Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/03/2022

Dovuto a Giangiacomo Feltrinelli

«Dunque… devo definire me stesso in quanto editore… in rapporto col mestiere che per il novanta per cento del mio tempo faccio da quasi quindici anni. Potrei cominciare dal mestiere… togliendo di mezzo la mia persona; oppure potrei cominciare dalla mia persona, ma in questo caso, purtroppo, non riuscirei a togliere di mezzo il mestiere…

Ma non voglio definire l’editore, anzi l’Editore: a mio modo di vedere si tratta di una funzione indefinibile, o meglio definibile in mille modi. Basterebbe, a questo proposito, elencare tutti coloro che, facendo l’editore, hanno costruito una fortuna, ed elencare, d’altra parte, tutti coloro che (sempre facendo l’editore) una fortuna hanno distrutto. … il termine “fortuna” acquista un significato non soltanto economico, ma… “politico”.

Lasciamo perdere, dunque, l’editoria fortunata a livello business: i mastodonti che possiedono mezzo milione di titoli, cinquanta staff redazionali, una dozzina di rivistacce per le “serve” intellettuali, o per gli intellettuali serva, le tipografie con le supermacchine degli “aiuti” americani, gli apparati di intimidazione e gli “uffici acquisto premi letterari”…

Sarà un difetto, sarà un vizio: ma anche se auspico la fortuna economica della mia casa editrice, non posso fare a meno di ricordare che essa è nata soprattutto… da un’intenzione, addirittura da un bisogno e da un desiderio che esito a definire culturali soltanto perché la parola cultura… mi appare gigantesca, enorme, degna di non essere scomodata di continuo.»
Così, nel 1967, in un articolo scritto per la rivista «King», Giangiacomo Feltrinelli definiva il senso di un’attività politico-culturale che ha inciso, come poche altre, nella storia del nostro Paese.

E aggiungeva:
«Poiché la micidiale proliferazione della carta stampata rischia di togliere alla funzione di editore qualsiasi senso e destinazione, io ritengo che l’unico modo per ripristinare questa funzione sia una cosa che, contro la moda, non esito a chiamare “moralità”: esistono libri necessari, esistono pubblicazioni necessarie… occorre incontrare e smistare i messaggi giusti, occorre ricevere e trasmettere scritture che siano all’altezza della realtà…».
Chiariva, infine, le ragioni della sua attività in questi termini:
«… un editore può anche affrontare il proprio lavoro sulla base di una ipotesi di lavoro molto azzardata: che tutto, ma proprio tutto, deve cambiare, e cambierà».
Raccontata dal figlio Carlo con un misurato distacco e, nel contempo, con una partecipazione intensa, in un libro ricco di documenti editi e inediti, a mezza via tra memoria famigliare e ricostruzione storica dei “formidabili” anni Sessanta, la vita di questo editore acquista lungo le oltre quattrocento pagine di “Senior Service” (il titolo allude alla marca di sigarette preferita da Giangiacomo Feltrinelli) tutto il rilievo che le conferisce la singolare traiettoria umana, politica e ideale dell’erede di una famiglia di grandi capitalisti, il quale diventa un militante rivoluzionario, segue (e talora anticipa) il complesso percorso dei movimenti di liberazione che si sviluppano a livello nazionale e internazionale.

E compie, pagandone il prezzo con la sua morte, il passaggio dalle armi della critica alla critica delle armi.

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15/09/2020

Ignora chi t’ignora

di Mauro Baldrati

Il 21 agosto, un venerdì, ho scritto una mail – corredata da queste foto – al Comune di Casalecchio di Reno (BO), all’attenzione dell’assessore all’Ambiente: “Gentile dottoressa, a Cesenatico, dove mi trovo, nel parco del Levante ci sono queste postazioni, piccole palestre all’aperto, molto utilizzate. Perché nel parco Talon, visto che ora è un insieme di prati, non ne impiantate di simili? Il parco è frequentato da sportivi, e penso che la cosa sarebbe molto apprezzata.
Cordiali saluti.”

A tutt’oggi non c’è risposta. Ma è normale. Questo comune ha la caratteristica di non rispondere alle mail. Un anno fa ne ho inviata un’altra al settore Lavori Pubblici che recitava: “Ma come avete potuto permettere all’impresa che ha effettuato gli scavi per le canalizzazioni della fibra di ricoprire gli stessi col cemento e non con l’asfalto? Ora si sta spaccando, e sarà necessario rifare il lavoro.”

