Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/01/2024

Le contraddizioni e le moderne intuizioni di un editore militante

di Sandro Moiso

Davide Serafino, Gappisti. La rete clandestina di Giangiacomo Feltrinelli, Derive Approdi, Bologna 2023, pp. 288, 20 euro

Molto si è scritto, detto e discusso a proposito della lotta armata in Italia, attraverso saggi, articoli, dibattiti e testimonianze di vario indirizzo, calibro e dalle finalità non sempre limpide. Così si è scritto e discusso di formazioni molto note, altre meno, alcune importanti e altre al limite della visibilità politica e mediatica, mentre una è rimasta a lungo ai margini delle ricerche, anche se centrale per la comprensione di ciò che quell’andare “alle armi” rappresentò per i movimenti antagonisti e i militanti rivoluzionari dei primi anni ’70 e del lungo decennio successivo: i Gruppi di Azione Partigiana (Gap), ideati, fondati e finanziati, fino al momento della morte, da Giangiacomo Feltrinelli.

Una formazione, quella analizzata nel testo pubblicato da DeriveApprodi, spesso trattata a livello di ipotesi oppure di illazioni che, di frequente, sono andate dalle narrazioni complottiste sui servizi segreti dell’Europa Orientale e i loro rapporti con l’editore milanese a quelle, più o meno benevole, che discettavano a proposito di una sorta di infantilismo politico dello stesso. La cui scelta politica è stata in alcuni casi vista quasi come la realizzazione del desiderio di un uomo che, con la sua straordinaria ricchezza, dopo aver provato tutto avrebbe voluto provare anche il brivido dell’azione “partigiana”.

Finalmente l’opera di Davide Serafino – assegnista presso la SNS di Pisa, borsista presso la Fondazione Burzio di Torino, l’IISS di Napoli e il DHI di Roma e che si è occupato dei fenomeni della violenza politica e della lotta armata in Italia attraverso la sua tesi di dottorato, La lotta armata a Genova. Dal Gruppo 22 ottobre alle Brigate rosse (1969-1981), da cui è stato tratto il volume La lotta armata a Genova (1969-1981) – che ha potuto avvalersi della testimonianza diretta di un gappista mai precedentemente identificato, ma che ebbe un ruolo di primaria importanza nei Gap e che lavorò a stretto contatto con Giangiacomo Feltrinelli finendo col diventarne quasi il braccio destro, costituisce un valido documento per la ricostruzione della storia di quella formazione e del percorso politico-militante di una figura complessa come fu quella dell’editore, fino alla mattina del 14 marzo 1972, ultimo giorno della sua vita.

Il testimone, a lungo silente, è un ingegnere oggi ottantacinquenne, Vittorio Battistoni, la cui dettagliata testimonianza, anche su precisi aspetti tecnici dell’operato dei Gap, ha permesso allo storico di ricostruire nel dettaglio una vicenda che pur avendo incrociato quelle delle più importanti formazioni del periodo, come Potere operaio e le Brigate rosse, e di organizzazioni «minori», come quella genovese del Gruppo 22 ottobre, sembrava essere rimasta ai margini degli studi sulle pratiche politiche di quel periodo.

Come afferma Giorgio Moroni nell’iniziale nota editoriale:

Succede assai raramente che un improvviso squarcio di luce sottragga alle tenebre, e in modo definitivo, le dinamiche e le ragioni di episodi e di eventi tra i più clamorosi e significativi della storia, la cui vera natura è occultata dalle risultanze giudiziarie e i cui contorni sono resi misteriosi o impenetrabili da ipotesi complottiste di maniera, condite dall’intervento dei Servizi segrati “deviati” o di agenti al soldo di potenze straniere […] Questo testimone diretto si è anche rivelato in grado, con le sue meticolose ricostruzioni, di riprodurre la temperie dei primi anni Settanta e di trasferirla inalterata allo storico Davide Serafino1.

