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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/11/2025

Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali

Da alcuni anni conosciamo il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”: un modello economico basato sull’estrazione, controllo e vendita dei dati personali raccolti sulle piattaforme tecnologiche. Lo ha teorizzato Shoshana Zuboff nel 2019 in un libro necessario per comprendere come Meta, Amazon, Google, Apple e gli altri colossi tech abbiano costruito un potere senza precedenti, capace di influenzare non solo il mercato e i comportamenti degli utenti, ma anche, tramite il lobbying, le azioni dei decisori pubblici di tutto il mondo.

L’idea che queste grandi piattaforme abbiano sviluppato una sorta di potere sulle persone tramite la sorveglianza commerciale, com’è stata teorizzata da Zuboff, è però un mito che è il momento di sfatare. Così almeno la pensa Cory Doctorow, giornalista e scrittore canadese che negli ultimi anni ha pubblicato due libri particolarmente illuminanti sul tema.

In “Come distruggere il capitalismo della sorveglianza”, uscito nel 2024 ed edito da Mimesis, Doctorow spiega come molti critici abbiano ceduto a quella che il professore del College of Liberal Arts and Human Science Lee Vinsel ha definito “criti-hype”: l’abitudine di criticare le affermazioni degli avversari senza prima verificarne la veridicità, contribuendo così involontariamente a confermare la loro stessa narrazione. In questo caso, in soldoni, il mito da contestare è proprio quello di poter “controllare” le persone per vendergli pubblicità.

“Penso che l’ipotesi del capitalismo della sorveglianza sia profondamente sbagliata, perché rigetta il fatto che le aziende ci controllino attraverso il monopolio, e non attraverso la mente”, spiega Doctorow a Guerre di Rete. Il giornalista fa l’esempio di uno dei più famosi CEO delle Big Tech, Mark Zuckerberg: “A maggio, Zuckerberg ha rivelato agli investitori che intende recuperare le decine di miliardi che sta spendendo nell’IA usandola per creare pubblicità in grado di aggirare le nostre capacità critiche, e quindi convincere chiunque ad acquistare qualsiasi cosa. Una sorta di controllo mentale basato sull’IA e affittato agli inserzionisti”.

Effettivamente, viste le perdite che caratterizzano il settore dell’intelligenza artificiale – e nel caso di Meta visto anche il fallimento di quel progetto chiamato metaverso, ormai così lontano da non essere più ricordato da nessuno – è notevole che Zuckerberg sia ancora in grado di ispirare fiducia negli investitori. E di vendergli l’idea di essere un mago che, con cappello in testa e bacchetta magica in mano, è in grado di ipnotizzarci tutti. “Né Rasputin [il mistico russo, cui erano attribuito poteri persuasivi, ndr] né il progetto MK-Ultra [un progetto della CIA per manipolare gli stati mentali negli interrogatori, ndr] hanno mai veramente perfezionato il potere mentale, erano dei bugiardi che mentivano a sé stessi o agli altri. O entrambe le cose”, dice Doctorow. “D’altronde, ogni venditore di tecnologia pubblicitaria che incontri un dirigente pubblicitario sfonda una porta aperta: gli inserzionisti vogliono disperatamente credere che tu possa controllare la mente delle persone”.
 
Il caro vecchio monopolio

Alla radice delle azioni predatorie delle grandi piattaforme, però, non ci sarebbe il controllo mentale, bensì le pratiche monopolistiche, combinate con la riduzione della qualità dei servizi per i miliardi di utenti che li usano. Quest’ultimo è il concetto di enshittification, coniato dallo stesso Doctorow e che dà il nome al suo saggio appena uscito negli Stati Uniti. Un processo che vede le piattaforme digitali, che inizialmente offrono un servizio di ottimo livello, peggiorare gradualmente per diventare, alla fine, una schifezza (la traduzione di shit è escremento, per usare un eufemismo).

“All’inizio la piattaforma è vantaggiosa per i suoi utenti finali, ma allo stesso tempo trova il modo di vincolarli”, spiega il giornalista facendo l’esempio di Google, anche se il processo di cui parla si riferisce a quasi tutte le grandi piattaforme. Il motore di ricerca ha inizialmente ridotto al minimo la pubblicità e investito in ingegneria per offrire risultati di altissima qualità. Poi ha iniziato a “comprarsi la strada verso il predominio” – sostiene Doctorow – grazie ad accordi che hanno imposto la sua casella di ricerca in ogni servizio o prodotto possibile. “In questo modo, a prescindere dal browser, dal sistema operativo o dall’operatore telefonico utilizzato, le persone finivano per avere sempre Google come impostazione predefinita”.

Una strategia con cui, secondo Doctorow, l’azienda di Mountain View ha acquisito qua e là società di grandi dimensioni per assicurarsi che nessuno avesse un motore di ricerca che non fosse il suo. Per Doctorow è la fase uno: offrire vantaggi agli utenti, ma legandoli in modo quasi invisibile al proprio ecosistema.

Un’idea di quale sia il passaggio successivo l’abbiamo avuta assistendo proprio a ciò che è successo, non troppo tempo fa, al motore di ricerca stesso: “Le cose peggiorano perché la piattaforma comincia a sfruttare gli utenti finali per attrarre e arricchire i clienti aziendali, che per Google sono inserzionisti ed editori web. Una porzione sempre maggiore di una pagina dei risultati del motore di ricerca è dedicata agli annunci, contrassegnati con etichette sempre più sottili, piccole e grigie. Così Google utilizza i suo i dati di sorveglianza commerciale per indirizzare gli annunci”, spiega Doctorow.

Nel momento in cui anche i clienti aziendali rimangono intrappolati nella piattaforma, come prima lo erano stati gli utenti, la loro dipendenza da Google è talmente elevata che abbandonarla diventa un rischio esistenziale. “Si parla molto del potere monopolistico di Google, che deriva dalla sua posizione dominante come venditore. Penso però che sia più correttamente un monopsonio”.

