Quando si dice che l’Europa si sta armando, non s’intende solamente l’acquisto di armi o comunque il rafforzamento dell’apparato militare propriamente detto, ma il fenomeno comprende anche le infrastrutture di trasporto civile, che progressivamente stanno trasformandosi nell’uso duale, civile e militare, superando l’approccio tradizionale che prevede strutture separate per usi commerciali e militari. Ciò sta già avvenendo e pare in modo sistematico e coordinato, almeno in Europea settentrionale e orientale. Il motore finanziario è il programma comunitario Connecting Europe Facility, che ha destinato 1,75 miliardi di euro per progetti di mobilità militare, con l'obiettivo di raggiungere i 75 miliardi entro il 2030. In prima linea ci sono Paesi Bassi, Germania e Polonia.
In tale contesto, la Commissione Europea ha identificato oltre 500 punti critici infrastrutturali che necessitano di lavori di potenziamento per sostenere la mobilità militare. Questi includono porti, aeroporti, ponti ferroviari, tunnel e corridoi di trasporto che devono essere adattati per il passaggio rapido di equipaggiamenti militari pesanti e di grandi dimensioni. Non è un programma di oggi, perché il Piano d'Azione sulla Mobilità Militare 2.0 è datato novembre 2022 e si basa su un primo piano del 2018, ma la guerra in Ucraina ne ha accelerato l’implementazione.
Il Piano si concentra su quattro azioni principali: adeguamento delle infrastrutture, tramite il potenziamento dei corridoi Ten-T per sostenere movimenti militari su larga scala; semplificazione normativa, tramite la digitalizzazione delle procedure doganali e logistiche; resilienza dei sistemi per proteggerli contro attacchi ibridi, cyber e rischi climatici; connettività, attraverso il rafforzamento dei collegamenti tra Paesi.
Sul versante marittimo, dove il Cef stanzia 145 milioni di euro, il perno di questa rete è il porto di Rotterdam, ritenuto uno hub primario della Nato per proiettare forze militari verso il fianco orientale dell’alleanza. La sua conversione verso l’uso duale prevede la designazione di banchine dedicate alle navi militari della Nato, l’adattamento dei terminal container per il trasferimento sicuro di munizioni, il coordinamento col porto di Anversa nel caso di volumi elevati e la pianificazione di esercitazioni anfibie regolari.
In un’intervista al Financial Time, il Ceo dell’Autorità portuale di Rotterdam, Boudewijn Simons, ha confermato che si sta riservando spazio alle navi militari e che si sta coordinando con i porti vicini su come gestire l'arrivo di veicoli e carichi britannici, americani e canadesi. Egli ha aggiunto che per quattro o cinque volte l’anno le navi militari potrebbero attraccare al porto, mentre la rete logistica circostante può adattarsi allo stoccaggio di rifornimenti, come forniture mediche, materie prime critiche, attrezzature energetiche, ripari ed eventualmente cibo e acqua.
Un altro scalo strategico è il porto di Amburgo, anch’esso destinato al rifornimento del fronte orientale della Nato. Questa funzione rientra nell’investimento annunciato di 1,1 miliardi di euro per migliorare i terminal container ed espandere i piazzali. Inoltre è previsto l’ampliamento del bacino di manovra da 480 a 600 metri per accogliere navi di maggiori dimensioni. In ambito più strettamente militare, ad Amburgo si svolgono esercitazioni Red Storm Alpha, dove un centinaio di soldati sono schierati per mettere in sicurezza le infrastrutture portuali.
Più a est, in Polonia, si sta attrezzando il porto di Gdynia, che deve diventare il gateway militare del Baltico. Anche qui sono in corso investimenti per aumentare la movimentazione delle merci e l’adattamento di alcune infrastrutture a uso duale. Inoltre, lo scalo sta implementando un sistema di droni per la gestione del traffico, il controllo e il contrasto ad altri velivoli autonomi. Nel 2023, Gdynia ha già compiuto un’operazione duale importante, trasbordando equipaggiamento militare statunitense.
Accanto a questi tre pilastri ci sono altri porti del Nord Europa ritenuti strategici. Uno è il citato porto di Anversa, che serve già come hub per le operazioni militari statunitensi in Europa e sarà sempre più coordinato con Rotterdam. Nei Paesi Bassi i porti di Vlissingen ed Eemshaven hanno già ricevuto spedizioni di veicoli blindati statunitensi nell’ottobre 2024 e tornando in Polonia bisogna citare anche il porto di Swinoujscie, che è importante anche come terminale di Gnl.
Il secondo capitolo degli investimenti europei riguarda il trasporto ferroviario, cui è assegnata circa la metà dei finanziamenti Cef per la mobilità militare, circa 874 milioni. I Paesi Bassi hanno aumentato del venti percento la loro flotta di carri specializzati, acquisendo 75 unità per il trasporto di equipaggiamenti militari in container. In tale contesto si può inserire il vasto programma di potenziamento della rete ferroviaria tedesca, che è fondamentale nel trasferimento degli equipaggiamenti dai porto atlantici verso il fronte orientale.
Il resto dei finanziamenti finora previsti dal Cef è per l’uso duale delle infrastrutture è composto da 548 milioni per quelle stradali, pari al 31% del totale, 164 milioni per quelle aeree (10%) e 16 milioni per le vie navigabili interne (1%). Oggi, quindi, l’interro fondo previsto per il periodo 2021-2027 è stato allocato e mancano ancora indicazioni per il periodo successivo, che va dal 2027 al 2030.
Accanto a questo finanziamento comunitario, altri fondi arrivano dai programmi nazionali e da quelli della Nato. Quest’ultima ha stanziato circa 4,6 miliardi di euro nel suo Security Investment Programme (Nsip), dedicati soprattutto alle infrastrutture marittime. Gli investimenti principali comprendono 2,4 miliardi per facilities marittime nel 2024, inclusi 300 milioni per progetti nella baia di Souda, Grecia; 550 milioni per infrastrutture di rifornimento navale; 190 milioni per miglioramenti portuali alla Stazione Navale di Rota, in Spagna.
Anche l’Italia si sta muovendo per l’uso duale delle infrastrutture di trasporto. Rientrano in tale contesto i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e del Piano Nazionale Complementare, ma bisogna citare il programma Cef Military Mobility, che prevede per l’Italia 29 milioni di euro per l'ammodernamento del collegamento ferroviario del bacino portuale di Genova Sampierdarena.
Inoltre, rete Ferroviaria Italiana ha firmato un accordo di collaborazione strategica con Leonardo per un progetto condiviso destinato alla movimentazione di risorse militari, anche con breve preavviso e su larga scala. Questo accordo prevede di sviluppare un'architettura e alcune funzionalità della piattaforma digitale integrata per il trasporto di materiale militare attraverso infrastrutture duali. Questa piattaforma integrerà soluzioni innovative basate su intelligenza artificiale, utilizzando il supercomputer Davinci-1 di Leonardo, uno dei più potenti nel settore aerospazio, difesa e sicurezza.
In tale contesto s’inserisce il recente emendamento al Decreto Infrastrutture che vuole comprendere tra le infrastrutture duali anche il ponte sullo Stretto di Messina e la nuova diga foranea di Genova, con lo scopo di ricevere finanziamenti comunitari. Infatti la loro classificazione come opera militare strategica inserirebbe i due progetti nella quota dell’1,5% del Pil che l’Unione Europea intende dedicare, all’interno dell’obiettivo del 5% del Pil per la Difesa, alle infrastrutture. Però, come ha chiarito il ministro della Difesa italiano, spetta alla Nato stabilire se un’infrastruttura è strategica.
L’estensione dell’uso duale a numerose infrastrutture europee di trasporto pone anche dei rischi. Il primo è ovviamente quello di metterle nel mirino di eventuali nemici nel caso di conflitti e considerando che i porti sono quasi tutti all’interno di grandi città, un attacco militare potrebbe coinvolgere anche la popolazione civile. Ma ci sono pure questioni immediate, che non dipendono da una guerra ma, più in generale, dalle interferenze anche in tempo di pace tra funzioni civili e militari. Per esempio interruzioni operative per esercitazioni, investimenti che non generano ritorni commerciali o competizione con porti che non hanno impegni militari.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2025
01/11/2022
Germania - La sinistra contende alla destra il malessere sociale, ma la guerra divide
Ad Amburgo sabato scorso circa 2.500 manifestanti si sono radunati al Berliner Tor, arrabbiati per l’aumento record dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari e la ridistribuzione forzata della ricchezza dal basso verso l’alto. “La povertà si sta diffondendo nella classe media“, ha denunciato Klaus Wicher, presidente dell’Associazione sociale tedesca di Amburgo, a coloro che erano riuniti intorno al furgone degli oratori. “Allo stesso tempo, le multinazionali si stanno arricchendo nella peggiore crisi del dopoguerra“, ha affermato, chiarendo il senso della protesta.
Un’ampia alleanza di oltre 70 organizzazioni e iniziative si era riunita per “non lasciare le strade alla destra“, come hanno esplicitamente chiarito diversi oratori nei loro contributi. Il sindacato dei lavoratori pubblici Verdi aveva convocato la manifestazione con il motto “Solidarietà fuori dalla crisi – vita alla portata di tutti invece che profitto per pochi”.
All’inizio c’erano tutti coloro che sono attivi nella resistenza radicale di sinistra ad Amburgo – dall’AStA dell’università e dal movimento per il clima Ende Gelände al partito Die Linke e l’Omas contro la destra ad Amburgo Rossa, la Seebrücke e la sinistra.
Un contributo dato alla manifestazione di apertura ha chiarito che c’erano anche rotture nell’alleanza. Un relatore, che si è presentato come Paul del gruppo “Black-Red May Day”, ha invitato i rappresentanti dell’iniziativa di pace “Hamburg Forum for International Understanding and Global Disarmament” a “incazzarsi”.
Sullo sfondo della dichiarazione c’è un conflitto che cova da tempo: il forum, che ogni anno organizza la marcia di Pasqua sull’Elba, è accusato di incolpare unilateralmente USA e NATO per la guerra in Ucraina e di relativizzare “la colpa della Russia”. Più recentemente, anche la “Alleanza di Amburgo contro la destra” ha criticato la cosa in una lettera aperta.
Metin Kaya, deputato del Partito della Sinistra e lui stesso attivo nel forum, ha respinto le critiche in un’intervista a Junge Welt. “Questa manifestazione dovrebbe riguardare solo la guerra in Ucraina, più gli sconvolgimenti sociali causati dalla guerra“, ha detto il vice. Kaya ha ovviamente delineato il compromesso che è stato decisivo per questa manifestazione. Il fatto che sono gli USA che non vogliono accettare un mondo multipolare e che stanno portando l’Europa in una crisi di proporzioni storiche dovrebbe essere solo menzionato di passaggio, se non del tutto, così come la guerra economica contro la Russia come causa di maggiore energia prezzi.
Su alcuni striscioni c’era scritto “Saccheggio invece di congelamento” o “Chiudi il capitalismo” e i discorsi chiedevano “l’espropriazione delle aziende chiave“. “Rompi il potere delle banche e delle società“, è stato gridato.
Il sindacato Verdi si è limitato a proposte riformiste come l’introduzione di una tassa sugli utili in eccesso e di un’imposta sul patrimonio, un tetto massimo per l’energia, il cibo e l’affitto. “La povertà fa ammalare“, ha esclamato il rappresentante di un centro sociale. Non è un caso che le persone nei quartieri poveri come Veddel vivano una decina di anni in meno rispetto a quelle dei quartieri ricchi come Blankenese.
Fonte
Un’ampia alleanza di oltre 70 organizzazioni e iniziative si era riunita per “non lasciare le strade alla destra“, come hanno esplicitamente chiarito diversi oratori nei loro contributi. Il sindacato dei lavoratori pubblici Verdi aveva convocato la manifestazione con il motto “Solidarietà fuori dalla crisi – vita alla portata di tutti invece che profitto per pochi”.
All’inizio c’erano tutti coloro che sono attivi nella resistenza radicale di sinistra ad Amburgo – dall’AStA dell’università e dal movimento per il clima Ende Gelände al partito Die Linke e l’Omas contro la destra ad Amburgo Rossa, la Seebrücke e la sinistra.
Un contributo dato alla manifestazione di apertura ha chiarito che c’erano anche rotture nell’alleanza. Un relatore, che si è presentato come Paul del gruppo “Black-Red May Day”, ha invitato i rappresentanti dell’iniziativa di pace “Hamburg Forum for International Understanding and Global Disarmament” a “incazzarsi”.
Sullo sfondo della dichiarazione c’è un conflitto che cova da tempo: il forum, che ogni anno organizza la marcia di Pasqua sull’Elba, è accusato di incolpare unilateralmente USA e NATO per la guerra in Ucraina e di relativizzare “la colpa della Russia”. Più recentemente, anche la “Alleanza di Amburgo contro la destra” ha criticato la cosa in una lettera aperta.
Metin Kaya, deputato del Partito della Sinistra e lui stesso attivo nel forum, ha respinto le critiche in un’intervista a Junge Welt. “Questa manifestazione dovrebbe riguardare solo la guerra in Ucraina, più gli sconvolgimenti sociali causati dalla guerra“, ha detto il vice. Kaya ha ovviamente delineato il compromesso che è stato decisivo per questa manifestazione. Il fatto che sono gli USA che non vogliono accettare un mondo multipolare e che stanno portando l’Europa in una crisi di proporzioni storiche dovrebbe essere solo menzionato di passaggio, se non del tutto, così come la guerra economica contro la Russia come causa di maggiore energia prezzi.
Su alcuni striscioni c’era scritto “Saccheggio invece di congelamento” o “Chiudi il capitalismo” e i discorsi chiedevano “l’espropriazione delle aziende chiave“. “Rompi il potere delle banche e delle società“, è stato gridato.
Il sindacato Verdi si è limitato a proposte riformiste come l’introduzione di una tassa sugli utili in eccesso e di un’imposta sul patrimonio, un tetto massimo per l’energia, il cibo e l’affitto. “La povertà fa ammalare“, ha esclamato il rappresentante di un centro sociale. Non è un caso che le persone nei quartieri poveri come Veddel vivano una decina di anni in meno rispetto a quelle dei quartieri ricchi come Blankenese.
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24/02/2020
Germania - Amburgo alle urne bastona Cdu, liberali, nazisti e Spd
La crisi politica tedesca si approfondisce con il voto di ieri ad Amburgo, città-stato che fa land a sé (come Berlino e Brema). L’Spd resta primo partito (37,8%), anche perdendo molti voti (–7,8), che però sono andati a premiare soprattutto i Verdi, ora praticamente al doppio dei consensi (+13,1%, salendo al 24,5).
Molto bene anche la sinistra “radicale” Die Linke, al 9,5%. Mentre crollano i liberali dell’Fdp (sono intorno al 5%, ma ancora non è certo se abbiano superato la soglia di sbarramento) e soprattutto i neonazisti dell’Afd, che perdono l’1,4 e scendono così al 4,7, restando sicuramente fuori dal consiglio regionale.
Il governo uscente era formato da una coalizione tra Spd e Verdi, che dunque verrà probabilmente confermata, con qualche ovvia “compensazione” interna che premi la maggiore rappresentatività dei Verdi e il calo socialdemocratico.
La Cdu della cancelliera Merkel subisce una batosta clamorosa, perdendo oltre il 4% e precipitando così all’11,3. Evidente il peso dello “scandalo Turingia”, dove il partito locale aveva votato per una coalizione di governo insieme ai liberali e ai neonazisti dell’Afd, venendo costretto a ritirare il voto il giorno dopo.
E certo non hanno fatto bene ai democristiani la strage di Hanau, ad opera di un neonazista “fuori di senno”. E ancor meno la scoperta, nella stessa città, di una cellula di poliziotti neonazisti e razzisti.
Non è però il caso di eccedere in sospiri di sollievo. Il boss locale della Spd, teoricamente socialdemocratico, ex sindaco e attuale ministro delle finanze nel governo federale, è quell’Olaf Scholz che risulta tra i principali sostenitori della “riforma del Mes” per rendere questo meccanismo europeo più feroce nei confronti dei Paesi del Mediterraneo.
Di certo c’è solo che la Cdu sta correndo verso la sua crisi più grave, tra tensioni interne che appaiono incontrollabili. Annegret Kramp Karrenbauer, nominata di recente presidente del partito al posto proprio di Angela Merkel, si è dimessa quasi subito. E per evitare uno scontro fratricida per la successione si fa largo l’ipotesi di una “presidenza collettiva” tra i quattro – o più – pretendenti al trono.
