di Chiara Cruciati - il Manifesto
Al sicuro tra le mura
della Casa Bianca e in quelle del palazzo presidenziale di Ankara, i due
responsabili dell’apertura di un nuovo fronte di guerra in Siria hanno
dedicato la giornata di ieri a distribuire al mondo pillole di boria e
muscoli.
Mentre nel nord-est del paese proseguivano i combattimenti a terra,
mentre cresceva il numero di sfollati dalle comunità del Rojava, il presidente statunitense Donald Trump mandava a dire a siriani e turchi di ammazzarsi pure tra di loro:
«Non è un nostro problema», ha detto mentre incontrava il presidente
italiano Mattarella, appena 48 ore dopo aver imposto sanzioni alla
Turchia.
«Il Pkk è una minaccia terroristica per certi versi peggiore
dell’Isis. E i curdi non sono angeli. Gli abbiamo dato un sacco di soldi
per combattere con noi e sono stati bravi. Non tanto bravi quando non
combattevano con noi», ha aggiunto cancellando in pochi attimi
gli 11mila combattenti curdi, arabi, assiri, turkmeni morti nella lotta
allo Stato Islamico e i migliaia di prigionieri stranieri dell’Isis
detenuti in Rojava e che i rispettivi paesi hanno, per interesse,
dimenticato.
Nelle stesse ore, nella capitale turca, il presidente Recep Tayyip
Erdogan faceva fare un po’ di anticamera al vice-presidente statunitense
Mike Pence e al segretario di Stato Mike Pompeo, arrivati per
convincere l’alleato ad accettare il cessate il fuoco e a negoziare.
Alla fine Erdogan li farà passare (l’incontro è previsto oggi),
probabilmente per ribadirgli quanto detto ieri a un vertice del suo
partito, l’Akp: una tregua è possibile solo se «i terroristi (le
forze curde) abbandoneranno le armi, distruggeranno le loro trappole e
lasceranno la safe zone che abbiamo stabilito». Ovvero
se gli permetteranno di creare quella zona cuscinetto su cui rimugina
da anni, a metà tra un «magazzino» di rifugiati siriani e un
simil-emirato sunnita, da tenere sotto la propria ala.
Il gioco machista di ruolo in corso tra i due leader si
consuma sulla pelle di un intero popolo che ieri è entrato nel suo
ottavo giorno di operazione «Fonte di pace». Sul campo le varie
forze prendono posizione con i primi reali scontri tra esercito siriano
e milizie islamiste (opposizione a Damasco) al soldo turco: «L’esercito siriano è a sud ovest di Kobane
– ci faceva sapere in mattinata il Rojava Information Center –
Attendiamo l’ingresso in città in serata». Ingresso confermato ieri sera
dal Ric e dalle foto di soldati a cavalcioni sui carri armati a
sventolare la bandiera siriana: l’esercito governativo è entrato a
Kobane.
«Ad Ain Issa, Tel Temer e fuori Manbij ci sono scontri tra le Sdf (Forze democratiche siriane), le milizie filo-turche e i soldati governativi
– aggiunge il Ric – Il governo ha un ruolo attivo: da quando sono
presenti aerei russi e siriani, l’aviazione turca non si è vista».
Colpi di mortaio e artiglieria pesante anche a Ras al-Ain (Sere
Kaniye), con colonne di fumo visibili dalla parte turca della frontiera.
Ma gli scontri peggiori hanno investito Ain Issa: qui, secondo l’agenzia curda Anha,
le milizie filo-turche avrebbero dato alle fiamme il campo profughi
dove sono detenuti miliziani dell’Isis, liberandone un numero non
definito.
Nomi di città e di comunità che all’Europa dicono poco. Sono la prima
linea del fuoco, quella che Erdogan ha bisogno di conquistare per
radicare le proprie posizioni, sia militari che politiche. E sono, in
alcuni casi, città-simbolo non solo dal punto di vista geografico: sono
quelle che con la loro storia hanno plasmato il carattere sociale,
economico, politico, di genere, dell’esperienza del confederalismo
democratico.
L’eventuale caduta di Manbij e Kobane nelle mani di Erdogan e
dei suoi pretoriani rafforzerebbe la narrazione turca del conflitto,
non tanto fuori quanto all’interno della Turchia, dove crisi economica e
avanzata delle opposizioni al voto amministrativo gli hanno suggerito
il vecchio trucco della distrazione di massa.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/01/2018
Sermone di Pence alla Knesset, la
di Michele Giorgio – il Manifesto
Vice presidente degli Stati Uniti o predicatore evangelico? Cosa sia Mike Pence non è chiaro dopo aver ascoltato il discorso che ieri ha pronunciato alla Knesset pieno di riferimenti biblici. O semplicemente è tutte e due le cose. Non è strano nell’era di Donald Trump in cui le risoluzioni internazionali sono carta straccia e la religione viene usata come una clava.
Per un governo ultranazionalista e religioso, come quello del premier israeliano Netanyahu, è stato un dovere, oltre che un piacere, riservare a Pence un’accoglienza simile se non addirittura più calorosa di quella data a Trump lo scorso maggio. Pence è stato uno dei principali ispiratori della dichiarazione con cui lo scorso 6 dicembre la Casa Bianca ha riconosciuto Gerusalemme come la capitale d’Israele. «È giusto che sia tu ad essere il primo vice presidente Usa a rivolgersi alla Knesset di Gerusalemme perché nessun altro vice presidente americano ha avuto un impegno maggiore verso Israele», gli ha detto Netanyahu. Pence ha subito ricambiato la cortesia. È un «grande onore e «un privilegio essere nella capitale di Israele, Gerusalemme».
In quei momenti a Bruxelles, il presidente palestinese Abu Mazen sollecitava l’Unione europea a riconoscere subito lo Stato di Palestina. Ha ottenuto solo la rassicurazione che l’Europa continuerà a sostenere la nascita uno Stato palestinese, con Gerusalemme capitale di due Stati. A mezza bocca gli europei hanno detto ad Abu Mazen di non respingere senza prima discuterlo il “piano” Usa per il Medio Oriente. «Non è il tempo di disimpegnarsi – gli ha detto l’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue Federica Mogherini – Al contrario palestinesi e israeliani devono mostrare più di prima il loro impegno verso la comunità internazionale, con gli attori chiave del processo, di modo che possano lavorare per un risultato negoziato». Abu Mazen può scordarsi che l’Ue prenda il posto degli Usa a un eventuale tavolo di trattativa tra israeliani e palestinesi entrando in aperto conflitto con Washington e Tel Aviv. Alcuni Stati però dovrebbero autonomamente riconoscere lo Stato di Palestina. La Slovenia, si dice, lo farà il mese prossimo, seguita da Belgio, Irlanda e Lussemburgo.
