Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2020

Ignora chi t’ignora

di Mauro Baldrati

Il 21 agosto, un venerdì, ho scritto una mail – corredata da queste foto – al Comune di Casalecchio di Reno (BO), all’attenzione dell’assessore all’Ambiente: “Gentile dottoressa, a Cesenatico, dove mi trovo, nel parco del Levante ci sono queste postazioni, piccole palestre all’aperto, molto utilizzate. Perché nel parco Talon, visto che ora è un insieme di prati, non ne impiantate di simili? Il parco è frequentato da sportivi, e penso che la cosa sarebbe molto apprezzata.
Cordiali saluti.”

A tutt’oggi non c’è risposta. Ma è normale. Questo comune ha la caratteristica di non rispondere alle mail. Un anno fa ne ho inviata un’altra al settore Lavori Pubblici che recitava: “Ma come avete potuto permettere all’impresa che ha effettuato gli scavi per le canalizzazioni della fibra di ricoprire gli stessi col cemento e non con l’asfalto? Ora si sta spaccando, e sarà necessario rifare il lavoro.”

Nessuna risposta. Anzi, il comune ha eliminato i link dei settori dall’home page, così se qualcuno vuole scrivere o telefonare alla Cultura, all’Ambiente, deve procurarsi i recapiti per conto suo. È un segnale. Un segnale di modernità. Infatti l’ente pubblico si ritira, dai territori, dai cittadini, che probabilmente sono visti come rompiscatole, portatori di richieste e osservazioni “basse”, che disturbano il manovratore.

Questa modalità si è estesa a tutto il paese, in tutti i settori. Visto che siamo tutti scrittori, è arcinoto che gli editori e gli agenti non rispondono alle mail. Viene da dubitare della loro stessa esistenza. O meglio, gli agenti talvolta rispondono, specialmente quelli medi o piccoli, ma chiedono compensi per valutare le opere. Poi, si vedrà.

E pensare che io, che ho attraversato vari periodi storici, gli anni Sessanta, Settanta, Ottanta (dei Novanta e 00 cosa si può dire?), ho avuto la fortuna di conoscere l’era antica in cui tutti rispondevano. Editori, critici, altri autori. E non con le mail, ma con lettere scritte a mano o a macchina, affrancate e spedite.

Durante l’adolescenza scrivevo di getto, con una sorta di furore, dei poemi con la modalità prosa spontanea, che copiavo da Jack Kerouac, uno dei miei eroi, insieme a Allen Ginsberg e Henry Miller. Un giorno decisi di spedirne uno a Fernanda Pivano, che aveva tradotto quasi tutti i beat, e a Mario Praz, che aveva scritto l’introduzione al Tropico del Cancro. Della Pivano ero riuscito a procurarmi l’indirizzo, per Praz scrissi semplicemente sulla busta: Mario Praz c/o Accademia dei Lincei, Roma.

Arrivarono le risposte, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. La Pivano scriveva a macchina, Praz con la stilografica, con una calligrafia chiusa, acuminata. La Pivano diceva che se volevo continuare a scrivere dovevo rendere le mie emozioni, le mie storie, dopo averle ripulite dalle scorie intimiste, universali. Così chi leggeva poteva trovare, nella mia scrittura, emozioni e istanze sue. Per anni quelle parole mi sono tornate alla mente, mentre cercavo la mia strada. E ancora oggi le considero un insegnamento importante. Mario Praz scriveva semplicemente che non capiva i giovani. Ci provava, si impegnava, ma era inutile. Per lui eravamo dei mondi lontanissimi. Non era affatto contento di questo. Lo considerava un suo limite, ma non riusciva a superarlo.

Dunque questa è la situazione. Può peggiorare? Immagino di sì, visto che sembra non esserci limite al peggioramento. Forse gli editori più potenti si rinchiuderanno dentro cittadelle fortificate, con guardie armate all’ingresso, assediate da folle di scrittori inferociti mutati in zombies. E potrebbe verificarsi un’effrazione improvvisa che manderebbe tutti nel panico: “È entrato uno scrittore!” Sirene, guardiani armati di mitra a canna corta che corrono in tutte le direzioni.

