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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/05/2022

La guerra in Ucraina riapre il vaso di Pandora in Europa


Secondo il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, “una minaccia all’integrità territoriale dell’Ucraina potrebbe arrivare dalla Polonia”.

La notizia in realtà era già trapelata a fine aprile sulla Reuters, che aveva ripreso una nota di Sergei Naryshkin, capo dei servizi esteri russi (SVR), il quale accusava Polonia e Usa di complottare per restaurare la sfera d’influenza polacca su parte dell’Ucraina occidentale, quella intorno a Leopoli (L’viv, in polacco).

Potrebbe sembrare una boutade o un argomento della propaganda russa, eppure nella recente storia europea questo spettro si è già presentato, prima con le ambizioni del generale Pilsudski all’inizio del Novecento, poi con dichiarazioni anche esplicite delle forze più reazionarie e nazionaliste sia polacche (da molti anni al governo in quel paese) sia lituane, da quando, nel 2014, in Ucraina si è aperta una fase di instabilità sfociata nel colpo di stato a Kiev.

La regione occidentale dell’Ucraina, quella di Leopoli, in molti ambiti politici e culturali nazionaisti di Varsavia viene considerata più polacca che ucraina. “Anche la retorica piuttosto ostile proveniente dalla Polonia negli ultimi mesi – tradizionalmente mai stata amichevole ma diventata ostile – e una possibile minaccia all’integrità territoriale dell’Ucraina proveniente dalla Polonia sono fatti evidenti“, ha detto Peskov parlando con la stampa.

I giornalisti gli hanno anche chiesto di commentare una dichiarazione del presidente bielorusso Aleksander Lukashenko secondo cui Russia, Ucraina e Bielorussia potrebbero eventualmente dover combattere insieme contro la Polonia, poiché la Polonia sognava di conquistare l’Ucraina occidentale. “Preferirei non commentare la dichiarazione del presidente bielorusso“, ha tagliato corto Peskov.

Insomma, se quelle di Peskov non possono essere liquidate come parole in libertà, una Ucraina destabilizzata e disgregata dalla guerra in corso potrebbe doversi guardare anche le spalle non solo dalla Russia.

Anche la soluzione di una rapida ammissione dell’Ucraina nell’Unione Europea potrebbe richiedere più tempo di quello preteso da Zelenski e annunciato da leader europei in vena di retorica.

Sulla richiesta di adesione dell’Ucraina all’UE, “aspettiamo il lavoro della Commisione che deve presentare un parere su come procedere. Ci sono sei Paesi balcanici che sono ancora in fila“, ha ricordato l’Alto rappresentante per la politica estera UE, Josep Borrell.

In questa contraddizione, che rischia di far saltare l’Ucraina in più punti, occorre tenere d’occhio molto strettamente le ambizioni nazionaliste ed espansioniste della Polonia, già indicate in diversi progetti geopolitici, il cui significato è che Varsavia punta ad avere il ruolo di centro di potere nell’Europa orientale.

Un centro abbastanza e tendenzialmente indipendente da Bruxelles, sostenuto da Usa e Gran Bretagna ed intorno al quale modellare l’agenda politica in gran parte dell’Europa dell’Est.

Infine, e non certo per importanza, è doveroso tenere sotto osservazione quanto avviene intorno alla Transnistria, sia per le recenti minacce ucraine, sia per certe sollecitazioni che cominciano ad affacciarsi in Romania verso i territori ucraini più vicini, sia verso la secessione della Moldavia, un boccone che gli ambienti nazionalisti romeni non hanno mai digerito.

Il vaso di Pandora dei nazionalismi in Europa è stato riaperto dalla guerra in Ucraina. Ci sembra pertinente quanto il leader cinese Xi Jinping ha detto a Biden nel loro ultimo colloquio: “chi ha legato il sonaglio alla tigre ha il compito di toglierlo“.

Prima se ne accorgono anche a Bruxelles meglio è.

Fonte

07/05/2022

Ucraina: la guerra e le regioni che fanno gola ai vicini


Tornano a farsi sentire le voci a proposito degli appetiti polacchi sui territori dell’Ucraina occidentale. Va bene dirsi d’accordo sul comune odio per il grosso vicino orientale; ma a Varsavia nessuno ha mai proclamato “storia passata”, o ha dichiarato ufficialmente di aver rinunciato al dominio polacco sulla parte dell’Ucraina che comprende capoluoghi quali Ternopol, Ivano-Frankovsk, Rovno, L’vov.

