Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/01/2026

Gramsci nella Cuba che resiste

L’intensificarsi dell’aggressione statunitense contro Cuba, nel contesto dell’attacco frontale al Venezuela bolivariano, non è un accidente della storia né una deviazione momentanea della politica estera di Washington. È l’espressione coerente di una crisi organica dell’imperialismo capitalistico, che – come avrebbe detto Gramsci – non riesce più a governare attraverso l’egemonia e ricorre sempre più apertamente alla coercizione.

Cuba è colpita non per ciò che fa, ma per ciò che è: una rottura storica con il dominio imperialista, una negazione concreta dell’idea che il capitalismo sia l’unico orizzonte possibile. Come ha affermato con chiarezza il presidente Miguel Díaz-Canel, «Cuba non attacca nessuno. Cuba si difende. È sotto attacco da più di sessant’anni». Questa difesa non è soltanto militare o diplomatica: è una guerra di posizione permanente, combattuta sul terreno economico, culturale, simbolico e sociale. Cuba è nel mirino non per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta.

Il bloqueo non è una sanzione: è una guerra economica permanente. Una guerra che colpisce deliberatamente le condizioni materiali di vita del popolo cubano con l’obiettivo politico esplicito di produrre disperazione sociale, frammentazione e restaurazione capitalistica. Ma l’imperialismo continua a scontrarsi con un dato che non riesce a metabolizzare: la coscienza politica di un popolo organizzato. «Non esiste blocco capace di piegare un popolo che ha deciso di essere libero», ha scritto Díaz-Canel. In questa frase è condensata la lezione fondamentale della Rivoluzione cubana: la soggettività collettiva è una forza materiale.

L’attacco simultaneo a Cuba e Venezuela rivela la specificità della fase attuale: l’impero colpisce dove emergono esperienze di cooperazione solidale, pianificazione sociale, integrazione regionale alternativa al mercato globale dominato dal capitale finanziario. È per questo che l’asse Cuba-Venezuela è insopportabile per Washington. Non per una questione ideologica, ma perché dimostra che l’imperialismo non è inevitabile. «Quando un impero è in declino, diventa più pericoloso», avverte Díaz-Canel, indicando la natura reazionaria e aggressiva di un sistema che non riesce più a governare il mondo attraverso il consenso.

Il bloqueo statunitense è un classico strumento di dominio egemonico rovesciato: laddove l’impero non riesce a costruire consenso, tenta di imporre la resa attraverso la fame, la scarsità, l’isolamento. Ma qui l’imperialismo si scontra con un dato che Gramsci aveva ben compreso: quando una classe dirigente rivoluzionaria riesce a trasformarsi in direzione morale e politica, la coercizione non basta. «Non esiste blocco capace di piegare un popolo che ha deciso di essere libero», ricorda Díaz-Canel, indicando che la coscienza collettiva organizzata è una forza materiale.

L’attacco simultaneo a Cuba e Venezuela chiarisce la posta in gioco. L’impero colpisce le esperienze che, pur tra contraddizioni e difficoltà, hanno messo in discussione la sua egemonia nel continente, costruendo pratiche di cooperazione solidale, pianificazione sociale e integrazione alternativa al mercato capitalista globale. È l’asse Cuba-Venezuela a essere intollerabile, perché dimostra che la subordinazione non è un destino. «Quando un impero è in declino, diventa più pericoloso», avverte Díaz-Canel, fotografando perfettamente la fase gramsciana dell’“interregno”, in cui il vecchio muore e il nuovo fatica a nascere.

Cuba resiste perché ha sempre compreso che l’egemonia imperialista non concede spazi neutri. «Nessuno ci dirà cosa fare», scrive in un recente messaggio il presidente cubano, riaffermando una linea che va da Martí a Fidel: la sovranità non è negoziabile. In termini gramsciani, concedere anche il minimo spazio all’imperialismo significa rinunciare alla propria autonomia storica e accettare una funzione subalterna nel sistema mondiale.

La solidarietà con il Venezuela non è un’alleanza contingente, ma una scelta strategica di lungo periodo, un esempio concreto di internazionalismo come costruzione di contro-egemonia. È l’eredità di Fidel e Chávez, che avevano compreso che senza unità dei popoli non esiste possibilità di rovesciare l’ordine dominante. «La nostra forza è l’unità dei popoli», scrive Díaz-Canel, indicando il vero terreno dello scontro: non tra Stati isolati, ma tra un progetto di dominio globale e la costruzione di un mondo multipolare fondato sulla giustizia sociale.

In questa nuova “ora de los hornos”, Cuba incarna pienamente la lezione gramsciana del pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. La lucidità nell’analizzare i rapporti di forza non si traduce in resa, ma in organizzazione, resistenza, progetto. La Rivoluzione cubana non chiede neutralità – che, come insegnava Gramsci, favorisce sempre l’oppressore – ma schieramento politico e chiarezza teorica.

Cuba resiste perché sa che cedere significherebbe non solo perdere sovranità, ma rompere il filo storico che lega la sua esperienza a tutte le lotte antimperialiste del mondo. E continua a dimostrare che, anche nell’epoca del capitale finanziario globale, la dignità organizzata di un popolo può ancora incrinare l’egemonia dell’impero.

L’ esempio di Fidel Castro e dei suoi compagni di lotta Che Guevara e Chavez

La resistenza di Cuba non è mai stata solo una questione di sopravvivenza economica o di difesa nazionale: è stata, fin dall’inizio, una scelta di civiltà. Fidel Castro lo comprese con lucidità storica quando affermò che la Rivoluzione non poteva essere ridotta a un evento, ma doveva diventare un processo permanente di emancipazione. Contro il bloqueo, contro l’isolamento, contro la guerra economica e simbolica, Cuba ha resistito perché ha scelto di non piegarsi alla logica del mercato come destino e della subordinazione come normalità.

Fidel non è stato soltanto un leader politico, ma un intellettuale organico nel senso gramsciano del termine: capace di leggere i rapporti di forza globali, di interpretare l’imperialismo come sistema e non come accidente, di connettere la sovranità nazionale alla giustizia sociale. La sua lezione resta attuale proprio perché non separa l’indipendenza politica dalla dignità materiale del popolo. Senza sovranità non c’è sviluppo, senza uguaglianza non c’è libertà.

Ernesto Che Guevara ha incarnato la dimensione etica e internazionalista di questa resistenza. Il Che non è una figura romantica da merchandising globale, ma il simbolo concreto dell’uomo nuovo che rifiuta l’accumulazione come fine e la competizione come valore. La sua critica all’economia politica capitalista e la sua concezione della pianificazione socialista come atto morale, prima ancora che tecnico, restano una sfida aperta al pensiero dominante. Il suo internazionalismo non era esportazione ideologica, ma solidarietà tra popoli oppressi.

In questo solco si colloca anche Hugo Chávez, che ha saputo rilanciare nel XXI secolo l’asse bolivariano come progetto politico e culturale. Chávez ha compreso che Cuba non era un residuo del Novecento, ma un laboratorio di resistenza per l’America Latina e per il Sud globale. L’alleanza tra L’Avana e Caracas non fu solo energetica o diplomatica, ma strategica: costruire integrazione contro la frammentazione, cooperazione contro la dipendenza, popolo contro oligarchie.

Cuba resiste perché non ha mai smesso di pensarsi come soggetto storico collettivo. Fidel, il Che e Chávez rappresentano tre momenti di un’unica traiettoria: la lotta contro l’imperialismo come sistema, la difesa della dignità dei popoli, la costruzione di alternative reali al capitalismo globale. È questa continuità politica e morale che oggi, nonostante tutto, continua a inquietare il potere e a parlare ai popoli.

Fonte

04/02/2022

Venezuela - La rivoluzione di Hugo Chávez compie 30 anni

Il 4 febbraio 1992 è stato il punto di partenza del Venezuela Bolivariano. Tutto nasce con l’Operazione Zamora, guidata dal comandante Hugo Chávez Frías e da un gruppo di suoi compagni all’interno delle Forze armate, noto come Movimento Rivoluzionario Bolivariano 200.

E a trent’anni dall’inizio del cammino di un popolo socialista il paese festeggia la Giornata Nazionale della Dignità.

“La ribellione militare venezuelana del 1992 – aveva commentato il comandante Chávez – era inevitabile così come l’eruzione dei vulcani; una ribellione di questo tipo non è decretata, e per questo voglio trasmettere un ricordo eterno dei giovani soldati e civili delle ribellioni del 4 febbraio 1992 e del 27 novembre di quell’anno che passeranno alla storia...”.

Un ordine “multipolare e policentrico” è oggi in contrasto con il disegno geostrategico del capitale globale. Il persistere di profonde divergenze, per non parlare del reale stato di assoggettamento economico, produttivo e finanziario dei paesi vittime del colonialismo e dell’imperialismo, viene spesso identificato con il particolarismo, con spiegazioni che alludono a differenze etniche, culturali, naturali, religiose, poco diverso nella sostanza dal discorso ideologico condannato da Gramsci nella “questione del Sud”, ma assolutamente privo di qualsiasi fondamento materiale ed economico.

Le divergenze che esistono nell’analisi dei marxisti su questo punto, in sostanza, riflettono un ritardo nel concentrarsi sulla lotta anticoloniale come momento della teoria generale del modello di produzione capitalistico.

L’analisi del sistema mondiale, dello scambio attuale e dello sviluppo ineguale, della gestione delle relazioni economiche e internazionali attraverso la polarizzazione, proviene da un’importante scuola di ricerca e teorizzazione sull’argomento, rappresentata da Amin, Jaffe, Frank, Bettelheim, Wallerstein e lo stesso Giovanni Arrighi.

È nel solco di questa tradizione e della sua continuità che si sviluppa e si rinnova la prospettiva del semi-dislocamento come il Venezuela bolivariano con i principi della rivoluzione chavista del 4F con le sue caratterizzazioni sociali, economiche e tutte politiche che determinano i principi di ALBA de Nuestra America; e in Europa, rappresentata dall’ALBA euro-afro-mediterranea, sviluppata concettualmente e programmaticamente da anni dal CESTES (Centro Studi dell’Unione Sindacale di Base Italiana).

Chiaroveggentemente, questa tradizione ha individuato la contraddizione fondamentale tra i centri globali e le periferie, quindi, per usare le parole di Frank: la storia mostra che capitalismo e imperialismo sono inesorabilmente intrecciati, nonostante le trasformazioni e i cambiamenti prodotti per lo sviluppo del movimento storico.

Se prendiamo in considerazione una realtà così complessa, è chiaro che la cooperazione Sud-Sud è necessariamente difficile da realizzare, ma resta un imperativo, soprattutto se analizziamo, come ha fatto Amin, le contraddizioni e le sfide che hanno e devono affrontare alcune regioni della Nostra America e del Sud del mondo.

Pertanto, una nazione sovrana come il Venezuela bolivariano, che agisce sulla base di un’autentica autodeterminazione popolare, non deve adattarsi ai bisogni del sistema globale (che poi rispecchiano i bisogni delle nazioni donatrici), ma deve tracciare il proprio corso e forzare il sistema per adattarsi alle proprie esigenze nazionali.

Pertanto, è prioritario che i paesi sviluppino il proprio apparato produttivo e creino un sistema in cui la politica domini l’economia con un focus sul benessere dei cittadini e non che sia l’economia a dettare il ritmo della politica.

Inoltre, l’eurocentrismo è un concetto fondamentale se si riflette sulla critica marxista della letteratura postcoloniale, appunto.

Hosea Jaffe concorda con questo punto di vista critico, ma solleva anche il punto che il materialismo storico è tradizionalmente eccessivamente legato all’Europa, e che deve certamente offrire al più presto una visione universale, e quindi pensare di abbandonare una visione eurocentrica.

Se osserviamo l’attuale situazione mondiale segnata dalla crisi pandemica, non possiamo concentrarci solo sull’Unione Europea, sulla Cina e sui BRICS, ma dobbiamo allargare il nostro orizzonte alle esperienze di distacco e transizione al socialismo in America Latina, dove l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America è determinato dai principi di 4F.

Fonte

30/07/2021

Hugo Chávez, l’indispensabile

Hugo Chávez, il grande “uomo d’azione e d’idee”, come lo definì il Comandante Fidel Castro, al quale si riferiva anche come il miglior amico di Cuba, è diventato, con il battito del cuore incommensurabile dei nostri Popoli, l’essenza ideologica di un progetto politico volto alla costruzione di una nazione libera, sovrana, indipendente, forgiando la maggior felicità possibile per i suoi abitanti.

Senza dubbio, quando il Comandante Eterno si è assunto come parte di un intero vortice umano con quella frase: “Non sono più Chávez, sono un popolo”, stava testimoniando la sua totale dedizione alla causa dei più bisognosi. Era inevitabilmente diventato un sentimento popolare.