Nemmeno i democristiani tedeschi sono più quelli di una volta...
Fonte
Molto bene anche la sinistra “radicale” Die Linke, al 9,5%. Mentre crollano i liberali dell’Fdp (sono intorno al 5%, ma ancora non è certo se abbiano superato la soglia di sbarramento) e soprattutto i neonazisti dell’Afd, che perdono l’1,4 e scendono così al 4,7, restando sicuramente fuori dal consiglio regionale.
Il governo uscente era formato da una coalizione tra Spd e Verdi, che dunque verrà probabilmente confermata, con qualche ovvia “compensazione” interna che premi la maggiore rappresentatività dei Verdi e il calo socialdemocratico.
La Cdu della cancelliera Merkel subisce una batosta clamorosa, perdendo oltre il 4% e precipitando così all’11,3. Evidente il peso dello “scandalo Turingia”, dove il partito locale aveva votato per una coalizione di governo insieme ai liberali e ai neonazisti dell’Afd, venendo costretto a ritirare il voto il giorno dopo.
E certo non hanno fatto bene ai democristiani la strage di Hanau, ad opera di un neonazista “fuori di senno”. E ancor meno la scoperta, nella stessa città, di una cellula di poliziotti neonazisti e razzisti.
Non è però il caso di eccedere in sospiri di sollievo. Il boss locale della Spd, teoricamente socialdemocratico, ex sindaco e attuale ministro delle finanze nel governo federale, è quell’Olaf Scholz che risulta tra i principali sostenitori della “riforma del Mes” per rendere questo meccanismo europeo più feroce nei confronti dei Paesi del Mediterraneo.
Di certo c’è solo che la Cdu sta correndo verso la sua crisi più grave, tra tensioni interne che appaiono incontrollabili. Annegret Kramp Karrenbauer, nominata di recente presidente del partito al posto proprio di Angela Merkel, si è dimessa quasi subito. E per evitare uno scontro fratricida per la successione si fa largo l’ipotesi di una “presidenza collettiva” tra i quattro – o più – pretendenti al trono.
Nemmeno i democristiani tedeschi sono più quelli di una volta...
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13/05/2019
Un ricordo di Monika Ertl
12 maggio 1973, un brutto giorno: l’uccisione di Monika Ertl, la donna che vendicò Che Guevara.
Onore a questa donna ... giù il cappello compagni e compagne!
Il 12 Maggio 1973 venne uccisa in un infame agguato dalla polizia boliviana la compagna Monika Ertl militante dell’ELN boliviano passata alla storia per aver vendicato il Che uccidendo l’ufficiale dei servizi segreti boliviani Quintanilla Pereira all’interno del consolato boliviano di Amburgo, il 1 Aprile 1971. Colui che oltre ad ammazzare Ernesto Che Guevara, gli amputò le mani!
La Ertl, allora trentaquattrenne, si presentò al consolato per chiedere un visto e per parlare col console Quintanilla Pereira. Quando si trovo davanti all’assassino del Che la Ertl non esitò un momento sparò tre volte lasciando tre fori nel suo petto a forma di “V” e un biglietto sulla scrivania con su scritto “victoria o muerte”, simbolo dell’Esercito di Liberazione Boliviano.
Sparò con una pistola procuratagli da Giangiacomo Feltrinelli attraverso la rete internazionale della sinistra rivoluzionaria, una Colt Cobra 38 Special.
Monika rimase una combattente senza tomba caduta nella giungla. E nonostante riti e miti della guerra fredda, né a Cuba né nell’ Urss, né nella Ddr né nell’ultrasinistra occidentale, le furono mai intitolati una scuola, un monumento o un manifesto.
In un cimitero di La Paz, si dice che riposano “simbolicamente” i resti di Monica Ertl. In realtà non sono mai stati consegnati a suo padre, forse perché erano evidenti i segni di dolorose torture. I suoi appelli furono ignorati dalle autorità.
Questi rimangono in qualche posto sconosciuto del paese boliviano. Giacciono in una fossa comune, senza una croce, senza un nome.
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07/07/2018
Germania - Altri sei arresti per le proteste contro il G20 ad Amburgo
Il 27 Giugno diverse operazioni congiunte di Polizia hanno avuto luogo in Germania, legate al contesto repressivo post G20 tenutosi ad Amburgo nel 2017.
Sei compagni sono stati arrestati. Quattro di loro vivevano nell’area di Francoforte.
Successivamente, il 29 Giugno, due di loro sono stati rilasciati perché minorenni nel periodo in cui avrebbero compiuto i fatti incriminati.
Questa serie di arresti è solo l’ultima di una ondata repressiva contro i partecipanti alle fragorose proteste contro il G20 e i potenti della Terra. Numerosi raid e arresti si sono dati da oltre un anno a questa parte a livello internazionale, mentre nella stessa città di Amburgo si sono dati diversi momenti di militarizzazione e controllo ossessivo di interi quartieri.
A questi si aggiunge un accanimento mediatico continuo nei confronti di giornate che, specialmente in Germania, hanno messo in notevole difficoltà e imbarazzo le istituzioni.
A seguito di una partecipata assemblea di solidali tenutasi a Francoforte è stata lanciata una campagna di raccolta fondi per gli ultimi arrestati.
Intestatario: Rote Hilfe e.V. – Ortsgruppe Frankfurt
IBAN: DE24 4306 0967 4007 2383 90
BIC: GENODEM1GLS
Subject: G20
Fonte
Sei compagni sono stati arrestati. Quattro di loro vivevano nell’area di Francoforte.
Successivamente, il 29 Giugno, due di loro sono stati rilasciati perché minorenni nel periodo in cui avrebbero compiuto i fatti incriminati.
Questa serie di arresti è solo l’ultima di una ondata repressiva contro i partecipanti alle fragorose proteste contro il G20 e i potenti della Terra. Numerosi raid e arresti si sono dati da oltre un anno a questa parte a livello internazionale, mentre nella stessa città di Amburgo si sono dati diversi momenti di militarizzazione e controllo ossessivo di interi quartieri.
A questi si aggiunge un accanimento mediatico continuo nei confronti di giornate che, specialmente in Germania, hanno messo in notevole difficoltà e imbarazzo le istituzioni.
A seguito di una partecipata assemblea di solidali tenutasi a Francoforte è stata lanciata una campagna di raccolta fondi per gli ultimi arrestati.
Intestatario: Rote Hilfe e.V. – Ortsgruppe Frankfurt
IBAN: DE24 4306 0967 4007 2383 90
BIC: GENODEM1GLS
Subject: G20
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13/12/2017
G20 Amburgo: La polizia tedesca agì fuori dallo stato di diritto
L’Europarlamento approva il rapporto Lebreton sulla scandalosa gestione tedesca dell’ordine pubblico.
A Strasburgo, nel corso della sessione plenaria del Parlamento Europeo, è stato approvato il rapporto Lebreton sulla richiesta di difesa della mia immunità parlamentare, lesa quando fui posta in stato di arresto per ore dalla Polizia di Amburgo mentre partecipavo pacificamente a una manifestazione di protesta a luglio contro il G20. La Polizia di Amburgo, secondo il rapporto, aveva piena consapevolezza di aver arrestato, insieme ad altri 15 attivisti italiani, una deputata europea. E lo scrisse anche via twitter.
Al di là del mio caso specifico, il rapporto è importante perché l’Europarlamento ha di fatto ammesso che in quei giorni la gestione dell’ordine pubblico da parte delle autorità tedesche è stata ampiamente fuori dallo stato di diritto. Lo dimostrano soprattutto le decine di arresti, così come i mesi di custodia cautelare a cui sono stati sottoposti numerosi attivisti italiani ed europei, persone incensurate, come Fabio Vettorel, rilasciato solo pochi giorni fa.
Siamo soddisfatti dunque della presa di posizione dell’emiciclo di Strasburgo contro la stretta autoritaria e repressiva messa in atto dalle autorità tedesche e che purtroppo continua a ripetersi in Europa: il diritto di protestare, esprimere le proprio opinioni e dissentire, contro summit antidemocratici come il G20 non può essere cancellato né in Germania né in Europa. Pensiamo che ora la Polizia di Amburgo e il Governo tedesco debbano rispondere ufficialmente di quanto accaduto.
Eleonora Forenza, eurodeputata de L’Altra Europa (gruppo Gue/Ngl)
Fonte
A Strasburgo, nel corso della sessione plenaria del Parlamento Europeo, è stato approvato il rapporto Lebreton sulla richiesta di difesa della mia immunità parlamentare, lesa quando fui posta in stato di arresto per ore dalla Polizia di Amburgo mentre partecipavo pacificamente a una manifestazione di protesta a luglio contro il G20. La Polizia di Amburgo, secondo il rapporto, aveva piena consapevolezza di aver arrestato, insieme ad altri 15 attivisti italiani, una deputata europea. E lo scrisse anche via twitter.
Al di là del mio caso specifico, il rapporto è importante perché l’Europarlamento ha di fatto ammesso che in quei giorni la gestione dell’ordine pubblico da parte delle autorità tedesche è stata ampiamente fuori dallo stato di diritto. Lo dimostrano soprattutto le decine di arresti, così come i mesi di custodia cautelare a cui sono stati sottoposti numerosi attivisti italiani ed europei, persone incensurate, come Fabio Vettorel, rilasciato solo pochi giorni fa.
Siamo soddisfatti dunque della presa di posizione dell’emiciclo di Strasburgo contro la stretta autoritaria e repressiva messa in atto dalle autorità tedesche e che purtroppo continua a ripetersi in Europa: il diritto di protestare, esprimere le proprio opinioni e dissentire, contro summit antidemocratici come il G20 non può essere cancellato né in Germania né in Europa. Pensiamo che ora la Polizia di Amburgo e il Governo tedesco debbano rispondere ufficialmente di quanto accaduto.
Eleonora Forenza, eurodeputata de L’Altra Europa (gruppo Gue/Ngl)
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29/11/2017
“Il carcere è stato un’esperienza dura”. Intervista a Fabio Vettorel
Il racconto di Fabio finalmente libero dopo oltre 4 mesi di detenzione
La camicia azzurra sgualcita perché in carcere di certo non si possono stirare i vestiti. I capelli sistemati alla bell’è meglio, già ricresciuti, per apparire bene, nonostante l’enorme stanchezza. E forse c’è pure qualche capello bianco. Un’esperienza così segna. Qualche chilo in meno perché in carcere mangiava quasi solo «patate scotte senza sale, riso, pane e carne semi commestibile».
Ma una cosa non è cambiata: Fabio Vettorel ha stampato in faccia il sorriso di sempre. Glielo si legge proprio in faccia che «è bello essere libero».
Come hai vissuto questa esperienza?
«È stato più facile per me stare dentro come prigioniero politico rispetto ad un criminale comune. Ma ho ricevuto molta solidarietà, anche perché si è capito che la mia era una situazione diversa dalle altre. Mi hanno scritto, in molti hanno cercato di aiutare i miei genitori, che sono stati fantastici. Ho saputo che a Feltre e Belluno sono state organizzate delle manifestazioni, anche per chiedere il mio rilascio, e iniziative benefit per pagare la difesa legale».
Perché ti hanno arrestato?
«Perché il G20 è fallito a seguito delle proteste, perché è stato superato mediaticamente dalle manifestazioni, perché la nostra presenza ha dato fastidio alla governance, al sindaco. Il ministro dell’economia è stato bloccato dalle proteste. Siamo stati più efficaci».
Perché hai deciso di manifestare?
«È qualcosa mi è venuto dal cuore, ho pensato che per una volta fosse giusto scendere in strada per dire che non siamo 20 persone che decidono le sorti del mondo attorno a un tavolo, siamo liberi e vogliamo decidere per le nostre vite. Le disuguaglianze nel mondo stanno aumentando, i cambiamenti climatici non vengono affrontati da chi comanda, i migranti muoiono nel Mediterraneo senza che la gente se ne preoccupi. Ci sono tanti problemi che mi hanno spinto a uscire di casa, prendermi ferie e venire qui».
Com’era la vita in carcere?
«Sono stato fortunato perché ci sono stato poco: 5 mesi non sono tanti, ci sono detenuti che ci stanno per anni e non serve pensare ai grandi che ci sono già passati, basta pensare ad altri ragazzi come me. Durante il giorno leggevo, scrivevo lettere, parlavo con gli altri detenuti con cui ho sempre avuto un bellissimo rapporto, anzi molti sono stati solidali e continuerò a scrivergli. Non è stato facile perché le guardie non si comportano tutte allo stesso modo e non sai quando uscirai. Ma ce l’ho fatta».
Cosa ricorderai con serenità?
«Per me è stata un’esperienza forte: ho imparato a essere gentile, a cercare di capire e ascoltare tutti. Stavo con persone come me, che però meriterebbero di più. In carcere si conoscono i più deboli, gli oppressi, gli emarginati, quelli con storie di vita inimmaginabili. Sono stato fortunato, ho avuto genitori bellissimi, una crescita bellissima, non mi è mai mancato niente, mentre tanti di loro non hanno avuto questa fortuna. Perché sono nati nella parte sbagliata del mondo, in un posto povero dove non hanno potuto studiare, dove anche se lavoravano non avevano i soldi per mangiare, che hanno sofferto la fame. Che mossi dalla speranza di trovare un avvenire migliore sono venuti in Europa ma non hanno trovato niente, dandosi ai furtarelli o al piccolo spaccio di droga. Questo è orribile».
Hai imparato il tedesco?
«Un po’, quasi tutti lo parlavano e pochi sapevano l’inglese, solo qualche ragazzo africano. Alcune guardie lo sapevano ma preferivano parlare in tedesco».
Cosa hai pensato quando non ti hanno fatto uscire dal carcere?
«Ci sono stati molti momenti brutti e sinceramente non pensavo nemmeno di poter uscire oggi (ieri, ndr): ero pronto a uscire a febbraio. Mi sono reso conto che c’era un motivo per cui ero lì, perché avevo messo in atto la mia resistenza e avrei dovuto resistere, anche se mi avessero fatto restare per più tempo».
Fabio trova un’Amburgo piena di luci e di persone solidali, le stesse che hanno aiutato la madre, che si è trasferita in Germania non senza difficoltà. «Sapere che ha sofferto per me è stata una delle cose più difficili da accettare, ma sono stato fortunato perché mi ha sempre dato una mano. È una roccia, sono fortunato ad avere una madre così».
Quando è uscito dal tribunale finalmente libero, Fabio, la mamma, gli avvocati e gli amici si sono ritrovati a pranzo. Il primo piatto ha il sapore della libertà, della cotoletta di maiale e delle patatine fritte. Tante, come piacciono a Fabio.
Una delle prime cose che la mamma nota di Fabio è il modo di camminare: «È strano, sembra più spaesato che contento!», con nella voce la preoccupazione degli effetti che può aver avuto il carcere sul figlio. Ma Fabio non sembra accorgersene e non smette di dirle «grazie» per avergli «salvato la vita». Continua a ripetersi «sono fuori di prigione», quasi per convincersene. Appena uscito dal tribunale aveva esclamato: «Andiamo a bere una birra da un litro?». Subito accontentato.
E ora la madre non smette di staccargli gli occhi di dosso. Lo chiama «stella», lo tocca e lo bacia, ancora incredula. Lo invita più volte a rilassarsi mentre lui nomina gli amici di Feltre (dal Cadore è arrivato Fiorenzo per abbracciarlo da parte di tutti) e gli solletica l’immaginazione dicendogli «avremo tempo di fare un sacco di cose!». Eh già, ce ne sarà almeno per altri 3 mesi. Nell’attesa di ordinare il pranzo, Fabio inizia a leggere sul telefono della mamma i commenti sotto ad alcuni articoli sul suo caso giudiziario, mentre lei lo intima di lasciar perdere: «Ti fanno male». Ma lui li scorre, e sorride.
Tra le prime cose che vuole assaporare Fabio è il gusto del caffè, perché in carcere non era buono. «Il curdo aveva comprato un pacco grande così per 20 euro», dice disegnando un mucchietto con le mani, «non posso certo dire che fosse buono». Nemmeno la mensa sembrava all’altezza, tanto che «ero arrivato a drogarmi di cucchiaini di zucchero». Questa mattina tornerà al carcere giovanile di Hahnofersand, stavolta senza scorta e senza manette ai polsi, per riprendere le ultime cose.
Jamila Baroni sta cercando un appartamento tutto per loro, perché ora condivide una stanza con un’altra italiana.