Quest’ultima, in particolare, è considerata da Varsavia “la città più polacca della Polonia”, mentre Kiev dichiara trattarsi della “città ucraina per eccellenza”.

L’attacco russo all’Ucraina potrebbe spingere Varsavia ad approfittare delle operazioni militari in corso, per mettere le mani su aree che continua a considerare di propria “influenza”.

A mo’ di esempio (per quanto poco probante, ma certamente indicativo) riguardo il comune sentire polacco-ucraino contro tutto quanto venga dalla Russia, si possono ricordare le origini ucraine, proprio dalla regione di L’vov, allora occupata dalla Polonia, del nonno dell’attuale Presidente polacco Andrzej Duda.

Mikhailo Duda, fu membro del OUN (Organizzazione dei nazionalisti ucraini); nel 1939, addestrato in Germania, insieme al futuro capo del UPA (Esercito insurrezionale ucraino) Roman Šukhevič; quindi inquadrato nel battaglione “Roland” del Abwehr tedesco.

Dall’agosto 1945 fu comandante della centuria “Udarnyka 3”, che continuò attacchi a città e villaggi in territorio polacco e ucraino e che nel 1947 attraversò Cecoslovacchia e Austria per consegnarsi agli americani in Germania.

Nel maggio 1950 – tanto per ricordare a quando risalgano le origini della lotta “della democrazia contro la dittatura” – insieme a un gruppo di emissari, fu paracadutato dai britannici in territorio sovietico, nell’area di Ivano-Frankovsk; nel luglio successivo, accerchiato da un reparto del MGB sovietico, si suicidò.

E dunque: Polonia e Ucraina. Qualche settimana fa, il direttore del controspionaggio russo, Sergej Naryškin aveva accennato alla possibilità che la Polonia introduca proprie truppe in Ucraina occidentale, sotto forma di “contingenti di pace”, per tornare a porre sotto “protettorato” i propri “possedimenti storici”.

Il ricercatore dell’Istituto russo di studi strategici, Oleg Nemenskij giudica realistico un contesto in cui a Varsavia siano effettivamente all’esame dei piani per una “missione di pace“, cui partecipi una “coalizione di volenterosi”, anche senza mandato NATO. Ovvio, dice Nemenskij, che né USA, né NATO intendano prender parte ufficialmente a tale missione; ma è del tutto prevedibile che vi partecipino «alcuni paesi della NATO sotto guida polacca».

Nemenskij condiziona comunque tale scenario a un eventuale repentino avanzamento russo verso l’ovest dell’Ucraina, con Kiev che richiede ufficialmente l’intervento delle “forze di pace”.

Ecco che ora, l’osservatore Aleksandr Bolgov, torna sulla questione, ipotizzando per il Presidente Zelenskij una “evoluzione” opposta alla sceneggiatura del suo immaginario “Slugà naroda”, in cui l’attore Zelenskij aggrega in un unico stato tante regioni divise. Ora, passando dal cinema alla realtà, il percorso potrebbe essere inverso.

A detta dell’ex deputato della Rada ucraina, Il’ja Kiva, Varsavia avrebbe cominciato a costruire “difese” attorno a L’vov, mentre in quella regione ci si preparerebbe a un prossimo ingresso nella compagine polacca.

A conferma di ciò, il sospetto che i convogli di armi per l’Ucraina, prima indirizzati per la maggior parte verso est, si blocchino ora per lo più nell’ovest del paese, dove i polacchi intenderebbero costruire una «nuova linea difensiva» contro la Russia. Questo ufficialmente: in realtà con l’obiettivo di dar vita a una «Ucraina pro-occidentale», con capitale L’vov e la sua futura unione alla Polonia con un referendum.

L’ipotesi ventilata da Kiva, osserva Bolgov, troverebbe indiretta conferma in alcuni documenti dello Stato maggiore polacco, per la messa in assetto di combattimento di tre battaglioni della 6° Brigata aviotrasportata, per l’imminente «difesa delle infrastrutture critiche dall’aggressione russa» nelle regioni de L’vov e della Volynija. In pratica: il dispiegamento di reparti polacchi in Ucraina occidentale.

Ora, i documenti militari polacchi potrebbero esser stati fatti circolare ad arte. Ma, a parte le dichiarazioni di Sergej Naryškin di cui si è detto prima, e altre simili del Segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrušev, il canale ucraino Resident Telegram ricorda che «un mese fa avevamo scritto che l’Ufficio del Presidente ha concordato con Varsavia l’introduzione dell’esercito polacco in Ucraina occidentale, per liberare parte dei mezzi militari ucraini da trasferire al fronte orientale».