Monopoli e monopsoni

“In senso stretto e tecnico, un monopolio è un mercato con un unico venditore e un monopsonio è un mercato con un unico acquirente”, spiega nel suo libro Doctorow. “Ma nel linguaggio colloquiale dell’economia e dell’antitrust, monopolista e monopsonista si riferiscono ad aziende con potere di mercato, principalmente il potere di fissare i prezzi. Formalmente, i monopolisti di oggi sono in realtà oligopolisti e i nostri monopsonisti sono oligopsonisti (cioè membri di un cartello che condividono il potere di mercato)”.

E ancora scrive: “Le piattaforme aspirano sia al monopolio che al monopsonio. Dopo tutto, le piattaforme sono “mercati bilaterali” che fungono da intermediari tra acquirenti e venditori. Inoltre, la teoria antitrust basata sul benessere dei consumatori è molto più tollerante nei confronti dei comportamenti monopsonistici, in cui i costi vengono ridotti sfruttando lavoratori e fornitori, rispetto ai comportamenti monopolistici, in cui i prezzi vengono aumentati. In linea di massima, quando le aziende utilizzano il loro potere di mercato per abbassare i prezzi, possono farlo senza temere ritorsioni normative. Pertanto, le piattaforme preferiscono spremere i propri clienti commerciali e aumentano i prezzi solo quando sono diventate davvero troppo grandi per essere perseguite”.

Così facendo, l’evoluzione del motore di ricerca si è bloccata e il servizio ha poi iniziato a peggiorare, sostiene l’autore. “A un certo punto, nel 2019, più del 90% delle persone usava Google per cercare tutto. Nessun utente poteva più diventare un nuovo utente dell’azienda e quindi non avevano più un modo facile per crescere. Di conseguenza hanno ridotto la precisione delle risposte, costringendo gli utenti a cercare due o più volte prima di ottenerne una decente, raddoppiando il numero di query e di annunci”.

A rendere nota questa decisione aziendale è stata, lo scorso anno, la pubblicazione di alcuni documenti interni durante un processo in cui Google era imputata. Sui banchi di un tribunale della Virginia una giudice ha stabilito che l’azienda creata da Larry Page e Sergey Brin ha abusato di alcune parti della sua tecnologia pubblicitaria per dominare il mercato degli annunci, una delle sue principali fonti di guadagno (nel 2024, più di 30 miliardi di dollari a livello mondiale).

“E così arriviamo al Google incasinato di oggi, dove ogni query restituisce un cumulo di spazzatura di intelligenza artificiale, cinque risultati a pagamento taggati con la parola ‘ad’ (pubblicità) in un carattere minuscolo e grigio su sfondo bianco. Che a loro volta sono link di spam che rimandano ad altra spazzatura SEO”, aggiunge Doctorow facendo riferimento a quei contenuti creati a misura di motore di ricerca e privi in realtà di qualunque valore informativo. Eppure, nonostante tutte queste criticità, continuiamo a usare un motore di ricerca del genere perché siamo intrappolati nei suoi meccanismi.

Il quadro non è dei migliori. “Una montagna di shit”, le cui radici – afferma lo studioso – vanno cercate nella distruzione di quei meccanismi di disciplina che una volta esistevano nel capitalismo. Ma quali sarebbero questi lacci che tenevano a bada le grandi aziende? La concorrenza di mercato – ormai eliminata dalle politiche che negli ultimi 40 anni hanno favorito i monopoli; una regolamentazione efficace – mentre oggi ci ritroviamo con leggi e norme inadeguate o dannose, come ad esempio la restrizione dei meccanismi di interoperabilità indotta dall’introduzione di leggi sul copyright; e infine il potere dei lavoratori – anche questo in caduta libera a seguito dell’ondata di licenziamenti nel settore tecnologico.

La “enshittification“, secondo Doctorow, è un destino che dovevamo veder arrivare, soprattutto perché giunge a valle di scelte politiche precise: “Non sono le scelte di consumo, ma quelle politiche a creare mostri come i CEO delle Big Tech, in grado di distruggere le nostre vite online perché portatori di pratiche commerciali predatorie, ingannevoli, sleali”.

Non basta insomma odiare i giocatori e il gioco, bisogna anche ricordare che arbitri disonesti hanno truccato la partita, convincendo i governi di tutto il mondo ad abbracciare specifiche politiche.

Quando si parla di tecnologia e delle sue implicazioni a breve, medio e lungo periodo è difficile abbracciare una visione possibilista e positiva. Un po’ come succede per le lotte per la giustizia sociale e per il clima: il muro che ci si ritrova davanti sembra invalicabile. Una grossa difficoltà che, secondo Doctorow, è data dalla presenza di monopoli e monopsoni.

Ma la reazione alle attuali crisi politiche globali mostra che un cambiamento è possibile. “Negli ultimi anni c’è stata un’azione di regolamentazione della tecnologia superiore a quella dei 40 anni precedenti”, spiega Doctorow. Non solo: la seconda elezione di Donald Trump si starebbe rivelando una benedizione sotto mentite spoglie, sia per il clima sia per il digitale. “Ha acceso un fuoco sotto i leader di altri Paesi ex alleati, stimolando grandi e ambiziosi programmi per sfuggire al monopolio statunitense. Pensiamo ai dazi sui pannelli solari cinesi imposti da Trump nella prima amministrazione, per esempio. Una misura che ha spinto i produttori di Pechino a inondare i paesi del Sud del mondo con i loro pannelli economici, a tal punto che intere regioni si sono convertite all’energia solare”, afferma Doctorow, che considera questa strada percorribile anche per ottenere una tecnologia più libera.
 
Per non vedere tutto nero

Sfuggire alle Big Tech americane non dovrebbe significare semplicemente rifugiarsi in un servizio alternativo (mail, cloud, social media, ecc.), anche perché il processo non è così semplice. “Non si copia e incolla la vita delle persone: le email, i file, i documenti custoditi nei cloud di Microsoft, Apple o Google. Nessun ministero, azienda o individuo lo farà”. Motivo per cui, secondo Doctorow, Eurostack è una possibile alternativa, ma che ha ancora tanta strada da fare.

