La questione è grave, non sorprende ma conferma il doppio standard con cui gli Stati Uniti vedono e gestiscono la giustizia internazionale e pretendono l’impunità. E non deve sorprendere che in questo caso ci sia Trump. La stessa linea è stata adottata da tutte le amministrazioni Usa.
In questo caso è stato un ordine esecutivo quello con cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato sanzioni contro le persone coinvolte in un’indagine della Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aja sui presunti crimini di guerra statunitensi commessi in Afghanistan. Una decisione grave e che ha sollevato polemiche e preoccupazioni in seno alla comunità internazionale circa le possibili ripercussioni che la decisione potrebbe avere.
Il provvedimento, è stato annunciato giovedì dalla Casa Bianca e autorizza in particolare il segretario di Stato, Mike Pompeo, in consultazione con il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, a bloccare le attività negli Stati Uniti dei dipendenti della Cpi coinvolti nell’inchiesta avviata nel marzo scorso e ad impedire il loro l’ingresso nel paese.
La Casa Bianca ha giustificato la decisione di Trump come parte del suo impegno “per proteggere i militari americani e la sovranità nazionale”, accusando la Cpi di essere “manipolata da paesi avversari” ed evocando, come di consueto e con una strumentalità ormai logorata, il sospetto di corruzione per la sua procura.
“Gli Stati Uniti – afferma una nota della Casa Bianca – non sono uno Stato membro dello Statuto di Roma ed hanno ripetutamente rifiutato la rivendicazione di giurisdizione della Corte Penale Internazionale sul personale americano. La Cpi fu stabilita per accertare responsabilità in crimini di guerra ma in pratica è un organismo burocratico internazionale, inefficace e che non deve rendere conto a nessuno, che prende di mira e minaccia il personale americano e quello dei nostri alleati e partner”. Il riferimento è a Israele che, come gli Stati Uniti, rivendica la propria impunità rispetto alle indagini della Corte Penale Internazionale.
La Casa Bianca, afferma che gli Stati Uniti “sono preoccupati dal fatto che nazioni avversarie stanno manipolando la corte penale internazionale incoraggiando queste accuse contro personale Usa. Inoltre abbiamo forti motivi di credere che ci siano corruzione e cattiva condotta ai più alti livelli nell’ufficio del procuratore della corte, mettendo in discussione l’integrità delle sue indagini sui militari americani”.
A rincarare la dose è arrivato anche il segretario di Stato, Mike Pompeo, il quale ha ribadito che gli Stati Uniti non accettano di essere minacciati da una “corte di canguri” e ha definito “una crociata ideologica” e una “persecuzione” quella portata avanti dai procuratori della Cpi.
È imbarazzante la replica del tutto inadeguata del portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric, che nel “prendere atto” del provvedimento ha aggiunto che “continueremo a seguire da vicino gli sviluppi su questa vicenda”. La Corte dell’Aja ha espresso “profondo rammarico” per l’annuncio del governo USA, parlando di “un tentativo inaccettabile d’interferire con lo stato di diritto e con i procedimenti della Corte” e sottolineando che “un attacco contro la Cpi è anche un attacco contro gli interessi delle vittime di crimini atroci, per molte delle quali la Corte rappresenta l’ultima speranza di avere giustizia”.
Si è fatto sentire anche l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Josep Borrell, il quale ha dichiarato che la Cpi deve essere “rispettata e sostenuta da tutti”, ribadendo che come Ue “siamo decisi sostenitori” della Corte che gioca “un ruolo chiave nel perseguire i crimini di guerra”. La Corte “deve essere rispettata e sostenuta da tutti”.
Viene da chiedersi se una posizione come quella ratificata da un ordine esecutivo della Casa Bianca fosse stata presa da un altro Stato (il pensiero va a Russia o Cina) che gazzarra si sarebbe scatenata. In questo caso invece assistiamo a proteste di estrema debolezza e subalternità sia degli organismi che degli Stati che avocano sempre a se stessi la rappresentazione della comunità internazionale.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/06/2020
05/05/2020
Covid-19 - Trump e l’ossessione cinese
Il comportamento del governo cinese nella gestione dell’epidemia di
Coronavirus continua a venire falsamente indicato dall’amministrazione
Trump come la causa – deliberata o accidentale – della diffusione del
contagio in tutto il mondo e di un bilancio drammatico di vittime e
contagi ancora lontano dall’essere definitivo. L’insistenza su questo
punto è collegata tutt’altro che casualmente alla rischiosa riapertura
in corso dell’economia americana e, vista l’inconsistenza delle prove
contro Pechino, si basa in maniera inevitabile su fantomatiche
informazioni di intelligence che ricordano sempre più la vergognosa
campagna che precedette l’invasione dell’Iraq nel 2003.
A guidare la propaganda anti-cinese sono soprattutto il segretario di Stato, Mike Pompeo, e lo stesso presidente. Entrambi hanno alzato i toni della polemica nei giorni scorsi con interventi pubblici attentamente orchestrati per dare l’impressione che il governo di Washington disponga ormai di elementi che dimostrano incontrovertibilmente la colpevolezza di Pechino nell’esplosione planetaria del virus.
Pompeo ha parlato nientemeno che di “prove enormi” relative all’origine del COVID-19 da un laboratorio di ricerca di Wuhan. Questi elementi devono essere emersi a Washington solo poche ore prima delle dichiarazioni dell’ex direttore della CIA, poiché egli stesso settimana scorsa aveva ammesso a questo proposito l’assenza di “prove definitive”. A suo dire, la tesi americana sarebbe supportata anche dal fatto che in molte altre occasioni la Cina è stata responsabile di “avere infettato il pianeta”.
Sempre domenica, Trump ha puntato anch’egli il dito sul centro di ricerca di Wuhan, per poi criticare duramente le decisioni cinesi che avrebbero favorito la diffusione del virus oltre i confini del paese. Il presidente USA ha sostenuto che le autorità di Pechino avrebbero deciso a tavolino il propagarsi del contagio all’estero, verosimilmente per infliggere ad altri paesi le stesse sofferenze dal punto di vista economico e sanitario che la Cina ha subito a causa del Coronavirus.
In realtà, nonostante la pretesa di disporre di prove incontrovertibili, da Washington non è stato reso pubblico nulla che anche solo vagamente possa risultare incriminante per la Cina. Per apparire forse più credibile, Pompeo ha riconosciuto le posizioni pressoché unanimi della comunità scientifica sull’estrema improbabilità che il virus sia un prodotto dell’uomo. Il segretario di Stato ritiene però che esso sia uscito dal laboratorio di Wuhan, anche se non appare chiaro se per sbaglio o come scelta deliberata del governo cinese.
Come spesso accade, la parola dei leader americani e il contenuto sconosciuto di presunte informazioni di intelligence dovrebbero bastare a far trarre conclusioni definitive su un determinato evento. In questo caso, l’opinione dell’amministrazione Trump è ancora più assurda, perché tutte le informazioni pubbliche sulla questione e le prese di posizione della comunità scientifica internazionale vanno in direzione esattamente contraria.
L’atteggiamento americano non rappresenta comunque una novità. La clamorosa impreparazione degli Stati Uniti nell’affrontare il virus , già all’inizio dei contagi, aveva fatto in modo che la Casa Bianca assegnasse ad altri la responsabilità di quanto stava accadendo. La Cina era entrata subito nell’elenco dei colpevoli, anche se colloqui telefonici tra Trump e Xi Jinping, assieme al sovrapporsi di delicate questioni commerciali irrisolte, avevano temporaneamente allentato le tensioni.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) era stata a sua volta oggetto di critiche, ma il bersaglio era apparso poi inopportuno nel pieno della pandemia, anche se la Casa Bianca avrebbe poi deciso la sospensione dei finanziamenti americani a essa destinati. I cinesi erano allora tornati al centro degli attacchi americani, soprattutto per i ritardi con cui avrebbero ammesso la gravità della situazione e informato gli altri paesi.
Anche in questo caso, era sufficiente cercare tra le notizie di pubblico dominio per scoprire che tra la fine di dicembre e i primissimi giorni di gennaio la Cina aveva dato tutte le informazioni del caso all’OMS, la quale a sua volta aveva diramato l’allarme globale. Semplicemente, gli Stati Uniti hanno sprecato settimane che sarebbero state decisive per preparare il paese all’epidemia, mentre la Casa Bianca ha preferito negare a lungo la pericolosità del COVID-19 e salvaguardare gli interessi di Wall Street.
Se la questione dei ritardi continua a essere talvolta ripresa dagli accusatori di Pechino, da qualche tempo è la fuga del virus dal laboratorio di Wuhan ad andare per la maggiore. Le prove, in ogni caso, sono anche qui al momento inesistenti. Anche per questa ragione, il ruolo della stampa ufficiale nell’operazione di propaganda risulta fondamentale.
Invece di rilevare l’inconsistenza delle accuse, i media ufficiali negli USA e non solo continuano ad amplificare le critiche americane, dando a esse una certa legittimità. Il giornale australiano Saturday Telegraph ha ad esempio citato un rapporto stilato dalle agenzie di intelligence della cosiddetta alleanza dei “Cinque Occhi” (USA, Australia, Canada, Regno Unito e Nuova Zelanda) che, sulla base del nulla o nella migliore delle ipotesi di affermazioni smentibili da una semplice ricerca on-line, dimostrerebbe come Pechino abbia a lungo occultato le prove dell’esplosione dell’epidemia, favorendo la morte di decine di migliaia di persone in tutto il mondo.
Altri documenti “riservati”, visti presumibilmente in esclusiva dalla Associated Press, attaccano invece la Cina da un’angolatura in parte differente. L’agenzia di stampa è tornata sulla natura intenzionale della segretezza cinese, per poi spiegare questo comportamento con diaboliche manovre dirette all’accaparramento di materiale sanitario, sia facendone incetta all’estero sia limitandone le esportazioni. Visto che i fatti risalgono all’inizio del mese di gennaio, se anche le accuse fossero vere sembra esserci in esse ben poco di strano. In quel momento la Cina era praticamente l’unico paese a dover far fronte a una grave emergenza e, ad ogni modo, in seguito la corsa ai dispositivi sanitari necessari a combattere il virus ha comprensibilmente coinvolto molti altri paesi.
Come anticipato all’inizio, accuse e minacce contro la Cina si stanno intensificando proprio mentre la Casa Bianca e molte amministrazioni a livello statale negli USA spingono per far ripartire le attività economiche, incluse quelle non necessarie, nonostante l’epidemia sia probabilmente ancora in fase crescente. Se la curva dei contagi e dei decessi dovesse tardare a calare o, peggio ancora, finisse per impennarsi, il governo americano avrebbe bisogno ancora di più di presentare alla popolazione un capro espiatorio.
Lunedì, il New York Times ha rivelato un documento interno alla Casa Bianca, nel quale l’amministrazione repubblicana prevede un aumento costante dei casi nelle prossime settimane. I numeri appaiono sconvolgenti. A inizio giugno, i decessi potrebbero essere tremila al giorno e i nuovi contagi salirebbero quotidianamente di 200 mila unità rispetto alle 25 mila attuali.
Nel caso la situazione negli Stati Uniti dovesse seguire questo andamento, l’isteria anti-cinese farà dunque segnare un’ulteriore escalation, sostanzialmente per dirottare verso Pechino la rabbia causata dall’incompetenza della Casa Bianca e dalle decisioni prese a favore degli interessi del business privato. I provvedimenti che adotterà Washington potrebbero essere allora clamorosi, anche se dall’efficacia per lo meno dubbia. Già da qualche settimana si parla ad esempio di possibili cause legali e richieste di risarcimento alla Cina nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari per i danni provocati dal virus o di un possibile default per la quota di debito americano detenuto da Pechino.
Oltre a questo aspetto, va considerato che l’offensiva propagandistica contro la Cina serve anche ad alimentare il confronto strategico con la seconda potenza economica del pianeta, già in atto da molto prima dell’emergenza Coronavirus. Non a caso, il senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, in un intervento nel fine settimana su Fox News dedicato al nodo Cina-Coronavirus ha definito questo paese come “la più grande minaccia geo-politica per gli Stati Uniti nel prossimo secolo”.
In generale, la campagna anti-cinese in atto a Washington è da mettere in relazione con il declino della posizione internazionale degli Stati Uniti, aggravata ancora di più dalla crisi economica innescata dalla pandemia. Nessuna delle iniziative concrete o di propaganda che sta mettendo o metterà in atto il governo americano servirà comunque a invertire la tendenza in modo significativo. La gravità delle accuse, essendo in gioco centinaia di migliaia di morti e svariati punti percentuali di PIL polverizzati, rischia però di inasprire drammaticamente lo scontro e di avvicinare le due potenze a un pericoloso conflitto armato.
Fonte
A guidare la propaganda anti-cinese sono soprattutto il segretario di Stato, Mike Pompeo, e lo stesso presidente. Entrambi hanno alzato i toni della polemica nei giorni scorsi con interventi pubblici attentamente orchestrati per dare l’impressione che il governo di Washington disponga ormai di elementi che dimostrano incontrovertibilmente la colpevolezza di Pechino nell’esplosione planetaria del virus.
Pompeo ha parlato nientemeno che di “prove enormi” relative all’origine del COVID-19 da un laboratorio di ricerca di Wuhan. Questi elementi devono essere emersi a Washington solo poche ore prima delle dichiarazioni dell’ex direttore della CIA, poiché egli stesso settimana scorsa aveva ammesso a questo proposito l’assenza di “prove definitive”. A suo dire, la tesi americana sarebbe supportata anche dal fatto che in molte altre occasioni la Cina è stata responsabile di “avere infettato il pianeta”.
Sempre domenica, Trump ha puntato anch’egli il dito sul centro di ricerca di Wuhan, per poi criticare duramente le decisioni cinesi che avrebbero favorito la diffusione del virus oltre i confini del paese. Il presidente USA ha sostenuto che le autorità di Pechino avrebbero deciso a tavolino il propagarsi del contagio all’estero, verosimilmente per infliggere ad altri paesi le stesse sofferenze dal punto di vista economico e sanitario che la Cina ha subito a causa del Coronavirus.
In realtà, nonostante la pretesa di disporre di prove incontrovertibili, da Washington non è stato reso pubblico nulla che anche solo vagamente possa risultare incriminante per la Cina. Per apparire forse più credibile, Pompeo ha riconosciuto le posizioni pressoché unanimi della comunità scientifica sull’estrema improbabilità che il virus sia un prodotto dell’uomo. Il segretario di Stato ritiene però che esso sia uscito dal laboratorio di Wuhan, anche se non appare chiaro se per sbaglio o come scelta deliberata del governo cinese.
Come spesso accade, la parola dei leader americani e il contenuto sconosciuto di presunte informazioni di intelligence dovrebbero bastare a far trarre conclusioni definitive su un determinato evento. In questo caso, l’opinione dell’amministrazione Trump è ancora più assurda, perché tutte le informazioni pubbliche sulla questione e le prese di posizione della comunità scientifica internazionale vanno in direzione esattamente contraria.
L’atteggiamento americano non rappresenta comunque una novità. La clamorosa impreparazione degli Stati Uniti nell’affrontare il virus , già all’inizio dei contagi, aveva fatto in modo che la Casa Bianca assegnasse ad altri la responsabilità di quanto stava accadendo. La Cina era entrata subito nell’elenco dei colpevoli, anche se colloqui telefonici tra Trump e Xi Jinping, assieme al sovrapporsi di delicate questioni commerciali irrisolte, avevano temporaneamente allentato le tensioni.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) era stata a sua volta oggetto di critiche, ma il bersaglio era apparso poi inopportuno nel pieno della pandemia, anche se la Casa Bianca avrebbe poi deciso la sospensione dei finanziamenti americani a essa destinati. I cinesi erano allora tornati al centro degli attacchi americani, soprattutto per i ritardi con cui avrebbero ammesso la gravità della situazione e informato gli altri paesi.
Anche in questo caso, era sufficiente cercare tra le notizie di pubblico dominio per scoprire che tra la fine di dicembre e i primissimi giorni di gennaio la Cina aveva dato tutte le informazioni del caso all’OMS, la quale a sua volta aveva diramato l’allarme globale. Semplicemente, gli Stati Uniti hanno sprecato settimane che sarebbero state decisive per preparare il paese all’epidemia, mentre la Casa Bianca ha preferito negare a lungo la pericolosità del COVID-19 e salvaguardare gli interessi di Wall Street.
Se la questione dei ritardi continua a essere talvolta ripresa dagli accusatori di Pechino, da qualche tempo è la fuga del virus dal laboratorio di Wuhan ad andare per la maggiore. Le prove, in ogni caso, sono anche qui al momento inesistenti. Anche per questa ragione, il ruolo della stampa ufficiale nell’operazione di propaganda risulta fondamentale.
Invece di rilevare l’inconsistenza delle accuse, i media ufficiali negli USA e non solo continuano ad amplificare le critiche americane, dando a esse una certa legittimità. Il giornale australiano Saturday Telegraph ha ad esempio citato un rapporto stilato dalle agenzie di intelligence della cosiddetta alleanza dei “Cinque Occhi” (USA, Australia, Canada, Regno Unito e Nuova Zelanda) che, sulla base del nulla o nella migliore delle ipotesi di affermazioni smentibili da una semplice ricerca on-line, dimostrerebbe come Pechino abbia a lungo occultato le prove dell’esplosione dell’epidemia, favorendo la morte di decine di migliaia di persone in tutto il mondo.
Altri documenti “riservati”, visti presumibilmente in esclusiva dalla Associated Press, attaccano invece la Cina da un’angolatura in parte differente. L’agenzia di stampa è tornata sulla natura intenzionale della segretezza cinese, per poi spiegare questo comportamento con diaboliche manovre dirette all’accaparramento di materiale sanitario, sia facendone incetta all’estero sia limitandone le esportazioni. Visto che i fatti risalgono all’inizio del mese di gennaio, se anche le accuse fossero vere sembra esserci in esse ben poco di strano. In quel momento la Cina era praticamente l’unico paese a dover far fronte a una grave emergenza e, ad ogni modo, in seguito la corsa ai dispositivi sanitari necessari a combattere il virus ha comprensibilmente coinvolto molti altri paesi.
Come anticipato all’inizio, accuse e minacce contro la Cina si stanno intensificando proprio mentre la Casa Bianca e molte amministrazioni a livello statale negli USA spingono per far ripartire le attività economiche, incluse quelle non necessarie, nonostante l’epidemia sia probabilmente ancora in fase crescente. Se la curva dei contagi e dei decessi dovesse tardare a calare o, peggio ancora, finisse per impennarsi, il governo americano avrebbe bisogno ancora di più di presentare alla popolazione un capro espiatorio.
Lunedì, il New York Times ha rivelato un documento interno alla Casa Bianca, nel quale l’amministrazione repubblicana prevede un aumento costante dei casi nelle prossime settimane. I numeri appaiono sconvolgenti. A inizio giugno, i decessi potrebbero essere tremila al giorno e i nuovi contagi salirebbero quotidianamente di 200 mila unità rispetto alle 25 mila attuali.
Nel caso la situazione negli Stati Uniti dovesse seguire questo andamento, l’isteria anti-cinese farà dunque segnare un’ulteriore escalation, sostanzialmente per dirottare verso Pechino la rabbia causata dall’incompetenza della Casa Bianca e dalle decisioni prese a favore degli interessi del business privato. I provvedimenti che adotterà Washington potrebbero essere allora clamorosi, anche se dall’efficacia per lo meno dubbia. Già da qualche settimana si parla ad esempio di possibili cause legali e richieste di risarcimento alla Cina nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari per i danni provocati dal virus o di un possibile default per la quota di debito americano detenuto da Pechino.