Ecco allora che la prima cosa da segnalare, ancora più della ricostruzione dei fatti la cui scoperta, da parte di chi scrive queste poche note, si preferisce lasciare al lettore per non rovinare la lettura di un libro spesso emozionante, è la validità di un metodo che, in qualche modo, rivaluta una sorta di oral history, la storia orale (trattandosi di testimonianze raccolte durante lunghi incontri personali tenutisi a Chiavari) come unico strumento, o quasi, valido per superare i limiti sia della storia documentaria ricostruita attraverso le veline dei giornali oppure gli atti e le inchieste della magistratura, degli archivi di polizia o, ancora, del loro diretto equivalente politico: gli scritti, i documenti e le testimonianze prodotti dalle organizzazioni politiche oppure dai loro più visibili e noti dirigenti e rappresentanti. Quasi sempre orientati, questi ultimi, a sottolineare la continuità ideologica oppure la coerenza individuale dei maggiori protagonisti più che a illuminare la complessità dei fatti che hanno contribuito a determinare un certo momento storico e una scelta politica derivata, invece spesso, da mille contraddizioni e sovrapposizioni di ipotesi, comportamenti e azioni.

Una storia dal basso, si potrebbe dire, che è l’unica e sola capace di illuminare non solo i vertici, ma anche il contorno sociale, culturale e politico di ogni singola vicenda e dei suoi protagonisti anche minori e meno noti. Storie che magari languiscono per decenni negli scantinati della memoria collettiva e individuale, ma che quando ritornano alla luce, spesso “illuminano” il passato più di tante altre ufficiali o più note al pubblico dei militanti o dei media, rivelando possibilità interpretative più vicine alla concreta realtà dei fatti che non alla loro manipolazione ideologica o istituzionale e poliziesca.

Come scrive Serafino nell’introduzione:

Questa ricerca non vuole essere “solamente” una ricerca sulla figura di Feltrinelli, su cui è già stato detto e scritto molto, ma vuole provare a ricostruire, per la prima volta, la parabola del gruppo armato fondato dall’editore. I Gap furono un gruppo atipico e forse nemmeno un gruppo vero e proprio – non avevano una struttura solida e organizzata, non avevano una vera e propria forma organizzativa, o quantomeno questa era piuttosto fluida, i vari Gap locali presentavano molte differenze tra di loro – ma una rete di relazioni intessuta dall’editore con singoli militanti e con porzioni di altre formazioni molto più ramificate di quanto si è soliti pensare, tanto che appare verosimile, almeno nei suoi caratteri generali, l’opinione di Gianbattista Lazagna secondo cui i Gap erano una sigla universale utilizzata da Feltrinelli per i gruppi clandestini a lui collegati, che poi l’editore cercò di dotare di una strategia comune. Il gruppo non sopravvisse al proprio fondatore e i suoi militanti andarono incontro a destini diversi: chi si avvicinò alle nascenti formazioni armate, soprattutto alle Brigate rosse; chi si avvicinò ai gruppi della sinistra rivoluzionaria; chi, scosso dalla morte violenta di Feltrinelli, si ritirò a vita privata [e] offre una chiave di lettura che consente di entrare meglio nelle vicende dei Gap e aiuta a sottrarre la figura dell’editore ai cliché del miliardario folgorato sulla via de L’Avana, del ricco mecenate della rivoluzione, provando a rendere giustizia non solamente alla figura di Feltrinelli militante politico – un militante le cui idee, al di là che siano state capaci o meno di cogliere i cambiamenti in atto, furono sempre il frutto di un’analisi razionale e non di un’estasi mistica rivoluzionaria – ma anche a quella di coloro che scelsero di collaborare con l’editore, come Vitttorio Battistoni, e che in lui videro un interlocutore credibile e affidabile, un sincero compagno di lotte politiche e non solamente, come vorrebbero altri cliché altrettanto banali, un ingenuo finanziatore dei gruppi rivoluzionari2.

Per certi versi i Gap ricalcarono più le bande partigiane cui si ispirarono fin dall’inizio, proprio per la visione antifascista e antigolpista che ispirava inizialmente Feltrinelli, più che le organizzazioni maggiormente centralizzate, sia dal punto di vista ideologico che organizzativo, che si svilupparono successivamente su un modello più di carattere marxista-leninista e questo, visto che l’unica centralizzazione sembrava convergere sulla figura dell’editore, fu forse il principale motivo del loro rapido sbandamento, successivo alla morte dello stesso.