In serata anche la telefonata con Maria, la ragazza di Cesio arrestata con lui e poi liberata in attesa del suo processo. Una telefonata piena di risate. Piena di spensieratezza. Ci voleva.
Intervista di Francesca Valente dal Corriere delle Alpi
Fonte
La camicia azzurra sgualcita perché in carcere di certo non si possono stirare i vestiti. I capelli sistemati alla bell’è meglio, già ricresciuti, per apparire bene, nonostante l’enorme stanchezza. E forse c’è pure qualche capello bianco. Un’esperienza così segna. Qualche chilo in meno perché in carcere mangiava quasi solo «patate scotte senza sale, riso, pane e carne semi commestibile».
Ma una cosa non è cambiata: Fabio Vettorel ha stampato in faccia il sorriso di sempre. Glielo si legge proprio in faccia che «è bello essere libero».
Come hai vissuto questa esperienza?
«È stato più facile per me stare dentro come prigioniero politico rispetto ad un criminale comune. Ma ho ricevuto molta solidarietà, anche perché si è capito che la mia era una situazione diversa dalle altre. Mi hanno scritto, in molti hanno cercato di aiutare i miei genitori, che sono stati fantastici. Ho saputo che a Feltre e Belluno sono state organizzate delle manifestazioni, anche per chiedere il mio rilascio, e iniziative benefit per pagare la difesa legale».
Perché ti hanno arrestato?
«Perché il G20 è fallito a seguito delle proteste, perché è stato superato mediaticamente dalle manifestazioni, perché la nostra presenza ha dato fastidio alla governance, al sindaco. Il ministro dell’economia è stato bloccato dalle proteste. Siamo stati più efficaci».
Perché hai deciso di manifestare?
«È qualcosa mi è venuto dal cuore, ho pensato che per una volta fosse giusto scendere in strada per dire che non siamo 20 persone che decidono le sorti del mondo attorno a un tavolo, siamo liberi e vogliamo decidere per le nostre vite. Le disuguaglianze nel mondo stanno aumentando, i cambiamenti climatici non vengono affrontati da chi comanda, i migranti muoiono nel Mediterraneo senza che la gente se ne preoccupi. Ci sono tanti problemi che mi hanno spinto a uscire di casa, prendermi ferie e venire qui».
Com’era la vita in carcere?
«Sono stato fortunato perché ci sono stato poco: 5 mesi non sono tanti, ci sono detenuti che ci stanno per anni e non serve pensare ai grandi che ci sono già passati, basta pensare ad altri ragazzi come me. Durante il giorno leggevo, scrivevo lettere, parlavo con gli altri detenuti con cui ho sempre avuto un bellissimo rapporto, anzi molti sono stati solidali e continuerò a scrivergli. Non è stato facile perché le guardie non si comportano tutte allo stesso modo e non sai quando uscirai. Ma ce l’ho fatta».
Cosa ricorderai con serenità?
«Per me è stata un’esperienza forte: ho imparato a essere gentile, a cercare di capire e ascoltare tutti. Stavo con persone come me, che però meriterebbero di più. In carcere si conoscono i più deboli, gli oppressi, gli emarginati, quelli con storie di vita inimmaginabili. Sono stato fortunato, ho avuto genitori bellissimi, una crescita bellissima, non mi è mai mancato niente, mentre tanti di loro non hanno avuto questa fortuna. Perché sono nati nella parte sbagliata del mondo, in un posto povero dove non hanno potuto studiare, dove anche se lavoravano non avevano i soldi per mangiare, che hanno sofferto la fame. Che mossi dalla speranza di trovare un avvenire migliore sono venuti in Europa ma non hanno trovato niente, dandosi ai furtarelli o al piccolo spaccio di droga. Questo è orribile».
Hai imparato il tedesco?
«Un po’, quasi tutti lo parlavano e pochi sapevano l’inglese, solo qualche ragazzo africano. Alcune guardie lo sapevano ma preferivano parlare in tedesco».
Cosa hai pensato quando non ti hanno fatto uscire dal carcere?
«Ci sono stati molti momenti brutti e sinceramente non pensavo nemmeno di poter uscire oggi (ieri, ndr): ero pronto a uscire a febbraio. Mi sono reso conto che c’era un motivo per cui ero lì, perché avevo messo in atto la mia resistenza e avrei dovuto resistere, anche se mi avessero fatto restare per più tempo».
Fabio trova un’Amburgo piena di luci e di persone solidali, le stesse che hanno aiutato la madre, che si è trasferita in Germania non senza difficoltà. «Sapere che ha sofferto per me è stata una delle cose più difficili da accettare, ma sono stato fortunato perché mi ha sempre dato una mano. È una roccia, sono fortunato ad avere una madre così».
Quando è uscito dal tribunale finalmente libero, Fabio, la mamma, gli avvocati e gli amici si sono ritrovati a pranzo. Il primo piatto ha il sapore della libertà, della cotoletta di maiale e delle patatine fritte. Tante, come piacciono a Fabio.
Una delle prime cose che la mamma nota di Fabio è il modo di camminare: «È strano, sembra più spaesato che contento!», con nella voce la preoccupazione degli effetti che può aver avuto il carcere sul figlio. Ma Fabio non sembra accorgersene e non smette di dirle «grazie» per avergli «salvato la vita». Continua a ripetersi «sono fuori di prigione», quasi per convincersene. Appena uscito dal tribunale aveva esclamato: «Andiamo a bere una birra da un litro?». Subito accontentato.
E ora la madre non smette di staccargli gli occhi di dosso. Lo chiama «stella», lo tocca e lo bacia, ancora incredula. Lo invita più volte a rilassarsi mentre lui nomina gli amici di Feltre (dal Cadore è arrivato Fiorenzo per abbracciarlo da parte di tutti) e gli solletica l’immaginazione dicendogli «avremo tempo di fare un sacco di cose!». Eh già, ce ne sarà almeno per altri 3 mesi. Nell’attesa di ordinare il pranzo, Fabio inizia a leggere sul telefono della mamma i commenti sotto ad alcuni articoli sul suo caso giudiziario, mentre lei lo intima di lasciar perdere: «Ti fanno male». Ma lui li scorre, e sorride.
Tra le prime cose che vuole assaporare Fabio è il gusto del caffè, perché in carcere non era buono. «Il curdo aveva comprato un pacco grande così per 20 euro», dice disegnando un mucchietto con le mani, «non posso certo dire che fosse buono». Nemmeno la mensa sembrava all’altezza, tanto che «ero arrivato a drogarmi di cucchiaini di zucchero». Questa mattina tornerà al carcere giovanile di Hahnofersand, stavolta senza scorta e senza manette ai polsi, per riprendere le ultime cose.
Jamila Baroni sta cercando un appartamento tutto per loro, perché ora condivide una stanza con un’altra italiana.
In serata anche la telefonata con Maria, la ragazza di Cesio arrestata con lui e poi liberata in attesa del suo processo. Una telefonata piena di risate. Piena di spensieratezza. Ci voleva.
Intervista di Francesca Valente dal Corriere delle Alpi
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28/11/2017
NoG20 Hamburg: Fabio Vettorel è stato scarcerato
Fabio Vettorel finalmente è libero. Con l’udienza di questa mattina, lunedì 27 novembre, Fabio ha lasciato l’aula da uomo libero. La polizia penitenziaria che lo ha accompagnato in udienza dal carcere è uscita dall’aula del tribunale, dopo il giudice ha letto il dispositivo della scarcerazione.
Venerdì scorso, l’alta Corte tedesca si era pronunciata favorevolmente alla libertà per Fabio respingendo il ricorso della Corte d’Appello che voleva tenere Fabio ancora in galera.
I giudici hanno però posto due condizioni molto rigide: il pagamento di una cauzione da 10 mila euro, versata a nome del 18enne, e la nomina di una persona che abbia una procura ad Amburgo.
Fabio non potrà inoltre lasciare la città per tutta la durata del processo e dovrà risiedere dalla madre, Jamila Baroni, che ha preso appositamente un appartamento ad Amburgo. Fabio inoltre dovrà firmare tre volte alla settimana presso la polizia.
L’intervista rilasciata a Radio Onda d’Urto da Jamila Baroni, mamma di Fabio, venerdì 24 novembre dopo la decisione dell’Alta Corte Ascolta o scarica qui
Da parte nostra possa giungere un forte abbraccio a Fabio con l’impegno che fintanto che non tornerà a casa continueremo a tenere alta l’attenzione su quanto sta accadendo ad Amburgo, vogliamo Fabio libero!
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08/11/2017
“Incarcerando o arrestando i ragazzi non fermerete comunque il dissenso”
Parole forti, coraggiose, soprattutto se pronunciate mentre sei detenuto e ti stanno processando in un tribunale. E’ infatti iniziato ieri, al Tribunale di Altona ad Amburgo, il processo a Fabio Vettorel, il giovanissimo attivista italiano da 4 mesi in carcere per le manifestazioni contro il vertice del G20 nella città tedesca. Nell’udienza di ieri Fabio ha rilasciato una dichiarazione che riportiamo. La nuova udienza è stata fissata per il 14 novembre
(Dichiarazione resa da Fabio Vettorel. all’udienza del 7 novembre 2017 al Tribunale di Altona ad Amburgo)
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“Signora giudice, signori giudici popolari, signora procuratrice, signor assistente del tribunale per i minori,
Voi oggi siete chiamati a giudicare un uomo. Lo avete chiamato “aggressivo criminale” e “irrispettoso della dignità umana”. Personalmente non mi curo degli appellativi che mi attribuite. Io sono solo un ragazzo di buona volontà.
Prima di tutto vorrei dire che probabilmente i signori politicanti, i signori commissari di polizia e i signori magistrati pensano che incarcerando e arrestando qualche ragazzetto si possa fermare il dissenso nelle strade. Probabilmente lor signori pensano che le prigioni bastino a spegnere le voci ribelli che dovunque si alzano. Probabilmente lor signori pensano che la repressione fermerà la nostra sete di libertà. La nostra volontà di costruire un mondo migliore.
Ebbene, essi si illudono. Ed è la storia che dà loro torto.
Perché innumerevoli ragazzi e ragazze come me sono passati per un tribunale come questo.
Infatti oggi è Amburgo, ieri era Genova, prima ancora era Seattle.
Voi cercate di arginare le voci di rivolta che ovunque si alzano con ogni mezzo “legale”, con ogni mezzo “procedurale”.
Comunque sia, qualunque sarà la decisione di questo tribunale, essa non inciderà sulla nostra protesta. Ancora tanti ragazzi e tante ragazze, mossi dai medesimi ideali, scenderanno nelle strade d’Europa. Incuranti delle prigioni che con tanto affanno vi sforzate di riempire di detenuti politici.
Ma veniamo al dunque, signora giudice, signori giudici popolari, signora procuratrice, signor assistente del tribunale per i minori.
Veniamo al dunque.
Come potrete immaginare io oggi voglio avvalermi del mio diritto di non rilasciare dichiarazioni in merito allo specifico fatto di cui sono imputato. Tuttavia vorrei porre l’attenzione su quali siano le motivazioni che spingono un giovane operaio originario di una remota cittadina delle Prealpi orientali a venire ad Amburgo.
Per manifestare il proprio dissenso contro il vertice del G-20.
G-20. Solo il nome ha in sé qualcosa di perverso.
Venti tra uomini e donne esponenti dei venti paesi più ricchi e industrializzati del globo si siedono attorno a un tavolo. Si siedono tutti insieme per decidere il nostro futuro. Sì, ho detto bene: il nostro. Il mio, come quello di tutte le persone sedute in questa stanza oggi, come quello di altre 7 miliardi di persone che abitano questa bella Terra.
Venti uomini decidono della nostra vita e della nostra morte.
Ovviamente a questo grazioso banchetto la popolazione non è invitata. Noi non siamo che lo stupido gregge dei potenti della Terra. Succubi spettatori di questo teatro dove un pugno di uomini tengono in mano un’umanità intera.
Io, signora giudice, ho pensato molto prima di venire ad Amburgo.
Ho pensato al signor Trump e ai suoi Stati Uniti d’America che sotto la bandiera della democrazia e della libertà si ergono poliziotti del mondo intero. Ho pensato ai tanti conflitti accesi dal gigante americano in ogni angolo del pianeta. Dal Medio Oriente all’Africa. Tutti per accaparrarsi il controllo di questa o quella risorsa energetica. Poco importa se poi a morire siano sempre i soliti: civili, donne e bambini.
Ho pensato anche al signor Putin. Nuovo zar di Russia. Che nel suo paese viola sistematicamente i diritti umani e si fa beffe di qualunque opposizione.
Ho pensato ai Sauditi e ai loro regimi fondati sul terrore, con cui noi occidentali facciamo affari d’oro.
Ho pensato a Erdogan che tortura, uccide, imprigiona i suoi oppositori.
Ho pensato anche al mio paese, dove a colpi di decreti legge ogni governo cancella senza tregua i diritti di studenti e lavoratori.
Insomma, eccoli qui i protagonisti del sontuoso banchetto che si è tenuto ad Amburgo lo scorso luglio. I più grandi guerrafondai e assassini che il mondo contemporaneo conosca.
Prima di venire ad Amburgo ho pensato anche all’iniquità che flagella oggi il pianeta. Mi sembra quasi scontato infatti ribadire che l’1 % della popolazione più ricca del mondo detiene la stessa ricchezza del 99% più povero. Mi sembra quasi scontato ribadire che gli 85 uomini più ricchi del mondo detengono la stessa ricchezza del 50% della popolazione mondiale più povera. 85 uomini contro 3 miliardi e mezzo.
Queste poche cifre bastano a rendere l’idea.
E poi, signora giudice, signori giudici popolari, signora procuratrice, signor assistente del tribunale per i minori, prima di venire ad Amburgo ho pensato alla mia terra: a Feltre. Il luogo dove sono nato, dove sono cresciuto e dove voglio vivere. La cittadella medioevale è incastonata come una gemma nelle Prealpi orientali. Ho pensato alle montagne che al tramonto si tingono di rosa. Ai bellissimi paesaggi che ho la fortuna di vedere dalla finestra di casa. Alla bellezza che travolge questo luogo.
Poi ho pensato ai fiumi della mia bella valle violentati dai tanti imprenditori che vogliono le concessioni per costruire centrali idroelettriche. Incuranti dei danni alla popolazione e all’ecosistema.
Ho pensato alle montagne colpite dal turismo di massa o diventate luogo di lugubri esercitazioni militari.
Ho pensato al bellissimo posto dove vivo che sta venendo svenduto ad affaristi senza scrupoli. Esattamente come tante altre valli in ogni angolo del pianeta. Dove la bellezza viene distrutta nel nome del progresso.
Sulla scia di tutti questi pensieri ho deciso dunque di venire ad Amburgo a manifestare. Per me venire qui è stato prima un dovere che un diritto.
Ho ritenuto giusto oppormi a queste scellerate politiche che stanno spingendo il mondo verso il baratro.
Ho ritenuto giusto battermi perché qualcosa sia almeno un po’ più umano, dignitoso, equo.
Ho ritenuto giusto scendere in piazza per ribadire che la popolazione non è un gregge, e nelle scelte essa deve essere interpellata.
La scelta di venire ad Amburgo è stata una scelta di parte. La scelta di stare dalla parte di chi chiede diritti e contro chi li vuole togliere. La scelta di stare dalla parte di tutti gli oppressi del mondo e contro gli oppressori. La scelta di combattere i potenti grandi e piccoli che usano il mondo come fosse un loro gioco. Incuranti che poi a farne le spese sia sempre la popolazione.
Ho fatto la mia scelta e non ho paura se ci sarà un prezzo da pagare ingiustamente.
Tuttavia c’è anche un’altra cosa che voglio dirvi, che voi mi crediate o meno: a me la violenza non piace. Però ho degli ideali e per questi ho deciso di battermi.
Non ho finito.
In un’epoca storica in cui dovunque nel mondo si alzano nuove frontiere, si stende nuovo filo spinato, si alzano nuovi muri dalle Alpi al Mediterraneo, trovo meraviglioso che migliaia di ragazzi da ogni parte d’Europa siano disposti a scendere insieme nelle strade di un’unica città, per il proprio futuro. Contro ogni confine. Con l’unico comune intento di rendere il mondo un posto migliore di come l’abbiamo trovato.
Perché signora giudice, signori giudici popolari, signora procuratrice, signor assistente del tribunale per i minori, perché noi non siamo il gregge di venti signorotti. Siamo donne e uomini che vogliono avere il diritto di disporre delle proprie vite.
E per questo combattiamo e combatteremo.”