Nessuna risposta. Anzi, il comune ha eliminato i link dei settori dall’home page, così se qualcuno vuole scrivere o telefonare alla Cultura, all’Ambiente, deve procurarsi i recapiti per conto suo. È un segnale. Un segnale di modernità. Infatti l’ente pubblico si ritira, dai territori, dai cittadini, che probabilmente sono visti come rompiscatole, portatori di richieste e osservazioni “basse”, che disturbano il manovratore.

Questa modalità si è estesa a tutto il paese, in tutti i settori. Visto che siamo tutti scrittori, è arcinoto che gli editori e gli agenti non rispondono alle mail. Viene da dubitare della loro stessa esistenza. O meglio, gli agenti talvolta rispondono, specialmente quelli medi o piccoli, ma chiedono compensi per valutare le opere. Poi, si vedrà.

E pensare che io, che ho attraversato vari periodi storici, gli anni Sessanta, Settanta, Ottanta (dei Novanta e 00 cosa si può dire?), ho avuto la fortuna di conoscere l’era antica in cui tutti rispondevano. Editori, critici, altri autori. E non con le mail, ma con lettere scritte a mano o a macchina, affrancate e spedite.

Durante l’adolescenza scrivevo di getto, con una sorta di furore, dei poemi con la modalità prosa spontanea, che copiavo da Jack Kerouac, uno dei miei eroi, insieme a Allen Ginsberg e Henry Miller. Un giorno decisi di spedirne uno a Fernanda Pivano, che aveva tradotto quasi tutti i beat, e a Mario Praz, che aveva scritto l’introduzione al Tropico del Cancro. Della Pivano ero riuscito a procurarmi l’indirizzo, per Praz scrissi semplicemente sulla busta: Mario Praz c/o Accademia dei Lincei, Roma.

Arrivarono le risposte, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. La Pivano scriveva a macchina, Praz con la stilografica, con una calligrafia chiusa, acuminata. La Pivano diceva che se volevo continuare a scrivere dovevo rendere le mie emozioni, le mie storie, dopo averle ripulite dalle scorie intimiste, universali. Così chi leggeva poteva trovare, nella mia scrittura, emozioni e istanze sue. Per anni quelle parole mi sono tornate alla mente, mentre cercavo la mia strada. E ancora oggi le considero un insegnamento importante. Mario Praz scriveva semplicemente che non capiva i giovani. Ci provava, si impegnava, ma era inutile. Per lui eravamo dei mondi lontanissimi. Non era affatto contento di questo. Lo considerava un suo limite, ma non riusciva a superarlo.

Dunque questa è la situazione. Può peggiorare? Immagino di sì, visto che sembra non esserci limite al peggioramento. Forse gli editori più potenti si rinchiuderanno dentro cittadelle fortificate, con guardie armate all’ingresso, assediate da folle di scrittori inferociti mutati in zombies. E potrebbe verificarsi un’effrazione improvvisa che manderebbe tutti nel panico: “È entrato uno scrittore!” Sirene, guardiani armati di mitra a canna corta che corrono in tutte le direzioni.

Pertanto, cari scrittori e aspiranti tali, bisogna prenderne atto, e adeguarsi. Ma come? Incazzandosi. Sì, è un sentimento non solo inevitabile, ma utile. Ma quale tipo di incazzatura? Se non ha sbocchi rischia di rivolgersi contro se stessi, provocando depressione, rancore, e malattia che va ad aggiungersi ad altra malattia. Perché è risaputo che gli scrittori sono quasi tutti dei sociopatici che reagiscono con la fantasia ai problemi di rapporto con loro stessi e con gli altri. Migliorano la realtà, senza uscire di casa, senza viverla veramente.

Invece, se proprio non si può fare a meno di perseverare, non c’è che uno sbocco possibile. Gli editori e gli agenti vi ignorano? Non continuate a insistere, ad aspettare risposte che non arriveranno. Loro vi ignorano e voi ignorate loro. Anzi, cancellateli dalle vostre menti, fate tabula rasa. Nessuna polemica coi vari vincitori dei campielli e delle streghe, e coi grandi editori che pubblicano certi libri fetentissimi. E se fossero creature virtuali create dai computer quantici delle cittadelle fortificate?

