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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/08/2019

Afghanistan - I taliban sono pronti a riprendere il potere

Qualcosa si muove in direzione della pace in Afghanistan. O almeno in direzione della fine dell’incubo statunitense in corso in quel paese da 18 anni. Dallo scorso ottobre alcuni funzionari di Washington e rappresentanti dei taliban stanno tenendo una serie d’incontri faccia a faccia nel piccolo stato del Qatar, nel golfo Persico, e si stanno avvicinando a un accordo. Durante una visita in Afghanistan il mese scorso, il segretario di stato statunitense, Mike Pompeo, ha dichiarato che l’amministrazione Trump sperava in “un accordo di pace prima del 1 settembre”.

Questa prospettiva non raccoglie grande attenzione perché tutti temono che Donald Trump stia per avventurarsi, in maniera improvvida, in una nuova e molto più grave guerra con il paese vicino, l’Iran, ma si tratta di un’ipotesi assolutamente realistica. Tra 18 mesi le truppe statunitensi potrebbero essersi completamente ritirate dall’Afghanistan.

Ma la vera domanda è: quanto tempo passerà prima che i taliban tornino al potere?

Quando una grande potenza perde una guerra con un nemico molto più debole, in un paese molto più povero, non può di fatto ammettere la sconfitta. Sarebbe troppo umiliante. E quindi i vincitori locali spesso devono lasciare che la grande potenza salvi la faccia, concedendole un “rispettabile intervallo” di tempo (per usare l’immortale espressione di Henry Kissinger) tra il momento in cui le truppe della grande potenza se ne vanno e quello in cui sanciscono la propria vittoria.

Ma quanto è lungo un “rispettabile intervallo”? Solitamente intorno ai tre anni. È il tempo che attese il Vietnam del Nord, dopo che le truppe statunitensi avevano lasciato il Vietnam del Sud (1972), prima di prendere il controllo di quest’ultimo (1975). Ed è lo stesso tempo trascorso dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan (1989) e quello in cui il loro governo fantoccio a Kabul è stato spazzato via (1992), anche se una guerra civile tra gruppi islamisti rivali ha impedito ai taliban di occupare la capitale per altri quattro anni.

Ed è probabilmente lo stesso intervallo di tempo che i taliban dovranno aspettare stavolta, dopo che le truppe statunitensi avranno lasciato l’Afghanistan (diciamo all’incirca alla fine del 2020, appena prima delle elezioni negli Stati Uniti), prima di salire ufficialmente al potere a Kabul (forse nel 2023?).

In Afghanistan ancora molte persone vengono uccise – in media circa venti civili uccisi o feriti ogni giorno, almeno il doppio di soldati e anche molti taliban – ma i taliban hanno vinto.

Nonostante un grande sostegno aereo da parte degli Stati Uniti, il governo più o meno eletto che Washington ha creato a Kabul ha perso il controllo di un terzo dell’Afghanistan dal 2014, quando le truppe statunitensi e di altri paesi occidentali si sono ritirate dalle loro postazioni di combattimento sul campo. Un altro terzo del paese è controllato dal governo di giorno e dai taliban di notte.

Se gli ultimi 14mila soldati statunitensi rimasti e i loro colleghi delle forze aeree se ne dovessero andare, sarà la fine dei giochi per il governo “fantoccio” (come lo chiamano i taliban) del presidente Ashrad Ghani. Gli Stati Uniti riconoscono implicitamente questa realtà di fatto, perché solo i diplomatici di Washington, e non i rappresentanti del governo afgano ufficiale, partecipano ai negoziati con i taliban in Qatar.

Alcuni funzionari del governo ufficiale afgano sono stati autorizzati a presenziare all’ultima sessione delle trattative di pace in Qatar, ma “a titolo personale”, senza poter negoziare alcunché. Il governo di Ghani dovrà accettare qualunque accordo stringeranno gli Stati Uniti, e sa perfettamente che sta per essere scaricato. Dopodiché lui e i suoi non avranno altre opzioni che quella di rubare quanto più potranno, e di andarsene prima che la situazione precipiti.

