di Michele Giorgio – Il Manifesto
Donald Trump e il re
saudita Salman hanno affabilmente parlato sabato al telefono
dell’attacco ordinato nella notte tra giovedì e venerdì dal presidente
americano contro la base aerea siriana di Shayrat. Salman ha
ribadito tutto il suo apprezzamento per quella che ha, di nuovo,
descritto come una «decisione coraggiosa che serve gli interessi
regionali e del mondo».
Dopo le tensioni degli anni di Barack Obama alla Casa Bianca, le
relazioni tra Washington e Riyadh sono di nuovo «back on track», sul
binario giusto, grazie ai 59 missili Tomahawk lanciati contro la base
siriana. Sabato mentre il “Custode di Mecca e Medina” e il
tycoon discorrevano dei passi successivi da muovere in Siria, i
cacciabombardieri sauditi colpivano Saada e altre località in Yemen,
facendo almeno cinque vittime civili.
Amnesty International tra il disinteresse dei governi occidentali,
continua la sua campagna per fermare la vendita delle armi, anche
italiane, usate dall’Arabia Saudita in Yemen dove la guerra civile ha
già fatto più di 12mila tra morti e feriti civili, molti dei quali
uccisi dai bombardamenti sauditi.
Ma le bombe della monarchia Saud sono considerate solo dei
confetti dai tanti esponenti del centrosinistra e della destra in
Italia, dal PD ai Forzisti, che in queste ore si affannano a legittimare
i Tomahawk sparati da Trump e a condannare i “crimini di
guerra” di Bashar Assad, senza aver avuto prove da fonti realmente
indipendenti del presunto uso di armi chimiche che sarebbe stato fatto
dall’aviazione governativa siriana nella provincia di Idlib con decine
di civili uccisi, tra i quali anche bambini.
Costoro non hanno aperto bocca quando gli Usa con i loro
bombardamenti aerei aveva provocato, appena qualche giorno prima, la
morte di quasi 200 civili iracheni a Mosul e ora restano in
silenzio di fronte ai 15-20 siriani, tra i quali quattro bambini,
uccisi, stando alle prime informazioni, da un raid americano sul
villaggio di Hanida a 30 km da Raqqa.
Trump ha mostrato i muscoli e, attraverso
l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, in questi mesi il vero segretario
di Stato Usa rispetto all’impalpabile Rex Tillerson, fa sapere è pronto ad usare di nuovo la forza militare contro Damasco.
Deve fare i conti tuttavia con le conseguenze delle sue azioni, che ora
spingono Mosca a rafforzare i legami con Iran, Siria e altri partner
mediorientali.
«Penso che ciò che è accaduto inciderà negativamente sui negoziati [tra governo siriano e opposizione, ndr]
di Astana e Ginevra, la cooperazione è a rischio. Speriamo si possa
arrivare alle discussioni pratiche sulle opzioni suggerite dall’inviato
speciale dell’Onu per la Siria Staffan de Mistura nel corso del prossimo
turno dei negoziati», avvertiva ieri il vice ministro degli Esteri
russo Gennady Gatilov in un’intervista a Interfax.
Sabato i capi di stato maggiore di Russia e Iran hanno
discusso degli attacchi americani e deciso di continuare la lotta
congiunta contro i terrorismi jihadista e qaedista. Soprattutto è sceso
in campo lo stesso il presidente moderato Hassan Rohani che
Trump, con le sue minacce di annullare o di rivedere in profondità
l’accordo internazionale sul nucleare iraniano, sta indebolendo a
vantaggio dello schieramento interno più radicale, a poche settimane
dalle presidenziali.
Rohani ora deve alzare la voce per non perdere consensi di fronte a
una opinione pubblica iraniana sempre più scettica rispetto ai benefici
economici che aveva lasciato intravedere la firma dell’accordo sul
nucleare. Perciò ha chiesto con forza una commissione
d’inchiesta internazionale «per chiarire cosa c’è dietro il recente
attacco degli Stati Uniti contro la Siria e la verità sull’uso e la
provenienza delle armi chimiche usate come pretesto». Rohani ha
aggiunto che «il ragazzo (Trump) che ora governa gli Stati Uniti ha
sostenuto nella sua campagna elettorale che aveva in mente di combattere
i terroristi ma ora i terroristi stanno celebrando l’attacco degli
Stati Uniti all’esercito siriano».