Oltre a questo aspetto, va considerato che l’offensiva propagandistica contro la Cina serve anche ad alimentare il confronto strategico con la seconda potenza economica del pianeta, già in atto da molto prima dell’emergenza Coronavirus. Non a caso, il senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, in un intervento nel fine settimana su Fox News dedicato al nodo Cina-Coronavirus ha definito questo paese come “la più grande minaccia geo-politica per gli Stati Uniti nel prossimo secolo”.
In generale, la campagna anti-cinese in atto a Washington è da mettere in relazione con il declino della posizione internazionale degli Stati Uniti, aggravata ancora di più dalla crisi economica innescata dalla pandemia. Nessuna delle iniziative concrete o di propaganda che sta mettendo o metterà in atto il governo americano servirà comunque a invertire la tendenza in modo significativo. La gravità delle accuse, essendo in gioco centinaia di migliaia di morti e svariati punti percentuali di PIL polverizzati, rischia però di inasprire drammaticamente lo scontro e di avvicinare le due potenze a un pericoloso conflitto armato.
Fonte
22/03/2020
USA - California e New York chiedono aiuti sanitari. Alla Cina...
Nonostante l’escalation di insulti e ostilità xenofobe nei confronti di Pechino da parte degli USA, in particolare dal presidente Trump che in maniera ostinata definisce ripetutamente il nuovo coronavirus “virus cinese”, Stati come la California e New York, che hanno avuto una cooperazione internazionale subnazionale a lungo termine con la Cina, stanno cercando di ottenere sostegno dal paese asiatico.
Ci sono medici locali ansiosi di saperne di più sulle esperienze cliniche della Cina nel trattamento di pazienti critici e nell’implementazione di efficaci misure di quarantena.
Secondo il quotidiano Global Times è tempo che la Cina prenda in considerazione le richieste di aiuto da parte di questi Stati subnazionali, come la California e New York, nella lotta contro il micidiale coronavirus. Una decisione che sarebbe basata sullo spirito umanitario che contraddistingue l’azione di Pechino.
New York e la California ospitano la maggior parte delle comunità asiatico-americane negli Stati Uniti, che hanno anche mantenuto solidi legami subnazionali con province e città cinesi anche durante la lunga guerra commerciale. Alcune società californiane hanno partecipato attivamente all’esposizione annuale delle importazioni in Cina, nonostante i venti contrari nei legami bilaterali tra i due paesi.
C’è bisogno anche di importare apparecchiature mediche dalla Cina, poiché a seguito della pandemia la Cina è emersa come uno dei principali donatori di forniture a paesi e regioni colpiti dal virus in tutto il mondo.
Un esperto medico con sede in California, che ha preferito restare anonimo, ha detto venerdì al Global Times che alcuni medici locali sono ansiosi di sapere se la Cina ha in programma di donare forniture mediche agli ospedali locali, come ha fatto in Italia. Negli States il personale medico è esposto alla malattia mortale, oltre a forniture inadeguate di maschere protettive, ventilatori e letti di terapia intensiva.
Un numero crescente di persone negli Stati Uniti chiede inoltre ai governi locali di cercare la cooperazione con la Cina per combattere efficacemente il virus, poiché il governo federale degli Stati Uniti non ha prestato aiuto.
“Se il governo federale e il loro pagliaccio di presidente non aiuteranno Stati come la California, dovremmo rivolgerci alla Cina per chiedere aiuto“, ha twittato un utente.
New York, una delle aree più colpite dal virus negli Stati Uniti, dove il numero di infezioni è salito a oltre 7.800, e in cui è stato dichiarato lo stato di calamità. II New York Post ha affermato venerdì in un articolo, che il coronavirus uccide i cittadini “al ritmo di più di uno all’ora“.
Di fronte a questa crisi senza precedenti, anche il sistema medico della città si sta avvicinando a un punto di crisi a causa della grave carenza di macchine per la ventilazione salvavita e un numero sempre maggiore di operatori sanitari che restano infetti perché non vi sono forniture adeguate per i medici.
Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha continuato a minimizzare l’impatto del coronavirus, spostando la colpa sulla Cina, secondo alcuni osservatori mirava a nascondere l'inadeguata preparazione a questa crisi. Così alcuni medici a New York, in California e Maryland hanno iniziato a chiedere aiuto alla Cina, in particolare ai medici cinesi che hanno avuto esperienze di lotta in prima linea in questa battaglia.
La carenza di forniture e attrezzature mediche, i crescenti rischi per l’infezione del personale medico e il travolgimento degli ospedali facevano parte degli scenari nelle prime fasi dell’epidemia a Wuhan, nella provincia di Hubei nella Cina centrale, dove la polmonite da coronavirus (COVID-19) fu segnalata a gennaio nel paese asiatico.
Il Governatore di New York Andrew Cuomo ha recentemente affermato che “abbiamo letteralmente persone in Cina che acquistano ventilatori visto che si tratta di uno dei maggiori produttori”, mentre Trump ha detto ai governatori che avrebbero dovuto acquistare forniture mediche per i loro Stati e che il governo federale non è uno “spedizioniere”.
Contrariamente alla risposta passiva alla pandemia della Casa Bianca, stati come New York, California e Illinois hanno aumentato le restrizioni, riflettendo un modo più aggressivo di frenare la diffusione del virus.
“Il virus è un comune nemico per l’umanità, è ragionevole sottoporsi a una cooperazione internazionale“, ha detto sabato al Global Times Diao Daming, professore associato presso la Renmin University of China a Pechino.
Alcuni ospedali cinesi hanno iniziato a offrire esperienze cliniche e terapeutiche ad alcuni dottori ed esperti medici statunitensi. Ad esempio, il primo ospedale della provincia di Zhejiang ha tenuto una chiamata in videoconferenza con alcuni esperti dell’Università di Yale.
Esperti cinesi hanno risposto a domande tra cui “quali sono le esperienze principali nel trattare il virus?” “quali sono le esperienze nel trattamento di pazienti che sono gravemente malati?” “quali sono gli standard per il trattamento in terapia intensiva?” “come proteggere i medici dalle infezioni?” e così via, secondo i media.
Tuttavia, il governo federale degli Stati Uniti continua ad attaccare la Cina ignorando i fondamenti della scienza definendo COVID-19 come “virus cinese”, scatenando indignazione non solo tra cinesi, ma anche statunitensi asiatici negli Stati Uniti. Tale tattica offensiva ha ridotto le possibilità per Pechino e Washington di lavorare insieme a livello nazionale, in particolare alcuni “attacchi razzisti e guidati dalla xenofobia” sulla Cina sono diventati inaccettabili, secondo tutti i principali osservatori.
Dopo che Trump ha costantemente chiamato COVID-19 “virus cinese”, anche il segretario di Stato Mike Pompeo lo ha definito in questo modo venerdì, criticando il fatto che il governo cinese ha cercato di nascondere informazioni invece di agire effettivamente per sopprimere il virus. Le assurde parole di Pompeo sono state smentite venerdì dal portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang.
“La parte nordamericana dovrebbe abbandonare il ‘virus politico’ originato dal suo pregiudizio ideologico“, ha affermato Geng.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha recentemente twittato “La Cina ha combattuto duramente e ha guadagnato 2 mesi per il mondo. Purtroppo il governo degli Stati Uniti ha sperperato un tempo così prezioso, quindi non ha risparmiato sforzi per stigmatizzare la Cina”.
Fonte
Ci sono medici locali ansiosi di saperne di più sulle esperienze cliniche della Cina nel trattamento di pazienti critici e nell’implementazione di efficaci misure di quarantena.
Secondo il quotidiano Global Times è tempo che la Cina prenda in considerazione le richieste di aiuto da parte di questi Stati subnazionali, come la California e New York, nella lotta contro il micidiale coronavirus. Una decisione che sarebbe basata sullo spirito umanitario che contraddistingue l’azione di Pechino.
New York e la California ospitano la maggior parte delle comunità asiatico-americane negli Stati Uniti, che hanno anche mantenuto solidi legami subnazionali con province e città cinesi anche durante la lunga guerra commerciale. Alcune società californiane hanno partecipato attivamente all’esposizione annuale delle importazioni in Cina, nonostante i venti contrari nei legami bilaterali tra i due paesi.
C’è bisogno anche di importare apparecchiature mediche dalla Cina, poiché a seguito della pandemia la Cina è emersa come uno dei principali donatori di forniture a paesi e regioni colpiti dal virus in tutto il mondo.
Un esperto medico con sede in California, che ha preferito restare anonimo, ha detto venerdì al Global Times che alcuni medici locali sono ansiosi di sapere se la Cina ha in programma di donare forniture mediche agli ospedali locali, come ha fatto in Italia. Negli States il personale medico è esposto alla malattia mortale, oltre a forniture inadeguate di maschere protettive, ventilatori e letti di terapia intensiva.
Un numero crescente di persone negli Stati Uniti chiede inoltre ai governi locali di cercare la cooperazione con la Cina per combattere efficacemente il virus, poiché il governo federale degli Stati Uniti non ha prestato aiuto.
“Se il governo federale e il loro pagliaccio di presidente non aiuteranno Stati come la California, dovremmo rivolgerci alla Cina per chiedere aiuto“, ha twittato un utente.
New York, una delle aree più colpite dal virus negli Stati Uniti, dove il numero di infezioni è salito a oltre 7.800, e in cui è stato dichiarato lo stato di calamità. II New York Post ha affermato venerdì in un articolo, che il coronavirus uccide i cittadini “al ritmo di più di uno all’ora“.
Di fronte a questa crisi senza precedenti, anche il sistema medico della città si sta avvicinando a un punto di crisi a causa della grave carenza di macchine per la ventilazione salvavita e un numero sempre maggiore di operatori sanitari che restano infetti perché non vi sono forniture adeguate per i medici.
Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha continuato a minimizzare l’impatto del coronavirus, spostando la colpa sulla Cina, secondo alcuni osservatori mirava a nascondere l'inadeguata preparazione a questa crisi. Così alcuni medici a New York, in California e Maryland hanno iniziato a chiedere aiuto alla Cina, in particolare ai medici cinesi che hanno avuto esperienze di lotta in prima linea in questa battaglia.
La carenza di forniture e attrezzature mediche, i crescenti rischi per l’infezione del personale medico e il travolgimento degli ospedali facevano parte degli scenari nelle prime fasi dell’epidemia a Wuhan, nella provincia di Hubei nella Cina centrale, dove la polmonite da coronavirus (COVID-19) fu segnalata a gennaio nel paese asiatico.
Il Governatore di New York Andrew Cuomo ha recentemente affermato che “abbiamo letteralmente persone in Cina che acquistano ventilatori visto che si tratta di uno dei maggiori produttori”, mentre Trump ha detto ai governatori che avrebbero dovuto acquistare forniture mediche per i loro Stati e che il governo federale non è uno “spedizioniere”.
Contrariamente alla risposta passiva alla pandemia della Casa Bianca, stati come New York, California e Illinois hanno aumentato le restrizioni, riflettendo un modo più aggressivo di frenare la diffusione del virus.
“Il virus è un comune nemico per l’umanità, è ragionevole sottoporsi a una cooperazione internazionale“, ha detto sabato al Global Times Diao Daming, professore associato presso la Renmin University of China a Pechino.
Alcuni ospedali cinesi hanno iniziato a offrire esperienze cliniche e terapeutiche ad alcuni dottori ed esperti medici statunitensi. Ad esempio, il primo ospedale della provincia di Zhejiang ha tenuto una chiamata in videoconferenza con alcuni esperti dell’Università di Yale.
Esperti cinesi hanno risposto a domande tra cui “quali sono le esperienze principali nel trattare il virus?” “quali sono le esperienze nel trattamento di pazienti che sono gravemente malati?” “quali sono gli standard per il trattamento in terapia intensiva?” “come proteggere i medici dalle infezioni?” e così via, secondo i media.
Tuttavia, il governo federale degli Stati Uniti continua ad attaccare la Cina ignorando i fondamenti della scienza definendo COVID-19 come “virus cinese”, scatenando indignazione non solo tra cinesi, ma anche statunitensi asiatici negli Stati Uniti. Tale tattica offensiva ha ridotto le possibilità per Pechino e Washington di lavorare insieme a livello nazionale, in particolare alcuni “attacchi razzisti e guidati dalla xenofobia” sulla Cina sono diventati inaccettabili, secondo tutti i principali osservatori.
Dopo che Trump ha costantemente chiamato COVID-19 “virus cinese”, anche il segretario di Stato Mike Pompeo lo ha definito in questo modo venerdì, criticando il fatto che il governo cinese ha cercato di nascondere informazioni invece di agire effettivamente per sopprimere il virus. Le assurde parole di Pompeo sono state smentite venerdì dal portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang.
“La parte nordamericana dovrebbe abbandonare il ‘virus politico’ originato dal suo pregiudizio ideologico“, ha affermato Geng.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha recentemente twittato “La Cina ha combattuto duramente e ha guadagnato 2 mesi per il mondo. Purtroppo il governo degli Stati Uniti ha sperperato un tempo così prezioso, quindi non ha risparmiato sforzi per stigmatizzare la Cina”.
Fonte
02/02/2020
Il tour euroasiatico di Mike Pompeo tra Kiev, Minsk, Astana e Taškent
Con sincronismo perfetto, in questi giorni l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e il Segretario di stato USA Mike Pompeo hanno detto le stesse cose: la Russia deve restituire la Crimea all’Ucraina e smettere di sostenere il Donbass. Roba da non credere: chissà come avranno fatto a pensare la stessa cosa nello stesso giorno; nemmeno si fossero messi d’accordo! Eppure erano a un paio di migliaia di chilometri di distanza gli uni dall’altro: il capo del Pentagono si era infatti disturbato per arrivare fino a Kiev, a ricevere gli omaggi di Vladimir Zelenskij, mentre gli altri sedevano sui banchi di Strasburgo. Ma, il miracolo della trasmissione di pensieri si è avverato.
Stando alle fonti, per la risoluzione di Strasburgo, che chiede alla Russia di cessare “l’ingerenza militare” e “l’appoggio alle formazioni armate illegali” nel Donbass, oltre al perenne delenda Carthago del “restituire la Crimea”, su 321 deputati, 49 avrebbero votato a favore, 17 contro e tre si sarebbero astenuti: d’altronde, era già iniziato il weekend. Una risoluzione giudicata determinante da Kiev, i cui rappresentanti a Strasburgo l’avevano appunto proposta: senza di essa, nonostante i quotidiani bombardamenti sul Donbass, finanche sulla periferia di Donetsk, le truppe di Kiev non riescono a venire a capo della resistenza delle milizie popolari di DNR e LNR.
Nella capitale ucraina, invece, Pompeo si è intrattenuto col presidente Zelenskij, col Ministro degli esteri Vadim Pristajko e il Ministro della difesa Andrej Zagorodnjuk. “Il sostegno americano all’Ucraina è saldo e intendo sottolinearlo nell’incontro coi leader del governo ucraino, coi quali discuteremo lo sviluppo del nostro partenariato strategico e il rafforzamento dell’Ucraina quale stato libero e democratico”, aveva dichiarato Pompeo alla vigilia dell’arrivo a Kiev.
“Gli Stati Uniti difendono la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Continuiamo a sostenere l’Ucraina nell’adesione alla NATO e nell’avvicinarsi all’Unione europea”, ha affermato il Segretario di stato nella conferenza stampa al termine delle reverenze tributategli a Kiev. Pompeo ha anche sottolineato che Washington non riconoscerà mai i tentativi della Russia di legalizzare l’annessione della Crimea e ha ricordato che, dal gennaio 2017 a oggi, gli USA hanno fornito all’Ucraina oltre 1 miliardo di dollari di aiuti “per la difesa”. E continueremo a farlo, ha detto.
Secondo Alexandr Zubčenko, che ne scrive su news-front.info, Washington, in base al programma del 2018 “Governance democratica nell’Ucraina orientale”, ha stanziato 57 milioni di dollari (di cui 21 già spesi) con l’obiettivo di neutralizzare la “diffusa mentalità sovietica nella regione” del Donbass, per introdurvi una “integra identità civica”.
Poi, da sincero democratico e avveduto uomo d’affari, Pompeo ha sottolineato che gli USA intendono garantire che l’Ucraina sviluppi la supremazia del diritto, migliori il clima degli investimenti, riformi il settore della difesa e rafforzi l’indipendenza energetica. E te pareva: messa un po’ la sordina, per ovvi motivi interni, ai contatti di Joe e Hunter Biden per gli affari di gas in Ucraina, tocca mobilitare il Dipartimento di Stato, braccio operativo del business yankee.
Questo, per quanto riguarda gli affari. Quanto poi a supremazia del diritto, una manciata di giorni prima i compatrioti del buon Zelenskij lo avevano già mostrato quanto la rispettino, accompagnando in alta uniforme – della Wehrmacht – uno degli ultimi “patrioti” ucraini che ottant’anni fa già combattevano dalla stessa parte dell’odierna ucraina majdanista, cioè nella Divisione SS “Galizia”.
E poco importa che, nell’atto di costrizione e insieme di orgoglio nazionale, andato in scena il 27 gennaio, Vladimir Zelenskij, ebreo, avesse versato lacrime per gli ebrei morti a Auschwitz e avesse ascritto all’Ucraina la liberazione del campo di sterminio nazista, se poi per le strade di Kiev e delle principali città dell’Ucraina occidentale, si continuano a celebrare le gesta di uno dei peggiori arnesi dei pogrom anti-ebraici, quel Stepan Bandera che, negli stessi documenti della CIA, viene indicato come “terrorista” e “agente di Hitler”. Poco importa: tantomeno al Dipartimento di Stato, dato che la CIA aveva iniziato sin dal 1948 (queste le date ufficiali: per sapere qualcosa di più sugli anni precedenti, si dovrà aspettare ancora un po’) a servirsi degli uomini della cerchia più vicina a Bandera per le operazioni in territorio sovietico. Uno di tali elementi fu Mykola Lebed, in precedenza a capo del servizio di sicurezza dell’OUN e principale referente per le operazioni della CIA “Aerodynamics”, condotte in collaborazione con i servizi segreti britannici, italiani e tedeschi. Addestrato nel centro tedesco di Zakopane, in Polonia, pare che il ruolo di Lebed sia stato determinante nell’operazione “CARTEL”, in cui profuse tutta l’esperienza accumulata durante la guerra, allorché l’ala Bandera dell’OUN aveva perpetrato massacri di decine di migliaia di polacchi e di ebrei che abitavano nelle aree occidentali dell’Ucraina, soprattutto Galizia orientale e Volinia.
Ma tant’è: nelle operazioni pianificate dalla CIA per tentare di frantumare l’URSS anche con insurrezioni armate e in cui un ruolo determinante era affidato proprio alle zone ucraine con le più forti spinte nazionalistiche, gli ex terroristi dell’OUN-UPA rivestivano un ruolo significativo.
Nelle circa undicimila pagine desecretate dalla CIA, una grossa parte è dedicata a “Stepan Bandera e lo stato ucraino nel 1941”: nel 1948 Washington definiva chiaramente terroristi quello che è oggi l’eroe nazionale dell’Ucraina golpista e i membri della sua organizzazione. Bandera, è detto nei documenti yankee, che sin dall’inizio della sua carriera operò contro Russia e Polonia, è probabilmente il leader nazionalista più significativo in Ucraina insieme ad Andriy Melnik.