Una visione che era in contraddizione con quella di un gruppo come Potere operaio che «non considerò mai prioritario, dal punto di vista politico, lo scontro con il Msi e i neofascisti – tale scontro era visto come una battaglia di retroguardia, in alcuni frangenti necessaria, ma pur sempre di retroguardia»3. Ma che non impedì mai a Feltrinelli di finanziare:

riviste, movimenti, gruppi e singoli militanti della sinistra rivoluzionaria e armata italiana e internazionale, l’acquisto di basi e di armi e la creazione di una rete logistica a disposizione dell’intera area rivoluzionaria, ma non lo fece nel modo ingenuo, e fondamentalmente stupido, che molti vogliono far credere, lo fece sempre con cognizione di causa e coerenza, lo fece – e fu il primo in Italia – avendo in mente una strategia rivoluzionaria globale. Una strategia ambiziosa e farraginosa allo stesso tempo, una strategia che strideva con l’impostazione neoresistenziale dei primi Gap, una strategia che non si sarebbe mai dispiegata pienamente e che, sostanzialmente, fallì, non soltanto per la morte precoce dell’editore, ma per i limiti intrinseci a un progetto che voleva tenere insieme realtà sociali ed economiche diversissime – dal Sudamerica alla Palestina, dalla Sardegna alle metropoli europee – e gruppi che muovevano da necessità e perseguivano obiettivi molto lontani tra di loro4.

Eppure, forse proprio in questo risiedeva la vera modernità, la fondamentale intuizione di Giangiacomo Feltrinelli e dei militanti che lo accompagnarono in quel primo periglioso e rovinoso tratto di strada, poi abbandonato in seguito da coloro che ne furono gli emuli successivi, tutti intenti a collegarsi ad un’unica causa all’interno di un mondo, invece, sempre più complesso e contraddittorio. Quello della guerra civile globale con cui ancora oggi dobbiamo fare i conti.

L’interesse principale di questa ricerca risiede quindi, e soprattutto, nella riscoperta di un’intuizione troppo moderna per i tempi in cui venne formulata e nella immediatezza dell’esposizione e della narrazione dei fatti e delle idee. Qualità, oggi, da considerare davvero di non poco conto.

Note

  1. G. Moroni, Nota editoriale in D. Serafino, Gappisti. La rete clandestina di Giangiacomo Feltrinelli, Derive Approdi, Bologna 2023, p. 5.  

  2. D. Serafino, Introduzione a op.cit., pp. 9-10.  

  3. Ivi, p. 154.  

  4. Ibidem, pp. 10-11.

Fonte

28/10/2023

La scelta rivoluzionaria dell’erede di una grande famiglia capitalista

In tempi nei quali la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo... una piccola parte della classe dominante si distacca da essa e si unisce alla classe rivoluzionaria... Quindi, come prima una parte della nobiltà era passata alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa al proletariato; e specialmente una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme.
K. Marx – F. Engels, Manifesto del Partito Comunista
«Dunque... devo definire me stesso in quanto editore... in rapporto col mestiere che per il novanta per cento del mio tempo faccio da quasi quindici anni. Potrei cominciare dal mestiere... togliendo di mezzo la mia persona; oppure potrei cominciare dalla mia persona, ma in questo caso, purtroppo, non riuscirei a togliere di mezzo il mestiere...

Ma non voglio definire l’editore, anzi l’Editore: a mio modo di vedere si tratta di una funzione indefinibile, o meglio definibile in mille modi.

Basterebbe, a questo proposito, elencare tutti coloro che, facendo l’editore, hanno costruito una fortuna, ed elencare, d’altra parte, tutti coloro che (sempre facendo l’editore) una fortuna hanno distrutto. ... il termine “fortuna” acquista un significato non soltanto economico, ma... “politico”.

Lasciamo perdere, dunque, l’editoria fortunata a livello business: i mastodonti che possiedono mezzo milione di titoli, cinquanta staff redazionali, una dozzina di rivistacce per le “serve” intellettuali, o per gli intellettuali serva, le tipografie con le supermacchine degli “aiuti” americani, gli apparati di intimidazione e gli “uffici acquisto premi letterari”...

Sarà un difetto, sarà un vizio: ma anche se auspico la fortuna economica della mia casa editrice, non posso fare a meno di ricordare che essa è nata soprattutto... da un’intenzione, addirittura da un bisogno e da un desiderio che esito a definire culturali soltanto perché la parola cultura… mi appare gigantesca, enorme, degna di non essere scomodata di continuo.»
Così, nel 1967, in un articolo scritto per la rivista «King», Giangiacomo Feltrinelli definiva il senso di un’attività politico-culturale che ha inciso, come poche altre, nella storia del nostro Paese.