Il momento più importante della visita di Mike Pence a Gerusalemme e in Israele è stato il discorso alla Knesset. Cacciati fuori tra gli applausi dell’assemblea i deputati arabi che avevano protestato e issato cartelli con la scritta “Gerusalemme capitale della Palestina”, il vice presidente Usa ha pronunciato una sorta di omelia. «Oggi – ha esordito Pence – mentre mi trovo nella terra promessa di Abramo, credo che quanti amano la libertà e auspicano un futuro migliore debbano volgersi verso Israele e provare meraviglia per quanto vedono». È stata la fede «a ricostruire le rovine di Gerusalemme e a fortificarle nuovamente», ha affermato il vice presidente Usa pronunciando la “shehechiyanu” la benedizione ebraica. «Sono qui per portare un forte messaggio: la vostra causa è la nostra causa, i nostri valori sono i vostri valori. Siamo schierati con Israele perché crediamo nel bene e nel male, nella libertà sopra la tirannia», ha proseguito facendo un parallelo fra la storia degli ebrei e quella degli Stati Uniti. «È la storia di un esodo, un viaggio dalla persecuzione alla libertà», ha affermato in trance religiosa, ricordando come i padri pellegrini che per primi arrivarono in America si rivolgessero «alla saggezza della Bibbia ebraica».
Quindi proclamandosi fiero che Donald Trump abbia «corretto un errore di 70 anni», Pence ha annunciato che l’ambasciata Usa ora a Tel Aviv sarà trasferita nella città santa entro il 2019. Infine, dopo aver esortato i palestinesi ad andare al tavolo delle trattative (alle condizioni di Israele e degli Usa, ndr), ha pronunciato una sorta di dichiarazione di guerra all’Iran ribadendo che Trump non certificherà più l’accordo sul nucleare firmato anche dagli Usa nel 2015.
«Le parole di Pence sono semplicemente ridicole» ha detto al manifesto Hanan Ashrawi, del Comitato esecutivo dell’Olp. «Gli Stati Uniti non possono parlare del processo di pace dopo averlo minato riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele», ha spiegato «Pence sostiene di parlare secondo il volere di Dio. Allora gli dico che Dio non vuole l’ingiustizia per i palestinesi, noi apparteniamo a questa terra, abbiamo diritti inalinabili sulla nostra terra». Immediata anche la reazione di Saeb Erekat il caponegoziatore dell’Olp al discorso di Pence. «Il suo discorso messianico è un regalo agli estremisti e ha dimostrato che l’Amministrazione Usa è parte del problema piuttosto che la soluzione» ha detto. Contro Pence, in visita oggi al Muro del Pianto e nella città vecchia di Gerusalemme, i palestinesi hanno proclamato un “Giorno di Rabbia” e uno sciopero generale nei Territori occupati.
Fonte
Vice presidente degli Stati Uniti o predicatore evangelico? Cosa sia Mike Pence non è chiaro dopo aver ascoltato il discorso che ieri ha pronunciato alla Knesset pieno di riferimenti biblici. O semplicemente è tutte e due le cose. Non è strano nell’era di Donald Trump in cui le risoluzioni internazionali sono carta straccia e la religione viene usata come una clava.
Per un governo ultranazionalista e religioso, come quello del premier israeliano Netanyahu, è stato un dovere, oltre che un piacere, riservare a Pence un’accoglienza simile se non addirittura più calorosa di quella data a Trump lo scorso maggio. Pence è stato uno dei principali ispiratori della dichiarazione con cui lo scorso 6 dicembre la Casa Bianca ha riconosciuto Gerusalemme come la capitale d’Israele. «È giusto che sia tu ad essere il primo vice presidente Usa a rivolgersi alla Knesset di Gerusalemme perché nessun altro vice presidente americano ha avuto un impegno maggiore verso Israele», gli ha detto Netanyahu. Pence ha subito ricambiato la cortesia. È un «grande onore e «un privilegio essere nella capitale di Israele, Gerusalemme».
In quei momenti a Bruxelles, il presidente palestinese Abu Mazen sollecitava l’Unione europea a riconoscere subito lo Stato di Palestina. Ha ottenuto solo la rassicurazione che l’Europa continuerà a sostenere la nascita uno Stato palestinese, con Gerusalemme capitale di due Stati. A mezza bocca gli europei hanno detto ad Abu Mazen di non respingere senza prima discuterlo il “piano” Usa per il Medio Oriente. «Non è il tempo di disimpegnarsi – gli ha detto l’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue Federica Mogherini – Al contrario palestinesi e israeliani devono mostrare più di prima il loro impegno verso la comunità internazionale, con gli attori chiave del processo, di modo che possano lavorare per un risultato negoziato». Abu Mazen può scordarsi che l’Ue prenda il posto degli Usa a un eventuale tavolo di trattativa tra israeliani e palestinesi entrando in aperto conflitto con Washington e Tel Aviv. Alcuni Stati però dovrebbero autonomamente riconoscere lo Stato di Palestina. La Slovenia, si dice, lo farà il mese prossimo, seguita da Belgio, Irlanda e Lussemburgo.
Il momento più importante della visita di Mike Pence a Gerusalemme e in Israele è stato il discorso alla Knesset. Cacciati fuori tra gli applausi dell’assemblea i deputati arabi che avevano protestato e issato cartelli con la scritta “Gerusalemme capitale della Palestina”, il vice presidente Usa ha pronunciato una sorta di omelia. «Oggi – ha esordito Pence – mentre mi trovo nella terra promessa di Abramo, credo che quanti amano la libertà e auspicano un futuro migliore debbano volgersi verso Israele e provare meraviglia per quanto vedono». È stata la fede «a ricostruire le rovine di Gerusalemme e a fortificarle nuovamente», ha affermato il vice presidente Usa pronunciando la “shehechiyanu” la benedizione ebraica. «Sono qui per portare un forte messaggio: la vostra causa è la nostra causa, i nostri valori sono i vostri valori. Siamo schierati con Israele perché crediamo nel bene e nel male, nella libertà sopra la tirannia», ha proseguito facendo un parallelo fra la storia degli ebrei e quella degli Stati Uniti. «È la storia di un esodo, un viaggio dalla persecuzione alla libertà», ha affermato in trance religiosa, ricordando come i padri pellegrini che per primi arrivarono in America si rivolgessero «alla saggezza della Bibbia ebraica».
