Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/01/2026

Gramsci nella Cuba che resiste

L’intensificarsi dell’aggressione statunitense contro Cuba, nel contesto dell’attacco frontale al Venezuela bolivariano, non è un accidente della storia né una deviazione momentanea della politica estera di Washington. È l’espressione coerente di una crisi organica dell’imperialismo capitalistico, che – come avrebbe detto Gramsci – non riesce più a governare attraverso l’egemonia e ricorre sempre più apertamente alla coercizione.

Cuba è colpita non per ciò che fa, ma per ciò che è: una rottura storica con il dominio imperialista, una negazione concreta dell’idea che il capitalismo sia l’unico orizzonte possibile. Come ha affermato con chiarezza il presidente Miguel Díaz-Canel, «Cuba non attacca nessuno. Cuba si difende. È sotto attacco da più di sessant’anni». Questa difesa non è soltanto militare o diplomatica: è una guerra di posizione permanente, combattuta sul terreno economico, culturale, simbolico e sociale. Cuba è nel mirino non per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta.

Il bloqueo non è una sanzione: è una guerra economica permanente. Una guerra che colpisce deliberatamente le condizioni materiali di vita del popolo cubano con l’obiettivo politico esplicito di produrre disperazione sociale, frammentazione e restaurazione capitalistica. Ma l’imperialismo continua a scontrarsi con un dato che non riesce a metabolizzare: la coscienza politica di un popolo organizzato. «Non esiste blocco capace di piegare un popolo che ha deciso di essere libero», ha scritto Díaz-Canel. In questa frase è condensata la lezione fondamentale della Rivoluzione cubana: la soggettività collettiva è una forza materiale.

L’attacco simultaneo a Cuba e Venezuela rivela la specificità della fase attuale: l’impero colpisce dove emergono esperienze di cooperazione solidale, pianificazione sociale, integrazione regionale alternativa al mercato globale dominato dal capitale finanziario. È per questo che l’asse Cuba-Venezuela è insopportabile per Washington. Non per una questione ideologica, ma perché dimostra che l’imperialismo non è inevitabile. «Quando un impero è in declino, diventa più pericoloso», avverte Díaz-Canel, indicando la natura reazionaria e aggressiva di un sistema che non riesce più a governare il mondo attraverso il consenso.

Il bloqueo statunitense è un classico strumento di dominio egemonico rovesciato: laddove l’impero non riesce a costruire consenso, tenta di imporre la resa attraverso la fame, la scarsità, l’isolamento. Ma qui l’imperialismo si scontra con un dato che Gramsci aveva ben compreso: quando una classe dirigente rivoluzionaria riesce a trasformarsi in direzione morale e politica, la coercizione non basta. «Non esiste blocco capace di piegare un popolo che ha deciso di essere libero», ricorda Díaz-Canel, indicando che la coscienza collettiva organizzata è una forza materiale.

L’attacco simultaneo a Cuba e Venezuela chiarisce la posta in gioco. L’impero colpisce le esperienze che, pur tra contraddizioni e difficoltà, hanno messo in discussione la sua egemonia nel continente, costruendo pratiche di cooperazione solidale, pianificazione sociale e integrazione alternativa al mercato capitalista globale. È l’asse Cuba-Venezuela a essere intollerabile, perché dimostra che la subordinazione non è un destino. «Quando un impero è in declino, diventa più pericoloso», avverte Díaz-Canel, fotografando perfettamente la fase gramsciana dell’“interregno”, in cui il vecchio muore e il nuovo fatica a nascere.

Cuba resiste perché ha sempre compreso che l’egemonia imperialista non concede spazi neutri. «Nessuno ci dirà cosa fare», scrive in un recente messaggio il presidente cubano, riaffermando una linea che va da Martí a Fidel: la sovranità non è negoziabile. In termini gramsciani, concedere anche il minimo spazio all’imperialismo significa rinunciare alla propria autonomia storica e accettare una funzione subalterna nel sistema mondiale.

La solidarietà con il Venezuela non è un’alleanza contingente, ma una scelta strategica di lungo periodo, un esempio concreto di internazionalismo come costruzione di contro-egemonia. È l’eredità di Fidel e Chávez, che avevano compreso che senza unità dei popoli non esiste possibilità di rovesciare l’ordine dominante. «La nostra forza è l’unità dei popoli», scrive Díaz-Canel, indicando il vero terreno dello scontro: non tra Stati isolati, ma tra un progetto di dominio globale e la costruzione di un mondo multipolare fondato sulla giustizia sociale.

In questa nuova “ora de los hornos”, Cuba incarna pienamente la lezione gramsciana del pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. La lucidità nell’analizzare i rapporti di forza non si traduce in resa, ma in organizzazione, resistenza, progetto. La Rivoluzione cubana non chiede neutralità – che, come insegnava Gramsci, favorisce sempre l’oppressore – ma schieramento politico e chiarezza teorica.

Cuba resiste perché sa che cedere significherebbe non solo perdere sovranità, ma rompere il filo storico che lega la sua esperienza a tutte le lotte antimperialiste del mondo. E continua a dimostrare che, anche nell’epoca del capitale finanziario globale, la dignità organizzata di un popolo può ancora incrinare l’egemonia dell’impero.

L’ esempio di Fidel Castro e dei suoi compagni di lotta Che Guevara e Chavez

La resistenza di Cuba non è mai stata solo una questione di sopravvivenza economica o di difesa nazionale: è stata, fin dall’inizio, una scelta di civiltà. Fidel Castro lo comprese con lucidità storica quando affermò che la Rivoluzione non poteva essere ridotta a un evento, ma doveva diventare un processo permanente di emancipazione. Contro il bloqueo, contro l’isolamento, contro la guerra economica e simbolica, Cuba ha resistito perché ha scelto di non piegarsi alla logica del mercato come destino e della subordinazione come normalità.

Fidel non è stato soltanto un leader politico, ma un intellettuale organico nel senso gramsciano del termine: capace di leggere i rapporti di forza globali, di interpretare l’imperialismo come sistema e non come accidente, di connettere la sovranità nazionale alla giustizia sociale. La sua lezione resta attuale proprio perché non separa l’indipendenza politica dalla dignità materiale del popolo. Senza sovranità non c’è sviluppo, senza uguaglianza non c’è libertà.

Ernesto Che Guevara ha incarnato la dimensione etica e internazionalista di questa resistenza. Il Che non è una figura romantica da merchandising globale, ma il simbolo concreto dell’uomo nuovo che rifiuta l’accumulazione come fine e la competizione come valore. La sua critica all’economia politica capitalista e la sua concezione della pianificazione socialista come atto morale, prima ancora che tecnico, restano una sfida aperta al pensiero dominante. Il suo internazionalismo non era esportazione ideologica, ma solidarietà tra popoli oppressi.

In questo solco si colloca anche Hugo Chávez, che ha saputo rilanciare nel XXI secolo l’asse bolivariano come progetto politico e culturale. Chávez ha compreso che Cuba non era un residuo del Novecento, ma un laboratorio di resistenza per l’America Latina e per il Sud globale. L’alleanza tra L’Avana e Caracas non fu solo energetica o diplomatica, ma strategica: costruire integrazione contro la frammentazione, cooperazione contro la dipendenza, popolo contro oligarchie.

Cuba resiste perché non ha mai smesso di pensarsi come soggetto storico collettivo. Fidel, il Che e Chávez rappresentano tre momenti di un’unica traiettoria: la lotta contro l’imperialismo come sistema, la difesa della dignità dei popoli, la costruzione di alternative reali al capitalismo globale. È questa continuità politica e morale che oggi, nonostante tutto, continua a inquietare il potere e a parlare ai popoli.

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13/05/2019

Un ricordo di Monika Ertl


12 maggio 1973, un brutto giorno: l’uccisione di Monika Ertl, la donna che vendicò Che Guevara.

Onore a questa donna ... giù il cappello compagni e compagne!

Il 12 Maggio 1973 venne uccisa in un infame agguato dalla polizia boliviana la compagna Monika Ertl militante dell’ELN boliviano passata alla storia per aver vendicato il Che uccidendo l’ufficiale dei servizi segreti boliviani Quintanilla Pereira all’interno del consolato boliviano di Amburgo, il 1 Aprile 1971. Colui che oltre ad ammazzare Ernesto Che Guevara, gli amputò le mani!

La Ertl, allora trentaquattrenne, si presentò al consolato per chiedere un visto e per parlare col console Quintanilla Pereira. Quando si trovo davanti all’assassino del Che la Ertl non esitò un momento sparò tre volte lasciando tre fori nel suo petto a forma di “V” e un biglietto sulla scrivania con su scritto “victoria o muerte”, simbolo dell’Esercito di Liberazione Boliviano.