Per questo oggi, nel 67° anniversario della nascita del leader storico della Rivoluzione Bolivariana, è necessario parlare della nostra storia contemporanea, del tempo di quasi settant’anni fa, di quel momento in cui il cuore della terra venezuelana batteva in un luogo remoto, sconosciuto ai più: Sabaneta de Barinas, in quella nostra pianura che Chávez stesso ha descritto come uno spazio di misteri, di natura “autentica e a volte così crudele”, contro la quale donne e uomini devono lottare per domarla e sconfiggerla, ma anche per finire a essere parte di essa, della sua infinita savana.

Fu lì che nacque il grande rivoluzionario di questo secolo, in un’alba d’inverno, con molta pioggia che formava stagni nelle strade. “Non c’era la Luna, non c’era il gallo, era una notte buia”, diceva il Comandante Eterno nelle sue conversazioni con il compagno Ignacio Ramonet (in “Hugo Chávez. Mi primera vida: Conversaciones con Ignacio Ramonet”, Debate, 2014).

Hugo è nato il 28 luglio di quell’anno in cui, per destino, arrivavano al Pantheon Nazionale anche i resti del grande ideologo della guerra d’indipendenza, l’uomo che diede la luce della conoscenza e della ribellione al nostro Padre Liberatore Simón Bolívar, che con il passare del tempo divenne anche un ispiratore dello stesso Chávez: Simón Rodríguez.

Così gli avvenimenti della vita e della Storia hanno agito di nuovo e nel 1954 la Patria ha protetto due esseri per la posterità, in due tempi diversi ma complementari: il passato perenne, la fiamma inestinguibile rappresentata da Samuel Robinson, e il futuro appena incipiente rappresentato da un bambino che cominciava ad aprire gli occhi alla vita.

Nel mondo si stavano verificando eventi che, politicamente parlando, sarebbero stati rilevanti per la Storia dei popoli oppressi. L’assalto alle caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspedes, un anno prima, da parte del Movimiento 26 de Julio guidato da Fidel Castro, segnò l’inizio di quel periodo.

Il colpo di Stato contro il presidente progressista Jacobo Árbenz in Guatemala e l’imposizione delle dittature in Brasile e Paraguay nel 1954 definirono la politica imperialista per stabilire il suo dominio in America Latina e nei Caraibi attraverso i militari formati sotto gli interessi degli Stati Uniti e la sua Scuola delle Americhe.

Ma fu anche l’anno della battaglia di Die Bien Phu, che segnò la vittoria del popolo vietnamita sul colonialismo francese. “Le braccia della Storia mi hanno avvolto, l’uragano della Storia mi ha risucchiato”, ha detto il comandante Chávez, riferendosi alla turbolenta scena mondiale al momento della sua nascita.

L’essere umano è fatto per misurarsi con le proprie circostanze. Sono queste circostanze che formano il suo spirito e plasmano la sua personalità. Così è stato per Chávez, il bambino, la cui innata curiosità lo ha portato a fare domande in un contesto pieno di contraddizioni.

Nella patria di Bolívar, centinaia di prigionieri politici riempirono le carceri del regime di Perez Jiménez, che non permetteva la libertà di pensiero politico e mandava nelle prigioni chi la pensava diversamente. Le lotte contro Pérez Jiménez portarono al suo rovesciamento, a partire dal 1958. A quel tempo, Hugo non aveva ancora quattro anni.

La speranza volava sui cieli, come un vento che portava buoni presagi per il paese, ma non era altro che una breve illusione. Ancora una volta, le classi potenti hanno manovrato e sono riuscite a mettere da parte le forze popolari e rivoluzionarie, trasformando la vittoria collettiva sulla dittatura in un patto della borghesia nazionale per rimanere al potere per sempre.

Il Patto Puntofijo era la continuità del vecchio dominio capitalista, protetto da Washington. Questo è stato senza dubbio il periodo che più ha influenzato la visione del leader bolivariano.

La lotta armata, conseguenza dell’agitazione popolare contro la pseudo-democrazia, è stata un evento storico che si è riflesso non solo a Caracas, ma anche in quasi tutto l’interno del paese. Barinas era uno dei tanti spazi di guerriglia nella geografia nazionale. Le storie di Bachiller Rodríguez e Tuco Gómez erano di dominio pubblico e divennero parte dell’ideologia di Barinas. Chávez stesso racconta una visione di quei momenti della sua vita:

“Ricordo di aver visto Rómulo Betancourt con un liqui liqui (abito tradizionale per gli uomini in Venezuela, ndt) bianco, che attraversava il ponte Páez, il fiume Boconó; ci hanno portato noi bambini in un camion per vedere il presidente che passava per consegnare le terre della Riforma Agraria. Se mi ricordo bene, stava andando con John Kennedy, che veniva qui, sapete, a consegnare la terra, era l’Alleanza per il Progresso. Ricordo alcuni giovani nordamericani che vennero a Sabaneta (ero un chierichetto all’epoca, sto parlando di 50 anni fa) e ci insegnarono qualche parola di inglese e distribuirono avena Quaker; era l’Alleanza per il Progresso.

Ma ricordo anche che sulle colline di San Hipólito, presso Caño e’ Raya, c’erano dei signori che si chiamavano guerriglieri... Ecco, dove uno è nato e dove è cresciuto...”
.

Questa visione di due opposti antagonisti, cioè la cosiddetta “democrazia” da un lato (in cui persistevano povertà, analfabetismo, mancanza di cure mediche e altre calamità), e la ribellione di un settore dall’altro (i fattori rivoluzionari), ebbe un’influenza decisiva sulla personalità di Hugo, ma anche sulla formazione della sua grande sensibilità, la sua costante preoccupazione per le ingiustizie e le disuguaglianze sociali.

In questo contesto storico, gli affetti e gli insegnamenti della sua famiglia furono decisivi nella formazione della sua spiritualità. Anche se Chávez è cresciuto sotto le cure di sua nonna Rosa Inés, l’influenza di sua madre e suo padre non fu meno importante. Entrambi insegnanti, entrambi combattenti in un mondo allora lontano e dimenticato: le pianure venezuelane.

La vita austera della famiglia ha dato fermezza a valori essenziali come l’onestà, l’umiltà, il sacrificio e l’identità con gli emarginati, e li ha fatti prevalere come esempi da seguire, indipendentemente dalle dure condizioni che abbiamo affrontato.

In uno delle sue tante memorie, il Comandante ha ricordato quando era in quarta elementare e suo padre era il suo insegnante di classe, sottolineando che pretendeva di più da lui perché era suo figlio. “Quando non avevo venti dollari, non andavo al cinema”, ha detto Chávez, riferendosi alle grande esigenze del vecchio Hugo de los Reyes.

Mamma Elena fu altrettanto influente per il futuro leader storico della Rivoluzione Bolivariana. “Si è laureata come insegnante quando aveva già messo al mondo quasi tutti noi. Ricordo che andavo a trovare mia madre in un’aula... In particolare, insegnava l’alfabetizzazione, si dedicava all’educazione degli adulti... Ho partecipato, insieme a mia madre, alla campagna di alfabetizzazione negli anni Sessanta, lei era la mia guida con un libro che si chiamava ‘Abajo Cadenas’... Così mia madre mi ha insegnato a insegnare agli altri: era una cosa bellissima”.

Ma senza dubbio, il ruolo di mamma Rosa, con le sue innumerevoli letture e lezioni, è stato decisivo nella nostra educazione. Fu lei che ci insegnò a leggere, prima che andassimo a scuola, e in questo potente legame si intrecciò una relazione che andava al di là del legame sanguigno e affettivo. La figura di nonna Rosa Inés, con i suoi racconti sull’indipendenza, la guerra federale e la lotta anti–gomecista, rappresentava la vicinanza alle prime idee emancipatrici e ribelli di quegli scolari che eravamo, quando cominciavamo a scrutare le complessità della vita.

Fu un periodo duro e allo stesso tempo magico nella misteriosa pianura la cui influenza segnò decisamente il futuro visionario e, soprattutto, l’uomo perspicace e sensibile, il creatore di sogni, il poeta Chávez:

“Forse un giorno, mia cara nonna, dirigerò i miei passi verso il tuo recinto, a braccia alzate e con gioia, porrò sulla tua tomba una grande corona di allori verdi: sarebbe la mia vittoria e sarebbe la tua vittoria e quella del tuo Popolo, e quella della tua storia...”; scrive Hugo nella sua poesia a nonna Rosa.

Tutti quei primi anni dopo la sua nascita ebbero un’influenza decisiva sul pensiero dell’uomo che, prendendo le bandiere di Bolívar, Rodríguez e Zamora, intraprese la conquista del potere popolare, la costruzione di una nazione libera e di giustizia sociale.

Oggi, in circostanze complesse per il progetto bolivariano da lui promosso, i venezuelani, e altri popoli di questo continente e del mondo, commemorano un altro anno dalla sua nascita. E il modo migliore per rendergli omaggio e dimostrare il nostro amore per lui è quello di alzarsi e lottare contro le intenzioni delle potenze egemoniche imperialiste e dei loro lacchè per far sparire la sua eredità.

Tutta l’umanità sta subendo i terribili colpi della crisi mondiale e della pandemia Covid-19, che rende ancora più precaria la situazione degli abitanti del pianeta. È una verità innegabile che il sistema capitalista neoliberale e selvaggio non è stato in grado, con tutte le sue risorse, di controllare l’emergenza sanitaria, e il suo vero volto è sempre più chiaro.

È anche una verità innegabile che la ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di pochi, a scapito di un numero crescente di lavoratori e persone che vivono in povertà. Chávez ha detto nel 2012: “L’umanità è sull’orlo di una catastrofe inimmaginabile”, sottolineando l’urgente necessità di porre fine al capitalismo predatorio.

Così, elevare il suo pensiero al livello di una bandiera per difendere i nostri ideali di sovranità deve essere il compito che ogni rivoluzionario deve avere come priorità, se desideriamo realizzare il sogno che lui ha lasciato incompiuto. È impossibile avanzare nella battaglia contro i nemici della nostra Patria se non assumiamo l’ideologia del Comandante Chávez come nostra guida rivoluzionaria. Grazie a lui stiamo costruendo una vera Indipendenza.

Un anno in più, caro Hugo! Permettici di riprendere il sempreverde verso di Bertold Bretch per dirti ancora una volta: “ci sono quelli che combattono tutta la vita, quelli sono gli indispensabili!”.

Sempre insieme, fratello, compagno!

Adán Chávez Frías

Fonte

06/03/2021

La voce di Chávez a 8 anni dalla sua scomparsa

di Geraldina Colotti

A 8 anni dalla sua scomparsa, il 5 marzo del 2013, Hugo Chávez resta impresso nella memoria dei popoli: ben oltre la frontiera del Venezuela, dove ha governato dal 6 dicembre del 1998 e fino alla sua partenza per Cuba, l’8 dicembre del 2012, quando il tumore che gli era stato diagnosticato l’anno prima, aveva reso necessario un nuovo intervento. In quell’occasione, in una ultima, commossa e memorabile apparizione in pubblico, aveva dichiarato: “La mia opinione chiara, piena come la Luna piena, irrevocabile, assoluta e totale è che nell’eventualità che si rendesse necessario convocare elezioni presidenziali, voi eleggiate Nicolas Maduro come presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela”.

Un pronunciamento che risuonerà tante volte nelle piazze, e di cui sia il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), sia il popolo venezuelano terranno conto, eleggendo e rieleggendo Maduro, e difendendolo dai crescenti attacchi dall’imperialismo a livello internazionale. Per ricordare la figura di Chávez e l’attualità del suo pensiero nella vita politica venezuelana, oggi il PSUV celebra il suo congresso in questo nuovo anno di elezioni (regionali e comunali), e di nuove sanzioni da parte dell’imperialismo USA e dell’Unione europea.

Con l’approvazione di 34 leggi, il nuovo parlamento venezuelano, a maggioranza chavista, sta dando prova della grande vitalità politica seguita ai 5 anni di destabilizzazione dell’estrema destra, che ha usato il potere legislativo, uno dei cinque di cui si compone l’istituito venezuelano, come grimaldello per distruggere la democrazia partecipativa e protagonista, e riportare indietro l’orologio della storia. Un ritorno indietro auspicato e promosso dagli USA e la UE, che continuano a sostenere quel parlamento archiviato, nel quale venne eletto anche l’autoproclamato “presidente a interim” Juan Guaidó. Una delle 34 leggi approvate in questi giorni dall’Assemblea Nazionale, dove sono stati eletti anche deputati della destra non golpista, riguarda il parlamento comunale, le Comunas, e le oltre 200 città comunali in costruzione.