Pertanto, cari scrittori e aspiranti tali, bisogna prenderne atto, e adeguarsi. Ma come? Incazzandosi. Sì, è un sentimento non solo inevitabile, ma utile. Ma quale tipo di incazzatura? Se non ha sbocchi rischia di rivolgersi contro se stessi, provocando depressione, rancore, e malattia che va ad aggiungersi ad altra malattia. Perché è risaputo che gli scrittori sono quasi tutti dei sociopatici che reagiscono con la fantasia ai problemi di rapporto con loro stessi e con gli altri. Migliorano la realtà, senza uscire di casa, senza viverla veramente.

Invece, se proprio non si può fare a meno di perseverare, non c’è che uno sbocco possibile. Gli editori e gli agenti vi ignorano? Non continuate a insistere, ad aspettare risposte che non arriveranno. Loro vi ignorano e voi ignorate loro. Anzi, cancellateli dalle vostre menti, fate tabula rasa. Nessuna polemica coi vari vincitori dei campielli e delle streghe, e coi grandi editori che pubblicano certi libri fetentissimi. E se fossero creature virtuali create dai computer quantici delle cittadelle fortificate?

Ovviamente detto così, col punto finale, significa qualcosa di molto brutto. Significa la solitudine, privata e pubblica. Il vuoto, l’oscurità. Invece bisogna lavorare. Come? Studiando, non solo scrivendo.

Intanto bisogna capire come hanno fatto, i nostri antenati degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, a creare un mondo parallelo alternativo. Infatti questa era la parola: ALTERNATIVA. Quelli della controcultura, del do it! si organizzavano. Fondavano dei movimenti di assistenza e di supporto, distribuzione abiti, coordinamenti di avvocati, giornali autogestiti, teatri, concerti. Il concetto era quello di fondare cellule alternative sane in un organismo malato, che diffondendosi potevano guarirlo.

Questa modalità è continuata nei due decenni successivi con l’underground, il do it yourself! dei punk e della new wave, soprattutto nel campo della musica, che resta un sistema di comunicazione universale, perché sconta in misura minore il limite della lingua.

Per cui sarebbe interessante studiare i loro linguaggi, le loro iniziative, cercando documenti e filmati. Esistono anche dei libri utili, uno dei quali è il sempre attuale L’orda d’oro.

Ma non basta. Lo studio deve riguardare anche le opere. La ricerca della propria strada non deve fermarsi. Questo è il punto più delicato. Non è che il mitico esordiente una mattina scende dal letto, butta le braccia in alto e grida alè!!! scriverò un libro che spacca! Magari sì. Magari è nato un nuovo Rimbaud, ma c’è da dubitare fortemente. Lo studio deve uscire dalle viscere, dallo stomaco, dallo stato di esaltazione, e guardare i dintorni. Come sono i tempi, i luoghi, i flussi? Cosa accade dentro il tempo morto, nello spazio trafitto dalla deiezione umana e dai virus? Anche perché, rispetto agli antenati, è sorto un nuovo problema. Anzi, IL problema: l’omologazione di ciò che resta dei lettori. Gli antenati avevano un seguito, un pubblico. Avevano i cittadini del mondo alternativo. Oggi, sembra che il pubblico moderno si precipiti negli store per allungare la mano verso le gigantesche pile dei colibrì e compagnia bella. Quella è la merce che bisogna comprare. Che deve essere non solo letta, ma piaciuta.

Poi, a quel punto, poiché lo stato delle cose riguarda anche gli editori minori, che cercano di sopravvivere all’esterno della cittadella, potrebbe nascere un consorzio di tutela, tipo quello del Parmigiano. Una gabbia per le copertine uguale per tutti, con libertà di immagini, di grafica, di titolo e, in basso, la dicitura Editori Alternativi, seguita dal nome dell’editore affiliato al consorzio. Per esempio, Gli Imperdonabili, hanno elaborato un decalogo con le istruzioni per scrivere narrativa. Si può non essere d’accordo, si può non adottarlo, ma l’idea di un gruppo di tipi che scrivono in modalità collettiva è intrigante. Il tutto sotto l’ombrello del consorzio. Un marchio di identità e di qualità.

È un sogno?
Chissà.