(Dichiarazione resa da Fabio Vettorel. all’udienza del 7 novembre 2017 al Tribunale di Altona ad Amburgo)
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04/10/2017
G20 Amburgo: Fabio Vettorel trasferito dal carcere di Jork senza avviso
Nella giornata di domenica 1 ottobre i genitori di Fabio Vettorel, il giovane attivista di Feltre arrestato per i fatti legati al G20 di Amburgo, avevano appuntamento al carcere di Jork per fare visita a Fabio. Ma non gli è stato possibile incontrare Fabio in quando trasferito senza che i genitori e l’avvocato siano stati avvisati e messi al corrente.
Solo in tarda serata il Console italiano ha informato i genitori, comunicandogli il trasferimento temporaneo di Fabio nel carcere “Holstenglacis” in centro ad Amburgo.
Nella giornata di oggi Fabio è riuscito a telefonare alla madre, e a comunicargli che sta bene
A Fabio e ai suoi genitori un forte abbraccio complice e solidale
Fabio Libero, Liberi Tutti!!!!
Fonte
Solo in tarda serata il Console italiano ha informato i genitori, comunicandogli il trasferimento temporaneo di Fabio nel carcere “Holstenglacis” in centro ad Amburgo.
Nella giornata di oggi Fabio è riuscito a telefonare alla madre, e a comunicargli che sta bene
A Fabio e ai suoi genitori un forte abbraccio complice e solidale
Fabio Libero, Liberi Tutti!!!!
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16/09/2017
Arrestati senza prove al G20 di Amburgo: l’odissea dei ragazzi italiani
Detenuti dal 7 luglio denunciano gli abusi e le pressioni psicologiche delle autorità tedesche
Sono passati più di due mesi da quando sono stati arrestati ad Amburgo e rinchiusi, tra un giro di trasferimenti da un penitenziario all’altro, nel carcere di Billwerder. Parliamo di Emiliano Puleo di Partinico, Alessandro Rapisarda e Orazio Sciuto del centro sociale “Liotru” di Catania e di altri due ragazzi italiani Fabio Vettorel e Riccardo Lupano, tratti in arresto durante le manifestazioni del G20 di Amburgo.
In particolare c’è Emiliano Puleo, abitante del paese siciliano di Partinico, che recentemente ha inviato anche una lettera ai familiari dove denuncia vessazioni e pressioni psicologiche da parte delle autorità tedesche. Emiliano è un ragazzo molto impegnato, un idealista, ed è un militante del circolo “Peppino Impastato” di Rifondazione Comunista. Era andato assieme a un suo amico reporter ad Amburgo, per partecipare alla manifestazione contro il G20. Parliamo del 7 luglio scorso. Mentre rientrava in ostello è stato però tratto in arresto perché un poliziotto ha dichiarato di averlo visto lanciare una bottiglia durante gli scontri. Emiliano si dichiara innocente, d’altronde oltre alla testimonianza del poliziotto tedesco non c’è nessuna prova video o fotografica. I famigliari stanno lottando, soprattutto la mamma, Fina Fontana. Dopo diverso tempo le è stato concesso di andare a visitarlo in carcere per due ore ogni 15 giorni. Se pur reattivo, Emiliano appare molto stanco e c’è preoccupazione. La Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, su iniziativa di Giovanni Impastato, ha preso posizione mettendo uno striscione nel terrazzo della casa dedicata a Peppino e alla sua mamma.
Intanto per Emiliano Puleo il processo è stato fissato per il 4 ottobre. Alcuni ragazzi ( finora non quelli italiani) sono stati processati e nel caso peggiore a un olandese sono stati dati 2 anni e sette mesi da scontare in carcere, in altri casi un anno e mezzo in libertà vigilata. La detenzione risulta molto dura. Fino a pochi giorni fa la direzione del carcere aveva imposto una serie di restrizioni che avevano creato polemiche, tra le quali il divieto di poter ricevere libri. Emiliano, in una recen- te lettera, aveva raccontato quello che ha subito fin dall’arresto. «La prima perquisizione corporale in una caserma e poi il GeSa, prigione speciale costruita appositamente per il G20 e costata 5 milioni. Si trattava di un vecchio magazzino – scrive Emiliano – con all’esterno diversi container e all’interno di questi, unicamente illuminati con la luce artificiale dei neon, un innumerevole numero di celle prefabbricate. Entrato lì, sono stato prima denudato totalmente, hanno controllato anche le cuciture delle mutande e mi hanno tolto orologio e felpa, in nome della mia sicurezza; poi è arrivato il turno dell’alcool test; infine mi hanno fotografato e due poliziotti mi hanno condotto in cella, prendendomi a destra e a sinistra e piegandomi le braccia dietro la schiena ( modalità di accompagnamento che poi hanno utilizzato per ogni spostamento)».
Dopo la permanenza al GeSa hanno iniziato i trasferimenti in carcere. Prima sosta al carcere Billwerder. «Ci sono rimasto 2/ 3 ore prima di essere rimpac- chettato e trasferito ad un altro carcere – scrive sempre Emiliano -, un carcere minorile chiuso ed aperto solo per una decina di noi. Stanze singole, un’ora d’aria e socializzazione al giorno, il resto delle 23 ore chiusi dentro». Poi hanno riportato lui e gli altri ragazzi a Billwerder.
Come mai questi metodi duri per un presunto lancio di bottiglie? A rispondere è stato il deputato della Die Linke Martin Dolzer, portavoce Giustizia del gruppo della sinistra tedesca nel Parlamento di Amburgo durante un incontro con la delegazione di Rifondazione. In sintesi ha spiegato che, proprio a ridosso del vertice del G20, sono state inasprite le norme che regolano le manifestazioni di piazza. Ha inoltre sottolineato come il capo della polizia tedesca si sia contraddistinto per la sua linea dura e poco rispettosa dei diritti umani. Da parte dei giudici tedeschi ha rilevato un atteggiamento di accanimento, soprattutto nei confronti degli stranieri. In effetti qualcosa non torna. Oltre a Emiliano che viene accusato senza prove, c’è il caso di Fabio Vettorel. Si tratta di un giovanissimo operaio bellunese di 18 anni che aveva protestato ad Amburgo assieme a Maria Rocco ( liberata dopo un mese di detenzione). Viene accusato di aver agito contro l’ordine pubblico: il tribunale lo considera implicato in gravi atti di violenza durante le manifestazioni. In realtà lui ha raccontato che si era semplicemente fermato per soccorrere un’altra manifestante che si era fratturata una gamba. Le carte dei giudici tedeschi raccontano di violenze simili a quelle di una guerra civile, ma nel servizio dell’emittente tedesca Ndr fa notizia un video, girato dalla stessa polizia, in cui si vede la carica degli agenti partire rapidissima verso i manifestanti. In mezzo soltanto qualche oggetto, tra cui probabilmente un fumogeno, lanciato sulla strada.
Un video che in Germania ha alimentato nuove domande sul caso, tanto che altri giornalisti tedeschi sono andati in carcere a intervistare Fabio facendo emergere la sua innocenza. Se n’è occupato anche il quotidiano tedesco Süddetsche Zeitung che ha dedicato un lungo articolo alla vicenda del giovane bellunese, descrivendo Fabio Vettorel come proveniente da famiglia borghese, con la madre che lavora come consulente aziendale. Il ragazzo, prosegue il pezzo, è membro di un gruppo bellunese di sinistra chiamato «il Postaz». Il quotidiano ricorda anche come il gruppo, cinque settimane fa, si fosse accampato davanti al municipio di Belluno per protestare pacificamente contro il proliferare delle centraline idroelettriche. Il dubbio che resta, nei media tedeschi, è che Fabio si sia trovato nel momento sbagliato al posto sbagliato. Così come gli altri quattro ragazzi italiani. Si avverte la sensazione, almeno nei dibattiti tedeschi, che questi ragazzi siano stati probabilmente utilizzati per mostrare il pugno duro. Il governo italiano, però, tace nonostante diverse interrogazioni parlamentari.
Damiano Aliprandi da il dubbio
Fabio resta in carcere. I dubbi restano, anzi aumentano.
Fabio Vettorel, giovane bellunese che da poco ha conosciuto la maggior età è stato arrestato a Amburgo durante le manifestazioni di contestazione al G20. Una detenzione che ha superato i due mesi in attesa del giudizio, con molte versioni accusatorie che cozzano.
Secondo i giudici tedeschi Fabio è «predisposto alla violenza» e ha subito «carenze educative». Poco importa se non è stata commissionata una perizia psicologica o se del processo non c’è nemmeno l’ombra di una data. Tanto le illazioni fatte durante il secondo appello per la convalida del fermo non hanno peso, visto che sono «transitorie e di carattere generale». Non conta niente che la madre Jamila Baroni e le persone che lo conoscono lo credano «innocente e detenuto ingiustamente». Non ha valore la sua affermazione «sono incensurato e non mi ritengo aggressivo»
Ma perché dell’arresto di Fabio e degli altri 4 giovani italiani, tuttora detenuti, se ne parla così poco qui, da noi, in Italia, con un totale disinteresse della politica e del ministro degli esteri Alfano?
A parte la stampa locale e il Tgr Veneto, i quotidiani locali che hanno dato notizia degli sviluppi giudiziari, non sembra esserci la giusta risonanza, a livello nazionale, nonstante le forti contraddizioni emerse nel caso dell’arresto e detenzione di Fabio.
In Germania invece, i dubbi crescono, tanto che non si esita a parlare di capro espiatorio.
L’interrogativo lo alza una tv tedesca, la Ndr. Fa un’inchiesta sugli scontri al summit dei potenti e ricorda come, a violenze calde, la politica chiedesse punizioni forti, col sindaco di Amburgo a metterci la faccia davanti alle telecamere. Inevitabile, guardando il reportage, chiedersi se le prese di posizione istituzionali abbiano in qualche modo influenzato la giustizia tedesca. Creando un clima da capro espiatorio.
Fabio è accusato di aver agito contro l’ordine pubblico, il tribunale lo considera implicato in gravi atti di violenza durante le manifestazioni. Secondo le ricostruzioni in sua difesa, si era semplicemente fermato per soccorrere un’altra manifestante che si era fratturata una gamba. Una forma di istintiva solidarietà dunque, come quella mostrata da Maria Rocco: bellunese come Fabio, anche lei finita dentro e poi rilasciata.
Fabio è ancora in carcere in attesa di giudizio. Le carte dei giudici tedeschi raccontano di violenze simili a quelle di una guerra civile, ma nel servizio dell’emittente Ndr fa notizia un video, girato dalla stessa polizia, in cui si vede la carica degli agenti partire rapidissima verso i manifestanti. In mezzo soltanto qualche oggetto, tra cui probabilmente un fumogeno, lanciato sulla strada.
Un video che in Germania alimenta nuove domande sul caso. Tanto che altri giornalisti vanno in carcere a intervistare Vettorel. Facendo emergere altre contraddizioni. Si veda quella tra la descrizione del giovane come affetto da carenze educative, come predisposto alla violenza, parole usate nei documenti che stanno accompagnando la sua detenzione, e il volto del bellunese quando risponde a queste parole. Con quel “non capisco su quali prove si basino”. Ma la più lampante, tra le contraddizioni, è ancora nelle immagini. Altro video della polizia durante la manifestazione che ha portato all’arresto di Vettorel: lo si vede che raccoglie un oggetto, tranquillamente. Di violenza non c’è impressione.
In più parti del verbale si legge che Fabio «era consapevole», o che «avrebbe potuto fare». Allusioni non avallate da prove. E a fronte del rigetto dell’Alta Corte Federale contro il ricorso dell’avvocato per il suo rilascio, la speranza è che le ovvietà, almeno queste, vengano riconosciute.
«La dignità umana è la cosa più importante che esiste, per me», afferma Fabio contro l’accusa dei giudici, «è per questo che ero ad Amburgo quel giorno».
da http://www.osservatoriorepressione.info
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Sono passati più di due mesi da quando sono stati arrestati ad Amburgo e rinchiusi, tra un giro di trasferimenti da un penitenziario all’altro, nel carcere di Billwerder. Parliamo di Emiliano Puleo di Partinico, Alessandro Rapisarda e Orazio Sciuto del centro sociale “Liotru” di Catania e di altri due ragazzi italiani Fabio Vettorel e Riccardo Lupano, tratti in arresto durante le manifestazioni del G20 di Amburgo.
In particolare c’è Emiliano Puleo, abitante del paese siciliano di Partinico, che recentemente ha inviato anche una lettera ai familiari dove denuncia vessazioni e pressioni psicologiche da parte delle autorità tedesche. Emiliano è un ragazzo molto impegnato, un idealista, ed è un militante del circolo “Peppino Impastato” di Rifondazione Comunista. Era andato assieme a un suo amico reporter ad Amburgo, per partecipare alla manifestazione contro il G20. Parliamo del 7 luglio scorso. Mentre rientrava in ostello è stato però tratto in arresto perché un poliziotto ha dichiarato di averlo visto lanciare una bottiglia durante gli scontri. Emiliano si dichiara innocente, d’altronde oltre alla testimonianza del poliziotto tedesco non c’è nessuna prova video o fotografica. I famigliari stanno lottando, soprattutto la mamma, Fina Fontana. Dopo diverso tempo le è stato concesso di andare a visitarlo in carcere per due ore ogni 15 giorni. Se pur reattivo, Emiliano appare molto stanco e c’è preoccupazione. La Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, su iniziativa di Giovanni Impastato, ha preso posizione mettendo uno striscione nel terrazzo della casa dedicata a Peppino e alla sua mamma.
Intanto per Emiliano Puleo il processo è stato fissato per il 4 ottobre. Alcuni ragazzi ( finora non quelli italiani) sono stati processati e nel caso peggiore a un olandese sono stati dati 2 anni e sette mesi da scontare in carcere, in altri casi un anno e mezzo in libertà vigilata. La detenzione risulta molto dura. Fino a pochi giorni fa la direzione del carcere aveva imposto una serie di restrizioni che avevano creato polemiche, tra le quali il divieto di poter ricevere libri. Emiliano, in una recen- te lettera, aveva raccontato quello che ha subito fin dall’arresto. «La prima perquisizione corporale in una caserma e poi il GeSa, prigione speciale costruita appositamente per il G20 e costata 5 milioni. Si trattava di un vecchio magazzino – scrive Emiliano – con all’esterno diversi container e all’interno di questi, unicamente illuminati con la luce artificiale dei neon, un innumerevole numero di celle prefabbricate. Entrato lì, sono stato prima denudato totalmente, hanno controllato anche le cuciture delle mutande e mi hanno tolto orologio e felpa, in nome della mia sicurezza; poi è arrivato il turno dell’alcool test; infine mi hanno fotografato e due poliziotti mi hanno condotto in cella, prendendomi a destra e a sinistra e piegandomi le braccia dietro la schiena ( modalità di accompagnamento che poi hanno utilizzato per ogni spostamento)».
Dopo la permanenza al GeSa hanno iniziato i trasferimenti in carcere. Prima sosta al carcere Billwerder. «Ci sono rimasto 2/ 3 ore prima di essere rimpac- chettato e trasferito ad un altro carcere – scrive sempre Emiliano -, un carcere minorile chiuso ed aperto solo per una decina di noi. Stanze singole, un’ora d’aria e socializzazione al giorno, il resto delle 23 ore chiusi dentro». Poi hanno riportato lui e gli altri ragazzi a Billwerder.
Come mai questi metodi duri per un presunto lancio di bottiglie? A rispondere è stato il deputato della Die Linke Martin Dolzer, portavoce Giustizia del gruppo della sinistra tedesca nel Parlamento di Amburgo durante un incontro con la delegazione di Rifondazione. In sintesi ha spiegato che, proprio a ridosso del vertice del G20, sono state inasprite le norme che regolano le manifestazioni di piazza. Ha inoltre sottolineato come il capo della polizia tedesca si sia contraddistinto per la sua linea dura e poco rispettosa dei diritti umani. Da parte dei giudici tedeschi ha rilevato un atteggiamento di accanimento, soprattutto nei confronti degli stranieri. In effetti qualcosa non torna. Oltre a Emiliano che viene accusato senza prove, c’è il caso di Fabio Vettorel. Si tratta di un giovanissimo operaio bellunese di 18 anni che aveva protestato ad Amburgo assieme a Maria Rocco ( liberata dopo un mese di detenzione). Viene accusato di aver agito contro l’ordine pubblico: il tribunale lo considera implicato in gravi atti di violenza durante le manifestazioni. In realtà lui ha raccontato che si era semplicemente fermato per soccorrere un’altra manifestante che si era fratturata una gamba. Le carte dei giudici tedeschi raccontano di violenze simili a quelle di una guerra civile, ma nel servizio dell’emittente tedesca Ndr fa notizia un video, girato dalla stessa polizia, in cui si vede la carica degli agenti partire rapidissima verso i manifestanti. In mezzo soltanto qualche oggetto, tra cui probabilmente un fumogeno, lanciato sulla strada.