Aveva fatto parte dell’organizzazione terroristica OUN (Organizzazione dei nazionalisti ucraini) e prese parte all’omicidio del Ministro degli interni polacco di Bronislaw Peratski”. “Il 30 giugno 1941 il fascista ucraino e agente professionista di Hitler, Stepan Bandera proclamò a L’vov la creazione dello stato dell’Ucraina Occidentale”, è detto nei documenti USA, che citano un articolo del 1951 della rivista menscevica Bollettino socialista, destinata all’emigrazione russa, in cui è scritto anche che Bandera si era dedicato “con zelo particolare ad adempiere le indicazioni di Hitler”. Secondo tale documento, in cinque settimane di esistenza di quello “stato ucraino occidentale”, furono uccisi più di cinquemila ucraini, quindicimila ebrei e diverse migliaia di polacchi.
Ma ciò non impedisce al sindaco di Ivano-Frankovsk, – la città in cui oggi ai funerali di veterani delle SS si va addobbati in uniforme nazista – di progettare l’installazione di un monumento a Bandera in prossimità della frontiera russa; così come non impedisce al presidente polacco Duda di celebrare l’alleanza polacco-ucraina contro la RSFSR di ieri e la Russia di oggi; e non impedisce alla CIA di mettere a frutto l’esperienza terroristica dei nazisti passati e moderni.
Dopo Kiev, il tour porta Mike Pompeo a Minsk, per incontrare il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko che, per l’occasione, sui media europeisti, smette le vesti di “ultimo dittatore comunista d’Europa” e diviene “partner strategico” contro Mosca, soprattutto nella “indipendenza energetica” dal Cremlino che sta tanto a cuore a Pompeo.
Dopo Minsk, è la volta di Kazakhstan e Uzbekistan: un accerchiamento “energetico” perfetto, da ovest a sud e sudest della Russia.
Fonte
Stando alle fonti, per la risoluzione di Strasburgo, che chiede alla Russia di cessare “l’ingerenza militare” e “l’appoggio alle formazioni armate illegali” nel Donbass, oltre al perenne delenda Carthago del “restituire la Crimea”, su 321 deputati, 49 avrebbero votato a favore, 17 contro e tre si sarebbero astenuti: d’altronde, era già iniziato il weekend. Una risoluzione giudicata determinante da Kiev, i cui rappresentanti a Strasburgo l’avevano appunto proposta: senza di essa, nonostante i quotidiani bombardamenti sul Donbass, finanche sulla periferia di Donetsk, le truppe di Kiev non riescono a venire a capo della resistenza delle milizie popolari di DNR e LNR.
Nella capitale ucraina, invece, Pompeo si è intrattenuto col presidente Zelenskij, col Ministro degli esteri Vadim Pristajko e il Ministro della difesa Andrej Zagorodnjuk. “Il sostegno americano all’Ucraina è saldo e intendo sottolinearlo nell’incontro coi leader del governo ucraino, coi quali discuteremo lo sviluppo del nostro partenariato strategico e il rafforzamento dell’Ucraina quale stato libero e democratico”, aveva dichiarato Pompeo alla vigilia dell’arrivo a Kiev.
“Gli Stati Uniti difendono la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Continuiamo a sostenere l’Ucraina nell’adesione alla NATO e nell’avvicinarsi all’Unione europea”, ha affermato il Segretario di stato nella conferenza stampa al termine delle reverenze tributategli a Kiev. Pompeo ha anche sottolineato che Washington non riconoscerà mai i tentativi della Russia di legalizzare l’annessione della Crimea e ha ricordato che, dal gennaio 2017 a oggi, gli USA hanno fornito all’Ucraina oltre 1 miliardo di dollari di aiuti “per la difesa”. E continueremo a farlo, ha detto.
Secondo Alexandr Zubčenko, che ne scrive su news-front.info, Washington, in base al programma del 2018 “Governance democratica nell’Ucraina orientale”, ha stanziato 57 milioni di dollari (di cui 21 già spesi) con l’obiettivo di neutralizzare la “diffusa mentalità sovietica nella regione” del Donbass, per introdurvi una “integra identità civica”.
Poi, da sincero democratico e avveduto uomo d’affari, Pompeo ha sottolineato che gli USA intendono garantire che l’Ucraina sviluppi la supremazia del diritto, migliori il clima degli investimenti, riformi il settore della difesa e rafforzi l’indipendenza energetica. E te pareva: messa un po’ la sordina, per ovvi motivi interni, ai contatti di Joe e Hunter Biden per gli affari di gas in Ucraina, tocca mobilitare il Dipartimento di Stato, braccio operativo del business yankee.
Questo, per quanto riguarda gli affari. Quanto poi a supremazia del diritto, una manciata di giorni prima i compatrioti del buon Zelenskij lo avevano già mostrato quanto la rispettino, accompagnando in alta uniforme – della Wehrmacht – uno degli ultimi “patrioti” ucraini che ottant’anni fa già combattevano dalla stessa parte dell’odierna ucraina majdanista, cioè nella Divisione SS “Galizia”.
E poco importa che, nell’atto di costrizione e insieme di orgoglio nazionale, andato in scena il 27 gennaio, Vladimir Zelenskij, ebreo, avesse versato lacrime per gli ebrei morti a Auschwitz e avesse ascritto all’Ucraina la liberazione del campo di sterminio nazista, se poi per le strade di Kiev e delle principali città dell’Ucraina occidentale, si continuano a celebrare le gesta di uno dei peggiori arnesi dei pogrom anti-ebraici, quel Stepan Bandera che, negli stessi documenti della CIA, viene indicato come “terrorista” e “agente di Hitler”. Poco importa: tantomeno al Dipartimento di Stato, dato che la CIA aveva iniziato sin dal 1948 (queste le date ufficiali: per sapere qualcosa di più sugli anni precedenti, si dovrà aspettare ancora un po’) a servirsi degli uomini della cerchia più vicina a Bandera per le operazioni in territorio sovietico. Uno di tali elementi fu Mykola Lebed, in precedenza a capo del servizio di sicurezza dell’OUN e principale referente per le operazioni della CIA “Aerodynamics”, condotte in collaborazione con i servizi segreti britannici, italiani e tedeschi. Addestrato nel centro tedesco di Zakopane, in Polonia, pare che il ruolo di Lebed sia stato determinante nell’operazione “CARTEL”, in cui profuse tutta l’esperienza accumulata durante la guerra, allorché l’ala Bandera dell’OUN aveva perpetrato massacri di decine di migliaia di polacchi e di ebrei che abitavano nelle aree occidentali dell’Ucraina, soprattutto Galizia orientale e Volinia.
Ma tant’è: nelle operazioni pianificate dalla CIA per tentare di frantumare l’URSS anche con insurrezioni armate e in cui un ruolo determinante era affidato proprio alle zone ucraine con le più forti spinte nazionalistiche, gli ex terroristi dell’OUN-UPA rivestivano un ruolo significativo.
Nelle circa undicimila pagine desecretate dalla CIA, una grossa parte è dedicata a “Stepan Bandera e lo stato ucraino nel 1941”: nel 1948 Washington definiva chiaramente terroristi quello che è oggi l’eroe nazionale dell’Ucraina golpista e i membri della sua organizzazione. Bandera, è detto nei documenti yankee, che sin dall’inizio della sua carriera operò contro Russia e Polonia, è probabilmente il leader nazionalista più significativo in Ucraina insieme ad Andriy Melnik.
Aveva fatto parte dell’organizzazione terroristica OUN (Organizzazione dei nazionalisti ucraini) e prese parte all’omicidio del Ministro degli interni polacco di Bronislaw Peratski”. “Il 30 giugno 1941 il fascista ucraino e agente professionista di Hitler, Stepan Bandera proclamò a L’vov la creazione dello stato dell’Ucraina Occidentale”, è detto nei documenti USA, che citano un articolo del 1951 della rivista menscevica Bollettino socialista, destinata all’emigrazione russa, in cui è scritto anche che Bandera si era dedicato “con zelo particolare ad adempiere le indicazioni di Hitler”. Secondo tale documento, in cinque settimane di esistenza di quello “stato ucraino occidentale”, furono uccisi più di cinquemila ucraini, quindicimila ebrei e diverse migliaia di polacchi.
Ma ciò non impedisce al sindaco di Ivano-Frankovsk, – la città in cui oggi ai funerali di veterani delle SS si va addobbati in uniforme nazista – di progettare l’installazione di un monumento a Bandera in prossimità della frontiera russa; così come non impedisce al presidente polacco Duda di celebrare l’alleanza polacco-ucraina contro la RSFSR di ieri e la Russia di oggi; e non impedisce alla CIA di mettere a frutto l’esperienza terroristica dei nazisti passati e moderni.
Dopo Kiev, il tour porta Mike Pompeo a Minsk, per incontrare il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko che, per l’occasione, sui media europeisti, smette le vesti di “ultimo dittatore comunista d’Europa” e diviene “partner strategico” contro Mosca, soprattutto nella “indipendenza energetica” dal Cremlino che sta tanto a cuore a Pompeo.
Dopo Minsk, è la volta di Kazakhstan e Uzbekistan: un accerchiamento “energetico” perfetto, da ovest a sud e sudest della Russia.
Fonte
05/01/2020
USA contro tutti con l’uccisione del generale Soleimani
L’uccisione a Baghdad del comandante della divisione al-Quds dei pasdaran iraniani, il generale Qassem Soleimani, non costituisce solo l’ennesima esecuzione mirata effettuata dagli Stati Uniti ormai in ogni angolo del mondo, ma rappresenta un vero e proprio spartiacque tra Washington e il resto del mondo, alleati inclusi.
Poco importa se, sul piano tecnico-militare i due veicoli Suv polverizzati all’aeroporto di Baghdad siano stati colpiti dai missili Hellfire lanciati da un elicottero AH-64E o da un velivolo teleguidato MQ-9 Reaper.
Quel che conta in termini politico-strategici è che gli Stati Uniti hanno ucciso Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis (vice comandante delle Unità di Mobilitazione Popolare, le milizie sciite irachene filo-iraniane protagoniste della campagna vittoriosa contro lo Stato Islamico) come se si trattasse di capi talebani o di leader di milizie e gruppi terroristici qaedisti o dell’Isis.
Soleimani era un generale comandante di una forza governativa, cioè un’alta personalità dello Stato iraniano mentre al-Muhandis era un alto ufficiale di una milizia integrata nell’apparato militare dello Stato iracheno, lo stesso Stato che ha un accordo con Washington per ospitare forze statunitensi che certo non prevede vengano impiegate per colpire figure istituzionali oppure ospiti e amici dell’Iraq.
Non si tratta solo di ingerenza arbitraria ma di un raid effettuato dagli USA con velivoli decollati probabilmente dall’Iraq che hanno colpito a Baghdad personalità dello Stato iracheno e iraniano ritenute ostili da Washington che, come fa Ankara con i curdi, definisce “terroristi” tutti i suoi avversari inclusi gli iraniani.
Definizione improbabile tenuto conto del ruolo fondamentale ricoperto da pasdaran e milizie sciite nello sconfiggere lo Stato Islamico in Iraq e Siria.
L’enormità di quanto è accaduto a Baghdad non può essere sottovalutata anche in termini di rispetto della sovranità di uno Stato amico degli Stati Uniti. Come reagiremmo se aerei statunitensi decollati da Aviano o Sigonella colpissero alti ufficiali italiani e di un paese amico di Roma bombardando i loro veicoli all’aeroporto di Fiumicino?
Come definiremmo il raid di un drone iraniano che uccidesse con un missile a Baghdad un generale dei marines o delle forze speciali statunitensi? Senza dubbio lo definiremmo un atto di terrorismo.
È vero che gli iraniani erano presenti alla violenta manifestazione tenutasi davanti all’ambasciata americana a Baghdad, ma quell’evento è stata una risposta non molto pacifica a un atto di guerra quale i raid aerei statunitensi su una base delle milizie sciite irachene.
Certo, le tensioni tra statunitensi e milizie filo-iraniane in Iraq avevano messo da tempo a dura prova i rapporti tra Baghdad e Washington ma le pesanti ripercussioni dell’uccisione di Soleimani non sfuggono neppure ai vertici dell’Amministrazione Trump.
Il Pentagono ha subito tenuto a precisare che “per ordine del Presidente le forze armate hanno adottato misure difensive decisive per proteggere il personale americano all’estero uccidendo Qassem Soleimani”. Una dichiarazione che cerca di giustificare l’omicidio come un’azione difensiva attribuendo al tempo stesso la responsabilità a Trump.
Il segretario di Stato, Mike Pompeo, si è impegnato a spiegare ad amici e alleati le ragioni degli USA ma ha incassato un plauso solo da Gerusalemme (peraltro scontato) mentre ovunque dilagano scetticismo, sconcerto e condanne più o meno manifeste. Intanto i presidenti russo e francese discutono ormai sempre più apertamente su come contrastare la politica muscolare degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Di fronte agli scarsi risultati ottenuti dalla sua campagna in cerca di consenso e comprensione, Pompeo, ha pensato bene di bacchettare gli alleati europei (ancora!!) che, a suo giudizio, non sono stati “così disponibili” nel comprendere le ragioni che hanno spinto gli americani a uccidere Soleimani. “Ho parlato con i nostri partner nella regione del Medio Oriente per spiegare loro cosa stessimo facendo, perchè lo stessimo facendo, e per chiedere loro assistenza. Tutti sono stati fantastici.
Ma le mie conversazioni con i nostri partner in altri luoghi non sono state altrettanto positive. Francamente, gli europei non sono stati così disponibili come avrei voluto che fossero. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, tutti devono capire ciò che hanno fatto gli americani, hanno salvato vite umane anche in Europa”.
Valutazione che ben spiega quale sia il concetto di alleanza con l’Europa della leadership statunitense, già peraltro ben evidenziato in passato.
Di fatto Washington (fin da prima dell’attuale amministrazione) ci dice da anni che dobbiamo accettare che i russi siano di nuovo “cattivi”, che dobbiamo spendere di più per la Difesa (ma comprando prodotti “made in USA”), che l’accordo sul nucleare con l’Iran andava abrogato (con sanzioni economiche annesse) pur in assenza di violazioni da parte di Teheran e ora pretende di convincerci che se gli americani ammazzano chiunque desiderino e bombardano ovunque ritengano necessario in barba a ogni norma del diritto, lo fanno per il nostro bene.
Meglio metterlo in conto: con visioni così semplicistiche e supponenti i rapporti con gli USA saranno per tutti sempre più ardui e complicati mentre la pretesa di averci come vassalli plaudenti rende agli europei sempre più difficile essere amici e alleati degli Stati Uniti.
Difficile scongiurare l’escalation che l’uccisione di Soleimani con ogni probabilità finirà per generare, soprattutto in un Iraq già da tempo in preda a una profonda crisi interna che mina la residua credibilità delle istituzioni in mano agli sciiti e rilancia, per l’ennesima volta dalla rimozione del regime di Saddam Hussein, il confronto tra sciiti e sunniti.
L’Iran potrebbe rispondere presto all’uccisione di Soleimani in termini militari mentre Baghdad sarà con ogni probabilità costretta da pressioni da parte di molti partiti sciiti e di Teheran a chiedere agli Stati Uniti di ritirare i circa 5mila militari presenti nel paese nell’ambito della Coalizione anti-Isis di cui fanno parte anche i contingenti alleati, inclusi 900 militari italiani.
Soldati barricati nelle basi nel timore di trovarsi coinvolti in qualche rappresaglia, scambiati per americani, dopo il raid all’aeroporto di Baghdad circa il quale gli USA non avevano neppure informato gli alleati della coalizione.
L’aperta ostilità con l’Iran e il mondo sciita, ufficializzata platealmente con l’uccisione di Soleimani, preoccupa Roma (che schiera soldati a Baghdad e Irbil ma anche in mezzo agli Hezbollah nel libano del Sud) ma anche le stesse monarchie del Golfo che vedono oggi ancor più concreto il rischio di una guerra con Teheran ma soprattutto devono oggi guardare con crescente diffidenza le forze militari statunitensi presenti sul loro territorio.
Forze che evidentemente Washington considera di poter impiegare senza limitazioni nonostante gli accordi sottoscritti. Un aspetto su cui necessariamente rifletteranno da oggi in tanti, in Medio Oriente come in Europa.
È ancora tollerabile per Baghdad e il mondo arabo che in queste ore i caccia statunitensi basati in Giordania, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti sorvolino liberamente l’Iraq per proteggere le proprie basi e, qualora lo ritenessero necessario, bombardino installazioni e milizie in territorio iracheno?
Queste forze statunitensi costituiscono ancora un elemento di stabilizzazione regionale o non sono al contrario strumenti per accentuarne una destabilizzazione? Una destabilizzazione che colpirebbe anche in termini petroliferi i paesi produttori e i principali consumatori, eccetto quelli già autosufficienti come gli Stati Uniti.
Secondo alcuni analisti l’uccisione così plateale di Soleimani ha l’obiettivo di ripristinare la deterrenza statunitense nel Golfo, per ammonire Teheran che gli USA sono sempre pronti a mordere le forze iraniane e dei suoi alleati quali Hezbollah o le milizie sciite in Iraq.
L’impressione è invece che l’attacco contro il leader dei pasdaran punti a far saltare i precari equilibri che tengono malamente insieme l’Iraq facendolo sprofondare nella guerra civile. Soleimani era un “obiettivo pagante” ma la sua eliminazione non costituisce nessun vantaggio: al suo posto è già stato nominato il suo vice, il generale Esmael Ghaani, che continuerà a guidare i pasdaran per garantire gli interessi dell’Iran oltre i confini nazionali.
Anzi, in un Iran diviso al suo interno dalla crescente insofferenza nei confronti del regime, la morte di un eroe nazionale così popolare come Suleimani aiuterà a cementare il patriottismo intorno al governo.
Ancora Mike Pompeo, subito dopo il raid ha annunciato su Twitter che si vedono iracheni in festa per strada dopo l’annuncio della morte del generale iraniano. “Gli iracheni danzano nelle strade per la libertà, grati che il generale Soleimani non c’è più”.
A esprimere tanta gioia erano però gli abitanti dei quartieri sunniti di Baghdad e del resto Soleimani ha guidato gran parte delle operazioni contro l’insorgenza sunnita accentrata intorno al Califfato: dalla difesa di Baghdad nell’estate del 2014 (gestita dai pasdaran) fino alla riconquista di tutto il nord e l’ovest dell’Iraq nonché di parte dell’Est siriano.
Difficile immaginare che il tweet di Pompeo fosse inconsapevole, tenuto conto che l’attuale segretario di Stato è stato al vertice della CIA, ma se dopo aver istituito la Coalizione anti Isis ora Washington punta ad alimentare il revanchismo sunnita (specie ora che l’Isis sta rialzando la testa) è evidente che l’obiettivo ultimo è la definitiva destabilizzazione dell’Iraq.
Un obiettivo funzionale, nella visione strategica degli USA, a interrompere la continuità geografica e strategica della “Mezzaluna sciita” che si estende dall’Iran bagnato dall’Oceano Indiano e dalle acque del Golfo Persico fino alle coste del Libano meridionale sulle rive del Mediterraneo attraverso Iraq e Siria.