E come giustificherà la Casa Bianca il fatto di aver svenduto i suoi alleati afgani, che da lei dipendevano? Senza grandi difficoltà, se i “Nixon tapes” possono valere da precedente. La conversazione tra il presidente Richard Nixon e il suo consigliere alla sicurezza nazionale, Henry Kissinger, nell’agosto 1972, quando questi stavano decidendo se abbandonare il Vietnam del Sud, fu registrata dal sistema della Casa Bianca e resa poi pubblica nel corso dello scandalo Watergate.
Nixon: ‘Potremo ancora avere una politica estera presentabile se tra un anno o due anni, il Vietnam del Nord ingloberà il Vietnam del Sud? È questa la vera domanda’.

Kissinger: ‘(Sì), se la cosa apparirà come il risultato dell’incompetenza del Vietnam del Sud. Ma se adesso li abbandoniamo in un modo tale che che, diciamo, tra tre o quattro mesi, (li) avremo messi alle corde… la cosa non ci sarà di grande aiuto. Dobbiamo trovare una qualche formula che mantenga la situazione in piedi per un anno o due… Dopodiché, dopo un anno, signor presidente, il Vietnam sarà acqua passata. Se risolviamo le cose, diciamo, il prossimo ottobre, a gennaio 1974 a nessuno importerà nulla”.
Ha funzionato per Nixon e Kissinger, e può funzionare anche per Trump e Pompeo. Questi ultimi forse non sono altrettanto intelligenti e furbi, ma sono altrettanto spietati. Il ritiro non costituirebbe peraltro, per loro, un danno politico, perché i taliban non sono mai stati interessati ad attaccare gli Stati Uniti (quella era Al Qaeda).

Gli unici sconfitti in questo accordo saranno gli afgani, che dovranno vivere nuovamente sotto il controllo dei taliban.

Fonte

06/02/2017

Come Nixon nel ’71, gli Usa cambiano le regole del gioco. Ma senza rete...

Chi pensa che il “fenomeno Trump” sia dovuto alla faccia tosta del personaggio o alla credulità dell'elettorato non metropolitano degli Stati Uniti è condannato a non capire nulla di quanto sta accadendo a livello planetario. Al massimo, sarà invitato a “indignarsi” ogni giorno su un tema diverso, scelto con cura dall'ala “globalista” dei media mainstream, quella nostalgica dei bei tempi andati, quando ogni starnuto proveniente dagli Usa era accolto come il verbo divino.

Sul fronte opposto, quelli che ragionano solo in termini di geopolitica e sovranità nazionali sono condannati a fare i salti mortali – e neanche sempre vogliono farli – per non ritrovarsi schiacciati sugli argomenti della destra nazionalista, xenofoba, fascistoide, trumpista o lepenista per puro calcolo elettorale.

A noi sembra decisamente più sensato guardare ai processi economici e storici che stanno arrivando al pettine dopo dieci anni di crisi globale. Dieci anni in cui ogni tentativo di “ripartire”, di “rilanciare la crescita”, ecc, si è scontrato con un arresto generale della “dinamica propulsiva” del modo di produzione capitalistico, nelle forme storiche assunte nel secondo dopoguerra. Se ci si riesce ad orientare nelle modificazioni del mondo, forse si riesce anche a dire qualcosa di non preso a prestito da Repubblica o dal Tg3... Ricordiamo ancora, nonostante tutto, che nella Storia sono i processi oggettivi a sollevare o precipitare gli individui (anche e soprattutto “i capi”), non viceversa.

Alcuni articoli che aiutano a fare il punto della situazione sono comparsi negli ultimi giorni su giornali molto diversi, nessuno dei quali ascrivibile alla cosiddetta “sinistra” ufficiale (il maleodorante stagno che va dai renziani critici ai costruttori di “contenitori” senza progetto politico), ormai rassegnata alla irrilevanza politica.

Sono interventi ragionati che mettono a fuoco i tre ambiti decisivi per tracciare le coordinate e la direzione di marcia del presente.