Quindi proclamandosi fiero che Donald Trump abbia «corretto un errore di 70 anni», Pence ha annunciato che l’ambasciata Usa ora a Tel Aviv sarà trasferita nella città santa entro il 2019. Infine, dopo aver esortato i palestinesi ad andare al tavolo delle trattative (alle condizioni di Israele e degli Usa, ndr), ha pronunciato una sorta di dichiarazione di guerra all’Iran ribadendo che Trump non certificherà più l’accordo sul nucleare firmato anche dagli Usa nel 2015.
«Le parole di Pence sono semplicemente ridicole» ha detto al manifesto Hanan Ashrawi, del Comitato esecutivo dell’Olp. «Gli Stati Uniti non possono parlare del processo di pace dopo averlo minato riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele», ha spiegato «Pence sostiene di parlare secondo il volere di Dio. Allora gli dico che Dio non vuole l’ingiustizia per i palestinesi, noi apparteniamo a questa terra, abbiamo diritti inalinabili sulla nostra terra». Immediata anche la reazione di Saeb Erekat il caponegoziatore dell’Olp al discorso di Pence. «Il suo discorso messianico è un regalo agli estremisti e ha dimostrato che l’Amministrazione Usa è parte del problema piuttosto che la soluzione» ha detto. Contro Pence, in visita oggi al Muro del Pianto e nella città vecchia di Gerusalemme, i palestinesi hanno proclamato un “Giorno di Rabbia” e uno sciopero generale nei Territori occupati.
Fonte
02/01/2018
Iran - Rohani condanna la corruzzione e promette lavoro ma le proteste continuano
di Michele Giorgio – il Manifesto
Legittimate dal presidente Hassan Rohani, che domenica sera aveva difeso il diritto della sua gente a manifestare pacificamente, le proteste popolari contro il carovita, la disoccupazione e le politiche economiche del governo cominciate giovedì scorso a Mashhad sono continuate anche ieri.
Proteste che spesso si trasformano in scontri con la polizia. Almeno 12 persone sarebbero state uccise sino ad ora. Le ultime due a Dorud riferiva ieri la tv di Stato che ha parlato anche di sei morti a Toyserkan. Altri quattro morti si sono registrati a Izeh. Video mandati in onda dai media locali o postati sui social mostrano gruppi di manifestanti che attaccano e bruciano edifici pubblici, centri religiosi, banche. Nella cittadina nord occidentale di Takestan, i dimostranti hanno dato fuoco a una scuola religiosa.
Fonti non ufficiali parlano di circa 400 persone arrestate, la metà delle quali sabato notte a Teheran. Ieri sera si segnalavano raduni di nuovo a Tehran e manifestazioni a Birjand, Kermanshah e Shadegan. La protesta è più forte in provincia dove l’economia stenta a generare posti di lavoro e dove pochi credono che si vedranno i benefici della fine – sino ad oggi solo parziale – del sistema di sanzioni internazionali che ha duramente colpito l’Iran fino alla firma dell’accordo con l’Occidente, voluto con forza da Rohani, sul programma atomico iraniano.
La situazione resta fluida. Promosse dai conservatori le proteste sono sfuggite di mano a chi pensava di usarle contro il presidente moderato Rohani. Ora, spiega l’analista Mohammed Ali Shabani sul portale al Monitor, le manifestazioni offrono l’opportunità a gruppi e organizzazioni diverse tra di loro di portare in strada una varietà di temi, dalle libertà individuali al ruolo della religione in politica. E, aggiungiamo noi, sono anche il clima dove possono più agevolmente agire i sobillatori manovrati dall’esterno, da Stati nemici o rivali dell’Iran, per cercare di gettare il Paese nel caos.
Parla chiaro il rozzo opportunismo di Donald Trump che nelle proteste in corso vede una rivolta contro il sistema e scorge la conferma delle ragioni dei suoi attacchi all’Iran e alla sua condanna dell’accordo sul nucleare. «È tempo di cambiare» il popolo iraniano «Era affamato di libertà» ha attaccato ieri il presidente Usa. «L’Iran – ha proclamato – sta fallendo a tutti i livelli, nonostante il terribile accordo nucleare della Amministrazione Obama».
Il suo vice, Mike Pence, con toni da battaglia, promette di non deludere gli iraniani che manifestano. «Fino a quando Trump sarà presidente e io vice – ha scritto sul suo account Twitter – gli Stati Uniti non commetteranno il passato errore vergognoso quando altri ignorarono l’eroica resistenza degli iraniani mentre combattevano contro un regime brutale. Ora non li deluderemo». Non trattiene l’entusiasmo il premier israeliano Netanyahu. Ieri ha lodato i «coraggiosi che anelano alla libertà» e ha negato che Israele sia dietro le proteste.
Quindi ha puntato il dito contro il «crudele regime iraniano» che, a suo dire, avrebbe speso «miliardi di dollari per spargere odio», ossia intervenendo – come hanno fatto tutti gli altri attori regionali, oltre a Usa e Russia, nei conflitti in Siria, Iraq e Yemen – invece «di costruire scuole e ospedali per il suo popolo». Infine, dopo aver accusato l’Europa di «rimanere in silenzio», ha auspicato la caduta della Repubblica islamica. Non ci vuole molto ad immaginare i festeggiamenti a Riyadh, nemica giurata dell’Iran sciita.
Mentre Usa, Israele e Arabia Saudita, con il coro dei media internazionali, evocano e sognano il «cambio di regime» a Tehran, Rohani sa che la protesta non è, o almeno non è ancora, contro il sistema. Sa che la chiave di tutto è la soluzione dei bisogni della gente. «La nostra economia ha bisogno di un grande intervento chirurgico, dobbiamo essere tutti uniti», ha detto ieri il presidente esprimendo la «determinazione da parte del governo... a risolvere i problemi della popolazione, in particolare la disoccupazione».
E nella riunione settimanale del governo Rohani ha battuto su corruzione e trasparenza. «La critica degli affari del paese è un diritto del popolo, noi crediamo che lo Stato e il Paese appartengano al popolo», ha detto il presidente aggiungendo che Trump «non ha il diritto di simpatizzare» con il popolo iraniano. «La persona che lavora ogni giorno contro la nazione iraniana» ha concluso «non può simpatizzare con la nazione iraniana».
L’analista Mohammed Ali Shabani scrive che Rohani potrebbe usare l’ondata di proteste a suo vantaggio e per mettere in difficoltà i suoi oppositori conservatori. Ma ha bisogno di varare provvedimenti immediati a sostegno dell’economia se vuole vincere la sua battaglia. E le prospettive non sono rosee.