“Comuna o nada!”, aveva gridato Chavez nel 2012. Un’esortazione strategica ripresa da Maduro e raccolta dalle istanze del potere popolare in quanto “utopia concreta”, nel senso che dà Marx all’idea del comunismo. Un’indicazione particolarmente forte in questo Bicentenario di indipendenza, e a 150 anni dalla Comune di Parigi (18 marzo-28 maggio 1871), la prima grande esperienza di autogoverno della storia contemporanea.

In Venezuela, è la Legge organica del sistema economico e comunale a regolare le forme di organizzazione socio-produttive previste nella Comuna: l’impresa di proprietà sociale diretta, quella di proprietà sociale indiretta, l’unità produttiva famigliare, i gruppi di interscambio solidali. La moneta comunale viene considerata uno strumento alternativo a quella ufficiale, onde permettere un interscambio di saperi, conoscenze, beni e servizi negli spazi del Sistema di Interscambio Solidale, mediante la cooperazione, la solidarietà e la complementarietà, in contrapposizione all’accumulazione individuale.

Si crea anche la Rete del commercio giusto e somministrazione socialista, integrata dalle comunità che agiscono in questo modo sul territorio nazionale. Dalle Comunas, intese come embrioni di nuove relazioni produttive e sociali in uno spazio diverso dall’economia di mercato, è emerso in questi anni anche un concreto messaggio di resistenza alla guerra economica scatenata dall’imperialismo e dai suoi terminali locali.

Insieme ai Consigli comunali, le Comunas hanno contribuito, infatti, alla produzione, e alla distribuzione casa per casa dei Clap, i Comité Locales de Abastecimiento y Producción la cui rivista reca il significativo titolo di Todo el Poder a los CLAPS (Tutto il potere ai CLAPS), richiamando così la famosa consegna di Lenin a proposito dei soviet, nel 1917.

Le oltre 3.250 Comunas, che nei progetti del governo bolivariano dovranno dar luogo a oltre 200 città comunali, sono luoghi di produzione e riproduzione sociale sul cammino della transizione al socialismo, nelle quali le donne – in quanto soggetti situati allo snodo tra produzione e riproduzione della vita – partecipano a tutti i livelli dell’organizzazione del potere popolare, soprattutto nei progetti produttivi.

Progetti rivolti a donne che, prima della rivoluzione, non avrebbero avuto alcuno strumento di emancipazione attraverso il lavoro politico, essendo confinate in casa a svolgere compiti domestici. La costituzione bolivariana, invece, all’articolo 88 dice che il lavoro domestico produce “valore aggiunto, ricchezza e benessere”. E Chávez, dando seguito a questa norma costituzionale, a protezione delle escluse dai diritti economici e sociali, ha creato la Misión Madres del Barrio, con un decreto presidenziale del marzo 2006.

Da allora, le casalinghe in stato di necessità, percepiscono una rendita tra il 60 e l’80% del salario minimo. Con la creazione del Ministero della Donna e l’uguaglianza di genere, nell’aprile del 2009, su proposta di Maria Leon, Chávez ha permesso il dispiegarsi delle politiche di inclusione per combattere la femminilizzazione della povertà (così evidente nelle società capitaliste e soprattutto in questi tempi di pandemia), attraverso il sostegno all’economia popolare. Uno di questi strumenti è costituito dalla Banca della Donna, BANMUJER, un’istituzione di micro-finanza pubblica che facilita il lavoro socio-produttivo nelle comunità alle donne in situazione di povertà estrema, incrementando così la coscienza politica e il lavoro comunitario.

Una vitalità testimoniata nelle numerose fiere della Venezuela produttiva, organizzate prima della pandemia, nella quale risultava evidente il fortunato e proficuo incrocio realizzato dall’incontro tra Chávez e la lotta delle donne, che lo porterà ad affermare: “non c’è socialismo senza femminismo”. Insieme al ricordo del Comandante, questo 5 di marzo, è presente anche quello di un’altra indimenticabile ribelle, Lina Ron, dirigente del partito UPV, scomparsa lo stesso giorno, ma dieci anni fa.

Lina fu un simbolo di emancipazione degli esclusi, di quella marginalità che, nei periodi di grande cambiamento, sceglie di prendere coscienza e di decidere da quale parte della barricata intende stare.

Fonte

02/03/2021

Chávez tra Bolivar e Marx

di Geraldina Colotti

La rivoluzione bolivariana, oltreché il merito di aver rivitalizzato il sogno del Libertador prospettando una seconda indipendenza per la Patria Grande, ha avuto anche il merito di aver messo in dialogo il pensiero di Simon Bolivar con quello socialista. Un progetto di non facile ricezione, in Europa, neppure fra quelle aree della sinistra che avevano deciso di appoggiare Chávez, vincendo le reticenze dovute al suo essere militare.

Rimaneva, soprattutto in Italia, la memoria del tentativo effettuato da Mussolini e dagli storici fascisti di manipolare il significato del giuramento di Monte Sacro, compiuto nel 1805 dal Libertador nel luogo della prima secessione della plebe nella Roma Antica. In quel luogo simbolico, Bolivar, accompagnato dal maestro libertario Simon Rodriguez giurò di combattere per la libertà e l’indipendenza dell’America.

Concetti opposti a quelli del dittatore italiano, che considerava l’imperialismo “una legge eterna e immutabile della vita”, utile alla volontà di espansione di una razza superiore. Per questi pregressi, una parte dell’estrema destra italiana ha cercato di manipolare anche la figura di Chávez, fino alla sua scomparsa. Il Libertador non è però mai stato incluso nel panteon del socialismo europeo soprattutto a causa del noto ritratto di Karl Marx comparso agli inizi del 1858, trent’anni dopo la morte di Bolivar, nella New American Cyclopaedia.

Di fondo, c’è che Marx intendeva la questione coloniale all’interno della concezione materialistica dello sviluppo delle forze produttive, ancora immature nella società americana dell’epoca e in assenza di una borghesia che il proletariato industriale avrebbe potuto seppellire. Nello specifico, ci sono le fonti alle quali ha attinto l’autore del Capitale per stilare la voce d’enciclopedia, uno dei tanti lavori che faceva per sopravvivere.

Risulta che lesse anche le memorie del generale inglese John Miller nelle quali Bolivar appare in una luce positiva, ma le sue principali fonti provengono dalle testimonianze di alcuni compagni di Bolivar nella guerra di indipendenza, poi diventati suoi avversari, come il generale di origine svizzera Ducoudray-Holstein e la sua Histoire de Bolivar, terminata da Alphonse Viollet e pubblicata a Parigi nel 1831.

Il ritratto di Bolivar, costellato di errori biografici e definito poco rigoroso dallo stesso editore Charles Dana, dipinge il Libertador come dispotico e bonapartista. In quanto appartenente all’aristocrazia, le sue azioni risultano a Marx spinte dall’oppressione di classe, lontane dai principi indipendentisti e libertari che celebrerà nella voce sulla battaglia di Ayacucho, scritta per la stessa enciclopedia insieme a Engels. Un episodio definito come il trionfo delle forze rivoluzionarie e la distruzione definitiva dell’impero spagnolo. Gli stessi principi ribaditi da Marx in altri articoli contro l’intervento della Francia in Messico e nelle riflessioni su Cuba, Haiti e l’America Centrale, e in generale sulle società precapitalistiche.

Il testo di Marx su Bolivar venne riscoperto dal comunista argentino Anibal Ponce negli archivi dell’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca e pubblicato per la prima volta in castigliano a Buenos Aires nel 1936, nella rivista Dialéctica. Nel 1959, la seconda edizione in russo reca una critica al giudizio su Bolivar in base alla parzialità delle fonti.

Una tesi ripresa e analizzata in vari saggi latinoamericani (tra gli ultimi, quello di Vladimir Acosta). Il 31 luglio del 1967, pochi mesi prima della morte del Che in Bolivia, si tenne all’Avana la conferenza dell’Organizzazione Latinoamericana di Solidarietà (OLAS) sui temi della Patria Grande, inaugurata da Fidel Castro sotto un gigantesco ritratto di Bolivar.

Come ci ha raccontato Maria Leon, dirigente comunista, femminista ed ex guerrigliera, il cui padre fu un militare bolivariano che combatté con Cipriano Castro, dopo un lungo dibattito nel PCV di allora, su cui pesò la discussione sulle fonti illustrata da alcuni comunisti dell’Europa dell’est, nel 1983 il partito incluse Bolivar nel suo statuto.

“Il Partito Comunista venezuelano è stato il primo partito che ha sostenuto la candidatura di Chavez”, ci ha detto Maria, ricordando con emozione una sua foto in piazza per appoggiare la ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.

Fonte

07/03/2020

Sette anni senza Chávez

di Attilio Boron

Questo giovedì 5 marzo ricorre il settimo anniversario della scomparsa dell’eterno Comandante, una delle grandi figure della storia contemporanea dell’America Latina e dei Caraibi. Mentre scrivevo alcune righe per un breve ricordo di un personaggio indimenticabile, mi sono reso conto che il sette è un numero molto speciale. In tutte le religioni gli viene assegnato un valore singolare: cattolicesimo, ebraismo, induismo... anche nella Grecia classica, il sette avevano un significato speciale.

Per il primo, perché sette sono i doni dello Spirito Santo, i peccati capitali, i sacramenti e i giorni che ci sono voluti a Dio per creare il mondo. Per la Cabala, l’interpretazione mistica della Torah degli ebrei, il candeliere sacro deve avere sette braccia, tante quante sono le colonne del tempio di Salomone.

Nell’Induismo, sette sono i chakra dell’essere e le città sacre dell’India. Nella Grecia classica parlavano dei sette saggi, si dilettavano ad ascoltare le sette note musicali o a contemplare i sette colori dell’arcobaleno, mentre i loro astronomi osservavano l’evoluzione delle sette fasi lunari e prendevano nota dei sette giorni della settimana.

Questa breve digressione ha avuto origine da una lettura persa nel tempo di una frase che all’epoca mi fece una vivida impressione: il sette rappresentava il ponte tra la divinità e i mortali. E mi è venuto da pensare che giustamente il querido Hugo starebbe, magari oggi, chissà dove, attraversando quel ponte che lo ha reso una divinità. Questo è, in un ricordo, una presenza sorprendentemente vicina, un’esperienza che ha la capacità di influenzare le azioni di chi di noi rimane ancora nel mondo dei vivi.

Dante Alighieri e Jorge Luis Borges si riferivano spesso a questo numero come a qualcosa di molto speciale. E anche Chávez lo era, da cui questa curiosa associazione. Aveva quella condizione che, una volta lasciato questo mondo, lo avrebbe trasformato in un “ricordo che commuove le donne e gli uomini”, che li influenza, li chiama ad agire, a non rassegnarsi alle crudeli sfide dell’impero.

Ecco perché oggi, esattamente sette anni dopo la semina, ne abbiamo più che mai bisogno. Questa America Latina, lacerata dall’aggressione del dittatore del mondo che occupa la Casa Bianca – che è la polizia, il procuratore, il giudice, la giuria e il boia del resto del mondo – ha più che mai bisogno della presenza amorevole del Comandante, della sua sana influenza. Di colui che alle Nazioni Unite ha detto “qui c’è odore di zolfo” dopo che George W. Bush ha lasciato il podio.

Abbiamo bisogno che ci guidi con il suo esempio e la sua immensa eredità, con quella fiaccola di libertà e di autodeterminazione nazionale che ha tenuto così alta e così brillantemente.

Chávez è stato, come ho detto tante volte, l’enorme quarterback (“regista” nel football americano, ndt) di cui Fidel, il brillante stratega cubano, aveva bisogno per dare all’impero la più clamorosa sconfitta nei giorni ormai lontani del 2005 a Mar del Plata. La sua semina, lungi dal cancellarlo dalla scena politica, ha aumentato la sua presenza nelle lotte dei nostri popoli, a partire dall’eroica resistenza dell’amato Venezuela contro la guerra condotta dagli Stati Uniti.

A causa di uno di quei misteri che la storia universale riserva solo ai grandi, la sua morte lo ha reso un personaggio immortale. Aveva ragione Fidel quando, dopo aver saputo della sua morte, disse: «Nemmeno lui stesso sospettava quanto fosse grande».

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06/03/2020

A sette anni dalla morte, l'eredità di Hugo Chávez è ancora viva

«Non ci sarà nessun patto con la borghesia o la dissolutezza rivoluzionaria. Continueremo ad avanzare e costruire il socialismo al ritmo e alla velocità imposti dalle circostanze», il marzo del 2013 moriva il comandante Hugo Rafael Chávez Frías, storico leader della rivoluzione bolivariana, ricordato come uno dei più grandi statisti dell'America Latina, capace di modificare il corso della Storia venezuelana, portando il paese verso la sua seconda e definitiva indipendenza.

