Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2025

La guerra è tornata, la morte ha di nuovo fretta di rientrare nella nostre vite

I governi europei brancolano nel buio pesto della memoria storica.

La seconda guerra mondiale rappresenta l’allargamento della guerra di massa in guerra totale. Le sue perdite sono letteralmente incalcolabili e anche stime approssimative sono impossibili, poiché (diversamente dalla prima guerra mondiale) la seconda guerra mondiale uccise i civili non meno dei militari e le peggiori stragi si ebbero in tempi e in luoghi nei quali nessuno poteva registrare né si prendeva cura di farlo.

Si è stimato che le morti direttamente causate dal conflitto ammontino a una cifra dalle tre alle cinque volte più alta di quella stimata per la prima guerra mondiale (Milward, 270; Petersen, 1986); in altre parole, essa comprende dal 10% al 20% della popolazione complessiva dell’URSS, della Polonia e della Jugoslavia; dal 4% al 6% della popolazione della Germania, dell’Italia, dell’Austria, dell’Ungheria, del Giappone e della Cina.

Le vittime in Gran Bretagna e in Francia furono molto più basse che nella prima guerra mondiale, circa l’1%, ma furono più alte negli USA. Tuttavia, queste sono supposizioni.

Le vittime sovietiche sono state stimate variamente, anche da organismi ufficiali, nell’ordine di sette milioni, undici milioni, o venti perfino trenta milioni. In ogni caso, che cosa significa l’esattezza statistica quando gli ordini di grandezza sono così elevati?

Forse che l’orrore dell’olocausto si attenuerebbe se gli storici concludessero che furono sterminate non sei milioni di persone (questa è la rozza stima originaria, quasi certamente esagerata), ma solo cinque o quattro? E che cosa cambia se i novecento giorni dell’assedio tedesco a Leningrado (1941-44) causarono la morte per fame e per sfinimento di un milione di uomini o solo di settecentomila o di mezzo milione?

Possiamo davvero comprendere cifre che oltrepassano la nostra capacità di intuire una realtà fisica?

Che cosa vuol dire per il lettore medio di questa pagina che dei 5,7 milioni di russi prigionieri di guerra in Germania ne morirono 3,3 milioni? (Hirschfeld, 1986).

Il solo fatto certo riguardo alla vittime della guerra è che essa uccise più uomini che donne. Nel 1959 c’erano ancora in URSS tra le generazioni di età tra i 35 e i cinquant’anni, sette donne per ogni quattro uomini (Milward, 1979, p. 212).

Dopo la guerra fu più facile ricostruire gli edifici distrutti che le vite dei sopravvissuti. (Eric J.Hobsbawm, “Il secolo breve”, Rizzoli, pagg. 63-64).

Fonte

02/02/2022

È ora di prendere di nuovo Marx sul serio. Eric Hobsbawm, Come cambiare il mondo

«Come cambiare il mondo», di Eric Hobsbawm, è una storia – compatta – del marxismo. Ci sono assenze importanti, come quella di Mario Tronti e dell’Operaismo italiano. Toni Negri e Althusser sono considerati due autori con una formazione francamente insufficiente nella letteratura marxiana. Giudizio che vale più per Negri che per Althusser. Si dice poco o nulla della corrente Sraffiana. In compenso, c’è un importante capitolo su Gramsci, nel quale viene giustamente rilevato il debito di un certo strutturalismo (Althusser, e a ruota Foucault) nei confronti del leader del Partito Comunista Italiano.

In questa lunga storia, ben raccontata, voglio segnalare due innovazioni sulle quali Hobsbawm punta i riflettori e che esercitano ancora, soprattutto in Italia, una certa residua influenza: 1) la svolta del VII congresso dell’Internazionale Comunista (1935) e 2) il lancio, negli anni 1950, del World System.

Nel 1935, al VII Congresso dell’Internazionale Comunista, dopo la discussione del rapporto di attività presentato dal compagno Pieck, viene votata all’unanimità una risoluzione politica. Si tratta di una svolta importante nell’atteggiamento che i Comunisti dovranno tenere nei confronti del Fascismo. La Lotta di Classe sarà subordinata alla lotta al Fascismo. La lotta al totalitarismo avrà la precedenza sulla lotta al capitalismo.

Si tratta di una svolta che in una certa misura anticipa altre lotte, e altre precedenze, che, a partire dagli anni 1960, cominceranno a spuntare come funghi (questione della differenza femminile, questione delle minoranze, questione delle devianze, questione delle divergenze, questione ecologica, questione della droga, eccetera).

II compagno Pieck, delegato del Partito comunista tedesco, nel suo discorso di apertura al Congresso imposta chiaramente quello che allora appariva come un problema capitale davanti all’umanità.

Siamo difronte alla possibilità della distruzione della cultura umana – dice il compagno Pieck – non alla sopraffazione o alla distruzione di una parte (il proletariato), ma alla distruzione dell’umanità.

Questo è il fascismo, dice Pieck. Noi siamo pronti a difendere i resti del parlamentarismo e della democrazia contro il fascismo. Se il fascismo tedesco minaccia l’indipendenza dei piccoli popoli in Europa, dice, la guerra di questi ultimi contro il fascismo sarà una guerra giusta, che noi sosterremo.

Il delegato francese Thorez aggiunge: Noi comunisti lottiamo per il potere dei soviet, per la dittatura del proletariato, che è il solo mezzo per farla finita per sempre. Ma, visto il momento attuale, questa nostra convinzione è condivisa solo da una minoranza della classe operaia e del popolo francese. Dunque, la possibilità di un governo unitario si avvicina. Non si tratta, dice, di una gestione degli affari della borghesia, ma di una lotta contro il fascismo.

La presa di posizione del VII Congresso condiziona ancora oggi le scelte politiche generali in Europa, e in Italia in modo particolare. Socialismo o Anti-Fascismo? Questo è il dilemma.

Il fascismo, scrive Hobsbawm, veniva sì presentato come la versione estrema e logica del capitalismo, ma non si affermava che tutti i capitalisti fossero fascisti.