E aggiungeva:
«Poiché la micidiale proliferazione della carta stampata rischia di togliere alla funzione di editore qualsiasi senso e destinazione, io ritengo che l’unico modo per ripristinare questa funzione sia una cosa che, contro la moda, non esito a chiamare “moralità”: esistono libri necessari, esistono pubblicazioni necessarie... occorre incontrare e smistare i messaggi giusti, occorre ricevere e trasmettere scritture che siano all’altezza della realtà...».
Chiariva, infine, le ragioni della sua attività in questi termini:
«... un editore può anche affrontare il proprio lavoro sulla base di una ipotesi di lavoro molto azzardata: che tutto, ma proprio tutto, deve cambiare, e cambierà».
Raccontata dal figlio Carlo con un misurato distacco e, nel contempo, con una partecipazione intensa, in un libro ricco di documenti editi e inediti, a mezza via tra memoria famigliare e ricostruzione storica dei “formidabili” anni Sessanta, la vita di questo editore acquista lungo le oltre quattrocento pagine di “Senior Service” (il titolo allude alla marca di sigarette preferita da Giangiacomo Feltrinelli) tutto il rilievo che le conferisce la singolare traiettoria umana, politica e ideale dell’erede di una famiglia di grandi capitalisti, il quale diventa un militante rivoluzionario, segue (e talora anticipa) il complesso percorso dei movimenti di liberazione che si sviluppano a livello nazionale e internazionale, e compie, pagandone il prezzo con la sua morte, il passaggio dalle armi della critica alla critica delle armi.

Fonte

18/10/2023

«Consegnai a Giangiacomo Feltrinelli la bomba che lo uccise»

Si chiama Vittorio Battistoni, ingegnere meccanico, comunista e sodale di Giangiacomo Feltrinelli nei Gap. È il testimone chiave che racconta nel libro di prossima uscita scritto da Davide Serafino per Deriveapprodi, «Gappisti, la rete clandestina di Giangiacomo Feltrinelli», le circostanze che portarono alla morte dell’editore sul traliccio di Segrate.

Fu Battistoni a fornirgli il tritolo, il timer e gli schemi per l’innesco elettrico. L’imperizia e la fretta provocarono l’incidente.

La testimonianza e il libro di Serafino fanno definitivamente giustizia dell’immondizia dietrologica, molto diffusa anche nella sinistra extraparlamentare d’allora. Che proprio non riusciva a credere che un editore ricco e famoso poteva morire combattendo per la Rivoluzione.

Particolarmente oscena è stata poi la tesi dell’attentato sotto falsa bandiera, messa in giro in passato da Giovanni Fasanella e Alberto Franceschini, rilanciata da Stefania Limiti e ovviamente sposata dagli esponenti della commissione Fioroni.

Oscena perché proprio Franceschini sapeva benissimo – grazie all'”indagine” fatta dalle Brigate Rosse e di cui riferisce anche Battistoni – come erano andate le cose. Ma quando si passa al servizio dei servizi, anche la verità diventa oggetto di commercio...

*****

La mattina del 14 marzo 1972, poche ore prima che Giangiacomo Feltrinelli saltasse in aria, fu lui a consegnare all’editore rivoluzionario l’esplosivo che lo uccise: «Quando sui giornali uscì la notizia con la sua foto lo riconobbi e mi sentii in colpa; non tanto per avergli dato la dinamite, ma perché se fossi stato lì, come mi aveva chiesto in altre occasioni, non sarebbe morto».

Seduto sul divano di una casa affacciata sul golfo del Tigullio, ospite di amici, un signore di 85 anni racconta i retroscena della fine di Feltrinelli e di alcuni episodi agli albori della lotta armata in Italia.

Si chiama Vittorio Battistoni, originario di Chiavari, ingegnere meccanico in pensione, iscritto in gioventù al Partito comunista ma con tendenze anarchiche che lo portarono, dopo il 1969, ad avvicinarsi ai Gruppi di azione partigiana fondati dall’editore milanese e alle prime Brigate rosse, in cui non ha mai militato.

Con i Gap, invece, ci fu una collaborazione durata un paio d’anni, nei quali è stato anche l’autista di Feltrinelli accompagnandolo negli spostamenti segreti in Italia e all’estero, mentre da clandestino tentava di organizzare l’offensiva antigolpista e rivoluzionaria della quale è rimasto vittima.

La testimonianza di Battistoni, emersa dopo mezzo secolo di anonimato, costituisce il cuore di Gappisti (DeriveApprodi), il libro dello storico Davide Serafino che ricostruisce la parabola della rete tessuta da Feltrinelli, contemporanea alla nascita di altre bande armate, dal gruppo genovese XXII Ottobre alle Br.