Ha lasciato al Venezuela e al mondo un'eredità di lotta e resistenza ancora in vigore in Venezuela e in America Latina.

La resistenza del popolo venezuelano alle continue aggressioni degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali è un segno della validità degli ideali umanistici e sociali del comandante Chávez.

Attraverso dibattiti, discorsi e azioni politiche, Hugo Chavez stava costruendo un progetto per trasformare la società venezuelana, cercando di eliminare le strutture del sistema capitalista e promuovendo i valori del socialismo: libertà, uguaglianza, solidarietà.

Nonostante l'applicazione di misure coercitive, il governo venezuelano ha continuato con una profonda agenda sociale avviata dal comandante Chávez per migliorare le condizioni di vita della maggioranza del popolo venezuelano.

Misure come le missioni sociali Gran Vivienda Venezuela, Barrio Adentro, il cibo a prezzo sovvenzionato attraverso i comitati per l’approvvigionamento (CLAP) rispondono alla profonda politica sociale mantenuta negli oltre 20 anni della Rivoluzione Bolivariana.

Nel suo cammino, Chávez non solo ha suscitato la coscienza del popolo venezuelano, ma ha anche abbracciato i popoli della regione, seminando un retaggio di unità e pace in America risvegliando il sogno di Simón Bolívar.

Come in Venezuela, le proteste sociali in Cile contro il modello neoliberista promosso dal presidente Sebastián Piñera sono un altro chiaro esempio di come sette anni dopo la sua morte rimanga in vigore la richiesta di Chavez di opporsi ai modelli antisociali.

Le recenti mobilitazioni in Colombia ed Ecuador, dove le popolazioni richiedono profonde riforme politiche ed economiche da parte dei loro governanti sono un riflesso di come l'ideale di Hugo Chavez abbia compenetrato i popoli latinoamericani che continuano la loro lotta per una società più equilibrata senza un enorme divario tra ricchi e poveri.

Sette anni dopo la scomparsa solo fisica di Chavez la sua opera mantiene vitalità e attualità estreme. I popoli sono ancora ispirati dalle sue azioni e anelano alla costruzione di una società basata sugli ideali da lui propugnati nonostante l’impero nordamericano continui la sua opera di disturbo e demonizzazione della sua straordinaria figura di rivoluzionario e statista.

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29/03/2019

La “Guerra Ibrida” della CIA contro il Venezuela


Nonostante “La Operacion Constitucion” si sia conclusa con il misero e silenzioso ritorno a Caracas di Juan Guaidò, e la cattura dei quattro comandanti del fatiscente “Esercito di Liberazione Venezuelano” (1), attualmente nella regione di Tona, nel dipartimento colombiano di Santander, le “antenne” della CIA e gli ufficiali colombiani della Inteligencia y Contrainteligencia Militar Conjunta-J2, continuano i preparativi per mettere in piedi negli stati venezuelani di Tachira, Zulia, Amazonas e Apure un “foco” eversivo, con l’obbiettivo di promuovere una guerra civile, che coinvolgerebbe la Colombia scatenando l’immediato intervento militare degli Stati Uniti.

Basandosi su questa prospettiva, il 4 marzo, il vicepresidente degli USA, Mike Pence, tornava all’attacco ricordando che “... Il presidente Donald Trump continua fermamente convinto della necessità urgente di derubare il governo presieduto da Nicolas Maduro, anche con una soluzione militare (2) e senza l’autorizzazione internazionale!...”

Una dichiarazione scandalosa che non è stata gradita nemmeno dai lacchè del Gruppo di Lima (3), registrando nuovamente il dissenso dei generali brasiliani e di quelli argentini e anche la discordanza di molti ufficiali superiori colombiani.

Infatti, il 25 febbraio, il vicepresidente del Brasile, generale Hamilton Mourão, presente nella riunione del gruppo di Lima, realizzata nella capitale colombiana Bogotà, riaffermava allo sbigottito Mike Pence la posizione contraria dei militari brasiliani che, lo stesso generale Mourão aveva annunciato, per la prima volta il 23 gennaio, subito dopo l’incoronamento di Juan Guaidò con il titolo di “Presidente Interino” da parte di Donal Trump. Un pronunciamento che spezzò l’enfasi bellicista della Casa Bianca, poiché, il generale Hamilton Mourão, che in quel periodo ricopriva l’incarico presidenziale in assenza del presidente Jair Bolsonaro, sentenziò: “il Brasile e le sue forze armate non si immischieranno nella politica interna del Venezuela!”.

La posizione espressa dal vicepresidente brasiliano, generale Mourão nella riunione del gruppo di Lima, ha influenzato il posizionamento dei generali argentini, che, nonostante le dichiarazioni belliciste del presidente Macri, in modo categorico hanno ricordato: “... Le forze armate argentine potrebbero integrare una missione di pacificazione in Venezuela solamente se questa sarà votata e autorizzata dall’Assemblea delle Nazioni Unite!”.

Nella capitale colombiana – dove il clima politico è sempre più complesso a causa della crisi economica e del permanente stato d’instabilità provocato dalla corruzione e dal narcotraffico – gli abbracci e le strette di mani del presidente Iván Duque Márquez con il vicepresidente statunitense Mike Pence non hanno convinto i generali dello Stato Maggiore, poiché dopo la decennale e tragica esperienza del “Plan Colombia”, nessuno ufficiale e soldato colombiano vuole più rischiare la vita in una difficile “guerra di selva”, soprattutto con il Venezuela!

In realtà, soltanto l’esplosione di una dilaniante guerra civile, che minacci di danneggiare le infrastrutture petrolifere (pozzi, raffinerie e porti di imbarco), potrebbe convincere il Congresso degli Stati Uniti alla necessità d’intervenire militarmente in Venezuela e quindi autorizzare i generali del Pentagono a realizzare un “attacco chirurgico” contro il Venezuela.

Un attacco che l’ammiraglio Craig Faller, capo del comando meridionale delle forze armate degli Stati Uniti (SouthCom), nel passato mese di ottobre, in una seduta del Comitato del Senato per la Difesa, definì “rischioso”, perché “... l’esercito bolivariano è strutturato in maniera orizzontale, con circa duemila generali che comandano e controllano i differenti settori della difesa territoriale...”.

Anche, Galen Carpenter, analista del conservatore “Cato Institute” e specialista di questioni militari internazionali, in un’intervista a “BBC News Mundo” sottolineando i rischi ricordava che: “Nonostante possano esistere dei motivi di divisione interna, è certo che la maggior parte delle forze dell’esercito bolivariano si mobilizzeranno per respingere l’invasione”.

Un argomento che non trova impreparati gli ufficiali delle FANB. Infatti, nel 2018, il generale venezuelano Jacinto Pérez Arcay (4), subito dopo la decisione del governo bolivariano di sostituire il dollaro con il yuan cinese nelle operazioni di vendita del petrolio, presentò allo Stato Maggiore delle FANB e allo stesso presidente Maduro, uno studio dettagliato sulle possibili operazioni del SOUTHCOM, realizzate per aprire il cammino all’invasione terrestre delle truppe statunitensi.

Sempre secondo il generale Jacinto Pérez Arcay e altre fonti dell’intelligenza militare delle FANB “la prima operazione bellica del SouthCom sarebbe un attacco chirurgico con aerei e missili contro le basi aeree di Palo Negro e di Barcellona e contro la base navale di Puerto Cabello”.

Secondo l'ex capo del Pentagono, il generale Jim Mattis, per determinare la dissoluzione dell’organizzazione dell’esercito venezuelano e quindi favorire l’eventuale arrivo dei marines statunitensi con la funzione di pacificare e non di combattere, l’attacco aereo chirurgico dovrebbe essere realizzato su tutti gli obbiettivi militari del Venezuela senza soffrire nessuna perdita. Infatti, per il generale Mattis, la dissoluzione organica delle FANB è sempre stata la condizione “sine qua non” per realizzare in poco tempo e senza gravi perdite l’invasione del Venezuela per instaurare un nuovo governo. Per questo il capo del Pentagono ha sempre avvisato il presidente Donald Trump che “... Senza questa condizione l’attacco potrebbe diventare una tragica avventura!”.

Un argomento che il generale Jim Mattis ha più volte ribadito al presidente Donald Trump, ricordandogli anche che senza la partecipazione e soprattutto senza la logistica dell’esercito brasiliano e di quello colombiano, il coinvolgimento dei “marines” in Venezuela risulterebbe estremamente rischioso. Una posizione, che secondo alcuni analisti, è stata una delle cause per il suo licenziamento da parte di Trump, dall’incarico di segretario alla Difesa. Da sottolineare che anche i generali H.R. McMaster, John Kelly e Michael Flynn, tutti assunti e poi licenziati dal presidente, hanno avuto autentici diverbi con Donald Trump a causa delle problematiche politiche e militari connesse alla questione venezuelana.

La guerra nelle mani della CIA

Di conseguenza, Mike Pompeo – l’eminenza grigia del governo Trump – senza il parere vincolante dei generali, ha potuto conferire alla CIA la responsabilità assoluta della pianificazione e della realizzazione di tutte le operazioni eversive necessarie a provocare una crisi profonda e distruttiva nel Venezuela, capace di distruggere la capacità di resistenza del governo di Nicolas Maduro.

In quest’ottica, ed avendo ricevuto il palese appoggio di molti paesi “democratici” dell’Unione Europea, il governo Trump ha triplicato il cosiddetto “fondo per il ristabilimento della democrazia in Venezuela”, che adesso supera i 120 milioni di dollari. A questi si devono aggiungere i fondi per le “operazioni top secret” della CIA in Venezuela, che secondo alcune indiscrezioni sono stimate in ottocento milioni di dollari per il solo anno in corso. E’ quindi, su questa base che la CIA ha potuto rafforzare la collaborazione con i servizi segreti brasiliani e i colombiani e con i settori dell’Intelligenza militare brasiliana e colombiana, per capire cosa stia succedendo all’interno del Venezuela.

Infatti, per gli analisti di Langley è importante sapere fino a che punto i diversi settori dell’opposizione sono ancora credibili, che tipo di mobilizzazioni sarebbero in grado di realizzare e se esistono le condizioni e la capacità di creare un “foco eversivo urbano” nelle principali città del Venezuela, nello stesso tempo in cui i gruppi paramilitari orchestrerebbero un “foco eversivo rural” negli stati che confinano con la Colombia.

La divisione all’interno dell’opposizione, dopo l’avventura di Juan Guaidò e la conseguente inattività dei partiti oppositori, ha spinto la CIA a ricorrere all’azione del terrorismo-cibernetico, che rimane l’unico elemento di conflittualità attiva di questa guerra ibrida, sempre più isolata in termini politici, anche a livello di classe media.

Purtroppo negli ultimi trenta giorni, il terrorismo-cibernetico ha provocato seri danni all’economia con diversi sabotaggi alle linee di trasmissione e ai centri di erogazione di energia elettrica. Di fatto, il 7 marzo si è registrato il primo blackout nazionale, che è durato 60 ore, paralizzando tutte le reti informatiche del paese.

Sabotaggi che non hanno ridotto la fiducia nei confronti del governo da parte della maggioranza della popolazione. Al contrario, i blackout hanno provocato un maggiore discredito nei confronti dei partiti dell’opposizione venezuelana, soprattutto di quelli che sostengono la necessità di un cambio politico immediato, ricorrendo a tutte le forme di lotta incluse quelle violente. Per questo motivo, e per mascherare l’insuccesso politico, il presidente Donald Trump e l’eminenza grigia dei NewCons (5), Mike Pompeo, sono tornati a sventolare la bandiera della soluzione militare, stimolando la guerra psicologica dei media, sperando in una resurrezione dell’opposizione.

A questo punto la congiuntura politica che si è creata nel Venezuela presenta tre interrogativi:
) Perché il presidente Donald Trump e il gruppo dei “NewCon”, pur sapendo che l’opposizione è praticamente delegittimata, insistono nel voler derubare urgentemente e a tutti i costi il governo di Nicolas Maduro?
2) Perché Mike Pompeo ha valutato “interessante” il progetto eversivo formulato dalla CIA (distruzione economica progressiva del Venezuela)?
3) Perché John Bolton ha archiviato il parere dei generali del Pentagono, secondo i quali lo sviluppo delle azioni eversive rafforzerebbe la posizione di Maduro e il ruolo dell’esercito bolivariano, annullando la missione pacificatrice dei “marines” statunitensi e la possibilità di “ristabilire la democrazia” senza colpo ferire?