Partiamo da quello che esamina la potenza imperialista egemone, gli Stati Uniti, e il mutamento vero in corso al vertice politico-finanziario di quel paese.

Guido Salerno Aletta, editorialista di punta di Milano Finanza, paragona le scelte politiche (economico-finanziarie, in primo luogo) che vanno maturando a Washington a quelle fatte da Richard Nixon nel 1971. Ovvero al big bang monetario con cui gli Stati Uniti misero fine al gold exchange standard, regime monetario che legava strettamente il valore del dollaro a quello dell'oro (un dollaro = un grammo d'oro), al punto da assicurare la piena convertibilità della moneta cartacea in metallo e viceversa. Con quella decisione furono cancellati gli accordi di Bretton Woods (1944) e quindi la prima forma storica della governance statunitense sull'Occidente capitalististico (il mondo era “diviso in due”, e l'antagonista era già allora il “socialismo reale” uscito da Yalta).

Con lo sganciamento, gli Usa nixoniani mantenevano un disavanzo commerciale enorme con il resto del mondo, ma non avevano più bisogno di una copertura aurea; il dollaro – con la sostanziale scomparsa della sterlina dai mercati internazionali – restava infatti l'unica moneta di riserva per tutto il pianeta, oltre ad essere la moneta di misura per tutti gli scambi commerciali (a cominciare dalle materie prime) e moneta interna agli States. In cambio, gli Usa rifornivano di liquidità in dollari mercati finanziari bisognosi di una “moneta sicura”. In pratica, come si è detto per quasi mezzo secolo, gli Usa stampavano carta per comprare merci (e governi). Erano gli unici a poterlo fare senza correre il rischio di una svalutazione incontrollabile, perché la loro credibilità economica era comunque forte, anche se meno della loro preponderanza militare.

Una condizione invidiabile e invidiata (non si contano i saggi scritti sul cosiddetto “signoraggio”; noi consigliamo di rileggere invece il testo quasi profetico scritto da Gianfranco Bellini, La bolla del dollaro, Odradek), che ha consentito di “esportare i problemi economici americani” nel resto del mondo. Insomma, di vivere ben al di sopra delle proprie possibilità, fino a creare uno shadow market assolutamente fuori regola, in cui il dollaro è però l'unica unità di misura. Le periodiche operazioni della Federal Reserve sui tassi di interesse consentivano fra l'altro di “raffreddare” la domanda di importazioni oppure di stimolare l'affluenza di capitali esteri. Una pacchia, diciamolo... Gli Stati Uniti potevano governare il mondo usando la mano sinistra della moneta o quella destra della forza militare, senza quasi mai la necessità di affondare il colpo fino al punto di non ritorno.

Perché ora gli Usa hanno selezionato Trump per mettere fine a questa situazione?

La controindicazione del modello commerciale tenuto in piedi per oltre 70 anni è evidente, ma è diventata insostenibile con 25 anni di delocalizzazioni della produzione industriale: la bilancia commerciale ha raggiunto livelli incompatibili con qualsiasi criterio di “prudente gestione” (abbiamo scritto spesso che gli Usa non potrebbero mai superare gli esami di ammissione alla Ue, secondo i parametri di Maastricht) e la disoccupazione interna, nonostante criteri statistici truffaldini, assomma ormai a quasi 100 milioni di persone (oltre un terzo della popolazione in età lavorativa). Delocalizzare ha gonfiato i profitti delle multinazionali Usa, ma ha svuotato l'America di buona parte della propria potenza. La crisi sociale destabilizza anche il paese più stabile del mondo, quindi va invertita la tendenza favorita dalla “globalizzazione concertata” (grandi istituzioni sovranazionali che fungono da camera di compensazione tra interessi divergenti, e che quindi limitano lo strapotere della potenza principale). Tanto più che i paesi con cui lo squilibrio è più forte sono Germania, Cina, Giappone e Messico.