Il test di ammissione all’antifascismo, scrive, non riguardava la posizione o l’ideologia di classe, quanto esclusivamente la disponibilità a entrare nel fronte antifascista, o, più precisamente, a unirsi all’opposizione contro il fascismo tedesco, principale istigatore alla guerra. I capitalisti sarebbero stati espropriati dopo la vittoria – non in quanto capitalisti, ma come fascisti e traditori.

Furono pochi, scrive Hobsbawm, i comunisti seriamente turbati dalle critiche dei marxisti dissidenti e di altri, i quali sostenevano che rafforzando l’unità antifascista si sarebbero tradite la lotta di classe e la rivoluzione.

L’unità nazionale e internazionale contro il nemico principale sconcertò i militanti, perché era in conflitto con i loro istinti, tradizioni e perfino esperienze. Ciononostante, dice Hobsbawm, la linea antifascista pareva convincente e realistica. Che alternative c’erano alla decisione comunista di combattere la Guerra civile spagnola? Oggi come allora, dice, la risposta dev’essere: nessuna.

I Partiti comunisti italiano e francese, dice Hobsbawm, sono stati duramente criticati per non essere stati capaci di perseguire una politica più radicale nel 1943-45, o addirittura di tentare una presa del potere, ma la massa dei loro membri e simpatizzanti, prevalentemente reclutati nel periodo della Resistenza e della liberazione, sembra averne accettato la linea senza grosse difficoltà.

Si trattò di un periodo breve e difficile, ma le conseguenze furono forti e durature. L’antifascismo comportò un approccio alla lotta per il potere difficile da conciliare con quello della «rivoluzione proletaria», così com’era stata concepita fino a quel momento dai bolscevichi e da altri rivoluzionari sociali. Tutti i comunisti che rifiutarono l’approccio antifascista, scrive Hobsbawm, si condannarono all’isolamento. La maggior parte degli intellettuali, marxisti o no, aderirono all’antifascismo. La lotta al fascismo aveva la precedenza. Se fosse stata perduta, le discussioni sul futuro sarebbero diventate del tutto accademiche.

Infine, bisogna pesare bene un altro fatto. Molti intellettuali, dice Hobsbawm, approdarono al marxismo proprio attraverso l’antifascismo. Finita la guerra, e ritornati alle democrazie parlamentari, in molti avvertirono una certa delusione. I sopravvissuti, scrive Hobsbawm, sono spesso rimasti delusi. Si sono immersi nel proprio passato per capire se avevano sbagliato, per scoprire quali fossero stati i loro errori, o i difetti delle loro grandi speranze. Molti cessarono di essere marxisti. Ma si può senz’altro affermare che, dice, pochissimi di loro, ammesso che ce ne siano, rinnegano la partecipazione alla lotta contro il fascismo e alla sua sconfitta. È difficile trovare un uomo o una donna che si penta del proprio sostegno alla Repubblica spagnola o del proprio contributo, per quanto piccolo, nella guerra contro il fascismo da civile, da soldato o da partigiano. È una parte del loro passato a cui guardano con modesto orgoglio. Per alcuni sopravvissuti dell’epoca, è l’unica parte del proprio passato politico alla quale ripensano con incondizionata soddisfazione. Un’adesione al passato che ha gettato un’ombra lunga e lugubre sul futuro. Il tema del «World System» emerse dopo il conflitto bellico, e fu frutto della fine, certificata dalla guerra, dell’eurocentrismo.

L’affermarsi nella linguistica, nell’antropologia e nella storiografia di un approccio globale, sincronico, strategico, geografico e geopolitico, fu strettamente connesso a una decostruzione del centro, decostruzione che aprì all’idea di gioco, di sostituzione, di orizzontalità, eccetera.

Per quanto riguarda il marxismo, il tema fu aperto da Maurice Dobb, e si strutturò intorno alla questione della transizione dal feudalesimo al capitalismo. C’è una legge generale di movimento (evoluzione) che spiega il rimpiazzo del feudalesimo da parte del capitalismo, oppure non c’è alcune legge di movimento? Paul M. Sweezy contestò l’argomento di Dobb, argomento legato al meccanicismo della Seconda Internazionale. Non ci sono leggi di evoluzione della storia, non c’è nessun meccanicismo. Non c’è alcuna legge del capitale. Nessun meccanismo implicito (legge economica) ha portato alla dissoluzione del feudalesimo.

Sweezy, scrive Hobsbawm, nella dissoluzione del feudalesimo pose al centro il ruolo del commercio. Secondo Sweezy lo sviluppo del commercio fu il fattore decisivo che avviò il declino del feudalesimo nell’Europa occidentale.

Negli anni Sessanta il dibattito si riaprì, innestandosi sulla posizione espressa da Sweezy. A riproporre il tema furono A. Gunder Frank e, in seguito, Wallerstein.

Il loro ragionamento si articola in tre punti:

1) il capitalismo equivale ai rapporti di mercato. Su scala mondiale si sviluppa il «sistema- mondo» (world system), consistente in un mercato mondiale, nel quale un certo numero di Paesi sviluppati «centrali» impone un dominio sulla «periferia», sfruttandola;

2) il «mercato mondiale», nato nel XVI secolo, crea l’economia capitalistica;

3) lo sviluppo dei Paesi capitalistici del «nucleo» metropolitano, attraverso la dominazione e lo sfruttamento del «Terzo mondo», producono il suo «sottosviluppo» progressivo, ossia il crescente e incolmabile gap tra i due settori del mondo.

L’interesse per questi problemi si risvegliò in maniera spettacolare negli anni Settanta, soprattutto in relazione all’America latina. Tutto ciò diede vita al cosiddetto «terzomondismo». I marxisti, scrive Hobsbawm, di rado resistettero alla tentazione di fare uso di questa vaga ma utile definizione. Finché il periodo del «terzomondismo» durò, dice, il pensiero marxista ne fu potentemente influenzato.

Anche in questo caso, il tema marxista della lotta di classe, completamente dipendente dalla struttura del capitalismo, del plusvalore e dello sfruttamento della forza-lavoro, viene superato o accantonato in vista di un conflitto ritenuto principale o, perlomeno, più urgente, il conflitto tra Stati centrali e periferici, il conflitto tra paesi ricchi e paesi poveri.