«Ho conosciuto Feltrinelli a casa dell’avvocato Lazagna – racconta l’ingegnere dalle tendenze anarco-comuniste – poco tempo dopo la strage di piazza Fontana». Giambattista Lazagna, genovese, già comandante partigiano e dirigente del Pci in Liguria, fu arrestato in un paio di procedimenti per terrorismo, e in seguito scarcerato e assolto.

«Feltrinelli – continua Battistoni – era convinto che avrebbero tentato di tirarlo dentro la storia delle bombe neofasciste attribuite agli anarchici, così come dei progetti di colpo di Stato che erano ben visibili dietro quegli attentati; non era l’unico a parlarne, in quel periodo, ma il solo intenzionato a fare qualcosa di concreto per evitarlo. Per questo accettai di aiutarlo.

Tramite Lazagna mi fece avere i soldi per comprare una Fiat 850 celeste con la quale l’ho portato tante volte a Roma, Firenze, Bologna, Milano, ma anche all’estero, in Austria e Germania. Lui per un certo periodo spariva, poi tramite intermediari mi fissava un appuntamento e io mi facevo trovare lì.

In macchina, più che parlare, leggeva e scriveva. Arrivato a destinazione incontrava persone, ma io non assistevo ai suoi colloqui, né chiedevo chi avesse visto e che cosa si fossero detti. Qualche volta ho avuto l’impressione che avesse consegnato dei soldi, ma non facevo domande».

Battistoni descrive un uomo generoso e immerso in un’attività segreta che, affiancata a quella pubblica di editore, rappresentava anche l’occasione di emanciparsi rispetto alla sua condizione di privilegiato.

«Non era certo un esaltato, né le sue analisi sbagliate. Io ero affascinato dalla sua personalità, dai racconti sull’infanzia vissuta in un una sorta di mondo dorato durante il fascismo e la guerra, dalla volontà di riscatto di cui si fece carico quando un contadino che lavorava nella tenuta di famiglia in Toscana gli aprì gli occhi parlandogli di giustizia e di socialismo.

Voleva restituire almeno in parte ciò che aveva avuto. Dopodiché penso pure che guidare una rivoluzione non fosse un compito adeguato a lui; con i soldi e le disponibilità che aveva, avrebbe potuto finanziare e agevolare tanti progetti, fornendo un contributo alla causa più che pretendere di diventarne la guida».

Le prime azioni a cui Battistoni ha partecipato furono i comunicati di «Radio Gap», diffusi via etere sovrapponendosi alle trasmissioni radio e tv.

Nell’aprile 1970, grazie a una ricetrasmittente e a un alimentatore forniti dall’anarchico tedesco Wolfgang Mayer e sistemati su un’auto presa in affitto, in alcuni quartieri di Genova la voce di Feltrinelli registrata con un mangiacassette interruppe un programma televisivo condotto da Tito Stagno, invitando i cittadini a una mobilitazione antifascista.

Alla guida dell’auto c’era l’ingegnere: «Su un piccolo raggio d’azione riuscivamo a trasmettere con una potenza superiore a quella dei segnali Rai, e così potevamo intrometterci. Purtroppo quella prima audiocassetta con la voce di Feltrinelli non l’ho conservata, ma ne ho altre quattro registrate da compagni diversi».

Dopo i proclami lanciati via radio, replicati in varie città, qualcuno disse che sarebbe stato utile disporre di esplosivo e Battistoni si offrì per recuperarne una discreta quantità: «Dalle parti di casa mia stavano costruendo una strada utilizzando la dinamite per tagliare la roccia; per due o tre giorni mi appostai sulla montagna, e col binocolo verificai che di notte nel deposito dove tenevano i candelotti non rimaneva nessuno di guardia.

Andammo in quattro o cinque, aprii la porta con un piede di porco e prendemmo due quintali di esplosivo già stipato nelle scatole. Ce lo siamo divisi io e Lazagna; io una buona metà la diedi al tedesco, il resto lo conservai in cantina».

A marzo del 1972, quando Feltrinelli decise di far saltare un traliccio alle porte di Milano per oscurare la città in risposta a una manifestazione della «maggioranza silenziosa», quella dinamite tornò utile. «Dopo – ricorda Battistoni – capii che voleva un’azione eclatante per proporsi con più forza ad altri gruppi coi quali era in contatto, come le Br o Potere operaio.

Una volta a Voghera parlammo di aspetti tecnici, io da appassionato di orologi gli proposi di usarne uno da polso per costruire un timer, e a Feltrinelli l’idea piacque molto. Poi il 14 marzo 1972 mi diede appuntamento alla stazione di Lambrate, dove io arrivai con venti chili di esplosivo chiusi in una valigia.