Oltre alla disoccupazione – che l’Iran può combattere efficacemente solo se la sua crescita, comunque significativa, riuscirà a creare un milione di posti di lavoro ogni anno – vi sono disuguaglianze crescenti, la mancanza di diversificazione economica che riduca la dipendenza dall’esportazione del petrolio, i prezzi alti dei prodotti alimentari, l’inquinamento e il degrado ambientale. Problemi lontani dal “cambio di regime” al quale lavora Donald Trump.
Fonte
Legittimate dal presidente Hassan Rohani, che domenica sera aveva difeso il diritto della sua gente a manifestare pacificamente, le proteste popolari contro il carovita, la disoccupazione e le politiche economiche del governo cominciate giovedì scorso a Mashhad sono continuate anche ieri.
Proteste che spesso si trasformano in scontri con la polizia. Almeno 12 persone sarebbero state uccise sino ad ora. Le ultime due a Dorud riferiva ieri la tv di Stato che ha parlato anche di sei morti a Toyserkan. Altri quattro morti si sono registrati a Izeh. Video mandati in onda dai media locali o postati sui social mostrano gruppi di manifestanti che attaccano e bruciano edifici pubblici, centri religiosi, banche. Nella cittadina nord occidentale di Takestan, i dimostranti hanno dato fuoco a una scuola religiosa.
Fonti non ufficiali parlano di circa 400 persone arrestate, la metà delle quali sabato notte a Teheran. Ieri sera si segnalavano raduni di nuovo a Tehran e manifestazioni a Birjand, Kermanshah e Shadegan. La protesta è più forte in provincia dove l’economia stenta a generare posti di lavoro e dove pochi credono che si vedranno i benefici della fine – sino ad oggi solo parziale – del sistema di sanzioni internazionali che ha duramente colpito l’Iran fino alla firma dell’accordo con l’Occidente, voluto con forza da Rohani, sul programma atomico iraniano.
La situazione resta fluida. Promosse dai conservatori le proteste sono sfuggite di mano a chi pensava di usarle contro il presidente moderato Rohani. Ora, spiega l’analista Mohammed Ali Shabani sul portale al Monitor, le manifestazioni offrono l’opportunità a gruppi e organizzazioni diverse tra di loro di portare in strada una varietà di temi, dalle libertà individuali al ruolo della religione in politica. E, aggiungiamo noi, sono anche il clima dove possono più agevolmente agire i sobillatori manovrati dall’esterno, da Stati nemici o rivali dell’Iran, per cercare di gettare il Paese nel caos.
Parla chiaro il rozzo opportunismo di Donald Trump che nelle proteste in corso vede una rivolta contro il sistema e scorge la conferma delle ragioni dei suoi attacchi all’Iran e alla sua condanna dell’accordo sul nucleare. «È tempo di cambiare» il popolo iraniano «Era affamato di libertà» ha attaccato ieri il presidente Usa. «L’Iran – ha proclamato – sta fallendo a tutti i livelli, nonostante il terribile accordo nucleare della Amministrazione Obama».
Il suo vice, Mike Pence, con toni da battaglia, promette di non deludere gli iraniani che manifestano. «Fino a quando Trump sarà presidente e io vice – ha scritto sul suo account Twitter – gli Stati Uniti non commetteranno il passato errore vergognoso quando altri ignorarono l’eroica resistenza degli iraniani mentre combattevano contro un regime brutale. Ora non li deluderemo». Non trattiene l’entusiasmo il premier israeliano Netanyahu. Ieri ha lodato i «coraggiosi che anelano alla libertà» e ha negato che Israele sia dietro le proteste.
Quindi ha puntato il dito contro il «crudele regime iraniano» che, a suo dire, avrebbe speso «miliardi di dollari per spargere odio», ossia intervenendo – come hanno fatto tutti gli altri attori regionali, oltre a Usa e Russia, nei conflitti in Siria, Iraq e Yemen – invece «di costruire scuole e ospedali per il suo popolo». Infine, dopo aver accusato l’Europa di «rimanere in silenzio», ha auspicato la caduta della Repubblica islamica. Non ci vuole molto ad immaginare i festeggiamenti a Riyadh, nemica giurata dell’Iran sciita.
Mentre Usa, Israele e Arabia Saudita, con il coro dei media internazionali, evocano e sognano il «cambio di regime» a Tehran, Rohani sa che la protesta non è, o almeno non è ancora, contro il sistema. Sa che la chiave di tutto è la soluzione dei bisogni della gente. «La nostra economia ha bisogno di un grande intervento chirurgico, dobbiamo essere tutti uniti», ha detto ieri il presidente esprimendo la «determinazione da parte del governo... a risolvere i problemi della popolazione, in particolare la disoccupazione».
E nella riunione settimanale del governo Rohani ha battuto su corruzione e trasparenza. «La critica degli affari del paese è un diritto del popolo, noi crediamo che lo Stato e il Paese appartengano al popolo», ha detto il presidente aggiungendo che Trump «non ha il diritto di simpatizzare» con il popolo iraniano. «La persona che lavora ogni giorno contro la nazione iraniana» ha concluso «non può simpatizzare con la nazione iraniana».
L’analista Mohammed Ali Shabani scrive che Rohani potrebbe usare l’ondata di proteste a suo vantaggio e per mettere in difficoltà i suoi oppositori conservatori. Ma ha bisogno di varare provvedimenti immediati a sostegno dell’economia se vuole vincere la sua battaglia. E le prospettive non sono rosee.
Oltre alla disoccupazione – che l’Iran può combattere efficacemente solo se la sua crescita, comunque significativa, riuscirà a creare un milione di posti di lavoro ogni anno – vi sono disuguaglianze crescenti, la mancanza di diversificazione economica che riduca la dipendenza dall’esportazione del petrolio, i prezzi alti dei prodotti alimentari, l’inquinamento e il degrado ambientale. Problemi lontani dal “cambio di regime” al quale lavora Donald Trump.
Fonte
16/12/2017
Gerusalemme - La rabbia palestinese investe i territori occupati, 4 morti per mano israeliana
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Donald Trump ha calpestato il diritto internazionale e incendiato il Medio Oriente con il suo riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele. E dopo tutto questo il suo vice, Mike Pence, la prossima settimana andrà al Muro del Pianto nel settore est, arabo, occupato della città non in visita ufficiale bensì “in forma privata”. Scagliano la pietra e poi nascondono la mano.