Gli Stati Uniti, per riequilibrare i conti, non possono però ricorrere a una classica “svalutazione competitiva”, proprio perché il dollaro è moneta di riserva globale (sebbene insidiata da lontano da euro e renminbi cinese), e quindi ogni crollo sostanzioso del valore avrebbe ripercussioni mondiali impossibili da controllare e da cui la struttura sociale Usa verrebbe travolta.

Dunque – hanno pensato anche a Wall Street, che ora passa all'incasso con la cancellazione della legge Dodd-Frank, che limitava seppur in ridotta misura la speculazione finanziaria – non resta che demolire queste “camere di compensazione” e tornare ad un regime di accordi bilaterali. Squilibrati per definizione, visto che nessun paese – tranne forse la Cina – può esibire una forza complessiva (economica,finanziaria, militare, coesione sociale interna) solo lontanamente confrontabile con quella Usa – Altro che “più sovranità per tutti”! Gli Usa di Trump vogliono essere uno schiacciassi che spiana qualunque emersione contraddittoria...

Ma c'è un però. Questi Stati Uniti non sono in grado di realizzare questo obiettivo in tempi brevi, né hanno alcuna certezza di raggiungerlo. Unione Europea e Cina sono aree di quasi pari potenza commerciale e produttiva, se non superiori. Ma sono militarmente poca cosa. O per carenza di un esercito comune (la Ue), o per storica mancanza di aggressività all'esterno (la Cina).

Come si vede, quel che giova alle multinazionali (finanza compresa) basate in America non coincide più con gli interessi degli Stati Uniti (un paese, dove la popolazione – certamente ingannandosi – è convinta di poter contare su uno status di superiorità rispetto al resto del mondo). Ora anche gli Usa devono comprare tanto quanto vendono. Ma pensano – con Trump – di poterlo fare dettando le condizioni ai partner, uno alla volta. Quindi traendo un vantaggio dallo squilibrio di potenza.

Restano i più forti, certamente, ma non sono più “eccezionali” e irraggiungibili.

Questo porta il discorso, per quel che ci riguarda da vicino, all'Europa.

Il secondo intervento è di Joshka Fischer, ex leader dei Verdi tedeschi, ex ministro degli esteri con Schroeder, pubblicato da IlSole24Ore. Titolo inequivocabile, specie se accompagnato da un sottotitolo così chiaro: “La forza di Berlino nell'era Trump. L'Unione d'ora in poi dovrà fare il possibile per incrementare il contributo alla difesa nel quadro Nato”.

L'analisi di Fischer è precisa, per quanto riguarda le conseguenze del neo-isolazionismo americano:
Le alleanze, le istituzioni multilaterali, le garanzie di sicurezza, gli accordi internazionali e i valori comuni alla base dell’ordine mondiale corrente presto potrebbero essere messi in discussione, o rigettati completamente.

Se andrà in questo modo, la vecchia Pax Americana sarà stata distrutta, senza alcuna necessità, dall’America stessa. E non essendoci nessuna impalcatura alternativa pronta a rimpiazzarla, tutti gli indicatori segnalano turbolenza e caos nel prossimo futuro.

I due ex nemici dell’America, la Germania e il Giappone, saranno fra quelli che ci rimetteranno maggiormente se gli Stati Uniti, sotto Trump, dovessero abdicare al loro ruolo globale.
La ragione è scontata, per chi riflette: entrambi i paesi sono cresciuti sagomando le proprie economie sulla competizione industriale, senza dover dirottare risorse imponenti nella spesa più improduttiva di tutte, quella militare. Vero è che hanno implicitamente rinunciato alle potenzialità dell'export militare, ma nel settore gli Stati Uniti avevano comunque un vantaggio competitivo (know how, ma anche divieti espliciti ai due paesi di percorrere la strada del riarmo) impossibile da colmare. Dunque non ci hanno perso nulla, anzi, guadagnato molto.

La “sicurezza” per entrambi era garantita e pagata dagli Usa, ovviamente versando prezzi pesanti in termini di sovranità nazionale per quanto riguarda servizi segreti e comparto militare in genere. Esattamente come l'Italia, per molti versi, ma con una superiore capacità di trasformare un handicap – aver “costantemente rigettato ogni forma di Machtstaat (Stato di potere)” – in un vantaggio.