Solo in futuro, chiosa Bolgov, sarà chiaro se le ipotesi di Kiva siano o no pura fantasia; ma, in ogni caso, se un tale processo prende avvio, è improbabile che si limiti alla divisione polacca delle regioni ucraine di L’vov e della Volynija.

Di una spartizione dell’Ucraina si era cominciato a parlare sin dal dopo-golpe del 2014 e il fondamento era dato dalla resistenza delle diverse minoranze nazionali, non solo quelle dell’est del paese, alla creazione di uno stato assolutamente monoetnico.

Varsavia aveva cominciato a distribuire nelle regioni occidentali ucraine, delle “carte polacche“, che facilitavano il trasferimento in Polonia e la futura cittadinanza polacca.

Più o meno la stessa strada era stata seguita dall’Ungheria, con la concessione di passaporti agli ungheresi dei Carpazi ucraini (tra l’altro, su quelle aree, può avanzare pretese anche la Slovacchia); e la Romania aveva fatto lo stesso nelle regioni ucraine di Bessarabia meridionale e Bucovina settentrionale.

Nessuno di questi paesi ha mai nascosto, quando più, quando meno apertamente, le proprie mire su territori un tempo loro appartenuti o, come il caso polacco per i cosiddetti “Kresy Wschodnie” (Confini orientali) occupati, “polonizzati” e colonizzati tra il 1920 e il 1939. In una situazione di guerra, gli appetiti potrebbero tornare a farsi più concreti.

Dunque, osserva Vladimir Pavlenko su IARex, in teoria non ci sarebbe nemmeno bisogno della capitolazione di Kiev nella guerra attuale: il destino dell’Ucraina verrebbe deciso dalle sue regioni, in cui sono localizzati ben precisi interessi economici, che spaziano dal mondo anglo-sassone, a quello arabo e turco.

Un eventuale disegno di cessate il fuoco potrebbe essere motivato sia dalla volontà di fermare l’avanzata russa verso ovest, sia dalla premura per la conservazione di importanti infrastrutture, ora bersaglio delle artiglierie russe, di proprietà o controllate da capitali stranieri.

Il tutto, ovviamente, fatto salvo il disegno strategico USA nei confronti della Russia.

Fonte

12/08/2017

Dispute estive tra Varsavia, Kiev e Vilnius

C’è un novello “ebreo errante”, oggi apolide, che negli ultimi tempi sembra voler riannodare, a modo suo, gli antichi legami che univano un tempo quella parte di Europa orientale oggi conosciuta con i nomi di Ucraina, Polonia, Lituania.

Il nuovo giramondo è l’ex presidente della Georgia (privato della cittadinanza e ricercato nella sua antica patria per appropriazione di 5 milioni di dollari e falsificazione di prove nella misteriosa morte dell’ex primo ministro Zurab Zhvania) e ora anche ex governatore della regione ucraina di Odessa (privato, lo scorso 26 luglio, mentre errava per gli States, anche della cittadinanza ucraina, per falsificazione dei documenti relativi proprio all’ottenimento della cittadinanza, nel 2015), quel Mikhail-NATO-Saakašvili che il 08/08/08 scatenò la guerra di Tbilisi contro l’Ossetia meridionale e la perse in cinque giorni e che ora, dopo aver vagato tra i cespugli lungo il confine polacco-ucraino (dagli USA, impossibilitato a rientrare in Ucraina, gli era stato consentito di atterrare a Varsavia) pare aver trovato un posto per la notte in Lituania, appena in tempo per unirsi alle manifestazioni sotto le finestre dell’ambasciata russa a Vilnius e ascoltare le accuse lanciate dall’ex presidente lituano Rolandas Paksas nei confronti dell’attuale presidente lituana, Dalia Grybauskaitė, di essere al servizio degli Stati Uniti. Ai giornalisti che gli chiedevano se intendesse ottenere la cittadinanza lituana, Mikhail ha risposto che è intenzionato a riprendersi quella ucraina, “tolta illegalmente” (dice lui).