Sparò con una pistola procuratagli da Giangiacomo Feltrinelli attraverso la rete internazionale della sinistra rivoluzionaria, una Colt Cobra 38 Special.

Monika rimase una combattente senza tomba caduta nella giungla. E nonostante riti e miti della guerra fredda, né a Cuba né nell’ Urss, né nella Ddr né nell’ultrasinistra occidentale, le furono mai intitolati una scuola, un monumento o un manifesto.

In un cimitero di La Paz, si dice che riposano “simbolicamente” i resti di Monica Ertl. In realtà non sono mai stati consegnati a suo padre, forse perché erano evidenti i segni di dolorose torture. I suoi appelli furono ignorati dalle autorità.

Questi rimangono in qualche posto sconosciuto del paese boliviano. Giacciono in una fossa comune, senza una croce, senza un nome.

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12/10/2017

“Il Boia di Lione”. Un nazista ricercato aiutò la cattura di “Che” Guevara


È ritenuto colpevole dell’arresto e della tortura di più di 14.000 membri della Resistenza francese, e tra gli altri reati, l’invio di 44 bambini ebrei in un campo di sterminio.

Cinquanta anni fa, il 9 ottobre del 1967, il mitico Ernesto rivoluzionario ‘Che’ Guevara fu giustiziato in Bolivia, un evento in cui la CIA ha svolto un ruolo attivo nella sua ricerca e nell’omicidio.

Poiché non avevano alcuna esperienza nella lotta contro i guerriglieri, gli americani si rivolsero a Klaus Barbie, ex membro del Gestapo. Conosciuto come “il boia di Lione”, ricercato dalla giustizia francese, si nascondeva in Bolivia.

“Il boia di Lione”

Tedesco di origine francese, si arruolò nelle squadre Schutzstaffel (SS) della Germania nazista all’età di 22 anni. Nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, fu inviato a Lione (Francia) come capo locale del Gestapo e lì gli fu attribuito il suo orribile soprannome.

Tra gli altri reati, Klaus Barbie fu condannato per l’arresto e la tortura di più di 14.000 membri della Resistenza francese, nonché l’invio di 44 bambini ebrei in un campo di sterminio.

Dopo la guerra, riuscì a scappare grazie alla protezione del Corpo di contrasto dell’Esercito degli Stati Uniti (CIC), per il quale sviluppò attività contro il comunismo in Germania.

Palcoscenico in Bolivia


Nel 1951, prima che fosse richiesta dai francesi la sua estradizione, Barbie fu trasferito in Bolivia, dove visse sotto il falso nome di Klaus Altmann fino al 1983. Grazie alla sua esperienza nella lotta contro-insurrezionale, divenne un consulente per diverse giunte militari, tra cui la dittatura del generale René Barrientos, entrato in carica nel 1964 dopo un colpo di stato.

L’arrivo di Ernesto ‘Che’ Guevara in Bolivia nel 1966 e l’inizio di un movimento di guerriglia nel paese latino-americano fu una sorpresa sgradevole per Barrientos, che cercò l’aiuto della CIA. L’anno successivo, l’esercito boliviano catturò il famoso rivoluzionario con l’aiuto dell'agenzia statunitense.

Il ruolo di Barbie in quell’operazione non è stato svelato fino al 2007, quando il regista britannico Kevin Macdonald girò il documentario “Nemico del mio nemico”, in cui ha ricordato la cattura di Guevara.

Consigliere CIA


Secondo il film, Klaus Barbie era consigliere del comandante dell’unità USA, il maggiore Ralph Shelton, che a sua volta era a capo dei soldati boliviani che si preparavano allo scontro con i distaccamenti di ‘Che’ Guevara. Ai comandi statunitensi, tuttavia, mancava l’esperienza per combattere la guerriglia.

Alvaro de Castro, un confidente di Barbie, ha rivelato nel documentario che il nazista si era sempre vantato di aver sviluppato la strategia per catturare l’argentino, che odiava e considerava “uno sfortunato avventuriero” che non sarebbe sopravvissuto durante la seconda guerra mondiale.

Più di 15 anni dopo l’omicidio del Che, il boia di Lione fu estradato in Francia e perseguito per i crimini contro l’umanità commessi in quel paese. Nel 1987, fu condannato all’ergastolo e morì di cancro in carcere il 21 settembre 1991.

Pubblicato su Russia Today: Ott 9 2017 13:30 GMT | Ultimo aggiornamento: 9 ottobre 2017 13:35 GMT
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Tradotto da Paolo De Prai

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10/10/2017

Gli ultimi giorni del comandante Ernesto “Che” Guevara

Il guerrigliero argentino, eroe della Rivoluzione cubana, trovò la morte tra le montagne boliviane esattamente cinquant’anni fa. Riviviamo insieme i suoi ultimi giorni

“Gli eroi sono tutti giovani e belli”
Francesco Guccini, La Locomotiva

Ernesto Guevara De La Serna, detto “Che”. Un uomo che ha marcato la storia del Novecento inseguendo un’ideale secondo lui in grado di liberare l’umanità dalla povertà e dalla sofferenza: il comunismo. E come lui, molti altri ci hanno creduto e altri ancora ci credono. Nelle sue aspirazioni, data la sua posizione centrale nel contesto geografico del Sud America, la Bolivia sarebbe servita perfettamente come nucleo della possibile rivoluzione continentale. Ma errori tattici e imprevisti di diverso tipo non permisero di portare avanti questo progetto.

Di seguito racconteremo fatti avvenuti nella zona di Vallegrande tra l’8 e il 10 ottobre 1967: esattamente cinquant’anni fa.

Quebrada del Churo



Montagne nella provincia di Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, nei pressi del villaggio de La Higuera. In mezzo a queste, la quebrada del Churo. In mezzo a queste, la quebrada del Churo.


Lungo questo ruscello in mezzo alle montagne, i guerriglieri guidati dal Che ingaggiarono un combattimento con i militari boliviani: è la Quebrada del Churo

Uno spacco in mezzo alle montagne. Qui i guerriglieri comandati da Ernesto Guevara, il quale aveva assunto in questa sede il nome di battaglia di “Ramón”, correvano in direzione nord, verso la cittadina che dà il nome alla provincia in cui questa storia si svolse, Vallegrande. Cercavano di fuggire all’imboscata dell’esercito boliviano, addestrato mesi prima da emissari della Cia per l’occasione. Ma vengono tutti catturati o uccisi.

Dopo una battaglia di circa un paio d’ore, dove dei 17 combattenti nelle fila della guerriglia la maggior parte muore o riesce a fuggire, il Che e altri due suoi compagni sono costretti ad uscire dalla quebrada del Churo e mettersi allo scoperto in uno spiazzo. Qui vengono fatti prigionieri dall’esercito boliviano.

Qualche anno fa, su sollecitazione di contadini che vivono nei paraggi, venne qui costruito un piccolo piazzale in memoria dell’avvenimento.


La Higuera

Dopo qualche ora l’esercito e i prigionieri arrivano al vicino villaggio di La Higuera. I guerriglieri guidati dal Che vi erano già passati qualche giorno prima, per poi proseguire verso la quebrada del Churo.


Ingresso del villaggio di La Higuera.

Un centro abitato davvero piccolo: ci vivono 16 famiglie, ma all’epoca dei fatti di cui stiamo parlando erano 50.

Il Che e gli altri due guerriglieri vengono imprigionati nella scuola del villaggio. Dopo un giorno da La Paz arriva l’ordine dell’allora presidente boliviano René Barrientos: i tre devono essere uccisi. È il 9 ottobre 1967.

Oggi la vecchia scuola è un museo dove viene raccontata tutta l’impresa del Che, pieno di dediche al guerrigliero argentino.


Il Museo Comunale “La Higuera”. Un tempo era la scuola del villaggio, e qui fu fatto prigioniero il Che con gli altri due compagni catturati insieme a lui.

Vicino al museo c’è la piazzetta principale di La Higuera. Domina la scena, in particolare, il grande busto del Che.


Piazza centrale de La Higuera. In fondo, il busto del Che



Il busto del Che a La Higuera. “Il tuo esempio illumina un nuovo giorno” è la scritta che vi si legge sotto.

Altro luogo interessante che si trova a La Higuera è La Casa del Telegrafista, una volta il luogo da cui si mandavano e si ricevevano telegrammi da questo villaggio. Oggi non c’è più il telegrafista a La Higuera. Gli edifici della Casa sono stati acquistati da un fotografo francese, Juan Lebras, 13 anni fa, che ne ha fatto un ostello.