Per rispondere a queste domande è necessario ricorrere alle analisi di alcuni scienziati politici specializzati in “geo-strategia dei blocchi dominanti”. In particolare quelle del professore brasiliano, José Luis Da Costa Fiori (6), che nel mese di agosto del 2018 pubblicava un articolo in cui analizzava il nuovo ruolo della cosiddetta “Guerra Ibrida”, come parte integrante della politica geo-strategica del governo di Donald Trump, intesa come tentativo estremo per imporre il controllo statunitense su tutti gli stati del continente latinoamericano attraverso una guerra di bassa intensità.

Infatti, per il professore Fiori, il termine “Guerra Ibrida” identifica l’evoluzione della tradizionale soluzione militare (bombardamento e invasione dei marines) e dello storico tentativo di colpo di stato castrense con una “Guerra di Quarta Generazione”, in cui il Dipartimento di Stato, la CIA e la Casa Bianca articolano nello stesso tempo una serie di attacchi (economici, giuridici, finanziari, diplomatico, mediatico, politico, psicologico, eversivo e cibernetico), con l’obbiettivo di destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, smobilizzare il movimento chavista e, soprattutto, disarticolare le forze armate bolivariane.

L’urgenza di una “Guerra Ibrida”

L’elemento chiave di questa “Guerra Ibrida” è l’urgenza del governo imperialista di Donald Trump di mettere in moto, “a tutti i costi”, la complessa molteplicità degli elementi eversivi di questa “guerra di bassa intensità”, dove il principale obbiettivo sarebbe la realizzazione di un’apparente ribellione popolare spontanea, capace di assorbire i principali rami dell’esercito ed i settori operai più dinamici delle imprese energetiche e petrolifere statali.

Quindi se consideriamo che la cosiddetta “complessa molteplicità sovversiva” ha i suoi tempi per affermarsi nel contesto politico-istituzionale venezuelano, risulta evidente che non può essere improvvisata e tantomeno può essere accelerata. L’esempio più evidente è stato il fallimento dell’“Operacion Constitucion”.

Di fatto, il governo di Donald Trump, dopo che il governo bolivariano è riuscito ad aggirare gran parte delle sanzioni finanziarie, ha opportunisticamente giocato la carta del “presidente ad interim”, sperando che l’opposizione fosse capace di realizzare una “rivoluzione colorata”, con cui poter imporre un nuovo governo totalmente dipendente dalla Casa Bianca e dalle multinazionali. In realtà la CIA, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca hanno cercato di realizzare una seconda “Operazione Maidan”(7) a sud dell’equatore.

Il fallimento di questo progetto acuisce sempre più le critiche degli industriali del petrolio statunitensi legati a Rex Tillerson, dirigente della multinazionale Chevron, anche lui assunto e poi licenziato in tronco dal presidente Trump. Il malumore delle imprese petrolifere statunitensi è dovuto al fatto che – senza i 1.300.000 barili al giorno di petrolio venezuelano – adesso sono obbligati ad importarlo dall’Arabia Saudita a prezzi più alti, mentre prima delle sanzioni decretate da Trump contro la PDVSA, tutte le raffinerie del Texas usavano petrolio del Venezuela.

D’altra parte, le sanzioni di Trump non hanno paralizzato la produzione della PDVSA, poiché l’OPEC ha fissato nuove quote di produzione, con prezzi più alti, e Cina e India hanno immediatamente siglato nuovi contratti di acquisto con la PDVSA, comprando tutte le quantità di petrolio che anteriormente erano destinate agli Stati Uniti attraverso l’impresa CITGO Petroleum Corporation. Da sottolineare che i nuovi contratti della PDVSA non sono stati sottoscritti in dollari ma in Yuan, cioè la moneta cinese che attualmente Russia, Cina e India utilizzano negli scambi commerciali bilaterali.

L’uso dello Yuan, come pure della cripto-moneta creata dal governo bolivariano, è in realtà, il vero motivo dell’urgenza geo-strategica della Casa Bianca nel voler destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, che con questo tipo di transazioni commerciali contribuisce ad indebolire il potere del dollaro nel mercato finanziario mondiale.

E’ tassativo ricordare che la guerra di aggressione degli Stati Uniti contro l’Iraq, come pure quella contro la Libia, scoppiarono quando Saddam Hussein e poi Gheddafi tentarono di uscire dall’area del dollaro, vendendo i titoli del debito statunitense per comprare oro, argento, diamanti, per poi usare l’Euro come moneta base nella vendita di petrolio e gas.

A questo punto non bisogna dimenticare che quindici giorni prima dell’attacco “umanitario” alla Libia da parte degli aerei della NATO, la Banca d’Inghilterra si appropriò della riserva di oro della Libia, negando al presidente Gheddafi di procedere al trasferimento presso la Banca Centrale di Tripoli. Sarà una casualità, ma anche il governo venezuelano ha sofferto lo stesso “esproprio” da parte della Banca d’Inghilterra, quando il presidente Maduro richiese il rimpatrio della riserva di oro del Venezuela, depositata in quella banca fin dagli anni '70!

L’ultima giustificazione dell’urgenza della “Guerra Ibrida” riguarda il tentativo da parte degli USA d’interrompere la presenza delle imprese cinesi e indiane in Venezuela, garantendo allo stato bolivariano nuove forme di ricchezza con lo sfruttamento di numerosi giacimenti minerari, in particolare quelli di coltan e di oro (8), e la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali.

Una presenza, soprattutto quella cinese, che la Casa Bianca considera un pericolo, poiché le sue imprese alimentano in tutta l’America Latina la possibile alternativa alle rigide regole imposte dal FMI e dalle multinazionali statunitensi ed europee, oltre che presentare invidiabili soluzioni tecnologiche che rompono l’egemonia dei conglomerati di Wall Street.

Un contesto che ci fa scoprire una seconda casualità con il Nicaragua, quando le imprese cinesi avrebbero dovuto iniziare i lavori per la realizzazione di un secondo canale che unirà l’Oceano Atlantico con il Pacifico. Anche in Nicaragua, come in Venezuela l’opposizione cominciò la contestazione del governo di Daniel Ortega, volendo a tutti i costi la sua rinuncia in nome del cosiddetto “cambio democratico”!

Resistenza e preparazione combattiva delle FANB

La grande riforma geostrategica e la ristrutturazione del sistema di difesa nazionale, che il presidente Hugo Chavéz mise in atto subito dopo il fallito colpo di stato del 2002, fu considerata da tutti i governi che si sono succeduti nella Casa Bianca un autentico “atto di guerra”. Il rafforzamento militare delle forze armate venezuelane, voluto e coordinato dallo stesso Comandante Chavez, dette inizio ad una progressiva conflittualità che il governo degli Stati Uniti ha accentuato negli ultimi dieci anni. Una conflittualità latente che, con il governo di Donald Trump, si è trasformata poi in una guerra silenziosa a bassa intensità.

Comunque, il motivo principale del conflitto che ha spinto i generali del Pentagono a considerare lo stato bolivariano “irrecuperabile come quello cubano”, è appunto di natura strategica oltre che militare. Infatti, i nuovi concetti di difesa territoriale e i nuovi meccanismi di organizzazione militare che il presidente Hugo Chavez ha introdotto nelle forze armate venezuelane hanno cancellato a una velocità pazzesca le metodologie organizzative e i concetti teorici importati dalle accademie militari degli Stati Uniti. Bisogna ricordare che negli anni '60 l’esercito venezuelano era considerato il pupillo del Pentagono, presentato come il modello per tutti gli eserciti del continente sudamericano.

Comunque, il Comandante Chavez – seguendo l’esperienza delle FAR cubane – oltre ai fondamenti teorici, modificò tutta la struttura del sistema di difesa, investendo vari miliardi di dollari per comprare nuove armi tecnologicamente più avanzate e dotare tutte le unità, incluso i reparti della “Milicia”, di un sistema di comunicazioni di ultima generazione. Materiale bellico prodotto dalle imprese russe che, subito dopo la fine della Guerra Fredda, hanno superato l’efficienza bellica di molte industrie militari degli Stati Uniti o dei paesi dell’Unione Europea. E’ il caso dei caccia bombardieri Sukhoi e soprattutto del Sistema di Radar e Missili di Difesa Aerea S-300VM, prodotto dal’impresa russa Antey-Almaz.

L’elemento più importante della riforma geostrategica e militare di Chavéz non è solo l’introduzione di nuove armi tecnologicamente avanzate, ma soprattutto la strutturazione del potenziale bellico nelle nuove linee di difesa tracciate nel paese. Inoltre, la grande innovazione è stata la creazione del Comando di Difesa Aereo-Spaziale (CODAI), che è il ramo operativo della difesa subordinato, in linea diretta, al Comando Strategico Operativo (CEOFANB), con sede in Caracas.

Quindi, con l’implementazione di una nuova concezione di difesa territoriale, intesa come elemento fondamentale dell’alleanza politica delle forze armate con il popolo, è stato effettivamente facile trasformare l’antico esercito – che era soggetto alle dispotiche intenzioni delle oligarchie – in autentico esercito popolare, in permanente mobilità per difendere la sovranità e la legittimità del governo bolivariano.

Una condizione che ha permesso la rapida crescita, intellettuale e politica, del corpo degli ufficiali e dei soldati di leva, promovendo la formazione di una “Milicia Nacional Bolivariana”, perfettamente armata e organizzata per integrare il sistema di difesa territoriale nazionale al lato delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane).

Come nelle FAR cubane e in tutti gli eserciti che sono nati per difendere una prospettiva rivoluzionaria, anche nelle FANB l’elemento che maggiormente ne contraddistingue l’organizzazione e la struttura è, senza dubbio, la preparazione politica combattiva, che trasforma il soldato e l’ufficiale in un soggetto politico attivo e presente nell’evoluzione del contesto sociale ed economico del paese. Per questo motivo tutti gli appelli dell’opposizione per una diserzione di massa o per realizzare un colpo di stato contro il governo bolivariano di Nicolas Maduro sono falliti.

Comunque, l’elemento che ha maggiormente irritato i generali del Pentagono è stata la decisione del presidente Nicolas Maduro d’installare in tutte le regioni di frontiera il Sistema di Difesa Aereo S-300VM. In questo modo qualsiasi tentativo di penetrazione nello spazio aereo venezuelano da parte di missili, aerei-spia o cacciabombardieri è immediatamente individuato dai radar, che hanno una capacità di lettura efficace fino a 10.000 metri di altezza e 300 chilometri in linea di superficie. Chi cerca di violare lo spazio aereo venezuelano senza autorizzazione è abbattuto dal sistema di difesa anti-aera, che è composto da cinque linee di fuoco:
1) Cannoni antiaerei da 20 e 40mm;
2) Missili portatili MANPADS Igla5 con un raggio d’azione di 5.000m;
3) Missili S-125 PECHORA 2M con raggio d’azione 20.000m;
4) Missili BUK-2ME con raggio d’azione di 25.000m;
5) Missili S-300VM con raggio d’azione di 30.000m.

Un contesto che è sempre stato presente nelle difficili riunioni dei generali Jim Mattis e John Kelly con Donald Trump, e a Mike Pompeo sulla necessità di realizzare un “bombardamento chirurgico” con cui distruggere gli obbiettivi strategici del Venezuela. Infatti, Donald Trump e Mike Pompeo, non avendo nozioni di tecnologia militare, non hanno mai capito che con la creazione da parte del CODAI venezuelano (Comando di Difesa Aereospaziale Integrale) di un’efficiente area di esclusione aerea (NOTAM A0 160/19) era estremamente rischioso realizzare missioni di bombardamento aereo. Questo perché tutto lo spazio aereo venezuelano risulta protetto dai missili S-300VM, incluso lo spazio aereo marittimo che si estende fino alle isole di Curaçao, Aruba e Bonaire!

In realtà i radar venezuelani controllano perfettamente l’attività aerea a più di 100 chilometri dalle proprie frontiere. In particolare gli spazi aerei della regione colombiana di Cucuta e quella brasiliana di Pacaraima che, secondo il piano eversivo “Operacion Constitucion”, avrebbero dovuto essere il punto di partenza della sognata invasione statunitense mascherata con l’invio dei generi alimentari.

In pratica il presidente Nicolas Maduro, seguendo l’orientamento di Hugo Chavéz, ha completato l’istallazione delle batterie di missili S-300VM in tutto il paese, proteggendo tutto lo spazio aereo del Venezuela con un autentico ombrello armato di missili anti-aerei, guidati da potenti radar russi, capaci di annullare fino a 300 chilometri qualsiasi tipo interferenza elettronica!