Mi aspettava con un furgoncino e insieme siamo andati a Segrate per un sopralluogo, è sceso per guardare il traliccio e dopo un po’ siamo ripartiti. Mi ha lasciato a una stazione della metro perché aveva fretta: “Oggi ho i minuti contati”, diceva.

Io gli avevo spiegato come confezionare il timer, con tanto di disegno, pur sapendo che era meglio una sveglia o qualunque altro meccanismo; usare l’orologio da polso facendo un buco da un millimetro sul vetro senza toccare il quadrante era inutilmente rischioso».

Secondo la ricostruzione di Battistoni, la fretta e l’inesperienza furono fatali a Feltrinelli che, tornato la sera a Segrate con altri complici, saltò in aria per un «incidente sul lavoro» di cui l’ingegnere venne a sapere dai giornali: «Su “l’Unità” c’era la notizia della morte di un dinamitardo accanto a un traliccio, mentre sul “Corriere della Sera” era uscita anche la fotografia, e lo riconobbi immediatamente.

Io non ero con lui perché contrario a quel tipo di azioni, ero più favorevole a iniziative come il sequestro-lampo di un dirigente della Sit Siemens compiuto dalle Br un mese prima, ma vedendo com’era andata piansi per il rammarico.

Se avessero seguito le mie istruzioni, tutto avrebbe funzionato; se avessi realizzato io il timer, non avrebbe provocato l’innesco prima dell’ora fissata; se fossi stato lì sarei salito io sul traliccio e nessuno si sarebbe fatto male».

Al funerale Vittorio Battistoni non andò – «troppi fotografi, come alle manifestazioni» – e il cruccio di aver contribuito, sia pure inconsapevolmente, alla morte dell’editore non l’ha abbandonato per molto tempo.

A casa sua non bussarono mai né inquirenti né investigatori, solo due militanti dell’estrema sinistra incaricati di una sorta di «inchiesta interna» sulla fine del compagno editore: «Ho riferito tutto, spiegando che non c’erano complotti o misteri dietro quell’incidente, solo un po’ d’imprudenza e di imperizia».

Cinquantuno anni dopo, il «caso Feltrinelli» è chiuso e racchiuso nella storia dei Gap, da cui adesso affiora la figura di Battistoni (mentre altre preferiscono restare nell’ombra) per rendere testimonianza di una vicenda contemporanea al terrorismo nero e prodromica di quello rosso.

«Un fenomeno minore ma significativo nel contesto della lotta armata in Italia – commenta l’autore del libro Davide Serafino –, che ha fatto da apripista a scelte future di altri, ed è utile conoscere al di là della figura del suo fondatore».

Fonte

13/03/2022

Dovuto a Giangiacomo Feltrinelli

«Dunque… devo definire me stesso in quanto editore… in rapporto col mestiere che per il novanta per cento del mio tempo faccio da quasi quindici anni. Potrei cominciare dal mestiere… togliendo di mezzo la mia persona; oppure potrei cominciare dalla mia persona, ma in questo caso, purtroppo, non riuscirei a togliere di mezzo il mestiere…

Ma non voglio definire l’editore, anzi l’Editore: a mio modo di vedere si tratta di una funzione indefinibile, o meglio definibile in mille modi. Basterebbe, a questo proposito, elencare tutti coloro che, facendo l’editore, hanno costruito una fortuna, ed elencare, d’altra parte, tutti coloro che (sempre facendo l’editore) una fortuna hanno distrutto. … il termine “fortuna” acquista un significato non soltanto economico, ma… “politico”.

Lasciamo perdere, dunque, l’editoria fortunata a livello business: i mastodonti che possiedono mezzo milione di titoli, cinquanta staff redazionali, una dozzina di rivistacce per le “serve” intellettuali, o per gli intellettuali serva, le tipografie con le supermacchine degli “aiuti” americani, gli apparati di intimidazione e gli “uffici acquisto premi letterari”…

Sarà un difetto, sarà un vizio: ma anche se auspico la fortuna economica della mia casa editrice, non posso fare a meno di ricordare che essa è nata soprattutto… da un’intenzione, addirittura da un bisogno e da un desiderio che esito a definire culturali soltanto perché la parola cultura… mi appare gigantesca, enorme, degna di non essere scomodata di continuo.»
Così, nel 1967, in un articolo scritto per la rivista «King», Giangiacomo Feltrinelli definiva il senso di un’attività politico-culturale che ha inciso, come poche altre, nella storia del nostro Paese.