Eurostack è un’iniziativa europea nata recentemente in risposta all’esigenza di costruire una sovranità digitale del Vecchio continente, indipendente dalle aziende tecnologiche straniere (specialmente USA). Coinvolge attivisti digitali, comunità open source, istituzioni europee e alcuni politici. “L’Ue potrebbe ordinare alle grandi aziende tech statunitensi di creare strumenti di esportazione, così che gli europei possano trasferire facilmente i propri dati in Eurostack, ma possiamo già immaginare come andrà a finire. Quando l’Ue ha approvato il Digital Markets Act, Apple ha minacciato di smettere di vendere iPhone in Europa, e ha presentato 18 ricorsi legali”, ricorda Doctorow.

Se la risposta di un’azienda statunitense all’introduzione di una direttiva europea è questa, la soluzione allora non può essere che radicale. “L’unica via possibile è abrogare l’articolo 6 della direttiva sul diritto d’autore: l’Ue dovrebbe rendere legale il reverse engineering di siti web e app statunitensi in modo che gli europei possano estrarre i propri dati e trasferirli in Eurostack. Un modello aperto, sovrano, rispettoso della privacy, dei diritti dei lavoratori e dei consumatori”.

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20/04/2025

[Contributo al dibattito] - Il futuro della musica tra intelligenza artificiale, ologrammi e falsari digitali

Una delle comodità della modernità è pre-selezionare (per scelta consapevole o per opera di un algoritmo occulto) quali notizie farti pervenire tra milioni (di milioni) di notifiche giornaliere, anche se voi mi farete notare che, prima di questa modernità, il problema semplicemente non si sarebbe posto. Io intanto scopro che su Bandcamp mi ero dimenticato di smettere di seguire gli Hail Darkness, prodotto retrodoom “al femminile” che era arrivato persino a garbare al Belardi. E scopro l’uscita del “loro” nuovo disco/Ep/singolo. Perché smettere di seguirli, vi chiederete, specie se non ne avete seguito la storia (e ne avreste tutte le giustificazioni): perché gli Hail Darkness, per lo meno come appaiono, non esistono, essendo venuto fuori negli ultimi mesi come si tratti di un progetto integralmente partorito tramite intelligenza artificiale. E sia io che il Belardi ci eravamo cascati. Io a un certo punto avevo capito che l’IA c’entrava nelle copertine e negli arrangiamenti, immaginando, che so, qualcosa di analogo ad un filtro per un’immagine da pubblicare su Instagram. Invece no, pare che tutto, ma proprio tutto quello che si sente non sia mai stato suonato, ma nemmeno composto, da essere vivente (in senso biologico). Il che non ha proibito certo al promotore (o ai promotori) dell’operazione di averci guadagnato, almeno all’inizio. Dei veri e propri falsari digitali, visto che sulle prime il fatto che fosse tutto quanto “sintetico” non era mica dichiarato, se non sbaglio. Immagino comunque non ci abbiano guadagnato molto, retrorock e doom cinereo non sono roba di massa, nemmeno se fronteggiato da donne avvenenti (reali o immaginarie). Certo che su Bandcamp si può ancora pagare per queste uscite, mentre il vinile di Death Divine è andato esaurito da un pezzo. Pure Spotify qualche spiccio potrebbe averglielo fruttato. E non sarà mica l’unico caso.

Di recente stavo divorando l’ascolto di un album strumentale di Dead Jack & His Dry Bones, aka Jack Cortese, quello dei Bone Machine. “La risposta pontina (Lazio meridionale, NdA) a Nell’Ora Blu”, dicevo trionfante a Ciccio, altro estimatore dello psychobilly della palude. Invece non avevo letto bene, anche questo era stato prodotto interamente con un applicativo di intelligenza artificiale. C’era scritto chiaramente, e semmai sono io che non so tenermi i soldi in tasca quando sono entusiasta. Ma tornando “agli” Hail Darkness, comunque, che si tratti di furbizia o di gusto quasi artistico per la provocazione (o persino di una burla come i Modigliani “ritrovati” nell’84), le implicazioni della faccenda credo siano evidenti. E, davvero, vanno oltre i problemi di una vecchia, micragnosa gloria del death europeo che non intende spendere per l’opera di un artista grafico. Questione di tempo, del pochissimo tempo rimasto prima che un fan dei Pestilence, invece che aspettare fiducioso un paio d’anni almeno per ascoltare un disco nuovo, magari nemmeno soddisfacente, possa chiedere all’interfaccia del proprio cellulare di generarne uno nel giro di una manciata di minuti. Magari col suono di un disco e il songwriting di un altro. E allora a questo punto potrebbero essere tanti artisti a venire soppiantati nella produzione di nuova musica. E vista la sacrosanta rosicata di Miyazaki e i video che già pullulano su YouTube, mi immagino che i legali di chi possiede pacchetti di diritti di artisti “iconici” stiano mettendo al lavoro gli avvocati per “proteggere” l’identità di un certo artista e continuare a guadagnare anche dalle riproduzioni integrali o parziali di espressioni artistiche riconducibili, che so, a Beatles, Queen, et caetera. Conoscendoli, sicuro i Metallica si saranno già parati il culo. Chissà se Patrick Mameli può permettersi gli stessi avvocati.

Quello della violazione del diritto d’autore è sicuramente un tema interessante: se io chiedo a un applicativo IA di sfornarmi il nuovo disco dei Nirvana (o anche solo ...And Justice For All con il basso) chi sarebbe il proprietario dei diritti? Io no di certo, ma, anche se questo “prodotto” non generasse lucro, non ci sarebbero margini per gli autori “di riferimento” per chiedere danni? Tornando all’esempio, se l’intelligenza artificiale generasse un nuovo, bellissimo album di Kurt Cobain, questa cosa farebbe da volano anche per le vendite del repertorio reale o invece ne ridurrebbe l’appeal in maniera quantificabile? Tema interessante ma, converrete, roba per avvocati. Sicuro ne sentiremo di discussioni del genere nel futuro davvero prossimo. Un tema già più interessante per noi semplici ascoltatori sarebbe l’uso ibrido che, ci scommetterei, si starà già facendo dell’intelligenza artificiale, nel rimaneggiamento di prodotti ancora registrati “all’antica”, ma che possono essere “perfezionati” ora con poco sforzo. Modificare un suono di chitarra, correggere un’intonazione, aggiungere un’orchestrazione, fare andare a tempo un musicista scarso credo siano già operazioni alla portata di molte produzioni con efficacia ed economicità maggiore che non ritoccare e filtrare tutto attraverso qualche software e grazie alle competenze di un tecnico capace. Oppure magari qualcuno si farà scrivere riff e musica dall’IA per poi riregistrarsela interamente “davvero”, avendo superato così un blocco di creatività.