A questo punto, vista l’impossibilità di promuovere un’insurrezione popolare, risultando impraticabile un colpo di stato e irrealizzabile un Impeachment contro il presidente Nicolas Maduro, gli uomini della CIA cercano di sfiancare e di delegittimare il governo bolivariano con i sabotaggi cibernetici (9), che sono l’ultimo capitolo della guerra ibrida inventata da Mike Pompeo e Donald Trump!

Note

1) Il 1 febbraio le unità speciali dell’Esercito e del SEBIN catturavano nell’autostrada José Antònio Paez i primi due auto-denominati Comandanti del nascente “ELV”, gli ex-colonnelli in pensione Oswaldo Garcia Palomo e José Acevedo Montonès. In seguito erano catturati gli altri due “comandanti” Antonio José Labichele Barrios e Alberto José Salazar Cabana.

2) Il 4 febbraio il Presidente statunitense, Donald Trump, in un’intervista alla CNN, ribadiva “…la volontà della Casa Bianca di derubare il “dittatore venezuelano” anche con una soluzione militare …”.

3) Il “Gruppo di Lima” fu formato all’interno dell’OSA (Organizzazione Stati Americani) per isolare diplomaticamente il governo bolivariano e appoggiare l’eversione dell’opposizione.

4) Jacinto Péerez Arcay, Generale, esercita l’incarico di Capo dello Stato Maggiore del Comando delle Forze Armate Nazionali.

5) New-Con (Nuovi Conservatori) è il gruppo creato all’interno del partito Repubblicano da Mike Pompeo e John Bolton, che ha sempre sostenuto Donald Trump.

6) José Luis Da Costa Fiori, è un accademico brasiliano specializzato in macroeconomia politica internazionale, che è stato analista del BID (Banca Internazionale per lo Sviluppo) per poi insegnare durante per due anni (2005/2006) nell’Università di Cambridge.

7) Operazione Maidan, è il codice del progetto eversivo che la CIA e il Dipartimento di Stato utilizzarono per rovesciare il governo dell’Ucraina.

8) La Banca Centrale Russa è stata il principale acquirente globale di oro nel 2018. Nello specifico, essa ha venduto tutti i titoli di Stato USA che aveva in bilancio, acquistando nel contempo 274,3 tonnellate di oro. In questa maniera, la Federazione Russa è diventata il quinto possessore al mondo di oro dopo gli Stati Uniti d’America, la Germania, la Francia e l’Italia.

9) Giovedì 7 marzo, il Venezuela è stato l’obiettivo di una serie di attacchi cibernetici sul sistema di controllo della centrale idroelettrica di El Guri. Dopo il Black out, un nuovo attacco è stato orchestrato contro il paese, questa volta nelle strutture della frangia petrolifera dell’Orinoco, la più grande riserva di greggio del pianeta. Il governo bolivariano ha detto che questo sabotaggio è stato effettuato con una tecnologia che solo il governo degli Stati Uniti possiede per generare un Blackout in tutto il paese.

Fonte

03/10/2018

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Dopo Chavez - Geraldina Colotti

Latrano, ancora, gli sciacalli del Venezuela. Latrano a Caracas, nei quartieri residenziali, nelle stanterie delle lobby filoamericane, nelle ambasciate che producono intrighi e golpe, nelle redazioni dei numerosissimi network televisivi privati – tutti legati alle oligarchie e “resilienti” alla Rivoluzione – nelle armi e nelle maschere antigas dei giovani (appartenenti alle classi privilegiati, pagati da queste ultime oppure semplicemente confusi) che ancora cercano di replicare una Piazza Maidan a queste latitudini, gli stessi che Valerio Evangelisti quasi nobilita quando li definisce, in un bell’articolo di un anno fa (ri-postato da questo blog) “termidoriani”, mentre sono semplicemente i protagonisti di un movimento contro-rivoluzionario che conferma come in Latino America la lotta di classe non soffra di infingimenti né di compromessi: il popolo venezuelano era con Chávez, adesso è con Maduro, è comunque con il Psuv perché si riconosce in una coalizione che ha assicurato diritti, cittadinanza politica e dignità. L’oligarchia, la classe imprenditoriale, i lacchè delle multinazionali, quindi gli affamatori dei poveri e dei subalterni, sono per il cambio di regime: a chi attribuisce, con sufficienza, la loro attuale pervicace insistenza al minor carisma che Maduro avrebbe, rispetto a Chávez, ci basta ricordare come i suddetti escuálidos arrivarono a organizzare un violento colpo di Stato, nel 2002, in pieno periodo chavista. Già all’epoca le anime belle della sinistra riformista e i soliti giornalisti prezzolati si affrettarono a leggere gli eventi esattamente al contrario, attribuendo al Presidente in carica la responsabilità della sommossa. Solo una inoppugnabile contro-informazione reindirizzò il corso della verità, ma non risolse definitivamente la malevola sorte a cui la sinistra occidentale sembra destinare il bolivarismo venezuelano e tutte quelle correnti politiche che non rispecchiano totalmente i suoi parametri e, soprattutto, che hanno l’ardire di vincere.

Ammettiamo che sia difficile, in fondo, parlare del Venezuela, prima di Chávez, poi di Maduro: è fuori, di fatto, dagli itinerari degli zapaturisti, è un Paese complesso, che non ha mai fatto mistero delle sue contraddizioni, ma ha cercato di usarle – negli ultimi venti anni – come piedistallo per una rivoluzione che cambiasse le sorti di milioni di diseredati che nessuna elezione liberal-democratica avrebbe mai riscattato. Anche perché non avevano accesso alle urne, tra l’altro. Neanche per il militante di sinistra è automatico andare in Venezuela: non lo era quando il bolivarismo era in espansione, contagiava l’intero sub-continente e pareva fornire un modello di socialismo esportabile a ogni latitudine, lo è ancora meno adesso, quando i media mainstream dipingono un Paese stremato economicamente, socialmente e soprattutto politicamente. Per dire, persino un Renzi qualsiasi – quindi un vero “impresentabile” della politica attuale – commenta l’inutile manifestazione del PD del 30 settembre come necessaria a evitare la “deriva venezuelana” del Paese. Eppure Renzi di derive dovrebbe essere esperto, avendo portato il PD sull’orlo della sparizione, come il dodo (e di questo lo ringraziamo). In mezzo a tanta melma, a volte esplicita, altre volte mascherata nell’ambiguità delle formule “Chávez sì, però...” un intervento diretto e continuato in Venezuela è prezioso, tanto per le sorti bolivariane, quanto per quelle della sinistra di classe italiana che vive un momento – è sempre bene ricordarlo – rispetto al quale il Presidente Maduro potrebbe dormire tra quattro guanciali.

Eppure c’è chi ci riesce a intervenire politicamente, chi lo fa: solo la combinazione tra la disciplina rivoluzionaria e la curiosità scientifica possono produrre un lavoro come Dopo Chávez. Come nascono le bandiere, con cui Geraldina Colotti aggiunge un altro tassello ai suoi lavori sulla Rivoluzione bolivariana. Un “processo”, si dice a proposito di quest’ultima, utilizzando un termine che, negli ultimi anni, viene associato invariabilmente a una pluralità di progetti politici, ovviamente assai più vacui di quello chavista: in Italia si preferisce usare, spesso in maniera inopportuna, termini che evocano liquidità, precarietà, mutamento, essenzialmente perché si teme la solidità del potere, la determinazione del dominio di classe, l’essenzialità della produzione. In Venezuela, invece, il termine “processo” è corretto perché “contiene il senso di un cammino orientato verso una direzione precisa” (p.10) e ben si adegua a un rivolgimento sociale che non ha potuto travolgere completamente le facoltà e le indennità dei nemici di classe, scegliendo di smussare “gli angoli più acuti e gli spigoli più taglienti”. Non sta a noi dire se tale scelta sia la causa delle attuali difficoltà oppure la chiave per la riuscita di una ferita, che dopo venti anni continua comunque a durare, inferta a una delle periferie produttive del polo imperialista statunitense (e non solo). In Venezuela il termine “processo” è tecnicamente esatto perché corrisponde all’eterogeneità della sinistra venezuelana – al netto della parte che ha tradito – e alla sua capacità di unire teorie e pratiche diverse trovando un punto di equilibrio nella figura e nella biografia dello stesso Chávez, che prese il potere dopo le elezioni del 1998, ma solo perché – come ricorda l’Autrice – poteva vantare il credito sociale e politico dell’insurrezione armata di sei anni prima. Come nel caso di Fidel. Per questo motivo l’utilizzo del termine “processo”, in Venezuela, è razionale e opportuno, contrariamente agli abusi lessicali della sinistra occidentale, in cerca di scorciatoie e di disimpegno. “Quando perciò i venezuelani si sentono rimproverare dalle sinistre europee l’uso moderatissimo della forza nel contenimento delle violenze di strada organizzate sfacciatamente dalla borghesia, quando si vedono ingiungere le dimissioni anticipate di Maduro per soddisfare il temporaneo cambiamento di proporzioni rappresentative intervenuto nelle elezioni parlamentari del 2015, non riescono a reprimere un moto di autentica e persino ingenua costernazione. Questo ci consigliano gli eredi di Gramsci e di Rosa Luxemburg? Questo è il modo di aiutare un esperimento di trasformazione sociale che cerca di mettere a tema la democrazia integrale e la partecipazione politica delle masse? Come si fa a storcere il naso davanti al progetto della nuova Assemblea Nazionale Costituente? Come sono possibili gli altri mondi possibili con cui un po’ tutti si sono bagnati la bocca dopo la sconfitta delle rivoluzioni del XX secolo?” (p.217).

Il termine “processo”, inoltre, si addice anche al libro di Geraldina Colotti, che narra la resistenza di una rivoluzione attraverso un diario quotidiano scritto da una testimone diretta degli eventi, anzi da una rivoluzionaria che agisce un’altra rivoluzione. Come un John Reed, spostato però ai tempi della guerra civile e del “comunismo di guerra”, quando scrivere, scavare e procedere dal particolare al generale è ancora più difficile. È un “processo”, infine, la storicità della stessa Geraldina nelle rivoluzioni del XX e del XXI secolo, quelle tentate, quelle fallite, quelle riuscite, quelle difese. Lo aveva scritto la stessa Autrice, per altre pagine: “La lotta di classe non si processa/ non si friggono polpette nel greto del fiume/ dice il matto che parla agli stormi/ e beve l’acqua da una finta sorgente/ state attenti, compagni,/ grida il matto che parla agli stormi/ triangolo scaleno! Ipotenusa!/ non portate alle ascisse le ordinate”.

Fonte

24/03/2018

Politica di classe e pratica del conflitto per la transizione al Socialismo nel XXI secolo

Intervista con Luciano Vasapollo. Per l’uscita del suo ultimo libro – Chávez presente! La resistenza eroica della rivoluzione bolivariana, Edizioni Efesto – abbiamo intervistato Luciano Vasapollo, professore di Politica Economica all’Università Sapienza di Roma.

L’America Latina è da tanti anni al centro del tuo lavoro politico, come accademico e come militante. Quale fase sta attraversando il continente e quali elementi possiamo trarre per ricostruire una sociologia e una pratica politica in una prospettiva internazionalista?

Dopo la caduta del muro di Berlino, Cuba ha intrapreso una resistenza eroica, ed era sola. Temevamo non potesse farcela, invece è andata diversamente e questo è il primo elemento di forza su cui si è messo in moto un nuovo ciclo. Il processo avviato dal comandante Hugo Chávez e poi da Evo Morales e anche da Correa, appoggiato dai governi progressisti di Lula in Brasile e dei Kirchner in Argentina, ha ridato ossigeno a Cuba. E non solo. Ha ridato impulso anche ai rivoluzionari sinceri e coerenti che agiscono in questa gabbia dell’Unione Europea: uno stimolo e indicazioni pratiche, non solo una speranza.

Ovviamente di questo si è accorto l’imperialismo, sia quello statunitense che europeo e ha cercato di disarticolare l’esperimento, aumentando le contraddizioni nel polo rivoluzionario (lo definisco così, nonostante i suoi limiti e le differenze interne), e in quello progressista.

Il principale obiettivo dell’attacco imperiale non è stato quello di ricreare il cortile di casa degli Stati Uniti, ma di impedire il consolidamento di quell’ipotesi e il suo allargamento, dentro e oltre il continente. Un’ipotesi che, a partire dall’America Latina, poteva contaminare o dare coraggio ad altri tentativi a livello internazionale.

Nel nuovo quadro che si è venuto a determinare, la cultura, la comunicazione, la guerra, l’aggressività dell’imperialismo, hanno quindi vinto?