Il '68, aggiunge Hobsbawm, nei Paesi «sviluppati», trasforma l’accusa verso gli Stati metropolitani «in una critica della società contemporanea in quanto tale», soprattutto «allo scopo di puntellare il rifiuto del mondo creato dall’industria moderna e dalla tecnologia scientifica da parte dell’intellighenzia; e il principale campo di battaglia di questo dibattito è stato fornito dalle università».

La critica alla Metropoli subisce un’ulteriore torsione quando si abbandona il campo dell’economia, per buttarsi mani e piedi nel campo della critica sociologica e culturale. Se esisteva una materia di studio universitaria che rappresentasse questa ricerca, scrive Hobsbawm, di una disciplina critica della società nel suo complesso, questa era la sociologia, verso la quale accorrevano dunque frotte di studenti radicali e che divenne spesso strettamente associata al radicalismo della «nuova sinistra». In secondo luogo, la critica della società metropolitana e l’attrazione terzomondista portava a sostituire gli operai con i contadini, in una regressione terzomondista che nella «nuova sinistra» intellettuale mostrava talvolta la tendenza a rifiutare gli operai come una classe non più rivoluzionaria perché integrata nel capitalismo, forse persino «reazionaria». Il locus classicus di quest’analisi, scrive Hobsbawm, era L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse, del 1964.

È davvero rimarchevole che da questa storia del marxismo raccontata da Hobsbawm rimanga fuori l’Operaismo italiano, ovvero quella versione spuria del marxismo occidentale che aveva 1) ripristinato la centralità della lotta di classe e dello sfruttamento; 2) che aveva bollato l’invenzione sociologica come un momento importante di ristrutturazione dei rapporti di produzione, e che, infine, 3) aveva rigettato ogni approccio terzomondista.

Questa esclusione si giustifica forse con la vicinanza (abbastanza marcata) dell’Operaismo con le tematiche della differenza, tematiche alle quali esso dovrà pagare un alto prezzo. Questa ipotesi è rafforzata dall’ampio spazio concesso a Gramsci, il quale, per come lo inquadra Hobsbawm, si è tenuto lontano sia dal meccanicismo della 2i, sia dallo storicismo esasperato di certo marxismo occidentale.

Gramsci, scrive Hobsbawm, aveva imparato dall’esperienza della socialdemocrazia prima del 1914 che il marxismo non era un determinismo. Non bastava aspettare che la storia portasse automaticamente i lavoratori al potere. Ciò non consegnò Gramsci nelle mani di uno storicismo di stampo romantico, spesso regressivo, intimista, depresso. La sua ossessione non diventò la libertà, l’alienazione, la repressione, il totalitarismo, eccetera. Il fascismo non lo consegnò nelle mani di un illuminismo rovesciato, tale per cui ognuno – il singolo – è, sotto il totalitarismo, ugualmente represso.

Dal momento che, scrive Hobsbawm, era ovvio che in Italia e nella maggior parte dell’Occidente, dagli anni Venti in poi, non ci sarebbe stata una Rivoluzione d’ottobre, e non c’erano prospettive realistiche che ne scoppiasse una, Gramsci dovette ovviamente considerare una strategia a lungo termine. Ma, di fatto, in linea di principio non si impegnò per il conseguimento di nessun risultato in particolare riguardo alla lunga «guerra di posizione» che aveva previsto e raccomandato. Anziché costituire un limite, o consegnare Gramsci a una depressione secolare, come è avvenuto per tutti quelli che, delusi dalla rivoluzione d’ottobre e delusi dai progressi promessi dalla tecnica, diffusero dalle cattedre che occupavano una sfiducia nera che compromise ogni possibilità per il proletariato di costruire una qualsiasi strategia di presa del potere; anziché costituire un limite, l’impossibilità di ottenere un risultato nel breve periodo rappresentò per Gramsci la possibilità di strutturare una strategia di Egemonia originale, positiva, non-reattiva. Gramsci non soffrì la disperazione che colse molti marxisti occidentali. Sulla scia di Lenin, fu l’unico marxista che teorizzò – anzi, praticò – una strategia a lungo termine di presa del potere.

Numerosi tra i luminari di quello che è stato definito «marxismo occidentale», scrive Hobsbawm, possono essere considerati, per così dire, degli accademici, cosa che molti di loro erano o avrebbero potuto essere: Lukács, Korsch, Benjamin, Althusser, Marcuse e altri. Scrissero restando a una o due spanne di distanza dalle realtà politiche anche quando, come Henri Lefebvre, da un momento all’altro avrebbero potuto ritrovarvisi coinvolti in qualità di organizzatori politici. Gramsci, scrive Hobsbawm, non può essere separato da queste realtà, dal momento che anche le sue generalizzazioni più ampie vertono immancabilmente sull’indagine delle condizioni pratiche allo scopo di trasformare il mondo attraverso la politica nelle circostanze specifiche in cui si trovava a scrivere. Come Lenin, non era fatto per la vita accademica benché, a sua differenza, fosse un intellettuale nato, un uomo entusiasta della pura attrazione per le idee. Non per nulla fu l’unico teorico marxista a essere anche il leader di un partito marxista di massa (se si tralascia l’assai meno originale Otto Bauer).

Gramsci mise a punto un pensiero dell’Egemonia. La conquista dell’egemonia, per quanto possibile, prima della presa del potere è particolarmente importante in Paesi dove il nucleo del potere della classe dominante consiste nella subalternità delle masse piuttosto che nella coercizione.

Il problema fondamentale dell’egemonia, considerato strategicamente, non è tanto come i rivoluzionari siano arrivati al potere, anche se la questione è assai importante, ma come giungono a farsi accettare, non solamente come i dominatori politici o inevitabili, ma in qualità di guide e leader.

Tra i teorici marxisti, scrive Hobsbawm, Gramsci è quello che comprese più chiaramente l’importanza della politica come dimensione speciale della società, perché riconobbe che in politica in gioco c’è più del potere. Gramsci è stato il filosofo della prassi politica per eccellenza.