La sua devozione a Kiev, d’altronde, Miša l’aveva espressa già due anni fa, durante il battibecco da ragazzacci scoppiato tra lui e il Ministro degli interni Arsen Avakov sulla privatizzazione dell’antiporto di Odessa (su cui si scontravano due bande affaristico-”politiche”) e finito a bicchieri d’acqua in faccia, in diretta TV, con Avakov e l’allora premier Arsenij Jatsenjuk che gli urlavano di “togliersi di mezzo dal nostro paese” e lui che rispondeva “io non me ne vado; non darò loro la possibilità di derubare la mia tanto amata Ucraina”. O, quantomeno, non aveva intenzione di dargliela, quella possibilità, prima di aver esaurito tutte le sue opportunità, uguali e contrarie: e in due anni è riuscito a farsi accusare di macchinazioni speculative e appropriazione di fondi pubblici e proprio in questi ultimi giorni l’ucraino “Obozrevatel” ha pubblicato una lettera aperta a Miša in cui si mettono di nuovo di pubblico dominio i suoi fiori all’occhiello durante la presidenza georgiana: racket, omicidi, repressioni e, ovviamente, appropriazioni.

Ecco che a Vilnius il “be-be-be” georgiano (è rimasta proverbiale la rabbia che gli impediva di articolare parola nel diverbio con Avakov) ha trovato un’altra degna tribuna da cui ammonire il mondo che Mosca, alle prossime manovre congiunte in Bielorussia, “Zapad” (Occidente), non si accontenterà di fare esercitazioni, ma si impadronirà del territorio bielorusso “e lo occuperà, come ha fatto con la Crimea”. La profezia di Miša ha lasciato così di stucco i telespettatori lituani, che Marina Pokrovskaja, su news-front.info, si è divertita ad “anticipare” i prossimi oroscopi post-sovietici. E così, alle “Occidente” seguiranno le “Sud-Est” e a farne le spese saranno i Paesi baltici, a dispetto dei valli, dei muri, dei reticolati con la Russia; anzi, “vivrete tutti dentro quei reticolati, insieme ai russi e ai polacchi e i rumeni”, che saranno annessi successivamente; poi, con le manovre “Da Nord-Sud a Nord-Nord”, sarà la volta di Georgia, Kazakhstan, Moldavia, Cina, Corea, India, Gran Bretagna... così da accerchiare completamente l’Ucraina!

Dunque, Miša, prima della “fuga in Lituania”, era venuto a trovarsi anche in mezzo alla querelle estiva (sembra ormai un classico) polacco-ucraina sulle pendenze storiche tra i due paesi. Il Ministro degli esteri polacco, Witold Waszczykowski, ha infatti esortato nelle settimane scorse i colleghi ucraini a riprendere i colloqui per addivenire a una “pacificazione” sulle questioni storiche pendenti tra i due paesi e li ha invitati a “premiare i sopravvissuti; diamo risalto a quegli ucraini e a quei polacchi, che salvarono le persone durante e dopo la guerra”, ha detto Waszczykowski, facendo riferimento allo Yad Vashem israeliano. Un discorso in tal senso, a proposito delle stragi di cittadini polacchi della Volinia da parte dei filonazisti dell’OUN-UPA di Stepan Bandera e Roman Šukhevič, tra il 1942 e il 1943, era stato avviato a fine 2016, durante la visita di Petro Porošenko a Varsavia; ma tutto era finito lì, a dispetto della risposta positiva del primo golpista d’Ucraina. Il Ministro degli esteri polacco si è detto però convinto che l’Ucraina (dei moderni banderisti!) possa “giocare un ruolo importante” nella storia contemporanea europea e anche nelle questioni della sicurezza polacca. “Noi non dimenticheremo il genocidio della Volinia; sappiamo che si sta glorificando l’UPA. Ma questo non significa che noi dimentichiamo quanto sia importante una Ucraina indipendente e sovrana per la sicurezza della nostra parte d’Europa. Continuiamo a esser disposti a collaborare con l’Ucraina e a sostenerla”. Waszczykowski ha detto che Varsavia, per l’avvio di colloqui con l’Ucraina, conta anche sull’esempio positivo della pacificazione polacco-tedesca.

Più aspro, invece, il presidente del partito conservatore governativo Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e Giustizia) Jarosław Kaczyński, gemello dell’ex Presidente polacco Lech Kaczyński, il quale ha detto chiaro e tondo che l’Ucraina non entrerà in Europa se continuerà a costruire la propria identità nazionale sul culto di Stepan Bandera o di altri individui, i cui rapporti con la Polonia si fondavano sul genocidio. Come gli eredi (in questo caso, diretti) dei nazisti di OUN-UPA rispondano alle aperture polacche, lo aveva chiarito già un mese fa il deputato del Partito Radicale alla Rada, quel Jurij Šukhevič, figlio del comandante dell’OUN-UPA Roman Šukhevič, che aveva esortato gli ucraini a “sputare sul muso ai polacchi”.