Un video che in Germania ha alimentato nuove domande sul caso, tanto che altri giornalisti tedeschi sono andati in carcere a intervistare Fabio facendo emergere la sua innocenza. Se n’è occupato anche il quotidiano tedesco Süddetsche Zeitung che ha dedicato un lungo articolo alla vicenda del giovane bellunese, descrivendo Fabio Vettorel come proveniente da famiglia borghese, con la madre che lavora come consulente aziendale. Il ragazzo, prosegue il pezzo, è membro di un gruppo bellunese di sinistra chiamato «il Postaz». Il quotidiano ricorda anche come il gruppo, cinque settimane fa, si fosse accampato davanti al municipio di Belluno per protestare pacificamente contro il proliferare delle centraline idroelettriche. Il dubbio che resta, nei media tedeschi, è che Fabio si sia trovato nel momento sbagliato al posto sbagliato. Così come gli altri quattro ragazzi italiani. Si avverte la sensazione, almeno nei dibattiti tedeschi, che questi ragazzi siano stati probabilmente utilizzati per mostrare il pugno duro. Il governo italiano, però, tace nonostante diverse interrogazioni parlamentari.
Damiano Aliprandi da il dubbio
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G20 Amburgo: Fabio da più di due mesi in carcere senza accuse ben definite
Fabio resta in carcere. I dubbi restano, anzi aumentano.
Fabio Vettorel, giovane bellunese che da poco ha conosciuto la maggior età è stato arrestato a Amburgo durante le manifestazioni di contestazione al G20. Una detenzione che ha superato i due mesi in attesa del giudizio, con molte versioni accusatorie che cozzano.
Secondo i giudici tedeschi Fabio è «predisposto alla violenza» e ha subito «carenze educative». Poco importa se non è stata commissionata una perizia psicologica o se del processo non c’è nemmeno l’ombra di una data. Tanto le illazioni fatte durante il secondo appello per la convalida del fermo non hanno peso, visto che sono «transitorie e di carattere generale». Non conta niente che la madre Jamila Baroni e le persone che lo conoscono lo credano «innocente e detenuto ingiustamente». Non ha valore la sua affermazione «sono incensurato e non mi ritengo aggressivo»
Ma perché dell’arresto di Fabio e degli altri 4 giovani italiani, tuttora detenuti, se ne parla così poco qui, da noi, in Italia, con un totale disinteresse della politica e del ministro degli esteri Alfano?
A parte la stampa locale e il Tgr Veneto, i quotidiani locali che hanno dato notizia degli sviluppi giudiziari, non sembra esserci la giusta risonanza, a livello nazionale, nonstante le forti contraddizioni emerse nel caso dell’arresto e detenzione di Fabio.
In Germania invece, i dubbi crescono, tanto che non si esita a parlare di capro espiatorio.
L’interrogativo lo alza una tv tedesca, la Ndr. Fa un’inchiesta sugli scontri al summit dei potenti e ricorda come, a violenze calde, la politica chiedesse punizioni forti, col sindaco di Amburgo a metterci la faccia davanti alle telecamere. Inevitabile, guardando il reportage, chiedersi se le prese di posizione istituzionali abbiano in qualche modo influenzato la giustizia tedesca. Creando un clima da capro espiatorio.
Fabio è accusato di aver agito contro l’ordine pubblico, il tribunale lo considera implicato in gravi atti di violenza durante le manifestazioni. Secondo le ricostruzioni in sua difesa, si era semplicemente fermato per soccorrere un’altra manifestante che si era fratturata una gamba. Una forma di istintiva solidarietà dunque, come quella mostrata da Maria Rocco: bellunese come Fabio, anche lei finita dentro e poi rilasciata.
Fabio è ancora in carcere in attesa di giudizio. Le carte dei giudici tedeschi raccontano di violenze simili a quelle di una guerra civile, ma nel servizio dell’emittente Ndr fa notizia un video, girato dalla stessa polizia, in cui si vede la carica degli agenti partire rapidissima verso i manifestanti. In mezzo soltanto qualche oggetto, tra cui probabilmente un fumogeno, lanciato sulla strada.
Un video che in Germania alimenta nuove domande sul caso. Tanto che altri giornalisti vanno in carcere a intervistare Vettorel. Facendo emergere altre contraddizioni. Si veda quella tra la descrizione del giovane come affetto da carenze educative, come predisposto alla violenza, parole usate nei documenti che stanno accompagnando la sua detenzione, e il volto del bellunese quando risponde a queste parole. Con quel “non capisco su quali prove si basino”. Ma la più lampante, tra le contraddizioni, è ancora nelle immagini. Altro video della polizia durante la manifestazione che ha portato all’arresto di Vettorel: lo si vede che raccoglie un oggetto, tranquillamente. Di violenza non c’è impressione.
In più parti del verbale si legge che Fabio «era consapevole», o che «avrebbe potuto fare». Allusioni non avallate da prove. E a fronte del rigetto dell’Alta Corte Federale contro il ricorso dell’avvocato per il suo rilascio, la speranza è che le ovvietà, almeno queste, vengano riconosciute.
«La dignità umana è la cosa più importante che esiste, per me», afferma Fabio contro l’accusa dei giudici, «è per questo che ero ad Amburgo quel giorno».
da http://www.osservatoriorepressione.info
Fonte
10/07/2017
Ad Amburgo la polizia tedesca si è vendicata contro i manifestanti
“La polizia di Amburgo mi ha perquisita in questo modo nonostante avessi loro mostrato il mio badge da parlamentare europea e il passaporto diplomatico. Non mi hanno creduta e ridevano ogni volta che lo ripetevamo”. A riferirlo è l’europarlamentare italiana Eleonora Forenza (guarda il video della perquisizione)
La testimonianza prosegue ricostruendo quanto accaduto: “Ci hanno fermato a 50 metri dalla piazza dove si era appena conclusa la grande manifestazione contro il G20 a cui avevamo partecipato, nessuno sta scrivendo questo elemento fondamentale. Stavamo andando a mangiare qualcosa. Un gruppo di 15 compagne e compagni italiani, arrestati perché ritenuti ‘pericolosi’, senza fornire altre spiegazioni. Rilasciati oggi, i compagni non hanno avuto modo di parlare con investigatori o magistrati. È un dispositivo su cui dovremo indagare e scrivere a lungo”.
“Ci sono di fatto decine di persone trattenute senza altra ragione se non quella di essere genericamente “pericolose” scrive Dinamo Press “Non è però difficile riscontrare in quest’operazione della polizia degli elementi “vendicativi”, legati alla consapevolezza di aver perso il controllo di vaste aree della città nonostante l’impiego di corpi speciali muniti di mitra e fucili”.
La sera di sabato, con le manifestazioni contro il vertice del G20 ormai concluse, al Neuer Pferdemarkt la polizia in tarda serata ha attaccato di nuovo con cannoni ad acqua contro le persone riunite lì in modo completamente pacifico, riferisce de Junge Welt.
Anche il giornale Hamburger Morgenpost è rimasto indignato per il giro di vite della polizia sui giovani seduti tranquillamente per strada. Molti sono stati spinti lungo il viale e quindi sono rimasti intrappolati. Perché sul lato opposto, lato Altonastr, la strada era bloccata dalla polizia, con un cannone ad acqua e blindati Räumpanzer.
Fonte
07/07/2017
Amburgo. Comincia il vertice del G20, scontri in serata. Le proteste proseguono
Ieri sera una delle manifestazioni contro il vertice del G20 che comincia oggi ad Amburgo è stata duramente caricata. Uno scenario già ampiamente previsto – come ci racconta Raoul Rigault* nell’intervista che segue. Sono previste in questi giorni ancora azioni e manifestazioni di protesta contro il vertice internazionale, ma nelle piattaforme della contestazione mancano molti obiettivi decisivi. Tra le notizie segnaliamo quella della presidenza del mitico club sportivo del St.Pauli di Amburgo che ha messo a disposizione il proprio stadio e ospitalità per 200 manifestanti. Ieri sera in piazza i primi scontri: Guarda il video delle manifestazioni
Dal 6 all’8 Luglio ad Amburgo si terrà il vertice del G20. Quali mobilitazioni sono previste per contestare il vertice?
E’ prevista tutta una settimana di protesta con molte azioni. C’è già stata una manifestazione sabato 1 Luglio 2017 ad Amburgo lanciata da una alleanza di sindacati della confederazione tedesca DGB, associazioni ambientali come Greenpeace, organizzazioni delle chiese ed un gruppo nato negli ultimi anni che si chiama “Mehr Demokratie” (Più Democrazia). La piattaforma non era un rifiuto del G20 ma il desiderio di “una altra politica” da parte delle potenze riunite nel G20. Quindi un approccio che punta sull’emendamento della loro politica, per così dire una richiesta di un capitalismo ed un imperialismo con il volto umano. E l’iniziativa è stata vista da gran parte della gente e dal movimento come un tentativo di spaccare la protesta. Ma la partecipazione è rimasta lontano dalle aspettative. Gli organizzatori avevano annunciato alla stampa ed alla polizia “centomila persone”. In realtà erano presenti “meno di ottomila” per la polizia e “venticinquemila” per gli organizzatori. L’ultimo numero certamente una esagerazione. In questo caso è stato piuttosto realistico il dato fornito dalla polizia.
La settimana vera e propria di iniziative è cominciata soltanto martedì 4 luglio 2017. In programma ci sono azioni di disturbo, blocchi stradali spontanei, camping autogestito e “proteste piene di fantasia”. Tra le iniziative più importanti c’è stato il “Vertice alternativo” di due giorni (mercoledì e giovedì 5 / 6 luglio) con 1500 partecipanti. Un congresso molto simile al Forum Sociale Europeo di una volta con tutti i punti forti (possibilità di incontrarsi per lo scambio di informazioni e valutazioni e per prendere contatto) e le debolezze (un po’ una fiera semi-politica).
Mercoledì c’è stata anche una manifestazione di “Danza notturna” con la musica Techno e la partecipazione di 8mila persone secondo la polizia e “circa 20mila” per gli organizzatori, nonché una performance “Mille figure” con le persone di colore grigio per la protesta contro l’aumento dello sfruttamento, la precarizzazione ecc., dunque una iniziativa chiaramente conflittuale sul piano del lavoro salariato. Una azione interessante registrata anche dai telegiornali ma purtroppo con una bassa partecipazione.
Per giovedì 6 luglio sera è previsto il corteo anticapitalistico “G20 – Welcome to hell” (“G20 – Benvenuto all’inferno”) con uno slogan ed un annuncio un po’ marziale per il quale la polizia aspetta la presenza di “ottomila militanti autonomi violenti da tutta Europa pronti a gravi distruzioni ed attacchi al luogo del vertice, ai politici e ai poliziotti”. Quindi una propaganda ufficiale ben prima del corteo che è da ritenere come un pretesto preventivo per fortissime cariche contro i manifestanti (cosa effettivamente accaduta nella serata di ieri, ndr).
Venerdì 7 luglio sono in programma vari blocchi attorno alla “Zona rossa” anche con lo scopo di bloccare il porto di Amburgo per “paralizzare la logistica del capitale”, uno sciopero degli studenti delle scuole e sabato 8 luglio ci sarà la grande manifestazione sotto il motto “Solidarietà senza confini invece di G20!”.
Per domenica 9 luglio si pensa già ad un corteo di solidarietà con il motto “Nobody forgotton” (“Non dimentichiamo nessuno”) davanti alla prigione provvisoria che le cosiddette “forze dell’ordine” hanno costruito per 400 persone.
Il G20 non è il G7. La platea dei paesi che partecipano al vertice è più ampia di quella tradizionale delle 7 maggiori potenze capitaliste. Nella analisi sul vertice avanzata dai movimenti che lo contesteranno c’è sensibilità su questa differenza o no?
Su questo sviluppo, cioè sul cambiamento dei rapporti di forza mondiali e regionali nel concerto delle potenze, non si dice niente nel testo di convocazione della piattaforma della manifestazione centrale di sabato. Naturalmente ci sono articoli nei giornali di sinistra e nei media della sinistra radicale (un termine che in Germania è simile a quello di “sinistra alternativa / antagonista” in Italia). Comunque si può osservare da tanti anni un declino del dibattito e delle analisi rispetto a quel livello che abbiamo avuto ancora negli anni '80 durante il grande movimento antimilitarista e di pace contro l’installazione dei Pershing 2 e dei Cruise Missiles e anche negli anni '90, sebbene allora con una tendenza “antinazionale / antitedesca e pro-Israele”, con una valutazione della situazione europea e mondiale distorta. Oggi predomina l’attivismo, vuol dire un azionismo con poco approfondimento. Su questo campo mi sembra che oggi la sinistra antagonista e di classe in Italia sia più avanzata di quella tedesca.
Nella contestazioni al vertice del G 20 prevalgono i temi di carattere economico-sociale o quelli contro la guerra?
Difficile da dire perché – detto un po’ polemicamente – la piattaforma per la manifestazione centrale di sabato, che rappresenta certamente il documento più importante e più rappresentativo di questa onda di proteste, è un sommario sulla linea “Siamo per il bene e contro il male!”.
Si elencano in ordine cronologico tra le “cose che vanno nella direzione sbagliate nel mondo”:
– Guerre e conflitti armati come in Siria, Kurdistan, Iraq oppure l'Ucraina e le esportazioni di armamenti;
– la “fuga di 65 milioni persone a livello mondiale” e la chiusura delle frontiere di Europa e Germania;
– il “razzismo e l’odio aperto che sono in aumento in tanti paesi del mondo”;
– il “cambiamento del clima provocato dall’azione umana”;
– la “spaccatura sociale” e disuguaglianza drastica dove “8 uomini hanno un patrimonio più alto della metà della popolazione mondiale più povera” con bassi salari, mancanza di case dove si può pagare l’affitto;
– gli “accordi di libero scambio come EPA, CETA, TISA oppure TTIP”.
Si protesta contro il vertice del G20 perché qui “si vogliono riunire i responsabili per questo disastro umano e sociale”. E ancora: “La critica non va soltanto contro singoli personaggi e rappresentanti, ma contro le condizioni e le strutture delle quali loro sono il prodotto. Renderemo evidente il nostro rifiuto del mondo freddo e crudele del capitalismo globale, come è rappresentato ed organizzato dai membri del G20.” Questioni come NATO, UE ed Euro per esempio non sono menzionate.
Abbiamo letto che sono stati allontanati da Amburgo decine di agenti di polizia che avevano dato segnali di squilibrio. Come verrà gestito l’apparato repressivo per il vertice di Amburgo? Sono in atto misure di repressione preventiva come avvenuto in Italia o ci sarà solo la militarizzazione della zona rossa?
Si trattava di 220 agenti della polizia di Berlino da sempre nota e famigerata per il proprio comportamento molto violento contro manifestanti, almeno contro quelli progressisti e di sinistra. Sono dovuti ritornare quasi subito a Berlino a causa delle notizie sull’orgia nella quale hanno festeggiato per esempio con la danza sul tavolo con la pistola in mano, ma non ci saranno misure disciplinari contro di loro come ieri (mercoledì) hanno detto i telegiornali. Non potevamo aspettarci altro!
In generale esiste in questi giorni, anche senza gli agenti di Berlino, un vero e proprio stato di polizia ad Amburgo dove ci sono, anche oltre la “zona rossa”, delle cariche contro manifestanti assolutamente non-violenti (per esempio lunedì e martedì). Gran parte della popolazione locale ha lasciato la città prima della settimana delle proteste. E all’inizio la polizia (diretta da un governo regionale sotto la guida socialdemocratica della SPD!) ha condotto di fatto una lotta di logoramento contro i campeggi per evitare che gli attivisti potessero dormire con il tentativo di demoralizzare la protesta. Adesso, dopo qualche sentenza in parte favorevole dei tribunali per il campeggio sgomberato e tanta solidarietà della gente normale con l’offerta di pernottamento gratuito su iniziativa privata – ma anche sull’area di certe chiese o in un teatro cittadino – la situazione si è distesa un po’. Ovviamente è stata una sconfitta per la strategia della polizia.