Qualunque sia la modalità di interazione con questo nuovo mostro, io sospetti ne ho già avuti su dischi che mi sono capitati di recente, particolarmente sorprendenti (ma non ho prove, per cui non dico altro). E tra un po’ credo che arriveremo a ridere con tenerezza di quando ci scandalizzavamo quando gli “artisti” dell’autotune si rivelavano stonati come mufloni in calore. Conoscevo uno, anche bravo chitarrista, che era molto soddisfatto del fatto che la sua nuova pedaliera digitale, che poteva attaccare direttamente a un mixer senza passare per l’amplificazione, gli consentisse di scegliere tra decine, forse centinaia di suoni di pedali e ampli, tutti “digitalizzati” all’interno di quella scatoletta. Io ero inorridito, ma davvero era niente, lui suonava per davvero, era il suono che era finto, dal mio punto di vista. E comunque, anche qui, non stiamo nemmeno sfiorando quelle che temo possano essere le implicazioni di questi scenari odierni. E, come solito, il mio solito pessimismo non aiuta a vedere il quadro un po’ più roseo.

Immaginiamo ora che qualcuno, per burla o per lucro, non lo avesse fatto già e che io desiderassi ascoltare una band “late 60’s / early 70’s American doom occult rock” (Barg e Ciccio mi perdonino la definizione), esattamente tra Coven e Pentagram. Bene, l’IA potrebbe fornirmela con pochi passaggi. E così potrebbe fare chiunque. Ognuno potrà farsi produrre la musica che immagina, interagendo in solitario con un algoritmo superavanzato. Come conseguenza immagino che i formati standard potrebbero saltare del tutto e questo sarebbe il meno. Invece potrà proliferare QUALSIASI forma di musica, in una specie di audioteca infinita, babilonica e borgesiana, in grado di spazzare via del tutto anche la storicità (termine desueto nell’eterno presente istantaneo). A me non sembra una prospettiva così allettante. Innanzitutto le ibridazioni possibili sono infinite, non essendo più limitate dalle possibilità tecniche e pratiche di musicisti reali. Praticamente ogni possibilità della musica rock (e mi limito a considerare quella) sarà in teoria raggiungibile, almeno come registrazione in studio (“ciao IA, mi produci un intero album live degli Iron Maiden nel 1981, ma con Rob Halford alla voce?”). Questa possibilità infinita è alla portata di tutti e potrebbe spazzare via il lavoro (retribuito o meno) di migliaia di artisti. Immaginate quel buon cuore di Kirk Hammett bussare alla porta. “Ehi James, Lars, ho 767 riff pronti per il nuovo album dei ‘Tallica”. E quei due mica gli aprono. Hanno a disposizione una quantità di riff ben maggiore. Anzi, magari mandano avanti l’avvocato a declassare il contratto di Kirk come mero esecutore live (decurtandogli lo stipendio e con la clausola che alla prossima stecca dovrà limitarsi a mimare di suonare, la chitarra resterà staccata e l’IA suonerà per lui). Tra un po’ non sarà la musica ad essere tutelata, semmai un’identità, ammesso che si sia affermata in anticipo rispetto alla tecnologia odierna. Ma pure immaginate il piccolo gruppo, che suda e si sbatte per fare un prodotto dignitoso coi propri mezzi e che si troverà come concorrenza centinaia di migliaia di Hail Darkness. E chi glielo fa fare.

Io, che l’ottimismo non so cosa sia, immagino conseguenze anche sul nostro modo di condividere la musica. Perché pure i blackster più oltranzisti alla fine desiderano condividere i propri ascolti, solo con un numero più ristretto di persone. Immaginiamo ora che io mi stufi di andare a ricercare scene assurde degli anni ’70, alla ricerca di qualche traccia heavy e occulta non ancora pervenuta, e chieda all’IA di produrmi un disco che sia una versione afro dell’hard dei ’70. Diciamo una commistione “vera” di Sabbath e Fela Kuti, qualcosa “di più” di quegli spassosi mash-up di Bill McClintock che pullulano su YouTube. Con poche reiterazioni successive, immaginiamo che ottenga il disco che voglio. Gasatissimo, vorrò condividerlo con qualcuno che conosco, che sommariamente condivide certe mie perversioni. Magari questo qui dirà ok, bello, “ma io ci aggiungerei un farfisa qua e una blast-beat là e poi comunque vorrei sentirci più Chtulhu”. E potrebbe personalizzare a modo suo l’ascolto, a piacimento, finendo con l’avere in cuffia un prodotto sostanzialmente diverso da quello che volevo condividere io. E così è facile immaginare centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, compreso il tuo vicino di scrivania a lavoro, ognuno in cuffia con una musica perfettamente diversa, personalizzata sul proprio gusto personale. Ora, sarete abituati a non essere circondati da metallari sul luogo di lavoro, per cui non ci vedrete magari nulla di scandaloso in quello che ho appena detto, ma immaginate che ognuno dei lettori di Metal Skunk si mettesse a “prodursi” la sua musica con l’IA, di cosa parleremmo qua? E da condividere ci sarebbe una ceppa. Anzi, la possibilità di produrre musica nuova potrebbe essere potenzialmente infinita e potremmo per assurdo non ascoltare mai due volte la stessa battuta. E con una proliferazione così infinita, fatico a pensare che potrà mai nascere un genere nuovo, mai sentito prima ma definibile. E a consolidarsi come tale negli ascolti di milioni di persone.