E aggiungeva:
«Poiché la micidiale proliferazione della carta stampata rischia di togliere alla funzione di editore qualsiasi senso e destinazione, io ritengo che l’unico modo per ripristinare questa funzione sia una cosa che, contro la moda, non esito a chiamare “moralità”: esistono libri necessari, esistono pubblicazioni necessarie… occorre incontrare e smistare i messaggi giusti, occorre ricevere e trasmettere scritture che siano all’altezza della realtà…».
Chiariva, infine, le ragioni della sua attività in questi termini:
«… un editore può anche affrontare il proprio lavoro sulla base di una ipotesi di lavoro molto azzardata: che tutto, ma proprio tutto, deve cambiare, e cambierà».
Raccontata dal figlio Carlo con un misurato distacco e, nel contempo, con una partecipazione intensa, in un libro ricco di documenti editi e inediti, a mezza via tra memoria famigliare e ricostruzione storica dei “formidabili” anni Sessanta, la vita di questo editore acquista lungo le oltre quattrocento pagine di “Senior Service” (il titolo allude alla marca di sigarette preferita da Giangiacomo Feltrinelli) tutto il rilievo che le conferisce la singolare traiettoria umana, politica e ideale dell’erede di una famiglia di grandi capitalisti, il quale diventa un militante rivoluzionario, segue (e talora anticipa) il complesso percorso dei movimenti di liberazione che si sviluppano a livello nazionale e internazionale.

E compie, pagandone il prezzo con la sua morte, il passaggio dalle armi della critica alla critica delle armi.

Fonte

13/05/2019

Un ricordo di Monika Ertl


12 maggio 1973, un brutto giorno: l’uccisione di Monika Ertl, la donna che vendicò Che Guevara.

Onore a questa donna ... giù il cappello compagni e compagne!

Il 12 Maggio 1973 venne uccisa in un infame agguato dalla polizia boliviana la compagna Monika Ertl militante dell’ELN boliviano passata alla storia per aver vendicato il Che uccidendo l’ufficiale dei servizi segreti boliviani Quintanilla Pereira all’interno del consolato boliviano di Amburgo, il 1 Aprile 1971. Colui che oltre ad ammazzare Ernesto Che Guevara, gli amputò le mani!

La Ertl, allora trentaquattrenne, si presentò al consolato per chiedere un visto e per parlare col console Quintanilla Pereira. Quando si trovo davanti all’assassino del Che la Ertl non esitò un momento sparò tre volte lasciando tre fori nel suo petto a forma di “V” e un biglietto sulla scrivania con su scritto “victoria o muerte”, simbolo dell’Esercito di Liberazione Boliviano.

Sparò con una pistola procuratagli da Giangiacomo Feltrinelli attraverso la rete internazionale della sinistra rivoluzionaria, una Colt Cobra 38 Special.

Monika rimase una combattente senza tomba caduta nella giungla. E nonostante riti e miti della guerra fredda, né a Cuba né nell’ Urss, né nella Ddr né nell’ultrasinistra occidentale, le furono mai intitolati una scuola, un monumento o un manifesto.

In un cimitero di La Paz, si dice che riposano “simbolicamente” i resti di Monica Ertl. In realtà non sono mai stati consegnati a suo padre, forse perché erano evidenti i segni di dolorose torture. I suoi appelli furono ignorati dalle autorità.

Questi rimangono in qualche posto sconosciuto del paese boliviano. Giacciono in una fossa comune, senza una croce, senza un nome.

Fonte

25/08/2018

Ah! povero Giangi (Feltrinelli)


Abbiamo tenuto esposto per quasi 20 anni un poster di Giangiacomo Feltrinelli in libreria, quando ormai la omonima catena di librerie mutava la sua pelle ed eliminava la stessa figura del fondatore dai suoi spazi e la stessa casa editrice ripuliva dal suo catalogo i libri sulla guerriglia e sulla solidarietà internazionale, Toni Negri e quant’altro fosse “ingombrante” quanto la figura del tupamaro italiano saltato sotto un traliccio a Segrate, il 14 marzo del ’72 in piena guerra “di bassa intensità” contro il movimento operaio.

Di lui ho avuto la ventura di parlare con il comandante partigiano Gianbattista Lazagna e con Primo Moroni, della libreria Calusca di Milano, sull’importanza della libreria “aperta” e non rinchiusa nei suoi banconi come erano quasi tutte fino agli anni '60.