Ovviamente detto così, col punto finale, significa qualcosa di molto brutto. Significa la solitudine, privata e pubblica. Il vuoto, l’oscurità. Invece bisogna lavorare. Come? Studiando, non solo scrivendo.

Intanto bisogna capire come hanno fatto, i nostri antenati degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, a creare un mondo parallelo alternativo. Infatti questa era la parola: ALTERNATIVA. Quelli della controcultura, del do it! si organizzavano. Fondavano dei movimenti di assistenza e di supporto, distribuzione abiti, coordinamenti di avvocati, giornali autogestiti, teatri, concerti. Il concetto era quello di fondare cellule alternative sane in un organismo malato, che diffondendosi potevano guarirlo.

Questa modalità è continuata nei due decenni successivi con l’underground, il do it yourself! dei punk e della new wave, soprattutto nel campo della musica, che resta un sistema di comunicazione universale, perché sconta in misura minore il limite della lingua.

Per cui sarebbe interessante studiare i loro linguaggi, le loro iniziative, cercando documenti e filmati. Esistono anche dei libri utili, uno dei quali è il sempre attuale L’orda d’oro.

Ma non basta. Lo studio deve riguardare anche le opere. La ricerca della propria strada non deve fermarsi. Questo è il punto più delicato. Non è che il mitico esordiente una mattina scende dal letto, butta le braccia in alto e grida alè!!! scriverò un libro che spacca! Magari sì. Magari è nato un nuovo Rimbaud, ma c’è da dubitare fortemente. Lo studio deve uscire dalle viscere, dallo stomaco, dallo stato di esaltazione, e guardare i dintorni. Come sono i tempi, i luoghi, i flussi? Cosa accade dentro il tempo morto, nello spazio trafitto dalla deiezione umana e dai virus? Anche perché, rispetto agli antenati, è sorto un nuovo problema. Anzi, IL problema: l’omologazione di ciò che resta dei lettori. Gli antenati avevano un seguito, un pubblico. Avevano i cittadini del mondo alternativo. Oggi, sembra che il pubblico moderno si precipiti negli store per allungare la mano verso le gigantesche pile dei colibrì e compagnia bella. Quella è la merce che bisogna comprare. Che deve essere non solo letta, ma piaciuta.

Poi, a quel punto, poiché lo stato delle cose riguarda anche gli editori minori, che cercano di sopravvivere all’esterno della cittadella, potrebbe nascere un consorzio di tutela, tipo quello del Parmigiano. Una gabbia per le copertine uguale per tutti, con libertà di immagini, di grafica, di titolo e, in basso, la dicitura Editori Alternativi, seguita dal nome dell’editore affiliato al consorzio. Per esempio, Gli Imperdonabili, hanno elaborato un decalogo con le istruzioni per scrivere narrativa. Si può non essere d’accordo, si può non adottarlo, ma l’idea di un gruppo di tipi che scrivono in modalità collettiva è intrigante. Il tutto sotto l’ombrello del consorzio. Un marchio di identità e di qualità.

È un sogno?
Chissà.

Però sarebbe l’inizio di una costruzione, una fondazione, una macchina da guerra.

E come in ogni guerra è indispensabile studiare anche il Sun Tzu.

L’arte di combattere senza combattere.

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13/09/2018

Diritto d’autore o diritto di schedatura? La normativa votata a Strasburgo

Il Parlamento europeo ha approvato la “direttiva sul diritto d’autore” che ne cambia la disciplina soprattutto per quanto riguarda la diffusione di contenuti su Internet, sulle piattaforme social ecc.

Una materia complicata, che coinvolge interessi enormi, e mette in discussione posizioni che garantiscono profitti in proporzione, spesso con il minimo sforzo. Ma che soprattutto comprende soggetti assai diversi tra loro – editori, gestori di piattaforme, giornalisti, artisti, semplici utenti dei social, ecc. – e quindi cambia i rapporti reciproci (“di classe”, si può ben dire) tra loro.