In realtà, nonostante il mio innato catastrofismo, non credo andrà esattamente così, perché chiunque (almeno fino ad oggi) ha gusti in qualche misura ristretti, “conformisti”, solo questa cosa varia a seconda del contesto scelto. E tanti ascoltatori, la maggior parte (quelli che “io ascolto la radio”) non hanno nemmeno un gusto specifico o non sanno di averlo. Così sarà possibile, forse necessario, creare dei prodotti che possano accomunare masse più o meno grandi. Anche perché il bisogno di condivisione è grande (sennò alla prossima pestilenza come ci mettiamo d’accordo su che canzone cantare dal balcone?). E perché tanto ci sarà sempre la necessità di trarre profitto. Così magari anche quei prodotti da sempre creati a tavolino (le boy band, per certi versi il “nostro” nu-metal) vivranno una nuova era, con progetti multimediali completi. Non dimentichiamo che oltre a musica e arti grafiche, anche la letteratura e presto il cinema dovranno fare i conti con l’IA (e immaginate che livello di abietto si potrà raggiungere quando questa multimedialità si unirà anche all’offerta di sesso virtuale). Progetti immediatamente disponibili, con bombardamento a tappeto per fare il botto. Ora, io già mi ero fatto Cassandra tempo fa prevedendo la fine dei live e i fatti poi mi hanno spernacchiato (e ora devo decidere se pagare sessanta euro, prezzo ritenuto evidentemente congruo per il mercato, per vedere e probabilmente ascoltare male i Deftones). Tanti dei pochi soldi rimasti all’industria musicale girano ancora attorno ai live. Sempre che l’IA non riesca a produrre un suo avatar biologico (come nel vecchio e meraviglioso sceneggiato RAI A come Andromeda), basterà produrre degli Idol in carne ed ossa (l’Asia sempre un pezzo avanti) per mandare avanti tour interi per maree di ragazzini adoranti. E magari presto noi rideremo buffamente ricordando dell’ologramma di Ronnie James Dio. O di quella volta che Kanye West (o chi per lui) si presentò immobile su di un palco con la registrazione del disco diffusa dagli altoparlanti del palazzetto.

Non si può dire che certe dinamiche, in un contesto tecnologico differente, non siano mai esistite. Per dire, solo dopo aver concluso la serie del Sabbath italiano ho recuperato il libro Terzo Grado – Indagine sul pop progressivo italiano di Alessio Marino e Massimiliano Bruno. Tra le varie storie curiose e succulente che ci sono raccontate (alcune meno sotterranee di altre) ho appreso di un Maurizio Vandelli, leader della popolarissima Equipe 84, sempre più concentrato sulla propria attività in studio nei primi anni ’70, con album come Dr. Jekill e Mr. Hyde e Sacrificio (album quest’ultimo che no, purtroppo non ho il coraggio di spacciarvi per la versione italiana dei Black Widow, ma che contiene comunque un titolo come E Lucifero disse). Tanto concentrato sul proprio lavoro di ricerca in studio da non voler più sprecare tempo ed energie nelle sfiancanti tournée live tanto richieste da migliaia di fan italiani. Così la soluzione fu, con l’accordo di tutti, di Vandelli stesso e sicuro della casa discografica, che per qualche tempo una formazione chiamata Equipe 84, con membri quasi del tutto differenti dalla formazione “reale”, girò le sale da ballo d’Italia portando alla gente il repertorio dell’Equipe 84. Già, la gente. Perché in fondo è quella lì che vuole ritrovarsi la sera in un locale o all’aperto e ascoltare musica e conoscere altra gente. Ok, per quello (e anche per altro) ci sono le discoteche che fanno già a meno di musicisti dal vivo da qualche decennio (e Morrissey ha già detto tutto al riguardo). Ma a noi interessa che continuino ad esserci gruppi fisici, in carne ed ossa a suonare la musica che vogliamo ascoltare, giusto?

Bene, sempre il libro Terzo Grado mi ha suggerito una riflessione, che sicuro meriterebbe un approfondimento a parte, ma che mi offre la possibilità di chiudere il pezzo con un finale un po’ meno apocalittico. La mia domanda era: come ha fatto a nascere una generazione così straordinaria, quella dei musicisti italiani degli anni ’70 (e il discorso vale anche per altre scene “di provincia”, Turchia, Argentina, Giappone, Francia) in maniera così impetuosa, con qualità sorprendente e con originalità tanto spiccata? Una risposta che mi sono dato è la seguente: negli anni ’60 i dischi non erano disponibili come lo sono oggi e nemmeno come dieci anni dopo, anche le radio non erano proprio in tutte le case. Magari ti capitava di ascoltare, che so, un brano degli Yardbirds e rimanerne fulminato. Se eri fortunato c’era un jukebox al bar, magari con una versione tradotta, adattata e suonata da qualche complesso italiano. Ma se volevi ascoltarla dal vivo non potevi aspettare l’improbabile tournée degli Yardbirds per ascoltare di nuovo il pezzo che amavi. Per quello c’erano le balere, le sale parrocchiali, i ristoranti e i night che assoldavano complessi con dei contratti anche buoni per proporre ogni settimana (o persino più volte a sera) un repertorio di brani noti dal richiamo assicurato. Bene, è da quella generazione di musicisti prezzolati, nelle balere di quart’ordine, centinaia, forse migliaia, che è avvenuta quella selezione che ha portato i migliori di loro (per tecnica, idee, personalità, magari anche culo) ad affrancarsi dalla ripetizione di un repertorio altrui per iniziare a fare la propria musica ed affermarsi, anche con il pubblico. Spero quindi che, dopo questo Kali-Yuga-rock, il rock stesso rinasca come una fenice? Boh. Magari però l’infinita offerta personalizzata minuziosamente ci andrà a noia e continueremo a preferire le band vere, quelle che puoi testare dal vivo, una sera in un pub o in una sala concerti, attenti che il jack che esce dalla chitarra arrivi direttamente all’amplificatore, senza trucchi o giri sospetti. Insomma, mentre l’Algoritmo Globale continuerà ad avere in vetrina prodotti sempre più allettanti, noi continueremo a preferire quelli imperfetti, i difetti, la personalità insomma. E magari continueremo, spero, ad andare a quei concerti lì, senza metterci in coda per gli idol di turno in concerti in cui ognuno avrà le proprie cuffie e la propria visiera 3D per vedere il volto che preferiamo quella sera sovrapporsi a quello della cantante. Insomma, magari il rock per come lo conosciamo continuerà ad esistere. Poi qualcuno la chiamerà resistenza, qualcun altro passaggio al bosco. Per uno come me, che di solito evita l’ottimismo come fosse una pestilenza, sarà semplicemente una necessità. Ora intanto aiutatemi, però, perché ho un problema reale: il “late 60’s / early 70’s American doom occult rock” come concetto mi garba troppo e non riesco più a togliermi gli Hail Darkness dagli auricolari. (Lorenzo Centini)

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22/03/2021

L'arte infiltrata dalle criptovalute

Il Ceo di Twitter, Jack Dorsey, ha messo all’asta il suo primo Tweet. L’offerta più alta raccolta sino ad adesso è di 2,5 milioni di dollari (v.cent.co/tweet/20). Mike Winkelmann, classe 1981, artista digitale made in USA, noto come Beeple, giovedì 11 marzo, dopo una serie di più di 180 offerte nell’ultima ora, in un’asta online da Christie’s ha venduto un file .jpg per 69,3 milioni di dollari, battendo astisti tradizionali come Turner, Georges Seurat e Francisco Goya (nytimes.com).