In sintesi: Si tratta di una situazione come quella in occasione del G8 a Genova nel luglio 2001, ma forse ancora un po’ di più a causa della famosa “deutsche Gründlichkeit” (“la precisione tedesca”). E naturalmente include la possibilitàdi un massacro simile al capoluogo ligure di sedici anni fa.
* Raoul Rigault è da decenni un attivista della sinistra antagonista tedesca e scrive per il quotidiano della sinistra alternativa tedesca “junge Welt” (www.jungewelt.de).
Fonte
Credo che scenario come quelli descritti nel testo - mi riferisco allo stato della sinistra antagonista tedesca, che da quanto ho letto mi sembra possa considerarsi come ancora quasi del tutto rinchiusa nelle dinamiche movimentiste come fine e non come mezzo - si prestino a divenire ulteriore dimostrazione del fatto che la rottura con lo stato di cose presenti non può che essere perseguita su base nazionale.
Dal 6 all’8 Luglio ad Amburgo si terrà il vertice del G20. Quali mobilitazioni sono previste per contestare il vertice?
E’ prevista tutta una settimana di protesta con molte azioni. C’è già stata una manifestazione sabato 1 Luglio 2017 ad Amburgo lanciata da una alleanza di sindacati della confederazione tedesca DGB, associazioni ambientali come Greenpeace, organizzazioni delle chiese ed un gruppo nato negli ultimi anni che si chiama “Mehr Demokratie” (Più Democrazia). La piattaforma non era un rifiuto del G20 ma il desiderio di “una altra politica” da parte delle potenze riunite nel G20. Quindi un approccio che punta sull’emendamento della loro politica, per così dire una richiesta di un capitalismo ed un imperialismo con il volto umano. E l’iniziativa è stata vista da gran parte della gente e dal movimento come un tentativo di spaccare la protesta. Ma la partecipazione è rimasta lontano dalle aspettative. Gli organizzatori avevano annunciato alla stampa ed alla polizia “centomila persone”. In realtà erano presenti “meno di ottomila” per la polizia e “venticinquemila” per gli organizzatori. L’ultimo numero certamente una esagerazione. In questo caso è stato piuttosto realistico il dato fornito dalla polizia.
La settimana vera e propria di iniziative è cominciata soltanto martedì 4 luglio 2017. In programma ci sono azioni di disturbo, blocchi stradali spontanei, camping autogestito e “proteste piene di fantasia”. Tra le iniziative più importanti c’è stato il “Vertice alternativo” di due giorni (mercoledì e giovedì 5 / 6 luglio) con 1500 partecipanti. Un congresso molto simile al Forum Sociale Europeo di una volta con tutti i punti forti (possibilità di incontrarsi per lo scambio di informazioni e valutazioni e per prendere contatto) e le debolezze (un po’ una fiera semi-politica).
Mercoledì c’è stata anche una manifestazione di “Danza notturna” con la musica Techno e la partecipazione di 8mila persone secondo la polizia e “circa 20mila” per gli organizzatori, nonché una performance “Mille figure” con le persone di colore grigio per la protesta contro l’aumento dello sfruttamento, la precarizzazione ecc., dunque una iniziativa chiaramente conflittuale sul piano del lavoro salariato. Una azione interessante registrata anche dai telegiornali ma purtroppo con una bassa partecipazione.
Per giovedì 6 luglio sera è previsto il corteo anticapitalistico “G20 – Welcome to hell” (“G20 – Benvenuto all’inferno”) con uno slogan ed un annuncio un po’ marziale per il quale la polizia aspetta la presenza di “ottomila militanti autonomi violenti da tutta Europa pronti a gravi distruzioni ed attacchi al luogo del vertice, ai politici e ai poliziotti”. Quindi una propaganda ufficiale ben prima del corteo che è da ritenere come un pretesto preventivo per fortissime cariche contro i manifestanti (cosa effettivamente accaduta nella serata di ieri, ndr).
Venerdì 7 luglio sono in programma vari blocchi attorno alla “Zona rossa” anche con lo scopo di bloccare il porto di Amburgo per “paralizzare la logistica del capitale”, uno sciopero degli studenti delle scuole e sabato 8 luglio ci sarà la grande manifestazione sotto il motto “Solidarietà senza confini invece di G20!”.
Per domenica 9 luglio si pensa già ad un corteo di solidarietà con il motto “Nobody forgotton” (“Non dimentichiamo nessuno”) davanti alla prigione provvisoria che le cosiddette “forze dell’ordine” hanno costruito per 400 persone.
Il G20 non è il G7. La platea dei paesi che partecipano al vertice è più ampia di quella tradizionale delle 7 maggiori potenze capitaliste. Nella analisi sul vertice avanzata dai movimenti che lo contesteranno c’è sensibilità su questa differenza o no?
Su questo sviluppo, cioè sul cambiamento dei rapporti di forza mondiali e regionali nel concerto delle potenze, non si dice niente nel testo di convocazione della piattaforma della manifestazione centrale di sabato. Naturalmente ci sono articoli nei giornali di sinistra e nei media della sinistra radicale (un termine che in Germania è simile a quello di “sinistra alternativa / antagonista” in Italia). Comunque si può osservare da tanti anni un declino del dibattito e delle analisi rispetto a quel livello che abbiamo avuto ancora negli anni '80 durante il grande movimento antimilitarista e di pace contro l’installazione dei Pershing 2 e dei Cruise Missiles e anche negli anni '90, sebbene allora con una tendenza “antinazionale / antitedesca e pro-Israele”, con una valutazione della situazione europea e mondiale distorta. Oggi predomina l’attivismo, vuol dire un azionismo con poco approfondimento. Su questo campo mi sembra che oggi la sinistra antagonista e di classe in Italia sia più avanzata di quella tedesca.
Nella contestazioni al vertice del G 20 prevalgono i temi di carattere economico-sociale o quelli contro la guerra?
Difficile da dire perché – detto un po’ polemicamente – la piattaforma per la manifestazione centrale di sabato, che rappresenta certamente il documento più importante e più rappresentativo di questa onda di proteste, è un sommario sulla linea “Siamo per il bene e contro il male!”.
Si elencano in ordine cronologico tra le “cose che vanno nella direzione sbagliate nel mondo”:
– Guerre e conflitti armati come in Siria, Kurdistan, Iraq oppure l'Ucraina e le esportazioni di armamenti;
– la “fuga di 65 milioni persone a livello mondiale” e la chiusura delle frontiere di Europa e Germania;
– il “razzismo e l’odio aperto che sono in aumento in tanti paesi del mondo”;
– il “cambiamento del clima provocato dall’azione umana”;
– la “spaccatura sociale” e disuguaglianza drastica dove “8 uomini hanno un patrimonio più alto della metà della popolazione mondiale più povera” con bassi salari, mancanza di case dove si può pagare l’affitto;
– gli “accordi di libero scambio come EPA, CETA, TISA oppure TTIP”.
Si protesta contro il vertice del G20 perché qui “si vogliono riunire i responsabili per questo disastro umano e sociale”. E ancora: “La critica non va soltanto contro singoli personaggi e rappresentanti, ma contro le condizioni e le strutture delle quali loro sono il prodotto. Renderemo evidente il nostro rifiuto del mondo freddo e crudele del capitalismo globale, come è rappresentato ed organizzato dai membri del G20.” Questioni come NATO, UE ed Euro per esempio non sono menzionate.
Abbiamo letto che sono stati allontanati da Amburgo decine di agenti di polizia che avevano dato segnali di squilibrio. Come verrà gestito l’apparato repressivo per il vertice di Amburgo? Sono in atto misure di repressione preventiva come avvenuto in Italia o ci sarà solo la militarizzazione della zona rossa?
Si trattava di 220 agenti della polizia di Berlino da sempre nota e famigerata per il proprio comportamento molto violento contro manifestanti, almeno contro quelli progressisti e di sinistra. Sono dovuti ritornare quasi subito a Berlino a causa delle notizie sull’orgia nella quale hanno festeggiato per esempio con la danza sul tavolo con la pistola in mano, ma non ci saranno misure disciplinari contro di loro come ieri (mercoledì) hanno detto i telegiornali. Non potevamo aspettarci altro!
In generale esiste in questi giorni, anche senza gli agenti di Berlino, un vero e proprio stato di polizia ad Amburgo dove ci sono, anche oltre la “zona rossa”, delle cariche contro manifestanti assolutamente non-violenti (per esempio lunedì e martedì). Gran parte della popolazione locale ha lasciato la città prima della settimana delle proteste. E all’inizio la polizia (diretta da un governo regionale sotto la guida socialdemocratica della SPD!) ha condotto di fatto una lotta di logoramento contro i campeggi per evitare che gli attivisti potessero dormire con il tentativo di demoralizzare la protesta. Adesso, dopo qualche sentenza in parte favorevole dei tribunali per il campeggio sgomberato e tanta solidarietà della gente normale con l’offerta di pernottamento gratuito su iniziativa privata – ma anche sull’area di certe chiese o in un teatro cittadino – la situazione si è distesa un po’. Ovviamente è stata una sconfitta per la strategia della polizia.
In sintesi: Si tratta di una situazione come quella in occasione del G8 a Genova nel luglio 2001, ma forse ancora un po’ di più a causa della famosa “deutsche Gründlichkeit” (“la precisione tedesca”). E naturalmente include la possibilitàdi un massacro simile al capoluogo ligure di sedici anni fa.
* Raoul Rigault è da decenni un attivista della sinistra antagonista tedesca e scrive per il quotidiano della sinistra alternativa tedesca “junge Welt” (www.jungewelt.de).
Fonte
Credo che scenario come quelli descritti nel testo - mi riferisco allo stato della sinistra antagonista tedesca, che da quanto ho letto mi sembra possa considerarsi come ancora quasi del tutto rinchiusa nelle dinamiche movimentiste come fine e non come mezzo - si prestino a divenire ulteriore dimostrazione del fatto che la rottura con lo stato di cose presenti non può che essere perseguita su base nazionale.
13/02/2017
“Non vogliamo salvare il capitalismo”. Le proteste verso il G 20 di Amburgo
Alla fine di questa settimana si è tenuta ad Amburgo una conferenza d'azione (Aktionskonferenz) per preparare la protesta contro il vertice G 20 del prossimo luglio ad Amburgo. Un colloquio con Deniz Ergün, portavoce della alleanza "Arrembare il G 20".
Sabato si svolge nella Università di Amburgo una Conferenza d'azione sulle proteste contro il vertice G 20 del 7 e 8 luglio 2017 nella città anseatica. Che cosa avete sull'agenda?
Questa volta elaboriamo soprattutto la piattaforma concettuale / i nostri contenuti, per evitare che ci perdiamo nell' azionismo. Significa concretamente che ci occupiamo della situazione mondiale. Il "Lower Class Magazine" (una rivista online della sinistra antagonista; N.d.T) ci dà uno sguardo d'insieme sui teatri attuali di guerra con qualche approfondimenti e l'autore Tomasz Konicz fornisce una introduzione nella crisi economica. I compagni e le compagne del "Revolutionärer Aufbau Schweiz" ("Costruzione Rivoluzionario Svizzera") ci mostrano come può essere oggi una prassi rivoluzionaria. E anarchici ed anarchiche dalla Grecia ci raccontano che cosa hanno causato la socialdemocrazia greca e l'imperialismo tedesco. Accanto ad altri workshop su temi diversi i gruppi di lavoro presentano i risultati che hanno elaborato fino a questo punto, offrendo la possibilità di partecipazione e di dare forma alla protesta.
I quotidiani "Die Welt" ed "Hamburger Abendblatt" (della casa editrice di destra Axel-Springer-Verlag, paragonabile ad "il Giornale" di Berlusconi; N.d.T.) fanno una campagna persecutoria contro di voi e scrivono che l'amministrazione della città permette una conferenza dove sul campus universitario si svolge l'allenamento per un efficace azione di blocco del summit. Lei che cosa risponde?
Noi vogliamo prendere spazio pubblico, occupandolo con temi critici. Che la stampa locale istighi contro questa ambizione, per noi ad Amburgo è chiaro e fa parte del nostro lavoro. Se neonazisti e populisti di destra organizzano i loro incontri, la cosiddetta "stampa di qualità" è solo raramente è così attenta come con noi.
L'alleanza "Arrembare il G 20" unisce quelli della sinistra radicale, "che s'intendono come anticapitalista e rivoluzionaria", come si dice “ha coscienza di sé”. Che cosa significa il "G 20" per voi?
Le economie nazionali e le classi dei capitalisti sono intrecciate tra di loro in un modo molto stretto. Certamente sono in concorrenza tra di loro, ma hanno anche reciproco bisogno. Questo fatto rende sempre più importante la coordinazione e le decisioni comuni. Il vertice del Gruppo dei 20 è un incontro tra compagni di classe dei capitalisti e quindi per noi è un simbolo da combattere.
Quali sono, in poche parole, le conseguenze della politica degli Stati del G 20?
Le loro guerre per procura sulle risorse naturali, i mercati per la vendita dei loro prodotti oppure le sfere d'influenza, portano a morte e miseria in tante parti del mondo. Questo costringe milioni di persone alla fuga. E gli stessi profughi in Turchia o in Europa sono costretti a lavorare in pessime condizioni ed in questo modo vengono messi contro altri lavoratori.
I vostri appelli suonano più combattivi e hanno più passione di altri. Per esempio l’appello dell'alleanza per il grande comizio del 8 luglio 2017. Voi dite "Non è possibile riformare il capitalismo." Si deve vedere questa affermazione come delimitazione verso altre forze politiche e sociali nella protesta?
Già adesso tutti i tipi di socialdemocratici provano a dare la propria impronta alla protesta e spingono per apparire in primo piano. Da queste persone ci vogliamo sicuramente distinguere. Non vogliamo salvare il capitalismo ma aiutarlo a morire.
Come giudica il procedimento di personalizzare la protesta? Vuol dire puntarla soprattutto contro capi di stato come Trump oppure Erdogan che arrivano ad Amburgo, mentre alcuni mettono in questa lista anche Putin?
Per noi i nostri avversari diretti sono la Merkel e la delegazione tedesca. Loro hanno la colpa per la situazione in Germania e soltanto loro possiamo combattere qui in questo paese.
Polizia, esercito e servizi segreti in luglio metteranno in tavolo tutto quello che hanno. In tali condizioni una protesta può essere ancora visibile in modo efficace?
La protesta diventa creativa e molteplice e siamo sicuri che presteranno la loro attenzione a noi. E non ci limitiamo soltanto a due giorni, ma cominciamo già una settimana prima con giorni di azione rispetto a vari contenuti, con concerti e manifestazioni.
Nel vostro appello scrivete che questo sarebbe "l'inizio per la caduta del sistema". Non significa un po' spararle grosse visto il potere schiacciante del sistema?
Attraverso le proteste contro il summit tanta gente si politicizza e noi vogliamo utilizzare il tempo per costruire nuove strutture per un lavoro a lungo termine. Per noi contropotere significa infatti accelerare la caduta del sistema passo per passo, anche nel piccolo.
* da "junge Welt" 11 Febbraio 2017
(Traduzione: Raoul Rigault)
Fonte
Sabato si svolge nella Università di Amburgo una Conferenza d'azione sulle proteste contro il vertice G 20 del 7 e 8 luglio 2017 nella città anseatica. Che cosa avete sull'agenda?
Questa volta elaboriamo soprattutto la piattaforma concettuale / i nostri contenuti, per evitare che ci perdiamo nell' azionismo. Significa concretamente che ci occupiamo della situazione mondiale. Il "Lower Class Magazine" (una rivista online della sinistra antagonista; N.d.T) ci dà uno sguardo d'insieme sui teatri attuali di guerra con qualche approfondimenti e l'autore Tomasz Konicz fornisce una introduzione nella crisi economica. I compagni e le compagne del "Revolutionärer Aufbau Schweiz" ("Costruzione Rivoluzionario Svizzera") ci mostrano come può essere oggi una prassi rivoluzionaria. E anarchici ed anarchiche dalla Grecia ci raccontano che cosa hanno causato la socialdemocrazia greca e l'imperialismo tedesco. Accanto ad altri workshop su temi diversi i gruppi di lavoro presentano i risultati che hanno elaborato fino a questo punto, offrendo la possibilità di partecipazione e di dare forma alla protesta.
I quotidiani "Die Welt" ed "Hamburger Abendblatt" (della casa editrice di destra Axel-Springer-Verlag, paragonabile ad "il Giornale" di Berlusconi; N.d.T.) fanno una campagna persecutoria contro di voi e scrivono che l'amministrazione della città permette una conferenza dove sul campus universitario si svolge l'allenamento per un efficace azione di blocco del summit. Lei che cosa risponde?