Però sarebbe l’inizio di una costruzione, una fondazione, una macchina da guerra.

E come in ogni guerra è indispensabile studiare anche il Sun Tzu.

L’arte di combattere senza combattere.

Fonte

06/10/2019

Due passi avanti nell’Underground e uno indietro nell’oblio

di Sandro Moiso

Barry Miles, Beatles. The Zapple Diaries, Jaca Book, Milano 2019, pp. 272, 30,00 euro

Zapple presenterà suoni di ogni tipo... non necessariamente la musica che conoscete, amate o temete. (Comunicato stampa per il lancio negli USA della nuova etichetta discografica dei Beatles, 1° maggio 1969)

Per una volta iniziamo dalla fine ovvero dalle parole con cui John Lennon descrisse all’autore del libro il fallimento dell’avventura artistica e imprenditoriale della Apple, l’etichetta discografica che i quattro di Liverpool avevano fondato e si erano intestati non soltanto per promuovere le proprie opere, ma anche per lanciarsi nel mondo dell’underground e della controcultura attraverso la sua parallela Zapple: “Apple è stata una manifestazione di ingenuità beatlesiana, di ingenuità collettiva: dicevamo che avremmo fatto questo e quello, che avremmo aiutato chiunque e via dicendo: E siamo rimasti fregati alla grande, proprio alla grande. Non si sono fatti vivi gli artisti migliori, nessuno che valesse la pena di registrare – ci siamo beccati tutti gli scarti, gente a cui tutti gli altri avevano chiuso la porta in faccia. E gli altri, quelli che ci stavano veramente dentro, sono rimasti alla larga perché erano troppo orgogliosi”.
Un’efficace descrizione di un fallimento forse annunciato ma che, allo stesso tempo, descrive e sintetizza le speranze, le ingenuità, le gelosie e l’inettitudine che caratterizzarono la breve stagione della controcultura, al di qua e al di là dell’Atlantico, sul finire degli anni Sessanta.

Barry Miles (classe 1943), autentico cronista di quella cultura a cavallo degli anni Sessanta e Settanta cui ha dedicato decine di testi, fu indubbiamente tra i protagonisti di quella stagione: fondatore di International Times, meglio nota come IT, la prima rivista underground inglese ed europea, gestore di librerie e gallerie d’avanguardia (tutte destinate a chiudere quasi sempre rapidamente i battenti), amico e sodale di musicisti, poeti e artisti sui due lati dell’Atlantico, oltre ad essere anche tra gli organizzatori del 14 Hour Technicolor Dream, il concerto tenutosi il 29 aprile 1967 presso la Great Hall dell’Alexandra Palace di Londra, che avrebbe lanciato definitivamente gruppi come i Pink Floyd e i Soft Machine.

Nel testo, uscito in lingua originale nel 2014 per la Elephant Book Company Limited e corredato da un apparato iconografico piuttosto ricco ed interessante nell’attuale edizione, con ironia molto british e molta partecipazione, con qualche traccia di antipatia nei confronti di John Lennon e Yoko Ono e di ammirazione per il giovane Pul McCartney, narra appunto le vicissitudini di un esperimento creativo ed imprenditoriale, quello della Zapple Records, destinato all’insuccesso probabilmente fin dai primi vagiti che ne accompagnarono la nascita, di cui ci rimangono soltanto due opere, criptiche ed insolute: The Unfinished Music no.2. Life with Lions di John Lennon e Yoko Ono, assistiti da due musicisti jazz d’avanguardia come John Tchicai al sax e John Stevens alle percussioni, e Electronic Sounds di George Harrison, destinate a vedere la luce entrambe il 9 maggio 1969.