L’opera venduta da Beeple è Everydays – The First 5000 Days. Si può vedere un po’ dappertutto, ovviamente anche sul sito di Christie’s. Si tratta del collage di immagini scattate da Beeple negli ultimi tredici anni e caricate sul suo feed di instagram, beeple_crap.

Il fenomeno si sta allargando. L’artista Sean Williams ha scattato una foto di un buco di scarpa nel muro e l’ha messa all’asta al prezzo base di 10 mila euro. Le offerte attese supereranno di gran lunga il prezzo base, anche perché il mercato delle opere «Nifty» è surriscaldato, come confermano i gestori della piattaforma di trading Nifty Gateway, la quale tratta, appunto, opere di questo genere.

«Crossroad», per esempio, un’opera sempre di Beeple, su niftygateway.com ha ricevuto da @pablo, abbinato a un fantomatico Museum of Crypto Art, un’offerta di $ 66.666,60 – e siamo solo all’inizio.

Alex Ramírez-Mallis, 36 anni, promettente regista con base a Brooklyn, ha messo in vendita la sua opera «Nifty» (si tratta di un file audio) «One Calendar Year of Recorded Farts», la maggiore offerta ricevuta è di 185 dollari. L’asta è ancora aperta. Si tratta del collage dei suoni delle scoregge che Ramírez-Mallis e quattro amici hanno iniziato a condividere in un gruppo WhatsApp dall’inizio della pandemia nel 2020.

Non si tratta di una provocazione. Non siamo negli anni '60 del Novecento, non si tratta di un remake della «Merda d’artista in scatola, 30gr» di Piero Manzoni. Anche perché quello che viene venduto non è l’oggetto fisico. Non viene venduto il file, e neanche il contenuto del file. Non viene venduta nemmeno la licenza d’uso, come nel caso della vendita della canzone di un cantante o del programma di un computer.

Quando compriamo un libro di carta, il prezzo di vendita comprende tutte le spese di produzione, trasporto e commercializzazione (carta, inchiostro, lettura, correzione, impaginazione, grafica, stampa, imballaggio, trasporto, vendita, contabilità, tasse), più il diritto di utilizzare l’opera.

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Nel caso di un dipinto, in cui l’opera non può essere staccata dal supporto senza comprometterne l’integrità, l’acquisto del supporto coincide con l’acquisto dell’opera. In questo caso il diritto d’autore, come lo si pratica al giorno d’oggi, non può costituirsi.

Anche se in linea di principio l’opera d’arte è stata sempre riproducibile – di un quadro si può sempre fare un copia che può funzionare come l’originale – l’introduzione di nuove tecniche di fabbricazione ha reso questa pratica sempre più semplice, sino al punto che per molte opere la questione dall’originale ha perso ogni significato. Un fotogramma può essere stampato o riprodotto su schermo più volte. Nessuna delle stampe o visualizzazioni può essere considerata l’originale.

Mano a mano che le tecnologie diventano sempre più sofisticate, la riproduzione delle opere diventa sempre più semplice. In più, come nota giustamente Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità di massa), man mano che la tecnologia rende sempre più accessibile per un pubblico vasto i libri e le opere d’arte e dell’ingegno in generale, sempre più persone cominciano a leggere, e, di conseguenza, sempre più persone cominciano anche a scrivere e dipingere, suscitando la gelosia, la difesa regressiva, la spocchia aristocratica, dei vecchi addetti ai lavori, i quali si autoproclamano, di volta in volta, come custodi dell’ortodossia, della verità, bollando tutto ciò che arriva dal popolino come falso (fake).

Che cos’è un falso nel campo dell’arte?

La risposta non è semplice come sembra. Fior fior di scienziati e filosofi si sono cimentati nell’impresa, senza raggiungere risultati definitivi, soprattutto per il fatto che la dimostrazione non può evitare una caduta empirica – come sapeva bene Turing, che aveva costruito una macchina capace di emettere un verdetto definitivo a patto che fosse rifornita di un nastro infinito.

La soluzione proposta nel caso delle opere «Nifty» si chiama, appunto, NFT (non-fungible token). L’autenticità dell’opera viene certificata da uno speciale token crittografico (scrittura) che garantisce l’hic et nunc, e con ciò l’autenticità della cosa.

L’autenticità, dice Benjamin, è la quintessenza di tutto ciò che può venire tramandato. Se per un qualche motivo dovesse vacillare lo statuto di autenticità della cosa, dice Benjamin, con ciò stesso vacillerebbe l’idea stessa di storia.

Nel caso delle opere Nifty cosa viene davvero certificato?

Il significato del quadro non può essere staccato dal suo supporto empirico, e in ogni caso un sopporto diverso, per esempio una fotografia dello stesso dipinto, non restituisce l’opera autentica. La pennellata, la tela, la pasta dei colori e tutto il resto fanno parte a tutti gli effetti dell’opera stessa.

Nel caso di un libro, invece, il significato dell’opera può essere staccato, ed effettivamente il diritto lo considera separato dal suo supporto. Ciò che costituisce oggetto di diritto è proprio (o si crede che sia proprio) il significato del libro, e non il suo referente.

Allo stesso modo, nel caso della musica, ciò che è oggetto del diritto di autore, ciò che viene ritenuto autenticamente uscito dalle meningi dell’artista, è il significato della canzone, e non la sua riproduzione su un nastro magnetico piuttosto che su un disco di plastica o di silicio.