Quel mondo, al pari del predominio assoluto del dollaro, è finito. Ma ”la Germania non può rinazionalizzare la sua politica di sicurezza neppure in teoria, perché farlo significherebbe compromettere il principio di difesa collettiva in Europa e lacerare il continente”. Dunque, visto che “la prospettiva della Germania ormai coincide con quella dell’Unione Europea”, e che “la forza della Germania si basa sulla sua potenza finanziaria ed economica”, “ora Berlino dovrà mettere quella forza al servizio dell’Unione Europea e della Nato”.

Un gioco di equilibrismo, perché per riuscire in questo sforzo la Germania – con la parte di Unione Europea che riuscirà a reggere la torsione – dovrà contemporaneamente spingere per il “il mantenimento del sistema di libero scambio mondiale”. Proprio quello che gli Usa di Trump hanno iniziato a mettere in discussione...

In ogni caso, ricorda Fischer, la Germania “non può più contare sul cosiddetto «dividendo della pace»”. Stavolta dovrà tirare fuori i soldi, quel famoso surplus che sfora sistematicamente i limiti di Maastricht, per sostenere un riarmo militare europeo di enormi dimensioni. Dentro il “quadro Nato”, ma più probabilmente anche fuori...

Infine, sul piano interno, Giancarlo Elia Valori, ex manager di metà delle partecipate italiane (Autostrade, Sme, Sviluppo Lazio, ecc, nonché di Huawei Italia), sul giornalaccio di Maurizio Belpietro, ha spiegato molto chiaramente perché – dal punto di vista delle imprese italiane – Nella guerra di Trump contro l'euro noi vinciamo, la Germania perde. Nulla di particolarmente originale, si dirà, ma riprende le parole di Peter Navarro, capo del National Trade Council appena formato da Trump, sul fatto che Berlino con l'euro “sta sfruttando sia i suoi vicini che gli Usa”.

Il tutto per arrivare a dire che – se verrà scelta davvero la strada dell'”Europa a più velocità”, come la Merkel vorrebbe formalizzare già nel vertice di Roma, il 25 marzo – allora sarebbe bene che questa “molteplicità” si vedesse anche a livello di moneta. Abbandonando dunque l'euro e le disparità mostruose che è andato gonfiando.

Alla fine di questa lunga strada, che cosa resta?

Che l'assetto economico e monetario mondiale in piedi dal 1971 (ma in fondo dal 1945) si sta disfacendo. L'intenzione Usa di passare dalla governance globale fondata sul dollaro a una serie di rapporti bilaterali squilibrati, con al centro il “peso” statunitense è tutt'altro che un gioco facile. Un po' perché tutti gli altri soggetti di un certo calibro cominceranno a fare altrettanto, alimentando una concorrenza geopolitica oltre che economica. Un po' perché l'area che interessa di più agli Stati Uniti – nella logica della bilancia commerciale da riequilibrare – è l'Asia del Pacifico, non tanto l'Europa.

Che l'Unione Europea si trova ora stretta tra difficoltà interne – l'impoverimento dei paesi deboli ha alimentato frustrazione che si ripercuote ora sulla stabilità politica di quasi tutti i paesi, Germania compresa – e pressione esterna statunitense, tesa a ridimensionare l'ambizione tedesca a fare della Ue un'enclave riservata.

Che proprio la spinta americana a “contribuire alle spese militari della Nato” – il povero Gentiloni si è sentito chiedere da Trump un raddoppio della spesa per la difesa, ora intorno all'1,1% – sta provocando di rimbalzo una tentazione di riarmo europeo finanziato con surplus tedesco. Con tutti i corollari strategici che si possono immaginare.

La kerneurope a questo punto comincia a prendere forma. E questo paese, che ha alienato senza pensieri quasi tutto il proprio patrimonio industriale, non è in grado di farne parte neanche volendo e pregando.