Di sicuro non completamente, ma sono riusciti ad assestare grossi fendenti: attraverso colpi di Stato diretti e indiretti, con il terrorismo mediatico, con la propaganda ideologica che fa da apripista all’azione dei mercenari, dei narcos, della finta opposizione di natura fascista. Fattori che hanno giocato un ruolo fondamentale sia in Venezuela che in altri paesi del continente. Pensiamo all’Honduras, al Paraguay, al Brasile.

Con il ritorno a destra di due grandi paesi come Argentina e Brasile, sono venuti meno due grandi polmoni di appoggio solidali che avevano interrotto il progetto dell’ALCA per far spazio all’ALBA. Un cambio di scenario che ha purtroppo ridefinito in senso negativo alcune situazioni e indebolito l’integrazione solidale. La posizione assunta dall’attuale presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno, non è casuale. In un paese dollarizzato com’è l’Ecuador e in cui le risorse passano per un mercato d’importazione determinato dagli USA, Moreno si è trovato in una situazione in cui rompere con gli Stati Uniti avrebbe creato grossi problemi. Correa ha potuto muoversi in un quadro diverso, fidando su sponde solide come quelle di Argentina e Brasile. Quando lo scenario muta e ad alcuni appare che anche Maduro possa crollare, Moreno inizia a cambiare strategie e alleanze. E oggi, nonostante l’Ecuador non sia ancora uscito dall’ALBA, non ha più un governo affidabile per i processi di trasformazione.

Il bilancio, dunque, dei processi di transizione in Nuestra América è inizialmente molto positivo. Non bisogna, però, nascondere gli errori e le costruttive critiche fraterne. Per esempio, non si può pensare di governare senza prendere il potere. O meglio, lo si può fare, ma sul medio e lungo periodo si finisce per avere il fiato corto. Prima o poi il problema della rottura rivoluzionaria si pone. Forse, allora, alcuni processi andavano accelerati approfittando del momento favorevole di quella prima fase.

Per esempio, in Venezuela, si sarebbe dovuto puntare per tempo sulla diversificazione produttiva. Mi era capitato di parlarne in un’intervista al Correo del Orinoco già nel 2007-2008. Dicevo: bisogna nazionalizzare l’intero settore bancario. Bisogna nazionalizzare i settori strategici. In Venezuela, oltre al settore petrolifero ed energetico, ai trasporti e alle telecomunicazioni, è strategico anche il settore della distribuzione di beni soprattutto di prima necessità. E infatti le reti di distribuzione alternativa gestite dal Governo, come Mercal, non sono bastate per far fronte alla guerra economica, al desvio e all’accaparramento dei prodotti basici sussidiati. Se la grande distribuzione resta in mano del settore privato, a scomparire non sono solo i cellulari, ma i beni di prima necessità. E se devi fare la fila per comprarli o devi pagarli a caro prezzo al mercato nero, il terrorismo mediatico fa presa anche nelle tue stesse fila.

Un altro errore è stato quello di puntare eccessivamente su alcuni fattori, come il carisma del Presidente o la continuità di uno stesso gruppo dirigente, pensando che sarebbero durati per sempre. Invece, quando intervengono incidenti di percorso, le nuove condizioni possono favorire l’opposizione.

Ora non solo c’è il fiume di denaro dell’imperialismo USA, ma anche la partita che stanno giocando in Europa le multinazionali, i vari partiti legati ai centri di potere, come quelli della vecchia e agguerrita nomenclatura dei poteri forti italiani, come i partiti della Mogherini, Tajani eccetera. Una partita per il controllo dell’America Latina e, attraverso l’America Latina, sul Medioriente, sul fronte libico e siriano: seguendo la linea del petrolio e del metano. E dell’acqua, non dimentichiamolo.

E le guerre del Terzo Millennio saranno per l’acqua...

Appunto. Controllare o svendere alle grandi multinazionali fiumi importantissimi che attraversano mezzo continente, controllare l’Amazzonia, pesa incredibilmente sugli scenari. Insomma, quella che si gioca in America Latina è una partita più che mai aperta.

Ripeto sempre una frase del mio amico Abel Prieto: quando diciamo “hasta la victoria siempre”, “patria o muerte”, dobbiamo aggiungere che la “victoria es inevitable”. Deve essere resa inevitabile pena la scomparsa dei processi rivoluzionari in corso. Non ci sono più altre strade.

In Europa non esiste più la possibilità di una via socialdemocratica, riformista, di un capitalismo per così dire sociale che non cada nella spirale dell’imperialismo o del neoliberismo. Dunque, l’unica via è quella della transizione verso il socialismo. Ovviamente, da marxisti che interpretano con la necessaria dialettica il rapporto tra materialismo storico e dialettico, sappiamo che non sarà per domani. Non abbiamo i rapporti di forza a nostro favore, ma solo guardando lontano possiamo agire sui processi in divenire e giocare la nostra partita. Altrimenti abbiamo perso in partenza.

Ho 63 anni e cinquanta di esperienza politica e di intensa attività culturale, so che occorre commisurare la tattica alla strategia, ma anche la lentezza della lumaca, il suo cammino forte e determinato, conta. Se lasci una lumaca sulla porta e torni dopo un’ora, non sai dove sia andata. Siamo chiamati a questo compito.

Inflazione alle stelle, storture ereditate di cui non si riesce a venire a capo, sperimentazioni come quella del Petro, la nuova moneta virtuale. Come valuti, da economista, la situazione in Venezuela?

Le innovazioni sono necessarie, ma vanno misurate sul terreno della realizzabilità e verificate. Prima accennavo al problema della diversificazione produttiva, ai ritardi e agli errori di un processo rivoluzionario di cui, come intellettuale marxista militante, mi sento anch’io responsabile. Di fronte a una crisi sistemica a cui il capitalismo cerca di reagire per sopravvivere, era logico pensare che avrebbe giocato una partita pesantissima sul prezzo del petrolio. Si sarebbe dovuto tenere maggiormente in conto il pericolo di dipendere dal prezzo del petrolio e dall’agire delle borghesie transnazionali. Se dipendi dal prezzo del petrolio, ti colpiscono con una manovra speculativa sui tassi di cambio, impedendoti di emettere titoli di debito pubblico e agendo quindi sul mercato finanziario e poi su quello delle risorse naturali e delle merci.

Se un paese dipende fortemente e quasi unicamente dalle dinamiche indotte e controllate dai prezzi di mercato, lo colpiscono agendo condizionando e indirizzando a favore delle multinazionali i meccanismi di mercato. Perché quando il prezzo del barile scende dai 130 dollari a 35-40 dollari, quello venezuelano precipita a 22: sei volte di meno. Immettono petrolio scadente estratto con la tecnica del fracking, devastante a livello ambientale, ma a basso prezzo. Si rivolgono e ricattano le petromonarchie e impongono regole speculative: metti dentro questo mercato quantità enormi di petrolio e abbassa il prezzo.

E allora, qual è la prospettiva per l’autodeterminazione? Qual è la condizione economica del Venezuela? È brutta, certamente. Si sta cercando di uscirne? Sì. Si stanno sperimentando soluzioni? Tantissime, con creatività e coraggio. Come finirà? Torniamo al materialismo storico: dipende dai rapporti di forza che riusciamo a creare a livello locale e internazionale.

E noi siamo parte in causa. Se non organizziamo almeno una rete di solidarietà politica culturale a livello europeo, capace di ridare ossigeno a Cuba, al Venezuela e alla stessa Bolivia, l’aggressione dei poli geo-economici e delle multinazionali si farà più forte, diretta e più difficile da gestire.

C’è un argomento utilizzato dalle destre, ma anche dall’area del cosiddetto “chavismo critico” contro il “modello estrattivista”. Con la decisione di regolamentare lo sfruttamento dell’Arco Minero, Maduro starebbe svendendo il paese e l’eredità di Chávez.

Intanto, aboliamo queste categorie viziate del “chavismo critico”, del cambiamento radicale critico, e via discorrendo. Considerato che sono un marxista, penso che le critiche siano legittime ma all’interno del dibattito e dell’agire dei soggetti della transizione radicale e delle organizzazioni di movimento di massa. Quando attacchi i processi della trasformazione reale dall’esterno in una dinamica di critica fuori contesto, significa che sei già schierato con l’opposizione dei vecchi potentati oligarchici.

Tolta questa categoria, facciamo un dibattito serio e franco culturale, politico tra rivoluzionari. Ho parlato di errori di limiti e contraddizioni, ma che Maduro stia svendendo il paese è una bufala clamorosa. Ragionare in termini dell’agire moderato e contro-rivoluzionario e dei tradimenti, non ha mai funzionato. Ciò che realmente conta e incide è l’analisi dei processi, portati avanti da un soggetto rivoluzionario e dal quadro dirigente e dal popolo che si mette in movimento in maniera cosciente. Dove la categoria di popolo va intesa in termini gramsciani. E’ una categoria di classe, esprime la ricerca di egemonia, è la funzione di classe che guida il popolo. La parola popolo non va intesa in modo astratto, come quella di cittadino o di consumatore. Anche il grande imprenditore è un cittadino, non ha il diritto di cittadinanza? Ma il problema è la sua posizione di classe, il punto di partenza è l’estrazione del plusvalore e gli sfruttati che lottano per emanciparsi dalle sue catene. Perciò, le critiche devono partire da chi mette le mani nel processo di trasformazione reale e radicale e se le sporca. Anche sbagliando.

Nei tuoi libri hai tratto dall’ALBA molti spunti di riflessione, anche per questa disastrata e feroce Unione Europea dei forti. Perché?

Nel presente stato di cose, alla luce di quel che sta avvenendo, compresi i risultati delle ultime elezioni in Italia, ci tengo a mettere nero su bianco la seguente affermazione: la sinistra storica è socialmente e politicamente morta. D’altronde, io non sono solo un uomo della cosiddetta sinistra, ma un marxista nel pensare e nell’agire quotidiano. Dirò di più, tanto per farmi qualche altro nemico: il riformismo di maniera si è concluso. È arrivata alla fine anche quell’impostazione berlingueriana che ha zavorrato dall’interno alcuni partiti satelliti dell’ex Pci. Quel ciclo si è chiuso, ora bisogna rilanciare un’altra ipotesi. Non posso prevedere i tempi di questo rilancio, ma una proposta forte che, come Piattaforma Eurostop, noi portiamo anche all’interno di questa nuova formazione politica che è Potere al Popolo, è la rottura e l’uscita dalle gabbie dell’Unione Europea e l’uscita dall’euro. Bisogna che si sappia che questo non è un obiettivo delle destre, dei fascismi e dei nazionalismi, come La Lega o Casa Pound in Italia e fanno propaganda nazionalista in chiave razzista.

Noi, con un’impostazione e con principi di classe, riprendiamo il discorso che avevamo iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA euro-afro mediterranea. Possiamo semplificarlo riferendoci a un’area di interessi di classe e di processo rivoluzionario euro-mediterraneo, che guarda con grande simpatia all’ALBA del Latinoamerica. Un processo di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il Sucre, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.

Come si fa a non guardare a un’esperienza così importante? La storia ci ha insegnato che i modelli non si esportano, ma che si deve costruire il futuro anche guardando all’indietro: a quanti, seppur in contesti diversi, quei percorsi li hanno fatti.

Nei tanti libri che hai scritto, oggetto di studio e materia di riflessione militante, c’è una rivendicazione forte della storia, e dei processi rivoluzionari. È così anche in questo ultimo sul Venezuela, che contiene un breve ma intenso saluto e ringraziamento del presidente Nicolas Maduro. Qual è il fulcro e il proposito di questo nuovo lavoro?

In questa Italia di censure, arroganza e dietrologie, tengo innanzitutto a dire che rivendico per intero la mia militanza, all’interno di un tentativo rivoluzionario che si è provato a concretizzare anche in Italia. Non tengo separato come fanno tanti il momento delle rotture degli anni ‘70, e l’attività presente. Dico che ci sono momenti storici differenti in cui i soggetti del cambiamento radicale adattano la propria azione culturale e politica al contesto e ai rapporti di forza tra le classi. A scrivere questo libro, come gli altri, è un intellettuale collettivo. Riporto il dibattito della mia area politica sindacale e culturale, di cui mi faccio strumento. Un’organizzazione della classe del lavoro e del lavoro negato – non un vecchio e asfittico partito – di cui rivendico tutto il percorso, compresi i limiti e gli errori.