Tuttavia, qui iniziano i problemi, ci si è resi conto, sia in ambito musicale, sia in ambito delle arti plastiche, che lo stesso significato non può essere considerato fissato una volta per sempre, e che, addirittura, esso riemerge alterato dal contesto in cui viene riprodotto. Non si arriva a riconoscere che il mezzo è il messaggio, o a ritenere che ci sia una totale arbitrarietà anche del significato, ma si riconosce perlomeno che a produrre il significato concorrono il contesto e le persone coinvolte, che la produzione artistica è un fenomeno un tantino più complesso di come se lo rappresentano gli artisti moderni.

Nell’arte Nifty cade anche la foglia di fico del significato. Ciò che si mira a proteggere è il mero hic et nunc. Non è il supporto o la pennellata (la mano dell’artista artigiano) che conferisce all’opera la sua autenticità; non è nemmeno il significato, il presunto valore frutto del gesto creativo, in quanto l’opera assume valori diversi a seconda dei contesti in cui si innesta.

Autentico è il mero gesto artistico, il gesto vuoto, la pura volontà – la decisione. Siccome ho deciso adesso, qui, di postare questa foto, questo momento è unico, irripetibile, dunque non riproducibile.

L’intero ambito dell’autenticità, dice Benjamin, si sottrae alla riproducibilità tecnica. Ciò che si mira a fissare nell’NFT è proprio la non fungibilità di questo istante, la sua non riproducibilità tecnica, la sua sovranità o dittatura, direbbe Schmitt.

O, perlomeno, questo è quello che si crede di fare. Perché sarebbe facile dimostrare, e Turing lo ha fatto, che questa ultima spiaggia del genio artistico (e politico) è un altro modo per rimandare la resa dei conti con tutta l’impalcatura che permette di costruire rendite di posizione – anche miliardarie (vedi Apple e Microsoft).

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16/09/2018

Cinema. Una storia di oggi


Anni fa, fra il 2003 e il 2008, occupavamo un centro sociale a Rione Traiano, periferia molto popolare di Napoli: il mitico TerraTerra. Il quartiere aveva tanti problemi e ci impegnavamo a risolverli facendo attività sociale e rompendo le scatole a chi di dovere. Iniziative nei giardinetti, antisfratto, calcio popolare, serate culturali, visite alla municipalità etc, non ci impedivano di pensare anche più in grande e di porci problemi non proprio immediati. Così, fra palazzoni e prefabbricati post-apocalittici, al TerraTerra aprimmo un hacklab, dove offrivamo un servizio a chi non aveva un computer, ma anche un collettivo – Get Up Kids! – che a partire dal no alla SIAE, arrivava a produrre analisi e intervento sui diritti di proprietà intellettuali e i brevetti.

Non era una rarità all’epoca: i centri sociali vivevano ancora l’onda lunga del movimento no global e riuscivano a raccogliere molte intelligenze e interessarsi di temi avveniristici. Piattaforme informatiche, diritti digitali, democrazia in rete: non sono cose che hanno inventato i grillini, semmai loro hanno dato una versione proprietaria e plebiscitaria di un’ispirazione fondamentalmente libertaria.

Ovviamente riuscivamo a coprire questi temi anche perché la crisi non mordeva ancora, noi non sentivamo sulle spalle la responsabilità politica enorme che è piombata sui collettivi dal 2008 in poi, e la gente aveva più tempo da dedicare al prossimo.

Fra TerraTerra e Officina99 tirammo su un progetto, “Libreremo”, che portò alla scannerizzazione di qualcosa come 10.000 volumi usati nelle università italiane, che vennero diffusi in PDF su Emule e torrent, per ammazzare i costi universitari. Non era una soluzione per il diritto allo studio, ma un modo per intercettare gli studenti e organizzarsi insieme rivendicando l’accesso al sapere con ogni mezzo necessario. Un po’ come facciamo oggi con il mutualismo, che non è soluzione in sé, ma consente di fare breccia, imparare, politicizzare…

Era il 2005 e pensavamo che il tema del copyright sarebbe diventato sempre più centrale, visto che centrali sarebbero diventati i saperi, i brevetti, i contenuti, le piattaforme (iniziammo persino a creare un My Space alternativo insieme alla rete autistici/inventati!).

Poi la crisi ci ha travolto, ci hanno travolto i bisogni materiali e le responsabilità politiche più alte (è dal 2008 che abbiamo iniziato a muoverci per costruire un’organizzazione politica all’altezza della crisi, e ora con Potere al Popolo! sembra la volta buona...).

Il problema è che mentre da parte anticapitalista non si produceva più ricerca, sperimentazione e discorso su questi temi, da parte capitalista si diffondeva un’ideologia del tutto proprietaria, asservita al profitto. Con l’unica voce, blandamente critica, del 5 Stelle.

Come su tutto il resto insomma, a dimostrazione che mondo “reale” e mondo “virtuale” sono strettamente intrecciati. E infatti anche su questo i compagni, che una volta erano all’avanguardia, sembrano dei dinosauri, che quando si parla di “piattaforme” o “voto on line” scattano con l’accusa di deriva grillina...

Comunque, la realtà è sempre più forte, e oggi il Parlamento Europeo ha approvato una direttiva sul copyright che interviene pesantemente nella nostra quotidianità e la dice lunga su quanto questi temi siano decisivi. Non entro nel merito di questa direttiva, qui volevo solo ammettere che non riusciamo ancora a intervenire su questi temi come si dovrebbe.

E però dire anche un’altra cosa: che finché ci sarà un bisogno sociale, non si potrà mettere il freno a quel bisogno con le leggi. Se le leggi non consentono a una collettività di fruire di un bene, quelle leggi sono sbagliate e vanno cambiate, e finché non vengono cambiate saranno disobbedite.

Così sta accadendo con il film su Stefano Cucchi, che oltre ad aprire un dibattito sugli abusi delle forze dell’ordine, sta aprendo un dibattito sui limiti che il copyright impone alla circolazione dei saperi. Limiti che di tanto in tanto vengono abbattuti dalla potenza sociale che si appropria di un prodotto collettivo.