Come afferma nella sua prefazione Enzo Gentile:
I solchi del primo vinile rilasciano rumori, feroci feedback chitarristici, singhiozzi, strepiti: in parte le registrazioni provengono dall’ospedale in cui Yoko era stata ricoverata per una minaccia d’aborto.
Sono macchie di vita, emozioni e virus potentissimi, da sprigionare tra lo stupore dei media e la sostanziale incomprensione dei fans dei Beatles: i quali contemporaneamente lanciavano sul mercato il singolo Get Back, seguito dopo qualche settimana da The Ballad of John and Yoko, mentre correvano a pieni giri anche i motori delle session di Abbey Road, previsto per fine settembre.
Uno tsunami continuo, inafferrabile, il precipizio e l’estasi dentro il perimetro beatlesiano che oggi pare irreale, quasi una sfida al buon senso comune...
Un’esperienza crepuscolare, sul finire della storia del quartetto che più ha segnato la musica pop degli anni Sessanta in termini di successo, creatività e innovazione, che non vide coinvolti soltanto altri musicisti ma, soprattutto, anche poeti e scrittori del calibro di William Buttoughs, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, Richard Brautigan, Charles Bukowski, Ken Weaver (membro dei Fugs) e Charles Olson.

Sì, poiché mentre gli artisti che furono prodotti e raggiunsero il successo con l’etichetta Apple, o anche soltanto lo sfiorarono, furono piuttosto insulsi come Mary Hopkins oppure i Grapefruit, il piano della Zapple prevedeva la pubblicazione di dischi contenenti le registrazioni di tali altri poeti mentre recitavano o leggevano le loro opere. Pare oggi incredibile, quando anche le letture di Patti Smith sembrano stentare a raccogliere un minimo di successo, ma all’epoca la poesia registrata poteva raggiungere buoni livelli di vendita e i festival di poesia potevano essere affollati anche da migliaia di persone.

Barry Miles avrebbe dovuto essere il responsabile di tali registrazioni e di tale settore della Zapple ed effettivamente ne realizzò diverse, sia in patria che negli Stati Uniti. Ma quell’esperienza doveva essere fatta, shakespearianamente, della sostanza dei sogni e quelle che furono realizzate effettivamente furono pubblicate solo successivamente, alla chiusura dell’esperienza Zapple, su altre etichette (EMI-Harvest, Folkways, Fantasy), mentre quelle di Charles Bukowski uscirono soltanto nel 1988 come album doppio per la King Mob: At Terror Street and Agony Way.

La parte più consistente di questi diari è proprio quella dedicata a questi incontri e all’influenza che alcuni di questi poeti, principalmente Burroughs con la sua tecnica di cut-up e Ginsberg con le sue stravaganze, ebbero sui Beatles e su John e Paul in particolare.

Un libro sicuramente da leggere per conoscere e approfondire la storia, e non il mito, di un’epoca e di un gruppo fondamentali per l’evoluzione della musica popolare e della cultura contemporanea, attraverso la breve vita di un’etichetta e di un progetto (febbraio 1969 – giugno dello stesso anno) destinati all’oblio nei fatti e al culto nella memoria di chiunque li abbia conosciuti e apprezzati.

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07/12/2018

Ciao, Gian Maria. E graze!


Ventiquattro anni fa, si spegneva Gian Maria Volonté. Un attore contro, senza fraintendimenti, senza tentennamenti, senza ambiguità. Rinunciò a Novecento di Bernardo Bertolucci e a Il Padrino di Francis Ford Coppola, per esempio, pur di costruire progetti altri, e girare film piccoli, in cui credeva.

Un attore militante, la cui passione politica, dichiaratamente comunista, mette i brividi – e personalmente mi inumidisce gli occhi – al cospetto dell’odierno sfacelo artistico, politico, culturale, ideale. Un deserto in cui cinema, teatro, letteratura, arte sono soggiogati dalla bastarda legge del denaro, della merce, del profitto. E dell’ego idolatrato e sovraesposto.

Un attore contro, dunque, Gian Maria. Innanzitutto, contro il sistema produttivo-mercantile di un Capitale che ha imposto le sue logiche asfissianti e miserande, reazionarie e omologanti, oltre che alla struttura economica, anche e soprattutto alla sovrastruttura culturale. E quindi alla creatività, al pensiero critico e dissidente, alla bellezza. Declinando il tutto, ormai, in cadenze di oscenità. Un immaginario da postribolo dannunziano – direbbe il commissario di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – con intellettuali adagiati comodamente sul pavimento di casa dei potenti. Attori cortigiani. Registi à la page. Scrittori da salotto. Artisti museificati. Giornalisti tappetino. Poeti da canzonetta.