Questo libro si rivolge soprattutto ai giovani nel presentare una storia che parte da Bolivar e arriva fino a Maduro. Il soggetto portante è la resistenza del popolo bolivariano, una resistenza eroica, un popolo che si fa primo protagonista diretto in un processo rivoluzionario, sempre nell’accezione di classe. Raccontiamo che dietro Chávez, dietro il socialismo del o per il secolo 21, c’è una grande ideologia anticolonialista che poi diventa antimperialista e poi anticapitalista. È uno strumento che vogliamo lasciare ai giovani per contrapporsi alla fabbrica delle menzogne. Che la destra dica falsità, è da mettere in conto, e deve continuare a dirle, altrimenti che duro avversario di classe sarebbe? Ma quando a fare terrorismo mediatico è quella supposta sinistra che, pur essendo defunta, continua a vivere nella società e a far danni, dobbiamo immettere degli anticorpi.

Se parlano i rappresentanti delle destre, vengono ascoltati da milioni di persone perché vanno in televisione. Se parlano i corifei del centrosinistra, idem. Se parliamo noi, possiamo contare solo su dibattiti e presentazioni di libri in circuiti militanti e ciò nonostante tentano di azzerarci nel silenzio ma siamo sempre al nostro posto di battaglia, non possiamo e non vogliamo arrenderci.

L’area a cui tu appartieni partecipa ai movimenti femministi come quello di “Non una di meno”. Qual è la tua visione del conflitto di genere?

Ovviamente l’oppressione patriarcale precede quella capitalistica, il maschilismo, e la lotta per sottomettere il potere delle donne si annida anche nelle relazioni più coscienti. Tuttavia, la questione di genere è profondamente innervata a quella di classe. Nel capitalismo, le donne subiscono un doppio sfruttamento, di classe e di genere. Senza la lotta di classe, quella di genere diventa astratta, accademica, cenacolare e mostra anche i tratti neocoloniali di quel femminismo occidentale che libera spazio e tempo per le donne italiane emancipate a scapito del tempo di lavoro delle domestiche, delle badanti, che arrivano dal sud globale. Il punto, anche per noi marxisti rivoluzionari, è riconoscere quanto siamo intrisi di forme di maschilismo e lottare per liberarcene.

Anche in questo libro, continua il tuo lungo sodalizio politico con Rita Martufi, che è anche la tua compagna di vita. Quanto ha contato per te?

Ha contato... tutto. Non c’è cosa più idiota della frase che dice: dietro un grande uomo c’è una grande donna. Per noi non esiste la categoria donna e uomo, ma quella di rivoluzionari che si danno la mano, indipendentemente dal sesso. Per le contingenze della vita, Rita è anche mia moglie, ma quello che ci unisce è la stessa visione della vita, una comunità di intenti. Io non sono capace di scrivere senza Rita e neanche lei senza di me. Il nostro atteggiamento politico, intellettuale, sociale, umano è rimasto lo stesso di quando eravamo giovani, coraggiosi, combattenti come lo siamo oggi, colpiti da repressione e carcere già a inizio anni ’80, e continuiamo affrontando insieme quel che abbiamo deciso di fare come soggetti rivoluzionari nel cammino della transizione al socialismo.

Quel che conta è l’impronta che lasci in quella che Fidel chiamava la battaglia delle idee, è l’egemonia culturale, che in termini gramsciani non si misura sulla quantità, ma sulla qualità che riesci a esprimere.

Fonte

04/08/2017

La storia del Carmonazo e il copione della stampa occidentale sul Venezuela

Fra i vari attacchi che sta subendo Maduro, il più particolare è la “letteratura” che lo accusa di stare tradendo il suo predecessore Chavez: oppositori che appoggiarono il colpo di Stato del 2002 piangono per difendere la costituzione Chavista che starebbe per essere stravolta, fini commentatori esteri che analizzano con rigore scientifico come le politiche di Maduro (e il suo minore carisma) abbiano deluso i settori popolari venezuelani, la vera base della Rivoluzione Bolivariana, tanto da isolarlo rispetto a quelli che dovrebbero essere i suoi sostenitori. La validità di queste accuse è constatabile dal fatto che sono esattamente le stesse accuse che gli stessi oppositori muovevano a Chavez 15 anni fa. Fra i sostenitori del golpe vengono poi arrestati anche Lopez e Lodezma, i due oppositori che ora tutti piangono perché sono stati ritradotti in carcere dopo avere violato le condizioni per gli arresti domiciliari (quelle molto semplici di non incitare alle violenze).

La storia dimenticata

Nella notte tra l’11 e il 12 Aprile 2002, quindici anni fa, aveva luogo il colpo di stato della destra venezuelana contro l’allora presidente Hugo Chavez.

In diretta nazionale a reti unificate, il generale Lucas Rincòn annunciava che il presidente Chavez era stato prelevato nella notte dal palazzo presidenziale di Miraflores e condotto in un luogo sicuro, e che avrebbe accettato di sottoscrivere la rinuncia al suo ufficio. Il presidente della Federcàmaras (la Confindustria Venezuelana), Pedro Carmona Estanga, accreditato come il leader ‘civile’ della cricca golpista, assume la guida del governo di transizione e l’incarico di Presidente della Repubblica la mattina del 12, scioglie i poteri costituiti e impone il silenzio stampa sulle prime iniziative dell’esecutivo. Le tv e la stampa (privata) venezuelana diedero il golpe per riuscito e si abbandonarono al trionfalismo e alle celebrazioni del nuovo governo, mentre gli Stati Uniti (amministrazione Bush), e la Spagna di Aznàr si affrettavano ad applaudire al golpe e riconoscere ufficialmente Carmona come Presidente legittimo. È quello che passerà alla storia come El Carmonazo, il primo breve e cruento colpo di stato del Terzo Millennio: nelle due lunghe giornate successive la polizia ucciderà oltre duecento dimostranti chavisti.

Come reagiva la stampa del sedicente “mondo libero” a questa palese violazione della legalità, dei diritti civili e politici, a questo spargimento di sangue insensato? Il lettore ingenuo sarà sorpreso di scoprire che per la maggior parte ci si è limitati ad una scrollata di spalle ipocrita, quando non ad un malcelato senso di sollievo: l’esperienza del Bolivarismo sembrava finita per sempre, e con essa si estingueva l’ultimo focolaio di dissidenza nei confronti del Washington Consensus nell’America Latina continentale.

Per la Repubblica, portabandiera dei giornali di casa nostra, Omero Ciai, proprio lo stesso “corrispondente” che scrive del Venezuela oggi, ottiene il privilegio di scrivere l’epitaffio del chavismo, in un articolo pieno di cinismo e baldanza. Secondo l’esperienza di Ciai:
“Chavez s’è rivelato per quello che era: un dilettante con molta fortuna. Dilettante in economia, dilettante in politica e alla fine anche in comunicazioni di massa. E’ facile capire che un presidente a reti unificate, che parla in tv diverse volte alla settimana di tutto quello che vorrebbe fare, alla fine stufa.”
Un Caudillo dilettante, una meteora della politica internazionale, ma soprattutto un uomo solo. Infatti, chiosa il nostro:
“Che in politica e in economia bisogna raggiungere dei risultati e che anche per fare una rivoluzione ci vuole un bel po’ di consenso. Tre anni fa Chavez ne aveva moltissimo. Ieri, quando i generali, che fino al giorno prima erano stati al suo fianco, lo hanno portato via dal palazzo, gran parte di quel consenso lo aveva perduto lungo la strada. Egli è stato molto più vittima di se stesso che di qualsiasi complotto – militari, industriali, americani – si possa o si voglia immaginare.”
Quello che Ciai non poteva – né voleva – immaginare è che già la sera stessa tutto il paese si solleva contro il colpo di stato. Contro Carmona e gli industriali, contro il silenzio complice o imposto dei media, contro gli Stati Uniti, sei milioni di venezuelani scendono nelle strade. Sfidano i proiettili della polizia, vogliono vedere Chavez. Soprattutto vogliono sapere che cosa sta succedendo al loro paese e alla loro Rivoluzione. Il resto del continente nel frattempo sta a guardare alla finestra, tentenna, di fronte a questo maldestro tentativo di raggiro. L’indomani, il 13 aprile, incoraggiati dall’esempio dei civili, alcuni settori lealisti dell’esercito e della Guardia Nazionale prendono l’iniziativa. Chavez (su cui nel frattempo si sono moltiplicate le pressioni perché accettasse di dimettersi e lasciare il paese) viene liberato dalla sua prigione e riportato a Miraflores; il giorno dopo assumerà nuovamente il suo incarico. In soli tre giorni, il golpe è collassato su se stesso.

Quindici anni dopo

Il Carmonazo appartiene alla storia recente, ma purtroppo già dimenticata, di un Paese difficile come il Venezuela. È importante ricordarla e diffonderla, per due ordini di motivi.

In primo luogo, banalmente, è un episodio importante per capire cos’è il Venezuela di oggi: una realtà profondamente polarizzata (forse oramai insanabilmente), che vive una “guerra fredda civile” di durata ventennale, in cui si contrappongono due fronti in rotta di collisione. Da un lato il movimento Bolivariano che, pur nelle sue contraddizioni e deviazioni, rappresenta la parte operaia e contadina, negra, india e stracciona del Paese; dall’altro c’è il Venezuela padronale, bianco, coloniale, razzista e atlantista ad oltranza, una formazione quest’ultima che dietro la maschera liberale nasconde la sua natura impresentabile, che non si è mai fatta scrupolo di ricorrere all’eversione, all’intervento estero e alla devastazione pur di riconquistare il potere perduto. In pratica, le cronache che arrivano dal Venezuela non rispondono al luogo comune romantico del popolo oppresso contro un tiranno incapace e malvagio: sono cronache della più aspra lotta di classe.

In secondo luogo, le quarantotto ore del governo Carmona e l’illusione che questi ha generato negli osservatori occidentali di un cambio di regime hanno messo brevemente a nudo i propositi dei tradizionali oppositori esteri del chavismo, governativi e non, oltre le retoriche umanitaristiche. La sbornia di trionfalismo di quei giorni ha orientato Bush verso scelte imprudenti, tanto che è risultato in seguito impossibile nascondere le vistosissime tracce dell’appoggio americano al colpo di Stato. Diverse fonti indipendenti confermano che gli Stati Uniti erano in anticipo a conoscenza del golpe, che hanno fornito supporto logistico e finanziario, e che le ambasciate statunitensi di tutta la regione erano state istruite sulla linea del supporto incondizionato al nuovo governo, nonostante la sua manifesta illegalità. Forse meno scontata è stata invece la reazione dei media mainstream agli eventi dell’aprile 2002. Abbiamo già citato l’infame articolo di Ciai per La Repubblica, nel quale nemmeno per un momento si pone qualche dubbio sulla legittimità del colpo, né si trova una parola di biasimo per l’imposizione del silenzio stampa, o di compassione per gli arrestati. Tutto l’articolo è scritto col cinismo glaciale del geopolitico, costellato di qua e di là del paternalismo proprio dei reazionari, di chi ve l’aveva detto, che i percorsi di emancipazione sono avventure effimere e che i popoli tornano sempre all’ovile. Sul piano della stampa internazionale si distingue il giornale coloniale El Paìs, che non ritirerà il proprio endorsement al colpo di stato neppure nelle ultime ore del 13, quando la conta delle vittime della polizia era già salita oltre i duecento. “La República Bolivariana ha muerto” Titolava El Pais, secondo cui Chavez aveva pagato il suo imperdonabile “impegno a instaurare la giustizia sociale in Venezuela ignorandone la metà più influente”. Dalle colonne del New York Times si taglia corto capovolgendo la realtà dei fatti sulla testa: “Le forze armate non hanno in realtà preso il potere giovedì”, e assurdamente: “i diritti e le garanzie politiche sono state ristabilite anziché sospese”.

Man mano che la situazione nel Paese sfugge al controllo e i caduti rimangono sulle strade, a poco a poco, l’entusiasmo della stampa si spegne nel silenzio e, quando la sorte di Carmona appare segnata, in condanna manifesta. L’occasione è sfumata, meglio limitare i danni e sganciarsi da un fallimento troppo eclatante per essere rivendicato da qualcuno. Meglio tornare a parlar d’altro, in attesa della prossima occasione. L’occasione è finalmente arrivata, quindici anni dopo: il campo socialista ha le armi spuntate, orfano di un leader insostituibile e prostrato dal crollo dei prezzi del petrolio. Il terreno sembra fertile per la destabilizzazione, mentre il governo vive la più profonda crisi di consensi della sua storia. Si scatena la guerra economica e di strada: e di nuovo puntuali tornano le bordate degli Stati Uniti, del Pais, del NY Times e de La Repubblica.

Ma, oggi come ieri, la variabile nascosta che potrebbe sventare i piani della destra è proprio la tenacia del popolo di Bolivar in marcia, equilibrato ma inesorabile, che nella prova elettorale di Domenica ha dimostrato al mondo intero che non tutto è perduto per la Rivoluzione.

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