Ingresso della Casa del Telegrafista.

Vallegrande

Il corpo di Guevara e quello dei due suoi compagni vengono trasportati ancora caldi a Vallegrande, capitale della provincia del dipartimento di Santa Cruz che porta lo stesso nome. Il governo ha intenzione di esporli in pubblico per far vedere al mondo che la rivoluzione è fallita, e così succederà il 10 ottobre 1967.

Vallegrande si trova a circa 5 ore di macchina da Santa Cruz de la Sierra, capitale del dipartimento di Santa Cruz e centro economico della Bolivia. È un paesino ordinato, dalla chiara organizzazione coloniale.

L’ospedale più importante, il Señor de Malta, ha ospitato il cadavere del Che all’interno della sua lavanderia. Al momento il nosocomio è ancora pienamente in funzione.



Esterno dell’ospedale Señor de Malta.

Il cadavere di Guevara fu pulito prima di essere mostrato; probabilmente perché fosse ben chiaro che proprio lui, il fido compagno di Fidel Castro, era stato ucciso dall’esercito boliviano. Questa struttura ora non ha altra funzione se non turistica.



Lavanderia “Ernesto Guevara”.

Il corpo del Che fu steso nella doccia all’interno di questo edificio per l’esposizione pubblica. Una folla di persone si mise in fila per vederlo, fotografi da tutto il mondo vennero in questo luogo per immortalarlo.



Il corpo del Che esposto dai militari boliviani a Vallegrande. (Foto: Presencia, 12/10/67)

Il governo decise poi di sotterrare i corpi, ma senza rivelare esattamente dove. Le mani del Che furono invece tagliate e inviate a La Paz per l’identificazione definitiva, per quanto ben pochi dubbi rimanessero rispetto al fatto che l’uomo disteso nella lavanderia di Vallegrande potesse non essere l’eroe argentino della rivoluzione cubana. Vengono richieste le impronte digitali all’Argentina, che decide di collaborare con i boliviani in questo senso, consegnando quelle in possesso del suo esercito.

Una vicenda, quella del rinvenimento del cadavere del Comandante e dei suoi amici, che racconteremo tra poco, quando vi porteremo sul luogo dove esso avvenne.

Altro luogo di grande interesse nella capitale di provincia è il mausoleo dedicato ad altri guerriglieri che per un motivo o per un altro si erano separati dal Che e che persero la vita in combattimento. Il mausoleo è stato eretto sul luogo dove, nel 1997, furono ritrovati i corpi, che sono ora sepolti insieme a quello del Che nel mausoleo di Santa Clara a Cuba dedicato al rivoluzionario argentino.



Interno del mausoleo “Fosa de guerrilleros”

A Vallegrande è stato anche costruito un centro culturale in onore al Che e ai suoi compagni di guerriglia.



A destra, ingresso del museo dedicato al Che. A sinistra, il manifesto del programma “Evo Cumple”, che certifica il finanziamento governativo: vi è raffigurato l’attuale Presidente della Bolivia, Evo Morales.

All’interno di questo complesso sono due le strutture importanti: il museo dedicato all’avventura insurrezionale e il mausoleo costruito nello stesso punto in cui furono ritrovati i corpi di Che Guevara e di altri suoi compagni. Sono presenti anche altri locali, che sono però ancora vuoti.



Interno del museo. Sono presenti tavole che raccontano la foto della guerriglia e varie foto. La veste militare che si vede al centro è una riproduzione di quella del Che. Nell’altra teca è presente una riproduzione del Diario redatto da Guevara durante la guerriglia.

Il cadavere di Ernesto Guevara fu ritrovato nel piccolo aeroporto di Vallegrande insieme a quelli di altri sei suoi compagni nel giugno 1997. Le ricerche partirono a seguito di quanto uno dei generali dell’esercito boliviano che partecipò alla spedizione che spense il tentativo guerrigliero rivelò a un biografo del Che, Jon Lee Anderson. Fu quindi richiesto al governo boliviano (allora guidato dal filoamericano Gonzalo Sanchez de Lozada) di autorizzare gli scavi per trovare il cadavere. Il Che e i suoi compagni furono infine ritrovato proprio sotto quella pista, e con il suo quello di altri guerriglieri.

Al corpo mancavano le mani, che attraverso un percorso molto tortuoso sono infine giunte al governo cubano, che le ottenne grazie ad alcuni ufficiali boliviani.

Oggi è stato deciso di spostare la pista di atterraggio per far posto, nello stesso luogo, ad un mausoleo che ricorda il ritrovamento.



Ex pista d’atterraggio di Vallegrande, oggi luogo dove è stato eretto il mausoleo che ricorda il ritrovamento del corpo del Che.



Mausoleo in onore a Ernesto “Che Guevara” eretto nel luogo in cui ne fu ritrovato il cadavere. All’ingresso vi sono due targhe pervenute in omaggio: una dal governo cubano e una dall’ex governo argentino di Cristina de Kirchner.



Interni del mausoleo. Contiene: lapidi dedicate a Guevara e agli altri compagni ritrovati insieme a lui, un mosaico rappresentante tutti i componenti la guerriglia e una raccolta di foto storiche.



Esattamente nel punto di ritrovamento dei corpi, sono state poste queste lapidi. In basso a sinistra, quella dedicata al Che.



Lapide in onore a Ernesto Guevara de la Serna detto “Che”, posta nello stesso luogo in cui ne fu ritrovato il cadavere.

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#50ANNICHE. “Volete onorare il sogno del Che? Leggete i suoi libri”


A cinquant’anni dalla morte del Che oggi l’AntiDiplomatico pubblicherà una serie di interviste di chi in Italia lo ha studiato.

Partiamo dal Prof. Vasapollo, marxista, economista della Sapienza e uno dei massimi conoscitori delle realtà dell’America Latina in Italia. Sulla figura del Che ha curato “Che Guevara economista” e “Vamonos. Nada mas: camminando con il Che e Fidel”.

L’Intervista

Con Sky, catena privata simbolo del neoliberismo e dell’ultracapitalismo, che lo descrive come il “Donchisciotte” “l’uomo che ha dato la vita per un’ideale”, non crede che ci sia qualcosa che non torni nell’omaggio che si sta dando alla figura di Ernesto Che Guevara?

Il gioco che si vuole fare da parte di questi media e da parte purtroppo di una certa finta sinistra è di metterlo in contrasto con Fidel, il “burocrate amico dell’Unione Sovietica”. Questo è il “mito della maglietta”, il “supereroe” che non rende onore alla memoria del Che a 50 anni dalla sua morte. Perché da marxista conta il divenire storico, il contesto, il periodo storico. Che Guevara era un medico argentino della media borghesia del suo paese. Colto, ma aveva conoscenza del popolo e voleva servire il popolo. I diari della Motocicletta e Latino America creano quel contatto e lo legano in modo indissolubile. Il suo essere medico diviene qualcosa di più. Il suo essere medico si mischia alla lotta al capitalismo e all’imperialismo. La data di riferimento fondamentale per la storia del Che è il 1953 quando in Messico incontra Fidel esiliato. Inizia una storia rivoluzionaria che ha sì avuto momenti di tensione, anche scontro, ma come in tutte le relazioni umani. Il Che, da quel giorno non ha mai smesso di considerare Fidel come un fratello maggiore, un padre, per quanto ne dicano i media neo-liberisti.

Da quel 1953 poi tante cose sono accadute...

Proseguiamo con il divenire storico e il contesto. Fidel arruola nella Granma il Che come medico. Quando nel 1959 però l’insurrezione va male e c’era da resistere in montagna, il Che era medico ma anche guerrigliero. Quando c’era da sparare sparava. Il messaggio che vorrei dare ai giovani è che non ci sono eroi, non ci sono superuomini. Non esistono comunisti eroi, esistono persone che sanno interpretare il divenire storico e applicano i principi rivoluzionari per trasformare la società sulla base di uguaglianza, redistribuzione, autodeterminazione dei popoli e solidarietà interna ed internazionale. E lo fanno con una penna, con un libro, con la dialettica, con il lavoro quotidiano, con un bisturi e se serve con un’arma. Nessuno più di Fidel ha espresso questo concetto in un discorso meraviglioso del primo maggio 2000 quando ha detto che la “rivoluzione è il senso del momento storico”. Fidel e Che sono stati questo. Basta con il mito della maglietta, basta con l’eroe trasformato in Donchisciotte.

Il mito della lotta armata però resta quello predominante nel ricordo del Che.