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07/03/2020

La memoria di una sconfitta

di Sandro Moiso

Maria Ferretti, L’eredità difficile. La Russia, la rivoluzione e la memoria (1917-2017), (a cura di A. Berelowitch, M.Carli, L.Rapone, A.Salomoni), Viella libreria editrice, Roma 2019, pp. 354, 32 euro

Non poteva essere più adatto il titolo scelto per questa raccolta di scritti di Maria Ferretti, scomparsa prematuramente nel 2018, dedicati allo studio delle contraddizioni dell’esperienza rivoluzionaria russa e sovietica e alla memoria che di queste si è conservata.

Contraddizioni drammatiche, troppo spesso violente, che hanno reso quell’esperienza un pesante fardello e un’ingombrante eredità per coloro che ancora oggi, a un secolo di distanza, vorrebbero dare l’assalto al cielo. A differenza di ciò che si sarebbe potuto sperare al suo sorgere e per la prima parte del suo cammino.

Una speranza di cambiamento radicale dell’esistente e un modello organizzativo che si sono trasformati in un’autentica sconfitta per il movimento rivoluzionario e per quello operaio del ‘900. E non solo a partire dal 1989, come tanti rappresentanti dei lupanari dei media di regime vorrebbero ancora farci credere per poter dare lustro e gloria al liberismo, alla globalizzazione e al capitalismo, cantandone salmi e lodi.

Una sconfitta tutta interna al movimento rivoluzionario che, pur testimoniata da ricerche che hanno saputo limitare e negare i meriti dell’iniziativa liberale e democratica, non è ancora stata del tutto rielaborata e dalla quale molti non hanno saputo trarre le dovute, necessarie e utili lezioni.

È paradossale, ma fino ad ora il movimento destinato a porre fine, un giorno, all’attuale e catastrofico modo di produzione, ha dovuto saper trarre più lezioni dalle controrivoluzioni che dalle rivoluzioni riuscite. Controrivoluzioni successive alle esplosioni rivoluzionarie, di cui sono state di fatto i carnefici. Come nel caso dell’autentico massacro portato a termine, in casa e fuori, dallo stalinismo e dai suoi servi nei confronti del proletariato internazionale e delle sue avanguardie più sincere.

È proprio per questo motivo che l’opera di Maria Ferretti (nata nel 1958), sia nel suo insieme che nello specifico della raccolta di saggi qui analizzata, può rivelarsi estremamente stimolante e utile.

L’autrice, infatti, ha dedicato praticamente tutto il suo lavoro di ricerca, come affermano i curatori nell’introduzione al testo:
a voler capire – con tutto quello che tale comprensione implicava per una donna che condivideva l’ideale socialista – come un progetto di libertà, nutrito dall’Illuminismo, si fosse trasformato in una delle dittature più terribili e sanguinarie del XX secolo. La sua preoccupazione centrale diventò quella di spiegare la genesi dello stalinismo, né frutto delle contingenze, né completamente iscritto sin dalle origini in un progetto totalitario.1
Quindi non un lavoro svolto sulla base della distanza ideologica, ma sempre, con cura e ponderate riflessioni, dall’interno di una causa ideale che ha dovuto comunque prendere atto della sconfitta di un progetto di liberazione proprio a partire dal percorso prescelto. E, soprattutto, di come il regime sovietico abbia privato il popolo russo della sua storia, attraverso una colossale e sistematica falsificazione. Corroborata per decenni dall’adesione alla stessa vulgata dei partiti “fratelli” stranieri.

Un lavoro che aveva portato la Ferretti a trasferirsi a Mosca e a partecipare, in qualità di osservatrice e storica delle vicende sovietiche, al processo di recupero della memoria avviata in Russia dopo l’apertura degli archivi in cui, per decenni, le storie e le vicende tragiche di milioni di uomini e donne (spesso aderenti al Partito e alla Rivoluzione) erano state nascoste. Cancellandone l’esistenza e trasformandoli in ombre di un passato rimosso e, troppo spesso, negato. Lavoro e attività di ricerca, spesso svolto attraverso i rottami di un naufragio che tante famiglie avevano, comunque e ostinatamente, conservato: cartoline dal gulag, fotografie sbiadite, certificati di nascita, oggetti e lettere, che avevano portato alla realizzazione di La Memoria mutilata. La Russia ricorda, edito dalle edizioni Corbaccio nel 1993. Grazie anche alla consultazione di una vastissima bibliografia e alla raccolta di un gran numero di drammatiche testimonianze personali.

Il testo pubblicato da Viella contiene otto saggi apparsi precedentemente come articoli per varie riviste storiche, italiane e straniere, oppure come relazioni per convegni inerenti agli stessi argomenti.

Saggi che non si fermano al periodo compreso tra il 1917 e la denuncia dei crimini di Stalin avvenuta al XX congresso del Partito sovietico, ma procedono oltre, proprio a dimostrazione di come l’opera di rimozione non si sia fermata ai tempi di Chruščev o con la successiva destalinizzazione.

Dalla ricostruzione della storia di un operaio di Jaroslavl’, Vasilij Ivanovič Ljulin, arrestato nella notte dell’11 giugno 1929 alle lettere di Lunačarskij, in cui quest’ultimo si avvale di Don Chisciotte per esprimere le sue perplessità sul percorso intrapreso alla fine della guerra civile, passando per le testimonianze dei corrispondenti operai della «Pravda» nel 1922, tutto concorre a ricostruire un quadro di una sconfitta politica con cui ci troviamo ancora a fare i conti, non soltanto dal punto di vista storiografico.

Sconfitta legata soprattutto a quella modernizzazione autoritaria cui lo stalinismo avrebbe dato vita in nome dello sviluppo industriale, della Patria e della nazione socialista, e a cui è dedicato un altro dei saggi, e che avrebbe dato vita ad un’elevata conflittualità sociale e alla susseguente e sanguinosa repressione. Insieme alle crisi alimentari e produttive avvenute nelle zone agricole in cui si era dato vita ad una collettivizzazione forzata che scimmiottava, sotto la guida dello Stato e del Partito, le trasformazioni avvenute in agricoltura, in tempi ben più lunghi, che avevano portato alcuni paesi dell’Europa Occidentale alla rivoluzione industriale del XVIII secolo.