Il presidente iraniano ha infine avvertito che «non è chiaro quello
che i nuovi funzionari degli Stati Uniti hanno in mente per la regione
mediorientale e per il mondo, abbiamo bisogno di essere più vigili e
uniti rispetto al passato. Dovremo essere pronti per tutte le
possibilità». Rohani sa che una nuova guerra nella regione, dopo gli
attacchi americani alla Siria, si è fatta più probabile e fa sapere a
Washington che l’Iran è pronto.
AGGIORNAMENTO ore 9
Ieri, a due giorni dall’attacco statunitense contro la base
dell’aviazione siriana di Shayrat, i paesi alleati del governo di
Damasco hanno emesso un comunicato congiunto: “L’aggressione contro la
Siria supera tutte le linee rosse – si legge nella nota di Russia, Iran e
Hezbollah – Reagiremo fermamente ad ogni aggressione contro la Siria e ad ogni violazione delle linee rosse, chiunque le compia. Gli Stati Uniti conoscono molto bene la nostra capacità di reazione”.
Nel comunicato Mosca, Teheran e il movimento sciita libanese accusano
Washington di aver agito unilateralmente prima che un’inchiesta
chiarisse quanto accaduto una settimana fa a Khan Sheikun e senza
attendere l’approvazione delle Nazioni Unite. E minacciano la Casa
Bianca: aumenteremo, dicono, il nostro sostegno militare a Damasco.
Da New York risponde Nikki Haley, ambasciatrice Usa all’Onu, e volto
dell’aggressione statunitense: è a lei che Trump ha affidato la prima
minaccia di attacco alla Siria. Alla Cnn, ieri, Haley ha
paventato l’assenza di una soluzione pacifica fino a quando Assad
resterà presidente. Un capovolgimento totale rispetto alle posizioni
espresse due settimane fa, di apertura all’attuale presidente siriano:
“Non c’è alcuna possibilità che una soluzione politica si realizzi con
Assad alla testa del regime. Il cambiamento di regime è qualcosa che
pensiamo avverrà”.
Molto più morbido il segretario di Stato Tillerson, figura al
momento piuttosto evanescente che ieri insisteva nell’indicare nella
lotta all’Isis la priorità degli Usa: “È importante mantenere
le nostre priorità – ha detto – Una volta che la minaccia dell’Isis sarà
ridotta o eliminata, penso che potremo volgere l’attenzione alla
stabilizzazione della situazione siriana”.
Una differenza di visioni, almeno nell’immediato, che svela le
fratture interne all’amministrazione Usa in politica estera e la
volatilità delle reazioni del presidente Trump. Soprattutto a seguito di
un attacco, quello di Khan Sheikun, su cui nessuno aveva ancora
indagato. Una politica da vendicatore solitario che annulla il ruolo
della comunità internazionale. A poco, dunque, serve un Tillerson
pompiere che – in vista della visita di domani a Mosca – insiste nel
dire che “i russi non erano target di questo particolare raid”.
Chi esce rinvigorito dall’intervento di Trump, ma solo in apparenza, è
il presidente turco Erdogan che dopo mesi di melina torna verso
Washington. Ankara ha presto abbandonato la posizione –
chiaramente poco sincera – che l’ha condotta a riavvicinarsi alla Russia
dopo un anno di gelo, ovvero l’accettazione della permanenza di Assad al potere almeno nel primo periodo di transizione.
Ma Erdogan cerca di mantenersi neutrale, nonostante le dichiarazioni pesanti a sostegno del raid espresse nei giorni scosi:
ieri il suo ministro degli Esteri Cavusoglu ha tentato un difficile
equilibrio, contraddittorio: “Abbiamo accolto con favore il raid Usa
contro il regime di Bashar al Assad, ma allo stesso tempo siamo
interessati a proseguire i negoziati per arrivare ad un cessate il fuoco
nell’ambito di quanto pattuito nei colloqui di Astana. Non c’è nessuna
contraddizione”. E invece c’è, visto il sostegno che Mosca e Teheran,
sponsor insieme ai turchi di Astana, garantiscono al presidente siriano e
visto che naturale partner di quel cessate il fuoco è proprio Assad.
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