmente in comune posizioni di destra, se non di estrema destra. La prossima ambasciatrice USA alle Nazioni Unite sarà ad esempio la governatrice della South Carolina di origine indiana, Nikki Haley, la quale, oltre a non avere nessuna esperienza nell’ambito degli affari internazionali, è una convinta anti-abortista e nel suo attuale incarico ha promosso politiche fiscali ed economiche improntate all’austerity più estrema e al taglio dei servizi pubblici.

Ancora più preoccupante è stata poi la nomina a ministro dell’Educazione di Betsy DeVos, miliardaria ed ex numero uno del Partito Repubblicano in Michigan che ha dedicato la propria vita alla distruzione della scuola pubblica nel suo stato. Anche la stampa americana “mainstream” in questi giorni ha insistito sulle sue attività volte alla promozione delle cosiddette “charter schools”, ovvero scuole private a fini di lucro sovvenzionate con denaro pubblico, e al contenimento dell’attività sindacale degli insegnanti nel settore pubblico.

Betsy DeVos, sorella di Erik Prince, fondatore di Blackwater, la famigerata compagnia che offriva servizi di sicurezza al governo americano in teatri di guerra, nonostante come Nikki Haley abbia talvolta espresso giudizi critici nei confronti di Trump nei mesi scorsi, minaccia di mettere in atto le idee di quest’ultimo in ambito scolastico, fondate sul trasferimento di fondi pubblici agli istituti privati, tramite ad esempio l’erogazione di “voucher” agli studenti che scelgono di frequentarli.

Già nelle prossime ore potrebbero arrivare altre nomine per ricoprire importanti incarichi nell’amministrazione Trump e le prospettive non appaiono migliori. Per il dipartimento della Difesa, il neo-presidente sta valutando, tra gli altri, l’ex generale dei Marines, James Mattis.

Alto ufficiale con incarichi di comando in Iraq e in Afghanistan, Mattis ha mostrato più volte la propria predisposizione al fanatismo ed è associato a numerosi massacri di civili, come le battaglie di Fallujah nel 2004 e, nello stesso anno, il bombardamento su una festa di nozze nella località irachena di Mukaradeeb che fece più di 40 vittime, tra cui 13 bambini.

Più in generale, Trump si è consultato in queste due settimane con svariati ex generali, offrendo probabilmente ad alcuni di loro incarichi governativi. Ciò conferma, al di là di quelle che saranno le scelte definitive, come la nuova amministrazione intenda orientare le proprie iniziative verso un marcato militarismo, con buona pace di quanti si attendono una de-escalation dell’impegno americano all’estero.

Nonostante la prevedibile piega che sta prendendo il processo di transizione di Trump verso la Casa Bianca, come già anticipato, molti esponenti Democratici hanno manifestato aperture nei suoi confronti, soprattutto in merito al piano di costruzione di infrastrutture per centinaia di miliardi di dollari che era al centro della sua campagna elettorale.

Anche se molti “liberal” sostengono di avere trovato un importante punto in comune con il populismo trumpiano, il suo non è un progetto di lavori pubblici che ricordi il New Deal di Roosevelt, ma prevede piuttosto massicce sovvenzioni a imprese private che saranno le principali beneficiarie delle opere che verranno eventualmente realizzate.

Il Partito Democratico sostiene inoltre di poter trovare un’intesa con la nuova amministrazione Repubblicana sulle misure di “nazionalismo economico” propagandate da Trump. La “sinistra” Democratica e i sindacati sono ad esempio sulla stessa lunghezza d’onda del presidente eletto per quanto riguarda la lotta ai trattati di libero scambio, accusati di avere causato l’emorragia di posti di lavoro dagli Stati Uniti negli ultimi decenni. Poca attenzione viene però prestata al pericolo di scatenare una guerra di dazi con gli altri paesi, conseguenza inevitabile del protezionismo propagandato da Trump.

Oltre alla necessità di serrare i ranghi nella classe dirigente americana per far fronte alle tensioni sociali che attraversano il paese, è anche l’illusione di poter lavorare con Trump in questi e altri ambiti ad aver probabilmente convinto i leader Democratici ad astenersi, se non in rare occasioni, dal fare riferimento al margine di vantaggio di Hillary Clinton nel voto popolare. Cosa che avrebbe potuto mettere in dubbio la legittimità dell’agenda reazionaria che si prospetta a partire da gennaio.

Malgrado abbia perso il voto dei “collegi elettorali”, su cui si basano le presidenziali negli Stati Uniti, l’ex segretario di Stato di Obama ha raggiunto un margine di due milioni di voti su Trump quando mancano ancora centinaia di migliaia di schede da scrutinare in stati come la California. Questo risultato è senza precedenti nella storia americana, visto che, tra la manciata di elezioni nelle quali il candidato vincente ha perso il voto popolare, il margine più grande era stato registrato nel 2000, quando Al Gore ottenne circa 540 mila consensi in più di George W. Bush.

L’atteggiamento di deferenza nei confronti di Trump, a fronte della deriva a destra che fa prevedere la selezione dei membri della sua amministrazione, è apparso particolarmente evidente nei giorni scorsi da due episodi che hanno coinvolto i media americani.

Trump si è recato martedì presso la sede del New York Times, cioè il giornale che aveva condotto la battaglia più dura contro la sua candidatura durante la campagna elettorale, giungendo spesso a distorcere i fatti riportati per favorire Hillary Clinton. L’incontro tra il presidente eletto e l’editore e alcuni reporter del giornale newyorchese è stato fin troppo cordiale e non ha toccato le questioni più scottanti relative a Trump, in linea con il proposito fatto recentemente ai lettori di seguire in futuro le vicende politiche in maniera più “equilibrata”.

In precedenza, lo stesso Trump aveva invece convocato nella sua residenza di New York dirigenti e principali “anchormen” dei più importanti network privati nazionali di notizie (ABC, CBS, CNN, FoxNews, MSNBC e NBC), verosimilmente per lamentarsi delle critiche rivolte da molti di loro nei suoi confronti e forse per dare indicazioni sulla copertura giornalistica della nuova amministrazione.

L’evento è decisamente senza precedenti in una democrazia e sembra essere stato caratterizzato da furiose invettive da parte di Trump contro i presenti. Frammenti della discussione sono filtrati solo in forma anonima per essere riportati da alcuni giornali, mentre nessuno dei partecipanti all’incontro si è fatto alcuno scrupolo per l’accaduto, decidendo di rispettare il vincolo di segretezza invece di denunciare gli attacchi del neo-presidente contro quella che dovrebbe essere ancora a tutti gli effetti una stampa libera e indipendente.

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