Un obiettivo certo non nuovo per gli USA che fino a ieri lo hanno perseguito cercando di interrompere questa continuità geografica con il controllo dei territori orientali siriani (in mano ai curdi sostenuti da militari statunitensi, francesi e britannici) ad altri ribelli appoggiati dalle forze USA in Giordania, nel settore di al-Tanf.
Nell’ottobre scorso l’intervento turco nel nord della Siria e il successivo accordo tra Ankara e Mosca hanno cambiato tutto mettendo fuori gioco gli statunitensi e permettendo a Damasco di riprendere il controllo dell’est del paese.
L’anello debole della “mezzaluna sciita” su cui oggi Washington potrebbe far leva è quindi l’Iraq, sostenendo e alimentando l’insofferenza dei sunniti nei confronti del governo sciita di Baghdad sostenuto dall’Iran e afflitto da sempre dai mali del settarismo e della corruzione.
Fonte
Poco importa se, sul piano tecnico-militare i due veicoli Suv polverizzati all’aeroporto di Baghdad siano stati colpiti dai missili Hellfire lanciati da un elicottero AH-64E o da un velivolo teleguidato MQ-9 Reaper.
Quel che conta in termini politico-strategici è che gli Stati Uniti hanno ucciso Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis (vice comandante delle Unità di Mobilitazione Popolare, le milizie sciite irachene filo-iraniane protagoniste della campagna vittoriosa contro lo Stato Islamico) come se si trattasse di capi talebani o di leader di milizie e gruppi terroristici qaedisti o dell’Isis.
Soleimani era un generale comandante di una forza governativa, cioè un’alta personalità dello Stato iraniano mentre al-Muhandis era un alto ufficiale di una milizia integrata nell’apparato militare dello Stato iracheno, lo stesso Stato che ha un accordo con Washington per ospitare forze statunitensi che certo non prevede vengano impiegate per colpire figure istituzionali oppure ospiti e amici dell’Iraq.
Non si tratta solo di ingerenza arbitraria ma di un raid effettuato dagli USA con velivoli decollati probabilmente dall’Iraq che hanno colpito a Baghdad personalità dello Stato iracheno e iraniano ritenute ostili da Washington che, come fa Ankara con i curdi, definisce “terroristi” tutti i suoi avversari inclusi gli iraniani.
Definizione improbabile tenuto conto del ruolo fondamentale ricoperto da pasdaran e milizie sciite nello sconfiggere lo Stato Islamico in Iraq e Siria.
L’enormità di quanto è accaduto a Baghdad non può essere sottovalutata anche in termini di rispetto della sovranità di uno Stato amico degli Stati Uniti. Come reagiremmo se aerei statunitensi decollati da Aviano o Sigonella colpissero alti ufficiali italiani e di un paese amico di Roma bombardando i loro veicoli all’aeroporto di Fiumicino?
Come definiremmo il raid di un drone iraniano che uccidesse con un missile a Baghdad un generale dei marines o delle forze speciali statunitensi? Senza dubbio lo definiremmo un atto di terrorismo.
È vero che gli iraniani erano presenti alla violenta manifestazione tenutasi davanti all’ambasciata americana a Baghdad, ma quell’evento è stata una risposta non molto pacifica a un atto di guerra quale i raid aerei statunitensi su una base delle milizie sciite irachene.
Certo, le tensioni tra statunitensi e milizie filo-iraniane in Iraq avevano messo da tempo a dura prova i rapporti tra Baghdad e Washington ma le pesanti ripercussioni dell’uccisione di Soleimani non sfuggono neppure ai vertici dell’Amministrazione Trump.
Il Pentagono ha subito tenuto a precisare che “per ordine del Presidente le forze armate hanno adottato misure difensive decisive per proteggere il personale americano all’estero uccidendo Qassem Soleimani”. Una dichiarazione che cerca di giustificare l’omicidio come un’azione difensiva attribuendo al tempo stesso la responsabilità a Trump.
Il segretario di Stato, Mike Pompeo, si è impegnato a spiegare ad amici e alleati le ragioni degli USA ma ha incassato un plauso solo da Gerusalemme (peraltro scontato) mentre ovunque dilagano scetticismo, sconcerto e condanne più o meno manifeste. Intanto i presidenti russo e francese discutono ormai sempre più apertamente su come contrastare la politica muscolare degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Di fronte agli scarsi risultati ottenuti dalla sua campagna in cerca di consenso e comprensione, Pompeo, ha pensato bene di bacchettare gli alleati europei (ancora!!) che, a suo giudizio, non sono stati “così disponibili” nel comprendere le ragioni che hanno spinto gli americani a uccidere Soleimani. “Ho parlato con i nostri partner nella regione del Medio Oriente per spiegare loro cosa stessimo facendo, perchè lo stessimo facendo, e per chiedere loro assistenza. Tutti sono stati fantastici.
Ma le mie conversazioni con i nostri partner in altri luoghi non sono state altrettanto positive. Francamente, gli europei non sono stati così disponibili come avrei voluto che fossero. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, tutti devono capire ciò che hanno fatto gli americani, hanno salvato vite umane anche in Europa”.
Valutazione che ben spiega quale sia il concetto di alleanza con l’Europa della leadership statunitense, già peraltro ben evidenziato in passato.
Di fatto Washington (fin da prima dell’attuale amministrazione) ci dice da anni che dobbiamo accettare che i russi siano di nuovo “cattivi”, che dobbiamo spendere di più per la Difesa (ma comprando prodotti “made in USA”), che l’accordo sul nucleare con l’Iran andava abrogato (con sanzioni economiche annesse) pur in assenza di violazioni da parte di Teheran e ora pretende di convincerci che se gli americani ammazzano chiunque desiderino e bombardano ovunque ritengano necessario in barba a ogni norma del diritto, lo fanno per il nostro bene.
Meglio metterlo in conto: con visioni così semplicistiche e supponenti i rapporti con gli USA saranno per tutti sempre più ardui e complicati mentre la pretesa di averci come vassalli plaudenti rende agli europei sempre più difficile essere amici e alleati degli Stati Uniti.
Difficile scongiurare l’escalation che l’uccisione di Soleimani con ogni probabilità finirà per generare, soprattutto in un Iraq già da tempo in preda a una profonda crisi interna che mina la residua credibilità delle istituzioni in mano agli sciiti e rilancia, per l’ennesima volta dalla rimozione del regime di Saddam Hussein, il confronto tra sciiti e sunniti.
L’Iran potrebbe rispondere presto all’uccisione di Soleimani in termini militari mentre Baghdad sarà con ogni probabilità costretta da pressioni da parte di molti partiti sciiti e di Teheran a chiedere agli Stati Uniti di ritirare i circa 5mila militari presenti nel paese nell’ambito della Coalizione anti-Isis di cui fanno parte anche i contingenti alleati, inclusi 900 militari italiani.
Soldati barricati nelle basi nel timore di trovarsi coinvolti in qualche rappresaglia, scambiati per americani, dopo il raid all’aeroporto di Baghdad circa il quale gli USA non avevano neppure informato gli alleati della coalizione.
L’aperta ostilità con l’Iran e il mondo sciita, ufficializzata platealmente con l’uccisione di Soleimani, preoccupa Roma (che schiera soldati a Baghdad e Irbil ma anche in mezzo agli Hezbollah nel libano del Sud) ma anche le stesse monarchie del Golfo che vedono oggi ancor più concreto il rischio di una guerra con Teheran ma soprattutto devono oggi guardare con crescente diffidenza le forze militari statunitensi presenti sul loro territorio.
Forze che evidentemente Washington considera di poter impiegare senza limitazioni nonostante gli accordi sottoscritti. Un aspetto su cui necessariamente rifletteranno da oggi in tanti, in Medio Oriente come in Europa.
È ancora tollerabile per Baghdad e il mondo arabo che in queste ore i caccia statunitensi basati in Giordania, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti sorvolino liberamente l’Iraq per proteggere le proprie basi e, qualora lo ritenessero necessario, bombardino installazioni e milizie in territorio iracheno?
Queste forze statunitensi costituiscono ancora un elemento di stabilizzazione regionale o non sono al contrario strumenti per accentuarne una destabilizzazione? Una destabilizzazione che colpirebbe anche in termini petroliferi i paesi produttori e i principali consumatori, eccetto quelli già autosufficienti come gli Stati Uniti.
Secondo alcuni analisti l’uccisione così plateale di Soleimani ha l’obiettivo di ripristinare la deterrenza statunitense nel Golfo, per ammonire Teheran che gli USA sono sempre pronti a mordere le forze iraniane e dei suoi alleati quali Hezbollah o le milizie sciite in Iraq.
L’impressione è invece che l’attacco contro il leader dei pasdaran punti a far saltare i precari equilibri che tengono malamente insieme l’Iraq facendolo sprofondare nella guerra civile. Soleimani era un “obiettivo pagante” ma la sua eliminazione non costituisce nessun vantaggio: al suo posto è già stato nominato il suo vice, il generale Esmael Ghaani, che continuerà a guidare i pasdaran per garantire gli interessi dell’Iran oltre i confini nazionali.
Anzi, in un Iran diviso al suo interno dalla crescente insofferenza nei confronti del regime, la morte di un eroe nazionale così popolare come Suleimani aiuterà a cementare il patriottismo intorno al governo.
Ancora Mike Pompeo, subito dopo il raid ha annunciato su Twitter che si vedono iracheni in festa per strada dopo l’annuncio della morte del generale iraniano. “Gli iracheni danzano nelle strade per la libertà, grati che il generale Soleimani non c’è più”.
A esprimere tanta gioia erano però gli abitanti dei quartieri sunniti di Baghdad e del resto Soleimani ha guidato gran parte delle operazioni contro l’insorgenza sunnita accentrata intorno al Califfato: dalla difesa di Baghdad nell’estate del 2014 (gestita dai pasdaran) fino alla riconquista di tutto il nord e l’ovest dell’Iraq nonché di parte dell’Est siriano.
Difficile immaginare che il tweet di Pompeo fosse inconsapevole, tenuto conto che l’attuale segretario di Stato è stato al vertice della CIA, ma se dopo aver istituito la Coalizione anti Isis ora Washington punta ad alimentare il revanchismo sunnita (specie ora che l’Isis sta rialzando la testa) è evidente che l’obiettivo ultimo è la definitiva destabilizzazione dell’Iraq.
Un obiettivo funzionale, nella visione strategica degli USA, a interrompere la continuità geografica e strategica della “Mezzaluna sciita” che si estende dall’Iran bagnato dall’Oceano Indiano e dalle acque del Golfo Persico fino alle coste del Libano meridionale sulle rive del Mediterraneo attraverso Iraq e Siria.
Un obiettivo certo non nuovo per gli USA che fino a ieri lo hanno perseguito cercando di interrompere questa continuità geografica con il controllo dei territori orientali siriani (in mano ai curdi sostenuti da militari statunitensi, francesi e britannici) ad altri ribelli appoggiati dalle forze USA in Giordania, nel settore di al-Tanf.
Nell’ottobre scorso l’intervento turco nel nord della Siria e il successivo accordo tra Ankara e Mosca hanno cambiato tutto mettendo fuori gioco gli statunitensi e permettendo a Damasco di riprendere il controllo dell’est del paese.
L’anello debole della “mezzaluna sciita” su cui oggi Washington potrebbe far leva è quindi l’Iraq, sostenendo e alimentando l’insofferenza dei sunniti nei confronti del governo sciita di Baghdad sostenuto dall’Iran e afflitto da sempre dai mali del settarismo e della corruzione.
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28/12/2019
Bielorussia-Russia: tra gas e integrazione
Che dite, sarà un caso? Da settimane continuano le “proteste democratiche” in Bielorussia, per lo più all’insegna del “No all’aggressore” del Cremlino, e per il 4 gennaio è in programma l’incontro del Segretario di stato Mike Pompeo con il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko, a coronamento di tutta una serie di “visite” di delegazioni occidentali nel 2019, sia in Bielorussia, che in Ucraina.
A Mosca, fanno notare (un po’ a denti stretti) che i Ministeri degli esteri russo e bielorusso hanno un programma di azioni concertate e l’amministrazione presidenziale russa ha specificato che Minsk ha il diritto di ricevere qualsiasi politico straniero.
“Sappiamo comunque il perché dell’arrivo di Pompeo, cosa ciò preannunci e quali siano le trasformazioni interne bielorusse che hanno reso possibili le visite a Minsk di politici occidentali di primo piano”, scrive TG-canal. E sappiamo anche “dove si dirigerà la Bielorussia dopo tutte queste visite, nel corso delle quali la leadership riceve precise istruzioni sul sabotaggio dell’integrazione con la Russia, sul soffocamento della lingua russa, il sostegno all’Ucraina e l’accesso delle ONG occidentali“.
Per dire, sono già una ventina le missioni dei funzionari della Banca Mondiale in Bielorussia, con l’organizzazione di centinaia tra seminari e incontri a vari livelli.
Non sono sicuramente solo bizze personali del bat’ka, il capo-padre bielorusso, le sue ripetute oscillazioni sui fronti energetico e commerciale con Mosca; sembra abbastanza evidente il suo tentativo di barcamenarsi tra due opposti fronti interni: quello di chi è favorevole alla proclamata (ma sinora oltremodo condizionale) integrazione, e quello degli oppositori, che si riuniscono sotto bandiere UE e USA.
I continui “ammonimenti” che Aleksandr Lukašenko lancia a Mosca sui prezzi di gas e petrolio, sembrano proprio voler dire “veniamo a patti, che, se no, il gas lo prendiamo dagli yankee e io lascio mano libera alle truppe cammellate di Washington”. Una cosa che non sembra voler fare veramente, anche perché ne andrebbe della sua stessa posizione.
In ogni caso, gli ascari del “mondo libero” ci sono e sono anche molto attivi, per quanto nient’affatto numerosi, a detta di Lukašenko, ma ben sponsorizzati. È di 3 milioni di euro il programma triennale del Partenariato orientale “Sostegno alla politica economica della Repubblica di Bielorussia”, e il paese è avvolto da una rete di progetti sovvenzionati da oltreoceano e da Bruxelles, con cui si selezionano gli attivisti, preferibilmente giovani, gruppi, associazioni, ecc. da istruire: niente politica e, come dal nulla, in pochi anni, eccoli fedeli a USA e UE.
Per l’appunto, Pompeo potrebbe trovare terreno favorevole a Minsk, dal momento che, come ha dichiarato il 25 dicembre il Ministro per l’energia russo, Aleksandr Novak, il prezzo del gas verso la Bielorussia non è stato ancora concordato e le trattative continuano; quasi a voler dire: “Minsk non si attenda alcuno sconto”.
L’accordo “di principio” sulle forniture era stato raggiunto il 21 dicembre, nell’incontro tra Vladimir Putin e Aleksandr Lukašenko, ma per il prezzo sembra che la cosa sia ancora ferma alle parole del bat’ka, che spera nella continuazione del prezzo del 2019 (127 dollari/m3), per forniture di 20 miliardi di m3 di gas e 25 milioni di tonnellate di petrolio.
Non è cosa semplice. Nei giorni scorsi, facevano sapere da Gazprom che, nel terzo trimestre 2019, il prezzo medio di vendita del gas ai paesi UE è stato di 169 dollari per mille m3, mentre nel secondo trimestre era stato di 205 dollari. Gazprom, dice il capo dipartimento prezzi dell’azienda, Viktor Jatsenko, non vendeva a un prezzo così basso in Europa dal 2004, quando il prezzo medio era di 137 dollari e oggi i prezzi praticati ai paesi europei sono solo poco più alti di quelli ai paesi dell’ex URSS.
Per la verità, il messaggio sembra diretto soprattutto ai consumatori russi, per avvisarli che il prezzo di 4.050 rubli (62,74 dollari per mille m3) sarà presto rivisto, perché, ha detto Jatsenko, i profitti dalle esportazioni non sono più sufficienti a coprire il mercato interno: dunque, come in ogni “paese civilizzato”, con l’innalzamento dell’età pensionabile, cresceranno anche le tariffe energetiche.
Ma sembra comunque chiaro che, soprattutto dopo il compromesso cui si è dovuta abbassare nell’accordo sul transito del gas per l’Ucraina (e i 2,9 miliardi di dollari che Gazprom ha dovuto dare all’ucraina Naftogaz, dopo la sentenza della corte arbitrale di Stoccolma) il transito attraverso la Bielorussia diventi praticamente secondario e Mosca non acconsentirà tanto facilmente alle richieste di Lukašenko.
E anche l’atteggiamento di quest’ultimo non è fatto proprio per addolcire il clima. In una recentissima intervista alla radio Ekho Moskvy, bat’ka si è lasciato andare a qualche sortita che non piace molto al Cremlino. Come scrive l’agenzia iarex, il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha respinto il suo tentativo di contrapporre le posizioni di Putin a quelle del primo ministro Dmitrij Medvedev. Peskov ha inoltre risposto con un gelido “sono cose loro” alla semi-minaccia bielorussa di dirottare al re-export di petrolio due rami dell’oleodotto “Družba”.
Sembra che Mosca non abbia intenzione di trovare scorciatoie, in attesa che l’incontro del bat’ka con Mike Pompeo chiarisca i termini concreti, sia dei percorsi pro-occidentali della Bielorussia, sia delle “proposte” yankee in campo energetico.
Nello specifico dei progetti di integrazione, pare che Lukašenko e Putin abbiano concordato di non discutere la cosiddetta “carta 31”, riguardante i futuri organi sovranazionali (Parlamento, Presidente, ecc.), mentre avrebbero discusso più che altro di “questioni doganali, economia, protezione del nostro spazio, difesa, diplomazia”.
Nell’intervista a Ekho Moskvy, bat’ka ha affermato che Bielorussia e Russia dovrebbero concordare “con calma le questioni dell’integrazione, e non creare il terreno per tutti i tipi di provocazioni e battaglie di strada per l’indipendenza e la sovranità. Dobbiamo lavorare con calma, e non lanciare ai media ogni sorta di dichiarazioni provocatorie”.
Certo, ha detto Lukašenko, “le manifestazioni ci sono: sono quelle 4-500 persone che sventolano bandiere americane e dicono di temere per l’indipendenza del paese: li capisco, e non respingo il loro punto di vista, con cui dobbiamo fare i conti. Io non avverto alcuna minaccia da parte della Russia. In questa situazione, la Russia non ha bisogno di altri grattacapi. Se ci sarà una minaccia, sarà quando avremo una pessima economia, quando sarà impossibile per le persone sopportare la situazione. Finché sono al governo, questa è l’unica minaccia. Se all’improvviso la Russia, come dicono quelle 4-500 persone, dovesse cercare di violare la nostra sovranità, si sa già come reagirebbe la comunità mondiale”.
Fonte
A Mosca, fanno notare (un po’ a denti stretti) che i Ministeri degli esteri russo e bielorusso hanno un programma di azioni concertate e l’amministrazione presidenziale russa ha specificato che Minsk ha il diritto di ricevere qualsiasi politico straniero.
“Sappiamo comunque il perché dell’arrivo di Pompeo, cosa ciò preannunci e quali siano le trasformazioni interne bielorusse che hanno reso possibili le visite a Minsk di politici occidentali di primo piano”, scrive TG-canal. E sappiamo anche “dove si dirigerà la Bielorussia dopo tutte queste visite, nel corso delle quali la leadership riceve precise istruzioni sul sabotaggio dell’integrazione con la Russia, sul soffocamento della lingua russa, il sostegno all’Ucraina e l’accesso delle ONG occidentali“.