Noi vogliamo prendere spazio pubblico, occupandolo con temi critici. Che la stampa locale istighi contro questa ambizione, per noi ad Amburgo è chiaro e fa parte del nostro lavoro. Se neonazisti e populisti di destra organizzano i loro incontri, la cosiddetta "stampa di qualità" è solo raramente è così attenta come con noi.
L'alleanza "Arrembare il G 20" unisce quelli della sinistra radicale, "che s'intendono come anticapitalista e rivoluzionaria", come si dice “ha coscienza di sé”. Che cosa significa il "G 20" per voi?
Le economie nazionali e le classi dei capitalisti sono intrecciate tra di loro in un modo molto stretto. Certamente sono in concorrenza tra di loro, ma hanno anche reciproco bisogno. Questo fatto rende sempre più importante la coordinazione e le decisioni comuni. Il vertice del Gruppo dei 20 è un incontro tra compagni di classe dei capitalisti e quindi per noi è un simbolo da combattere.
Quali sono, in poche parole, le conseguenze della politica degli Stati del G 20?
Le loro guerre per procura sulle risorse naturali, i mercati per la vendita dei loro prodotti oppure le sfere d'influenza, portano a morte e miseria in tante parti del mondo. Questo costringe milioni di persone alla fuga. E gli stessi profughi in Turchia o in Europa sono costretti a lavorare in pessime condizioni ed in questo modo vengono messi contro altri lavoratori.
I vostri appelli suonano più combattivi e hanno più passione di altri. Per esempio l’appello dell'alleanza per il grande comizio del 8 luglio 2017. Voi dite "Non è possibile riformare il capitalismo." Si deve vedere questa affermazione come delimitazione verso altre forze politiche e sociali nella protesta?
Già adesso tutti i tipi di socialdemocratici provano a dare la propria impronta alla protesta e spingono per apparire in primo piano. Da queste persone ci vogliamo sicuramente distinguere. Non vogliamo salvare il capitalismo ma aiutarlo a morire.
Come giudica il procedimento di personalizzare la protesta? Vuol dire puntarla soprattutto contro capi di stato come Trump oppure Erdogan che arrivano ad Amburgo, mentre alcuni mettono in questa lista anche Putin?
Per noi i nostri avversari diretti sono la Merkel e la delegazione tedesca. Loro hanno la colpa per la situazione in Germania e soltanto loro possiamo combattere qui in questo paese.
Polizia, esercito e servizi segreti in luglio metteranno in tavolo tutto quello che hanno. In tali condizioni una protesta può essere ancora visibile in modo efficace?
La protesta diventa creativa e molteplice e siamo sicuri che presteranno la loro attenzione a noi. E non ci limitiamo soltanto a due giorni, ma cominciamo già una settimana prima con giorni di azione rispetto a vari contenuti, con concerti e manifestazioni.
Nel vostro appello scrivete che questo sarebbe "l'inizio per la caduta del sistema". Non significa un po' spararle grosse visto il potere schiacciante del sistema?
Attraverso le proteste contro il summit tanta gente si politicizza e noi vogliamo utilizzare il tempo per costruire nuove strutture per un lavoro a lungo termine. Per noi contropotere significa infatti accelerare la caduta del sistema passo per passo, anche nel piccolo.
* da "junge Welt" 11 Febbraio 2017
(Traduzione: Raoul Rigault)
Fonte
08/09/2015
Infiltrazioni nel movimento. Un caso tedesco
Diverse volte abbiamo affrontato il problema degli agenti infiltrati in situazioni di movimento. Soprattutto per evidenziare la pressoché totale assenza di attenzione e/o predisposizione alla “controinformazione”. Questa corrispondenza dalla Germania ci presenta un caso addirittura esemplare per quanto riguarda le “tecniche” e la disinvoltura degli sbirri – sia maschi che donne – nel “tuffarsi” in certe situazioni. Esemplare anche per quanto riguarda la connotazione politica del soggetto infiltrato, un centro sociale di cui ci siamo occupati in occasione del durissimo sgombero effettuato due anni fa.
Esemplare, ripetiamo, ed altamente istruttivo. Naturalmente se si vuole imparare qualcosa di importante come aprire gli occhi e farsi qualche domanda.
Tra il 2000 e il 2006, una poliziotta si era infiltrata nello squat "Rote Flora" di Amburgo, il suo nome era Iris Plate ed era stata smascherata soltanto nel 2013 per caso. I militanti di questo squat ci hanno messo otto anni per smascherare la loro falsa compagna che, dal 2000 al 2006 sotto il falso nome di Iris Schneider, si era distinta come una militante dura e pura, molto devota alla vita del centro. La talpa era anche riuscita a prendere le redini di un programma su FSK, una radio comunitaria vicina agli squatter. Come Mark Kennedy, l'ufficiale di Amburgo ha moltiplicato le scappatelle romantiche con i compagni che sorvegliava. Nel 2006, Iris si allontana dal Rote Flora per andare, a suo dire, negli Stati Uniti. Nel settembre 2013, una militante la incrocia per caso alla stazione di polizia: Iris Schneider si chiama in realtà Iris Plate e lavora ormai al "servizio di prevenzione contro l'estremismo islamico". È possibile visualizzare i dettagli di questa storia in questo articolo che abbiamo scritto l'anno scorso
Apprendiamo ora che un'altra poliziotta, Maria Böhmlichen (nome da infiltrata "Maria Block") si è infiltrata nel Rote Flora tra il 2009 e il 2012, al fianco di militanti anarchici e anticapitalisti. Ha partecipato a numerosi vertici e contro-vertici in Europa: COP15 a Copenaghen nel 2009, il No Border Camp a Lesbo nel 2009, il No Border Camp a Bruxelles nel 2010. Ha avuto rapporti di amicizia con diversi attivisti e almeno una relazione sessuale; si è servita di questa vicinanza per infiltrarsi ancora di più nel movimento. Ha inoltre partecipato a diverse azioni criminali e passibili di sanzioni penali.
Un manifesto con l'immagine (nella foto) di Maria Böhmlichen e il suo "cv" circola per evitare che si infiltri in altre strutture. Si può vedere questo manifesto in PDF qui.
Traduzione a cura della redazione di Infoaut.
Fonte
Esemplare, ripetiamo, ed altamente istruttivo. Naturalmente se si vuole imparare qualcosa di importante come aprire gli occhi e farsi qualche domanda.
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Tra il 2000 e il 2006, una poliziotta si era infiltrata nello squat "Rote Flora" di Amburgo, il suo nome era Iris Plate ed era stata smascherata soltanto nel 2013 per caso. I militanti di questo squat ci hanno messo otto anni per smascherare la loro falsa compagna che, dal 2000 al 2006 sotto il falso nome di Iris Schneider, si era distinta come una militante dura e pura, molto devota alla vita del centro. La talpa era anche riuscita a prendere le redini di un programma su FSK, una radio comunitaria vicina agli squatter. Come Mark Kennedy, l'ufficiale di Amburgo ha moltiplicato le scappatelle romantiche con i compagni che sorvegliava. Nel 2006, Iris si allontana dal Rote Flora per andare, a suo dire, negli Stati Uniti. Nel settembre 2013, una militante la incrocia per caso alla stazione di polizia: Iris Schneider si chiama in realtà Iris Plate e lavora ormai al "servizio di prevenzione contro l'estremismo islamico". È possibile visualizzare i dettagli di questa storia in questo articolo che abbiamo scritto l'anno scorso
Apprendiamo ora che un'altra poliziotta, Maria Böhmlichen (nome da infiltrata "Maria Block") si è infiltrata nel Rote Flora tra il 2009 e il 2012, al fianco di militanti anarchici e anticapitalisti. Ha partecipato a numerosi vertici e contro-vertici in Europa: COP15 a Copenaghen nel 2009, il No Border Camp a Lesbo nel 2009, il No Border Camp a Bruxelles nel 2010. Ha avuto rapporti di amicizia con diversi attivisti e almeno una relazione sessuale; si è servita di questa vicinanza per infiltrarsi ancora di più nel movimento. Ha inoltre partecipato a diverse azioni criminali e passibili di sanzioni penali.
Un manifesto con l'immagine (nella foto) di Maria Böhmlichen e il suo "cv" circola per evitare che si infiltri in altre strutture. Si può vedere questo manifesto in PDF qui.
Traduzione a cura della redazione di Infoaut.
Fonte
10/08/2015
Marò. Il caso è al tribunale internazionale di Amburgo. Dichiarazioni al vetriolo tra Italia e India
Il caso dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati dell'omicidio di due pescatori del Kerala mentre erano a bordo del mercantile Enrica Lexie, è approdato oggi per la prima volta in un'aula di giustizia internazionale. Si tratta del Tribunale internazionale per il diritto del mare (in sigla Unclos) di Amburgo, a seguito della richiesta dell'Italia di apertura di un procedimento di arbitrato internazionale. Si prevede che la discussione proseguirà anche nella giornata di domani.
Il governo italiano chiede che anche Salvatore Girone, tuttora detenuto in India, possa rientrare in Italia, dopo che Massimiliano Latorre - attualmente in convalescenza a casa - possa restarvi per tutto il tempo del procedimento giudiziario al tribunale di Amburgo. Ma soprattutto il governo italiano pretende che l'India cessi di esercitare qualunque tipo di giurisdizione sul caso, che risale ormai al febbraio del 2012.
Il governo italiano ha affidato il caso a un famoso giurista inglese, Sir Daniel Betlehem, ex direttore del Servizio affari giuridici del ministero degli Esteri britannico e da molti anni membro del Comitato consultivo del "British Institute of International and Comparative Law". Titolare di un prestigioso e costosissimo studio legale internazionale, Betlehem ha partecipato a decine di procedimenti presso Corti arbitrali in contenziosi tra Stati. Il legale è alla guida di un team formato oltre un anno fa, composto da avvocati, professori di diritto internazionale, esperti della Farnesina e della Avvocatura dello Stato a tutela degli interessi della Repubblica italiana. La fase di costituzione della Corte arbitrale dovrà avvenire entro il 26 agosto. In seguito dovrà definire le proprie regole procedurali e la propria sede. Come rappresentante del governo italiano presso la Corte arbitrale e presso il Tribunale di Amburgo è stato nominato Francesco Azzarello, ambasciatore d'Italia a L'Aia. L’ambasciatore italiano ha già cominciato il gioco duro dichiarando che “I Marò non sono ancora stati incriminati di alcun reato dalla giustizia indiana. Ma l'India dimostra di "disprezzare il giusto processo" ritenendoli già colpevoli, con "un atteggiamento che esemplifica al meglio l'impasse in cui oggi ci troviamo" ha dichiarato l'ambasciatore Francesco Azzarello nell'aula del Tribunale di Amburgo. Girone è "ostaggio" dell'India, mentre la salute di Latorre è "a rischio, se fosse costretto a tornarvi". E' quanto si legge nelle 'Richieste di misure provvisorie' avanzate dall'Italia al Tribunale di Amburgo, pubblicate sul sito dello stesso Unclos.
Altrettanto dura la replica delle autorità indiane: "Definire Girone un ostaggio è inappropriato e offensivo", a Delhi "gode di una vita confortevole". E "la salute di Latorre potrebbe migliorare nei prossimi mesi" consentendogli di tornare a Delhi. Con queste parole l'India ha respinto le richieste "urgenti" dell'Italia di liberare i marò. Sul caso Marò, il comportamento dell'Italia è “in malafede", per "non aver mantenuto promesse solenni in passato” si legge nelle 'Osservazioni scritte' dell'India depositate al Tribunale di Amburgo e pubblicate oggi.
La posizione italiana è che "il governo ha sempre, sin dal momento dell'incidente, rivendicato l'esclusiva competenza giuridica italiana, trattandosi di nave battente la nostra bandiera per fatti accaduti in acque internazionali". Per quanto riguarda i due Marò, inoltre, il governo ha sempre sostenuto che, poiché essi svolgevano funzioni ufficiali, devono godere della relativa immunità".
L'India si oppone a questa interpretazione, rivendicando che "la territorialità del reato commesso" (a 20,5 miglia della costa in "acque contigue") e contestando lo stesso ricorso dell'Italia alla procedura arbitrale internazionale.
Fonte
Il governo italiano chiede che anche Salvatore Girone, tuttora detenuto in India, possa rientrare in Italia, dopo che Massimiliano Latorre - attualmente in convalescenza a casa - possa restarvi per tutto il tempo del procedimento giudiziario al tribunale di Amburgo. Ma soprattutto il governo italiano pretende che l'India cessi di esercitare qualunque tipo di giurisdizione sul caso, che risale ormai al febbraio del 2012.
Il governo italiano ha affidato il caso a un famoso giurista inglese, Sir Daniel Betlehem, ex direttore del Servizio affari giuridici del ministero degli Esteri britannico e da molti anni membro del Comitato consultivo del "British Institute of International and Comparative Law". Titolare di un prestigioso e costosissimo studio legale internazionale, Betlehem ha partecipato a decine di procedimenti presso Corti arbitrali in contenziosi tra Stati. Il legale è alla guida di un team formato oltre un anno fa, composto da avvocati, professori di diritto internazionale, esperti della Farnesina e della Avvocatura dello Stato a tutela degli interessi della Repubblica italiana. La fase di costituzione della Corte arbitrale dovrà avvenire entro il 26 agosto. In seguito dovrà definire le proprie regole procedurali e la propria sede. Come rappresentante del governo italiano presso la Corte arbitrale e presso il Tribunale di Amburgo è stato nominato Francesco Azzarello, ambasciatore d'Italia a L'Aia. L’ambasciatore italiano ha già cominciato il gioco duro dichiarando che “I Marò non sono ancora stati incriminati di alcun reato dalla giustizia indiana. Ma l'India dimostra di "disprezzare il giusto processo" ritenendoli già colpevoli, con "un atteggiamento che esemplifica al meglio l'impasse in cui oggi ci troviamo" ha dichiarato l'ambasciatore Francesco Azzarello nell'aula del Tribunale di Amburgo. Girone è "ostaggio" dell'India, mentre la salute di Latorre è "a rischio, se fosse costretto a tornarvi". E' quanto si legge nelle 'Richieste di misure provvisorie' avanzate dall'Italia al Tribunale di Amburgo, pubblicate sul sito dello stesso Unclos.
Altrettanto dura la replica delle autorità indiane: "Definire Girone un ostaggio è inappropriato e offensivo", a Delhi "gode di una vita confortevole". E "la salute di Latorre potrebbe migliorare nei prossimi mesi" consentendogli di tornare a Delhi. Con queste parole l'India ha respinto le richieste "urgenti" dell'Italia di liberare i marò. Sul caso Marò, il comportamento dell'Italia è “in malafede", per "non aver mantenuto promesse solenni in passato” si legge nelle 'Osservazioni scritte' dell'India depositate al Tribunale di Amburgo e pubblicate oggi.
La posizione italiana è che "il governo ha sempre, sin dal momento dell'incidente, rivendicato l'esclusiva competenza giuridica italiana, trattandosi di nave battente la nostra bandiera per fatti accaduti in acque internazionali". Per quanto riguarda i due Marò, inoltre, il governo ha sempre sostenuto che, poiché essi svolgevano funzioni ufficiali, devono godere della relativa immunità".
L'India si oppone a questa interpretazione, rivendicando che "la territorialità del reato commesso" (a 20,5 miglia della costa in "acque contigue") e contestando lo stesso ricorso dell'Italia alla procedura arbitrale internazionale.
Fonte
23/11/2014
Germania – Cosa vuol dire essere sfruttati nel porto di Amburgo
M. Widmann, Süddeutsche Zeitung, Germania Foto di Oliver Tjaden, traduzione a cura di Internazionale
Un tempo si pensava che la
vita dei marinai fosse piena di avventure. In realtà è un lavoro duro
che a volte si basa su gravi forme di sfruttamento. Ecco cosa succede
nel porto di Amburgo.
Chi ha viaggiato per
mare qui si sente subito a casa, perché questo posto ricorda il ventre
di una nave: dal soffitto arriva una debole luce al neon e nei corridoi
ci sono corrimano di ferro fissati alle pareti. Il pavimento, però, non
oscilla. Nel seminterrato dell’ospedale Groß-Sand di Wilhelmsburg, ad
Amburgo, sono le vite umane che rischiano di andare a fondo.