Un’idea di sviluppo economico, industriale e sociale che ben poco aveva in comune con il tema della liberazione della comunità umana dal lavoro salariato, ma che anzi ne favoriva la diffusione e l’esaltazione2. Idea che in nome della difesa della patria socialista avrebbe precipitato poi il proletariato russo e mondiale in un conflitto imperialista in cui tutta l’azione dell’antimilitarismo rivoluzionario precedente, che è da considerarsi tra le principali cause che avevano portato alla stessa Rivoluzione del 1917, era stata cancellata e rimossa in nome della democrazia borghese e delle alleanze interimperialiste3.

Una sconfitta con cui dobbiamo ancora fare pienamente i conti, pur continuando a portarne il fardello. Opera che occorre svolgere non per continuare ad esaltare oppure rimpiangere nostalgicamente il passato, ma affinché ci sia di stimolo per non ripeterne gli errori. Esattamente come la stessa Maria Ferretti, di cui attendiamo ancora la pubblicazione di due lavori rimasti inediti (una storia del Gulag e uno sui “disillusi” della rivoluzione), forse avrebbe voluto.

Note:

1) M. Ferrretti, L’eredità difficile, (a cura di A. Berelowitch, M.Carli, L.Rapone, A.Salomoni), Viella 2019, Introduzione p. 8

2) Si veda in proposito anche Francesco Benvenuti, Fuoco sui sabotatori! Stachanovismo e organizzazione industriale in URSS 1934-1938, Valerio Levi Editore, Roma 1988

Sull’antimilitarismo come fattore rivoluzionario nell’Italia del primo Novecento si veda L. Gorgolini, Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, Salerno Editrice, Roma 2019 (qui)

Fonte

Quando leggo pareri, analisi, recensioni di testi inerenti l'URSS noto sempre che a sinistra si cade in un approccio da "peccato originale" che si materializza in giudizi di totale supporto oppure di totale condanna all'esperienza sovietica e sistematicamente si finisce per non uscirne.

Questo stato di cose, tra gli altri, è dimostrato plasticamente dal fatto che a 30 anni dalla caduta del muro, a sinistra non si è ancora stabilito un punto di arrivo circa l'organizzazione materiale cui dovrebbe aspirare il movimento rivoluzionario e men che meno il suo rapporto con il convitato di pietra di ogni ipotesi di trasformazione: il potere.

Rimanendo sull'esperienza sovietica ho trovato illuminante il 16esimo capitolo de Il secolo breve, titolato Fine del socialismo, in cui Hobsbawm, chiude citando le parole di Oskar Lange:
Se fossi nato in Russia negli anni '20 sarei stato un gradualista buchariniano. Se avessi potuto dare un parere sull'industrializzazione sovietica, avrei raccomandato obiettivi più flessibili e limitati, come infatti fecero i pianificatori russi più capaci. E tuttavia, quando ci ripenso, torno sempre a chiedermi: c'era un'alternativa alla indiscriminata, brutale e fondamentalmente disordinata corsa in avanti del primo piano quinquennale? Mi piacerebbe dire di sì, ma non posso. Non posso trovare una risposta.

14/10/2018

Ciao Eric!


«I liberalismi politico ed economico, da soli o in combinazione, non possono fornire la soluzione ai problemi del XXI secolo. È ora di prendere di nuovo Marx sul serio»: così Eric J. Hobsbawm concludeva, nel 2011, la sua raccolta di saggi sullo sviluppo e l’impatto del pensiero di Marx, intitolata significativamente Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo.

Storico marxista, fine studioso e grande estimatore di Gramsci (vedi), iscritto al piccolo Partito comunista britannico fino al 1989, Hobsbawm è stato sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Ed è per questo che la sua morte, avvenuta nelle prime ore di lunedì, è una di quelle che pesano non solo nel campo della storiografia – dove il suo contributo allo studio della storia delle classe subalterne, del lavoro, delle economie pre-industriali, del nazionalismo e delle tradizioni nazionali e le sue grandi sintesi di storia mondiale posero le basi per le principali interpretazioni dell’età contemporanea – ma anche in quello della riflessione politica sulle dinamiche economiche e sociali più attuali. Instancabile pensatore, a novant’anni suonati Hobsbawm continuava, infatti, a studiare e a spiegare con straordinaria chiarezza espositiva le tendenze mondiali successive al 1989-91:
Il modello di socialismo di tipo sovietico, l’unico tentativo finora di costruire un’economia socialista, non esiste più. D’altra parte si è avuto un enorme e accelerato progresso nell’ambito della globalizzazione e della pura e semplice capacità di generare ricchezza degli esseri umani. Questo ha ridotto il potere e la portata dell’azione sociale ed economica degli Stati-nazione, e dunque delle politiche classiche dei movimenti socialdemocratici, che consistevano innanzitutto nell’esercitare pressioni sui governi nazionali affinché venissero introdotte alcune riforme. Data la rilevanza assunta dall’integralismo del mercato, tale progresso ha inoltre generato un’estrema diseguaglianza economica all’interno dei Paesi e tra le regioni, e ha riportato l’«elemento catastrofe» nel ritmo ciclico basilare dell’economia capitalistica, inclusa quella che è diventata la crisi globale più seria degli anni Trenta del Novecento. [Come cambiare il mondo, p. 19]
Si tratta, ovviamente, di riflessioni che potrebbero suonare quasi scontate alle orecchie di un militante, ma che lo sono molto meno in quell’ambiente accademico dove Hobsbawm – per quanto inizialmente osteggiato a causa degli ideali comunisti che professava – era unanimemente ammirato e rispettato. Un ambiente accademico che, in Italia e non solo, si fa spesso cassa di risonanza della “necessità dei sacrifici” e del “ce lo chiedono i mercati”.

Il senso critico e la passione storiografica di Hobsbawm erano il frutto tanto delle sue straordinarie capacità di studioso quanto, soprattutto, della sua militanza comunista, che ebbe un riflesso piuttosto evidente nei suoi interessi di ricerca: sulla scia di Gramsci, infatti, egli era convinto che ogni sforzo per trasformare il mondo fosse vano se non accompagnato da una riflessione storiografica originale. Da queste considerazioni derivò il suo sforzo per farsi leggere e apprezzare anche da un pubblico non specialista.