Per dire, sono già una ventina le missioni dei funzionari della Banca Mondiale in Bielorussia, con l’organizzazione di centinaia tra seminari e incontri a vari livelli.
Non sono sicuramente solo bizze personali del bat’ka, il capo-padre bielorusso, le sue ripetute oscillazioni sui fronti energetico e commerciale con Mosca; sembra abbastanza evidente il suo tentativo di barcamenarsi tra due opposti fronti interni: quello di chi è favorevole alla proclamata (ma sinora oltremodo condizionale) integrazione, e quello degli oppositori, che si riuniscono sotto bandiere UE e USA.
I continui “ammonimenti” che Aleksandr Lukašenko lancia a Mosca sui prezzi di gas e petrolio, sembrano proprio voler dire “veniamo a patti, che, se no, il gas lo prendiamo dagli yankee e io lascio mano libera alle truppe cammellate di Washington”. Una cosa che non sembra voler fare veramente, anche perché ne andrebbe della sua stessa posizione.
In ogni caso, gli ascari del “mondo libero” ci sono e sono anche molto attivi, per quanto nient’affatto numerosi, a detta di Lukašenko, ma ben sponsorizzati. È di 3 milioni di euro il programma triennale del Partenariato orientale “Sostegno alla politica economica della Repubblica di Bielorussia”, e il paese è avvolto da una rete di progetti sovvenzionati da oltreoceano e da Bruxelles, con cui si selezionano gli attivisti, preferibilmente giovani, gruppi, associazioni, ecc. da istruire: niente politica e, come dal nulla, in pochi anni, eccoli fedeli a USA e UE.
Per l’appunto, Pompeo potrebbe trovare terreno favorevole a Minsk, dal momento che, come ha dichiarato il 25 dicembre il Ministro per l’energia russo, Aleksandr Novak, il prezzo del gas verso la Bielorussia non è stato ancora concordato e le trattative continuano; quasi a voler dire: “Minsk non si attenda alcuno sconto”.
L’accordo “di principio” sulle forniture era stato raggiunto il 21 dicembre, nell’incontro tra Vladimir Putin e Aleksandr Lukašenko, ma per il prezzo sembra che la cosa sia ancora ferma alle parole del bat’ka, che spera nella continuazione del prezzo del 2019 (127 dollari/m3), per forniture di 20 miliardi di m3 di gas e 25 milioni di tonnellate di petrolio.
Non è cosa semplice. Nei giorni scorsi, facevano sapere da Gazprom che, nel terzo trimestre 2019, il prezzo medio di vendita del gas ai paesi UE è stato di 169 dollari per mille m3, mentre nel secondo trimestre era stato di 205 dollari. Gazprom, dice il capo dipartimento prezzi dell’azienda, Viktor Jatsenko, non vendeva a un prezzo così basso in Europa dal 2004, quando il prezzo medio era di 137 dollari e oggi i prezzi praticati ai paesi europei sono solo poco più alti di quelli ai paesi dell’ex URSS.
Per la verità, il messaggio sembra diretto soprattutto ai consumatori russi, per avvisarli che il prezzo di 4.050 rubli (62,74 dollari per mille m3) sarà presto rivisto, perché, ha detto Jatsenko, i profitti dalle esportazioni non sono più sufficienti a coprire il mercato interno: dunque, come in ogni “paese civilizzato”, con l’innalzamento dell’età pensionabile, cresceranno anche le tariffe energetiche.
Ma sembra comunque chiaro che, soprattutto dopo il compromesso cui si è dovuta abbassare nell’accordo sul transito del gas per l’Ucraina (e i 2,9 miliardi di dollari che Gazprom ha dovuto dare all’ucraina Naftogaz, dopo la sentenza della corte arbitrale di Stoccolma) il transito attraverso la Bielorussia diventi praticamente secondario e Mosca non acconsentirà tanto facilmente alle richieste di Lukašenko.
E anche l’atteggiamento di quest’ultimo non è fatto proprio per addolcire il clima. In una recentissima intervista alla radio Ekho Moskvy, bat’ka si è lasciato andare a qualche sortita che non piace molto al Cremlino. Come scrive l’agenzia iarex, il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha respinto il suo tentativo di contrapporre le posizioni di Putin a quelle del primo ministro Dmitrij Medvedev. Peskov ha inoltre risposto con un gelido “sono cose loro” alla semi-minaccia bielorussa di dirottare al re-export di petrolio due rami dell’oleodotto “Družba”.
Sembra che Mosca non abbia intenzione di trovare scorciatoie, in attesa che l’incontro del bat’ka con Mike Pompeo chiarisca i termini concreti, sia dei percorsi pro-occidentali della Bielorussia, sia delle “proposte” yankee in campo energetico.
Nello specifico dei progetti di integrazione, pare che Lukašenko e Putin abbiano concordato di non discutere la cosiddetta “carta 31”, riguardante i futuri organi sovranazionali (Parlamento, Presidente, ecc.), mentre avrebbero discusso più che altro di “questioni doganali, economia, protezione del nostro spazio, difesa, diplomazia”.
Nell’intervista a Ekho Moskvy, bat’ka ha affermato che Bielorussia e Russia dovrebbero concordare “con calma le questioni dell’integrazione, e non creare il terreno per tutti i tipi di provocazioni e battaglie di strada per l’indipendenza e la sovranità. Dobbiamo lavorare con calma, e non lanciare ai media ogni sorta di dichiarazioni provocatorie”.
Certo, ha detto Lukašenko, “le manifestazioni ci sono: sono quelle 4-500 persone che sventolano bandiere americane e dicono di temere per l’indipendenza del paese: li capisco, e non respingo il loro punto di vista, con cui dobbiamo fare i conti. Io non avverto alcuna minaccia da parte della Russia. In questa situazione, la Russia non ha bisogno di altri grattacapi. Se ci sarà una minaccia, sarà quando avremo una pessima economia, quando sarà impossibile per le persone sopportare la situazione. Finché sono al governo, questa è l’unica minaccia. Se all’improvviso la Russia, come dicono quelle 4-500 persone, dovesse cercare di violare la nostra sovranità, si sa già come reagirebbe la comunità mondiale”.
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18/10/2019
Rojava, l'esercito siriano raggiunge Kobane. Per Erdogan "nessuna tregua"
di Chiara Cruciati - il Manifesto
Al sicuro tra le mura della Casa Bianca e in quelle del palazzo presidenziale di Ankara, i due responsabili dell’apertura di un nuovo fronte di guerra in Siria hanno dedicato la giornata di ieri a distribuire al mondo pillole di boria e muscoli.
Mentre nel nord-est del paese proseguivano i combattimenti a terra, mentre cresceva il numero di sfollati dalle comunità del Rojava, il presidente statunitense Donald Trump mandava a dire a siriani e turchi di ammazzarsi pure tra di loro: «Non è un nostro problema», ha detto mentre incontrava il presidente italiano Mattarella, appena 48 ore dopo aver imposto sanzioni alla Turchia.
«Il Pkk è una minaccia terroristica per certi versi peggiore dell’Isis. E i curdi non sono angeli. Gli abbiamo dato un sacco di soldi per combattere con noi e sono stati bravi. Non tanto bravi quando non combattevano con noi», ha aggiunto cancellando in pochi attimi gli 11mila combattenti curdi, arabi, assiri, turkmeni morti nella lotta allo Stato Islamico e i migliaia di prigionieri stranieri dell’Isis detenuti in Rojava e che i rispettivi paesi hanno, per interesse, dimenticato.
Nelle stesse ore, nella capitale turca, il presidente Recep Tayyip Erdogan faceva fare un po’ di anticamera al vice-presidente statunitense Mike Pence e al segretario di Stato Mike Pompeo, arrivati per convincere l’alleato ad accettare il cessate il fuoco e a negoziare.
Alla fine Erdogan li farà passare (l’incontro è previsto oggi), probabilmente per ribadirgli quanto detto ieri a un vertice del suo partito, l’Akp: una tregua è possibile solo se «i terroristi (le forze curde) abbandoneranno le armi, distruggeranno le loro trappole e lasceranno la safe zone che abbiamo stabilito». Ovvero se gli permetteranno di creare quella zona cuscinetto su cui rimugina da anni, a metà tra un «magazzino» di rifugiati siriani e un simil-emirato sunnita, da tenere sotto la propria ala.
Il gioco machista di ruolo in corso tra i due leader si consuma sulla pelle di un intero popolo che ieri è entrato nel suo ottavo giorno di operazione «Fonte di pace». Sul campo le varie forze prendono posizione con i primi reali scontri tra esercito siriano e milizie islamiste (opposizione a Damasco) al soldo turco: «L’esercito siriano è a sud ovest di Kobane – ci faceva sapere in mattinata il Rojava Information Center – Attendiamo l’ingresso in città in serata». Ingresso confermato ieri sera dal Ric e dalle foto di soldati a cavalcioni sui carri armati a sventolare la bandiera siriana: l’esercito governativo è entrato a Kobane.
«Ad Ain Issa, Tel Temer e fuori Manbij ci sono scontri tra le Sdf (Forze democratiche siriane), le milizie filo-turche e i soldati governativi – aggiunge il Ric – Il governo ha un ruolo attivo: da quando sono presenti aerei russi e siriani, l’aviazione turca non si è vista».
Colpi di mortaio e artiglieria pesante anche a Ras al-Ain (Sere Kaniye), con colonne di fumo visibili dalla parte turca della frontiera. Ma gli scontri peggiori hanno investito Ain Issa: qui, secondo l’agenzia curda Anha, le milizie filo-turche avrebbero dato alle fiamme il campo profughi dove sono detenuti miliziani dell’Isis, liberandone un numero non definito.
Nomi di città e di comunità che all’Europa dicono poco. Sono la prima linea del fuoco, quella che Erdogan ha bisogno di conquistare per radicare le proprie posizioni, sia militari che politiche. E sono, in alcuni casi, città-simbolo non solo dal punto di vista geografico: sono quelle che con la loro storia hanno plasmato il carattere sociale, economico, politico, di genere, dell’esperienza del confederalismo democratico.
L’eventuale caduta di Manbij e Kobane nelle mani di Erdogan e dei suoi pretoriani rafforzerebbe la narrazione turca del conflitto, non tanto fuori quanto all’interno della Turchia, dove crisi economica e avanzata delle opposizioni al voto amministrativo gli hanno suggerito il vecchio trucco della distrazione di massa.
Fonte
Al sicuro tra le mura della Casa Bianca e in quelle del palazzo presidenziale di Ankara, i due responsabili dell’apertura di un nuovo fronte di guerra in Siria hanno dedicato la giornata di ieri a distribuire al mondo pillole di boria e muscoli.
Mentre nel nord-est del paese proseguivano i combattimenti a terra, mentre cresceva il numero di sfollati dalle comunità del Rojava, il presidente statunitense Donald Trump mandava a dire a siriani e turchi di ammazzarsi pure tra di loro: «Non è un nostro problema», ha detto mentre incontrava il presidente italiano Mattarella, appena 48 ore dopo aver imposto sanzioni alla Turchia.
«Il Pkk è una minaccia terroristica per certi versi peggiore dell’Isis. E i curdi non sono angeli. Gli abbiamo dato un sacco di soldi per combattere con noi e sono stati bravi. Non tanto bravi quando non combattevano con noi», ha aggiunto cancellando in pochi attimi gli 11mila combattenti curdi, arabi, assiri, turkmeni morti nella lotta allo Stato Islamico e i migliaia di prigionieri stranieri dell’Isis detenuti in Rojava e che i rispettivi paesi hanno, per interesse, dimenticato.
Nelle stesse ore, nella capitale turca, il presidente Recep Tayyip Erdogan faceva fare un po’ di anticamera al vice-presidente statunitense Mike Pence e al segretario di Stato Mike Pompeo, arrivati per convincere l’alleato ad accettare il cessate il fuoco e a negoziare.
Alla fine Erdogan li farà passare (l’incontro è previsto oggi), probabilmente per ribadirgli quanto detto ieri a un vertice del suo partito, l’Akp: una tregua è possibile solo se «i terroristi (le forze curde) abbandoneranno le armi, distruggeranno le loro trappole e lasceranno la safe zone che abbiamo stabilito». Ovvero se gli permetteranno di creare quella zona cuscinetto su cui rimugina da anni, a metà tra un «magazzino» di rifugiati siriani e un simil-emirato sunnita, da tenere sotto la propria ala.
Il gioco machista di ruolo in corso tra i due leader si consuma sulla pelle di un intero popolo che ieri è entrato nel suo ottavo giorno di operazione «Fonte di pace». Sul campo le varie forze prendono posizione con i primi reali scontri tra esercito siriano e milizie islamiste (opposizione a Damasco) al soldo turco: «L’esercito siriano è a sud ovest di Kobane – ci faceva sapere in mattinata il Rojava Information Center – Attendiamo l’ingresso in città in serata». Ingresso confermato ieri sera dal Ric e dalle foto di soldati a cavalcioni sui carri armati a sventolare la bandiera siriana: l’esercito governativo è entrato a Kobane.
«Ad Ain Issa, Tel Temer e fuori Manbij ci sono scontri tra le Sdf (Forze democratiche siriane), le milizie filo-turche e i soldati governativi – aggiunge il Ric – Il governo ha un ruolo attivo: da quando sono presenti aerei russi e siriani, l’aviazione turca non si è vista».
Colpi di mortaio e artiglieria pesante anche a Ras al-Ain (Sere Kaniye), con colonne di fumo visibili dalla parte turca della frontiera. Ma gli scontri peggiori hanno investito Ain Issa: qui, secondo l’agenzia curda Anha, le milizie filo-turche avrebbero dato alle fiamme il campo profughi dove sono detenuti miliziani dell’Isis, liberandone un numero non definito.
Nomi di città e di comunità che all’Europa dicono poco. Sono la prima linea del fuoco, quella che Erdogan ha bisogno di conquistare per radicare le proprie posizioni, sia militari che politiche. E sono, in alcuni casi, città-simbolo non solo dal punto di vista geografico: sono quelle che con la loro storia hanno plasmato il carattere sociale, economico, politico, di genere, dell’esperienza del confederalismo democratico.
L’eventuale caduta di Manbij e Kobane nelle mani di Erdogan e dei suoi pretoriani rafforzerebbe la narrazione turca del conflitto, non tanto fuori quanto all’interno della Turchia, dove crisi economica e avanzata delle opposizioni al voto amministrativo gli hanno suggerito il vecchio trucco della distrazione di massa.
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02/08/2019
Afghanistan - I taliban sono pronti a riprendere il potere
Qualcosa si muove in direzione della pace in Afghanistan. O almeno in direzione della fine dell’incubo statunitense in corso in quel paese da 18 anni. Dallo scorso ottobre alcuni funzionari di Washington e rappresentanti dei taliban stanno tenendo una serie d’incontri faccia a faccia nel piccolo stato del Qatar, nel golfo Persico, e si stanno avvicinando a un accordo. Durante una visita in Afghanistan il mese scorso, il segretario di stato statunitense, Mike Pompeo, ha dichiarato che l’amministrazione Trump sperava in “un accordo di pace prima del 1 settembre”.
Questa prospettiva non raccoglie grande attenzione perché tutti temono che Donald Trump stia per avventurarsi, in maniera improvvida, in una nuova e molto più grave guerra con il paese vicino, l’Iran, ma si tratta di un’ipotesi assolutamente realistica. Tra 18 mesi le truppe statunitensi potrebbero essersi completamente ritirate dall’Afghanistan.
Ma la vera domanda è: quanto tempo passerà prima che i taliban tornino al potere?
Quando una grande potenza perde una guerra con un nemico molto più debole, in un paese molto più povero, non può di fatto ammettere la sconfitta. Sarebbe troppo umiliante. E quindi i vincitori locali spesso devono lasciare che la grande potenza salvi la faccia, concedendole un “rispettabile intervallo” di tempo (per usare l’immortale espressione di Henry Kissinger) tra il momento in cui le truppe della grande potenza se ne vanno e quello in cui sanciscono la propria vittoria.
Ma quanto è lungo un “rispettabile intervallo”? Solitamente intorno ai tre anni. È il tempo che attese il Vietnam del Nord, dopo che le truppe statunitensi avevano lasciato il Vietnam del Sud (1972), prima di prendere il controllo di quest’ultimo (1975). Ed è lo stesso tempo trascorso dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan (1989) e quello in cui il loro governo fantoccio a Kabul è stato spazzato via (1992), anche se una guerra civile tra gruppi islamisti rivali ha impedito ai taliban di occupare la capitale per altri quattro anni.
Ed è probabilmente lo stesso intervallo di tempo che i taliban dovranno aspettare stavolta, dopo che le truppe statunitensi avranno lasciato l’Afghanistan (diciamo all’incirca alla fine del 2020, appena prima delle elezioni negli Stati Uniti), prima di salire ufficialmente al potere a Kabul (forse nel 2023?).
In Afghanistan ancora molte persone vengono uccise – in media circa venti civili uccisi o feriti ogni giorno, almeno il doppio di soldati e anche molti taliban – ma i taliban hanno vinto.
Nonostante un grande sostegno aereo da parte degli Stati Uniti, il governo più o meno eletto che Washington ha creato a Kabul ha perso il controllo di un terzo dell’Afghanistan dal 2014, quando le truppe statunitensi e di altri paesi occidentali si sono ritirate dalle loro postazioni di combattimento sul campo. Un altro terzo del paese è controllato dal governo di giorno e dai taliban di notte.
Se gli ultimi 14mila soldati statunitensi rimasti e i loro colleghi delle forze aeree se ne dovessero andare, sarà la fine dei giochi per il governo “fantoccio” (come lo chiamano i taliban) del presidente Ashrad Ghani. Gli Stati Uniti riconoscono implicitamente questa realtà di fatto, perché solo i diplomatici di Washington, e non i rappresentanti del governo afgano ufficiale, partecipano ai negoziati con i taliban in Qatar.
Alcuni funzionari del governo ufficiale afgano sono stati autorizzati a presenziare all’ultima sessione delle trattative di pace in Qatar, ma “a titolo personale”, senza poter negoziare alcunché. Il governo di Ghani dovrà accettare qualunque accordo stringeranno gli Stati Uniti, e sa perfettamente che sta per essere scaricato. Dopodiché lui e i suoi non avranno altre opzioni che quella di rubare quanto più potranno, e di andarsene prima che la situazione precipiti.
E come giustificherà la Casa Bianca il fatto di aver svenduto i suoi alleati afgani, che da lei dipendevano? Senza grandi difficoltà, se i “Nixon tapes” possono valere da precedente. La conversazione tra il presidente Richard Nixon e il suo consigliere alla sicurezza nazionale, Henry Kissinger, nell’agosto 1972, quando questi stavano decidendo se abbandonare il Vietnam del Sud, fu registrata dal sistema della Casa Bianca e resa poi pubblica nel corso dello scandalo Watergate.
Gli unici sconfitti in questo accordo saranno gli afgani, che dovranno vivere nuovamente sotto il controllo dei taliban.
Fonte
Questa prospettiva non raccoglie grande attenzione perché tutti temono che Donald Trump stia per avventurarsi, in maniera improvvida, in una nuova e molto più grave guerra con il paese vicino, l’Iran, ma si tratta di un’ipotesi assolutamente realistica. Tra 18 mesi le truppe statunitensi potrebbero essersi completamente ritirate dall’Afghanistan.