Bisogna fare chiarezza. Noi siamo contro la violenza terroristica di Stato e per una trasformazione pacifica della società sulla base dei principi che indicavo prima. Ma poi c’è il divenire storico. Hanno fatto bene i partigiani a impugnare i fucili contro i nazisti per liberare l’Italia.

Tornando al Che e alla finta diatriba costruita ad arte del guerrigliero indomito contro il burocrate Fidel. Il Che era argentino e chiaramente il suo sogno era quello di portare la rivoluzione e i principi che stavano sperimentando a Cuba nella sua terra. Tenta di entrare in Venezuela, non riesce, poi prova dalla Bolivia e sappiamo come è finita purtroppo. Castro lo consigliò dicendogli che non ci fossero le condizioni e il contesto per la rivoluzione. E in una lettera famosa dal Congo il Che gli diede ragione.

Come professore ha curato diversi volumi sulla figura del Che. Quali aneddoti ha trovato poco conosciuti nel percorso di conoscenza dell’uomo?

Ho curato due grandi pubblicazioni in particolare. “Che Guevara economista” e “Vamonos. Nada mas: camminando con il Che e Fidel”. L’aneddoto più bello è quello che ho scoperto riguarda l’incarico assunto da Presidente della Banca centrale cubana nella prima fase post-rivoluzione. “Chi è economista?”, chiese Fidel in una delle riunioni ristrette subito dopo la vittoria. “Io”, disse il Che che non si tira mai indietro. “Bene da domani guidi l’economia del paese”. E la risposta di Che fu: “Io? No. Avevo capito chi è comunista?”. Ma da quel giorno comprendiamo l’uomo Che Guevara. Studia di giorno e di notte. Si addormenta sul tavolo. E allora studia in piedi. Questo è l’uomo, questo è il rivoluzionario. Certo, il divenire storico lo ha costretto anche a sparare.

Antimperialismo e anticapitalismo per il Che. Con un esercizio suggestivo di immaginazione si potrebbe immaginare a difesa di quale popolo starebbe oggi combattendo il Che?

Per parlare dell’anticapitalismo e dell’anti-imperialismo del Che, il punto di partenza è il discorso storico tenuto alle Nazioni Unte l’11 dicembre del 1964 con il celebre “10, 100, 1000 Vietnam”. Questa frase significava difendere fino alla fine l’autodeterminazione e la libertà dei popoli contro l’oppressione del capitalismo e dell’imperialismo. Oggi sarebbe chiaramente un combattente in difesa di Cuba, Venezuela e tutti i paesi che non si arrendono all’oppressore imperialista.

E allora quelli, molti in Italia, che sostenevano i golpisti venezuelani e oggi ricordano il Che. Come li definisce?

Ipocriti. Ipocriti di due tipi per specificare. Da un lato abbiamo ex sognatori utopisti che poi dichiarandosi fintamente di sinistra fanno non solo politiche non rivoluzionarie, non solo politiche non riformiste ma sono neo-liberisti in tutto e per tutto. Alla Mogherini per intenderci. E poi, dall’altro lato, abbiamo speculari gli estremisti di sinistra che non hanno nessun senso del divenire storico.

Il Manifesto ieri, per fare un esempio concreto, ha regalato un bel libretto sul Che. Ma invece di dare questo supplemento, perché questo giornale non onora la sua memoria raccontando la verità sul Venezuela, su Cuba e sull’America Latina? Da quando Geraldina Colotti non scrive più, il Manifesto ha preso una deriva che rientra nelle categorie che dicevamo sopra.

E ai giovani quale messaggio si sente di dare? Cosa devono trarre dell’esperienza del Che?

Ai giovani, lo ripeto ma è importante, dico: smettete di comprare le magliette, comprate i libri del Che. Comprendete il suo sogno, quello che lo ha spinto a seguire quella che chiamano Utopia ma che poi da sogno è divenuto realtà. Perché sull’utopia dobbiamo intenderci. “L’utopia è là nell’orizzonte”. Diceva Galeano. “Mi avvicino di due passi e lei si distanzia di due passi. Cammino 10 passi e l’orizzonte corre 10 passi. Per tanto che cammini non la raggiungerò mai.” E quindi concludeva questo gigante della storia: “A che serve l’utopia? Serve per questo: perché io non smetta mai di camminare”. E quindi l’eredità del Che per i giovani deve essere proprio questa. Iniziare a camminare. Non le magliette che alimentano solo le versione distorte che l’imperialismo ha costruito intorno a lui e a Fidel. No. Cercare l’orizzonte. E’ l’orizzonte è l’anticapitalismo, l’anti-imperialismo e una società che sappia garantire uguaglianza, libertà, indipendenza, autodeterminazione, sovranità e solidarietà tra popoli. Quanto ci vorrà? Il tempo necessario. Ma serve iniziare a camminare. Intanto oggi a cinquant’anni dalla sua morte Cuba è ancora lì a resistere e mantenere alta la bandiera di quei principi per cui il Che e Fidel hanno dato la vita. La stessa bandiera poi issata da Hugo Chavez in Venezuela e che il presidente Maduro con la sua resistenza si rifiuta di ammainare, rilanciando il progetto socialista bolivariano.

Alessandro Bianchi

Fonte

09/10/2017

Cinquant’anni dopo la morte del Che


Cinquant’anni fa, a La Higuera, moriva Ernesto Guevara. Fucilato da reparti dell’esercito boliviano, appositamente addestrati e comandati dalla Cia, cadeva anche il sogno di una guerriglia comunista che, partendo dalla Bolivia, si sarebbe poi dovuta estendere al grosso del continente latino americano. Mezzo secolo dopo, il Che e la storia della rivoluzione a Cuba e in America latina, continuano a parlare al presente. Su tutto, sono capaci di restituire all’orizzonte comunista una dimensione epica, spesso tralasciata. Non ci servono eroi, ma la consapevolezza che si può lottare sempre, qualunque sia la disparità di forze in campo, contro chi fa della miseria, dello sfruttamento, dell’oppressione la propria ragione di essere nel mondo. Se si ha la capacità di avere un popolo alle proprie spalle, se si mettono in campo lucidità politica, analisi scientifica della realtà e coraggio che hanno avuto personaggi come Che Guevara, si può anche vincere. In un mondo che si vorrebbe pacificato alla barbarie capitalista, e anche in un’America latina dove le esperienze socialiste sono sotto attacco, questo non è poco. Con i compagni del Corto Circuito ricorderemo il Che per le strade di Cinecittà e del Lamaro con questo manifesto, qui lo facciamo aggiungendo le parole finali della sua autobiografia scritta da Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza: Dalle migliaia di foto, poster, magliette, nastri, dischi, video, cartoline, ritratti, riviste, libri, itinerari turistici, cd, frasi, testimonianze, tutti i fantasmi della società industriale che non sa custodire i suoi miti nella sobrietà della memoria, il Che ci guarda attento. Ritorna al di là di tutte le cianfrusaglie in un’epoca di naufragi, è il nostro santo laico. Più di quarant’anni dopo la sua morte, la sua immagine attraversa le generazioni, il suo mito passa di corsa in mezzo ai deliri di grandezza del neoliberismo. Irriverente, beffardo, ostinato, moralmente ostinato, indimenticabile”. Hasta Siempre, Comandante!





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Io e il Che


Brani tratti dalla conversazione con Juan Martín Guevara (pag. 131)

[...]

Partiamo dalle lettere. Le lettere scritte a vostra madre da tuo fratello Ernesto non smettono mai di emozionare. Naturalmente in alcune di quelle missive ci sei anche tu. Vi amava molto, così scriveva, ma per voi non deve essere stato semplice comprenderlo visto il tipo di scelte che aveva fatto. È stato veramente così difficile per la vostra famiglia?

No, sappiamo e sapevamo allora che per Ernesto non era affatto facile dimostrarsi affettuoso. Era una persona abbastanza rigida. Lui stesso lo diceva, ma lo diceva senza sapere come noi percepivamo e interpretavamo le cose. La verità è che il suo ruolo, ciò che stava facendo, l’intensità con cui lo faceva, non gli lasciavano tempo per esprimere con tranquillità i suoi sentimenti, e noi questo lo capivamo. Mi ricordo un suo testo, La piedra, scritto da Ernesto mentre era in Congo, quando capì che la nostra vieja, nostra madre, non ce l’avrebbe fatta, che sarebbe morta. Lì è contenuto un passaggio in cui descrive la durezza apparente di nostra madre; ed era così, difficilmente ci faceva una carezza, non era questo il modo in cui esprimeva i suoi sentimenti. Ernesto era come lei, non ti dimostrava l’affetto come tu ti aspettavi, ma aveva un modo tutto suo di farlo. Non ho mai giudicato la sua rigidità né l’ho mai percepita come una volontà da parte sua di tenerci a distanza. Lui si esprimeva nella lotta, nell’attività politica. In cambio, aveva una maniera molto gentile di comunicare. Nel corso della Conferenza di Punta del Este del 1961, al presidente dell’Uruguay di allora, Eduardo Víctor Haedo, disse: “Lo sa bene, presidente, che bisogna essere duri senza perdere la tenerezza.” E poi si firmava semplicemente “Che” o “Che Guevara”.