Se è conosciuto tra il grande pubblico soprattutto per le sue grandi opere di sintesi – la quadrilogia che copre la storia del mondo nel periodo compreso tra il 1789 e il 1989-91 (L’età della rivoluzione, 1789-1848, 1962; Il trionfo della borghesia, 1848-1875, 1975; L’età degli imperi, 1875-1914, 1987; Il secolo breve, 1914-1991, 1994) –, i suoi interessi riguardavano soprattutto lo studio delle classi subalterne e della «gente (non) comune», cioè di quanti raramente trovano spazio nei libri che raccontano la storia come un insieme di eventi e di azioni di uomini illustri, di battaglie e di firme di trattati, di invenzioni eccezionali e di discendenze nobiliari.

Vero e proprio pioniere della storia sociale, Hobsbawm, infatti, fin dalla fine degli anni ‘50 si era distinto nello studio della storia del lavoro e delle economie pre-industriali, per passare in seguito prima all’analisi delle forme pre-industriali di rivolta sociale (I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, 1959; I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, 1969) e, poi, a uno studio più approfondito sulle figure dei rivoluzionari (I rivoluzionari, 1973). A questo accompagnò una vivace curiosità per la vita culturale – e in primis per le tendenze musicali – come dimostra la sua Storia sociale del jazz (1989) e i numerosi intermezzi culturali presenti nelle sue ricerche.

Una grande sintesi di questi interessi “onnivori” di Hobsbawm è costituita certamente dalla raccolta intitolata Gente non comune (in inglese, Uncommon people. Resistance, rebellion and Jazz, 1998), nella cui introduzione spiegò:
Questo libro è quasi interamente dedicato al tipo di persone i cui nomi sono di solito ignoti a tutti, se non a familiari e a vicini, nonché, nelle moderne organizzazioni statali, agli uffici che registrano nascite, matrimoni e decessi. […] Questi uomini e queste donne formano gran parte della specie umana. Le discussioni degli storici sull’importanza degli individui e delle loro decisioni non li preoccupano. L’espunzione delle loro biografie dall’esposizione dei fatti non lascerebbe traccia sul piano narrativo della macrostoria. Tuttavia, la tesi del mio libro non è solo che le biografie in questioni meritino di essere salvate dall’oblio e da quella che E.P. Thompson ha chiamato, con parole diventate famose, «l’enorme alterigia della posterità». […] Ma il punto che più mi sta a cuore è che collettivamente, se non come singoli, quegli uomini e quelle donne sono stati protagonisti della nostra storia. Quello che hanno pensato e fatto è tutt’altro che trascurabile: era in grado di influire, e ha influito, sulla cultura e sugli avvenimenti, e questo non è mai stato così vero come nel XX secolo. Perciò ho voluto intitolare quest’antologia sulle persone ordinarie, quelle che si è soliti chiamare «persone comuni». Gente non comune. [Gente non comune, pp. 7-8]
Coerente fino all’ultimo, Hobsbawm non rifiutò mai gli ideali comunisti che aveva professato per tutta la sua vita, rifiutando di cedere a quanti gli chiedevano scuse e abiure per la sua militanza nel partito comunista britannico anche dopo i fatti di Ungheria del 1956 e, addirittura, fino al 1989. Con la sua morte perdiamo uno dei più grandi intellettuali marxisti, un compagno, uno storico brillante: un vero e proprio punto di riferimento culturale, per specialisti e non. Ciao Eric!

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Seppur con 7 anni di ritardo, questo articolo andava ripubblicato. 

17/07/2016

Colpo di stato. Hobsbawm risponde a Luttwak

Fin dai tempi di Machiavelli molti acuti osservatori si sono serviti di uno tra i più efficaci mezzi stilistici tipici del realismo: porre in contrasto la concreta realtà politica da una parte, e la sua interpretazione ufficiale dall’altra. È uno strumento efficace per tre ragioni: perché è molto semplice da usare (non servono che i propri occhi), perché la realtà politica è notoriamente in contrasto con la retorica moraleggiante costituzionale e legalistica di cui la si ammanta, e perché, strano a dirsi, l’opinione pubblica è ancora pronta a stupirsi quando quest’ultimo punto viene messo in rilievo. Luttwak è senz’altro un commentatore intelligente e ben informato; ma si può sospettare ch’egli, come già Machiavelli, ami tanto la verità non solo perché è vera, ma anche perché non manca mai di scandalizzare l’ingenuo. Perciò ha proposto al pubblico il suo acutissimo opuscolo sul colpo di stato come un manuale per aspiranti golpisti.

Ciò da un lato è una disdetta, perché distoglie l’attenzione dai veri motivi d’interesse che presenta questo suo lavoro e, in qualche misura, pregiudica le sue stesse argomentazioni. Se è indubbio che verrà adoperato nei corsi organizzati dalla CIA o da altre organizzazioni interessate a veloci ed efficaci rovesciamenti di governi sgraditi, non insegnerà nulla che già non sappiano – fatta eccezione, forse, per qualche dritta di ordine pratico – ai veri esperti del campo. Categoria, quest’ultima, che in molti Paesi comprende ogni ufficiale di polizia e forze armate, dai tenenti in su. I cospiratori con velleità letterarie non mancheranno di apprezzare la concisa, dissacrante e divertentissima analisi portata avanti dall’Autore dei diversi tipi di comunicato con cui annunciare alla Patria la salvezza prossima ventura. Ma se quanto dice Luttwak può scioccare un londinese o un americano di Washington, è moneta corrente in città come Buenos Aires, Damasco o anche Parigi, dove l’apparizione di blindati ai crocicchi delle strade è esperienza quotidiana. I più probabili candidati a effettuare un colpo di stato, di certo non hanno bisogno delle dritte di Luttwak.

E chi sono costoro? L’espressione colpo di stato indica chiaramente, e l’Autore lo sa, che appartengono a un gruppo ristretto, dal momento che i golpe sono effettuati sempre ed esclusivamente da forze armate. Questo fatto impone limiti di ordine politico e tecnico che escludono la quasi totalità di noi tutti. Checché ne dica Luttwak, i colpi di stato non sono politicamente neutri. Per quanto gli ufficiali militari – e, dunque, i golpe – possano saltuariamente favorire forze di sinistra, le circostanze in cui ciò avviene sono relativamente rare, anche nei Paesi sottosviluppati. Sfortunatamente l’Autore omette di discutere simili condizioni. Generalmente, lo sfondo ideologico tanto dei militari quanto dei colpi di stato tende verso l’opposto. Il cosiddetto bonapartismo è di solito uno slittamento politico in senso conservatore o, nella migliore delle ipotesi, un’autoaffermazione corporativa delle forze armate come gruppo di pressione nel contesto di generale mantenimento dello status quo.