Ma la vera domanda è: quanto tempo passerà prima che i taliban tornino al potere?
Quando una grande potenza perde una guerra con un nemico molto più debole, in un paese molto più povero, non può di fatto ammettere la sconfitta. Sarebbe troppo umiliante. E quindi i vincitori locali spesso devono lasciare che la grande potenza salvi la faccia, concedendole un “rispettabile intervallo” di tempo (per usare l’immortale espressione di Henry Kissinger) tra il momento in cui le truppe della grande potenza se ne vanno e quello in cui sanciscono la propria vittoria.
Ma quanto è lungo un “rispettabile intervallo”? Solitamente intorno ai tre anni. È il tempo che attese il Vietnam del Nord, dopo che le truppe statunitensi avevano lasciato il Vietnam del Sud (1972), prima di prendere il controllo di quest’ultimo (1975). Ed è lo stesso tempo trascorso dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan (1989) e quello in cui il loro governo fantoccio a Kabul è stato spazzato via (1992), anche se una guerra civile tra gruppi islamisti rivali ha impedito ai taliban di occupare la capitale per altri quattro anni.
Ed è probabilmente lo stesso intervallo di tempo che i taliban dovranno aspettare stavolta, dopo che le truppe statunitensi avranno lasciato l’Afghanistan (diciamo all’incirca alla fine del 2020, appena prima delle elezioni negli Stati Uniti), prima di salire ufficialmente al potere a Kabul (forse nel 2023?).
In Afghanistan ancora molte persone vengono uccise – in media circa venti civili uccisi o feriti ogni giorno, almeno il doppio di soldati e anche molti taliban – ma i taliban hanno vinto.
Nonostante un grande sostegno aereo da parte degli Stati Uniti, il governo più o meno eletto che Washington ha creato a Kabul ha perso il controllo di un terzo dell’Afghanistan dal 2014, quando le truppe statunitensi e di altri paesi occidentali si sono ritirate dalle loro postazioni di combattimento sul campo. Un altro terzo del paese è controllato dal governo di giorno e dai taliban di notte.
Se gli ultimi 14mila soldati statunitensi rimasti e i loro colleghi delle forze aeree se ne dovessero andare, sarà la fine dei giochi per il governo “fantoccio” (come lo chiamano i taliban) del presidente Ashrad Ghani. Gli Stati Uniti riconoscono implicitamente questa realtà di fatto, perché solo i diplomatici di Washington, e non i rappresentanti del governo afgano ufficiale, partecipano ai negoziati con i taliban in Qatar.
Alcuni funzionari del governo ufficiale afgano sono stati autorizzati a presenziare all’ultima sessione delle trattative di pace in Qatar, ma “a titolo personale”, senza poter negoziare alcunché. Il governo di Ghani dovrà accettare qualunque accordo stringeranno gli Stati Uniti, e sa perfettamente che sta per essere scaricato. Dopodiché lui e i suoi non avranno altre opzioni che quella di rubare quanto più potranno, e di andarsene prima che la situazione precipiti.
E come giustificherà la Casa Bianca il fatto di aver svenduto i suoi alleati afgani, che da lei dipendevano? Senza grandi difficoltà, se i “Nixon tapes” possono valere da precedente. La conversazione tra il presidente Richard Nixon e il suo consigliere alla sicurezza nazionale, Henry Kissinger, nell’agosto 1972, quando questi stavano decidendo se abbandonare il Vietnam del Sud, fu registrata dal sistema della Casa Bianca e resa poi pubblica nel corso dello scandalo Watergate.
Nixon: ‘Potremo ancora avere una politica estera presentabile se tra un anno o due anni, il Vietnam del Nord ingloberà il Vietnam del Sud? È questa la vera domanda’.Ha funzionato per Nixon e Kissinger, e può funzionare anche per Trump e Pompeo. Questi ultimi forse non sono altrettanto intelligenti e furbi, ma sono altrettanto spietati. Il ritiro non costituirebbe peraltro, per loro, un danno politico, perché i taliban non sono mai stati interessati ad attaccare gli Stati Uniti (quella era Al Qaeda).
Kissinger: ‘(Sì), se la cosa apparirà come il risultato dell’incompetenza del Vietnam del Sud. Ma se adesso li abbandoniamo in un modo tale che che, diciamo, tra tre o quattro mesi, (li) avremo messi alle corde… la cosa non ci sarà di grande aiuto. Dobbiamo trovare una qualche formula che mantenga la situazione in piedi per un anno o due… Dopodiché, dopo un anno, signor presidente, il Vietnam sarà acqua passata. Se risolviamo le cose, diciamo, il prossimo ottobre, a gennaio 1974 a nessuno importerà nulla”.
Gli unici sconfitti in questo accordo saranno gli afgani, che dovranno vivere nuovamente sotto il controllo dei taliban.
Fonte
15/05/2019
Nello scontro con la Cina Washington cerca la sponda russa
Si è svolto ieri a Soči il previsto incontro (il secondo nel giro di un mese) tra il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov e il Segretario di Stato Mike Pompeo, che fa seguito al colloquio telefonico dello scorso 3 maggio tra Vladimir Putin e Donald Trump, dopo il quale, secondo le parole di Lavrov, i due Presidenti avevano sollecitato i rispettivi Ministri a “intensificare il dialogo” teso alla “normalizzazione dei rapporti” Russia-USA.
Lavrov ha dichiarato di aver affrontato con Pompeo anche le questioni di Venezuela, Penisola coreana, Siria, Ucraina e nucleare iraniano. A quanto pare, il disaccordo rimane pressoché su tutti i temi e le parti si sono “impegnate a continuare il dialogo”. Il tema del “ristabilimento di normali rapporti” è risuonato anche nel successivo colloquio serale, quando Pompeo ha incontrato Vladimir Putin.
Nell’incontro con Lavrov, Pompeo ha insistito sul mantra del “Maduro se ne deve andare”, cui il russo ha risposto che le minacce all’indirizzo di Maduro da parte di esponenti USA e Guaidò non hanno nulla a che fare con la democrazia. Ma, a proposito di un presunto “scambio” Trump-Putin per le sfere d’influenza su Venezuela e Ucraina, di cui alcuni media avevano parlato alla vigilia, non sembra proprio che si debba arrivare ad alcun baratto.
In particolare, sostiene Aleksandr Khaldej su iarex.ru, perché entrambi hanno bisogno di ambedue le zone: “i paesi globali hanno interessi globali”, siano USA, Russia o Cina. Era così già ai tempi dell’URSS, quando si scherzava sullo slogan “abbiamo bisogno della pace” e qualcuno rispondeva “sì, e preferibilmente tutto”, giocando sul termine mir, che in russo significa sia pace che mondo. Mosca e Washington non si scambieranno zone di influenza: casomai, si preparano a sottrarsele, in ogni parte del mir, e la cosa riguarda a maggior ragione aree chiave quali Ucraina e Venezuela.
L’abbandono dell’Ucraina da parte degli USA, afferma Khaldej, rafforzerebbe la Russia e significherebbe l’avvio di un ristabilimento delle frontiere dell’ex URSS sotto egida di Mosca e l’inevitabile alleanza con Pechino: cioè, il colpo di grazia per gli Stati Uniti.
E che Mosca non preveda alcuno scambio, bensì, al contrario, un’impennata della tensione nel Donbass, lo dimostrerebbe la nomina dell’ex ambasciatore a Minsk, Mikhail Babič, a curatore presidenziale per DNR e LNR, vista come una vittoria del “partito militare” su quello diplomatico. Non a caso, proprio sulla Bielorussia, tra i due “partiti” del Cremlino, avrebbe prevalso il secondo, ottenendo la sostituzione del rigido Babič col più morbido Dmitrij Mezentsev; mentre, per la situazione di guerra in Donbass, le soluzioni si sono invertite e, accanto alla decisione sui passaporti agli abitanti delle Repubbliche popolari, in vista di un inasprimento dell’aggressione ucraina, si è optato per un elemento di polso, a sostituire Vladislav Surkov, sponsorizzato dal “partito diplomatico”.
Una questione invece che, almeno ufficialmente, non pare sia stata affrontata da Lavrov e Pompeo, è quella della Crimea, su cui qualcosa si sarebbe mosso oltreoceano, anche se non a livello ufficiale: l’ex assistente di Ronald Reagan, Douglas Bandow, ha scritto su The National Interest che un auspicabile miglioramento dei rapporti USA-Russia dovrebbe passare per il riconoscimento della Crimea russa e l’arresto dell’espansione a est della NATO.
Cosa dovrebbe chiedere in cambio Washington? “Solamente” la fine del sostegno russo al Donbass! Un’ipotesi a dir poco fantasiosa e, in sostanza, dettata da un’unica preoccupazione, che diviene sempre più evidente alla luce della guerra commerciale USA-Cina: dopo il vertice Putin-Xi al Forum “Belt and Road” dello scorso aprile, Washington appare impensierita delle possibili conseguenze per gli USA di una più stretta collaborazione tra Mosca e Pechino.
Il politologo Dmitrij Drobnitskij ricorda il cosiddetto “triangolo di Kissinger” degli anni ’70, secondo cui interesse USA è quello di tenere Mosca e Pechino più vicine a sé di quanto non lo siano l’una con l’altra, uno dei cui effetti collaterali, però, sottolinea Svetlana Gomzikova su Svobodnaja Pressa, in fin dei conti è stato quello di far sì che, anche grazie a quella politica nixoniana, qualche decennio dopo la Cina divenisse la prima economia del mondo, “parte integrante non solo dell’economia globale, ma anche parte inseparabile della cosiddetta Cimerika”.
In sostanza, l’ipotesi prospettata da Bandow, sarebbe quella di dichiarare pari pari a Mosca “fai quello che vuoi con l’Ucraina, ma, per l’amor del cielo, smetti di avvicinarti alla Cina”.
Ora, anche la missione di Pompeo a Soči sembra rientrare in questo quadro. Oltre, però, a motivi più “interni”. Si deve tener conto infatti del conflitto tra CIA e Pentagono; dietro al secondo starebbero i Clinton e i neocon, sostenitori di una pressione totale sulla Russia, fino al completo blocco economico e diplomatico, unito a una sfrenata corsa agli armamenti.
Dietro alla fazione della CIA ci sarebbero gli uomini di Trump, e Pompeo è uno di loro, dice ancora Khaldej. La CIA stessa soffocherebbe volentieri la Russia con gli stessi mezzi del Pentagono; ma ciò significherebbe la vittoria di quei gruppi da cui è esclusa Langley e, nello scontro per il potere interno agli USA, la CIA è interessata a mettere i bastoni tra le ruote al Pentagono.
Ipotesi, per l’appunto; tanto più che Washington non ha mai interrotto le manovre per isolare la Russia da quelle ex Repubbliche sovietiche rimaste apparentemente “neutrali”: principalmente Kazakhstan e Bielorussia, dopo le aperte “conversioni” di Paesi baltici, Georgia, Azerbajdžan, Ucraina, e gli ondeggiamenti delle Repubbliche minori centro-asiatiche.
Dopo le ripetute oscillazioni di Aleksandr Lukašenko sul fronte energetico e commerciale con Mosca, o i suoi passati scambi di cortesie con Petro Porošenko, sembra di non poter escludere la mano yankee nel tentativo di golpe contro di lui delle scorse settimane, a sventare il quale avrebbe contribuito il FSB russo. Ma, di regola, il lavoro yankee è più sottile.
Il paese è avvolto da una rete di progetti sovvenzionati; si selezionano gli attivisti, preferibilmente giovani, gruppi, associazioni, ecc. da istruire: niente politica; e voilà, in 5-6 anni eccoli fedeli a USA, UE e valori occidentali. Ad esempio: è di 3 milioni di euro il programma triennale del Partenariato orientale “Sostegno alla politica economica della Repubblica di Bielorussia” e, a oggi, il personale della Banca Mondiale ha condotto 16 missioni in Bielorussia, organizzato 11 seminari e tenuto oltre 90 incontri.
Per quanto riguarda il Kazakhstan, l’attuale ambasciatore USA William Moser è visto in loco quale “specialista” di “rivoluzioni colorate” e la sua nomina sembra inquadrarsi nei piani del Dipartimento di Stato, esplicitati di recente proprio da Mike Pompeo, che ha incluso l’Asia centrale tra le aree in cui gli USA contrasteranno “l’influenza malvagia della Russia”. Un’operazione, dice il politologo Dmitrij Žuravlëv, che non prevede all’inizio un attacco diretto, come fatto con l’Ucraina, con le folle in piazza, bensì un lavoro più fine e più lento: lo stesso che, d’altronde, era stato fatto con l’Unione Sovietica e che non si è mai smesso di fare anche con la Russia.
Sempre in Asia centrale, secondo la russa RT, l’Agenzia USA per lo sviluppo internazionale (USAID) si appresterebbe a stanziare 2,5 milioni di dollari per sostenere le elezioni parlamentari del 2020 in Kirghizija. Formalmente, la somma dovrebbe andare alle organizzazioni impegnate nel monitoraggio del processo elettorale e nella copertura mediatica del voto: l’obiettivo, è quello di aiutare i movimenti filo-occidentali a entrare in parlamento.
Nel 2015, dopo un alterco col Dipartimento di Stato, Biškek aveva denunciato l’accordo di collaborazione con gli USA; poi, lo scorso anno, il Presidente Sooronbaj Žeenbekov, si era pronunciato per la ripresa della cooperazione. In risposta, il Dipartimento di Stato ha assicurato che gli Stati Uniti sono impegnati a rafforzare relazioni “basate sulla fiducia, l’uguaglianza e il rispetto reciproco”: cioè, il Pentagono punta alla riapertura della base aerea di Manas, attivata nel 2001 per le operazioni NATO in Afghanistan e chiusa nel 2014 per decisione dell’ex Presidente Almazbek Atambaev.
Il teatro europeo è invece quello in cui Washington mette in conto uno scontro diretto con la Russia. Se l’ex comandante delle forze NATO in Europa, l’ammiraglio USA James Stavridis, prospetta un confronto “pacifico” e chiede nuove sanzioni (quelle immancabili per il “Nord stream-2”, ad esempio), la cessazione di ogni cooperazione negli affari internazionali e l’aperto sostegno di quei gruppi che in Russia “aspirano alla democrazia”, un altro ex comandante (fino allo scorso 3 maggio), il generale Curtis Scaparrotti, ha dichiarato che i Paesi europei devono esser pronti a un conflitto che potrebbe scoppiare in qualunque momento e devono concentrare ai propri confini quante più truppe e mezzi corazzati possibili.
Una opzione che viene accolta di buon conto da molte capitali est-europee; ma solo fin tanto che ciò non cozza con le rispettive pretese di espansione. Caso emblematico è quello di Budapest, per cui i nazionalisti ungheresi, come osserva Vladimir Laktjušin su iarex.ru, si schierano dalla parte di Mosca: bramando di metter le mani sulla Transcarpazia, sono pronti a riconoscere la Crimea russa.
Il sito nazista ucraino Mirotvorets ha inserito nella lista nera il presidente del partito nazionalista ungherese “Jobbik” (legato a Rassemblement National, Alternative für Deutschland, Lega, Freiheitliche Partei Österreichs, la russa Rodina, tanto per dire) Thomas Schneider, che di recente ha visitato la Transcarpazia, abitata da una forte minoranza magiara.
Durante la visita, Schneider avrebbe parlato della prospettiva di una “futura autonomia” della Transcarpazia (nel 2014, “Jobbik” parlava addirittura di separazione) ed è stato perciò accusato da Mirotvorets di “attentato alla sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina”. Formalmente, la reazione ucraina appare legittima; ma è il caso di prestare attenzione alla natura di entrambi i pretendenti: da un lato, ansiosi di metter le mani su pezzi di territorio altrui (lo stesso può dirsi per le mire polacche, rumene, slovacche, su altre regioni ucraine) e, dall’altro, decisi ad affermare la “totale ucrainizzazione” di popolazioni non ucraine.
In tutto questo “gioco” sullo scacchiere mondiale, gli unici a rimanere a bordo campo sono gli interessi delle masse e dei popoli.
Fonte
Lavrov ha dichiarato di aver affrontato con Pompeo anche le questioni di Venezuela, Penisola coreana, Siria, Ucraina e nucleare iraniano. A quanto pare, il disaccordo rimane pressoché su tutti i temi e le parti si sono “impegnate a continuare il dialogo”. Il tema del “ristabilimento di normali rapporti” è risuonato anche nel successivo colloquio serale, quando Pompeo ha incontrato Vladimir Putin.
Nell’incontro con Lavrov, Pompeo ha insistito sul mantra del “Maduro se ne deve andare”, cui il russo ha risposto che le minacce all’indirizzo di Maduro da parte di esponenti USA e Guaidò non hanno nulla a che fare con la democrazia. Ma, a proposito di un presunto “scambio” Trump-Putin per le sfere d’influenza su Venezuela e Ucraina, di cui alcuni media avevano parlato alla vigilia, non sembra proprio che si debba arrivare ad alcun baratto.
In particolare, sostiene Aleksandr Khaldej su iarex.ru, perché entrambi hanno bisogno di ambedue le zone: “i paesi globali hanno interessi globali”, siano USA, Russia o Cina. Era così già ai tempi dell’URSS, quando si scherzava sullo slogan “abbiamo bisogno della pace” e qualcuno rispondeva “sì, e preferibilmente tutto”, giocando sul termine mir, che in russo significa sia pace che mondo. Mosca e Washington non si scambieranno zone di influenza: casomai, si preparano a sottrarsele, in ogni parte del mir, e la cosa riguarda a maggior ragione aree chiave quali Ucraina e Venezuela.
L’abbandono dell’Ucraina da parte degli USA, afferma Khaldej, rafforzerebbe la Russia e significherebbe l’avvio di un ristabilimento delle frontiere dell’ex URSS sotto egida di Mosca e l’inevitabile alleanza con Pechino: cioè, il colpo di grazia per gli Stati Uniti.
E che Mosca non preveda alcuno scambio, bensì, al contrario, un’impennata della tensione nel Donbass, lo dimostrerebbe la nomina dell’ex ambasciatore a Minsk, Mikhail Babič, a curatore presidenziale per DNR e LNR, vista come una vittoria del “partito militare” su quello diplomatico. Non a caso, proprio sulla Bielorussia, tra i due “partiti” del Cremlino, avrebbe prevalso il secondo, ottenendo la sostituzione del rigido Babič col più morbido Dmitrij Mezentsev; mentre, per la situazione di guerra in Donbass, le soluzioni si sono invertite e, accanto alla decisione sui passaporti agli abitanti delle Repubbliche popolari, in vista di un inasprimento dell’aggressione ucraina, si è optato per un elemento di polso, a sostituire Vladislav Surkov, sponsorizzato dal “partito diplomatico”.
Una questione invece che, almeno ufficialmente, non pare sia stata affrontata da Lavrov e Pompeo, è quella della Crimea, su cui qualcosa si sarebbe mosso oltreoceano, anche se non a livello ufficiale: l’ex assistente di Ronald Reagan, Douglas Bandow, ha scritto su The National Interest che un auspicabile miglioramento dei rapporti USA-Russia dovrebbe passare per il riconoscimento della Crimea russa e l’arresto dell’espansione a est della NATO.