Era fatto così, aveva una naturale predisposizione alla tenerezza, ma ne era geloso, non la dimostrava facilmente, alla prima occasione, con chiunque, come sappiamo fare bene noi argentini riprendendola dalla nostra parte italiana, con abbracci, effusioni. Ernesto appariva distaccato ma in realtà era capace di grande vicinanza e di grande affetto.

Andando più indietro nel tempo ti sovvengono altri ricordi relativi a Ernesto?

Uno dei miei primi ricordi nitidi di Ernesto è quando studiava di notte. Lo ricordo bene anche se ero molto piccolo. E poi i regali: quando andava in giro tornava sempre con qualcosa per me e gli altri fratelli.

Ricordo anche la camicia semanera, di nylon, quella che portava sempre; era detta così perché la lavava una volta a settimana. Bisognava poi cercare di andare in bagno prima di lui se si aveva urgenza: lui andava, si portava i libri e si metteva a recitare in francese e a declamare poesie. Io lo ascoltavo, era piacevole.

Rammento che a casa aveva una relazione speciale con Sabina Portugal, una india aymara boliviana che lavorava nella nostra abitazione come domestica. Lei era quasi analfabeta ma Ernesto si metteva ad ascoltare con grande attenzione la storia della sua vita, le miserie della sua gente. Penso che questo lo abbia influenzato non poco. Sabina lo trattava benissimo, gli cucinava le patate fritte e gli metteva da parte il cibo quando andava all’Università. Quando Ernesto partì lei rimase molto male e riversò il suo affetto su di me. L’ultima volta in cui tutta la famiglia si riunì con Ernesto fu quando lui andò a Punta del Este per la Conferenza. Ho un ricordo molto bello. Lui regalò alla nostra vieja il suo libro, La guerra di guerriglia, con questa dedica: “Vieja: Affinché il tuo spirito guerrigliero, sempre stretto tra figli, convenzioni sociali, ristrettezze economiche, faccia la sua ‘tournée’ nei cammini dell’epica passata e futura, quella dell’ultima grande guerra di liberazione che vedrà il mondo, con affetto tuo figlio. Che”.

da Io e il Che
a cura di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini
Nova Delphi Libri 2017


Fonte

“Andiamo, basta chiacchiere”. Cinquanta anni fa veniva ucciso Che Guevara


“Vamonos... nada mas!” è il titolo di una campagna internazionale, e in Italia anche di un libro di recentissima pubblicazione, avviata in occasione del cinquantesimo anniversario dell’assassinio in Bolivia di Ernesto “Che” Guevara che ricorre oggi.

La frase è tratta dal canto del Che per Fidel Castro ancora in Messico nel 1956, e sta ad indicare la decisione di tagliare corto con la discussione e di passare all’azione, un passaggio decisivo per i rivoluzionari e che oggi appare annebbiato dentro la ritirata ideologica complessiva a cui si assiste anche nelle file del movimento comunista.

Ancora oggi possiamo affermare con una certa sicurezza che quando Fidel Castro, Ernesto Che Guevara e gli altri rivoluzionari forzarono la situazione a Cuba avviando il processo rivoluzionario, ruppero anche con il dogma della coesistenza pacifica con l’imperialismo che in quel momento era diventata la linea ufficiale dei partiti comunisti e dell’Urss kruscioviana (ossia destalinizzata) a livello internazionale.

Il libro edito da Zambon, “ Vamonos... Mada Mas”, uscito recentemente, è curato da Isabel Monal – professoressa emerita dell’Accademia delle Scienze di Cuba e per moltissimi anni direttrice di Marx Ahora – e da Luciano Vasapollo, economista dell’università di Roma e militante comunista, in collaborazione con la Rete dei Comunisti. Il prologo è stato curato da Gerardo Hernandez Nordelo e Ramon Labanino Salazar, due dei cinque rivoluzionari cubani per lunghi anni detenuti nelle carceri statunitensi.

Il libro ospita contributi e interventi di Rita Martufi, Atilio Boròn, Beatriz Rajiland, Olga Fernandez Rios, Olivia Miranda Francisc, Thalia Fung, Carlos Alberto Barao, Carlos Rivera Lugo, Ettore Gallo, Massimo Gabella.

Cinquanta anni dopo l’assassinio di Che Guevara, è importante che il suo patrimonio politico, ideologico, teorico e umano venga sottratto dalle mani dei venditori di pentole che da decenni si aggirano intorno alla sua figura. Nel ventesimo anniversario dell’uccisione del Che, Fidel Castro scriveva che: “Ci sono molte idee del Che che sono di una validità assoluta e totale, idee senza le quali sono convinto che non si possa costruire il comunismo”.

Sta in questo la straordinaria onda lunga rivoluzionaria che il Che ha saputo trasmettere in questi cinquanta anni dalla sua morte.

Fonte

02/12/2016

Quel vento contagioso generato da Cuba

Avevo una decina d'anni, quando per la prima volta, vidi in televisione quell'immagine iconica, quella foto di Korda, quella stampata su milioni di magliette, l'immagine del "Che".

Ancora non lo conoscevo, non avevo idea di chi fosse e cosa rappresentasse, ricordo solo degli indizi, nella trasmissione si parlava di Cuba, di Fidel, e di questo eroe romantico, il "Che", appunto.

Per un ragazzino di provincia, senza internet, senza biblioteche pubbliche e isolato per la maggior parte del suo tempo in una frazione, lontana dal, pur sempre piccolo, centro del paese, era difficile avere informazioni in più, era difficile sapere chi fosse quel Guevara, che aveva fatto una rivoluzione.

Quell'immagine l'ho poi ritrovata in ordine: disegnata, neanche in maniera troppo precisa, su un vialetto del paese, su un muro, associata ad una falce con un martello che si incrociano, e poi dal sindacalista di mia madre.

Nell'ufficio del suddetto sindacalista, c'era questo quadretto, con l'immagine del "Che", appunto, ed una poesia che recita più o meno così:
"I deboli non lottano.

I meno deboli lottano forse un’ora;

quelli che sono forti lottano per molti anni,

ma i più forti lottano per tutta la vita.

Costoro sono imprescindibili."
...le parole dovrebbero essere di B. Brecht.

Quell'immagine e quello scritto, posso affermare con certezza, segnarono la mia esistenza, la curiosità di quel ragazzino, che ignorava l'esistenza della parola imprescindibile e di quel guerrigliero con la barba ed il basco, mi portarono a fare delle ricerche.

Con difficoltà riuscii un giorno ad andare in una libreria, in un paese vicino, a superare la timidezza (pensavo fosse una cosa sconcia) e chiedere alla signora della libreria se avesse qualche libro sul "Che" o almeno pensavo così si chiamasse.

La signora mi disse di avere solo un libro, un grande volume, di foto e scritti, sulla vita di Che Guevara (ora almeno ero convinto si chiamasse davvero così), me lo mostrò, ma il prezzo era davvero troppo alto, 35 mila lire.

Non mi scoraggiai, volevo sapere qualcosa in più su questi guerriglieri; pensai se qualcuno l’ha disegnato su un muro, qualcuno saprà chi è, magari mi potrà raccontare quella storia. Qualche notizia, molto vaga, mi arrivò da qualche cugino più grande di me.

Chiesi a mio padre di regalarmi la famosa maglietta con le effige del rivoluzionario argentino, ma a Viggianello, non le vendono, tuttavia, lui chiese ad una professoressa d’arte, di disegnarlo lei, sulla maglietta. Ero felice, e quando la professoressa (morta qualche anno fa) telefonò a casa per dire che la maglietta era pronta, era tardo pomeriggio, l’andai a prendere con i miei la sera stessa, la prof. me la consegnò come una reliquia, la fece lei, non era in serie, era fatta artigianalmente solo per me, insieme alla t-shirt mi regalò anche un libro, uno di quelli che davano insieme a L’Unità (prima che diventasse ancora di più un giornale di servi) su quel libro c’era per somme linee, ma già abbastanza per i miei ormai 12 anni, la storia della rivoluzione cubana e di Guevara.

