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10/05/2019

Ambasciata venezuelana a Washington. Braccio di ferro e scacco matto a Trump


Il fatto: da un mese, venti antimperialisti americani sfidano Trump e occupano l’Ambasciata del Venezuela a Washington per impedirne la consegna all’opposizione venezuelana. Per farli uscire, la polizia, insieme a squadristi pro-Guaidò, fanno l’assedio sul marciapiede, cercando di impedire la consegna di viveri e di medicine. Ma gli occupanti tengono duro.

I retroscena: il 5 febbraio 2019, per avvalorare le pretese di Juan Guaidò, l’usurpatore che si è autoproclamato capo di stato del Venezuela due settimane prima, il presidente Trump e il Segretario di Stato Pompeo hanno riconosciuto a Washington, con atto ufficiale, un suo “sostituto ambasciatore” (chargé d’affaires). Si tratta di Carlos Vecchio, cospiratore anche lui fuggito dal Venezuela negli Stati Uniti nel 2014 dopo il fallito golpe di quel febbraio. Nel contempo Trump e Pompeo hanno radiato dall’albo degli ambasciatori quello nominato nel 2014 dal presidente eletto dai venezuelani, Nicolas Maduro.

Ma Vecchio non ha potuto prendere possesso dell’ambasciata a Washington perché il governo Maduro, rimasto legalmente il locatario dell’edificio, ha rifiutato di consegnarne le chiavi e, in virtù della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche (1961), non è possibile entrare con la forza negli edifici diplomatici.

Non solo, ma il governo Maduro ha consegnato le chiavi dell’ambasciata agli attivisti di tre storiche associazioni antimperialisti negli Stati Uniti: CodePink, Answer e Popular Resistance. D’intesa con Maduro, il 10 aprile, una ventina di loro ha cominciato un “live-in” nell’ambasciata. Vale a dire, gli attivisti vivono (live) nella sede diplomatica, giorno e notte. Questa presenza, peraltro, non essendo stata contestata giuridicamente per un mese intero, dà agli occupanti “tenancy rights” (diritto di permanenza) secondo le leggi di Washington DC. In altre parole, non possono essere rimossi dalla forza pubblica fin quando non venga celebrato un processo che dimostri l’illegalità della loro occupazione. Una illegalità difficile a dimostrare, dal momento che il titolare legale dell’edificio approva la loro presenza. E se un tribunale dovesse riconoscere il “sostituto ambasciatore” Carlos Vecchio come il vero titolare dell’ambasciata? Allora gli occupanti perderebbero la causa ma solo al termine del processo, che potrebbe durare molti mesi.

Inoltre gli occupanti non sono rimasti fermi: sono passati all’attacco. Attraverso una avvocata del “Soccorso Rosso” statunitense, hanno diffidato la polizia e gli agenti federali da qualsiasi tentativo di sgombero, minacciando, in caso contrario, una azione legale contro i funzionari federali ai sensi della legge 42 USC 1983/Bivens.

Trump e Pompeo avevano sperato di entrare in possesso dell’ambasciata in un baleno e senza testimoni. Invece ora, per farlo, i loro agenti dovranno trascinare fuori dall’edificio gli attivisti dentro, davanti a telecamere pronte a documentare una palese violazione delle leggi statunitensi e internazionali. Conclusione: le forze dell’ordine rimangono immobili sul marciapiede.

Scacco.

La contromossa di Trump e Pompeo non si è fatto aspettare. Il 30 aprile sono apparse bande di squadristi venezuelani pro-Guaidò che, da allora, tentano continuamente di sfondare le porte e di intimidire gli attivisti mentre la polizia guarda dall’altra parte. Alcuni hanno montato delle tende sul marciapiede dove si riparano la sera per poter fare assalti anche durante la notte. Ma senza successo: le donne e gli uomini dentro l’Ambasciata evidentemente si sono preparati bene; dieci giorni sono passati e ogni attacco continua ad essere puntualmente respinto. Anzi, ora sono gli squadristi a cominciare a sfiancarsi e a diradarsi.

Un nuovo scacco.

La successiva contromossa di Trump e Pompeo è stata simile a ciò che i due fanno da tempo contro l’intera popolazione del Venezuela: bloccare l’arrivo di viveri e di medicine fin quanto la gente non si arrenda per fame o per sfinimento. “Chi esce dall’ambasciata per rifornimenti, non potrà più tornarci dentro” ha tuonato il comandante della polizia municipale con il suo altoparlante. Come risposta, le Code Pink di riserva, rimaste fuori, insieme ai loro numerosi sostenitori, lanciano pacchi di viveri dal marciapiede attraverso le finestre aperte. In un primo tempo, esasperato, il comandante della polizia ha fatto arrestare la coordinatrice delle CodePink, Ariel Gold, mentre gettava una pagnotta attraverso una finestra aperta. L’imputazione: “lancio di missili”. (In inglese, un “missile” può essere qualsiasi oggetto aerodinamico lanciato in aria e Ariel ha effettivamente lanciato delle forme di pane allungate, tipo baguette francese). L’avvocata di “Soccorso Rosso” ha potuto far annullare sia l’arresto che l’imputazione in giornata, tanto erano ridicoli.

Scacco matto.

Questa compilation dei video girati dagli attivisti fa vedere i diversi momenti.

Che dire? I tentativi di sgombero dell’ambasciata messi in atto da Trump e da Pompeo si sono sgretolati, l’uno dopo l’altro, come i loro tentativi, in Venezuela, di rovesciare il governo Maduro con il cavallo di Troia degli aiuti umanitari o con le manifestazioni davanti alle caserme per coinvolgere i militari: un nulla di fatto, ogni volta. Anzi, le reazioni scomposte dei poliziotti intorno all’ambasciata, oltre al verbale con l’imputazione di “lancio di missili”, dimostrano che l’intera vicenda ha ormai assunto una piega grottesca, farsesca e (per Trump e Pompeo) tragica.

Come succede al crepuscolo di ogni impero.

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