Allacciate le cinture e dimenticatevi del mondo appena finito. Democrazia parlamentare compresa…

Fonte

24/12/2014

Il "modello americano" funziona? Solo per gli Usa

Il modello americano funziona! I titoli di oggi non lasciano scampo al lettore che mastica poco di economia, e Renzi – o chi gli gestisce i tweet – ne approfitta subito per dire che è così che bisogna fare.

Stanno davvero così le cose? Il numero sparato ieri dall'ufficio statistico sembra granitico: +5% di crescita tendenziale del Pil nel terzo trimestre. Una crescita che avvicinerebbe gli Usa alla Cina (+7) allontanandola in modo siderale dall'Europa incatenata dall'austerità e dal pareggio di bilancio.

Sorvoliamo sulla storica inattendibilità delle statistiche statunitensi, capaci di darci “revisioni” sorprendenti (al rialzo o al ribasso) nel giro di pochi giorni, anche grazie a criteri differenti da quelli standard in altri paesi. Per esempio: un individuo è classificato tra gli occupati se ha lavorato almeno un'ora nell'ultima settimana censita. Un modo di contare che facilita molto il mantenimento del tasso ufficiale di disoccupazione al di sotto dei livelli di guardia, anche se la povertà reale si diffonde invece come uno tsunami. Persino degli ammiratori senza riserve del “modello Usa”, come Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, avvertono che “Anche questi numeri vanno presi con cautela: dentro ci sono molti lavori precari o part time. La flessibilità degli impieghi rende più dinamico il sistema produttivo, ma ha anche i suoi costi sociali. Se il presidente americano fatica a convincere il suo popolo (che lo ha sonoramente punito alle recenti elezioni di mid term) di aver fatto un buon lavoro ... non sorprende che molti anche da noi storcano il naso davanti alla «ricetta americana»”.

In ogni caso, quel +5% sembra una luce nel buio della crisi. Specie se confrontato con i trimestri precedenti. L’anno era cominciato malissimo, con la riduzione del 2,1% del prodotto interno lordo (Pil). E molti “americani nel cervello” si erano affrettati ad attribuire il dato negativo all'inverno particolarmente pesante. Ma già il secondo trimestre regalava un maestoso più 4,6%. Da gennaio a settembre, aggiustando i calcoli tenendo conto dell’inflazione, il Pil cresce del 2,7%. Nell’intero 2013, il progresso aveva raggiunto il 3,1%. Brindare sembra d'obbligo. E innalzare canti al “modello americano” anche.

È quello che fa Gaggi, sul Corriere, senza star lì troppo a spiegare quale sia il vero “segreto” della ripresa statunitense.

Proviamo noi a farlo. A prima vista le ragioni sono sostanzialmente due: la banca centrale, la Federal Reserve, ha “stimolato” l'economia Usa pompando liquidità per diversi anni consecutivi e il governo Obama ha fatto altrettanto, lasciando volare il debito pubblico a livelli che la Merkel avrebbe chiesto l'invasione con i tank (oltre il 100% rispetto al Pil), e addirittura al 12% il rapporto deficit/Pil (quello che secondo il trattato di Maastricht deve qui stare obbligatoriamente sotto il 3).

Oceani di soldi pubblici, insomma, che in gran parte sono finiti nei circuiti finanziari, ma in misura minore hanno anche raggiunto le imprese dell'economia reale. Soldi pubblici spesi in percentuale non minima anche per rafforzare il già straripante armamento statunitense (+4,4% la spesa militare, sull'onda della crisi con la Russia e del ritorno in Iraq per contenere l'Isis).

Non basta. In questa orgia di soldi pubblici erogati senza limiti si sono trovati anche investitori disposti a puntare sul rischio: le società nate per estrarre shale oil con la tecnica del fracking. Costosissima, sia in termini economici sia ambientali, ma capace per qualche tempo di restituire agli Stati Uniti l'indipendenza energetica.

Bene, ci dicono gli ideologi del “modello americano”, Renzi compreso: facciamo altrettanto e siamo a posto. Naturalmente bloccando i salari, licenziando dipendenti pubblici e privati, erodendo il tfr ed eliminando il welfare (sanità, pensioni, istruzione).