I regimi che puntano a un cambiamento rivoluzionario della società, profondamente consapevoli di tutto ciò fin dai tempi di Napoleone I, sono sempre stati (almeno fino a Mao Tse-Tung) i più strenui difensori del primato della società civile nelle rivoluzioni e, più in generale, in politica. E lo sono stati al punto di sacrificare a questo principio la costante popolarità dei generali vittoriosi, alla quale persino le elezioni americane non hanno mancato di pagare a lungo il loro tributo. L’esercito, nel modello classico delle rivoluzioni sociali, ha sempre avuto un ruolo negativo: al momento decisivo, avrebbe dovuto rifiutare obbedienza al vecchio regime e, preferibilmente, disperdersi. Le forze di sinistra che ripongono fiducia in ambienti militari progressisti (come nella Cuba del giovane Batista, e in Brasile fino al 1964) hanno finito generalmente per rimanere deluse, anzi che no. Anche i più genuini eserciti “rossi” non hanno mancato di destare diffidenza. Quando i regimi rivoluzionari hanno avuto bisogno di condottieri, hanno preferito generalmente mettere un uniforme indosso a capipartito civili.

Il limite tecnico che deve affrontare un aspirante organizzatore di golpe è che relativamente poche persone possono sobillare gli ufficiali necessari; del resto, i sottufficiali sono meno promettenti e la rivolta della truppa significa rivoluzione, non colpo di stato. Gli unici civili in grado di far muovere gli ufficiali sono, in genere, quelli già al governo – che sia un governo sovrano o instaurato da potenze e multinazionali straniere, poco importa. A costoro, l’organizzazione di un colpo di stato può riuscire relativamente semplice e portare a buoni risultati, e forse per questo il processo in sé riesce poco interessante agli occhi di Luttwak, per quanto sia quello più corrente nell’attuazione di golpe. Inoltre, naturalmente, offre poche prospettive di ordine pratico al golpista fai da te che non abbia già tra le mani le leve del potere.

Tutti gli altri, come l’Autore dimostra in maniera convincente, devono poter contare sulla più ferrea collaborazione delle loro potenziali reclute, anche qualora queste si rifiutino di unirsi a lui. Il modo migliore per assicurarsela è: a) essere un ufficiale e b) essere legato agli altri cospiratori da forti legami emotivi quali l’appartenenza a una stessa famiglia, tribù, setta (preferibilmente minoritaria), fratellanza rituale… o il cameratismo per la comune appartenenza a un reggimento, un’accademia militare, un’associazione o anche un’ideologia. Naturalmente, in Paesi con una lunga tradizione di colpi di stato tutti gli ufficiali tenderanno a considerare i propri piani come potenzialmente efficaci e saranno perciò restii a condividerli con i colleghi. Una volta sancito, come nell’antico pronunciamento spagnolo, tra il tacito accordo di non penalizzare eccessivamente la fazione perdente (che un giorno, del resto, in un futuro golpe potrebbe ritrovarsi dalla parte giusta di un futuro golpe) l’alea comportata da una simile impresa diminuisce sensibilmente.

Ma anche così, il numero dei candidati all’attuazione di un colpo di stato vincente è comparabile a quello di chi ha la prospettiva di divenire un grande banchiere. Gli altri farebbero bene a dedicarsi ad altri tipi di attività politica.

Ma se possiamo mettere da parte Strategia del colpo di stato: manuale pratico [Coup d’État: A Practical Handbook, Harvard 1968] come manuale per cospiratori, ne possiamo tuttavia apprezzare il contributo allo studio delle strutture del potere politico. Un golpe è un gioco con tre attori (escludiamo per il momento il ruolo attivo di un’eventuale potenza o multinazionale straniera). Questi attori sono: le forze armate che possono effettuarlo, i politici e la burocrazia la cui disposizione ad accettarlo è requisito fondamentale alla sua riuscita, e le forze politiche, più o meno ufficiali, che possono segnarne il trionfo o la rovina. Perché il successo di un colpo di stato dipende essenzialmente sulla passività dell’apparato statale e del popolo. Se uno dei due, o entrambi, oppongono resistenza, l’impresa può ancora riuscire, ma non come golpe: il regime franchista, per esempio, ha fallito il putsch militare, ma ha vinto dopo una guerra civile. Luttwak ha da dire cose molto interessanti riguardo ai tre attori appena elencati.

È in forma soprattutto quando parla di militari professionisti, adepti di quella curiosa setta esoterica che ha così poca dimestichezza con il mondo civile e lavora secondo criteri così diversi da quello. Il soldato di leva, coscritto o ufficiale, o anche il poliziotto, sia pure armato pesantemente tende a pensare e reagire in modi affini a quei civili tra i quali prima o poi tornerà o abitualmente opera anche da militare. Separati dal resto della società da uno stile di vita fatto (in tempo di pace) di uniformi, istruzione e addestramento, gioco e noia, organizzato secondo il criterio fondamentale che chi lo adotta è fondamentalmente uno stupido manipolabile a piacimento, e saldato dai sempre più anacronistici valori di coraggio, onore, disprezzo e sospetto nei confronti dei civili, i militari professionisti tendono quasi per definizione all’eccentricità ideologica.