Ma anche un attore partigiano, Gian Maria. Dalla parte della Classe Operaia. Dalla parte del Proletariato. Dalla parte degli ultimi. Un compagno che non ha temuto la galera e ha sempre saputo da che parte stare. Come quando aiutò Oreste Scalzone ad espatriare in Francia. Gian Maria morì quasi dimenticato da un cinema italiano già in declino verticale.

Da tempo era costretto a lavorare fuori dai confini patri. Il suo ultimo film fu Lo sguardo di Ulisse, di Theo Angelopoulos. Un cinema italiano ingrato col suo figlio più generoso e geniale. Ma già pronto ad osannare – in anni di riflusso e smobilitazione ideologica – le emergenti mediocrità, cui nel nome del mercato si attribuiscono allori, oscar, premi. Con l’eccezione di pochi. Tra cui vale la pena ricordare un amico di Gian Maria. Quel Renato Carpentieri, splendido attore di teatro, impetuoso interprete de La Tenerezza di Amelio, che sincere lacrime versò per Volonté al suo funerale. Attori diversi, ma simili nella passione politica e nell’impegno.

Quell’impegno che portò Gian Maria a dire: «Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita».

Un pensiero che i tanti, troppi attori che, oggi, celebrano il nome di Volonté, dichiarando di ispirarsi alla sua concezione artistica, dovrebbero ripassare. Le idee per sopravvivere devono camminare sulle gambe della realtà. Altrimenti le si umilia, con la propria incoerenza. Ciao Gian Maria. E grazie!

*****

Per aiutare a capire cosa si intenda per “militanza politica” di un attore straordinario, ci sembra un dovere riproporvi questo cortometraggio girato da Gian Maria Volonté insieme ad un gruppo di altri straordinari attori di quegli anni. Ricostruisce l’omicidio di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, provocatoriamente accusato per la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), eseguita dai fascisti su indicazione dei servizi segreti italiano e statunitense. La scena si svolge nell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, al quarto piano della Questura di Milano.


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14/10/2018

Ciao Eric!


«I liberalismi politico ed economico, da soli o in combinazione, non possono fornire la soluzione ai problemi del XXI secolo. È ora di prendere di nuovo Marx sul serio»: così Eric J. Hobsbawm concludeva, nel 2011, la sua raccolta di saggi sullo sviluppo e l’impatto del pensiero di Marx, intitolata significativamente Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo.

Storico marxista, fine studioso e grande estimatore di Gramsci (vedi), iscritto al piccolo Partito comunista britannico fino al 1989, Hobsbawm è stato sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Ed è per questo che la sua morte, avvenuta nelle prime ore di lunedì, è una di quelle che pesano non solo nel campo della storiografia – dove il suo contributo allo studio della storia delle classe subalterne, del lavoro, delle economie pre-industriali, del nazionalismo e delle tradizioni nazionali e le sue grandi sintesi di storia mondiale posero le basi per le principali interpretazioni dell’età contemporanea – ma anche in quello della riflessione politica sulle dinamiche economiche e sociali più attuali. Instancabile pensatore, a novant’anni suonati Hobsbawm continuava, infatti, a studiare e a spiegare con straordinaria chiarezza espositiva le tendenze mondiali successive al 1989-91:
Il modello di socialismo di tipo sovietico, l’unico tentativo finora di costruire un’economia socialista, non esiste più. D’altra parte si è avuto un enorme e accelerato progresso nell’ambito della globalizzazione e della pura e semplice capacità di generare ricchezza degli esseri umani. Questo ha ridotto il potere e la portata dell’azione sociale ed economica degli Stati-nazione, e dunque delle politiche classiche dei movimenti socialdemocratici, che consistevano innanzitutto nell’esercitare pressioni sui governi nazionali affinché venissero introdotte alcune riforme. Data la rilevanza assunta dall’integralismo del mercato, tale progresso ha inoltre generato un’estrema diseguaglianza economica all’interno dei Paesi e tra le regioni, e ha riportato l’«elemento catastrofe» nel ritmo ciclico basilare dell’economia capitalistica, inclusa quella che è diventata la crisi globale più seria degli anni Trenta del Novecento. [Come cambiare il mondo, p. 19]
Si tratta, ovviamente, di riflessioni che potrebbero suonare quasi scontate alle orecchie di un militante, ma che lo sono molto meno in quell’ambiente accademico dove Hobsbawm – per quanto inizialmente osteggiato a causa degli ideali comunisti che professava – era unanimemente ammirato e rispettato. Un ambiente accademico che, in Italia e non solo, si fa spesso cassa di risonanza della “necessità dei sacrifici” e del “ce lo chiedono i mercati”.