Socialismo per ricchi, lo definiva qualche anno fa Joseph Stiglitz, ma se fa crescere l'economia... perché no?

Perché il segreto vero – quello su cui si preferisce glissare sempre – è che questa possibilità ce l'hanno solo gli Stati Uniti. Soltanto loro infatti, stampano una moneta nazionale che si è imposta come unità di misura dei prezzi, mezzo di pagamento e tesaurizzazione globale.

Cosa vuol dire? Che solo gli Stati Uniti possono permettersi di pagare creditori e fornitori di beni/servizi/materie prime con pezzi di carta stampata (l'equivalente delle perline con cui i conquistadores si facevano consegnare oro, quando facevano i buoni e mandavano in porto uno scambio anziché una rapina). Per tutti gli altri paesi, Unione Europea compresa, la moneta ha una vita sostanzialmente “interna”, e solo modeste quantità vengono detenute nelle riserve strategiche di altre banche mondiali (utilizzate all'occorrenza per far salire o scendere il valore di cambio della propria moneta).

È così dall'agosto del 1971, quando “Dick il bugiardo”, al secolo Richard Nixon, abolì in una notte la parità fissa tra dollaro e oro (un dollaro = un grammo), rendendo il dollaro “libero” di essere moltiplicato nella quantità senza perdere nulla in valore. Da allora è stato proprio il dollaro – le sue oscillazioni, la sua pervasività globale – a permettere agli americani di “scaricare” sul resto del mondo le proprie crisi; a partire naturalmente da quelle finanziarie.

Il “modello americano”, insomma, funziona solo per gli americani. Non è riproducibile. Non si può imitare. Si fonda su una truffa (il dollaro). Che però non è un bluff. Se non accetti pagamenti in dollari, infatti, viene mandato avanti lo “spezzadita” chiamato Pentagono. È tutta qui la “credibilità internazionale” del dollaro...

Per una indimenticabile esibizione di ideologia capitalistica, vi riproponiamo qui per intero l'articolo odierno di Gaggi. Se non si fosse dimenticato del dollaro – non proprio un dettaglio – sarebbe persino “persuasivo”...

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Un modello che funziona. Le ragioni di una rivincita