Per completare il giro, il Ministero degli esteri ucraino ha rivolto ora una protesta ufficiale a Varsavia, in relazione alla decisione polacca di raffigurare, sui nuovi passaporti, la cappella cosiddetta “Orlęta Lwowskieche” (gli aquilotti di Lwow) che sorge nel campo polacco del cimitero monumentale di Ličakivskij (Cmentarz Łyczakowski, per i polacchi) a L’vov, uno dei luoghi simbolo della città e in cui sono sepolti i giovani “aquilotti” polacchi morti durante la guerra civile scoppiata tra il 1918 e il 1919 tra i nazionalisti polacchi di Józef Piłsudski e quelli ucraini di Simon Petljura, per il controllo della Galizia orientale e del suo maggior centro, L’vov o Lwow appunto, rivendicata quale centro di identità nazionale sia da Kiev che da Varsavia. D’altra parte, quello polacco sembra essere un vizietto: in precedenza, per i nuovi passaporti, avevano puntato gli occhi sull’immagine della Porta Santa, emblema di Vilnius e avevano fatto marcia indietro solo dopo le proteste lituane, per non inasprire i già tesi rapporti tra i due paesi, dopo che tre anni fa Radosłav Sikorski, allora Ministro degli esteri polacco, aveva parlato della Lituania come di un “piccolissimo stato a cui bisogna dare una lezione” e aveva definito i lituani “ladri” e “truffatori”.

Ma la storia rappresenta il passato; al presente, quello che conta, è il fronte comune contro il grande nemico orientale. Così, Varsavia ammette ora di aver “legalizzato”, nel dicembre 2014, l’attività del fondo polacco “Dialogo aperto”, che fino a quel momento aveva commerciato, di nascosto, in materiale militare con gli “eroi” di majdan. La data del dicembre 2014, nota news-front.info, è significativa: uno dei momenti più critici per le truppe ucraine nel Donbass, tra la sacca di Debaltsevo e l’assedio all’aeroporto di Donetsk. Ma ecco che lo scorso giugno la licenza a “Dialogo aperto” viene revocata: proprio in coincidenza con le proteste di massa in Polonia contro la riforma giudiziaria e con l’appello del boss di “Dialogo aperto”, tale Bartosz Kramek, che chiamava a “fare come a majdan”, pubblicando una nota in 16 punti con le istruzioni sui metodi sperimentati dai golpisti ucraini. E’ questa la Polonia, che sostiene a spada tratta la “lotta per la democrazia” majdanista, se questa in Ucraina va contro “l’oppressivo vicino” dell’est: in casa propria, ci pensano da soli, o quasi, insieme ai battaglioni NATO, a “trattare” con Mosca.

E’ questa la Polonia in cui, in 20 anni, sono scomparsi oltre 330 dei 561 monumenti che, fino al 1997, sorgevano dentro o nelle vicinanze dei cimiteri in cui sono sepolti i soldati dell’Armata Rossa caduti in terra polacca. L’eliminazione dei monumenti, che nelle scorse settimane ha accresciuto la tensione tra Mosca e Varsavia, ha ricevuto “legalizzazione” con la firma del presidente Andrzej Duda, lo scorso 17 giugno, all’emendamento apportato alla legge sul divieto della propaganda comunista in Polonia.

Ma, come la storia ucraino-polacca rappresenta il passato, così gli affari russo-polacchi costituiscono il presente e, a dispetto di tutte le tirate contro il gasdotto “North stream-2”, che attenterebbe alla “sovranità dei paesi dell’Europa nordorientale”; malgrado le urla sulla inammissibilità della monopolizzazione del mercato europeo del gas da parte di Gazprom; e nonostante le proteste contro il pieno utilizzo della bretella “Oral”, che collega il “North stream-1” ai sistemi di transito dell’Europa centrale e occidentale attraverso la Germania, lasciando all’asciutto Polonia e Ucraina dei diritti di transito del gas russo, nonostante tutto ciò, Varsavia non ha ancora deciso se orientarsi o meno verso il costoso gas di scisto USA. In sostanza, a differenza dell’Ucraina che, pur di “liberarsi dalla dipendenza energetica russa”, ha già optato per il gas USA, a 112 dollari il m3 contro i 95 dollari russi, i polacchi – che oggi acquistano da Gazprom 10 miliardi di m3 annui sui 15 del loro consumo totale – stanno mercanteggiando tra Mosca, Doha e Washington.

Come dicono i russi, “l’amicizia va con l’amicizia, ma i soldi vanno per conto loro”.

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