Il principio sbandierato dai proponenti – la Commissione europea, sostenuta dai due principali schieramenti, il Ppe e i “socialisti” – è “difendere la cultura e la creatività europea, mettendo fine al far-west digitale”. Nello specifico, viene individuato il “nemico” nei grandi aggregatori di notizie, come Google News, che tramite algoritmo raccolgono ogni giorno i link a milioni di contenuti (articoli, musica, video, foto, ecc.), guadagnando tramite la pubblicità che accompagna tutte le loro pagine.

Messa così, tutto sembra molto logico e giusto. Anche a noi, in fondo, dispiace vedere il nostro lavoro “piratato” da qualcuno che non autorizziamo a ripubblicare quanto prodotto, oppure a non vedere un centesimo di entrate nonostante gli oltre 3 milioni di visitatori annui...

I problemi sorgono quando si comincia a distinguere tra grandi editori, piccoli editori, singoli produttori di contenuti che si ritrovano aggregati tutti insieme dentro mega-contenitori. Se gli utenti cliccano sul link e vanno dunque a visitare il sito “produttore”, ecco che l’aggregatore svolge una funzione utile, perché rende rintracciabile quel singolo contenuto altrimenti destinato a essere solo un messaggio nella bottiglia in pieno oceano. Se questo non accade – l’utente medio si accontenta spesso di leggere il solo titolo – il produttore di contenuti non ci guadagna nulla, mentre l’aggregatore sì. Comunque.

Una “tassa” sugli aggregatori potrebbe dunque teoricamente portare parte di quei profitti nelle tasche dei “produttori” (soprattutto in quelle degli editori, che hanno già remunerato i loro giornalisti-artisti-ecc, molto meno in quelle dei creatori “spontanei”). Qualcosa del genere è già stato fatto in Spagna e Germania, quattro anni fa, con l’unico risultato – ampiamente imprevisto – di vedere Google chiudere le proprie pagine News per quei paesi.

Dunque la principale motivazione di questa normativa è già invalidata dai precedenti concreti. Anzi, il danno maggiore è stato subito dai piccoli editori, che si sono visti contemporaneamente privati della pubblicità online (il cui prezzo varia in proporzione ai click) e di buona parte della visibilità.

In attesa di vedere il testo definitivo – la votazione di ieri dovrà essere replicata a gennaio, dopo i negoziati con il Consiglio e la Commissione, per cercare un’intesa sulla versione definitiva della riforma; quindi toccherà agli stati membri mettere in atto la direttiva in una forma “nazionale” – sono stati due gli articoli più controversi.

Il numero 11 è per l’appunto quello dedicato alla disciplina dei diritti economici, nell’intento di ri-bilanciare gli squilibri tra editori e piattaforme online, introducendo una “compensazione” per ora non quantificata a beneficio degli editori.

Il 13, invece, è quello che introduce – senza dirlo – una censura selettiva che spinge le piattaforme a diventare “controllori-schedatori” degli utenti ancora più di quanto già non lo siano.

Prevede infatti che le piattaforme online – per esempio Facebook – controllino ciò che viene caricato dagli utenti, escludendo i contenuti protetti dal diritto d’autore. L’esempio pratico è utile: una foto trovata online non potrà più essere postata e condivisa se protetta da copyright (già ora il motore di ricerca Google permette di sapere se un singola foto è utilizzabile oppure no). E così per articoli di giornale, brani di letteratura o poesia, canzoni, ecc.

L’idea di fondo di questo articolo 13 è di spingere piattaforme ed editori (comprese le major di Hollywood o le case discografiche) ad accordarsi per dar forma a una “licenza” che permetta di ospitare contenuti coperti da copyright. Una volta per tutte, in modo da fissare un prezzo stabile e definire un flusso di incassi prevedibile.

Già Youtube utilizza un “Content ID” per evitare che singoli utenti carichino video protetti da copyright. Ma la formula usata dal Parlamento è parecchio ambigua: “utilizzare le tecnologie di riconoscimento dei contenuti per individuare video, musica, foto, testi e codici protetti dal copyright”. Lascia spazio a interpretazioni “nazionali” particolarmente invasive, tanto da traferire la responsabilità dei contenuti pubblicati dai singoli utenti alle piattaforme (già Facebook è particolarmente invasivo, da questo punto di vista).