I padroni del mondo non hanno un briciolo di coerenza. Pence lunedì aveva anche rinviato il suo arrivo a Gerusalemme a causa delle proteste scatenate dalla dichiarazione di Trump, dando come motivazione ufficiale il voto al Senato Usa sulla riforma fiscale.
L’incendio intanto si allarga. La “giornata della collera” proclamata dai palestinese nel venerdì delle preghiere islamiche si è conclusa con tre palestinesi uccisi dai militari israeliani, due a Gaza e uno in Cisgiordania. Morto anche un quarto palestinese, Mohammed Aql, ad al Baloua, alla periferia orientale di Ramallah. Dopo aver accoltellato e ferito a una spalla un ufficiale della guardia di frontiera israeliana, gli altri militari gli hanno sparato tre colpi a freddo, mentre si allontanava.
I palestinesi parlano di una esecuzione a sangue freddo e in rete è virale il video che mostra l’accaduto. Gli israeliani da parte loro denunciano che Aql indossava una cintura esplosiva (ben visibile nelle foto pubblicate da molti siti), tuttavia ieri sera non era ancora chiaro se fosse vera o finta.
Il tributo di sangue più alto l’ha pagato ancora una volta Gaza dove nei giorni scorsi erano già stati uccisi due palestinesi dal fuoco dei soldati, lungo le linee di demarcazione tra Israele e Gaza. Altri due palestinesi erano morti nei raid aerei compiuti dall’aviazione israeliana dopo il lancio di razzi palestinesi. Ieri sono stati colpiti alla testa ed uccisi, Ibrahim Abu Thuraya, 29 anni, e Yusef Sukkar, 32 anni, quando migliaia di manifestanti si sono avvicinati alle barriere di confine.
I feriti sono stati decine, 164 secondo i dati forniti dal ministero della sanità palestinese. Abu Thuraya era un disabile, ferito in un passato bombardamento israeliano aveva perduto le gambe ed era confinato su una sedia a rotelle. Violenti sono stati gli scontri in Cisgiordania dove Basel Ibrahim è stato colpito durante una manifestazione ad Anata da proiettili esplosi dai soldati.
Manifestazioni sono avvenute alla periferia di Nablus e in molti altri villaggi e cittadine cisgiordane, come non avveniva da anni, e questo – mentre tanti ripetono che non ci sarà una nuova Intifada palestinese – indica che la mossa unilaterale di Donald Trump su Gerusalemme ha messo in moto una reazione popolare largamente spontanea, con un coinvolgimento minimo dei partiti e dei movimenti politici tradizionali.
L’Autorità Nazionale del presidente Abu Mazen ha deciso di frenare solo in parte la rabbia popolare pur sapendo che questa rivolta a bassa intensità potrebbe trasformarsi da una palla di neve in una valanga capace di travolgerla. Spontanee e sempre più ampie sono pure le proteste a Gerusalemme Est.
Ieri la polizia israeliana non ha posto limiti all’ingresso dei palestinesi sulla Spianata della moschea di al Aqsa ma ha transennato e blindato tutta l’area della Porta di Damasco, l’ingresso principale della città vecchia. Poi, una volta terminata la preghiera di mezzogiorno, ha disperso spesso con brutalità e qualche pestaggio gruppetti di palestinesi che inneggiavano a “Gerusalemme araba” e premevano sugli sbarramenti.
I fatti più gravi nella città vecchia sono avvenuti, ancora una volta, davanti alla IV Stazione di via Dolorosa. Gli agenti, non appena il corteo uscito dalla Spianata ha cominciato a premere sullo schieramento di polizia, sono intervenuti con spintoni e colpi contro i dimostranti. E non si sono mostrati “ben disposti” neanche con i giornalisti presenti. Scene di violenza che si sono ripetute pochi minuti dopo alla Porta di Damasco, in seguito alla chiusura temporanea dell’uscita dalla città vecchia ordinata dalla polizia. Non si conosceva ieri sera il numero dei feriti palestinesi a Gerusalemme Est. Tra i contusi ci sono alcuni poliziotti.
Resta movimentata anche la scena diplomatica. La Turchia, tra i Paesi più critici della dichiarazione di Donald Trump, ha fatto sapere che chiederà alle Nazioni Unite di annullare il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele annunciato dalla Casa Bianca. E in caso di fallimento, ha aggiunto, si rivolgerà direttamente all’Assemblea Generale. Il presidente turco Erdogan ha anche annunciato iniziative a favore del riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina. Ankara, come il Libano, ora sostiene di voler aprire un’ambasciata a Gerusalemme Est, capitale della Palestina.
Fonte
Donald Trump ha calpestato il diritto internazionale e incendiato il Medio Oriente con il suo riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele. E dopo tutto questo il suo vice, Mike Pence, la prossima settimana andrà al Muro del Pianto nel settore est, arabo, occupato della città non in visita ufficiale bensì “in forma privata”. Scagliano la pietra e poi nascondono la mano.
I padroni del mondo non hanno un briciolo di coerenza. Pence lunedì aveva anche rinviato il suo arrivo a Gerusalemme a causa delle proteste scatenate dalla dichiarazione di Trump, dando come motivazione ufficiale il voto al Senato Usa sulla riforma fiscale.
L’incendio intanto si allarga. La “giornata della collera” proclamata dai palestinese nel venerdì delle preghiere islamiche si è conclusa con tre palestinesi uccisi dai militari israeliani, due a Gaza e uno in Cisgiordania. Morto anche un quarto palestinese, Mohammed Aql, ad al Baloua, alla periferia orientale di Ramallah. Dopo aver accoltellato e ferito a una spalla un ufficiale della guardia di frontiera israeliana, gli altri militari gli hanno sparato tre colpi a freddo, mentre si allontanava.
I palestinesi parlano di una esecuzione a sangue freddo e in rete è virale il video che mostra l’accaduto. Gli israeliani da parte loro denunciano che Aql indossava una cintura esplosiva (ben visibile nelle foto pubblicate da molti siti), tuttavia ieri sera non era ancora chiaro se fosse vera o finta.
Il tributo di sangue più alto l’ha pagato ancora una volta Gaza dove nei giorni scorsi erano già stati uccisi due palestinesi dal fuoco dei soldati, lungo le linee di demarcazione tra Israele e Gaza. Altri due palestinesi erano morti nei raid aerei compiuti dall’aviazione israeliana dopo il lancio di razzi palestinesi. Ieri sono stati colpiti alla testa ed uccisi, Ibrahim Abu Thuraya, 29 anni, e Yusef Sukkar, 32 anni, quando migliaia di manifestanti si sono avvicinati alle barriere di confine.