Come Luttwak ci rammenta correttamente, le posizioni politiche dei corpi di ufficiali sono spesso piuttosto diverse da quelle dei loro padroni civili, maggiormente improntate come sono a concezioni più reazionarie e romantiche. Questi elementi, però, sono anche meno usi ad affrontare situazioni inusuali per le quali non sono addestrati, e cercano perciò di assimilarle al già visto e esperito. Come l’Autore non manca di rilevare, uno dei modi più comuni per compiere simile operazione è di ricondurre i datti e le situazioni inedite a un disordine dovuto all’incapacità dei politici. La situazione dell’ufficiale professionista è, in effetti, paradossale: in lui s’incontrano potere collettivo e irrilevanza personale. Dopo trentacinque anni [l’articolo è del 21 agosto 1969 NdR] la Germania non si è ancora ripresa dal trasferimento di qualche centinaio di scienziati in laboratori e università straniere; invece, spesso e volentieri l’efficienza degli eserciti ha tratto beneficio da emigrazioni, espulsioni o altri tipi di epurazione di ufficiali anziani; così spesso che si è tentati di pensare che poche guerre possano essere vinte senza prima purgare i vertici militari. Ma il potere politico degli scienziati è trascurabile mentre, con alcune circostanze favorevoli, una mezza dozzina di colonnelli può rovesciare un governo.

Sulle burocrazie si è scritto di più e la maggior parte di noi ha con esse una maggiore dimestichezza, di modo che le considerazioni di Luttwak apporteranno alla maggioranza dei lettori più il piacere del riconoscimento, che quello dell’illuminazione. Del resto, è opportuno mettere in rilievo due sue interessanti considerazioni. In primo luogo, gli unici metodi che sono stati escogitati per arginare la tendenza incontrollata delle burocrazie, pubbliche o private, a espandersi indefinitamente, sono a loro volta burocratici. Uno di questi metodi consiste nell’allestire un settore “che soddisfi i propri istinti opponendo resistenza alla crescita di tutte le altre strutture burocratiche”, ruolo giocato di solito dalla burocrazia finanziaria; un altro si basa sul principio che ogni settore detentore di ampi poteri tenda a tenere sotto controllo i rami concorrenti.

La seconda osservazione è quella secondo cui le burocrazie sono fondamentalmente istituzioni hobbesiane su cui non si può contare per la difesa dell’ordine vigente, una volta che ne sospettino la prossima rovina e l’instaurazione di un nuovo regime. Questo vale per la polizia come per ogni altro settore dell’apparato statale, a patto che sia dotato di specifici poteri e influenza. A Luttwak, però, sfugge che tutto questo non fa di simili apparati degli elementi politicamente neutri. Né l’esercito né la polizia opposero resistenza all’abbattimento del fascismo in Italia, ma come mostrano i recenti avvenimenti in quel Paese, la persistenza dell’apparato burocratico risalente al periodo fascista, rende quasi impossibile la soluzione di alcuni concreti problemi politici. L’osservazione marxiana che le rivoluzioni non possono limitarsi a “prendere possesso della macchina statale bell’e pronta e piegarla ai suoi propositi”, per quanto possa sembrare invitante farlo, è più attuale oggi che nel 1872 quando fu formulata.

Finalmente, i commenti di Luttwak su movimenti e organizzazioni politiche sono originali e istruttivi. Essenzialmente, sostiene, bisogna distinguere tra movimenti pronti alla vera azione e quelli che si limitano a azioni simboliche e dimostrative, come l’organizzazione di elezioni, i rituali della vita e dei negozi pubblici, o le discussioni politiche. Di fronte a un colpo di stato, il Partito laburista (sicuramente) e il Trade Union Congress (quasi sicuramente) non farebbero nulla, mentre l’Unione nazionale degli studenti potrebbe scendere in piazza, pur senza concludere nulla. D’altra parte, invece, non si potrebbe contare sulla passività del maggiore sindacato italiano, legato al Partito comunista, e con una lunga tradizione di scioperi politici e, ciò che è più importante, di lotta di liberazione antifascista attraverso mobilitazioni di massa. Così come non si potrebbe contare su quella di partiti rivoluzionari, per quanto molti di essi si sono trasformati a loro volta, con il tempo, in apparati burocratici che dispensano favori e lavori; in maniera simile a quanto può accadere ad alcuni partiti comunisti la cui capacità di azione e rapida mobilitazione potrebbe essere stata atrofizzata da lunghi periodi di stabilità politica. Da ultimo, i partiti rivoluzionari subiscono anche gli svantaggi di una struttura fortemente centralizzata: una volta decapitati, perdono velocemente e drasticamente la loro efficienza.

Nella misura in cui si tratta del caso particolare dei colpi di stato, la distinzione tra movimenti politici che si mobilitano e quelli che non lo fanno è sufficiente, dal momento che nell’eventualità più favorevole un golpe può essere sventato da ogni segno di resistenza organizzata che mette subito in luce i punti deboli della scalata al potere, dando così la possibilità al resto dell’apparato militare e civile di decidere che non è necessario passare dalla parte dei golpisti. Anche in situazioni molto meno favorevoli, del resto, si può opporre un’efficace resistenza a un nuovo regime, con fondamenta ancora deboli e malsicure. Ma le considerazioni di Luttwak presentano altre e più importanti ragioni d’interesse. Viviamo in un periodo in cui diverse forme di azione politica diretta stanno tornando ad acquisire rilevanza nei Paesi sviluppati. Qui, tanto le dottrine politiche comunemente accettate quanto la dimestichezza delle persone con la sfera pubblica escludono l’uso di strumenti extra-legali di potere. I vecchi hanno dimenticato che i governi possono essere rovesciati, o hanno rimosso psicologicamente questa eventualità, i giovani al contrario sono convinti di poterlo fare, ma non sanno come muoversi. In simili circostanze, ogni libro che dia ragguagli tecnici sui modi per appropriarsi il potere riesce subito interessante.

L’opuscolo di Luttwak può dunque essere di immensa utilità per aggiornare l’educazione politica di tutte le fasce d’età. Gli studenti di relazioni internazionali, e specialmente quelli che si occupano di Medio Oriente (ai quali l’Autore riserva grandi attenzioni), avranno modo di apprezzare anche le informazioni qui contenute. Il libretto si legge con piacere per il suo stile asciutto e soprattutto perché Luttwak dimostra che i grandi problemi possono essere trattati in maniera adeguata in volumi agili, a patto che chi scrive usi le parole per esprimere pensieri e non come loro sostituti.

Titolo originale: How to Plot Your Takeover (21 agosto 1969)

traduzione a cura di Koba

Una recensione di Hobsbawm al libro “Coup d’Etat, a Practical Handbook” di Edward Luttwak

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