In una lettera firmata da 70 esperti (tra cui il mitico Tim Berners Lee, considerato il creatore del world wide web, e Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia), si sostiene che questa misura potrebbe trasformare internet “in uno strumento per la sorveglianza automatizzata e per il controllo degli utenti”.

L’esperto in crittografia e sicurezza Bruce Schneier, uno dei firmatari, specifica che “L’articolo 13 trasforma i social media e le altre compagnie di internet in una specie di polizia del copyright, costringendoli a implementare un sistema di sorveglianza altamente invasivo”.

Il diavolo si nasconde nei dettagli, recita un saggio proverbio inglese... Ed ecco che, di dettaglio in dettaglio, “la difesa della cultura e della creatività europea” partorisce un sistema di sorveglianza individualizzato, come nemmeno nel Big Brother orwelliano.

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15/09/2017

L’informazione è povera, i giornalisti anche. I risultati si vedono

“La situazione dell’editoria è devastante, ormai il 65% degli iscritti è precario o disoccupato. Otto su dieci hanno un reddito intorno ai 10 mila euro, quindi sotto la soglia di povertà”. A sottolinearlo è stato il presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Nicola Marini, nel corso del suo intervento alla 10/a edizione di ‘Media Memoriae’. Disaggregando ulteriormente il dato, emerge che il 40% degli oltre 35mila giornalisti attivi in Italia, per lo più sotto i 35 anni, produce annualmente un reddito inferiore ai 5.000 euro.

Secondo i dati elaborati dal Rapporto dell’Agcom presentato lo scorso marzo, negli ultimi quindici anni sono andate crescendo soprattutto le fasce di reddito più basse della professione, a testimonianza del fatto che sempre più giornalisti esercitano la professione in modo parziale e precario.

A sancire questo pessimo stato delle cose, è stato l’accordo siglato nel 2014 tra il sindacato dei giornalisti (Fnsi) con l’associazione degli editori (Fieg) e l’istituto previdenziale dei giornalisti (Inpgi). Con il meccanismo dell’equo compenso si è prodotta una situazione vergognosa. Le tariffe minime stabilite sono 20,80 euro a pezzo per i quotidiani con una media di 12 articoli al mese, 6,25 euro per le agenzie (con un minimo di 40 segnalazioni/informazioni al mese) e le testate web aumentati del 30% con foto e del 50% con un video. Se la produzione giornalistica è superiore, si procede per scaglioni e, paradossalmente, i pezzi successivi vengono retribuiti in misura ancora inferiore.

I dati ci dicono che in Italia quattro giornalisti freelance su dieci nel 2014 hanno praticamente lavorato gratis. In questa condizione si trovano 16.830 giornalisti «autonomi» sui 40.534 iscritti alla gestione separata dell’Inpgi, vale a dire il 41,5% degli iscritti.

Il rapporto del Lsdi presentato tre anni fa alla federazione della stampa, parlava di «zero redditi». In una situazione ancora più rognosa si trovano anche i 23.704 freelance che nel 2014 avevano dichiarato redditi inferiori o pari ai 10 mila euro lordi all’anno. Nel 2014 è stato inoltre registrato un ulteriore calo della retribuzione media: da 10.941 a 10.935 euro lordi annui. Chi lavora con la partita Iva o con la ritenuta d’acconto in Italia guadagna mediamente il 17,9% di chi invece ha un contratto di lavoro dipendente, 5,6 volte di meno.

Da tempo la logica della “liberalizzazione” ha prodotto devastazioni in ogni settore. Se sul lavoro salariato si è abbattuto lo tsunami della ristrutturazione, delle delocalizzazioni e del blocco dei salari, in settori come l’informazione ha agito il medesimo meccanismo espellendone i settori stabilizzati (sia tra i giornalisti che tra i poligrafici) e ricorrendo sistematicamente al precariato, al lavoro a prestazione e deresponsabilizzando le aziende editoriali da ogni dovere contributivo e fiscale.

La Fnsi, il sindacato di categoria, da anni viene sollecitato a vedere come sia profondamente mutato anche socialmente il mondo dell’informazione, ma chi ha posto il problema si è trovato di fronte il muro (e neanche troppo di gomma) di chi continua a pensare che le figure da tutelare siano ancora e solo quelle che operano in Rai o nella grandi testate. Nel caso della crisi aziendale al Sole 24 Ore si è scelto di sacrificare i precari e salvaguardare gli stabilizzati.