Negli anni della trasformazione della società, del mercato editoriale, il marchio F del Feltrinelli ha sostituito nel cuore della sinistra le “Rinascita” e le “Mondoperaio”, spianando anche le piccole librerie indipendenti e di movimento nate negli anni 70, che non hanno resistito ai monopoli di vendita e alle scorrette scontistiche che le penalizzavano.

Pur continuando, ad onor del vero, a stampare ottimi saggi e nuovi autori (a fianco di autori palesemente sionisti) il marchio F è tuttora il riferimento dell’intellighentia di una malridotta “sinistra” e di frotte di giovani che nel “supermercato è meglio, perché trovi tutto”, ma la teutonica Inge e il Carlo Feltrinelli hanno operato e a fondo.

Tutto questo per introdurre quello che oggi può essere stato un incidente di percorso nella stampa di un guida turistica Routard (gruppo F), ma anche una trasformazione o deformazione della lettura del Paese che viene fatta da un editore storicamente “progressista” in un momento storico particolare.

La “meridionalizzazione” è in atto da tempo. Si afferma che persino città del Nord subiscano questa trasformazione strutturale, quella di Roma è già palese, e quindi affermazioni come quelle riportate dalla suddetta guida lasciano perplessi i lettori (se non arrabbiare i critici militanti). Riporto un pezzo del giornale Il Mattino, cronaca di Caserta:

Il sindaco di Caserta Carlo Marino, il presidente della provincia Giorgio Magliocca, il consigliere regionale Zinzi hanno dato mandato ai legali per difendere la città capoluogo e il territorio provinciale dai contenuti della guida turistica «Italia del sud e Isole» edita da Feltrinelli. A pagina 83 è infatti scritto testualmente: «…attratti dalla costa, sono pochi i visitatori che si dirigono nell’entroterra. In realtà il territorio subito a nord di Napoli è irrimediabilmente poco attraente, trattandosi per lo più di una distesa di sobborghi poco entusiasmanti. Quasi del tutto dominato dalla camorra e a volte chiamato triangolo della morte, non è un’area in cui soffermarsi; anzi la cosa migliore da fare è attraversarlo senza fermarsi e raggiungere Caserta, appena a Nord del suddetto territorio, ove un’ovvia attrazione è la grande Reggia con il suo parco…»

E ancora, a proposito della città di Caserta: «…Caserta incongruamente circondata da una serie di complessi industriali e magazzini che si estendono fino a Napoli, è nota come la Versailles di Napoli per la sua vasta Reggia settecentesca, l’unica attrazione di questa città moderna per il resto anonima…»

E ancora, «… la Reggia è una struttura piuttosto monotona nella quale la dimensione supplisce all’ispirazione artistica…».

In una lunga lettera di protesta inviata al presidente della casa editrice Feltrinelli, il sindaco di Caserta afferma: «Dispiace che un gruppo editoriale quale quello che lei presiede, uno dei più importanti nel panorama italiano ed europeo, adoperi simili toni, degni di una propaganda antimeridionale, in genere usata da chi nei nostri territori non ci è nemmeno mai venuto. Invito lei, i suoi dipendenti e i suoi collaboratori a compiere una visita (reale, stavolta) del nostro territorio. Sono convinto che alla fine converrà con me che la recensione contenuta nella vostra Guida sia del tutto fuorviante, oltre che sgradevole e fortemente offensiva nei confronti di un territorio meraviglioso quale è il nostro». Mercoledì 22 Agosto 2018,

Certo l’estensore della guida in questione, come la leggerezza dei direttori editoriali, sono da stigmatizzare, ma probabilmente sono anche i precedenti nell’ambito giornalistico che danno via libera a tali episodi. E’ in uso fare articoli con veline istituzionali o propagandistiche su certi paesi con molta nonchalance, con narrazioni per nulla veritiere o con vulgate discriminatorie.

Leggiamo spesso che da New York o da Roma si pretende di far cronaca su Cuba o sul Venezuela... Sono tempi particolari, le inchieste o i reportage non si fanno più sul campo (o nei campi), ma dal proprio studio...

Giangiacomo non l’avrebbe apprezzato.

Sarebbe subito venuto a visitare la provincia di Caserta e Napoli per accertarsene, oltre magari a controllare l’andamento degli incassi dei propri supermercati F.

Ernesto Rascato, libraio nel famoso “triangolo”

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