Il senso critico e la passione storiografica di Hobsbawm erano il frutto tanto delle sue straordinarie capacità di studioso quanto, soprattutto, della sua militanza comunista, che ebbe un riflesso piuttosto evidente nei suoi interessi di ricerca: sulla scia di Gramsci, infatti, egli era convinto che ogni sforzo per trasformare il mondo fosse vano se non accompagnato da una riflessione storiografica originale. Da queste considerazioni derivò il suo sforzo per farsi leggere e apprezzare anche da un pubblico non specialista.

Se è conosciuto tra il grande pubblico soprattutto per le sue grandi opere di sintesi – la quadrilogia che copre la storia del mondo nel periodo compreso tra il 1789 e il 1989-91 (L’età della rivoluzione, 1789-1848, 1962; Il trionfo della borghesia, 1848-1875, 1975; L’età degli imperi, 1875-1914, 1987; Il secolo breve, 1914-1991, 1994) –, i suoi interessi riguardavano soprattutto lo studio delle classi subalterne e della «gente (non) comune», cioè di quanti raramente trovano spazio nei libri che raccontano la storia come un insieme di eventi e di azioni di uomini illustri, di battaglie e di firme di trattati, di invenzioni eccezionali e di discendenze nobiliari.

Vero e proprio pioniere della storia sociale, Hobsbawm, infatti, fin dalla fine degli anni ‘50 si era distinto nello studio della storia del lavoro e delle economie pre-industriali, per passare in seguito prima all’analisi delle forme pre-industriali di rivolta sociale (I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, 1959; I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, 1969) e, poi, a uno studio più approfondito sulle figure dei rivoluzionari (I rivoluzionari, 1973). A questo accompagnò una vivace curiosità per la vita culturale – e in primis per le tendenze musicali – come dimostra la sua Storia sociale del jazz (1989) e i numerosi intermezzi culturali presenti nelle sue ricerche.

Una grande sintesi di questi interessi “onnivori” di Hobsbawm è costituita certamente dalla raccolta intitolata Gente non comune (in inglese, Uncommon people. Resistance, rebellion and Jazz, 1998), nella cui introduzione spiegò:
Questo libro è quasi interamente dedicato al tipo di persone i cui nomi sono di solito ignoti a tutti, se non a familiari e a vicini, nonché, nelle moderne organizzazioni statali, agli uffici che registrano nascite, matrimoni e decessi. […] Questi uomini e queste donne formano gran parte della specie umana. Le discussioni degli storici sull’importanza degli individui e delle loro decisioni non li preoccupano. L’espunzione delle loro biografie dall’esposizione dei fatti non lascerebbe traccia sul piano narrativo della macrostoria. Tuttavia, la tesi del mio libro non è solo che le biografie in questioni meritino di essere salvate dall’oblio e da quella che E.P. Thompson ha chiamato, con parole diventate famose, «l’enorme alterigia della posterità». […] Ma il punto che più mi sta a cuore è che collettivamente, se non come singoli, quegli uomini e quelle donne sono stati protagonisti della nostra storia. Quello che hanno pensato e fatto è tutt’altro che trascurabile: era in grado di influire, e ha influito, sulla cultura e sugli avvenimenti, e questo non è mai stato così vero come nel XX secolo. Perciò ho voluto intitolare quest’antologia sulle persone ordinarie, quelle che si è soliti chiamare «persone comuni». Gente non comune. [Gente non comune, pp. 7-8]
Coerente fino all’ultimo, Hobsbawm non rifiutò mai gli ideali comunisti che aveva professato per tutta la sua vita, rifiutando di cedere a quanti gli chiedevano scuse e abiure per la sua militanza nel partito comunista britannico anche dopo i fatti di Ungheria del 1956 e, addirittura, fino al 1989. Con la sua morte perdiamo uno dei più grandi intellettuali marxisti, un compagno, uno storico brillante: un vero e proprio punto di riferimento culturale, per specialisti e non. Ciao Eric!