I feriti sono stati decine, 164 secondo i dati forniti dal ministero della sanità palestinese. Abu Thuraya era un disabile, ferito in un passato bombardamento israeliano aveva perduto le gambe ed era confinato su una sedia a rotelle. Violenti sono stati gli scontri in Cisgiordania dove Basel Ibrahim è stato colpito durante una manifestazione ad Anata da proiettili esplosi dai soldati.
Manifestazioni sono avvenute alla periferia di Nablus e in molti altri villaggi e cittadine cisgiordane, come non avveniva da anni, e questo – mentre tanti ripetono che non ci sarà una nuova Intifada palestinese – indica che la mossa unilaterale di Donald Trump su Gerusalemme ha messo in moto una reazione popolare largamente spontanea, con un coinvolgimento minimo dei partiti e dei movimenti politici tradizionali.
L’Autorità Nazionale del presidente Abu Mazen ha deciso di frenare solo in parte la rabbia popolare pur sapendo che questa rivolta a bassa intensità potrebbe trasformarsi da una palla di neve in una valanga capace di travolgerla. Spontanee e sempre più ampie sono pure le proteste a Gerusalemme Est.
Ieri la polizia israeliana non ha posto limiti all’ingresso dei palestinesi sulla Spianata della moschea di al Aqsa ma ha transennato e blindato tutta l’area della Porta di Damasco, l’ingresso principale della città vecchia. Poi, una volta terminata la preghiera di mezzogiorno, ha disperso spesso con brutalità e qualche pestaggio gruppetti di palestinesi che inneggiavano a “Gerusalemme araba” e premevano sugli sbarramenti.
I fatti più gravi nella città vecchia sono avvenuti, ancora una volta, davanti alla IV Stazione di via Dolorosa. Gli agenti, non appena il corteo uscito dalla Spianata ha cominciato a premere sullo schieramento di polizia, sono intervenuti con spintoni e colpi contro i dimostranti. E non si sono mostrati “ben disposti” neanche con i giornalisti presenti. Scene di violenza che si sono ripetute pochi minuti dopo alla Porta di Damasco, in seguito alla chiusura temporanea dell’uscita dalla città vecchia ordinata dalla polizia. Non si conosceva ieri sera il numero dei feriti palestinesi a Gerusalemme Est. Tra i contusi ci sono alcuni poliziotti.
Resta movimentata anche la scena diplomatica. La Turchia, tra i Paesi più critici della dichiarazione di Donald Trump, ha fatto sapere che chiederà alle Nazioni Unite di annullare il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele annunciato dalla Casa Bianca. E in caso di fallimento, ha aggiunto, si rivolgerà direttamente all’Assemblea Generale. Il presidente turco Erdogan ha anche annunciato iniziative a favore del riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina. Ankara, come il Libano, ora sostiene di voler aprire un’ambasciata a Gerusalemme Est, capitale della Palestina.
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19/08/2017
Mike Pence cerca di “isolare il Venezuela” con un tour latino-americano
Come rappresentante del governo del presidente Donald Trump, Mike Pence questa settimana ha iniziato il suo tour in America Latina con l’intenzione di formare alleanze per “isolare il Venezuela”.
Il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence terminerà in settimana il suo giro in diversi paesi dell’America Latina, dove ha visitato Colombia, Argentina, Cile e infine Panama.
Durante il tour, Pence ha detto che una delle priorità è stata quella di “unire gli sforzi” per quello che ha definito “ripristino della democrazia in Venezuela”, il che implica la caduta del governo del presidente Nicolás Maduro, democraticamente eletto dal popolo venezuelano nelle elezioni presidenziali del 2013.
“Il presidente Trump ha molte opzioni disponibili, ma crediamo che con l’aumento della pressione diplomatica ed economica su Maduro, non solo sul continente, ma in tutto il mondo, potremo realizzare con mezzi pacifici il ritorno della democrazia”, ha spiegato il funzionario degli Stati Uniti nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente argentino Mauricio Macri.
In precedenza, durante la sua permanenza in Colombia, e insieme al presidente di quel paese, Juan Manuel Santos, Pence detto di “cercare alleanze in America Latina per isolare il Venezuela”.
“Continueremo i nostri sforzi per isolare il Venezuela economicamente e diplomaticamente e credo che ci saranno ulteriori sanzioni abbastanza presto”, ha detto il funzionario degli Stati Uniti.
Il giro di Pence ha generato una serie di proteste nei paesi visitati dal vicepresidente, in cui il popolo ha dimostrato il suo rifiuto, in particolare per quanto riguarda la sua posizione sulla situazione in Venezuela.
In Cile, un folto gruppo di manifestanti si è radunato mercoledì fuori del Palacio de la Moneda, sede del governo, e ha condannato la storia di interventismo degli Stati Uniti nei paesi latini, esortando Washington ad abbandonare l’aggressione contro paesi come il Venezuela e le politiche ostili verso Cuba.
Anche il movimento di Panama Frente Amplio per la democrazia (FAD) ha annunciato una marcia per giovedi, per protestare contro la visita di Pence a Panama “perché il suo paese continua a seminare odio in America Latina.”
Con l’avvento al potere dei diversi leader che rispondono agli interessi degli Stati Uniti in America Latina, la nazione yankee ha cercato di rafforzare la sua posizione in quella parte del continente. Questa intenzione si riflette nei paesi che sono oggetto della visita di Pence.
Dichiarazioni di leader come Santos (“Noi sosteniamo le misure adottate dal governo degli Stati Uniti e sosterrò misure supplementari”) o Macri (“Dobbiamo esercitare una pressione politica ed economica estrema al più presto possibile perché venga ripristinata la democrazia“), in relazione al Venezuela, mostrano un atteggiamento interventista di questi governi.
Pur manifestando preoccupazione per quello che è successo in altri paesi, ci sono varie azioni contro i diritti umani commesse da questi governi nel loro paese.
Sia in Argentina che in Cile, le aggressioni nei confronti della comunità mapuche, che reclama la terra che gli appartiene, sono state ripetute. Sulla terra cilena, soprattutto, è stata usata anche una legge anti-terrorismo per criminalizzare le iniziative degli attivisti mapuche.
Recentemente, la scomparsa in Argentina dell’attivista mapuche Santiago Maldonado, avvenuta ai primi di agosto, ha prodotto un’ondata di rifiuto della nazione nei confronti delle autorità.
Inoltre, in Colombia, le minacce e gli attacchi subiti dai leader sociali sono costanti. Oltre un centinaio di attivisti di primo piano sono stati assassinati negli ultimi anni, senza che il governo sia riuscito a frenare la situazione. Anche le organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per “la persistenza di elevati livelli di impunità”.