Indossai la maglietta e divorai quel libro come non avevo mai fatto con i testi scolastici.

Capii subito che quegli uomini partiti dal Messico in un’ottantina, e che in un anno cambiarono le sorti di un’isola intera e anche a tratti del mondo, erano degli imprescindibili. Capii il significato di quella parola: da cui non si può prescindere, di cui si deve assolutamente tener conto.

Il primo giorno di liceo, indossavo quella maglia, quell’immagine, come a dire subito, “si vabbè, ma io sono cubano e comunista”, come se per puro caso fossi nato in Basilicata, come se per puro caso non fossi stato anche io su quella barca, su quella sierra. Da quel giorno in poi, il mio soprannome divenne “Cheguevara”, tutto attaccato, o dopo un po’ semplicemente “Che”. Anche i prof. soprattutto quelli più odiati, mi chiamavano così, loro lo facevano in maniera dispregiativa, ma io ero orgoglioso e fiero.

Capii, però, che per essere un rivoluzionario, per dirsi comunista, non basta un’immagine stampata addosso, decisi di riporre la maglietta nell’armadio, di studiare e di formarmi politicamente, da buon marxista, come fecero sulla sierra i guerriglieri che si formavano e combattevano per fare la rivoluzione.

Mi iscrissi a Rifondazione (ero in buona fede), ne uscii abbastanza presto, iniziai ad essere presente nelle lotte, in tutte le lotte che potevo, dall’ambiente, alla scuola, a quella contro la guerra, quelle per il lavoro, poi la solidarietà internazionalista ecc. ed il desiderio di visitare l’Isla Grande cresceva, volevo toccare con mano il sogno rivoluzionario.

Finalmente, riuscii a visitare Cuba la prima volta, e le informazioni diffuse dai media occidentali, sull’assenza di libertà di espressione, sulla repressione degli oppositori, sull’odio per i gay, sulla povertà diffusa, erano balle, solo balle!

Cuba 4 anni fa, non era il paradiso, non lo è ora, a Cuba molti e molte svendono se stessi per qualche dollaro in più portato dai gringos occidentali, sul cibo non c’è molta scelta, l’abbigliamento non è certo di alta moda, per spostarsi da un punto all’altro del Paese ci vogliono molte ore e sono pure poche le strade e spesso dissestate, la puzza di cherosene invade le città, soprattutto l’Havana e Santiago, le fognature non sono proprio le migliori al mondo. E si, negli anni '90, nel periodo especial, non si trovava molto da mangiare o da vestire nelle tiendas, e sono molti i cubani fuggiti, ed è vero, la rivoluzione ha fatto molti morti, molti prigionieri, molti infami trucidati, molti padroni fucilati, molti borghesi in carcere.

Ma Cuba, dal 1 gennaio del 1959, è un’isola ribelle, che non s’è piegata allo strapotere statunitense, a 50 anni di embargo economico, di attentati e dei tentativi più beceri per piegare i cubani da parte degli yankee.

La rivoluzione ha portato con sé la libertà per milioni di uomini e donne, che erano ancora in schiavitù, ha prodotto meccanismi di controllo popolare del potere avanzatissimi, ha garantito a tutte e tutti, la formazione e l’istruzione gratuita a tutti i livelli, anche quelli più alti. Istruzione gratuita significa che nessuno, deve fare a botte per un posto in uno studentato, spendere migliaia di euro o dollari per tasse e testi, per tirocini o stage, la scuola a Cuba è gratuita davvero.

Gratuita e garantita a tutte e tutti è anche l’eccellenza cubana, la sanità. I medici e gli infermieri, se abiti in una casetta sperduta sulla sierra, vengono a curarti e a visitarti tutti i mesi a casa (anche i maestri in caso di impossibilità a muoversi vanno a domicilio), a l’Havana c’è un intero plesso ospedaliero per ogni reparto.

Il cinema cubano è all’avanguardia, la letteratura anche, se fai sport e sei bravo ti permettono di farlo ai massimi livelli senza spendere nulla di tasca propria, producono i migliori sigari ed il miglior ron al mondo.

Soprattutto, come disse Fidel in un suo discorso, ogni anno 80.000 bambini muoiono vittime di malattie evitabili, milioni muoiono di fame, e questa notte 200 milioni di bambini nel mondo dormiranno per strada. Nessuno di loro è cubano!

Se tanto mi da tanto, aver eliminato qualche borghese ha prodotto risultati incredibili per un’isola, eliminando la borghesia ed i suoi servi in assoluto, immagino si possa cancellare la fame e la miseria nel mondo intero.

Ad ogni modo, la militanza in un partito che di comunista aveva giusto il nome, i congressi, le correnti, e gli inter-gruppi, i collettivi, i tentativi di rilanciare un’organizzazione, le tante lotte perse, le contraddizioni presenti in ogni lotta che si porta avanti, lo sfruttamento esasperante del mondo del lavoro, i momenti di povertà, la rabbia, le delusioni, i compagni che si trasformano in altro, quelli che semplicemente non ce la fanno, e quelli che non ci sono più.

Tutto il male dell’imperialismo e del capitale, e tutto il resto, non hanno menomato la mia convinzione.

Credo ancora in e lotto ancora per un mondo di compagni e compagne, di uomini e donne non più divisi in classi, senza uno sfruttatore, senza l’arroganza di chi ha tutto e chiede sempre di più.

Questa convinzione e questa propensione alla lotta rivoluzionaria, vive ancora in me, anche grazie all’esempio di Cuba, del “Che” e del comandante en jefe Fidel.

Lui, sì, ha lottato una vita intera, non è stato semplicemente forte, non è stato semplicemente bravo, è stato, e lo sarà anche ora che non è più in vita, IMPRESCINDIBILE!

Viva la revoluciòn! Viva Cuba y viva Fidel!!!

Fonte

26/11/2016

Ricordando Fidel con le parole del CHE


Nel giorno della scomparsa di uno degli uomini più sagaci e determinanti del secolo scorso ci piace ricordarlo con le parole di chi l'ha conosciuto molto da vicino.

L'ultima lettera del Che a Fidel
L'Avana, «Anno dell'agricoltura»

Fidel,
in questa ora mi ricordo di molte cose, di quando ti ho conosciuto in casa di Maria Antonia, di quando mi hai proposto di venire, di tutta la tensione dei preparativi.

Un giorno passarono a domandare chi si doveva avvisare in caso di morte, e la possibilità reale del fatto ci colpì tutti. Poi sapemmo che era proprio così, che in una rivoluzione, se è vera, si vince o si muore, e molti compagni sono rimasti lungo il cammino verso la vittoria.

Oggi tutto ha un tono meno drammatico, perché siamo più maturi, ma il fatto si ripete. Sento che ho compiuto la parte del mio dovere che mi legava alla rivoluzione cubana nel suo territorio e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo, che ormai è il mio.

Faccio formale rinuncia ai miei incarichi nella direzione del partito, al mio posto di ministro, al mio grado di comandante, alla mia condizione di cubano. Niente di giuridico mi lega a Cuba; solo rapporti di altro tipo che non si possono spezzare come le nomine. Se faccio un bilancio della mia vita, credo di poter dire che ho lavorato con sufficiente rettitudine e abnegazione a consolidare la vittoria della rivoluzione.

Il mio unico errore di una certa gravità è stato quello di non aver avuto fiducia in te fin dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità le tue qualità di dirigente e di rivoluzionario.

Ho vissuto giorni magnifici e al tuo fianco ho sentito l'orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi dei Caraibi.

Poche volte uno statista ha brillato di una luce più alta che in quei giorni; mi inorgoglisce anche il pensiero di averti seguito senza esitazioni, identificandomi con la tua maniera di pensare e di vedere e di valutare i pericoli e i princìpi.

Altre sierras nel mondo reclamano il contributo delle mie modeste forze. Io posso fare quello che a te è negato per le responsabilità che hai alla testa di Cuba, ed è arrivata l'ora di separarci.

Lo faccio con un misto di allegria e di dolore; lascio qui gli esseri che amo, e lascio un popolo che mi ha accettato come figlio; tutto ciò rinascerà nel mio spirito; sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo dovunque esso sia; questo riconforta e guarisce in abbondanza di qualunque lacerazione.