Cosa dovrebbe chiedere in cambio Washington? “Solamente” la fine del sostegno russo al Donbass! Un’ipotesi a dir poco fantasiosa e, in sostanza, dettata da un’unica preoccupazione, che diviene sempre più evidente alla luce della guerra commerciale USA-Cina: dopo il vertice Putin-Xi al Forum “Belt and Road” dello scorso aprile, Washington appare impensierita delle possibili conseguenze per gli USA di una più stretta collaborazione tra Mosca e Pechino.
Il politologo Dmitrij Drobnitskij ricorda il cosiddetto “triangolo di Kissinger” degli anni ’70, secondo cui interesse USA è quello di tenere Mosca e Pechino più vicine a sé di quanto non lo siano l’una con l’altra, uno dei cui effetti collaterali, però, sottolinea Svetlana Gomzikova su Svobodnaja Pressa, in fin dei conti è stato quello di far sì che, anche grazie a quella politica nixoniana, qualche decennio dopo la Cina divenisse la prima economia del mondo, “parte integrante non solo dell’economia globale, ma anche parte inseparabile della cosiddetta Cimerika”.
In sostanza, l’ipotesi prospettata da Bandow, sarebbe quella di dichiarare pari pari a Mosca “fai quello che vuoi con l’Ucraina, ma, per l’amor del cielo, smetti di avvicinarti alla Cina”.
Ora, anche la missione di Pompeo a Soči sembra rientrare in questo quadro. Oltre, però, a motivi più “interni”. Si deve tener conto infatti del conflitto tra CIA e Pentagono; dietro al secondo starebbero i Clinton e i neocon, sostenitori di una pressione totale sulla Russia, fino al completo blocco economico e diplomatico, unito a una sfrenata corsa agli armamenti.
Dietro alla fazione della CIA ci sarebbero gli uomini di Trump, e Pompeo è uno di loro, dice ancora Khaldej. La CIA stessa soffocherebbe volentieri la Russia con gli stessi mezzi del Pentagono; ma ciò significherebbe la vittoria di quei gruppi da cui è esclusa Langley e, nello scontro per il potere interno agli USA, la CIA è interessata a mettere i bastoni tra le ruote al Pentagono.
Ipotesi, per l’appunto; tanto più che Washington non ha mai interrotto le manovre per isolare la Russia da quelle ex Repubbliche sovietiche rimaste apparentemente “neutrali”: principalmente Kazakhstan e Bielorussia, dopo le aperte “conversioni” di Paesi baltici, Georgia, Azerbajdžan, Ucraina, e gli ondeggiamenti delle Repubbliche minori centro-asiatiche.
Dopo le ripetute oscillazioni di Aleksandr Lukašenko sul fronte energetico e commerciale con Mosca, o i suoi passati scambi di cortesie con Petro Porošenko, sembra di non poter escludere la mano yankee nel tentativo di golpe contro di lui delle scorse settimane, a sventare il quale avrebbe contribuito il FSB russo. Ma, di regola, il lavoro yankee è più sottile.
Il paese è avvolto da una rete di progetti sovvenzionati; si selezionano gli attivisti, preferibilmente giovani, gruppi, associazioni, ecc. da istruire: niente politica; e voilà, in 5-6 anni eccoli fedeli a USA, UE e valori occidentali. Ad esempio: è di 3 milioni di euro il programma triennale del Partenariato orientale “Sostegno alla politica economica della Repubblica di Bielorussia” e, a oggi, il personale della Banca Mondiale ha condotto 16 missioni in Bielorussia, organizzato 11 seminari e tenuto oltre 90 incontri.
Per quanto riguarda il Kazakhstan, l’attuale ambasciatore USA William Moser è visto in loco quale “specialista” di “rivoluzioni colorate” e la sua nomina sembra inquadrarsi nei piani del Dipartimento di Stato, esplicitati di recente proprio da Mike Pompeo, che ha incluso l’Asia centrale tra le aree in cui gli USA contrasteranno “l’influenza malvagia della Russia”. Un’operazione, dice il politologo Dmitrij Žuravlëv, che non prevede all’inizio un attacco diretto, come fatto con l’Ucraina, con le folle in piazza, bensì un lavoro più fine e più lento: lo stesso che, d’altronde, era stato fatto con l’Unione Sovietica e che non si è mai smesso di fare anche con la Russia.
Sempre in Asia centrale, secondo la russa RT, l’Agenzia USA per lo sviluppo internazionale (USAID) si appresterebbe a stanziare 2,5 milioni di dollari per sostenere le elezioni parlamentari del 2020 in Kirghizija. Formalmente, la somma dovrebbe andare alle organizzazioni impegnate nel monitoraggio del processo elettorale e nella copertura mediatica del voto: l’obiettivo, è quello di aiutare i movimenti filo-occidentali a entrare in parlamento.
Nel 2015, dopo un alterco col Dipartimento di Stato, Biškek aveva denunciato l’accordo di collaborazione con gli USA; poi, lo scorso anno, il Presidente Sooronbaj Žeenbekov, si era pronunciato per la ripresa della cooperazione. In risposta, il Dipartimento di Stato ha assicurato che gli Stati Uniti sono impegnati a rafforzare relazioni “basate sulla fiducia, l’uguaglianza e il rispetto reciproco”: cioè, il Pentagono punta alla riapertura della base aerea di Manas, attivata nel 2001 per le operazioni NATO in Afghanistan e chiusa nel 2014 per decisione dell’ex Presidente Almazbek Atambaev.
Il teatro europeo è invece quello in cui Washington mette in conto uno scontro diretto con la Russia. Se l’ex comandante delle forze NATO in Europa, l’ammiraglio USA James Stavridis, prospetta un confronto “pacifico” e chiede nuove sanzioni (quelle immancabili per il “Nord stream-2”, ad esempio), la cessazione di ogni cooperazione negli affari internazionali e l’aperto sostegno di quei gruppi che in Russia “aspirano alla democrazia”, un altro ex comandante (fino allo scorso 3 maggio), il generale Curtis Scaparrotti, ha dichiarato che i Paesi europei devono esser pronti a un conflitto che potrebbe scoppiare in qualunque momento e devono concentrare ai propri confini quante più truppe e mezzi corazzati possibili.
Una opzione che viene accolta di buon conto da molte capitali est-europee; ma solo fin tanto che ciò non cozza con le rispettive pretese di espansione. Caso emblematico è quello di Budapest, per cui i nazionalisti ungheresi, come osserva Vladimir Laktjušin su iarex.ru, si schierano dalla parte di Mosca: bramando di metter le mani sulla Transcarpazia, sono pronti a riconoscere la Crimea russa.
Il sito nazista ucraino Mirotvorets ha inserito nella lista nera il presidente del partito nazionalista ungherese “Jobbik” (legato a Rassemblement National, Alternative für Deutschland, Lega, Freiheitliche Partei Österreichs, la russa Rodina, tanto per dire) Thomas Schneider, che di recente ha visitato la Transcarpazia, abitata da una forte minoranza magiara.
Durante la visita, Schneider avrebbe parlato della prospettiva di una “futura autonomia” della Transcarpazia (nel 2014, “Jobbik” parlava addirittura di separazione) ed è stato perciò accusato da Mirotvorets di “attentato alla sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina”. Formalmente, la reazione ucraina appare legittima; ma è il caso di prestare attenzione alla natura di entrambi i pretendenti: da un lato, ansiosi di metter le mani su pezzi di territorio altrui (lo stesso può dirsi per le mire polacche, rumene, slovacche, su altre regioni ucraine) e, dall’altro, decisi ad affermare la “totale ucrainizzazione” di popolazioni non ucraine.
In tutto questo “gioco” sullo scacchiere mondiale, gli unici a rimanere a bordo campo sono gli interessi delle masse e dei popoli.
Fonte
10/05/2019
Ambasciata venezuelana a Washington. Braccio di ferro e scacco matto a Trump
Il fatto: da un mese, venti antimperialisti americani sfidano Trump e occupano l’Ambasciata del Venezuela a Washington per impedirne la consegna all’opposizione venezuelana. Per farli uscire, la polizia, insieme a squadristi pro-Guaidò, fanno l’assedio sul marciapiede, cercando di impedire la consegna di viveri e di medicine. Ma gli occupanti tengono duro.
I retroscena: il 5 febbraio 2019, per avvalorare le pretese di Juan Guaidò, l’usurpatore che si è autoproclamato capo di stato del Venezuela due settimane prima, il presidente Trump e il Segretario di Stato Pompeo hanno riconosciuto a Washington, con atto ufficiale, un suo “sostituto ambasciatore” (chargé d’affaires). Si tratta di Carlos Vecchio, cospiratore anche lui fuggito dal Venezuela negli Stati Uniti nel 2014 dopo il fallito golpe di quel febbraio. Nel contempo Trump e Pompeo hanno radiato dall’albo degli ambasciatori quello nominato nel 2014 dal presidente eletto dai venezuelani, Nicolas Maduro.
Ma Vecchio non ha potuto prendere possesso dell’ambasciata a Washington perché il governo Maduro, rimasto legalmente il locatario dell’edificio, ha rifiutato di consegnarne le chiavi e, in virtù della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche (1961), non è possibile entrare con la forza negli edifici diplomatici.
Non solo, ma il governo Maduro ha consegnato le chiavi dell’ambasciata agli attivisti di tre storiche associazioni antimperialisti negli Stati Uniti: CodePink, Answer e Popular Resistance. D’intesa con Maduro, il 10 aprile, una ventina di loro ha cominciato un “live-in” nell’ambasciata. Vale a dire, gli attivisti vivono (live) nella sede diplomatica, giorno e notte. Questa presenza, peraltro, non essendo stata contestata giuridicamente per un mese intero, dà agli occupanti “tenancy rights” (diritto di permanenza) secondo le leggi di Washington DC. In altre parole, non possono essere rimossi dalla forza pubblica fin quando non venga celebrato un processo che dimostri l’illegalità della loro occupazione. Una illegalità difficile a dimostrare, dal momento che il titolare legale dell’edificio approva la loro presenza. E se un tribunale dovesse riconoscere il “sostituto ambasciatore” Carlos Vecchio come il vero titolare dell’ambasciata? Allora gli occupanti perderebbero la causa ma solo al termine del processo, che potrebbe durare molti mesi.
Inoltre gli occupanti non sono rimasti fermi: sono passati all’attacco. Attraverso una avvocata del “Soccorso Rosso” statunitense, hanno diffidato la polizia e gli agenti federali da qualsiasi tentativo di sgombero, minacciando, in caso contrario, una azione legale contro i funzionari federali ai sensi della legge 42 USC 1983/Bivens.
Trump e Pompeo avevano sperato di entrare in possesso dell’ambasciata in un baleno e senza testimoni. Invece ora, per farlo, i loro agenti dovranno trascinare fuori dall’edificio gli attivisti dentro, davanti a telecamere pronte a documentare una palese violazione delle leggi statunitensi e internazionali. Conclusione: le forze dell’ordine rimangono immobili sul marciapiede.
Scacco.
La contromossa di Trump e Pompeo non si è fatto aspettare. Il 30 aprile sono apparse bande di squadristi venezuelani pro-Guaidò che, da allora, tentano continuamente di sfondare le porte e di intimidire gli attivisti mentre la polizia guarda dall’altra parte. Alcuni hanno montato delle tende sul marciapiede dove si riparano la sera per poter fare assalti anche durante la notte. Ma senza successo: le donne e gli uomini dentro l’Ambasciata evidentemente si sono preparati bene; dieci giorni sono passati e ogni attacco continua ad essere puntualmente respinto. Anzi, ora sono gli squadristi a cominciare a sfiancarsi e a diradarsi.
Un nuovo scacco.
La successiva contromossa di Trump e Pompeo è stata simile a ciò che i due fanno da tempo contro l’intera popolazione del Venezuela: bloccare l’arrivo di viveri e di medicine fin quanto la gente non si arrenda per fame o per sfinimento. “Chi esce dall’ambasciata per rifornimenti, non potrà più tornarci dentro” ha tuonato il comandante della polizia municipale con il suo altoparlante. Come risposta, le Code Pink di riserva, rimaste fuori, insieme ai loro numerosi sostenitori, lanciano pacchi di viveri dal marciapiede attraverso le finestre aperte. In un primo tempo, esasperato, il comandante della polizia ha fatto arrestare la coordinatrice delle CodePink, Ariel Gold, mentre gettava una pagnotta attraverso una finestra aperta. L’imputazione: “lancio di missili”. (In inglese, un “missile” può essere qualsiasi oggetto aerodinamico lanciato in aria e Ariel ha effettivamente lanciato delle forme di pane allungate, tipo baguette francese). L’avvocata di “Soccorso Rosso” ha potuto far annullare sia l’arresto che l’imputazione in giornata, tanto erano ridicoli.
Scacco matto.
Questa compilation dei video girati dagli attivisti fa vedere i diversi momenti.
Che dire? I tentativi di sgombero dell’ambasciata messi in atto da Trump e da Pompeo si sono sgretolati, l’uno dopo l’altro, come i loro tentativi, in Venezuela, di rovesciare il governo Maduro con il cavallo di Troia degli aiuti umanitari o con le manifestazioni davanti alle caserme per coinvolgere i militari: un nulla di fatto, ogni volta. Anzi, le reazioni scomposte dei poliziotti intorno all’ambasciata, oltre al verbale con l’imputazione di “lancio di missili”, dimostrano che l’intera vicenda ha ormai assunto una piega grottesca, farsesca e (per Trump e Pompeo) tragica.
Come succede al crepuscolo di ogni impero.
Fonte
29/03/2019
La “Guerra Ibrida” della CIA contro il Venezuela
Nonostante “La Operacion Constitucion” si sia conclusa con il misero e silenzioso ritorno a Caracas di Juan Guaidò, e la cattura dei quattro comandanti del fatiscente “Esercito di Liberazione Venezuelano” (1), attualmente nella regione di Tona, nel dipartimento colombiano di Santander, le “antenne” della CIA e gli ufficiali colombiani della Inteligencia y Contrainteligencia Militar Conjunta-J2, continuano i preparativi per mettere in piedi negli stati venezuelani di Tachira, Zulia, Amazonas e Apure un “foco” eversivo, con l’obbiettivo di promuovere una guerra civile, che coinvolgerebbe la Colombia scatenando l’immediato intervento militare degli Stati Uniti.
Basandosi su questa prospettiva, il 4 marzo, il vicepresidente degli USA, Mike Pence, tornava all’attacco ricordando che “... Il presidente Donald Trump continua fermamente convinto della necessità urgente di derubare il governo presieduto da Nicolas Maduro, anche con una soluzione militare (2) e senza l’autorizzazione internazionale!...”
Una dichiarazione scandalosa che non è stata gradita nemmeno dai lacchè del Gruppo di Lima (3), registrando nuovamente il dissenso dei generali brasiliani e di quelli argentini e anche la discordanza di molti ufficiali superiori colombiani.
Infatti, il 25 febbraio, il vicepresidente del Brasile, generale Hamilton Mourão, presente nella riunione del gruppo di Lima, realizzata nella capitale colombiana Bogotà, riaffermava allo sbigottito Mike Pence la posizione contraria dei militari brasiliani che, lo stesso generale Mourão aveva annunciato, per la prima volta il 23 gennaio, subito dopo l’incoronamento di Juan Guaidò con il titolo di “Presidente Interino” da parte di Donal Trump. Un pronunciamento che spezzò l’enfasi bellicista della Casa Bianca, poiché, il generale Hamilton Mourão, che in quel periodo ricopriva l’incarico presidenziale in assenza del presidente Jair Bolsonaro, sentenziò: “il Brasile e le sue forze armate non si immischieranno nella politica interna del Venezuela!”.
La posizione espressa dal vicepresidente brasiliano, generale Mourão nella riunione del gruppo di Lima, ha influenzato il posizionamento dei generali argentini, che, nonostante le dichiarazioni belliciste del presidente Macri, in modo categorico hanno ricordato: “... Le forze armate argentine potrebbero integrare una missione di pacificazione in Venezuela solamente se questa sarà votata e autorizzata dall’Assemblea delle Nazioni Unite!”.
Nella capitale colombiana – dove il clima politico è sempre più complesso a causa della crisi economica e del permanente stato d’instabilità provocato dalla corruzione e dal narcotraffico – gli abbracci e le strette di mani del presidente Iván Duque Márquez con il vicepresidente statunitense Mike Pence non hanno convinto i generali dello Stato Maggiore, poiché dopo la decennale e tragica esperienza del “Plan Colombia”, nessuno ufficiale e soldato colombiano vuole più rischiare la vita in una difficile “guerra di selva”, soprattutto con il Venezuela!
In realtà, soltanto l’esplosione di una dilaniante guerra civile, che minacci di danneggiare le infrastrutture petrolifere (pozzi, raffinerie e porti di imbarco), potrebbe convincere il Congresso degli Stati Uniti alla necessità d’intervenire militarmente in Venezuela e quindi autorizzare i generali del Pentagono a realizzare un “attacco chirurgico” contro il Venezuela.
Un attacco che l’ammiraglio Craig Faller, capo del comando meridionale delle forze armate degli Stati Uniti (SouthCom), nel passato mese di ottobre, in una seduta del Comitato del Senato per la Difesa, definì “rischioso”, perché “... l’esercito bolivariano è strutturato in maniera orizzontale, con circa duemila generali che comandano e controllano i differenti settori della difesa territoriale...”.
Anche, Galen Carpenter, analista del conservatore “Cato Institute” e specialista di questioni militari internazionali, in un’intervista a “BBC News Mundo” sottolineando i rischi ricordava che: “Nonostante possano esistere dei motivi di divisione interna, è certo che la maggior parte delle forze dell’esercito bolivariano si mobilizzeranno per respingere l’invasione”.
Un argomento che non trova impreparati gli ufficiali delle FANB. Infatti, nel 2018, il generale venezuelano Jacinto Pérez Arcay (4), subito dopo la decisione del governo bolivariano di sostituire il dollaro con il yuan cinese nelle operazioni di vendita del petrolio, presentò allo Stato Maggiore delle FANB e allo stesso presidente Maduro, uno studio dettagliato sulle possibili operazioni del SOUTHCOM, realizzate per aprire il cammino all’invasione terrestre delle truppe statunitensi.
Sempre secondo il generale Jacinto Pérez Arcay e altre fonti dell’intelligenza militare delle FANB “la prima operazione bellica del SouthCom sarebbe un attacco chirurgico con aerei e missili contro le basi aeree di Palo Negro e di Barcellona e contro la base navale di Puerto Cabello”.
Secondo l'ex capo del Pentagono, il generale Jim Mattis, per determinare la dissoluzione dell’organizzazione dell’esercito venezuelano e quindi favorire l’eventuale arrivo dei marines statunitensi con la funzione di pacificare e non di combattere, l’attacco aereo chirurgico dovrebbe essere realizzato su tutti gli obbiettivi militari del Venezuela senza soffrire nessuna perdita. Infatti, per il generale Mattis, la dissoluzione organica delle FANB è sempre stata la condizione “sine qua non” per realizzare in poco tempo e senza gravi perdite l’invasione del Venezuela per instaurare un nuovo governo. Per questo il capo del Pentagono ha sempre avvisato il presidente Donald Trump che “... Senza questa condizione l’attacco potrebbe diventare una tragica avventura!”.