Fonte
Il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence terminerà in settimana il suo giro in diversi paesi dell’America Latina, dove ha visitato Colombia, Argentina, Cile e infine Panama.
Durante il tour, Pence ha detto che una delle priorità è stata quella di “unire gli sforzi” per quello che ha definito “ripristino della democrazia in Venezuela”, il che implica la caduta del governo del presidente Nicolás Maduro, democraticamente eletto dal popolo venezuelano nelle elezioni presidenziali del 2013.
“Il presidente Trump ha molte opzioni disponibili, ma crediamo che con l’aumento della pressione diplomatica ed economica su Maduro, non solo sul continente, ma in tutto il mondo, potremo realizzare con mezzi pacifici il ritorno della democrazia”, ha spiegato il funzionario degli Stati Uniti nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente argentino Mauricio Macri.
In precedenza, durante la sua permanenza in Colombia, e insieme al presidente di quel paese, Juan Manuel Santos, Pence detto di “cercare alleanze in America Latina per isolare il Venezuela”.
“Continueremo i nostri sforzi per isolare il Venezuela economicamente e diplomaticamente e credo che ci saranno ulteriori sanzioni abbastanza presto”, ha detto il funzionario degli Stati Uniti.
Il giro di Pence ha generato una serie di proteste nei paesi visitati dal vicepresidente, in cui il popolo ha dimostrato il suo rifiuto, in particolare per quanto riguarda la sua posizione sulla situazione in Venezuela.
In Cile, un folto gruppo di manifestanti si è radunato mercoledì fuori del Palacio de la Moneda, sede del governo, e ha condannato la storia di interventismo degli Stati Uniti nei paesi latini, esortando Washington ad abbandonare l’aggressione contro paesi come il Venezuela e le politiche ostili verso Cuba.
Anche il movimento di Panama Frente Amplio per la democrazia (FAD) ha annunciato una marcia per giovedi, per protestare contro la visita di Pence a Panama “perché il suo paese continua a seminare odio in America Latina.”
Con l’avvento al potere dei diversi leader che rispondono agli interessi degli Stati Uniti in America Latina, la nazione yankee ha cercato di rafforzare la sua posizione in quella parte del continente. Questa intenzione si riflette nei paesi che sono oggetto della visita di Pence.
Dichiarazioni di leader come Santos (“Noi sosteniamo le misure adottate dal governo degli Stati Uniti e sosterrò misure supplementari”) o Macri (“Dobbiamo esercitare una pressione politica ed economica estrema al più presto possibile perché venga ripristinata la democrazia“), in relazione al Venezuela, mostrano un atteggiamento interventista di questi governi.
Pur manifestando preoccupazione per quello che è successo in altri paesi, ci sono varie azioni contro i diritti umani commesse da questi governi nel loro paese.
Sia in Argentina che in Cile, le aggressioni nei confronti della comunità mapuche, che reclama la terra che gli appartiene, sono state ripetute. Sulla terra cilena, soprattutto, è stata usata anche una legge anti-terrorismo per criminalizzare le iniziative degli attivisti mapuche.
Recentemente, la scomparsa in Argentina dell’attivista mapuche Santiago Maldonado, avvenuta ai primi di agosto, ha prodotto un’ondata di rifiuto della nazione nei confronti delle autorità.
Inoltre, in Colombia, le minacce e gli attacchi subiti dai leader sociali sono costanti. Oltre un centinaio di attivisti di primo piano sono stati assassinati negli ultimi anni, senza che il governo sia riuscito a frenare la situazione. Anche le organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per “la persistenza di elevati livelli di impunità”.
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10/10/2016
Baruffe Usa. Trump sessista, Pence scalpita in panchina, i Clinton doppia faccia
Nemmeno il secondo faccia a faccia tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti ha sciolto i dubbi su chi potrà veramente agguantare la poltrona più ambita del mondo. Eppure una certezza c'è già: chiunque vinca, sarà il più inadeguato presidente della storia statunitense. Con ovvi e gravissimi problemi per il resto del mondo.
E' difficile non sottolineare che da un lato c'è un tycoon che recita la parte del mezzo matto, non paga le tasse, assalta le donne e vuol alzare un muto supplementare al confine con il Messico. Ma dall'altra c'è una signora così improntata al rispetto dei diritti umani da chiedere – quando era segretario di Stato, ossia ministro degli esteri – un raid omicida con i droni pur di togliere di mezzo Julian Assange e l'esperienza di Wikileaks.
Così come non è possibile non registrare che lo spettacolo televisivo di stanotte ha mostrato – come prevedeva il copione – due "feroci avversari", mentre dietro le quinte le rispettive famiglie si abbracciavo, si davano pacche sulle spalle e si facevano reciprocamente gli auguri. Come a un qualsiasi talent show della tv italiana, insomma... In fondo, la paga per recitare quella parte pare che che sia decisamente buona...
Qui di seguito un sapido commento di Alberto Tarozzi sulla figura più patetica di questo triste show: l'imbarazzo ambizioso e senza speranze del "vice" di Trump... A conferma che la classe politica – e non da oggi – è solo un esile straccio avvolto intorno al potere delle imprese più grandi, industriali o finanziarie che siano. Tanto negli Usa che in Italia, ovvio!
*****
Alberto Tarozzi
Lo confesso: da un po' di tempo sospettavo che Trump fosse sessista e pure, per dirla con Robert De Niro, decisamente un porco.
Tanto da ritenere una pregiudiziale a elezioni degne di un paese civile la sua eliminazione dai possibili candidati alla Casa Bianca.
Certo l'alternativa di una signora guerrafondaia non mi solleticava, ma che il predestinato alla esportazione della democrazia occidentale ai quattro angoli del pianeta si esprimesse con una terminologia che faceva apparire il nostro Berlusconi come un gentleman, solo leggermente fuori di testa, mi pareva talmente inquietante che il pericolo di una terza guerra mondiale, al confronto, poteva ritenersi persino accettabile.
Con tutto ciò ha destato in me una certa sorpresa vedere come un video del 2005 sia emerso all'improvviso alla luce del palcoscenico statunitense, come se per tutta la campagna elettorale nessuno si fosse accorto della sua esistenza.
Un video a orologeria, lo si potrebbe definire, del quale Donald dovrebbe probabilmente ringraziare l'esistenza.
Negandogli, con quasi certezza, l'accesso alla Casa Bianca, aumenterà le probabilità di lasciarlo morire nel proprio letto: un evento improbabile in un Paese come gli Usa dove i Presidenti puttanieri sono considerati inaffidabili e presi di mira, magari mentre scorrazzano in macchina in quel di Dallas.