Ripeto ancora una volta che libero Cuba da qualsiasi responsabilità tranne da quella che emanerà dal suo esempio; se l'ora definitiva arriverà per me sotto un altro cielo, il mio ultimo pensiero sarà per questo popolo e in modo speciale per te; ti ringrazio per i tuoi insegnamenti e per il tuo esempio a cui cercherò di essere fedele fino alle ultime conseguenze delle mie azioni; mi sono sempre identificato con la politica estera della nostra rivoluzione e continuo a farlo; dovunque andrò sentirò la responsabilità di essere un rivoluzionario cubano e come tale agirò; non lascio a mia moglie e ai miei figli niente di materiale, ma questo non è per me ragione di pena: mi rallegro che sia così; non chiedo niente per loro perché lo stato gli darà il necessario per vivere e per educarsi.

Avrei molte cose da dire a te e al nostro popolo, ma sento che le parole non sono necessarie e che non possono esprimere quello che io vorrei dire; non vale la pena di consumare altri fogli.

Fino alla vittoria sempre. Patria o Morte!

Ti abbraccio con grande fervore rivoluzionario

Che

Fonte

09/10/2016

9 ottobre 1967. Che Guevara


Non importa quale ritratto. Uno qualsiasi, serio, sorridente, con l’arma in mano, con Fidel o senza Fidel, pronunciando un discorso alle Nazioni Unite, o morto, con il torso nudo e gli occhi semiaperti, come se dall’altro lato della vita volesse ancora accompagnare il futuro del mondo che ha dovuto lasciare, come se non si rassegnasse a ignorare per sempre i percorsi delle infinite creature che dovevano ancora nascere.

Su ognuna di queste immagini si potrebbe riflettere lungamente, in modo lirico o in modo drammatico, con l’oggettività prosaica dello storico o semplicemente come chi si accinge a parlare dell’amico che uno scopre che ha perso perché non ha avuto l’occasione di conoscerlo...

Al Portogallo infelice e imbavagliato di Salazar e di Marcelo Caetano arrivò un giorno una foto clandestina di Ernesto Che Guevara, quella più celebre di tutte, con intensi colori neri e rossi, che divenne l’immagine universale dei sogni rivoluzionari del mondo, promessa di vittorie fertile al punto da non degenerare mai in routine o in scetticismi, ma che anzi darebbe luogo a molti altri trionfi, quello del bene sul male, quello del giusto sull’iniquo e quello della libertà sulla necessità. Incollato o fissato alle pareti con mezzi precari, questo ritratto è stato presente a dibattiti politici appassionati in terra portoghese, ha sottolineato argomenti, ha lenito scoraggiamenti, ha raccolto speranze.

È stato visto come quello di un Cristo che fosse sceso dalla croce per crocifiggere l’umanità, come un essere dotato di poteri assoluti che fu in grado di estrarre acqua da una pietra per estinguere tutta la sete, e di trasformare questa stessa acqua nel vino con cui si sarebbe brindato allo splendore della vita. E tutto questo era sicuro perché il ritratto di Che Guevara fu, agli occhi di milioni di persone, il ritratto della dignità suprema dell’essere umano.

Però fu usato anche come ornamento incongruente in molte case della piccola e della media borghesia intellettuale portoghese, per i quali residenti le ideologie politiche di affermazione socialista non passavano da un mero capriccio congiunturale, forma presumibilmente rischiosa di occupare l’ozio mentale, frivolezza mondana che non poteva resistere al primo confronto con la realtà, quando i fatti esigevano il compimento delle parole. E allora il ritratto di Che Guevara, il primo testimone di tanti infiammati annunci di impegno e di azione futura, il giudice della paura nascosta, della rinuncia vigliacca e del tradimento aperto, è stato rimosso dalle pareti, occultato, nella migliore delle ipotesi, in fondo ad un armadio, oppure radicalmente distrutto, come se uno avesse voluto fare in passato qualcosa di cui ora dovesse vergognarsi.

Una delle lezioni politiche più istruttive, nei tempi attuali, sarebbe sapere cosa pensano di loro stessi queste migliaia e migliaia di uomini e donne che in tutto il mondo hanno avuto un giorno il ritratto di Che Guevara al capezzale del letto, o di fronte al tavolo da lavoro, o nel salotto dove ricevevano gli amici, e che ora sorridono per aver creduto o aver fatto finta di credere.

Qualcuno dirà che la vita è cambiata, che Che Guevara, nel perdere la sua guerra, ci ha fatto perdere la nostra, e quindi era inutile mettersi a piangere come un bambino la cui tazza di latte è stata versata. Altri avrebbero confessato che si lasciarono coinvolgere dalla moda del tempo, la stessa che ha fatto crescere la barba e i riccioli, come se la rivoluzione fosse una questione per i parrucchieri. I più onesti avrebbero riconosciuto che il cuore fa loro male, che sentono un eterno e incessante movimento di rimpianto, come se la loro vita fosse stata sospesa e ora si domandassero ossessivamente dove pensano di andare senza ideali né speranze, senza un’idea del futuro che dia un qualche senso al presente.

Che Guevara, se si può dire, esisteva già prima di essere nato. Che Guevara, se si può fare quest’affermazione, continua ad esistere dopo essere stato assassinato. Perché Che Guevara è solo un altro nome di quello che c’è di più giusto e di più degno nello spirito umano. Quello che spesso vive addormentato dentro di noi. Quello che dobbiamo svegliare per conoscere e conoscerci, per aggregare il passo umile di ognuno al percorso di tutti.

Fonte

10/10/2014

Monika Ertl. La donna che vendicò Che Guevara


Ad Amburgo, in Germania, erano le dieci meno venti della mattina del 1° aprile 1971. Una bella ed elegante donna dai profondi occhi color del cielo entra nell’ufficio del console della Bolivia e, aspetta pazientemente di essere ricevuta.

Mentre fa anticamera, guarda indifferente i quadri che adornano l’ufficio. Roberto Quintanilla, console boliviano, vestito elegantemente con un abito oscuro di lana, appare nell’ufficio e saluta, colpito dalla bellezza di quella donna che dice di essere australiana, e che pochi giorni prima gli aveva chiesto un’intervista.

Per un istante fugace, i due si trovano di fronte, uno all’altra. La vendetta appare incarnata in un viso femminile molto attraente. La donna, di bellezza esuberante, lo guarda fissamente negli occhi e senza dire nulla estrae un pistola e spara tre volte. Non ci fu resistenza, né lotta. Le pallottole hanno centrato il bersaglio. Nella sua fuga, lasciò dietro di sé una parrucca, la sua borsetta, la sua Colt Cobra 38 Special, ed un pezzo di carta dove si leggeva: “Vittoria o morte. ELN”.

Chi era questa audace donna e perché avrebbe assassinato “Toto” Quintanilla?

Nella milizia guevarista c’era una donna che si faceva chiamare Imilla, il cui significato in lingua quechua ed aymara è Niña o giovane indigena. Il suo nome di battesimo: Monica (Monika) Ertl. Tedesca di nascita, che aveva realizzato un viaggio di undici mila chilometri dalla Bolivia persa, con l’unico proposito di giustiziare un uomo, il personaggio più odiato dalla sinistra mondiale: Roberto Quintanilla Pereira.

Lei, a partire da quello momento, si trasformò nella donna più ricercata del mondo. Accaparrò le facciate dei giornali di tutta l’America. Ma quali erano le sue ragioni e quali le sue origini?

Ritorniamo al 3 marzo 1950, data in cui Monica era arrivata in Bolivia con Hans Ertl – suo padre – attraverso quello che sarebbe stata conosciuta come la rotta dei topi, cammino che facilitò la fuga di membri del regime nazista verso il Sud-America, terminato il conflitto armato più grande e sanguinante della storia universale: la II Guerra Mondiale.

La storia di Monica si conosce grazie all’investigazione di Jürgen Schreiber. Quello che io vi presento è appena una piccola parte di questa appassionante storia che include molti sentimenti e personaggi.

Hans Ertl (Germania, 1908-Bolivia, 2000) alpinista, innovatore di tecniche sottomarine, esploratore, scrittore, inventore e materializzatore di sogni, agricoltore, ideologico convertito, cineasta, antropologo ed etnografo affezionato. Molto presto ha raggiunto la notorietà ritraendo i dirigenti del partito nazionalsocialista quando filmava la maestosità, l’estetica corporale e le destrezze atletiche dei partecipanti nei Giochi Olimpici di Berlino (1936), con la direzione della cineasta Leni Riefenstahl, che glorificò i nazisti.