Un messaggio di speranza e un’occasione di riflessione per chi continua a pensare che l’economia di mercato abbia un fondo patologico. E tende a bollare come «soluzione all’americana» ogni cosa che funziona ma segue un modello basato sull’efficienza e la capacità di produrre ricchezza. La notizia che l’economia Usa è cresciuta al ritmo del 5 per cento nelterzo trimestre del 2014 è anche questo. Molti di quelli che oggi esaltano la straordinariacapacità di ripresa degli Stati Uniti che tornano a essere locomotiva del mondo mentre l’Europa ristagna (o è in recessione) e l’Asia rallentainsieme al Brasile, nove mesi fa intonavanoil de profundis per l’America davanti ai dati di un primo trimestre in recessione.
Una cartolina d’auguri per le nostre economie malate e un’occasione di riflessione per chi, sotto sotto, continua a pensare che l’economia di mercato abbia un fondo patologico. E tende a bollare come «soluzione all’americana» ogni cosa che funziona ma segue un modello basato sull’efficienza e la capacità di produrre ricchezza.
La notizia che l’economia Usa è cresciuta al ritmo del 5 per cento nel terzo trimestre del 2014, è anche questo. Certo, è facile – e anche rischioso – fare del trionfalismo davanti a un semplice numero, per quanto spettacolare esso sia. Molti di quelli che oggi esaltano la straordinaria capacità di ripresa degli Stati Uniti che tornano a essere locomotiva del mondo mentre l’Europa ristagna (o è in recessione) e l’Asia rallenta insieme al Brasile, nove mesi fa intonavano il de profundis per l’America davanti ai dati di un primo trimestre in recessione. Solo effetto di un inverno straordinariamente freddo che per molti giorni ha tenuto quasi tutto il Paese a 15 sotto zero con nevicate a ripetizione e aeroporti a lungo bloccati, scrivemmo allora.
Ma lo scetticismo nei confronti dell’America restava, anche se era evidente che con bufere di neve a ripetizione (sedici nevicate in un solo inverno a New York) i consumi non potevano che rallentare. La tentazione del titolo eclatante che allora spingeva a parlare di America «in panne» oggi può portare a dipingere l’America come a un Paese che ha risolto i suoi problemi economici e, quindi, da imitare a pancia bassa. Non è così. La forte ripresa economica dipende, in parte, anche da un effetto-elastico: l’economia sta recuperando il terreno perduto nel gelo invernale: chi è rimasto a casa anziché andare dal concessionario a scegliere la sua nuova auto a febbraio, l’ha fatto a maggio o a luglio.
E, comunque, il più 5 per cento del terzo trimestre è un dato che non vedremo ripetersi a fine anno: a novembre, ad esempio, le vendite di beni durevoli (dai computer ai frigoriferi, tutto ciò che dura più di tre anni) sono addirittura calate. Mentre il forte aumento della spesa pubblica (+4,4 per cento), dovuto soprattutto a un’improvvisa impennata di quelle militari, è un dato che non dovrebbe ripetersi nei prossimi trimestri.
Insomma, la performance record di questo trimestre – la crescita più forte da 11 anni a questa parte – non si ripeterà con la stessa intensità nei prossimi trimestri. Ma il dato di fondo è che, a dispetto di una congiuntura internazionale negativa che agisce da freno, l’economia Usa è l’unica a tenere e a dimostrarsi dinamica. Non è solo il Pil del trimestre estivo: dietro c’è un’economia che cresce senza soste da più di cinque anni e che, come Barack Obama non si stanca di ripetere, ha creato posti di lavoro aggiuntivi per 57 mesi consecutivi con la disoccupazione che è ormai scesa dall’8 al 5,8 per cento. Col deficit pubblico che, intanto, è stato dimezzato.
Certo, anche questi numeri vanno presi con cautela: dentro ci sono molti lavori precari o part time. La flessibilità degli impieghi rende più dinamico il sistema produttivo, ma ha anche i suoi costi sociali. Se il presidente americano fatica a convincere il suo popolo (che lo ha sonoramente punito alle recenti elezioni di mid term ) di aver fatto un buon lavoro nonostante la sua pagella economica sia da dieci e lode se confrontata con quelle di Hollande, Renzi e, a ben vedere, anche Angela Merkel, non sorprende che molti anche da noi storcano il naso davanti alla «ricetta americana».
Gli Stati Uniti non sono di certo un modello da imitare in tutto e per tutto: godono di vantaggi economici, particolarmente in campo energetico (i nuovi giacimenti di shale gas), che l’Europa non può replicare. E hanno commesso errori che noi abbiamo evitato, come nel caso della rinuncia a investire in infrastrutture ferroviarie: col risultato che oggi, viaggiando da New York a Washington su pendolini traballanti, gli americani invidiano i TGV francesi e anche i nostri Frecciarossa (altro che No Tav).
Come la democrazia, anche il capitalismo ha mille difetti. Ma chi ha di meglio da proporre nel mondo d’oggi? Anziché continuare a scartare con sufficienza le «soluzioni all’americana» solo per sprofondare ancora di più nel nostro immobilismo, forse sarebbe ora di cercare una nostra via alla dinamismo economico e a una flessibilità totale: sapendo che flessibile non deve essere solo il lavoro, ma anche il resto, dall’organizzazione dello Stato alla mentalità degli imprenditori. Come nel caso della trasmissione del calo delle quotazioni del petrolio ai prezzi della benzina alla pompa: gli americani, che l’anno scorso hanno speso 370 miliardi di dollari per il carburante, quest’anno hanno già risparmiato ben 80 miliardi: reddito in più da spendere per le famiglie. E col prezzo medio della benzina ormai sceso a poco più di 60 centesimi di dollaro al litro, presto i risparmi supereranno quota 100 miliardi: una poderosa manovra a sostegno di economia e consumi. E in Italia?

Fonte