Nella sala d’attesa c’è
un marinaio che chiameremo John. La parete è coperta di vetrinette con
orsacchiotti di peluche vestiti da marinaio. John non li guarda
neanche, è troppo occupato a digitare messaggi al cellulare. Sta
parlando con casa sua, dall’altra parte del mondo, dove tutti sperano la
stessa cosa che spera lui: che Doc lo lasci tornare a bordo della sua
nave. “L’unica cosa che possiamo fare è pregare”, dice John, che è
cattolico come quasi tutti i filippini.
John è sbarcato da
poche ore. È piccolo di statura, e la barba un po’ lunga e rada lo fa
sembrare un ragazzo. È arrivato dall’Asia a bordo di una nave cargo in
grado di trasportare più di diecimila container. Una montagna di casse
d’acciaio che fanno arrivare in occidente tutto quello di cui l’europeo
moderno crede di aver bisogno: iPad, giocattoli di plastica, scarpe da
ginnastica, camicie maschili che per pochi centesimi fanno il giro del
mondo. L’uomo moderno resterebbe nudo senza le merci contenute nelle
gigantesche navi portacontainer e senza persone come John, che le
mettono in movimento facendo girare gli ingranaggi del commercio
mondiale.
A bordo John ha il
compito di sorvegliare il carico e di pulire la nave con la pompa
d’acqua a pressione. Tempo fa gli si è conficcata una scheggia
nell’occhio: ci è mancato un pelo che finisse tutto. Ogni giorno John
raschia via la ruggine e poi vernicia, raschia e vernicia: per evitare
che il salmastro corroda la nave, bisogna ridipingerla due volte
all’anno. John è un Ab, cioè able seaman, un marinaio scelto. Oggi i
marinai si chiamano così: lui corre da una parte all’altra del ponte
per dieci ore al giorno, dal lunedì al venerdì, e per otto il sabato e
la domenica. Ma questa volta ha corso troppo in fretta: il gradino era
bagnato ed è scivolato battendo il ginocchio. Ora gli fa un male del
diavolo, più della solitudine. John può solo pregare che Doc faccia la
cosa giusta.
Un cartello rosso lo
conduce da Jan Gerd Hagelstein: sopra c’è scritto Arzt/ Doctor/Médico,
ma nel porto di Amburgo lo chiamano tutti Doc. È il medico della gente
di mare, quello dell’ambulatorio dei marinai. Hagelstein sa bene cosa
si aspettano da lui quelli che fanno questa professione, un lavoro che
definisce “assolutamente brutale”. Doc è stato ufficiale medico e con
la marina tedesca è arrivato fino in Somalia. Ha la barba grigia, come
potrebbe averla un comandante, e dentro si porta un peso: “A bordo delle
navi”, mi dice, “si vedono cose che non lasciano indifferenti”.
I marinai che vanno da
lui hanno spesso un’aria esausta, sono pallidi, dimostrano molti più
anni di quelli che hanno. Alcuni piangono per la nostalgia di casa, ma
per quella non ci sono medicine. Quasi tutti, dice Doc Hagelstein,
arrivano “quando stanno già malissimo, ma devono continuare a
lavorare”. Si presentano dal medico, ma chiedono subito di tornare a
bordo.
John corre da una parte all’altra del ponte per dieci ore al giorno in piedi alla meglio, gli bruciano addirittura le mani. “Almeno
il 70 per cento vorrebbe tenersi i suoi disturbi e continuare a
lavorare anche se, dal punto di vista sanitario, farebbe bene a
licenziarsi”. Certi giorni Doc si chiede se non è solo una rotella
dell’ingranaggio. Una rotella che manda avanti qualcosa che non va.
Le tracce del mito
I turisti hanno in mente
un’immagine molto diversa quando invadono Amburgo a frotte per visitare
il porto. Passeggiano lungo l’imbarcadero, comprano berretti da
capitano e panini ripieni di pesce, ascoltano i suonatori di fisarmonica
che strimpellano vecchie canzoni di Hans Albers, piene della nostalgia
da cui è attanagliato chi va per mare. Vanno a zonzo per la Reeperbahn,
la celebre via del quartiere a luci rosse, e si fanno mostrare dalle
guide i luoghi dove un tempo si azzuffavano i marinai. È per questo che
molti vengono ad Amburgo: per inseguire le tracce del mito di quegli
uomini, che arrivati in porto dopo mesi passati in mare a lottare contro
la natura, sperperavano la paga in rum e ragazze, prendendosi qualche
malattia venerea.
È probabile che le cose
andassero proprio così, in quel lontano passato in cui gli scaricatori
di porto svuotavano ancora le stive a braccia e le navi restavano
ormeggiate alle banchine per settimane intere. Oggi invece il
carico è stipato dentro i container e uno non lo vede più, non ne
sente più l’odore. Il container è subito issato da gru enormi e
scaricato in tempi brevissimi. I giganti del mare riprendono il largo
dopo dodici, diciotto ore al massimo: il ruolino di marcia li spinge di
nuovo verso l’Asia. “Ogni ritardo costa molto, molto caro”,
mi spiega Arnold Lipinski, responsabile del personale marittimo per
conto degli armatori amburghesi Hapag-Lloyd. Lipinski avverte subito i
suoi apprendisti marinai: “Se volete navigare per vedere il mondo, avete
sbagliato posto. Conoscere altre civiltà? Quel tempo è finito”. E le
malattie veneree? A Doc Hagelstein non capita più di curarne: “Le cose
sono cambiate radicalmente”, dice.
John sbarca ad Amburgo
ogni tre mesi. Quante volte è stato a passeggio sulla Reeperbahn? Il
conto è presto fatto: “Never”, mi risponde, “no time”. E subito
aggiunge: “Doesn’t matter”. John non va certo per mare perché è
attratto dai mondi lontani, né perché è in cerca di una vita
avventurosa e di una donna in ogni porto. A casa, nelle Filippine, ha
una moglie e due figli piccoli. No, lui va per mare perché non ha alternative: “No choice”.
Insieme alla sua famiglia ha fatto un patto con il diavolo, come se ne
fanno a migliaia nel suo paese, dove per persone come lui non ci sono
posti di lavoro e l’unica via d’uscita è imbarcarsi e solcare i mari.
John è cresciuto in una
capanna e avrebbe potuto diventare commerciante, magari vendendo frutta
esotica per strada per un pugno di dollari al giorno. Ma il suo vicino
aveva una casa lussuosa e faceva il marinaio. E così la sua famiglia ha
unito le forze, la madre gli ha dato i suoi risparmi e John si è
iscritto all’istituto nautico. Per tre anni ha pagato 800 dollari a
semestre e al termine degli studi si è presentato a una delle molte
agenzie di Manila che rimediano equipaggi. John ha firmato. Il
suo primo imbarco è durato undici mesi, durante i quali è nato il suo
secondo figlio. Quando John è tornato a casa voleva prenderlo in
braccio, ma il bambino si è messo a piangere: di quell’estraneo non ne
voleva sapere. “Sacrifice”, dice John. Lui si sacrifica perché la sua
famiglia abbia una vita decente. Ha già comprato una casa a rate e i figli frequentano una scuola privata, così avranno qualche opportunità nella vita. O
almeno l’avranno finché il padre è in salute e lavora, intascando lo
stipendio mensile: la paga base di 600 dollari più 800 dollari per 120
ore di straordinario. Quando si ammala, un marinaio prende solo la paga
base. E dopo qualche settimana neanche più quella. All’armatore un marinaio tedesco costa almeno tre volte di più, quindi costa troppo.
Ecco perché non si vedono quasi più marinai tedeschi (in passato
erano 70mila, mentre oggi sono appena settemila). Sulle navi lavorano
quasi 70mila filippini, la metà di tutti i marinai in attività: senza di loro il mondo, così come lo conosciamo, si fermerebbe.
Le dimensioni delle navi
sono aumentate, e con loro quelle dei porti. Guardandoli si ha
l’impressione che sulla Terra abbiano preso il potere le macchine. Solo
gli uomini sono rimasti uguali. John è alto poco meno di un metro e 70,
ma a bordo ha l’impressione di rimpicciolirsi ancora un po’: la nave è
lunga quasi 400 metri, ma ospita appena 26 persone, che nel corso della
giornata s’incontrano due volte: alla pausa caffè (venti minuti) e a
pranzo (un’ora).
Il luogo dove i marinai
riprendono le loro normali dimensioni è il porto di Amburgo, tra il
frastuono dei treni merci e dei camion. Gli uomini salgono volentieri
sull’autobus che li porta al Duckdalben, una missione religiosa che si
dedica alla gente di mare. Appena arrivano, si affrettano a sedersi
davanti ai computer per parlare con i familiari su Skype, e già dopo
qualche minuto gli altoparlanti diffondono il pianto di bambini piccoli.
In quell’istante i marinai cambiano faccia, mi spiega Maike Puchert,
che li assiste in qualità di diacona: “Finalmente sono rilassati, come
se si fossero tolti un peso di dosso”. Per giunta al circolo Duckdalben
il pavimento smette per un po’ di oscillare sotto i loro piedi e possono
finalmente farsi una partita a biliardo. In media gli uomini si
trattengono qui un’ora e mezza,
poi devono tornare a bordo. Alcuni trovano il tempo di spedire qualche
centinaio di dollari alle mogli, nelle Filippine, per pagare un parto
cesareo. Altri mandano una cartolina con la foto della Reeperbahn
abbellita da una donna a seno nudo e dietro ci scrivono “Ti amo”.
Duckdalben è Amburgo così come la conoscono i marinai, sempre che
abbiano il tempo di scendere a terra.
Ma se sono costretti a
restare a bordo, Maike Puchert va a trovarli e gli porta qualche
tessera telefonica. A volte, durante quelle visite, i marinai le
consegnano qualcosa. Spesso si tratta di bigliettini con su scritto
“Abbiamo una sola tuta da lavoro e non riusciamo mai a lavarla”. Oppure
“Abbiamo quasi finito le provviste: a bordo ci resta solo un sacco di
riso, ma il capitano non ne ordina altri”.
In quei momenti
la diacona Puchert ha davvero la sensazione che i marinai lavorino per
dei trafficanti di schiavi. Molte delle persone che si occupano della
gente di mare, qui ad Amburgo, prima o poi usano l’espressione
schiavitù moderna. Molti menzionano gli armatori
greci, che hanno la fama peggiore. Ma ci sono anche i tedeschi, i tedeschi
di Amburgo, che soprattutto con la crisi dei trasporti marittimi ora
risparmiano sull’unica voce su cui possono farlo, cioè sull’equipaggio. Alcuni
non pagano l’ultimo stipendio ai loro uomini, rischiando un processo.
Altri li costringono a firmare una dichiarazione in cui attestano di
aver riscosso la paga e poi gli versano un importo molto inferiore.
Quasi tutti tollerano che le loro imbarcazioni battano bandiere che
fanno risparmiare, come quella della Liberia, di Antigua o di Barbuda,
dove gli equipaggi costano meno e lavorano più ore di quelli tedeschi.
Attualmente la proporzione tra queste e la bandiera tedesca è di 2.811 a
375.
Richiesta d'aiuto
Se c’é un problema, i marinai telefonano al porto e
si fanno passare Ulf Christiansen, un uomo dall’aria talmente tranquilla
che viene da chiedersi come può aver voglia di litigare con armatori e
comandanti senza scrupoli. Chi lo sottovaluta, però, sbaglia. Da
giovane anche Christiansen è andato per mare. L’ha fatto negli anni
settanta e ottanta, un’epoca in cui navigare era ancora bello. In India,
quando la sua nave rimase in porto per tre settimane, Christiansen ingaggiò un motociclista e con lui attraversò la giungla. “Fantastico”,
dice. Ma la voglia di andare per mare gli è passata da un pezzo: ne ha
viste troppe quando era ispettore dell’International transport workers’
federation (Itf ), il sindacato dei trasportatori che tutela anche i
marinai.
Questa mattina gli è
arrivata per email una richiesta d’aiuto. Proveniva da una di quelle
piccole navi portacontainer che prelevano nel porto di Amburgo il carico
delle navi giganti e lo distribuiscono al di là del mar Baltico, in
Scandinavia o in Russia. Un marinaio filippino gli scriveva: “The
chiefmate has no mercy for us”, il primo ufficiale è spietato con noi.
Lui e i suoi compagni dovevano ripulire la nave dalla ruggine di
continuo, mentre sopra le loro teste venivano caricati i container. In
porto cambiavano ormeggio anche sette volte in due giorni, e perfino in
piena notte, per stivare il carico. “Stress”, gli ha scritto il
marinaio. Ma il termine scientifico che indica l’esaurimento della gente
di mare è "fatigue". Quasi non riescono a dormire, e se prendono
sonno non riposano davvero, per via del rumore, delle vibrazioni e del
movimento incessante della nave. Dopo aver passato anche solo pochi mesi
a bordo, le loro energie toccano il fondo, e la cosa può risultare
mortale. “L’80 per cento degli incidenti a bordo è frutto di errore
umano”, mi dice Marcus Oldenburg, un ricercatore dell’Istituto
centrale di medicina del lavoro e marittima di Amburgo. Secondo
Oldenburg, in quegli incidenti non sono le persone che fanno errori. È
un fallimento di tutto il sistema che le sovraccarica.
Ulf Christiansen si
mette un elmetto bianco e percorre a lunghe falcate la passerella
molleggiata, diretto verso la murata buia. Vuole ispezionare la nave.
Durante il sopralluogo nessuno deve rivolgergli la parola, ma molti lo
fanno lo stesso, perché in porto Christiansen è un personaggio
potente. Va dove i marinai vengono “davvero presi per il culo” e parla
con i portuali, con cui cerca sempre di avere ottimi rapporti. E quelli
magari rinviano le operazioni di scarico. A quel punto, mi spiega
Christiansen, molti armatori si mostrano improvvisamente disponibili a
scendere a compromessi. Come ad aprile, quando un marinaio filippino ha
ricevuto in un attimo 3.800 dollari di arretrati.
Il primo ufficiale, un
giovane bielorusso, lo accoglie con i sandali ai piedi. Christiansen
gli dice che desidera parlare agli able seamen presenti a bordo. Nessun
problema: gli uomini sono convocati via radio. Si presentano quattro
filippini, sorridendo timidamente. Il rumore dell’impianto di aerazione e
il fracasso dei container impedisce quasi di sentirli. Gli uomini
indossano tute rosse incrostate di vernice secca, uno somiglia a
un’opera d’arte moderna. Il primo dei tre dice che queste ultime notti
ha dormito “dalle due alle tre ore” per volta. “Siamo sotto pressione”,
spiega il secondo. Il terzo esclama in tono implorante: “Non vogliamo
che ci facciano un rapporto negativo, ci rovinerebbe la carriera”. Temono
di finire sulle liste nere delle agenzie di reclutamento e corre voce
che se ti capita nessuno t’ingaggi più. Ma dev’essere successo qualcosa
di grave perché un marinaio di questa nave chiedesse aiuto via email.
Christiansen entra in un
locale illuminato al neon e chiede al capitano di stampargli l’elenco
dell’equipaggio. Sulla nave lavorano uomini di otto nazionalità: gli
ufficiali vengono dall’Europa orientale, i marinai sono quasi tutti
asiatici. È una combinazione non facile: quelli dell’Europa dell’est
hanno un modo di fare ruvido e diretto, mentre gli asiatici sono
riservati e per gentilezza non dicono mai di no. Christiansen parla a
bassa voce con il capitano. Non minaccia, semplicemente gli fa capire
che tiene d’occhio la sua nave.
Nel ventre dell’ospedale
di Wilhelmsburg Doc Hagelstein entra finalmente nella sala d’attesa. In
mano tiene un unguento per le contusioni e una confezione di
antidolorifici. Mette tutto sul tavolo davanti a John e gli dice di
prendere una compressa solo quando sente dolore: “No pain, no tablets”.
Poi gli consegna una relazione scritta in inglese, nel caso in cui nel
prossimo porto debba andare dal medico. Sul foglio c’è scritto:
sospetto danno al menisco. John riceve anche una fasciatura e il
consiglio di piegare il ginocchio il meno possibile. Quindi Hagelstein
lo congeda dicendogli che l’autista verrà a prenderlo tra poco. John ha
l’aria sollevata, sembra quasi contento di poter tornare a bordo. Sa
che raggiungerà la sua nave, tra poche ore salperà e da quel momento
tornerà a raschiare via la ruggine e a verniciare, raschiare e
verniciare, giorno dopo giorno. A sera, quando la solitudine lo
tormenta, John va nella palestra di bordo a fare sollevamento pesi.
Lavora con i manubri fino a quando non ne può più. Solo allora piomba
in un sonno che narcotizza ogni dolore.
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