E’ evidente come la povertà diffusa tra gli operatori della comunicazione riproduca un abbassamento della qualità nel mondo dei media. Ormai lo spettacolo quotidiano su lanci di agenzia, cronache, gestione di servizi televisivi è disperante. Altro che stimoli alla concorrenza, giornalismo di inchiesta, verifica delle fonti, deontologia professionale. E’ una lotta per la sopravvivenza che mette quotidianamente in contraddizione le aspettative sul “lavoro più bello del mondo” e la giungla di miserie messa a disposizione dai grandi e piccoli monopoli sull’informazione. Le cose migliori (ma anche le peggiori) ormai si trovano sulla rete. I monopoli se ne sono accorti e ne temono le conseguenze (vedi il crollo di vendite dei giornali o la diminuzione di telespettatori sui canali in chiaro). Ma la qualità si scontra sempre più spesso con la povertà delle risorse e delle retribuzioni ed anche progetti innovativi sul piano informativo decollano e atterrano bruscamente e pesantemente in pochissimo tempo. Insomma chi ha il pane non ha i denti. Chi ha i denti deve stringerli, per trovare il varco su cui convergere per rovesciare il tavolo.

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17/05/2016

Tutto in primo piano. E lo sfondo?

Una riflessione sulle modalità della conoscenza, della scienza e della scrittura nell’attualità determinata dalle tecnologie e dal loro uso sociale, sull’irreversibilità dei processi e sulla necessità di indagarli, riconoscerli; di sollevare insomma la mente e lo sguardo dall’infinito presente e – almeno – indovinare la direzione di marcia.

Hai visto mai che si riesca addirittura a definire un minimo di rapporto tra la marcia quotidiana e il punto di arrivo...

*****

Il problema è che siamo troppo appiattiti sull’oggi, con la conseguenza che si finisce per cogliere solo il rapporto, dimenticando il processo. E quando ci si dispone a scandirlo, il processo, si finisce per trovarsi presi nella rete. Ci preoccupiamo di cogliere le più minime modificazioni, ci preoccupiamo delle mutazioni antropologiche. Mutazioni che quelle modificazioni registrano, puntualmente, millimetricamente. Ma l’uomo è l’ente umano generico – è stato detto. Un ente che più plastico non ce n’è. Ci ha abituati a giravolte, capriole, estrusioni e involuzioni, sempre impegnato in imitazioni progressive. Con il risultato che, attenti alle mutazioni antropologiche, non ci accorgiamo delle mutazioni logiche. Attenti al continuo, non cogliamo i salti. Perbacco!

A partire da
più di venti anni fa, forse venticinque, ho abbandonato la macchina per scrivere e sono passato al computer molto prima della maggior parte dei miei colleghi. Però, il mio maestro Vittorio Somenzi, filosofo della scienza, amico e collega dei maggiori cibernetici, non aveva il computer. Teorico dell’intelligenza artificiale, ne scriveva di computer, ma non ci scriveva. Scriveva con una portatile, con la penna o col gesso, e negli ultimi tempi leggeva solo libri di storia. Un mondo fa. Ma non stiamo parlando né dei graffiti nelle caverne, né della stampa tipografica. Stiamo parlando della rete. Che esiste da un tempuscolo.

Ho visto le stesse cose
che hanno visto gli umani, ma con qualche anticipo. Non mi sono negato nulla: sito, blog, social network, liste di discussione. Profili e identità multiple: ho quattro nomi. Ho visto allibito serpeggiare e poi esplodere una incontenibile violenza verbale in liste di discussione abbastanza esclusive, che in confronto Facebook risulta un club di bigotti. Più recentemente ho visto anziani cattedratici farsi un profilo su FB e far di tutto per emulare gli “amici”, un po’ come quando si balla per la prima volta l’hully gully. Una mimesi plumbea e catafratta. Chi ci guadagna?