Alla città di Dallas si abbina inevitabilmente un altro nome. Non soltanto quello di Kennedy che lì scomparve di scena, quanto quello di Lyndon B. Johnson che, in quanto Vicepresidente, ne prese il posto.
Certo, le disavventure dell'aspirante Donald, più che lanciare nella mischia il suo viceaspirante Pence sembrano aprire un'autostrada a Hillary. Ma non si sa mai. Potrebbe anche essere che tra siluri e contro siluri pure lei ci rimetta qualche penna. E allora ecco che il buon Pence comincia a scalpitare in panchina.
Tanto per cominciare non è andato male nel suo match del campionato riserve, dove ha battuto il suo alter ego democratico. Ha dimostrato di sapersi accattivare le simpatie di chi simpatizza per le tesi di Donald senza urtare chi è refrattario alle porcate del brutto anatroccolo. Ha esibito un garbo e un'eleganza di cui si sentiva da tempo l'assenza.
Ma soprattutto, in un quadro di sostanziale convergenza con le scelte del suo ruvido capo, ne ha preso le distanze su un punto sostanzialmente fondamentale: ha cioè dichiarato di essere per la linea dura contro la Russia in Siria.
Si sa, buona parte dell'elettorato americano crede che la Siria stia ai confini tra la Lituania e la Corea del Nord, ma poco importa. In lui qualcuno che conta deve aver visto una persona affidabile, per la quale Putin non muoverebbe un dito. Il che coi tempi che corrono non è poco.
Forse è per questo che il buon Pence, appena visto il video, è fuggito lontano le mille miglia da Trump, evidentemente sconvolto dalle pulsioni erotomani del suo fu numero uno, che evidentemente non si sarebbe mai immaginato.
Certo defenestrare Trump non sarà facile e Hillary rimane sempre e comunque la favorita. Ma un pensierino alla casa Bianca il povero Pence glielo potrà pur fare.
Fonte
E' difficile non sottolineare che da un lato c'è un tycoon che recita la parte del mezzo matto, non paga le tasse, assalta le donne e vuol alzare un muto supplementare al confine con il Messico. Ma dall'altra c'è una signora così improntata al rispetto dei diritti umani da chiedere – quando era segretario di Stato, ossia ministro degli esteri – un raid omicida con i droni pur di togliere di mezzo Julian Assange e l'esperienza di Wikileaks.
Così come non è possibile non registrare che lo spettacolo televisivo di stanotte ha mostrato – come prevedeva il copione – due "feroci avversari", mentre dietro le quinte le rispettive famiglie si abbracciavo, si davano pacche sulle spalle e si facevano reciprocamente gli auguri. Come a un qualsiasi talent show della tv italiana, insomma... In fondo, la paga per recitare quella parte pare che che sia decisamente buona...
Qui di seguito un sapido commento di Alberto Tarozzi sulla figura più patetica di questo triste show: l'imbarazzo ambizioso e senza speranze del "vice" di Trump... A conferma che la classe politica – e non da oggi – è solo un esile straccio avvolto intorno al potere delle imprese più grandi, industriali o finanziarie che siano. Tanto negli Usa che in Italia, ovvio!
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Alberto Tarozzi
Lo confesso: da un po' di tempo sospettavo che Trump fosse sessista e pure, per dirla con Robert De Niro, decisamente un porco.
Tanto da ritenere una pregiudiziale a elezioni degne di un paese civile la sua eliminazione dai possibili candidati alla Casa Bianca.
Certo l'alternativa di una signora guerrafondaia non mi solleticava, ma che il predestinato alla esportazione della democrazia occidentale ai quattro angoli del pianeta si esprimesse con una terminologia che faceva apparire il nostro Berlusconi come un gentleman, solo leggermente fuori di testa, mi pareva talmente inquietante che il pericolo di una terza guerra mondiale, al confronto, poteva ritenersi persino accettabile.
Con tutto ciò ha destato in me una certa sorpresa vedere come un video del 2005 sia emerso all'improvviso alla luce del palcoscenico statunitense, come se per tutta la campagna elettorale nessuno si fosse accorto della sua esistenza.
Un video a orologeria, lo si potrebbe definire, del quale Donald dovrebbe probabilmente ringraziare l'esistenza.
Negandogli, con quasi certezza, l'accesso alla Casa Bianca, aumenterà le probabilità di lasciarlo morire nel proprio letto: un evento improbabile in un Paese come gli Usa dove i Presidenti puttanieri sono considerati inaffidabili e presi di mira, magari mentre scorrazzano in macchina in quel di Dallas.
Alla città di Dallas si abbina inevitabilmente un altro nome. Non soltanto quello di Kennedy che lì scomparve di scena, quanto quello di Lyndon B. Johnson che, in quanto Vicepresidente, ne prese il posto.
Certo, le disavventure dell'aspirante Donald, più che lanciare nella mischia il suo viceaspirante Pence sembrano aprire un'autostrada a Hillary. Ma non si sa mai. Potrebbe anche essere che tra siluri e contro siluri pure lei ci rimetta qualche penna. E allora ecco che il buon Pence comincia a scalpitare in panchina.
Tanto per cominciare non è andato male nel suo match del campionato riserve, dove ha battuto il suo alter ego democratico. Ha dimostrato di sapersi accattivare le simpatie di chi simpatizza per le tesi di Donald senza urtare chi è refrattario alle porcate del brutto anatroccolo. Ha esibito un garbo e un'eleganza di cui si sentiva da tempo l'assenza.
Ma soprattutto, in un quadro di sostanziale convergenza con le scelte del suo ruvido capo, ne ha preso le distanze su un punto sostanzialmente fondamentale: ha cioè dichiarato di essere per la linea dura contro la Russia in Siria.
Si sa, buona parte dell'elettorato americano crede che la Siria stia ai confini tra la Lituania e la Corea del Nord, ma poco importa. In lui qualcuno che conta deve aver visto una persona affidabile, per la quale Putin non muoverebbe un dito. Il che coi tempi che corrono non è poco.
Forse è per questo che il buon Pence, appena visto il video, è fuggito lontano le mille miglia da Trump, evidentemente sconvolto dalle pulsioni erotomani del suo fu numero uno, che evidentemente non si sarebbe mai immaginato.
Certo defenestrare Trump non sarà facile e Hillary rimane sempre e comunque la favorita. Ma un pensierino alla casa Bianca il povero Pence glielo potrà pur fare.
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