Un argomento che il generale Jim Mattis ha più volte ribadito al presidente Donald Trump, ricordandogli anche che senza la partecipazione e soprattutto senza la logistica dell’esercito brasiliano e di quello colombiano, il coinvolgimento dei “marines” in Venezuela risulterebbe estremamente rischioso. Una posizione, che secondo alcuni analisti, è stata una delle cause per il suo licenziamento da parte di Trump, dall’incarico di segretario alla Difesa. Da sottolineare che anche i generali H.R. McMaster, John Kelly e Michael Flynn, tutti assunti e poi licenziati dal presidente, hanno avuto autentici diverbi con Donald Trump a causa delle problematiche politiche e militari connesse alla questione venezuelana.
La guerra nelle mani della CIA
Di conseguenza, Mike Pompeo – l’eminenza grigia del governo Trump – senza il parere vincolante dei generali, ha potuto conferire alla CIA la responsabilità assoluta della pianificazione e della realizzazione di tutte le operazioni eversive necessarie a provocare una crisi profonda e distruttiva nel Venezuela, capace di distruggere la capacità di resistenza del governo di Nicolas Maduro.
In quest’ottica, ed avendo ricevuto il palese appoggio di molti paesi “democratici” dell’Unione Europea, il governo Trump ha triplicato il cosiddetto “fondo per il ristabilimento della democrazia in Venezuela”, che adesso supera i 120 milioni di dollari. A questi si devono aggiungere i fondi per le “operazioni top secret” della CIA in Venezuela, che secondo alcune indiscrezioni sono stimate in ottocento milioni di dollari per il solo anno in corso. E’ quindi, su questa base che la CIA ha potuto rafforzare la collaborazione con i servizi segreti brasiliani e i colombiani e con i settori dell’Intelligenza militare brasiliana e colombiana, per capire cosa stia succedendo all’interno del Venezuela.
Infatti, per gli analisti di Langley è importante sapere fino a che punto i diversi settori dell’opposizione sono ancora credibili, che tipo di mobilizzazioni sarebbero in grado di realizzare e se esistono le condizioni e la capacità di creare un “foco eversivo urbano” nelle principali città del Venezuela, nello stesso tempo in cui i gruppi paramilitari orchestrerebbero un “foco eversivo rural” negli stati che confinano con la Colombia.
La divisione all’interno dell’opposizione, dopo l’avventura di Juan Guaidò e la conseguente inattività dei partiti oppositori, ha spinto la CIA a ricorrere all’azione del terrorismo-cibernetico, che rimane l’unico elemento di conflittualità attiva di questa guerra ibrida, sempre più isolata in termini politici, anche a livello di classe media.
Purtroppo negli ultimi trenta giorni, il terrorismo-cibernetico ha provocato seri danni all’economia con diversi sabotaggi alle linee di trasmissione e ai centri di erogazione di energia elettrica. Di fatto, il 7 marzo si è registrato il primo blackout nazionale, che è durato 60 ore, paralizzando tutte le reti informatiche del paese.
Sabotaggi che non hanno ridotto la fiducia nei confronti del governo da parte della maggioranza della popolazione. Al contrario, i blackout hanno provocato un maggiore discredito nei confronti dei partiti dell’opposizione venezuelana, soprattutto di quelli che sostengono la necessità di un cambio politico immediato, ricorrendo a tutte le forme di lotta incluse quelle violente. Per questo motivo, e per mascherare l’insuccesso politico, il presidente Donald Trump e l’eminenza grigia dei NewCons (5), Mike Pompeo, sono tornati a sventolare la bandiera della soluzione militare, stimolando la guerra psicologica dei media, sperando in una resurrezione dell’opposizione.
A questo punto la congiuntura politica che si è creata nel Venezuela presenta tre interrogativi:
) Perché il presidente Donald Trump e il gruppo dei “NewCon”, pur sapendo che l’opposizione è praticamente delegittimata, insistono nel voler derubare urgentemente e a tutti i costi il governo di Nicolas Maduro?
2) Perché Mike Pompeo ha valutato “interessante” il progetto eversivo formulato dalla CIA (distruzione economica progressiva del Venezuela)?
3) Perché John Bolton ha archiviato il parere dei generali del Pentagono, secondo i quali lo sviluppo delle azioni eversive rafforzerebbe la posizione di Maduro e il ruolo dell’esercito bolivariano, annullando la missione pacificatrice dei “marines” statunitensi e la possibilità di “ristabilire la democrazia” senza colpo ferire?
Per rispondere a queste domande è necessario ricorrere alle analisi di alcuni scienziati politici specializzati in “geo-strategia dei blocchi dominanti”. In particolare quelle del professore brasiliano, José Luis Da Costa Fiori (6), che nel mese di agosto del 2018 pubblicava un articolo in cui analizzava il nuovo ruolo della cosiddetta “Guerra Ibrida”, come parte integrante della politica geo-strategica del governo di Donald Trump, intesa come tentativo estremo per imporre il controllo statunitense su tutti gli stati del continente latinoamericano attraverso una guerra di bassa intensità.
Infatti, per il professore Fiori, il termine “Guerra Ibrida” identifica l’evoluzione della tradizionale soluzione militare (bombardamento e invasione dei marines) e dello storico tentativo di colpo di stato castrense con una “Guerra di Quarta Generazione”, in cui il Dipartimento di Stato, la CIA e la Casa Bianca articolano nello stesso tempo una serie di attacchi (economici, giuridici, finanziari, diplomatico, mediatico, politico, psicologico, eversivo e cibernetico), con l’obbiettivo di destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, smobilizzare il movimento chavista e, soprattutto, disarticolare le forze armate bolivariane.
L’urgenza di una “Guerra Ibrida”
L’elemento chiave di questa “Guerra Ibrida” è l’urgenza del governo imperialista di Donald Trump di mettere in moto, “a tutti i costi”, la complessa molteplicità degli elementi eversivi di questa “guerra di bassa intensità”, dove il principale obbiettivo sarebbe la realizzazione di un’apparente ribellione popolare spontanea, capace di assorbire i principali rami dell’esercito ed i settori operai più dinamici delle imprese energetiche e petrolifere statali.
Quindi se consideriamo che la cosiddetta “complessa molteplicità sovversiva” ha i suoi tempi per affermarsi nel contesto politico-istituzionale venezuelano, risulta evidente che non può essere improvvisata e tantomeno può essere accelerata. L’esempio più evidente è stato il fallimento dell’“Operacion Constitucion”.
Di fatto, il governo di Donald Trump, dopo che il governo bolivariano è riuscito ad aggirare gran parte delle sanzioni finanziarie, ha opportunisticamente giocato la carta del “presidente ad interim”, sperando che l’opposizione fosse capace di realizzare una “rivoluzione colorata”, con cui poter imporre un nuovo governo totalmente dipendente dalla Casa Bianca e dalle multinazionali. In realtà la CIA, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca hanno cercato di realizzare una seconda “Operazione Maidan”(7) a sud dell’equatore.
Il fallimento di questo progetto acuisce sempre più le critiche degli industriali del petrolio statunitensi legati a Rex Tillerson, dirigente della multinazionale Chevron, anche lui assunto e poi licenziato in tronco dal presidente Trump. Il malumore delle imprese petrolifere statunitensi è dovuto al fatto che – senza i 1.300.000 barili al giorno di petrolio venezuelano – adesso sono obbligati ad importarlo dall’Arabia Saudita a prezzi più alti, mentre prima delle sanzioni decretate da Trump contro la PDVSA, tutte le raffinerie del Texas usavano petrolio del Venezuela.
D’altra parte, le sanzioni di Trump non hanno paralizzato la produzione della PDVSA, poiché l’OPEC ha fissato nuove quote di produzione, con prezzi più alti, e Cina e India hanno immediatamente siglato nuovi contratti di acquisto con la PDVSA, comprando tutte le quantità di petrolio che anteriormente erano destinate agli Stati Uniti attraverso l’impresa CITGO Petroleum Corporation. Da sottolineare che i nuovi contratti della PDVSA non sono stati sottoscritti in dollari ma in Yuan, cioè la moneta cinese che attualmente Russia, Cina e India utilizzano negli scambi commerciali bilaterali.
L’uso dello Yuan, come pure della cripto-moneta creata dal governo bolivariano, è in realtà, il vero motivo dell’urgenza geo-strategica della Casa Bianca nel voler destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, che con questo tipo di transazioni commerciali contribuisce ad indebolire il potere del dollaro nel mercato finanziario mondiale.
E’ tassativo ricordare che la guerra di aggressione degli Stati Uniti contro l’Iraq, come pure quella contro la Libia, scoppiarono quando Saddam Hussein e poi Gheddafi tentarono di uscire dall’area del dollaro, vendendo i titoli del debito statunitense per comprare oro, argento, diamanti, per poi usare l’Euro come moneta base nella vendita di petrolio e gas.
A questo punto non bisogna dimenticare che quindici giorni prima dell’attacco “umanitario” alla Libia da parte degli aerei della NATO, la Banca d’Inghilterra si appropriò della riserva di oro della Libia, negando al presidente Gheddafi di procedere al trasferimento presso la Banca Centrale di Tripoli. Sarà una casualità, ma anche il governo venezuelano ha sofferto lo stesso “esproprio” da parte della Banca d’Inghilterra, quando il presidente Maduro richiese il rimpatrio della riserva di oro del Venezuela, depositata in quella banca fin dagli anni '70!
L’ultima giustificazione dell’urgenza della “Guerra Ibrida” riguarda il tentativo da parte degli USA d’interrompere la presenza delle imprese cinesi e indiane in Venezuela, garantendo allo stato bolivariano nuove forme di ricchezza con lo sfruttamento di numerosi giacimenti minerari, in particolare quelli di coltan e di oro (8), e la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali.
Una presenza, soprattutto quella cinese, che la Casa Bianca considera un pericolo, poiché le sue imprese alimentano in tutta l’America Latina la possibile alternativa alle rigide regole imposte dal FMI e dalle multinazionali statunitensi ed europee, oltre che presentare invidiabili soluzioni tecnologiche che rompono l’egemonia dei conglomerati di Wall Street.
Un contesto che ci fa scoprire una seconda casualità con il Nicaragua, quando le imprese cinesi avrebbero dovuto iniziare i lavori per la realizzazione di un secondo canale che unirà l’Oceano Atlantico con il Pacifico. Anche in Nicaragua, come in Venezuela l’opposizione cominciò la contestazione del governo di Daniel Ortega, volendo a tutti i costi la sua rinuncia in nome del cosiddetto “cambio democratico”!
Resistenza e preparazione combattiva delle FANB
La grande riforma geostrategica e la ristrutturazione del sistema di difesa nazionale, che il presidente Hugo Chavéz mise in atto subito dopo il fallito colpo di stato del 2002, fu considerata da tutti i governi che si sono succeduti nella Casa Bianca un autentico “atto di guerra”. Il rafforzamento militare delle forze armate venezuelane, voluto e coordinato dallo stesso Comandante Chavez, dette inizio ad una progressiva conflittualità che il governo degli Stati Uniti ha accentuato negli ultimi dieci anni. Una conflittualità latente che, con il governo di Donald Trump, si è trasformata poi in una guerra silenziosa a bassa intensità.
Comunque, il motivo principale del conflitto che ha spinto i generali del Pentagono a considerare lo stato bolivariano “irrecuperabile come quello cubano”, è appunto di natura strategica oltre che militare. Infatti, i nuovi concetti di difesa territoriale e i nuovi meccanismi di organizzazione militare che il presidente Hugo Chavez ha introdotto nelle forze armate venezuelane hanno cancellato a una velocità pazzesca le metodologie organizzative e i concetti teorici importati dalle accademie militari degli Stati Uniti. Bisogna ricordare che negli anni '60 l’esercito venezuelano era considerato il pupillo del Pentagono, presentato come il modello per tutti gli eserciti del continente sudamericano.
Comunque, il Comandante Chavez – seguendo l’esperienza delle FAR cubane – oltre ai fondamenti teorici, modificò tutta la struttura del sistema di difesa, investendo vari miliardi di dollari per comprare nuove armi tecnologicamente più avanzate e dotare tutte le unità, incluso i reparti della “Milicia”, di un sistema di comunicazioni di ultima generazione. Materiale bellico prodotto dalle imprese russe che, subito dopo la fine della Guerra Fredda, hanno superato l’efficienza bellica di molte industrie militari degli Stati Uniti o dei paesi dell’Unione Europea. E’ il caso dei caccia bombardieri Sukhoi e soprattutto del Sistema di Radar e Missili di Difesa Aerea S-300VM, prodotto dal’impresa russa Antey-Almaz.
L’elemento più importante della riforma geostrategica e militare di Chavéz non è solo l’introduzione di nuove armi tecnologicamente avanzate, ma soprattutto la strutturazione del potenziale bellico nelle nuove linee di difesa tracciate nel paese. Inoltre, la grande innovazione è stata la creazione del Comando di Difesa Aereo-Spaziale (CODAI), che è il ramo operativo della difesa subordinato, in linea diretta, al Comando Strategico Operativo (CEOFANB), con sede in Caracas.
Quindi, con l’implementazione di una nuova concezione di difesa territoriale, intesa come elemento fondamentale dell’alleanza politica delle forze armate con il popolo, è stato effettivamente facile trasformare l’antico esercito – che era soggetto alle dispotiche intenzioni delle oligarchie – in autentico esercito popolare, in permanente mobilità per difendere la sovranità e la legittimità del governo bolivariano.
Una condizione che ha permesso la rapida crescita, intellettuale e politica, del corpo degli ufficiali e dei soldati di leva, promovendo la formazione di una “Milicia Nacional Bolivariana”, perfettamente armata e organizzata per integrare il sistema di difesa territoriale nazionale al lato delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane).
Come nelle FAR cubane e in tutti gli eserciti che sono nati per difendere una prospettiva rivoluzionaria, anche nelle FANB l’elemento che maggiormente ne contraddistingue l’organizzazione e la struttura è, senza dubbio, la preparazione politica combattiva, che trasforma il soldato e l’ufficiale in un soggetto politico attivo e presente nell’evoluzione del contesto sociale ed economico del paese. Per questo motivo tutti gli appelli dell’opposizione per una diserzione di massa o per realizzare un colpo di stato contro il governo bolivariano di Nicolas Maduro sono falliti.
Comunque, l’elemento che ha maggiormente irritato i generali del Pentagono è stata la decisione del presidente Nicolas Maduro d’installare in tutte le regioni di frontiera il Sistema di Difesa Aereo S-300VM. In questo modo qualsiasi tentativo di penetrazione nello spazio aereo venezuelano da parte di missili, aerei-spia o cacciabombardieri è immediatamente individuato dai radar, che hanno una capacità di lettura efficace fino a 10.000 metri di altezza e 300 chilometri in linea di superficie. Chi cerca di violare lo spazio aereo venezuelano senza autorizzazione è abbattuto dal sistema di difesa anti-aera, che è composto da cinque linee di fuoco:
1) Cannoni antiaerei da 20 e 40mm;
2) Missili portatili MANPADS Igla5 con un raggio d’azione di 5.000m;
3) Missili S-125 PECHORA 2M con raggio d’azione 20.000m;
4) Missili BUK-2ME con raggio d’azione di 25.000m;
5) Missili S-300VM con raggio d’azione di 30.000m.
Un contesto che è sempre stato presente nelle difficili riunioni dei generali Jim Mattis e John Kelly con Donald Trump, e a Mike Pompeo sulla necessità di realizzare un “bombardamento chirurgico” con cui distruggere gli obbiettivi strategici del Venezuela. Infatti, Donald Trump e Mike Pompeo, non avendo nozioni di tecnologia militare, non hanno mai capito che con la creazione da parte del CODAI venezuelano (Comando di Difesa Aereospaziale Integrale) di un’efficiente area di esclusione aerea (NOTAM A0 160/19) era estremamente rischioso realizzare missioni di bombardamento aereo. Questo perché tutto lo spazio aereo venezuelano risulta protetto dai missili S-300VM, incluso lo spazio aereo marittimo che si estende fino alle isole di Curaçao, Aruba e Bonaire!
In realtà i radar venezuelani controllano perfettamente l’attività aerea a più di 100 chilometri dalle proprie frontiere. In particolare gli spazi aerei della regione colombiana di Cucuta e quella brasiliana di Pacaraima che, secondo il piano eversivo “Operacion Constitucion”, avrebbero dovuto essere il punto di partenza della sognata invasione statunitense mascherata con l’invio dei generi alimentari.
In pratica il presidente Nicolas Maduro, seguendo l’orientamento di Hugo Chavéz, ha completato l’istallazione delle batterie di missili S-300VM in tutto il paese, proteggendo tutto lo spazio aereo del Venezuela con un autentico ombrello armato di missili anti-aerei, guidati da potenti radar russi, capaci di annullare fino a 300 chilometri qualsiasi tipo interferenza elettronica!
A questo punto, vista l’impossibilità di promuovere un’insurrezione popolare, risultando impraticabile un colpo di stato e irrealizzabile un Impeachment contro il presidente Nicolas Maduro, gli uomini della CIA cercano di sfiancare e di delegittimare il governo bolivariano con i sabotaggi cibernetici (9), che sono l’ultimo capitolo della guerra ibrida inventata da Mike Pompeo e Donald Trump!
Note
1) Il 1 febbraio le unità speciali dell’Esercito e del SEBIN catturavano nell’autostrada José Antònio Paez i primi due auto-denominati Comandanti del nascente “ELV”, gli ex-colonnelli in pensione Oswaldo Garcia Palomo e José Acevedo Montonès. In seguito erano catturati gli altri due “comandanti” Antonio José Labichele Barrios e Alberto José Salazar Cabana.
2) Il 4 febbraio il Presidente statunitense, Donald Trump, in un’intervista alla CNN, ribadiva “…la volontà della Casa Bianca di derubare il “dittatore venezuelano” anche con una soluzione militare …”.
3) Il “Gruppo di Lima” fu formato all’interno dell’OSA (Organizzazione Stati Americani) per isolare diplomaticamente il governo bolivariano e appoggiare l’eversione dell’opposizione.
4) Jacinto Péerez Arcay, Generale, esercita l’incarico di Capo dello Stato Maggiore del Comando delle Forze Armate Nazionali.
5) New-Con (Nuovi Conservatori) è il gruppo creato all’interno del partito Repubblicano da Mike Pompeo e John Bolton, che ha sempre sostenuto Donald Trump.
6) José Luis Da Costa Fiori, è un accademico brasiliano specializzato in macroeconomia politica internazionale, che è stato analista del BID (Banca Internazionale per lo Sviluppo) per poi insegnare durante per due anni (2005/2006) nell’Università di Cambridge.
7) Operazione Maidan, è il codice del progetto eversivo che la CIA e il Dipartimento di Stato utilizzarono per rovesciare il governo dell’Ucraina.
8) La Banca Centrale Russa è stata il principale acquirente globale di oro nel 2018. Nello specifico, essa ha venduto tutti i titoli di Stato USA che aveva in bilancio, acquistando nel contempo 274,3 tonnellate di oro. In questa maniera, la Federazione Russa è diventata il quinto possessore al mondo di oro dopo gli Stati Uniti d’America, la Germania, la Francia e l’Italia.
9) Giovedì 7 marzo, il Venezuela è stato l’obiettivo di una serie di attacchi cibernetici sul sistema di controllo della centrale idroelettrica di El Guri. Dopo il Black out, un nuovo attacco è stato orchestrato contro il paese, questa volta nelle strutture della frangia petrolifera dell’Orinoco, la più grande riserva di greggio del pianeta. Il governo bolivariano ha detto che questo sabotaggio è stato effettuato con una tecnologia che solo il governo degli Stati Uniti possiede per generare un Blackout in tutto il paese.
Fonte
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