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Seppur con 7 anni di ritardo, questo articolo andava ripubblicato. 

28/12/2015

Controcultura: L'invisibile ovunque, di Wu Ming

Nel dicembre del 1915, a qualche mese dall'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale, sul fronte italo-austriaco terminava, con un nulla di fatto (e migliaia di morti da parte italiana quanto austriaca), la quarta battaglia dell'Isonzo. Nei due anni di guerra seguenti, su quel fronte, altri otto lunghi scontri avrebbero atteso i soldati delle due nazioni; a centinaia di migliaia dei quali fu riservata una morte atroce, mutilazioni, nonché profondi traumi psichici per chi magari aveva “fortuna” di scampare alle bombe e ai proiettili. Sugli altri teatri di guerra la situazione era la stessa. Yvan Goll, poeta franco-tedesco vicino al surrealismo, scrisse che in quegli anni la guerra correva “come un muro grigio intorno all'Europa”, e tanto era penetrata nella vita di tutti che era “l'invisibile ovunque”. Proprio quest'ultimo verso dà il titolo al più recente lavoro del collettivo Wu Ming.

Come il gruppo di scrittori ci ha abituato in questi anni, gli elementi di fiction nel romanzo sono molto ben mescolati a inserti documentali, frutto di scrupolose ricerche storiche. Anche se l'oggetto letterario in questione non si può propriamente inserire nel genere del romanzo storico codificato. Si tratta di quattro racconti, cui corrispondono quattro diverse angolazioni per puntare lo sguardo su uno degli eventi capitali del XX secolo. Il tema che unisce queste diverse narrazioni è quello della fuga dagli orrori della trincea. Una fuga che prende forme diverse: quella della simulazione della “follia di guerra” per ottenere l'esonero dalla leva militare; quella della “follia” dell'arte e del paradosso, la sola in grado di svelare la vera dissennatezza del furore guerrafondaio; e anche quella, dai risvolti più oscuri, dell'arditismo.

Per quanto queste storie siano separate, esiste una sottile rete di rimandi, di ricorrenze e di simboli che le lega – ad esempio il continuo riferimento a nugoli d'insetti di vario tipo, immagine che si associa ai battaglioni di soldati al massacro. Un congegno narrativo che ha l'intento di farla finita, una volta per tutte, con il mito del “sacrificio per la Patria”, con la religione della morte gloriosa, gravida di fascismo. Dunque si punta tutto sul racconto dell'“ingloriosa” diserzione, del rifiuto di farsi scannare dalle sventagliate delle mitragliatrici o dalla pioggia delle bombe da mortaio. Così si prende per mano il lato migliore dell'avanguardia storica, quella del surrealismo di André Breton e di Jacques Vaché (figure paradossali del terzo racconto), si valorizza il gesto artistico in grado di “trasforma[re] l'arte in vita salvata”, contrapposto al gesto estetizzante dannunziano, all'elogio futurista della “guerra sola igiene del mondo”. Il linguaggio dell'arte rivoluzionaria è tanto (volutamente) in contrasto con lo spirito del tempo da rendersi incomprensibile a chi è ubriaco di bellicismo. Quindi dall'invisibilità diffusa della guerra, dimensione che pervade tutte le forme di vita sociale, il racconto finale ci pone di fronte a un tipo diverso d'invisibilità, di chi tenta di salvarsi la pelle, magari in attesa che i nodi vengano al pettine e che la talpa della storia faccia il suo lavoro.

A noi che ancora oggi abbiamo di fronte un'Europa cinta ai suoi confini da un “muro grigio”, un anello infuocato d'indicibili massacri – senza dimenticare quelli che (grazie agli apprendisti stregoni esportatori di “missioni di pace”), ritroviamo al suo interno –, un così salutare elogio della diserzione e del rifiuto della guerra dovrebbe far balenare uno spiraglio di luce.

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