Rispondo subito al quesito che Marco Palladini pone nel suo testo di convocazione. No, non credo che si possa indirizzare lo sviluppo della rete, per lo meno senza enormi capitali. Capire e prevedere però sì. Non si torna indietro, “nulla sarà più come prima” – nonostante, in generale, l’uso della formula sia fervidamente scaramantico. Per essere chiari, non credo che si possa ipotizzare un ritorno delle tecniche, per usare una nozione dell’economia. Certe modificazioni sono irreparabili. Comunque vada, la contemplazione della produzione esponenziale delle identità, lungi dal potenziare il soggetto, lo sgretola definitivamente, impedisce una volta per tutte la responsabilità. Tante identità, nessun soggetto. Cuccù, sèttete.

La percezione è oggettiva, la scienza è soggettiva
, si sente ripetere come un karma. L’unico significato possibile di questa apparentemente paradossale asserzione è che, per raggiungere una visione distaccata, immersi come si è in questo cloud, si deve compiere un’impresa titanica e consapevole. Il problema è – per dirla in altro modo – che stiamo pescando tutti nella stessa memoria, negli stessi archivi, nello stesso immaginario. Un potente meccanismo di autocolonizzazione. Nulla viene più da fuori.

Si era riusciti a dimenticare un certo gruppo musicale, una certa faccia, un certo nome, un certo autore, un film infamante, un calciatore, un Carosello, una figurina... Niente da fare, inesorabilmente e casualmente, c’è qualcuno che vanifica una lunga operazione di rimozione. E ci scarica addosso la montagna di ciò che avevamo messo da parte. Non si è soltanto ciò che si ricorda, ma anche, e direi soprattutto, ciò che si è riusciti a dimenticare. Gli agguati alla soggettività sono continui. Ma dico io, se il letterato permane sui social network, quando ha il tempo per formarsi? Per attendere alla propria Bildung? La Bildung di tutti è la Kultur ridotta ai livelli più bassi. Ormai, in questa corsa disperata, il tempo si prende sugli ultimi. Nemmeno i decoubertiniani ortodossi potrebbero accettare questa maledizione.

Le tragedie saranno tutte in due battute. I racconti avranno il limite delle battute di Twitter. Hai scritto un libro? Pùbblicalo! Se si prova a quantificare, a seguire da presso l’andamento, il bilancio degli acquisti e delle perdite, si capisce che il limite è stato già superato, siamo già tutti al di qua. Né apocalittici, né integrati: tutti fottuti. E comunque, i letterati non riusciranno a salvare la letteratura perché non riescono a selezionare e selezionarsi.

Parlo da editore, ho cessato di pubblicare l’Almanacco Odradek, perché era chiaro che la formula evocava quella della palestra. Ci vado quando mi pare, mi alleno, faccio un po’ di stretching e esco. È finita l’epoca dei manifesti, caro lei!

La collana di narrativa è morta lì, perché è stato chiaro che una collana affidata a testi di ricerca era scansata e guardata con repulsione, addirittura da ciascuno di quelli che aspiravano a pubblicarvi un proprio testo. Della serie, chi leggerebbe più Gianni Toti?

Le falde sono inquinate dal percolato di cui sopra. Tutti scrivono e non c’è più tempo per leggere. Gli editori aumentano e i lettori diminuiscono. La letteratura potrà farcela? Forse. Ma è il letterato che va verso l’estinzione. Se continua a sfarfallare nella rete, di sicuro la letteratura non sarà più la stessa, e probabilmente non si potrà più parlare di letteratura.

Fin qui la mia può sembrare una patetica recriminazione: o tempora o mores! E invece no. Dalla rete mi aspetto molto.

Aspetto il primo manuale di storia europea, che parli di rapporti e di processi, e senza eroi. Per far questo, la rete aiuta, ma non basta. Ma senza rete non si fa.

Aspetto il primo manuale di Filosofia, senza nomi di filosofi. Si può fare! Ci vuole un team internazionale che lavori ciascuno a casa sua a un testo blindato. E guai a chi tocca una virgola.

Aspetto un prepotente avviarsi di meccanismi di selezione qualitativa. Nessuna misericordia per chi scrive. Hai scritto? Sei già stato gratificato. Per essere pubblicato, devi concorrere. Se non accetti il giudizio, apri un blog per pochi intimi. E pèrditi nella rete.

Se e dove ciò possa accadere, non lo so. Il problema è la lingua. Se continuiamo a parlare la lingua che ci parla, l’uroboro si chiuderà sempre più, con ciascuno dentro.

Fonte