Proprio come ai tempi di Libreremo... La pirateria non sarà una soluzione, ma nel frattempo permette la crescita di una società, che sarebbe bloccata dal profitto.

Viva i collettivi universitari, i centri sociali, e chiunque disobbedisca alle leggi non per un tornaconto ma per dare qualcosa a chi ne ha bisogno! Che mille proiezioni clandestine fioriscano!

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13/09/2018

Diritto d’autore o diritto di schedatura? La normativa votata a Strasburgo

Il Parlamento europeo ha approvato la “direttiva sul diritto d’autore” che ne cambia la disciplina soprattutto per quanto riguarda la diffusione di contenuti su Internet, sulle piattaforme social ecc.

Una materia complicata, che coinvolge interessi enormi, e mette in discussione posizioni che garantiscono profitti in proporzione, spesso con il minimo sforzo. Ma che soprattutto comprende soggetti assai diversi tra loro – editori, gestori di piattaforme, giornalisti, artisti, semplici utenti dei social, ecc. – e quindi cambia i rapporti reciproci (“di classe”, si può ben dire) tra loro.

Il principio sbandierato dai proponenti – la Commissione europea, sostenuta dai due principali schieramenti, il Ppe e i “socialisti” – è “difendere la cultura e la creatività europea, mettendo fine al far-west digitale”. Nello specifico, viene individuato il “nemico” nei grandi aggregatori di notizie, come Google News, che tramite algoritmo raccolgono ogni giorno i link a milioni di contenuti (articoli, musica, video, foto, ecc.), guadagnando tramite la pubblicità che accompagna tutte le loro pagine.

Messa così, tutto sembra molto logico e giusto. Anche a noi, in fondo, dispiace vedere il nostro lavoro “piratato” da qualcuno che non autorizziamo a ripubblicare quanto prodotto, oppure a non vedere un centesimo di entrate nonostante gli oltre 3 milioni di visitatori annui...

I problemi sorgono quando si comincia a distinguere tra grandi editori, piccoli editori, singoli produttori di contenuti che si ritrovano aggregati tutti insieme dentro mega-contenitori. Se gli utenti cliccano sul link e vanno dunque a visitare il sito “produttore”, ecco che l’aggregatore svolge una funzione utile, perché rende rintracciabile quel singolo contenuto altrimenti destinato a essere solo un messaggio nella bottiglia in pieno oceano. Se questo non accade – l’utente medio si accontenta spesso di leggere il solo titolo – il produttore di contenuti non ci guadagna nulla, mentre l’aggregatore sì. Comunque.

Una “tassa” sugli aggregatori potrebbe dunque teoricamente portare parte di quei profitti nelle tasche dei “produttori” (soprattutto in quelle degli editori, che hanno già remunerato i loro giornalisti-artisti-ecc, molto meno in quelle dei creatori “spontanei”). Qualcosa del genere è già stato fatto in Spagna e Germania, quattro anni fa, con l’unico risultato – ampiamente imprevisto – di vedere Google chiudere le proprie pagine News per quei paesi.

Dunque la principale motivazione di questa normativa è già invalidata dai precedenti concreti. Anzi, il danno maggiore è stato subito dai piccoli editori, che si sono visti contemporaneamente privati della pubblicità online (il cui prezzo varia in proporzione ai click) e di buona parte della visibilità.

In attesa di vedere il testo definitivo – la votazione di ieri dovrà essere replicata a gennaio, dopo i negoziati con il Consiglio e la Commissione, per cercare un’intesa sulla versione definitiva della riforma; quindi toccherà agli stati membri mettere in atto la direttiva in una forma “nazionale” – sono stati due gli articoli più controversi.

Il numero 11 è per l’appunto quello dedicato alla disciplina dei diritti economici, nell’intento di ri-bilanciare gli squilibri tra editori e piattaforme online, introducendo una “compensazione” per ora non quantificata a beneficio degli editori.

Il 13, invece, è quello che introduce – senza dirlo – una censura selettiva che spinge le piattaforme a diventare “controllori-schedatori” degli utenti ancora più di quanto già non lo siano.

Prevede infatti che le piattaforme online – per esempio Facebook – controllino ciò che viene caricato dagli utenti, escludendo i contenuti protetti dal diritto d’autore. L’esempio pratico è utile: una foto trovata online non potrà più essere postata e condivisa se protetta da copyright (già ora il motore di ricerca Google permette di sapere se un singola foto è utilizzabile oppure no). E così per articoli di giornale, brani di letteratura o poesia, canzoni, ecc.

L’idea di fondo di questo articolo 13 è di spingere piattaforme ed editori (comprese le major di Hollywood o le case discografiche) ad accordarsi per dar forma a una “licenza” che permetta di ospitare contenuti coperti da copyright. Una volta per tutte, in modo da fissare un prezzo stabile e definire un flusso di incassi prevedibile.

Già Youtube utilizza un “Content ID” per evitare che singoli utenti carichino video protetti da copyright. Ma la formula usata dal Parlamento è parecchio ambigua: “utilizzare le tecnologie di riconoscimento dei contenuti per individuare video, musica, foto, testi e codici protetti dal copyright”. Lascia spazio a interpretazioni “nazionali” particolarmente invasive, tanto da traferire la responsabilità dei contenuti pubblicati dai singoli utenti alle piattaforme (già Facebook è particolarmente invasivo, da questo punto di vista).

In una lettera firmata da 70 esperti (tra cui il mitico Tim Berners Lee, considerato il creatore del world wide web, e Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia), si sostiene che questa misura potrebbe trasformare internet “in uno strumento per la sorveglianza automatizzata e per il controllo degli utenti”.

L’esperto in crittografia e sicurezza Bruce Schneier, uno dei firmatari, specifica che “L’articolo 13 trasforma i social media e le altre compagnie di internet in una specie di polizia del copyright, costringendoli a implementare un sistema di sorveglianza altamente invasivo”.

Il diavolo si nasconde nei dettagli, recita un saggio proverbio inglese... Ed ecco che, di dettaglio in dettaglio, “la difesa della cultura e della creatività europea” partorisce un sistema di sorveglianza individualizzato, come nemmeno nel Big Brother orwelliano.

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