Tuttavia, ebbe l’infortunio di essere riconosciuto dalla storia (e la sua posteriore disgrazia), come il fotografo di Adolfo Hitler, benché l’iconografo ufficiale del Führer sia stato Heinrich Hoffman dello squadrone di difesa. Citano alcune fonti che Hans era assegnato per documentare le zone di azione del reggimento del famoso maresciallo di campo, soprannominato la “Volpe del Deserto” Erwin Rommel, nella sua traversata per Tobruk, in Africa.

Come dato curioso, Hans non appartenne al partito nazista però, malgrado odiasse la guerra, esibiva con orgoglio la giacca progettata da Hugo Boss per l’esercito tedesco, come simbolo delle sue gesta in altri tempi, ed il suo garbo ariano. Detestava che lo chiamassero “nazista”, non aveva nulla contro di loro, ma neanche contro gli ebrei. Per ironico che sembri fu un’altra vittima della Schutzstaffel.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il Terzo Reich precipitò, i gerarchi, collaboratori e parenti del regime nazista fuggirono dalla giustizia europea rifugiandosi in diversi paesi, tra cui, quelli del continente americano, col beneplacito dei loro rispettivi governi e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Si dice che era una persona molto pacifica e non aveva nemici, cosicché optò per rimanere in Germania per un periodo, lavorando in assegnazioni minori al suo status, fino a che emigrò con la sua famiglia. Prima di tutto in Cile, nell’arcipelago australe di Juan Fernandez, “affascinante paradiso perso”, dove realizzò il documentale Robinson (1950), prima di altri progetti.

Dopo un lungo viaggio, Ertl si stabilisce nel 1951 a Chiquitania, a 100 chilometri della città di Santa Cruz. Fino a lì arrivò per stabilirsi nelle prospere e vergini terre come un conquistatore del XV secolo, tra la spessa ed intricata vegetazione brasiliano-boliviana. Una proprietà di 3.000 ettari dove avrebbe costruito con le sue proprie mani e con materia autoctona quella che è stata la sua casa fino ai suoi ultimi giorni; “La Dolorida.”

Il vagabondo della montagna, come era conosciuto dagli esploratori e scientifici, deambulava col suo passato in spalla, nell’immensa natura con la visione avida di sviscerare e catturare con la sua lente tutto quello percepito nel suo ambiente magico in Bolivia, mentre cominciava una nuova vita accompagnato da sua moglie e le sue figlie. La maggiore si chiamava Monica, aveva 15 anni quando è incominciato l’esilio e, qui incomincia la sua storia…

Monica aveva vissuto la sua infanzia in mezzo all’effervescenza dei nazismi della Germania e quando emigrarono in Bolivia imparò l’arte di suo padre, fatto che le è servito per lavorare poi col documentarista boliviano Jorge Ruiz. Hans realizzò in Bolivia vari film (Paitití e Hito Hito) e trasmise a Monica la passione per la fotografia. Certamente possiamo considerare Monica come una pioniera, la prima donna a realizzare documentari nella storia del cinema.

Monica è cresciuta in un circolo tanto chiuso come razzista, nel quale brillavano tanto suo padre come un altro sinistro personaggio al quale ella si abituò a chiamare affettuosamente “Lo zio Klaus”. Un impresario germanico (pseudonimo di Klaus Barbie (1913-1991) ed ex capo della Gestapo a Lyon, in Francia) meglio conosciuto come il “Macellaio di Lyon.”

Klaus Barbie, cambiò il suo cognome in “Altmann” prima di invischiarsi con la famiglia Ertl nello stretto circolo di personalità a La Paz, dove questo uomo guadagnò sufficiente fiducia in modo che, lo stesso padre di Monica, riuscì a fargli ottenere il suo primo impiego in Bolivia come cittadino Ebreo Tedesco, per poi diventare assessore delle dittature sud-americane.

La celebre protagonista di questa storia, si sposò con un altro tedesco a La Paz e visse vicino alle miniere di rame nel nord del Cile ma, dopo dieci anni, il suo matrimonio fallì ed ella si trasformò in una politica attiva che appoggiò cause nobili. Tra le altre cose aiutò a fondare una casa per orfani a La Paz, ora convertito in ospedale.

Visse in un mondo estremo circondata di vecchi lupi torturatori nazisti. Qualunque indizio perturbatore non gli risultava strano. Tuttavia, la morte del guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara nella selva boliviana (ottobre del 1967) aveva significato per lei lo spintone finale per i suoi ideali. Monica – secondo sua sorella Beatriz – “adorava il “Che” come se fosse un Dio.”

A causa di questo combinazione, la relazione padre e figlia fu difficile: un fanatismo aderito ad un spirito sovversivo; chissà quali fattori detonanti che generarono una posizione combattiva, idealistica, perseverante. Suo padre fu il più sorpreso e, con il cuore rotto, la cacciò dalla tenuta. Forse questa sfida produsse in lui una certa metamorfosi ideologica negli anni 60, fino a trasformarlo in un collaboratore e difensore indiretto della Sinistra in Sud-America.

“Monica fu la figlia favorita, mio padre era molto freddo verso di noi e lei sembrava essere l’unica che amava. Mio padre nacque come risultato di una violazione, mia nonna non gli mostrò mai affetto e questo lo segnò per sempre. L’unico affetto che mostrò fu per Monika”, ha detto Beatriz in un’intervista per la BBC News.

Alla fine degli anni '60, tutto cambiò con la morte del Che Guevara, e Monica ruppe con le sue radici e diede un drastico cambio per entrare in pieno nella milizia con la Guerriglia di Ñancahuazú, come aveva fatto il suo eroe in vita, per combattere la disuguaglianza sociale.

Monica smise di essere quella ragazza appassionata per la macchina fotografica per convertirsi in “Imilla la rivoluzionaria” rifugiata in un accampamento delle colline boliviane. Man mano che sparivano dalla faccia della Terra la maggior parte dei suoi membri, il suo dolore si trasformò in forza per reclamare giustizia, trasformandosi in una chiave operativa per l’ELN.

Durante i quattro anni che rimase reclusa nell’accampamento scrisse a suo padre, solamente una volta all’anno, per dire testualmente; non si preoccupino per me… sto bene. Tristemente, non l’ha potuta vedere mai più; né viva, né morta.

Nel 1971attraversa l’Atlantico e torna alla sua Germania natale, e ad Amburgo uccide personalmente il console boliviano, il colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile diretto dell’oltraggio finale a Guevara: l’amputazione delle sue mani, dopo la sua fucilazione a La Higuera. Con quella profanazione firmò la sua sentenza di morte e, da allora, la fedele “Imilla” si propose una missione di alto rischio: giurò che avrebbe vendicato il Che Guevara.

Dopo avere compiuto il suo obiettivo cominciò una battuta di caccia che attraversò paesi e mari e che trovò la sua fine solo quando Monica cadde morta nell’anno 1973, in un’imboscata che secondo alcune fonti fedeli gli tese il suo traditore “zio” Klaus Barbie.

Dopo la sua morte, Hans Erlt continuò a vivere ed a filmare documentari in Bolivia, dove morì all’età di 92 anni (anno 2000) nella sua tenuta ora convertita in museo grazie all’aiuto di alcuni istituzioni della Spagna e della Bolivia. Lì rimane sepolto, accompagnato dalla sua vecchia giacca militare tedesca, la sua fedele compagna degli ultimi anni. Il suo sepolcro rimane tra due pini e terra della sua Bavaria natale. Lui stesso si incaricò di prepararlo e sua figlia Heidi di rendere realtà il suo desiderio. Hans aveva espresso in un’intervista concessa all’agenzia Reuters: “Non voglio ritornare al mio paese. Voglio, perfino da morto, rimanere in questo nuova mia terra”.

In un cimitero di La Paz, si dice che riposano “simbolicamente” i resti di Monica Ertl. In realtà non sono mai stati consegnati a suo padre. I suoi appelli furono ignorati dalle autorità. Questi rimangono in qualche posto sconosciuto del paese boliviano. Giacciono in una fossa comune, senza una croce, senza un nome, senza una benedizione di suo padre.

Così fu la vita di questa donna che in un periodo, secondo la destra fascista di quegli anni, praticava “il comunismo” e per conseguenza “il terrorismo” in Europa. Per alcuni il suo nome rimane inciso nei giardini della memoria come guerrigliera, assassina o chissà terrorista, per altri come una donna coraggiosa, che ha compiuto una missione. Secondo me, è una parte femminile di una rivoluzione che lottò per le utopie della sua epoca, e che alla luce dei nostri occhi ci obbliga a riflettere, un’altra volta su questa frase:

“Non sottovaluti mai il valore di una donna.”

Nina Ramon da Cubadebate.cu, traduzione di Ida Garberi

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